MDCCXXXVIAnno diCristoMDCCXXXVI. Indiz.XIV.Clemente XIIpapa 7.Carlo VIimperadore 26.Il primo frutto che si provò della pace conchiusa fra l'imperadore e il re Cristianissimo, spuntò nell'imperiale città di Vienna. Giacchè Dio avea dato all'AugustoCarlo VIun figlio maschio, e poi sel ritolse, pensò esso monarca di provvedere al mantenimento della nobilissima sua casa coll'unico ripiego che restava, cioè di provvedere di un degno marito l'arciduchessaMaria Teresasua figlia primogenita, già destinata alla successione della monarchia austriaca in difetto di maschi. Grande era l'affetto d'esso imperadore verso diFrancesco Stefanoduca di Lorena, sì per le vantaggiose sue qualità di mente e di cuore, come ancora pel sangue austriaco che gli circolava nelle vene. Questo principe fu scelto per marito d'essa arciduchessa. Era egli in età di ventisette anni, perchè nato nel dì 8 di dicembre del 1708, e l'arciduchessa era già entrata nell'anno diciottesimo, siccome nata nel dì 15 di maggio del 1717. Con tutta magnificenza ed inesplicabile allegria nel dì 12 di febbraio seguì il maritaggio di questi principi reali colla benedizione di monsignoreDomenico Passioneinunzio apostolico; e continuarono dipoi per molti giorni le feste e i divertimenti, gareggiando ognuno in applaudire ad un matrimonio che prometteva ogni maggior felicità a quei popoli, e dovea far rivivere nei lor discendenti l'augusta casa d'Austria degna dell'immortalità. Ma la imperial corte ebbe da lì a non molto tempo motivo di molta tristezza per la perdita che fece del principeFrancesco Eugeniodi Savoia, eroe sempre memorabile dei nostri tempi. Nel dì 21 d'aprile terminò egli i suoi giorni in età di settantadue anni: principe che per le militari azioni si meritò il titolo diinvincibile, e di essere tenuto pel più prode capitano che si abbia in questo secoloavuto l'Europa; principe, dissi, riguardato qual padre da tutte le cesaree milizie, sicure che l'andare sotto di lui ad una battaglia lo stesso era che vincere, o almeno non essere vinto; principe di somma saviezza, di rara splendidezza, per cui fece insigni fabbriche, ed impiegò sempre gran copia di artefici di varie professioni; ed accoppiando colla gravità la cortesia, nello stesso tempo si conciliava la stima e l'amore di tutti. L'intero catalogo di tutte le altre sue belle doti e virtù si dee raccogliere dalla funebre orazione in onor suo composta dal suddetto nunzio, ora cardinale Passionei, e da più d'una storia di chi prese ad illustrareex professola vita e le gloriose gesta di lui. Quale si conveniva ad un principe di sì chiaro nome, e cotanto benemerito della casa d'Austria, fu il funerale che per ordine dell'augustoCarlo VIgli venne fatto in Vienna.Era già stabilita la concordia fra i due primi monarchi della cristianità; contuttociò si penò forte in Italia a provarne gli effetti. Non sapeva digerire il re CattolicoFilippo Vpreliminari che privavano il re di Napoli e Sicilia suo figlio del ducato della Toscana, e spezialmente di Piacenza e Parma, città predilette della reginaElisabetta Farnesesua consorte. Conveniva nondimeno cedere, perchè così desiderava la corte di Francia, e così comandava la forza dell'armi cesaree, dalle quali si mirava come attorniata la Toscana; ma di far la cessione ed approvarla non se ne sentiva esso re di Spagna la voglia. Perciò andarono innanzi e indietro corrieri, e sempre venivano nuove difficoltà da Madrid; e guerra non era in Italia, ma continuavano in essa i mali tutti della guerra. Imperciocchè negli Stati della Chiesa s'erano innicchiati con tante soldatesche i generali cesarei; nè per quanto si raccomandasse con calde lettere il ponteficeClemente XIIalle corti di Vienna e Parigi, appariva disposizione alcuna di liberar que' paesi dall'insoffribile lor peso.Nella Toscana stava saldo l'esercito spagnuolo, siccome ancora negli Stati di Milano e di Modena si riposavano le