MDCCXXXIX

MDCCXXXIXAnno diCristoMDCCXXXIX. Indiz.II.Clemente XIIpapa 10.Carlo VIimperadore 29.Sul principio di quest'anno furono rivolti gli occhi dei curiosi alla comparsa in Italia diFrancesco duca di Lorenae gran duca di Toscana, il quale, coll'arciduchessaMaria Teresasua consorte, e colprincipe Carlo di Lorenasuo fratello, e con corte ed equipaggio splendido nel dì 28 del precedente dicembre era giunto ai confini del veneto dominio, dove gli fu fatto un solenne e magnifico accoglimento, per parte della repubblica. Desideravano questi principi di consolare colla graziosa lor presenza i nuovi sudditi della Toscana, e insieme di riconoscere in che consistesseil cambio da essi fatto della Lorena. Ma perciocchè in questi tempi s'era forte dilatata la peste per l'Ungheria, Croazia ed altre provincie, che tutte aveano libero commercio coll'Austria ed altri paesi sottoposti in Germania a sua maestà imperiale; la veneta repubblica avea severamente bandite tutte quelle contrade, nè permetteva commercio di chi procedeva dalla Germania per venire in Italia, impiegando quel rigore che in altri tempi è stato l'antemurale della salute sua e delle provincie italiane. Grande stima ed ossequio professava il saggio senato veneto a quegl'illustri principi, ma più eziandio gli stava a cuore la pubblica sicurezza in tempi tanto pericolosi. Però non altrimenti accordò loro il passaggio per li suoi Stati, che colla condizione di fare una discreta contumacia. Loro perciò fu assegnato sul Veronese il palazzo del conte Michele Burri, dove per qualche giorno si riposarono. Ma perchè s'infastidirono in breve di quella nobil prigione, fece il gran duca istanza a Venezia, affinchè gli si abbreviassero i giorni della contumacia; e non venendo risposte concludenti, impazientatasi quella nobilissima brigata, nel dì 11 di gennaio prese da sè stessa la licenza di andarsene, e passò a Mantova. Nel dì 14 arrivarono questi generosi principi a Modena, accolti colle maggiori dimostrazioni di stima e di onore dal ducaFrancesco III, e dalle principesse sue sorelle, e qui si fermarono godendo dei divertimenti loro preparati sino al dì 17, in cui si mossero alla volta di Bologna, e di là continuarono il viaggio sino a Firenze. Il dì 20 di gennaio fu quello in cui fecero il solenne loro ingresso in essa città fra la gran calca del popolo e della copiosa foresteria, fra le incessanti acclamazioni di que' sudditi, che con archi trionfali, insigni illuminazioni ed apparati maestosi, e col giuoco ancora del calcio, espressero il loro giubilo verso dominanti pieni di tanta clemenza e gentilezza. Poscia nel dì primo di marzo si portarono a Pisa, e di là a Livorno, nelle quali due cittàebbero motivo di ammirare i nobilissimi spettacoli e divertimenti, spezialmente nell'ultima preparati a gara ed eseguiti in loro onore dai Toscani, Inglesi, Franzesi, Olandesi, Giudei ed altre nazioni. Videro anche Siena, portando poscia con loro un alto concetto di sì belle, deliziose e grandiose città, simili alle quali certamente non le potea mostrare il per altro riguardevole ducato della Lorena.Dopo aver dato buon sesto agli affari economici e militari della Toscana, la gran duchessaMaria Teresasul fine di aprile, desiderosa di veder Milano, si mise in viaggio, e nel dì 10 arrivò a Reggio, dove, in occasion della fiera, si trovava la corte estense; ed ivi non solo godè, ma anche ammirò una delle più splendide e singolari opere in musica che si facessero allora in Italia: tanta era l'abilità dei cantanti e le vaghezza delle scene. Avea preso il gran ducaFrancescosuo consorte la risoluzione di passar per mare a Genova, e di là trasferirsi a Torino, a fin di visitare laregina di Sardegnasua sorella. Ma ito per imbarcarsi a Livorno, trovò cotanto in collera il mare, che, mutato pensiero, e prese le poste per terra, all'improvviso raggiunse in Reggio la real sua consorte. Se ne andarono poscia nel primo dì di maggio alla volta di Milano; ma il gran duca colprincipe Carloda Piacenza s'inviò verso Torino, dove giunto nel dì 3 ricevette ogni maggior finezza da quella magnifica corte. Comparvero poi anche questi due principi nel dì 6 a Milano, e dopo qualche giorno se ne tornarono tutti in Lamagna, avendo lasciato dappertutto viva memoria della somma lor benignità ed amabili costumi. Andava in questi tempi sempre più il ponteficeClemente XIIsentendo il peso degli anni, di modo che si trovava bene spesso per la debolezza confinato in letto, e sopra tutto perdè l'uso della vista. Contuttociò, continuando il vigor della sua mente, non tralasciava punto di accudire non meno al secolare che all'ecclesiastico governo. Anche in letto teneva concistoro,ed ascoltava le varie congregazioni. Dopo parecchi mesi di soggiorno in Roma, finalmente se ne partì il real principe di SassoniaFederigo, portando seco la gloria d'una singolar pietà, e di avere esercitata sì gran liberalità e cortesia verso grandi e piccioli, che di lui durerà in quelle parti una ben lunga memoria. Venuto per la Toscana, giunse nel dì 21 di novembre a Modena, dove si fermò per tre giorni a godere delle cose più rare di questa corte, e dipoi passò a Milano, con animo di quindi portarsi a Venezia per li divertimenti del seguente carnovale.Sul fine del precedente anno e nei primi mesi del presente corsero di nuovo false voci che il baron Teodoro fosse sbarcato in Corsica, e vi si trattenesse incognito; e la curiosità d'ognuno era attenta ad osservare qual frutto producessero i maneggi del conte di Boissieux, comandante delle truppe franzesi in quell'isola, per pacificare i sollevati. Pareano disposti i Corsi ad abbracciar l'accordo esibito loro con alcune vantaggiose condizioni; ma una sola non ne sapeano digerire, cioè quella di dover consegnare tutte le loro armi; perchè, non fidandosi dei Genovesi, troppo duro e pericoloso sembrava ad essi il privarsi di que' mezzi che soli poteano far eseguire la proposta capitolazione, caso