MDCCXXXVAnno diCristoMDCCXXXV. Indiz.XIII.Clemente XIIpapa 6.Carlo VIimperadore 25.Gran cordoglio provò in quest'annoCarlo Emmanuelere di Sardegna, per avergli la morte rapita, nel dì 15 di gennaio, la real sua consorte, cioèPolissena Cristina d'Hassia Rhinfels Rotemburgo, principessa amabilissima e dotata di rare virtù, giunta all'anno ventesimo nono della sua età, con lasciar dopo di sè due principini e due principesse. Ebbe bisogno il re di tutta la sua virtù per consolarsi nella perdita di una consorte dimerito tanto singolare. Parimente fu colpito dalla morte in Venezia il dì 5 di gennaioCarlo Ruzziniin età d'anni ottantuno in circa; e a lui fu sostituito nella ducal dignitàLuigi Pisani. A simile funesto colpo soggiacque nel dì 18 del suddetto gennaio in Roma anche la principessaMaria Clementinafiglia diGiacomo Sobieschi, principe reale di Polonia, e moglie diGiacomo III Stuardore cattolico della Gran Bretagna, da lui sposata nel settembre nel 1719 in Montefiascone. Tali furono le eroiche virtù, e massimamente l'inarrivabil pietà di questa principessa, che vivente fu da ognuno riguardata qual santa, e meritò poi che le sue insigni azioni fossero tramandate ai posteri come un esemplare delle principesse eroine. Arricchì di due figli il real consorte, cioè diCarlo Odoardoprincipe di Galles, nato nel dì 31 di dicembre del 1720, e diArrigo Benedettoduca di Yorch, nato nel dì 6 di marzo del 1725. Suntuosissimo funerale, qual si conveniva ad una regina, le fu fatto per ordine del sommo ponteficeClemente XIInella chiesa de' Santi Apostoli. Portato il cadavero suo nella basilica Vaticana, disegnò esso santo padre di ergerle un mausoleo non inferiore a quello dellaregina di Svezia Cristina. Attendeva in questi tempi il magnanimo pontefice ad accrescere gli ornamenti di Roma colla gran facciata della basilica lateranense, e con abbellire in forma sommamente maestosa la fontana di Trevi. Nello stesso tempo erano occupate le rendite sue in provvedere di un insigne lazzaretto la città d'Ancona. Eresse parimente un magnifico seminario nella diocesi di Bisignano, affinchè servisse all'educazione de' giovani greci. Buone somme ancora di danaro spedì alcardinale Alberonilegato di Ravenna, affinchè divertisse i due fiumi Ronco e Montone, che minacciavano, per l'altezza dei loro letti, l'eccidio a quell'antichissima città.Meraviglie di valore e di prudenza avea fatte fin qui ilprincipe di Lobcovitzin sostenere l'assediata cittadella di Messina,e più ne avrebbe fatto, se non gli fossero venuti meno i viveri e le munizioni. Costretto dunque non dalla forza delle armi, ma dalla propria penuria, finalmente nel dì 22 di febbraio espose bandiera bianca, ottenne onorevoli condizioni, e lasciò poi solamente nel fine di marzo in potere degli Spagnuoli quell'importante fortezza. Maggior fu la resistenza che fece pel suo vantaggioso sito, e per la valorosa condotta del generale marchese Roma, la città di Siracusa; ma bersagliata per mare e per terra da bombe ed artiglierie, nel dì 16 di giugno anch'essa, con patti simili a quei di Messina, si diede per vinta. Vi restava l'unica fortezza di Trapani, tuttavia difesa dagli Alemanni. Non passò il dì 21 dello stesso giugno che anch'essa piegò il collo alle armi vincitrici di Spagna; di maniera che tutta l'isola e regno della Sicilia restò pacificamente soggetta al giovane redon Carlo. S'era già fin dal mese di febbraio messo in viaggio per terra questo grazioso regnante alla volta dello Stretto, per passare colà, e prendere in Palermo, secondo l'antico rituale, la corona delle Due Sicilie. Arrivato a Messina, vi fece il suo pubblico ingresso nel dì 9 di marzo, accolto con somma allegrezza da quel popolo. Dopo molti giorni di riposo, imbarcato pervenne felicemente, nel dì 18 di maggio, a Palermo. Destinato il dì 3 di luglio, giorno di domenica, per l'incoronazione di sua maestà, con indicibil magnificenza fu eseguita quella funzione. Dopo di che, scortato da numerosa flotta, egli se ne tornò per mare alla sua residenza di Napoli, dove felicemente arrivò nel dì 12 del suddetto luglio. Per tre giorni furono fatte insigni feste in quella gran città con bellissime macchine e ricchissime illuminazioni, facendo a gara ognun per comprovare il suo giubilo al reale sovrano. Avea molto prima d'ora conosciuto il capitan generaleduca di Montemar, che non occorrevano più tante truppe nel regno di Napoli, e perciò nel febbraio di quest'anno si mosse con alquante migliaiad'esse, e valicato il Tevere, passò in Toscana. Sua intenzione era di levare ai tedeschi le fortezze poste nel litorale di essa Toscana. Nuovi rinforzi gli arrivarono di Spagna; laonde nell'aprile diede principio alle ostilità contra di Orbitello, e nel dì 16 a tempestare coll'artiglierie il forte di San Filippo. Perchè cadde una bomba nel magazzino della polve di questo forte, il presidio ne capitolò la resa e restò prigioniere, dopo aver sostenuto per ventinove giorni le offese dei nemici. Altrettanto fece dipoi Porto Ercole. Perchè premure maggiori chiamavano esso duca di Montemar in Lombardia, sollecitamente per la via di Fiorenzuola istradò egli le sue milizie alla volta di Bologna, avendo lasciato solamente un corpo di gente al blocco di Orbitello, piazza, che si arrendè poscia sul principio del mese di luglio.Correva il fine di maggio, quando passò pel Modenese quest'armata spagnuola, che si faceva ascendere a venti mila persone di varie nazioni, e s'inviò verso il Mantovano di qua da Po, per cominciar la campagna unitamente co' Franzesi e Savoiardi. Era già pervenuto a Milano nel dì 22 di marzoAdriano Maurizio di Naoglies, maresciallo di Francia, in cui gareggiava la felicità della mente colla bontà del cuore, la generosità colla splendidezza, per comandare all'esercito franzese. Si tennero varii consigli di guerra fra i generali alleati, e venuto che fu a Cremona nel dì 10 di maggioCarlo Emmanuelere di Sardegna, generalissimo dell'esercito, furono