armate di Francia e di Sardegna alle spese degl'infelici popoli, spolpati ormai da tante contribuzioni ed aggravii. Dal marescialloduca di Noagliesfu spedito in Toscana il tenente generalesignor di Lautrec, personaggio di gran saviezza e disinvoltura, per concertare colduca di Montemaril ritiro dell'armi spagnuole da quelle piazze, e da Parma e Piacenza; ma siccome il Montemar non riceveva dalla sua corte se non ordini imbrogliati e nulla concludenti, così neppur egli sapeva rispondere alle premure de' Franzesi, se non con obbliganti parole, scompagnate nondimeno dai fatti. Venne l'aprile, in cui i Franzesi lasciarono affatto libero agl'imperiali il ducato di Mantova; e perchè dovettero intervenir delle minaccie, agli 11 d'esso mese gli Spagnuoli si ritirarono dalla Mirandola, dopo averne estratte le tante munizioni da lor preparate pel sospirato assedio di Mantova, lasciandovi entrare quattrocento Tedeschi colà condotti dal generaleconte di Wactendonk, il quale restituì ivi nell'esercizio del dominio il duca di Modena. Conoscendo del pari essi Spagnuoli che neppur poteano sostenere Parma e Piacenza, si diedero per tempo ad evacuar quelle due città, asportandone non dirò tutti i preziosi mobili, arredi, pitture, libreria, e gallerie della casa Farnese, ma fino i chiodi dei palazzi, non senza lagrime di que' popoli, che restavano non solamente privi dei propri principi, ma anche spogliati di tanti ornamenti della lor patria. Oltre a ciò, inviarono alla volta di Genova tutti i cannoni di loro ragione, e vi unirono ancora gli altri, ch'erano anticamente delle stesse città, oppure de' Farnesi. Risaputosi ciò dai Tedeschi, sul fine d'aprile il generaleconte di Kevenhullerspinse in fretta colà il suo reggimento con trecento usseri, che arrivarono a tempo per fermar quelle artiglierie e sequestrarle, pretendendoledoti delle fortezze di Parma e Piacenza: intorno a che fu dipoi lunga lite, ma col perderla gli Spagnuoli.Ora, affinchè non apparisse che il re Cattolico cedesse in guisa alcuna gli Stati suddetti all'imperadore, o ne approvasse la cessione, i suoi ministri, assolute che ebbero dal giuramento prestato al reale infante quelle comunità, prima che arrivassero i Tedeschi, abbandonarono Parma e Piacenza e gli altri luoghi, dei quali nel dì 3 di maggio, fu preso il possesso dalprincipe di Lobcovitzgenerale cesareo. Avea fin quiRinaldo d'Esteduca di Modena coraggiosamente sostenuto il suo volontario esilio in Bologna, nel mentre che gl'innocenti suoi popoli si trovavano esorbitantemente aggravati dai Franzesi, senza alcun titolo insignoriti di questi Stati. Non volle più ritardare il magnanimo re Cristianissimo a questo principe il ritorno nel suo ducato; e però per ordine delduca di Noaglies, nel dì 23 di maggio, lasciarono i Franzesi libera la città e cittadella di Modena, e nei giorni seguenti anche Reggio e gli altri luoghi d'esso sovrano. Pertanto nel dì 24 di esso mese se ne tornò il duca di Modena alla sua capitale, dove fu accolto con sì strepitose acclamazioni del popolo, testimoniante dopo tanti guai il giubilo suo in rivedere il principe proprio, che egli stesso, andato a dirittura al duomo, per pagare all'Altissimo il tributo dei ringraziamenti, non potè ritenere le lagrime al riconoscere l'inveterato amore dei sudditi suoi. Intanto si ridusse addosso all'infelice Stato di Milano tutto il peso delle milizie franzesi; nè via appariva, che gli Spagnuoli si volessero snidare dalla Toscana, nè i Tedeschi dagli Stati della Chiesa, essendo essi pervenuti sino a Macerata e a Foligno. Solamente si osservò che ilduca di Montemarcominciò ad alleggerirsi delle tante sue milizie, inviandone parte per terra verso il regno di Napoli, e parte per mare in Catalogna. Similmente, nel mese di luglio, s'incamminarono alla volta della Germania alcunide' reggimenti cesarei che opprimevano il Ferrarese, Bolognese e la Romagna. Ma non per questo