mai che a questa si mancasse. Ricalcitrando dunque essi a sì fatta concordia, si mise in testa il Boissieux di parlare d'altro tenore, ed inviò un distaccamento di truppe al borgo di Biguglia, per costringere colla forza quegli abitanti a ricevere la legge. Era il dì 13 di dicembre del 1738: si venne alle mani, e vi restarono uccisi e prigioni non pochi Franzesi, che talun fece ascendere a centinaia, il che fu creduto una falsa esagerazione. Questo fatto dall'un canto riaccese il fuoco de' Corsi, e dall'altro eccitò lo sdegno della corte di Francia contra d'essi, perchè il re, udito l'affare, giudicò essere questo non più impegno de' Genovesi, ma della sua corona. Perciòdiede ordine che passasse colà con buon rinforzo di truppe ilmarchese di Mailleboistenente generale atto a farsi ubbidire; poichè in quanto alconte di Boissieux, egli per infermità lasciò in questi tempi la vita nella Bastia. Intanto le gazzette spacciavano a più non posso nuove, cioè che il baron Teodoro si trovava in Corsica; che adon Filippoinfante di Spagna era destinato il dominio di quell'isola, e tanto più perchè s'intese stabilito il matrimonio di questo principe con madamaLuigia Elisabetta di Francia, primogenita del re CristianissimoLuigi XV, matrimonio, dissi, che fu poi compiuto e solennizzato in Versaglies nel dì 26 d'agosto dell'anno presente. Teodoro dovea essere vicerè d'esso infante, sua vita natural durante. Sogni tutti della sfaccendata gente erano questi, nè in quelle regie corti apparve mai pensiero di voler pregiudicare ai diritti della repubblica di Genova.La verità si è, che il marchese di Maillebois sbarcò in Corsica con delle nuove truppe; e siccome personaggio di grande attività, pubblicò tosto un proclama, ordinando a tutti i Corsi di deporre l'armi, e di rimettersi alla clemenza di sua maestà Cristianissima, in pena di essere trattati da ribelli. Perchè i sollevati risposero con un manifesto, modesto sì, ma che finiva in dire:Melius est mori in bello, quam videre mala gentis nostrae;quel comandante spedì in Provenza ad imbarcare altre milizie. Ora da che si vide in buon arnese, venuto il mese di giugno, uscì in campagna con tutte le sue forze. Il terrore marciava avanti di lui; e però non tardarono gli abitanti delle pievi d'Aregno, Pino, Sant'Andrea, Lavatoggio, ed altre ch'io tralascio, a rendersi ai di lui voleri. Anzi i principali capi dei sollevati andarono a trattare con esso Maillebois, protestandosi pronti di sottomettersi agli ordini venerati del re Cristianissimo, con isperanza che sua maestà si degnerebbe di proteggerli, e di rendere loro buona giustizia. Pertantonon finì l'anno presente, che tutti quei popoli, a riserva di pochi ostinati, depositate in mano de' Franzesi le loro armi, accettarono il perdono, e si mostrarono ubbidienti, invasati intanto da una dolce lusinga di non dover più tornare sotto i Genovesi, ma che tutto quel mercato fosse per dar loro un principe della real casa di Borbone. Tale era anche la comune immaginazione degli speculatori dei gabinetti principeschi. Nè faceano caso essi dall'osservare che, per consiglio del Maillebois, i primarii capi della ribellione uscivano di Corsica, e si ricoveravano in Toscana, Napoli e Stato ecclesiastico. Intanto i Franzesi si ridussero a' quartieri d'inverno, e la maggior parte d'essi provò fiere malattie, e allo incontro il Maillebois senza misericordia facea impiccar tutti coloro che fossero colti con armi da fuoco, o continuassero nella sedizione.Sente ribrezzo la penna mia, ora che io sono per accennare la lagrimevol campagna fatta dall'armi cristiane nella Servia ed Ungheria nell'anno presente. Nulla avea ommesso l'imperador Carlo VIper formare un'armata capace di ricuperar la gloria perduta nei due precedenti anni, e di reprimere gli sforzi degli orgogliosi Ottomani, i quali per li passati prosperosi avvenimenti aveano alzata forte la testa, e si rideano di chi loro parlava di pace. Non mancò il ponteficeClemente XIIdi spedirgli un dono di cento mila scudi, e il duca di ModenaFrancesco III, gl'inviò due battaglioni di ottocento uomini l'uno. Un gran corpo di valorose milizie bavaresi e sassone, ed altre di altri principi della Germania, erano marciate per tempo alla volta di Belgrado. I più discreti calcolavano quell'esercito almeno di sessanta mila combattenti; e si sa qual bravura alligni in petto alla nazion tedesca. Trattossi di scegliere il supremo comandante di sì fiorita armata, e fu proposto il marescialloconte Oliviero Wallis, come creduto il migliore degli altri, anche per testimonianza del fu maresciallo di Staremberg.Fama corse che a tal elezione ripugnasse l'ottimo e giudizioso augusto monarca, per le relazioni più volte a lui date, che questo generale fosse uomo impetuoso e bestiale, e che avesse il segreto di farsi poco amare dagli altri, del che aveva egli lasciato anche in Italia e in Sicilia più d'una memoria. Ma il buon imperadore, siccome quegli che ordinariamente giudicava meglio degli altri, ma poi si arrendeva al parere dei più, credendo che a tante teste avesse da cedere il sentimento di un solo, si lasciò indurre a concedere al Wallis il supremo comando dell'armi in questa campagna. Andò esso generale a mettersi alla testa di quell'esercito, e trovò che il gran visire veniva con un'armata ascendente a sessanta mila Turchi, ma che andava ogni dì più crescendo per altri rinforzi di gente che sopravvenivano.Trovavasi il Wallis col grosso dell'esercito suo a Zwerbrusck, quattro leghe distante da Belgrado, quando intese che un corpo di Turchi era ito a postarsi nel vantaggioso posto di Crotska, tre leghe lungi dal suo campo; e tosto lo sconsigliato generale, dopo aver tirato nel suo parere il consiglio di guerra, prese la risoluzione di andarli ad assalire nel dì 22 di luglio, festa di santa Maria Maddalena, voglioso di scacciarli da quel posto, prima che vi si trincierassero. Dissi sconsigliato, perchè prestata troppa