regolate le operazioni che doveano fare nell'anno presente. Passato dipoi il re a Guastalla, si diede ognuno a fare gli occorrenti preparamenti d'artiglierie, barche, viveri e munizioni. Ritornato parimente era da Vienna il marescialloconte di Koningseggal comando dell'oste cesarea, e già arrivati a Mantova alcuni nuovi reggimenti tedeschi e molte reclute. Contuttociò non si contavano nell'esercito suo se non ventiquattro mila soldati: laddove quel de' collegati eraascendente a quasi due terzi di più. Diviso questo in tre corpi che poteano chiamarsi tre poderosi eserciti, marciò sul fine di maggio verso il Mantovano. Dappoichè il Noaglies prese Gonzaga, facendo prigione quel presidio, tutte le forze degli alleati marciarono per passare il Po e il fiume Oglio. Furono i lor movimenti prevenuti dal Koningsegg, che ritirò da San Benedetto, da Revere e dagli altri luoghi i presidii, e lasciò agio agli Spagnuoli di passare nel dì 15 giugno oltre Po ad Ostiglia, che nello stesso tempo con Governolo restò abbandonata dai Tedeschi. Avendo i Franzesi valicato il Po a Sacchetta, e il re di Sardegna l'Oglio a Canneto, il Koningsegg, che non voleva essere tolto in mezzo da queste tre armate, con lodatissima provvidenza andò rinculando, e dopo aver lasciati in Mantova sei mila bravi combattenti, e mandati innanzi i bagagli, i malati, e molti cannoni ed attrezzi, s'inviò verso il Veronese. A misura che i nemici s'inoltravano, anch'egli proseguiva le sue marcie, finchè, gittato un ponte sull'Adige a Bussolengo, benchè alquanto infestato dagli Spagnuoli nella retroguardia, condusse a salvamento tutta la sua gente sul Trentino, e parte ne fece sfilare verso il Tirolo.Altro dunque più non restava in Lombardia ai Tedeschi, se non Mantova e la Mirandola; e mentre tutti si aspettavano di veder l'assedio dell'uno e dell'altra, Mantova restò solamente bloccata in gran lontananza, e ilduca di Montemarverso la metà di luglio si accinse all'espugnazione della Mirandola. Dentro vi era un valoroso comandante, cioè il barone Stenz, che quantunque si trovasse con soli novecento soldati in una città e fortezza che ne esigeva tre mila, pure si preparò ad una gagliarda difesa. Non prima del dì 27 di luglio fu aperta la trinciera sotto questa piazza; e proseguirono poi le offese col passo delle tartarughe, a cagion di alcuni fortini alzati all'intorno, che impedivano gli approcci de' nemici. Bombe ed artiglierie fecero per tuttoil seguente agosto grande strepito e danno, senza però che si sgomentassero punto i difensori; e tuttochè fosse formata la breccia, e col mezzo di una mina e di un assalto preso anche uno di quei fortini, pure sarebbe costato molto più tempo e sangue agli Spagnuoli quell'assedio, se il valoroso comandante della città non avesse provata la fatalità delle piazze tedesche, ordinariamente mal provvedute del bisognevole per sostenersi lungo tempo contro ai nemici. Si era egli ridotto con sole trentasei palle da cannone, e con tre o quattro barili di polveraccia; già erano consumate le vettovaglie. Però, dopo aver per più d'un mese fatta una gloriosa resistenza, nel dì 31 d'agosto, con esporre bandiera bianca, si mostrò disposto a rendersi. Restò prigioniera di guerra la guarnigione di secento uomini. Sbrigato da questa faccenda il duca di Montemar, tutto si diede a sollecitar l'assedio di Mantova, il cui blocco veramente venne più ristretto. Si stesero i Franzesi dietro la riva del lago di Garda per impedire che da quella parte non isboccassero i Tedeschi; giacchè l'armata loro si andava ogni dì più ingrossando nel Trentino e Tirolo. Ma ancorchè il Montemar facesse venir dalla Toscana gran copia di artiglierie, di barche sulle carra, e di assaissime munizioni ed attrezzi, per imprendere una volta l'assedio suddetto di Mantova (perciocchè, secondo la comune opinione, si credea che quella città conquistata dovesse restare assegnata agli Spagnuoli), pure non si vedeva risoluzione alcuna in questo affare dalla parte dei Franzesi, che aveano in piedi certi segreti negoziati; nè da quella del re di Sardegna, a cui non potea piacere che gli Spagnuoli dilatassero tanto l'ali in Lombardia. Tenuto fu un congresso fra il generalissimo di Savoia, duca di Noaglies, ed esso Montemar nel dì 22 di settembre, in cui fece il generale spagnuolo delle doglianze per tanto ritardo, e si seppe ch'egli in quella congiuntura si lagnò col Noaglies, per aver egli lasciato fuggire da Goito il maresciallodi Koningsegg senza inseguirlo, come potea; al che rispose il maresciallo franzese:Signor conte, signor conte: Goito non è Bitonto; e il Koningsegg non è il principe di Belmonte. In somma tutto dì si parlava di assediar Mantova, e Mantova non si vide mai assediata, benchè molto ristretta dagli Spagnuoli, facendo solamente de' gran movimenti i collegati verso il lago di Garda e verso l'Adige per impedire il passo all'armata cesarea, che cresciuta di forze minacciava di calare di bel nuovo in Italia.Sembrava intanto agl'intendenti che tanta indulgenza de' Franzesi verso Mantova, città di cui le morti e malattie aveano ridotto quasi a nulla il presidio tedesco, indicasse qualche occulto mistero. E questo in fatti si venne a svelare nel dì 16 di novembre, perchè il marescialloduca di Noagliesspedì algenerale Kevenhuller, a cui era appoggiato il comando dell'esercito imperiale, l'avviso d'una sospension d'armi tra la Francia e l'imperadore. Tale inaspettata nuova non si può esprimere quanto riempisse non men di stupore che di consolazione e di allegrezza tutti i popoli che soggiacevano al peso della presente guerra: cioè di milizie desolatrici de' paesi dove passano o s'annidano. Onde avesse origine questa vigilia della sospirata pace, fra qualche tempo si venne poi a sapere. Motivo di sogghignare sul principio di questa guerra avea dato agl'intendenti la corte di Francia con quella pubblica sparata di non pretendere l'acquisto di un palmo di terreno nel muovere l'armi contra