mai si vedeva data l'ultima mano alla pace, per le differenti pretensioni de' principi. Ilre di Sardegna, oltre al Novarese e Tortonese, esigeva cinquantasette feudi nelle Langhe. Nel mese d'agosto venne la commissione di soddisfarlo; il che fece sciogliere l'incanto; perciocchè nel dì 26 d'esso mese i Gallo-Sardi rilasciarono agl'imperiali il possesso di Cremona, e nel dì 28 quello di Pizzighettone. Nel dì 7 di settembre, entrati che furono due reggimenti cesarei nella città di Milano, finalmente da quel castello si ritirò la guernigion franzese e piemontese, lasciandolo in potere d'essi imperiali. Già erano stati consegnati i forti di Lecco, Trezzo e Fuentes e Lodi. Poscia nel dì 9 entrarono gli Alemanni nelle fortezze d'Arona e Domodoscela, e finalmente nel dì 11 in Pavia: con che restò evacuato tutto lo Stato di Milano dalle truppe gallo-sarde. Videsi anche libero lo Stato della Chiesa dalle milizie alemanne.Ma per conto della Toscana, benchè gran parte degli Spagnuoli fosse marciata a levante e ponente, pure niuna apparenza v'era che ilconte di Montemarvolesse dimettere Pisa e Livorno. Sulla speranza di entrare in quella città, o per far paura agli Spagnuoli, inviò ilgenerale Kevenhullerun corpo di truppe cesaree in Lunigiana e sul Lucchese. Ad altro questo non servì che ad aggravar quelle contrade, ed accostandosi il verno fu egli anche obbligato a richiamarle in Lombardia senza aver messo il piede in Toscana. Duravano tuttavia le discrepanze della corte di Vienna col re delle Due Sicilie, ed anche col re Cattolico; perciocchè avea ben l'imperadore inviata la sua libera cessione de' regni di Napoli e Sicilia, ma il reale infante, nella cession sua della Toscana, Parma e Piacenza voleva riserbarsi tutti gli allodiali della casa Medicea e Farnese. Similmente pretendeva il re Cattolico che, venendo amancare in Toscana la linea mascolina del duca di Lorena, dovessero quegli Stati pervenire alla Spagna, laddove esso duca intendeva di ottenerli liberi, e senza vincolo alcuno, come erano gli Stati di Lorena da lui ceduti alla Francia. Per cagione di questi nodi arrivò il fine di dicembre senza che fossero ammesse nelle piazze della Toscana l'armi cesaree. Riuscì anche fastidioso al ponteficeClemente XIIl'anno presente. La santa Sede, tanto venerata in addietro, e rispettata da tutti i principi cattolici, provò un diverso trattamento nei tempi correnti, perchè pareano congiurate le potenze a far da padrone negli Stati della Chiesa, senza il dovuto riguardo alla sublime dignità e sovranità pontificia. Già si è veduto quanti malanni sofferissero senza alcun loro demerito per tanti mesi dalle truppe cesaree le legazioni di Bologna, Ferrara e Ravenna, le cui comunità benchè dal benefico papa fossero in sì dura oppressione sovvenute con gran copia di danaro, pure rimasero estenuate e cariche di debiti, per l'esorbitante peso di tante contribuzioni.Da disavventure d'altra sorte non andò esente neppure la stessa Roma. Quivi si erano postati non pochi ingaggiatori spagnuoli, che senza saputa, non che senza consenso del vecchio papa, per diritto o per rovescio arrolavano gente. Chi sa quel mestiere, facilmente concepirà che non pochi disordini ed avanie occorsero; perchè molti ingannati, e senza sapere qual impegno prendessero, o per propria balordaggine, o per altrui malizia, si ritrovarono venduti. Ora i padri deploravano i figli perduti, ora le mogli i mariti; e scoperto in fine onde venisse il male, i Trasteverini nel dì 15 di marzo improvvisamente attruppati in numero di cinque o sei mila persone, corsero alle case di quegl'ingaggiatori, e, dopo aver liberati a furia gl'ingaggiati, s'avviarono al palazzo Farnese, dove ruppero tutte le finestre, e gittarono a terra l'armi dell'infante don Carlo. Al primoavviso di questo disordine comandò tosto ilgovernator di Romache gli Svizzeri, le corazze e i birri accorressero al riparo. Furono