fede alla sola relazione di una spia doppia, non cercò prima di chiarirsi, se si trovasse in Crotska non già un distaccamento, ma bensì tutta l'armata dei musulmani col gran visire, e già in parte trincierata; e perchè avea bensì ordinato al generale Neuperg di passare il Danubio, e di venire ad unirsi seco col suo corpo consistente in circa quindici mila soldati; ma poi senza volerlo aspettare a cagion dell'emulazione che era fra loro, attaccò la mischia. Quel che è più, perchè volle assalire i nemici ben postati fra i boschi, e con istrade sì strette ed intralciate, che non si potè formare se non una lieve linea, e questa espostaalla moschetteria de' nemici, i quali la battevano per fianco, allorchè volle inoltrarsi o retrocedere. Oltre a ciò, marciò innanzi il Wallis con soli quattordici reggimenti di cavalleria e diciotto compagnie di granatieri, senza esser secondato dalla fanteria, che tardi poscia arrivò. Che ne avvenne dunque? restò quasi interamente disfatto dai Turchi quel corpo. Sopraggiunta la fanteria per sostenere la ritirata di chi era restato in vita, si trovò anch'essa impegnata nel sanguinoso combattimento. Male passò anche per questi; ed ostinatosi il maresciallo nella speranza di rompere i nemici, allorchè giunse il Neuperg colle sue milizie, continuò la battaglia sino alla notte, che pose fine al macello. Quanta gente perdessero i Turchi, non si potè sapere: fu creduto che molta. Ma seppesi bene, che l'armata cesarea vi ricevette una terribil percossa, perdè il campo della battaglia, e restò sì estenuata e confusa, che nel dì seguente si ritirò di là dal Danubio, lasciando Belgrado esposto all'assedio, a cui tosto si accinsero i Turchi. Voce comune fu che almeno sei mila fossero i Tedeschi uccisi, e forse altrettanti i feriti. Che maggiore nondimeno fosse la perdita, si potè arguire da quanto poscia avvenne. Videsi allora che differenza passi, fra un saggio ed accorto generale ed un altro di tempra diversa, che non sa temporeggiare occorrendo, nè conosce qual sia il tempo, e quale il sito per assalire i nemici. Ilprincipe Eugenio, benchè posto fra Belgrado, città allora de' Turchi, e fra la poderosa oste d'essi Musulmani, quando conobbe il tempo, riportò un'insigne vittoria. Il Wallis, tuttochè avesse alle spalle Belgrado ubbidiente a lui, e potesse fermarsi nelle linee d'esso principe Eugenio, e schivare il pericoloso cimento; pure, senza essere forzato, volò a cercare la rovina, non men dell'esercito cesareo, che della propria riputazione; e si sa che, in vedere sì gran flagello, esclamò:Non ci sarà una palla anche per me?Che in questa battaglia stesse a' fianchi del granvisire l'infame conte di Bonneval, fu comunemente creduto; è a lui attribuito l'uso delle baionette nella fanteria turchesca, e alle sue lezioni l'avere con tant'ordine e bravura combattuto quei Barbari.Pure qui non finì la catena delle disavventure. Strinsero tosto i Turchi la città di Belgrado, e cominciarono col cannone e colle bombe a tempestarla. Ossia che ilmarchese di Villanuovaambasciatore del re di Francia, spedito da Costantinopoli al gran visire col giornaliero assegno di cento cinquanta piastre fattogli dal gran signore, movesse tosto parola di pace, o che in altra maniera procedesse l'affare; fuor di dubbio è ch'egli ne fu mediatore. Andò il conte di Neuperg nel campo turchesco a trattarne; non ebbe la libertà di uscir quando volle; ma giacchè avea plenipotenza dal Wallis, strinse in pochi giorni la concordia, cedendo agli Ottomani la Servia tutta con Belgrado, le cui fortificazioni si avessero a demolire; ed in oltre ad essi rilasciando Orsova e la Valacchia imperiale. Appresso si vide l'inaspettata scena, che senza aspettare risposta e ratificazione alcuna dalla corte cesarea, fu ben tosto consegnata agl'infedeli una porta di Belgrado. Persone trovatesi in quella brutta danza sostenevano, non essere rimasto sì sfasciato l'esercito cesareo, che non avesse potuto impedire un sì gran precipizio di cose; e che quella pace fu un imbroglio straordinario, di cui non s'intesero giammai i misteri, ma si provarono ben le triste conseguenze. A rendere maggiormente deplorabile la presente catastrofe di cose, si aggiugne, che il felice esercito dell'imperatrice russiana di circa ottanta mila persone, comandato dal generaleconte di Munich, passato per Polonia, valicò il Niester; diede nel dì 28 di agosto una memorabil rotta ai Turchi e Tartari, si impadronì della rinomata fortezza di Coczim; entrò vittorioso nel dì 14 di settembre in Jassi capitale della Moldavia, di modo che sì quella provincia, come laValacchia, restavano sottratte al giogo de' Turchi. Un poco di tempo che avesse aspettato il Vallis, si trovava astretto il gran visire ad accorrere contro i vincitori Russiani; ed unendosi allora l'armi cesaree colle russiane, poteano sperare maggiori progressi contro il comune nemico. Cagion fu la tregua stipulata fra Cesare e la Porta che l'ambasciator franzese marchese di Villanuova, nel dì 18 di settembre, inducesse anche il plenipotenziario della Russia alla pace, con restar Azof smantellato affatto, e restituito tutto l'occupato ai Turchi in Europa. Portato che fu a Vienna l'avviso di sì gran nembo di sciagure, non si può dire quanto se ne affliggesse l'augustoCarlo VI, sì per la scemata riputazion delle sue armi, come per la perdita di sì importante piazza, e per la maniera di questo avvenimento. Diede anche nelle smanie tutto il popolo di Vienna contra del Wallis e del Neuperg, talmente che la vita loro non sarebbe stata in salvo, se fossero capitati allora colà. Proruppero eziandio in voci ingiuriose contro ilmarchese di Villanuova, ambasciatore di Francia, come di ministro venduto alla Porta, quasichè egli in tale occasione avesse assassinati gli affari dell'imperadore; per le quali dicerie si risentì non poco l'altro ambasciator franzese di Vienna. Delle azioni ancora dei suddetti due generali sì altamente rimase