l'AugustoCarlo VI, poichè altro non intendeva essa che di riportare una soddisfazione alle sue giuste querele contro chi avea fatto cader di capo al re Stanislao la corona della Polonia. Troppo eroica in vero sarebbe stata così insolita moderazione della corte di Francia in mezzo alla felicità delle sue armi. La soddisfazione dunque da lei richiesta fu la seguente. Era stata la Francia costretta nelle precedenti paci alla restituzion deiducati di Lorena e Bar; ma non cessò ella da lì innanzi di amoreggiare quei begli Stati, sì comodi al non mai abbastanza ingrandito regno franzese. Ora ilcardinale di Fleury, primo ministro del re CristianissimoLuigi XV, che per tutta la presente guerra tenne sempre filo di lettere con un ministro cesareo in Vienna, o pure con un suo emissario segreto che trattava col ministro imperiale, sempre spargendo semi di pace, allorchè vide l'augusto monarca stanco e in qualche disordine gli affari di lui, propose per ultimar questa guerra la cession dei ducati della Lorena e di Bar alla Francia, mediante un equivalente da darsi all'altezza reale diFrancesco Stefanoduca allora e possessore di quegli Stati. L'equivalente era il gran ducato di Toscana. Irragionevole non parve all'augusto monarca la proposizione, e venuto segretamente a Vienna con plenipotenza ilsignor della Baume, nel dì 3 d'ottobre furono sottoscritti i preliminari della pace, e portati a Versaglies per la ratificazione.Restò in essi accordato che ilre Stanislaogodrebbe sua vita natural durante il ducato di Bar, e poi quello ancora di Lorena dopo la morte del vivente gran duca di Toscana, e che il dominio d'essi ducati s'incorporerebbe poscia colla corona di Francia. Che il duca di Lorena succederebbe nella Toscana dopo la morte d'esso gran ducaGian Gastone de Medici, e intanto si metterebbero presidii stranieri in quelle piazze. Fu riserbato ad esso duca Francesco il titolo colle rendite della Lorena, sinchè divenisse assoluto padrone della Toscana. Che la Francia garantirebbe la prammatica sanzione dell'imperadore, il quale riconoscerebbe re delle Due Sicilie l'infante realedon Carlo. Che aCarlo Emmanuelere di Sardegna Cesare cederebbe due città a sua elezione nello Stato di Milano, cioè o Novara, o Tortona, o Vigevano, e all'incontro si restituirebbe all'imperadore il rimanente dello Stato di Milano.Inoltre, in compenso delle due città da cedersi al re di Sardegna, si darebbono a sua maestà cesarea quelle di Piacenza e Parma con gli annessi Stati della casa Farnese. Tralascio gli altri articoli di quei preliminari, per solamente dire che il suddetto segreto negoziato cagion fu che in questa campagna nè al Reno, nè in Lombardia si fecero azioni militari degne di memoria; e che gran tempo e fatica vi volle per indurre il duca di Lorena alla cessione de' suoi antichi ducati, e all'abbandono di que' suoi amatissimi popoli. Acconsentì egli in fine a questo sacrifizio, perchè Cesare già gli destinava un ingrandimento di gran lunga maggiore, siccome vedremo fra poco. Per questa impensata concordia, tirato che fu il sipario, secondo i particolari riguardi, chi si rallegrò e chi si rattristò. Non ne esultò già il re di Sardegna, perchè comune voce fu che la Francia nella lega gli avesse promessa la metà dello Stato di Milano, e questo già prima era stato acquistato. Tuttavia mostrò quel savio regnante con buona maniera di accomodarsi ai voleri di chi dava la legge, ed elesse poi in sua parte Novara e Tortona. Ma allorchè giunse a Madrid questa inaspettata nuova, chi sa dire le gravissime doglianze, nelle quali proruppe quella real corte contra de' Franzesi? Li trattarono da aperti mancatori di parola, mentre non solamente niun accrescimento lasciavano alla Spagna in Lombardia, ma le toglievano anche l'acquistato, cioè Parma e Piacenza; ed inoltre aveano comperata la Lorena non con altro prezzo che colla roba altrui, cioè colla Toscana, già ceduta coi precedenti trattati alla corona di Spagna. Pretendeva all'incontro ilcardinale di Fleurydi aver fatte giuste le parti, perchè restavano all'infante don Carlo i regni di Napoli e Sicilia, i quali incomparabilmente valevano più dei ducati della Toscana e di Parma e Piacenza. Imperciocchè, quantunque colle sole lor forze si fossero gli Spagnuoli impadroniti di quei due regni: pureprincipalmente se ne dovea ascrivere l'acquisto agli eserciti di Francia, e a tante spese fatte dal re Cristianissimo, per tenere impegnate l'armi di Cesare al Reno e in Lombardia, senza che queste potessero accorrere alla difesa di Napoli e Sicilia. E se l'imperadore sacrificava le sue ragioni sopra quei due regni, a lui già ceduti dalla Spagna, e indebitamente poi ritolti, ragion voleva che in qualche maniera fosse compensato del suo sacrifizio.Intorno a ciò lasciamoli noi disputare. Quel ch'è certo restò di sasso il generale spagnuoloduca di Montemar, allorchè intese questa novità, e tanto più perchè ilduca di Noagliesgli fece sapere che pensasse alla propria sicurezza, giacchè egli avea ordine di non prestargli assistenza alcuna. Poco in fatti si stette ad udire che i Tedeschi calavano a furia dalla parte di Padova e Trentino, e quasi volavano alla volta di Mantova. In sì brutto frangente il Montemar ad altro non pensò che a salvarsi. Mosse in fretta le sue genti dall'Adige, lasciando indietro molti viveri e foraggi, e si ridusse di qua da Po. Ma eccoti giugnere a quello stesso fiume i cesarei; ed egli allora, dopo aver messi circa settecento uomini nella Mirandola, e spedito un distaccamento a Parma, tanto più affrettò i passi per arrivare a Bologna, credendo di trovare ivi un sicuro asilo, per essere Stato pontifizio. La disgrazia portò che qualche centinaio d'usseri nel dì 27 di novembre cominciò a comparire in vicinanza di quella città. Non volle cimentarsi con quella canaglia il generale spagnuolo, ed animati i suoi a marciare con sollecitudine, prese la strada di Pianoro e di Scaricalasino, per ridursi in Toscana. Avea