questi dalla furia di quella gente rispinti, nè si potè impedire che non passasse la sbrigliata plebe al palazzo del re Cattolico in piazza di Spagna, dove uccise un uffiziale, e seguirono altre morti e feriti. Ma nella domenica delle Palme si riaccese la sedizione, perchè i Trasteverini coi borghigiani andarono per isforzar le guardie messe ai ponti. Il più ardito d'essi fu steso morto a terra, perlochè infuriati i seguaci superarono il passo, e misero in fuga i soldati. Anche i montigiani da un'altra parte si mossero, e seguirono ferite di chi per accidente si trovò passar per le strade. Volle Dio che non poterono giugnere di nuovo al palazzo di Spagna, dove erano preparati centocinquanta fucilieri e quattro cannoni carichi a cartoccio: gran male ne seguiva. Per rimediare a questo sconcerto, furono la sera inviati ilprincipe di Santa Crocefedele Austriaco, e ilmarchese Crescenziuno de' conservatori, a parlamentare coi sollevati, i quali richiesero la libertà degl'ingaggiati del loro rione, e la liberazion di alcuni già carcerati per cagion della sollevazione, e il perdono generale a tutti. Ottennero quanto desideravano; e dappoichè videro loro mantenuta la parola, andarono poi tutti lieti gridando:Viva il papa. Si pubblicò poscia un rigoroso editto contro gl'ingaggiatori; e perchè costoro non cessavano di fare il solito giuoco, seguirono alcune altre contese, delle quali a me non occorre di far menzione.Un disordine ne tirò dietro un altro. Per la nuova del tentativo fatto in Roma contra degli Spagnuoli, si fermarono su quel di Velletri circa tre mila soldati di quella nazione, che erano in viaggio alla volta di Napoli; e mancando loro i foraggi, si diedero a tagliare i grani in erba. Per questa cagione nel dì 21 d'aprile si mise in armi tutto quel popolo, risoluto non solo di vietare il passaggio per la lorocittà a quelle milizie, ma di forzarle a partirsi, e si venne alle brutte. Accorse colà ilcardinal Francesco Barberino, ma non potè calmare il tumulto. Per questo in Roma si accrebbe la guernigion dei soldati. Volarono intanto corrieri a Napoli e a Madrid, e si trattò in Roma colcardinale Acquavivadelle soddisfazioni richieste per l'insulto dei Trasteverini. Perchè non furono quali si esigevano, esso porporato coll'altro diBellugasi ritirò da Roma; fece levar l'armi di Spagna e di Napoli dai palazzi, e ordinò a tutti i Napoletani e Spagnuoli di uscire della città nel termine di dieci giorni. Da Napoli fu fatto uscire il nunzio del papa. Anche in Madrid grave risentimento fu fatto con obbligar quella corte il nunzio apostolico a marciare fuori del regno, con chiudere la nunziatura, e proibire ogni ricorso alla dateria, gastigando in tal maniera l'innocente pontefice per eccessi non suoi, e ai quali non avevano mancato i suoi ministri di apprestar quel rimedio che fu possibile. Peggio ancora avvenne. Nel dì 7 di maggio entrate le milizie spagnuole in Velletri, piantarono in più luoghi le forche, carcerarono gran copia di persone, e commisero poi mille insolenze e violenze contra di quel popolo, il quale fu forzato a pagare otto mila scudi per esimersi dal sacco. Una truppa eziandio di granatieri spagnuoli, passata ad Ostia, incendiò le capanne di que' salinari, saccheggiò le officine; ed altri intimarono alla città di Palestrina il pagamento di quindici mila scudi pel gran reato di aver chiuse le porte ad alcuni pochi Spagnuoli che volevano entrarvi. Altri affanni ancora provò il papa dalla parte de' Tedeschi, per essere stato carcerato un uffiziale cesareo; ed altri dalla corte di Francia, il cui ambasciatore si ritirò da Roma per cagion della nomina di un vescovo fatta dal re Stanislao, e non accettata dal papa. Bollivano parimente le note controversie colla corte di Savoia. In somma sembrava che ognun dei potentati con abuso della sua potenzasi facesse lecito d'insultare il sommo pontefice con tutto il suo retto