disgustato l'imperial ministero, che spedì subito ordine in Ungheria pel loro arresto, e che fosse formato il processo de' lor mancamenti. Anzi pubblicò essa corte un manifesto, dove espose tutte le disubbidienze e la mala condotta d'amendue, la quale avea necessitato l'augusto monarca ad accettare una sì vergognosa tregua, giacchè la troppo affrettata consegna di Belgrado troncava il passo ad ogni altra risoluzione. Non si può già senza sdegno rammentar così dolorosa tragedia; se non che debito nostro è di chinare il capo davanti agli occulti giudizii di Dio.Picciolo Stato in Italia è San Marino,situato dieci miglia lungi da Rimini fra gli Stati della Chiesa e della Toscana. Consiste esso in un borgo con forte rocca, situato sopra la sommità d'un monte, con cinque o sei castella o comunità da esso dipendenti; ma ornato d'una invidiabil prerogativa, perchè quel popolo, indipendente da ogni principe, si governa a repubblica sotto la protezion del romano pontefice, il quale nondimeno vi conserva qualche diritto di sovranità. Diede nell'anno presente questa repubblica un buon pascolo ai novellisti per un'impensata mutazione ivi succeduta. Era tuttavia legato di Ravenna ilcardinale Giulio Alberoni. Rappresentò egli a Roma, trovarsi malcontenti que' popoli della propria libertà, perchè il governo era caduto in oligarchia, cioè che venivano essi tiranneggiati da alcuni pochi prepotenti, e però sospirar essi di suggettarsi al soave e ben regolato governo della Chiesa romana, ed averne molti di loro fatte replicate istanze al medesimo cardinale. Le saggie risposte della sacra corte furono, che esso porporato sussistendo l'oppressione e il desiderio suddetto dei Sanmarinesi, si portasse ai confini del loro paese, e quivi aspettasse coloro che volontariamente venissero ad implorar la sua protezione; e qualora la maggiore e più sana parte del popolo di San Marino si trovasse volonterosa di passare sotto l'immediato dominio della santa Sede, ne stendesse un atto autentico, e andasse a prenderne il possesso, con facoltà di regolar ivi il governo, e di confermar lutti i lor privilegii a quella gente. Bastò questo al cardinale, perchè senza tante cerimonie, e senza fermarsi alle formalità dei confini, si portasse improvvisamente a San Marino, dove chiamò ancora ducento soldati riminesi e tutta la sbirraglia della Romagna, e si fece dare il possesso della rocca, che si trovò sprovveduta di tutto. Poscia nel dì 25 di ottobre ad una messa solenne chiamò i pubblici rappresentanti del borgo, ossia della città e delle altre comunità a prestare il giuramentodi fedeltà alla santa Sede. I più giurarono, ma molti ancora pubblicamente ricusarono di farlo, ed altri se n'erano fuggiti, per non acconsentire a questo sacrifizio. Ciò non ostante, prese il cardinale giuridicamente il possesso, vi pose un governatore, e diede buone regole pel governo in avvenire. Ma poco stettero a giugnere al santo padre i richiami e le querele dei Sanmarinesi, con rappresentare alla santità sua essere proceduta quella dedizione non dalla libera elezione del popolo, ma parte dalle lusinghe e parte delle minaccie, in una parola dalla prepotenza e violenza del cardinale, che gli avea sorpresi con genti armate, ed avea fatto carcerar varie persone, e saccheggiar quattro o cinque dei renitenti alla dedizione, con pretendere ancora nata la persecuzione del legato da alcune sue private passioni ed impegni.Nell'animo giusto del pontefice e dei più saggi ed accreditati cardinali fece grande impressione questo discorso e doglianza; e tanto più perchè il legato Alberoni non aveva eseguiti gli ordini a lui prescritti nelle lettere delcardinale Firraosegretario di Stato, nè si conformavano colla verità molte cose da lui rappresentate al papa, come con sua lettera esso segretario di Stato significò al medesimo Alberoni nel dì 14 di novembre. Perciò il santo padre, alieno da ogni prepotenza e da ogni anche menoma ombra di usurpazione, non approvò l'operato fin qui. Tuttavia perchè non pochi dei Sanmarinesi veramente di cuore bramavano di sottoporsi alla santa Sede, deputò commissario apostolico monsignorEnrico Enriquez, governatore di Macerata, personaggio cospicuo pel sapere, per la prudenza e per la sua nota integrità (che oggidì nunzio pontifizio nella real corte di Spagna, va accrescendo il capitale del suo merito), con ordine di portarsi a San Marino, di prendere i voti liberi di quella gente, e di annullar gli atti precedenti, qualora si trovassero contrarii alla retta intenzione della santitàsua, e di prescrivere poscia per bene di esso popolo un saggio regolamento, a fine di esentarlo spezialmente dalla soperchieria di chi in ogni governo, senza essere principe, tende a dar legge a tutti gli altri. Intanto i Sammarinesi, da che fu partito ilcardinale Alberoni, pubblicarono un manifesto, dove si vide esposto come ingiusto e violento tutto il procedere di questo porporato, la cui penna non istette in ozio, e procurò di ribattere le ragioni e i lamenti di quel popolo. Grande strepito faceano parimente in questi tempi per l'Italia, anzi per l'universo, le mirabili azioni delloscach Nadir, ossia diTamas Kulickansofì della Persia, che, non contento di avere ricuperata la provincia di Candahar, e prese le altre di Cabul e Lahor, portò l'armi vittoriose sino al cuore del vastissimo imperio del gran Mogol, o sia dell'Indostan, con dare una terribile sconfitta agl'Indiani nel dì 22 di febbraio, con occupare la stessa capitale di Delhi, ed impadronirsi, oltre ad altre ricchezze, del famoso gioiellato trono di quel monarca, cioè d'un principe avvilito qual Sardanapalo nella voragine dei piaceri. Ma se è vero che sulla buona fede portatosi a lui lo stesso Mogol, fosse ritenuto prigione, e che esso Kulichan facesse in Delhi un macello di ducento mila persone, questo rinomato eroe, questo novello Tamerlano, denigrò di troppo con tal tradimento e con tanta crudeltà la propria gloria.