egli in quel dì invitata ad un solenne convito molta nobiltà bolognese dell'uno e dell'altro sesso: e già si mettevano tutti a tavola, quando gli arrivò l'avviso che si appressava il nemico. Alzossi egli allora bruscamente, e immaginando che tutto l'esercito cesareo avesse fatto leali, preso congedo da quella nobil brigata, esortandoli a continuare il pranzo. Ma dal di lui esempio atterriti tutti, con grande scompiglio si ritirarono dalla città, lasciando che gli Spagnuoli facessero altrettanto verso la montagna. Furono questi inseguiti alla coda dagli usseri, che per buon pezzo di cammino andarono predando bagagli e imprigionando chi poco speditamente dei pedoni menava le gambe. Essendo rimasto fuori di Bologna lo spedale d'essi Spagnuoli, dove si trovavano circa mille e cinquecento malati, fu sequestrato. Non si potè poi impedire ai medesimi usseri l'entrare nella città, e il far ivi prigionieri quanti Spagnuoli poterono scoprire, che non erano stati a tempo di seguitare l'improvvisa e frettolosa marcia dell'esercito. Di questa violenza acremente si dolse il legato pontifizio; ma non per questo essa cessò. Grande strepito in somma fece questa curiosa metamorfosi di cose, e il mirare senza colpo di spada i vincitori in pochi dì comparir come vinti. Pervenuto dunque il duca di Montemar in Toscana, quivi si diede a fortificare alcuni passi, con inviare nulladimeno parte della sua gente verso il Sanese, a fine di potersi occorrendo ritirare alla volta del regno di Napoli.In tale stato erano le cose d'Italia non restando nemicizia se non fra Spagnuoli e Tedeschi, quando ilduca di Noagliessi mosse per abboccarsi con essoduca di Montemar, e per concertar seco le maniere più dolci di dar fine, se era possibile, a questa pugna. In passando da Bologna fece una visita aRinaldo di Esteduca di Modena, che intrepidamente fin qui avea sofferto l'esilio da' suoi Stati e gli diede cortesi speranze che goderebbe anch'egli in breve i frutti dell'intavolata pace. Ancorchè il Montemar non avesse istruzione alcuna dalla sua corte, pure alla persuasione del saggio Noaglies, sottoscrisse una sospension d'armi per due mesi fra gli Spagnuoli e i Tedeschi: risoluzione che fu poi accettata anchedalla corte di Madrid. Aveano ben preveduto i ministri dell'imperadore e del re di Francia che gran fatica avrebbe durato il re CattolicoFilippo Vad inghiottire l'amara pillola di una pace manipolata senza di lui e in danno di lui; ed insieme aveano divisato un potente mezzo per condurre quel monarca ad approvare i preliminari suddetti, o almeno a non contrastarne l'esecuzione. Si videro perciò senza complimento o licenza alcuna improvvisamente inoltrarsi e stendersi circa trenta mila Alemanni sotto il comando del marescialloconte di Kevenhullerper gli Stati della Chiesa Romana, cioè pel Ferrarese, Bolognese e Romagna, con giungere alcuni d'essi fin nella Marca e nell'Umbria, circondando in tal guisa gran parte della Toscana, per far intendere agli Spagnuoli, che se negassero di consentir per amore all'accordo, l'esorcismo della forza ve li potrebbe indurre. Toccò all'innocente Stato ecclesiastico di pagar tutte le spese di questo bel ripiego, perchè obbligato a somministrar foraggi, viveri, ed anche rilevanti contribuzioni di danaro. Intanto rigorosissimi ordini fioccarono da Roma, che nulla si desse a questi incivili ospiti, e ilcardinale Moscalegato di Ferrara, che si ostinò gran tempo ad eseguirliad literam, cagion fu di un incredibil danno agl'infelici Ferraresi, perchè i Tedeschi vivevano a discrezione nelle lor ville. I savii Bolognesi, all'incontro, e ilcardinale Alberonilegato di Ravenna, che intendeano a dovere le cifre di quelle lettere, non tardarono ad accordarsi con gli Alemanni, mercè d'un regolamento che minorò non poco l'aggravio ai loro paesi. Voce corse in questi tempi che il duca di Montemar, consapevole del poco piacere provato dal re di Sardegna per la concordia suddetta, facesse penetrare a quel sovrano delle vantaggiose proposizioni per trarlo ad una lega col re Cattolico, e che esso re gli rispondesse di avere abbastanza imparato a non entrare in alleanza con principi che fossero più potenti dilui. Si può tenere per fermo che i fabbricatori di novelle inventarono ancor questa, giacchè niun d'essi gode il privilegio di entrar nei gabinetti dei regnanti; e la corte di Torino nè prima nè poi mostrò di essere persuasa della massima suddetta. Continuò ancora nell'anno presente la ribellione de' Corsi; e perchè i ministri della repubblica di Genova esistenti in Corsica fecero un armistizio con quella gente, fu disapprovata dal senato la loro risoluzione. Giugnevano di tanto in tanto rinforzi di munizioni ed armi ai sollevati, che facevano dubitare che sotto mano qualche gran potenza soffiasse in quel fuoco. Intesesi parimente che quei popoli pareano determinati di reggersi a repubblica, ed anche aveano stese le leggi di questo nuovo governo, ma senza averne dimandata licenza ai Genovesi. Dopo aver papaClemente XIIdifficultato, per quanto potè, al reale infante di Spagnadon Luigi, a cagion della sua fanciullesca età, l'arcivescovato di Toledo, fu in fine obbligato ad accordargliene le rendite, e nel dì 19 di dicembre di questo anno il creò anche cardinale, tornandosi a vedere l'uso od abuso de' secoli da noi chiamati barbarici. Non potea essere più bella in quest'anno l'apparenza dei raccolti del grano, quando all'improvviso sopraggiunse un vento bruciatore, che seccò le non peranche mature spiche, e insieme le speranze dei mietitori. Perciò al flagello della guerra si aggiunse quello d'una sì terribil carestia, che non v'era memoria d'una somigliante a questa. Il peggio fu, che la maggior parte delle provincie più fertili dell'Italia soggiacquero anch'esse a questo disastro. Guai se non vi erano grani vecchi in riserbo, che convenne far venire da lontani paesi con gravi spese: sarebbe venuta meno per le strade innumerabile povera gente.