operare: alle quali offese egli nondimeno altre armi non oppose che quelle della mansuetudine e della pazienza. In mezzo nulladimeno a tali burrasche si osservò, essere stato dichiarato vicerè di Sicilia il principe donBortolomeo Corsininipote di sua santità, personaggio dotato di singolar saviezza: il che fece maravigliare più d'uno.Anche la Corsica in questi tempi apprestò alla pubblica curiosità una commedia, che diede molto da discorrere. Duravano più che mai le turbolenze in quell'isola con grave dispendio della repubblica di Genova; quando nell'aprile, condotto da una nave inglese procedente da Tunisi, colà sbarcò un personaggio incognito, seco conducendo dieci cannoni e molte provvisioni da guerra, ed anche danaro. Fu accolto dai sollevati con gran gioia ed onore, e preso per loro capo, anzi nel dì 15 di esso mese fu onorato col titolo di re di Corsica: cosa che non si può negare, benchè altri dicessero solamente di vicerè, perchè si pretendea che fosse stato inviato colà da qualche potenza che aspirasse al dominio di quell'isola. Sul principio non era conosciuto chi fosse questo sì ardito e fortunato campione, ma si venne poi scoprendo, e i Genovesi con un lor manifesto il dipinsero coi più neri colori di uomo senza religione, di un truffatore, di un alchimista, e come il più infame dei viventi, e pubblicarono ancora contra di lui una grossa taglia. La verità si è che costui eraTeodoro Antonio barone di Newoff, nato suddito del re di Prussia, e di casa nobile, che da venturiere, dopo aver fatto di molti viaggi per le corti di Europa, ora in lieta, ora in triste fortuna, avea in fine saputo cogliere nella rete vari mercatanti affinchè l'assistessero in questa impresa, con promettere loro mari e monti, assiso che fosse sul maestoso trono della Corsica. Prese, egli con vigore quel governo, creò conti e marchesi con gran liberalità;istituì un ordine militare di cavalieri appellati della Liberazione, e ne aspettava ognuno delle meraviglie. Ma non finì l'anno che parve finita anche la fortuna di questo comico regnante; e divulgossi, che dopo aver egli cominciato ad esercitare un'autorità troppo dispotica, arrivando a punire chi non eseguiva a puntino gli ordini suoi, la nazion dei Corsi non tardò a convertire l'amore in odio, e poscia in dispregio, perchè mai non comparivano quei tanti soccorsi che sulle prime aveva egli promesso. Pertanto, temendo egli della vita, segretamente imbarcatosi nel dì 12 di novembre, comparve a Livorno, travestito da frate, ed appena sbarcato prese le poste, senza sapersi per qual parte. La verità nondimeno fu, non essere stata fuga la sua, perchè egli, prima di partirsi, nel dì quarto di novembre, pubblicò un editto, con cui costituì i ministri del governo durante la sua lontananza. Andò egli per procurar nuovi rinforzi a quella nazione.Era, siccome dicemmo, restato vedovoCarlo Emmanuelere di Sardegna, e volendo passare alle terze nozze, intavolò il nuovo suo matrimonio colla principessaElisabetta Teresa, sorella diFrancesco Stefanoduca di Lorena, in cui concorrevano, oltre all'insigne nobiltà, le più rare doti di animo e di corpo. Era nata nel dì 15 di ottobre del 1711 dal ducaLeopoldo Giuseppee dalla duchessaElisabetta Carlotta d'Orleans, sorella del giàFilippo, duca di Orleansreggente di Francia. Fu pubblicato in Vienna questo maritaggio, e si andarono disponendo le parti per effettuarlo colla convenevol magnificenza. Nell'anno presente la mortalità dei buoi cominciò a serpeggiare pel Piemonte, Novarese, Lodigiano e Cremonese: il che di sommo danno riuscì a quelle contrade, e di grande spavento agli altri paesi, che tutti si misero in guardia per esentarsi da sì terribile eccidio. Provossi in varie parti del regno di Napoli e dello Stato ecclesiastico stesso flagello. Risonavano intanto perItalia le prodezze dell'armi russiane contra de' Turchi, perchè dall'un canto s'impadronirono dell'importante