Sul principio di quest'anno furono rivolti gli occhi dei curiosi alla comparsa in Italia diFrancesco duca di Lorenae gran duca di Toscana, il quale, coll'arciduchessaMaria Teresasua consorte, e colprincipe Carlo di Lorenasuo fratello, e con corte ed equipaggio splendido nel dì 28 del precedente dicembre era giunto ai confini del veneto dominio, dove gli fu fatto un solenne e magnifico accoglimento, per parte della repubblica. Desideravano questi principi di consolare colla graziosa lor presenza i nuovi sudditi della Toscana, e insieme di riconoscere in che consistesseil cambio da essi fatto della Lorena. Ma perciocchè in questi tempi s'era forte dilatata la peste per l'Ungheria, Croazia ed altre provincie, che tutte aveano libero commercio coll'Austria ed altri paesi sottoposti in Germania a sua maestà imperiale; la veneta repubblica avea severamente bandite tutte quelle contrade, nè permetteva commercio di chi procedeva dalla Germania per venire in Italia, impiegando quel rigore che in altri tempi è stato l'antemurale della salute sua e delle provincie italiane. Grande stima ed ossequio professava il saggio senato veneto a quegl'illustri principi, ma più eziandio gli stava a cuore la pubblica sicurezza in tempi tanto pericolosi. Però non altrimenti accordò loro il passaggio per li suoi Stati, che colla condizione di fare una discreta contumacia. Loro perciò fu assegnato sul Veronese il palazzo del conte Michele Burri, dove per qualche giorno si riposarono. Ma perchè s'infastidirono in breve di quella nobil prigione, fece il gran duca istanza a Venezia, affinchè gli si abbreviassero i giorni della contumacia; e non venendo risposte concludenti, impazientatasi quella nobilissima brigata, nel dì 11 di gennaio prese da sè stessa la licenza di andarsene, e passò a Mantova. Nel dì 14 arrivarono questi generosi principi a Modena, accolti colle maggiori dimostrazioni di stima e di onore dal ducaFrancesco III, e dalle principesse sue sorelle, e qui si fermarono godendo dei divertimenti loro preparati sino al dì 17, in cui si mossero alla volta di Bologna, e di là continuarono il viaggio sino a Firenze. Il dì 20 di gennaio fu quello in cui fecero il solenne loro ingresso in essa città fra la gran calca del popolo e della copiosa foresteria, fra le incessanti acclamazioni di que' sudditi, che con archi trionfali, insigni illuminazioni ed apparati maestosi, e col giuoco ancora del calcio, espressero il loro giubilo verso dominanti pieni di tanta clemenza e gentilezza. Poscia nel dì primo di marzo si portarono a Pisa, e di là a Livorno, nelle quali due cittàebbero motivo di ammirare i nobilissimi spettacoli e divertimenti, spezialmente nell'ultima preparati a gara ed eseguiti in loro onore dai Toscani, Inglesi, Franzesi, Olandesi, Giudei ed altre nazioni. Videro anche Siena, portando poscia con loro un alto concetto di sì belle, deliziose e grandiose città, simili alle quali certamente non le potea mostrare il per altro riguardevole ducato della Lorena.

Dopo aver dato buon sesto agli affari economici e militari della Toscana, la gran duchessaMaria Teresasul fine di aprile, desiderosa di veder Milano, si mise in viaggio, e nel dì 10 arrivò a Reggio, dove, in occasion della fiera, si trovava la corte estense; ed ivi non solo godè, ma anche ammirò una delle più splendide e singolari opere in musica che si facessero allora in Italia: tanta era l'abilità dei cantanti e le vaghezza delle scene. Avea preso il gran ducaFrancescosuo consorte la risoluzione di passar per mare a Genova, e di là trasferirsi a Torino, a fin di visitare laregina di Sardegnasua sorella. Ma ito per imbarcarsi a Livorno, trovò cotanto in collera il mare, che, mutato pensiero, e prese le poste per terra, all'improvviso raggiunse in Reggio la real sua consorte. Se ne andarono poscia nel primo dì di maggio alla volta di Milano; ma il gran duca colprincipe Carloda Piacenza s'inviò verso Torino, dove giunto nel dì 3 ricevette ogni maggior finezza da quella magnifica corte. Comparvero poi anche questi due principi nel dì 6 a Milano, e dopo qualche giorno se ne tornarono tutti in Lamagna, avendo lasciato dappertutto viva memoria della somma lor benignità ed amabili costumi. Andava in questi tempi sempre più il ponteficeClemente XIIsentendo il peso degli anni, di modo che si trovava bene spesso per la debolezza confinato in letto, e sopra tutto perdè l'uso della vista. Contuttociò, continuando il vigor della sua mente, non tralasciava punto di accudire non meno al secolare che all'ecclesiastico governo. Anche in letto teneva concistoro,ed ascoltava le varie congregazioni. Dopo parecchi mesi di soggiorno in Roma, finalmente se ne partì il real principe di SassoniaFederigo, portando seco la gloria d'una singolar pietà, e di avere esercitata sì gran liberalità e cortesia verso grandi e piccioli, che di lui durerà in quelle parti una ben lunga memoria. Venuto per la Toscana, giunse nel dì 21 di novembre a Modena, dove si fermò per tre giorni a godere delle cose più rare di questa corte, e dipoi passò a Milano, con animo di quindi portarsi a Venezia per li divertimenti del seguente carnovale.