Gran cordoglio provò in quest'annoCarlo Emmanuelere di Sardegna, per avergli la morte rapita, nel dì 15 di gennaio, la real sua consorte, cioèPolissena Cristina d'Hassia Rhinfels Rotemburgo, principessa amabilissima e dotata di rare virtù, giunta all'anno ventesimo nono della sua età, con lasciar dopo di sè due principini e due principesse. Ebbe bisogno il re di tutta la sua virtù per consolarsi nella perdita di una consorte dimerito tanto singolare. Parimente fu colpito dalla morte in Venezia il dì 5 di gennaioCarlo Ruzziniin età d'anni ottantuno in circa; e a lui fu sostituito nella ducal dignitàLuigi Pisani. A simile funesto colpo soggiacque nel dì 18 del suddetto gennaio in Roma anche la principessaMaria Clementinafiglia diGiacomo Sobieschi, principe reale di Polonia, e moglie diGiacomo III Stuardore cattolico della Gran Bretagna, da lui sposata nel settembre nel 1719 in Montefiascone. Tali furono le eroiche virtù, e massimamente l'inarrivabil pietà di questa principessa, che vivente fu da ognuno riguardata qual santa, e meritò poi che le sue insigni azioni fossero tramandate ai posteri come un esemplare delle principesse eroine. Arricchì di due figli il real consorte, cioè diCarlo Odoardoprincipe di Galles, nato nel dì 31 di dicembre del 1720, e diArrigo Benedettoduca di Yorch, nato nel dì 6 di marzo del 1725. Suntuosissimo funerale, qual si conveniva ad una regina, le fu fatto per ordine del sommo ponteficeClemente XIInella chiesa de' Santi Apostoli. Portato il cadavero suo nella basilica Vaticana, disegnò esso santo padre di ergerle un mausoleo non inferiore a quello dellaregina di Svezia Cristina. Attendeva in questi tempi il magnanimo pontefice ad accrescere gli ornamenti di Roma colla gran facciata della basilica lateranense, e con abbellire in forma sommamente maestosa la fontana di Trevi. Nello stesso tempo erano occupate le rendite sue in provvedere di un insigne lazzaretto la città d'Ancona. Eresse parimente un magnifico seminario nella diocesi di Bisignano, affinchè servisse all'educazione de' giovani greci. Buone somme ancora di danaro spedì alcardinale Alberonilegato di Ravenna, affinchè divertisse i due fiumi Ronco e Montone, che minacciavano, per l'altezza dei loro letti, l'eccidio a quell'antichissima città.
Meraviglie di valore e di prudenza avea fatte fin qui ilprincipe di Lobcovitzin sostenere l'assediata cittadella di Messina,e più ne avrebbe fatto, se non gli fossero venuti meno i viveri e le munizioni. Costretto dunque non dalla forza delle armi, ma dalla propria penuria, finalmente nel dì 22 di febbraio espose bandiera bianca, ottenne onorevoli condizioni, e lasciò poi solamente nel fine di marzo in potere degli Spagnuoli quell'importante fortezza. Maggior fu la resistenza che fece pel suo vantaggioso sito, e per la valorosa condotta del generale marchese Roma, la città di Siracusa; ma bersagliata per mare e per terra da bombe ed artiglierie, nel dì 16 di giugno anch'essa, con patti simili a quei di Messina, si diede per vinta. Vi restava l'unica fortezza di Trapani, tuttavia difesa dagli Alemanni. Non passò il dì 21 dello stesso giugno che anch'essa piegò il collo alle armi vincitrici di Spagna; di maniera che tutta l'isola e regno della Sicilia restò pacificamente soggetta al giovane redon Carlo. S'era già fin dal mese di febbraio messo in viaggio per terra questo grazioso regnante alla volta dello Stretto, per passare colà, e prendere in Palermo, secondo l'antico rituale, la corona delle Due Sicilie. Arrivato a Messina, vi fece il suo pubblico ingresso nel dì 9 di marzo, accolto con somma allegrezza da quel popolo. Dopo molti giorni di riposo, imbarcato pervenne felicemente, nel dì 18 di maggio, a Palermo. Destinato il dì 3 di luglio, giorno di domenica, per l'incoronazione di sua maestà, con indicibil magnificenza fu eseguita quella funzione. Dopo di che, scortato da numerosa flotta, egli se ne tornò per mare alla sua residenza di Napoli, dove felicemente arrivò nel dì 12 del suddetto luglio. Per tre giorni furono fatte insigni feste in quella gran città con bellissime macchine e ricchissime illuminazioni, facendo a gara ognun per comprovare il suo giubilo al reale sovrano. Avea molto prima d'ora conosciuto il capitan generaleduca di Montemar, che non occorrevano più tante truppe nel regno di Napoli, e perciò nel febbraio di quest'anno si mosse con alquante migliaiad'esse, e valicato il Tevere, passò in Toscana. Sua intenzione era di levare ai tedeschi le fortezze poste nel litorale di essa Toscana. Nuovi rinforzi gli arrivarono di Spagna; laonde nell'aprile diede principio alle ostilità contra di Orbitello, e nel dì 16 a tempestare coll'artiglierie il forte di San Filippo. Perchè cadde una bomba nel magazzino della polve di questo forte, il presidio ne capitolò la resa e restò prigioniere, dopo aver sostenuto per ventinove giorni le offese dei nemici. Altrettanto fece dipoi Porto Ercole. Perchè premure maggiori chiamavano esso duca di Montemar in Lombardia, sollecitamente per la via di Fiorenzuola istradò egli le sue milizie alla volta di Bologna, avendo lasciato solamente un corpo di gente al blocco di Orbitello, piazza, che si arrendè poscia sul principio del mese di luglio.