Sul fine del precedente anno e nei primi mesi del presente corsero di nuovo false voci che il baron Teodoro fosse sbarcato in Corsica, e vi si trattenesse incognito; e la curiosità d'ognuno era attenta ad osservare qual frutto producessero i maneggi del conte di Boissieux, comandante delle truppe franzesi in quell'isola, per pacificare i sollevati. Pareano disposti i Corsi ad abbracciar l'accordo esibito loro con alcune vantaggiose condizioni; ma una sola non ne sapeano digerire, cioè quella di dover consegnare tutte le loro armi; perchè, non fidandosi dei Genovesi, troppo duro e pericoloso sembrava ad essi il privarsi di que' mezzi che soli poteano far eseguire la proposta capitolazione, caso mai che a questa si mancasse. Ricalcitrando dunque essi a sì fatta concordia, si mise in testa il Boissieux di parlare d'altro tenore, ed inviò un distaccamento di truppe al borgo di Biguglia, per costringere colla forza quegli abitanti a ricevere la legge. Era il dì 13 di dicembre del 1738: si venne alle mani, e vi restarono uccisi e prigioni non pochi Franzesi, che talun fece ascendere a centinaia, il che fu creduto una falsa esagerazione. Questo fatto dall'un canto riaccese il fuoco de' Corsi, e dall'altro eccitò lo sdegno della corte di Francia contra d'essi, perchè il re, udito l'affare, giudicò essere questo non più impegno de' Genovesi, ma della sua corona. Perciòdiede ordine che passasse colà con buon rinforzo di truppe ilmarchese di Mailleboistenente generale atto a farsi ubbidire; poichè in quanto alconte di Boissieux, egli per infermità lasciò in questi tempi la vita nella Bastia. Intanto le gazzette spacciavano a più non posso nuove, cioè che il baron Teodoro si trovava in Corsica; che adon Filippoinfante di Spagna era destinato il dominio di quell'isola, e tanto più perchè s'intese stabilito il matrimonio di questo principe con madamaLuigia Elisabetta di Francia, primogenita del re CristianissimoLuigi XV, matrimonio, dissi, che fu poi compiuto e solennizzato in Versaglies nel dì 26 d'agosto dell'anno presente. Teodoro dovea essere vicerè d'esso infante, sua vita natural durante. Sogni tutti della sfaccendata gente erano questi, nè in quelle regie corti apparve mai pensiero di voler pregiudicare ai diritti della repubblica di Genova.

La verità si è, che il marchese di Maillebois sbarcò in Corsica con delle nuove truppe; e siccome personaggio di grande attività, pubblicò tosto un proclama, ordinando a tutti i Corsi di deporre l'armi, e di rimettersi alla clemenza di sua maestà Cristianissima, in pena di essere trattati da ribelli. Perchè i sollevati risposero con un manifesto, modesto sì, ma che finiva in dire:Melius est mori in bello, quam videre mala gentis nostrae;quel comandante spedì in Provenza ad imbarcare altre milizie. Ora da che si vide in buon arnese, venuto il mese di giugno, uscì in campagna con tutte le sue forze. Il terrore marciava avanti di lui; e però non tardarono gli abitanti delle pievi d'Aregno, Pino, Sant'Andrea, Lavatoggio, ed altre ch'io tralascio, a rendersi ai di lui voleri. Anzi i principali capi dei sollevati andarono a trattare con esso Maillebois, protestandosi pronti di sottomettersi agli ordini venerati del re Cristianissimo, con isperanza che sua maestà si degnerebbe di proteggerli, e di rendere loro buona giustizia. Pertantonon finì l'anno presente, che tutti quei popoli, a riserva di pochi ostinati, depositate in mano de' Franzesi le loro armi, accettarono il perdono, e si mostrarono ubbidienti, invasati intanto da una dolce lusinga di non dover più tornare sotto i Genovesi, ma che tutto quel mercato fosse per dar loro un principe della real casa di Borbone. Tale era anche la comune immaginazione degli speculatori dei gabinetti principeschi. Nè faceano caso essi dall'osservare che, per consiglio del Maillebois, i primarii capi della ribellione uscivano di Corsica, e si ricoveravano in Toscana, Napoli e Stato ecclesiastico. Intanto i Franzesi si ridussero a' quartieri d'inverno, e la maggior parte d'essi provò fiere malattie, e allo incontro il Maillebois senza misericordia facea impiccar tutti coloro che fossero colti con armi da fuoco, o continuassero nella sedizione.

Sente ribrezzo la penna mia, ora che io sono per accennare la lagrimevol campagna fatta dall'armi cristiane nella Servia ed Ungheria nell'anno presente. Nulla avea ommesso l'imperador Carlo VIper formare un'armata capace di ricuperar la gloria perduta nei due precedenti anni, e di reprimere gli sforzi degli orgogliosi Ottomani, i quali per li passati prosperosi avvenimenti aveano alzata forte la testa, e si rideano di chi loro parlava di pace. Non mancò il ponteficeClemente XIIdi spedirgli un dono di cento mila scudi, e il duca di ModenaFrancesco III, gl'inviò due battaglioni di ottocento uomini l'uno. Un gran corpo di valorose milizie bavaresi e sassone, ed altre di altri principi della Germania, erano marciate per tempo alla volta di Belgrado. I più discreti calcolavano quell'esercito almeno di sessanta mila combattenti; e si sa qual bravura alligni in petto alla nazion tedesca. Trattossi di scegliere il supremo comandante di sì fiorita armata, e fu proposto il marescialloconte Oliviero Wallis, come creduto il migliore degli altri, anche per testimonianza del fu maresciallo di Staremberg.Fama corse che a tal elezione ripugnasse l'ottimo e giudizioso augusto monarca, per le relazioni più volte a lui date, che questo generale fosse uomo impetuoso e bestiale, e che avesse il segreto di farsi poco amare dagli altri, del che aveva egli lasciato anche in Italia e in Sicilia più d'una memoria. Ma il buon imperadore, siccome quegli che ordinariamente giudicava meglio degli altri, ma poi si arrendeva al parere dei più, credendo che a tante teste avesse da cedere il sentimento di un solo, si lasciò indurre a concedere al Wallis il supremo comando dell'armi in questa campagna. Andò esso generale a mettersi alla testa di quell'esercito, e trovò che il gran visire veniva con un'armata ascendente a sessanta mila Turchi, ma che andava ogni dì più crescendo per altri rinforzi di gente che sopravvenivano.

Trovavasi il Wallis col grosso dell'esercito suo a Zwerbrusck, quattro leghe distante da Belgrado, quando intese che un corpo di Turchi era ito a postarsi nel vantaggioso posto di Crotska, tre leghe lungi dal suo campo; e tosto lo sconsigliato generale, dopo aver tirato nel suo parere il consiglio di guerra, prese la risoluzione di andarli ad assalire nel dì 22 di luglio, festa di santa Maria Maddalena, voglioso di scacciarli da quel posto, prima che vi si trincierassero. Dissi sconsigliato, perchè prestata troppa fede alla sola relazione di una spia doppia, non cercò prima di chiarirsi, se si trovasse in Crotska non già un distaccamento, ma bensì tutta l'armata dei musulmani col gran visire, e già in parte trincierata; e perchè avea bensì ordinato al generale Neuperg di passare il Danubio, e di venire ad unirsi seco col suo corpo consistente in circa quindici mila soldati; ma poi senza volerlo aspettare a cagion dell'emulazione che era fra loro, attaccò la mischia. Quel che è più, perchè volle assalire i nemici ben postati fra i boschi, e con istrade sì strette ed intralciate, che non si potè formare se non una lieve linea, e questa espostaalla moschetteria de' nemici, i quali la battevano per fianco, allorchè volle inoltrarsi o retrocedere. Oltre a ciò, marciò innanzi il Wallis con soli quattordici reggimenti di cavalleria e diciotto compagnie di granatieri, senza esser secondato dalla fanteria, che tardi poscia arrivò. Che ne avvenne dunque? restò quasi interamente disfatto dai Turchi quel corpo. Sopraggiunta la fanteria per sostenere la ritirata di chi era restato in vita, si trovò anch'essa impegnata nel sanguinoso combattimento. Male passò anche per questi; ed ostinatosi il maresciallo nella speranza di rompere i nemici, allorchè giunse il Neuperg colle sue milizie, continuò la battaglia sino alla notte, che pose fine al macello. Quanta gente perdessero i Turchi, non si potè sapere: fu creduto che molta. Ma seppesi bene, che l'armata cesarea vi ricevette una terribil percossa, perdè il campo della battaglia, e restò sì estenuata e confusa, che nel dì seguente si ritirò di là dal Danubio, lasciando Belgrado esposto all'assedio, a cui tosto si accinsero i Turchi. Voce comune fu che almeno sei mila fossero i Tedeschi uccisi, e forse altrettanti i feriti. Che maggiore nondimeno fosse la perdita, si potè arguire da quanto poscia avvenne. Videsi allora che differenza passi, fra un saggio ed accorto generale ed un altro di tempra diversa, che non sa temporeggiare occorrendo, nè conosce qual sia il tempo, e quale il sito per assalire i nemici. Ilprincipe Eugenio, benchè posto fra Belgrado, città allora de' Turchi, e fra la poderosa oste d'essi Musulmani, quando conobbe il tempo, riportò un'insigne vittoria. Il Wallis, tuttochè avesse alle spalle Belgrado ubbidiente a lui, e potesse fermarsi nelle linee d'esso principe Eugenio, e schivare il pericoloso cimento; pure, senza essere forzato, volò a cercare la rovina, non men dell'esercito cesareo, che della propria riputazione; e si sa che, in vedere sì gran flagello, esclamò:Non ci sarà una palla anche per me?Che in questa battaglia stesse a' fianchi del granvisire l'infame conte di Bonneval, fu comunemente creduto; è a lui attribuito l'uso delle baionette nella fanteria turchesca, e alle sue lezioni l'avere con tant'ordine e bravura combattuto quei Barbari.

Pure qui non finì la catena delle disavventure. Strinsero tosto i Turchi la città di Belgrado, e cominciarono col cannone e colle bombe a tempestarla. Ossia che ilmarchese di Villanuovaambasciatore del re di Francia, spedito da Costantinopoli al gran visire col giornaliero assegno di cento cinquanta piastre fattogli dal gran signore, movesse tosto parola di pace, o che in altra maniera procedesse l'affare; fuor di dubbio è ch'egli ne fu mediatore. Andò il conte di Neuperg nel campo turchesco a trattarne; non ebbe la libertà di uscir quando volle; ma giacchè avea plenipotenza dal Wallis, strinse in pochi giorni la concordia, cedendo agli Ottomani la Servia tutta con Belgrado, le cui fortificazioni si avessero a demolire; ed in oltre ad essi rilasciando Orsova e la Valacchia imperiale. Appresso si vide l'inaspettata scena, che senza aspettare risposta e ratificazione alcuna dalla corte cesarea, fu ben tosto consegnata agl'infedeli una porta di Belgrado. Persone trovatesi in quella brutta danza sostenevano, non essere rimasto sì sfasciato l'esercito cesareo, che non avesse potuto impedire un sì gran precipizio di cose; e che quella pace fu un imbroglio straordinario, di cui non s'intesero giammai i misteri, ma si provarono ben le triste conseguenze. A rendere maggiormente deplorabile la presente catastrofe di cose, si aggiugne, che il felice esercito dell'imperatrice russiana di circa ottanta mila persone, comandato dal generaleconte di Munich, passato per Polonia, valicò il Niester; diede nel dì 28 di agosto una memorabil rotta ai Turchi e Tartari, si impadronì della rinomata fortezza di Coczim; entrò vittorioso nel dì 14 di settembre in Jassi capitale della Moldavia, di modo che sì quella provincia, come laValacchia, restavano sottratte al giogo de' Turchi. Un poco di tempo che avesse aspettato il Vallis, si trovava astretto il gran visire ad accorrere contro i vincitori Russiani; ed unendosi allora l'armi cesaree colle russiane, poteano sperare maggiori progressi contro il comune nemico. Cagion fu la tregua stipulata fra Cesare e la Porta che l'ambasciator franzese marchese di Villanuova, nel dì 18 di settembre, inducesse anche il plenipotenziario della Russia alla pace, con restar Azof smantellato affatto, e restituito tutto l'occupato ai Turchi in Europa. Portato che fu a Vienna l'avviso di sì gran nembo di sciagure, non si può dire quanto se ne affliggesse l'augustoCarlo VI, sì per la scemata riputazion delle sue armi, come per la perdita di sì importante piazza, e per la maniera di questo avvenimento. Diede anche nelle smanie tutto il popolo di Vienna contra del Wallis e del Neuperg, talmente che la vita loro non sarebbe stata in salvo, se fossero capitati allora colà. Proruppero eziandio in voci ingiuriose contro ilmarchese di Villanuova, ambasciatore di Francia, come di ministro venduto alla Porta, quasichè egli in tale occasione avesse assassinati gli affari dell'imperadore; per le quali dicerie si risentì non poco l'altro ambasciator franzese di Vienna. Delle azioni ancora dei suddetti due generali sì altamente rimase disgustato l'imperial ministero, che spedì subito ordine in Ungheria pel loro arresto, e che fosse formato il processo de' lor mancamenti. Anzi pubblicò essa corte un manifesto, dove espose tutte le disubbidienze e la mala condotta d'amendue, la quale avea necessitato l'augusto monarca ad accettare una sì vergognosa tregua, giacchè la troppo affrettata consegna di Belgrado troncava il passo ad ogni altra risoluzione. Non si può già senza sdegno rammentar così dolorosa tragedia; se non che debito nostro è di chinare il capo davanti agli occulti giudizii di Dio.