Correva il fine di maggio, quando passò pel Modenese quest'armata spagnuola, che si faceva ascendere a venti mila persone di varie nazioni, e s'inviò verso il Mantovano di qua da Po, per cominciar la campagna unitamente co' Franzesi e Savoiardi. Era già pervenuto a Milano nel dì 22 di marzoAdriano Maurizio di Naoglies, maresciallo di Francia, in cui gareggiava la felicità della mente colla bontà del cuore, la generosità colla splendidezza, per comandare all'esercito franzese. Si tennero varii consigli di guerra fra i generali alleati, e venuto che fu a Cremona nel dì 10 di maggioCarlo Emmanuelere di Sardegna, generalissimo dell'esercito, furono regolate le operazioni che doveano fare nell'anno presente. Passato dipoi il re a Guastalla, si diede ognuno a fare gli occorrenti preparamenti d'artiglierie, barche, viveri e munizioni. Ritornato parimente era da Vienna il marescialloconte di Koningseggal comando dell'oste cesarea, e già arrivati a Mantova alcuni nuovi reggimenti tedeschi e molte reclute. Contuttociò non si contavano nell'esercito suo se non ventiquattro mila soldati: laddove quel de' collegati eraascendente a quasi due terzi di più. Diviso questo in tre corpi che poteano chiamarsi tre poderosi eserciti, marciò sul fine di maggio verso il Mantovano. Dappoichè il Noaglies prese Gonzaga, facendo prigione quel presidio, tutte le forze degli alleati marciarono per passare il Po e il fiume Oglio. Furono i lor movimenti prevenuti dal Koningsegg, che ritirò da San Benedetto, da Revere e dagli altri luoghi i presidii, e lasciò agio agli Spagnuoli di passare nel dì 15 giugno oltre Po ad Ostiglia, che nello stesso tempo con Governolo restò abbandonata dai Tedeschi. Avendo i Franzesi valicato il Po a Sacchetta, e il re di Sardegna l'Oglio a Canneto, il Koningsegg, che non voleva essere tolto in mezzo da queste tre armate, con lodatissima provvidenza andò rinculando, e dopo aver lasciati in Mantova sei mila bravi combattenti, e mandati innanzi i bagagli, i malati, e molti cannoni ed attrezzi, s'inviò verso il Veronese. A misura che i nemici s'inoltravano, anch'egli proseguiva le sue marcie, finchè, gittato un ponte sull'Adige a Bussolengo, benchè alquanto infestato dagli Spagnuoli nella retroguardia, condusse a salvamento tutta la sua gente sul Trentino, e parte ne fece sfilare verso il Tirolo.
Altro dunque più non restava in Lombardia ai Tedeschi, se non Mantova e la Mirandola; e mentre tutti si aspettavano di veder l'assedio dell'uno e dell'altra, Mantova restò solamente bloccata in gran lontananza, e ilduca di Montemarverso la metà di luglio si accinse all'espugnazione della Mirandola. Dentro vi era un valoroso comandante, cioè il barone Stenz, che quantunque si trovasse con soli novecento soldati in una città e fortezza che ne esigeva tre mila, pure si preparò ad una gagliarda difesa. Non prima del dì 27 di luglio fu aperta la trinciera sotto questa piazza; e proseguirono poi le offese col passo delle tartarughe, a cagion di alcuni fortini alzati all'intorno, che impedivano gli approcci de' nemici. Bombe ed artiglierie fecero per tuttoil seguente agosto grande strepito e danno, senza però che si sgomentassero punto i difensori; e tuttochè fosse formata la breccia, e col mezzo di una mina e di un assalto preso anche uno di quei fortini, pure sarebbe costato molto più tempo e sangue agli Spagnuoli quell'assedio, se il valoroso comandante della città non avesse provata la fatalità delle piazze tedesche, ordinariamente mal provvedute del bisognevole per sostenersi lungo tempo contro ai nemici. Si era egli ridotto con sole trentasei palle da cannone, e con tre o quattro barili di polveraccia; già erano consumate le vettovaglie. Però, dopo aver per più d'un mese fatta una gloriosa resistenza, nel dì 31 d'agosto, con esporre bandiera bianca, si mostrò disposto a rendersi. Restò prigioniera di guerra la guarnigione di secento uomini. Sbrigato da questa faccenda il duca di Montemar, tutto si diede a sollecitar l'assedio di Mantova, il cui blocco veramente venne più ristretto. Si stesero i Franzesi dietro la riva del lago di Garda per impedire che da quella parte non isboccassero i Tedeschi; giacchè l'armata loro si andava ogni dì più ingrossando nel Trentino e Tirolo. Ma ancorchè il Montemar facesse venir dalla Toscana gran copia di artiglierie, di barche sulle carra, e di assaissime munizioni ed attrezzi, per imprendere una volta l'assedio suddetto di Mantova (perciocchè, secondo la comune opinione, si credea che quella città conquistata dovesse restare assegnata agli Spagnuoli), pure non si vedeva risoluzione alcuna in questo affare dalla parte dei Franzesi, che aveano in piedi certi segreti negoziati; nè da quella del re di Sardegna, a cui non potea piacere che gli Spagnuoli dilatassero tanto l'ali in Lombardia. Tenuto fu un congresso fra il generalissimo di Savoia, duca di Noaglies, ed esso Montemar nel dì 22 di settembre, in cui fece il generale spagnuolo delle doglianze per tanto ritardo, e si seppe ch'egli in quella congiuntura si lagnò col Noaglies, per aver egli lasciato fuggire da Goito il maresciallodi Koningsegg senza inseguirlo, come potea; al che rispose il maresciallo franzese:Signor conte, signor conte: Goito non è Bitonto; e il Koningsegg non è il principe di Belmonte. In somma tutto dì si parlava di assediar Mantova, e Mantova non si vide mai assediata, benchè molto ristretta dagli Spagnuoli, facendo solamente de' gran movimenti i collegati verso il lago di Garda e verso l'Adige per impedire il passo all'armata cesarea, che cresciuta di forze minacciava di calare di bel nuovo in Italia.
Sembrava intanto agl'intendenti che tanta indulgenza de' Franzesi verso Mantova, città di cui le morti e malattie aveano ridotto quasi a nulla il presidio tedesco, indicasse qualche occulto mistero. E questo in fatti si venne a svelare nel dì 16 di novembre, perchè il marescialloduca di Noagliesspedì algenerale Kevenhuller, a cui era appoggiato il comando dell'esercito imperiale, l'avviso d'una sospension d'armi tra la Francia e l'imperadore. Tale inaspettata nuova non si può esprimere quanto riempisse non men di stupore che di consolazione e di allegrezza tutti i popoli che soggiacevano al peso della presente guerra: cioè di milizie desolatrici de' paesi dove passano o s'annidano. Onde avesse origine questa vigilia della sospirata pace, fra qualche tempo si venne poi a sapere. Motivo di sogghignare sul principio di questa guerra avea dato agl'intendenti la corte di Francia con quella pubblica sparata di non pretendere l'acquisto di un palmo di terreno nel muovere l'armi contra l'AugustoCarlo VI, poichè altro non intendeva essa che di riportare una soddisfazione alle sue giuste querele contro chi avea fatto cader di capo al re Stanislao la corona della Polonia. Troppo eroica in vero sarebbe stata così insolita moderazione della corte di Francia in mezzo alla felicità delle sue armi. La soddisfazione dunque da lei richiesta fu la seguente. Era stata la Francia costretta nelle precedenti paci alla restituzion deiducati di Lorena e Bar; ma non cessò ella da lì innanzi di amoreggiare quei begli Stati, sì comodi al non mai abbastanza ingrandito regno franzese. Ora ilcardinale di Fleury, primo ministro del re CristianissimoLuigi XV, che per tutta la presente guerra tenne sempre filo di lettere con un ministro cesareo in Vienna, o pure con un suo emissario segreto che trattava col ministro imperiale, sempre spargendo semi di pace, allorchè vide l'augusto monarca stanco e in qualche disordine gli affari di lui, propose per ultimar questa guerra la cession dei ducati della Lorena e di Bar alla Francia, mediante un equivalente da darsi all'altezza reale diFrancesco Stefanoduca allora e possessore di quegli Stati. L'equivalente era il gran ducato di Toscana. Irragionevole non parve all'augusto monarca la proposizione, e venuto segretamente a Vienna con plenipotenza ilsignor della Baume, nel dì 3 d'ottobre furono sottoscritti i preliminari della pace, e portati a Versaglies per la ratificazione.
Restò in essi accordato che ilre Stanislaogodrebbe sua vita natural durante il ducato di Bar, e poi quello ancora di Lorena dopo la morte del vivente gran duca di Toscana, e che il dominio d'essi ducati s'incorporerebbe poscia colla corona di Francia. Che il duca di Lorena succederebbe nella Toscana dopo la morte d'esso gran ducaGian Gastone de Medici, e intanto si metterebbero presidii stranieri in quelle piazze. Fu riserbato ad esso duca Francesco il titolo colle rendite della Lorena, sinchè divenisse assoluto padrone della Toscana. Che la Francia garantirebbe la prammatica sanzione dell'imperadore, il quale riconoscerebbe re delle Due Sicilie l'infante realedon Carlo. Che aCarlo Emmanuelere di Sardegna Cesare cederebbe due città a sua elezione nello Stato di Milano, cioè o Novara, o Tortona, o Vigevano, e all'incontro si restituirebbe all'imperadore il rimanente dello Stato di Milano.Inoltre, in compenso delle due città da cedersi al re di Sardegna, si darebbono a sua maestà cesarea quelle di Piacenza e Parma con gli annessi Stati della casa Farnese. Tralascio gli altri articoli di quei preliminari, per solamente dire che il suddetto segreto negoziato cagion fu che in questa campagna nè al Reno, nè in Lombardia si fecero azioni militari degne di memoria; e che gran tempo e fatica vi volle per indurre il duca di Lorena alla cessione de' suoi antichi ducati, e all'abbandono di que' suoi amatissimi popoli. Acconsentì egli in fine a questo sacrifizio, perchè Cesare già gli destinava un ingrandimento di gran lunga maggiore, siccome vedremo fra poco. Per questa impensata concordia, tirato che fu il sipario, secondo i particolari riguardi, chi si rallegrò e chi si rattristò. Non ne esultò già il re di Sardegna, perchè comune voce fu che la Francia nella lega gli avesse promessa la metà dello Stato di Milano, e questo già prima era stato acquistato. Tuttavia mostrò quel savio regnante con buona maniera di accomodarsi ai voleri di chi dava la legge, ed elesse poi in sua parte Novara e Tortona. Ma allorchè giunse a Madrid questa inaspettata nuova, chi sa dire le gravissime doglianze, nelle quali proruppe quella real corte contra de' Franzesi? Li trattarono da aperti mancatori di parola, mentre non solamente niun accrescimento lasciavano alla Spagna in Lombardia, ma le toglievano anche l'acquistato, cioè Parma e Piacenza; ed inoltre aveano comperata la Lorena non con altro prezzo che colla roba altrui, cioè colla Toscana, già ceduta coi precedenti trattati alla corona di Spagna. Pretendeva all'incontro ilcardinale di Fleurydi aver fatte giuste le parti, perchè restavano all'infante don Carlo i regni di Napoli e Sicilia, i quali incomparabilmente valevano più dei ducati della Toscana e di Parma e Piacenza. Imperciocchè, quantunque colle sole lor forze si fossero gli Spagnuoli impadroniti di quei due regni: pureprincipalmente se ne dovea ascrivere l'acquisto agli eserciti di Francia, e a tante spese fatte dal re Cristianissimo, per tenere impegnate l'armi di Cesare al Reno e in Lombardia, senza che queste potessero accorrere alla difesa di Napoli e Sicilia. E se l'imperadore sacrificava le sue ragioni sopra quei due regni, a lui già ceduti dalla Spagna, e indebitamente poi ritolti, ragion voleva che in qualche maniera fosse compensato del suo sacrifizio.