Picciolo Stato in Italia è San Marino,situato dieci miglia lungi da Rimini fra gli Stati della Chiesa e della Toscana. Consiste esso in un borgo con forte rocca, situato sopra la sommità d'un monte, con cinque o sei castella o comunità da esso dipendenti; ma ornato d'una invidiabil prerogativa, perchè quel popolo, indipendente da ogni principe, si governa a repubblica sotto la protezion del romano pontefice, il quale nondimeno vi conserva qualche diritto di sovranità. Diede nell'anno presente questa repubblica un buon pascolo ai novellisti per un'impensata mutazione ivi succeduta. Era tuttavia legato di Ravenna ilcardinale Giulio Alberoni. Rappresentò egli a Roma, trovarsi malcontenti que' popoli della propria libertà, perchè il governo era caduto in oligarchia, cioè che venivano essi tiranneggiati da alcuni pochi prepotenti, e però sospirar essi di suggettarsi al soave e ben regolato governo della Chiesa romana, ed averne molti di loro fatte replicate istanze al medesimo cardinale. Le saggie risposte della sacra corte furono, che esso porporato sussistendo l'oppressione e il desiderio suddetto dei Sanmarinesi, si portasse ai confini del loro paese, e quivi aspettasse coloro che volontariamente venissero ad implorar la sua protezione; e qualora la maggiore e più sana parte del popolo di San Marino si trovasse volonterosa di passare sotto l'immediato dominio della santa Sede, ne stendesse un atto autentico, e andasse a prenderne il possesso, con facoltà di regolar ivi il governo, e di confermar lutti i lor privilegii a quella gente. Bastò questo al cardinale, perchè senza tante cerimonie, e senza fermarsi alle formalità dei confini, si portasse improvvisamente a San Marino, dove chiamò ancora ducento soldati riminesi e tutta la sbirraglia della Romagna, e si fece dare il possesso della rocca, che si trovò sprovveduta di tutto. Poscia nel dì 25 di ottobre ad una messa solenne chiamò i pubblici rappresentanti del borgo, ossia della città e delle altre comunità a prestare il giuramentodi fedeltà alla santa Sede. I più giurarono, ma molti ancora pubblicamente ricusarono di farlo, ed altri se n'erano fuggiti, per non acconsentire a questo sacrifizio. Ciò non ostante, prese il cardinale giuridicamente il possesso, vi pose un governatore, e diede buone regole pel governo in avvenire. Ma poco stettero a giugnere al santo padre i richiami e le querele dei Sanmarinesi, con rappresentare alla santità sua essere proceduta quella dedizione non dalla libera elezione del popolo, ma parte dalle lusinghe e parte delle minaccie, in una parola dalla prepotenza e violenza del cardinale, che gli avea sorpresi con genti armate, ed avea fatto carcerar varie persone, e saccheggiar quattro o cinque dei renitenti alla dedizione, con pretendere ancora nata la persecuzione del legato da alcune sue private passioni ed impegni.

Nell'animo giusto del pontefice e dei più saggi ed accreditati cardinali fece grande impressione questo discorso e doglianza; e tanto più perchè il legato Alberoni non aveva eseguiti gli ordini a lui prescritti nelle lettere delcardinale Firraosegretario di Stato, nè si conformavano colla verità molte cose da lui rappresentate al papa, come con sua lettera esso segretario di Stato significò al medesimo Alberoni nel dì 14 di novembre. Perciò il santo padre, alieno da ogni prepotenza e da ogni anche menoma ombra di usurpazione, non approvò l'operato fin qui. Tuttavia perchè non pochi dei Sanmarinesi veramente di cuore bramavano di sottoporsi alla santa Sede, deputò commissario apostolico monsignorEnrico Enriquez, governatore di Macerata, personaggio cospicuo pel sapere, per la prudenza e per la sua nota integrità (che oggidì nunzio pontifizio nella real corte di Spagna, va accrescendo il capitale del suo merito), con ordine di portarsi a San Marino, di prendere i voti liberi di quella gente, e di annullar gli atti precedenti, qualora si trovassero contrarii alla retta intenzione della santitàsua, e di prescrivere poscia per bene di esso popolo un saggio regolamento, a fine di esentarlo spezialmente dalla soperchieria di chi in ogni governo, senza essere principe, tende a dar legge a tutti gli altri. Intanto i Sammarinesi, da che fu partito ilcardinale Alberoni, pubblicarono un manifesto, dove si vide esposto come ingiusto e violento tutto il procedere di questo porporato, la cui penna non istette in ozio, e procurò di ribattere le ragioni e i lamenti di quel popolo. Grande strepito faceano parimente in questi tempi per l'Italia, anzi per l'universo, le mirabili azioni delloscach Nadir, ossia diTamas Kulickansofì della Persia, che, non contento di avere ricuperata la provincia di Candahar, e prese le altre di Cabul e Lahor, portò l'armi vittoriose sino al cuore del vastissimo imperio del gran Mogol, o sia dell'Indostan, con dare una terribile sconfitta agl'Indiani nel dì 22 di febbraio, con occupare la stessa capitale di Delhi, ed impadronirsi, oltre ad altre ricchezze, del famoso gioiellato trono di quel monarca, cioè d'un principe avvilito qual Sardanapalo nella voragine dei piaceri. Ma se è vero che sulla buona fede portatosi a lui lo stesso Mogol, fosse ritenuto prigione, e che esso Kulichan facesse in Delhi un macello di ducento mila persone, questo rinomato eroe, questo novello Tamerlano, denigrò di troppo con tal tradimento e con tanta crudeltà la propria gloria.


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