Intorno a ciò lasciamoli noi disputare. Quel ch'è certo restò di sasso il generale spagnuoloduca di Montemar, allorchè intese questa novità, e tanto più perchè ilduca di Noagliesgli fece sapere che pensasse alla propria sicurezza, giacchè egli avea ordine di non prestargli assistenza alcuna. Poco in fatti si stette ad udire che i Tedeschi calavano a furia dalla parte di Padova e Trentino, e quasi volavano alla volta di Mantova. In sì brutto frangente il Montemar ad altro non pensò che a salvarsi. Mosse in fretta le sue genti dall'Adige, lasciando indietro molti viveri e foraggi, e si ridusse di qua da Po. Ma eccoti giugnere a quello stesso fiume i cesarei; ed egli allora, dopo aver messi circa settecento uomini nella Mirandola, e spedito un distaccamento a Parma, tanto più affrettò i passi per arrivare a Bologna, credendo di trovare ivi un sicuro asilo, per essere Stato pontifizio. La disgrazia portò che qualche centinaio d'usseri nel dì 27 di novembre cominciò a comparire in vicinanza di quella città. Non volle cimentarsi con quella canaglia il generale spagnuolo, ed animati i suoi a marciare con sollecitudine, prese la strada di Pianoro e di Scaricalasino, per ridursi in Toscana. Avea egli in quel dì invitata ad un solenne convito molta nobiltà bolognese dell'uno e dell'altro sesso: e già si mettevano tutti a tavola, quando gli arrivò l'avviso che si appressava il nemico. Alzossi egli allora bruscamente, e immaginando che tutto l'esercito cesareo avesse fatto leali, preso congedo da quella nobil brigata, esortandoli a continuare il pranzo. Ma dal di lui esempio atterriti tutti, con grande scompiglio si ritirarono dalla città, lasciando che gli Spagnuoli facessero altrettanto verso la montagna. Furono questi inseguiti alla coda dagli usseri, che per buon pezzo di cammino andarono predando bagagli e imprigionando chi poco speditamente dei pedoni menava le gambe. Essendo rimasto fuori di Bologna lo spedale d'essi Spagnuoli, dove si trovavano circa mille e cinquecento malati, fu sequestrato. Non si potè poi impedire ai medesimi usseri l'entrare nella città, e il far ivi prigionieri quanti Spagnuoli poterono scoprire, che non erano stati a tempo di seguitare l'improvvisa e frettolosa marcia dell'esercito. Di questa violenza acremente si dolse il legato pontifizio; ma non per questo essa cessò. Grande strepito in somma fece questa curiosa metamorfosi di cose, e il mirare senza colpo di spada i vincitori in pochi dì comparir come vinti. Pervenuto dunque il duca di Montemar in Toscana, quivi si diede a fortificare alcuni passi, con inviare nulladimeno parte della sua gente verso il Sanese, a fine di potersi occorrendo ritirare alla volta del regno di Napoli.
In tale stato erano le cose d'Italia non restando nemicizia se non fra Spagnuoli e Tedeschi, quando ilduca di Noagliessi mosse per abboccarsi con essoduca di Montemar, e per concertar seco le maniere più dolci di dar fine, se era possibile, a questa pugna. In passando da Bologna fece una visita aRinaldo di Esteduca di Modena, che intrepidamente fin qui avea sofferto l'esilio da' suoi Stati e gli diede cortesi speranze che goderebbe anch'egli in breve i frutti dell'intavolata pace. Ancorchè il Montemar non avesse istruzione alcuna dalla sua corte, pure alla persuasione del saggio Noaglies, sottoscrisse una sospension d'armi per due mesi fra gli Spagnuoli e i Tedeschi: risoluzione che fu poi accettata anchedalla corte di Madrid. Aveano ben preveduto i ministri dell'imperadore e del re di Francia che gran fatica avrebbe durato il re CattolicoFilippo Vad inghiottire l'amara pillola di una pace manipolata senza di lui e in danno di lui; ed insieme aveano divisato un potente mezzo per condurre quel monarca ad approvare i preliminari suddetti, o almeno a non contrastarne l'esecuzione. Si videro perciò senza complimento o licenza alcuna improvvisamente inoltrarsi e stendersi circa trenta mila Alemanni sotto il comando del marescialloconte di Kevenhullerper gli Stati della Chiesa Romana, cioè pel Ferrarese, Bolognese e Romagna, con giungere alcuni d'essi fin nella Marca e nell'Umbria, circondando in tal guisa gran parte della Toscana, per far intendere agli Spagnuoli, che se negassero di consentir per amore all'accordo, l'esorcismo della forza ve li potrebbe indurre. Toccò all'innocente Stato ecclesiastico di pagar tutte le spese di questo bel ripiego, perchè obbligato a somministrar foraggi, viveri, ed anche rilevanti contribuzioni di danaro. Intanto rigorosissimi ordini fioccarono da Roma, che nulla si desse a questi incivili ospiti, e ilcardinale Moscalegato di Ferrara, che si ostinò gran tempo ad eseguirliad literam, cagion fu di un incredibil danno agl'infelici Ferraresi, perchè i Tedeschi vivevano a discrezione nelle lor ville. I savii Bolognesi, all'incontro, e ilcardinale Alberonilegato di Ravenna, che intendeano a dovere le cifre di quelle lettere, non tardarono ad accordarsi con gli Alemanni, mercè d'un regolamento che minorò non poco l'aggravio ai loro paesi. Voce corse in questi tempi che il duca di Montemar, consapevole del poco piacere provato dal re di Sardegna per la concordia suddetta, facesse penetrare a quel sovrano delle vantaggiose proposizioni per trarlo ad una lega col re Cattolico, e che esso re gli rispondesse di avere abbastanza imparato a non entrare in alleanza con principi che fossero più potenti dilui. Si può tenere per fermo che i fabbricatori di novelle inventarono ancor questa, giacchè niun d'essi gode il privilegio di entrar nei gabinetti dei regnanti; e la corte di Torino nè prima nè poi mostrò di essere persuasa della massima suddetta. Continuò ancora nell'anno presente la ribellione de' Corsi; e perchè i ministri della repubblica di Genova esistenti in Corsica fecero un armistizio con quella gente, fu disapprovata dal senato la loro risoluzione. Giugnevano di tanto in tanto rinforzi di munizioni ed armi ai sollevati, che facevano dubitare che sotto mano qualche gran potenza soffiasse in quel fuoco. Intesesi parimente che quei popoli pareano determinati di reggersi a repubblica, ed anche aveano stese le leggi di questo nuovo governo, ma senza averne dimandata licenza ai Genovesi. Dopo aver papaClemente XIIdifficultato, per quanto potè, al reale infante di Spagnadon Luigi, a cagion della sua fanciullesca età, l'arcivescovato di Toledo, fu in fine obbligato ad accordargliene le rendite, e nel dì 19 di dicembre di questo anno il creò anche cardinale, tornandosi a vedere l'uso od abuso de' secoli da noi chiamati barbarici. Non potea essere più bella in quest'anno l'apparenza dei raccolti del grano, quando all'improvviso sopraggiunse un vento bruciatore, che seccò le non peranche mature spiche, e insieme le speranze dei mietitori. Perciò al flagello della guerra si aggiunse quello d'una sì terribil carestia, che non v'era memoria d'una somigliante a questa. Il peggio fu, che la maggior parte delle provincie più fertili dell'Italia soggiacquero anch'esse a questo disastro. Guai se non vi erano grani vecchi in riserbo, che convenne far venire da lontani paesi con gravi spese: sarebbe venuta meno per le strade innumerabile povera gente.