fortezza d'Azof, e dall'altro penetrarono anche nella Crimea dove lasciarono una funesta memoria a que' Tartari, assassini in addietro della Russia e Polonia. Gran gloria per questo venne all'imperadrice russiana, se non che i progressi suoi cagion furono che la Porta Ottomana, pacificata con lo scach Nadir, o sia Tamas Kulican, re della Persia, facesse uno straordinario armamento, e dichiarasse la guerra contra di lei. Era collegato di essa imperadriceAnnal'AugustoCarlo VI, e cominciossi per tempo a scorgere ch'egli era per impugnare la spada in difesa di lei: al qual fine tutte le milizie alemanne cavate d'Italia, ed altre della Germania sfilarono verso la bassa Ungheria ai confini dei Turchi. Non meno il ministro di Francia che quei delle potenze marittime molto si adoperarono per distorre sua maestà cesarea da questo impegno; ma non ne ricavarono se non dubbiose risposte, perchè l'imperadore avea fatto esporre a Costantinopoli varie doglianze e minaccie ed aspettava se facessero frutto. Era negli anni addietro nata in Inghilterra una setta appellata deiLiberi Muratori,consistente nell'union di varie persone, e queste ordinariamente nobili, ricche o di qualche merito particolare, inclinate a solazzarsi in maniera diversa dal volgo. Con solennità venivano ammessi i nuovi fratelli a questo istituto, e loro si dava giuramento di non rivelare i segreti della società. Raunavansi costoro di tanto io tanto in una casa eletta per loro congresso, chiamata la Loggia, dove passavano il tempo in lieti ragionamenti e in deliziosi conviti, conditi per lo più da sinfonie musicali. Verisimilmente aveano essi preso il modello di sì fatte conversazioni dagli antichi epicurei, i quali, per attestato di Cicerone e Numenio, con somma giovialità e concordia passavano le ore in somiglianti ridotti. D'Inghilterra fece passaggio in Francia e in Germaniaquesto rito, e in Parigi fu creduto che si contassero sedici Logge, alle quali erano scritti personaggi della primaria nobiltà. Allorchè si trattò di creare il gran mastro, più brogli si fecero ivi che in Polonia per l'elezione d'un nuovo re. Si tenne per certo che anche in alcuna città d'Italia penetrasse e prendesse piede la medesima novità. Contuttochè protestassero costoro, essere prescritto dalle loro leggi, di non parlare di religione, nè del pubblico governo in quelle combriccole, e fosse fuor di dubbio che non vi si ammetteva il sesso femineo, nè ragionamento di cose oscene, nè vi era sentore di altra sorta di libidine: nondimeno i sovrani, e molto più i sacri pastori, stavano in continuo batticuore che sotto il segreto di tali adunanze, renduto impenetrabile pel preso giuramento, si covasse qualche magagna, pericolosa e forse pregiudiziale alla pubblica quiete e ai buoni costumi. Però il pontefice Clemente XII nell'anno presente stimò suo debito di proibire e di sottoporre alle censure la setta dei Liberi Muratori. Anche in Francia l'autorità regia s'interpose per dissipar queste nuvole, che in fatti da lì a non molto tempo si ridussero in nulla, almeno in quelle parti e in Italia. Fu poi cagione un tal divieto o rovina che più non credendosi tenuti al segreto i membri di essa repubblica, dopo il piacere di aver dato lungo tempo la corda alla pubblica curiosità, rompessero gli argini, e divulgassero anche con pubblici libri tutto il sistema e rituale di quella novità. Trovossi, terminare essa in una invenzione di darsi bel tempo con riti ridicolosi, ma sostenuti con gran gravità; nè altra maggior deformità vi comparve, se non quella del giuramento del segreto preso sul Vangelo per occultar così fatte inezie. Ridicola cosa anche fu che in una città della Germania dall'ignoranza e semplicità venne spacciato e fatto credere al popolo, autore della medesima setta chi scrive le presenti memorie.
Il primo frutto che si provò della pace conchiusa fra l'imperadore e il re Cristianissimo, spuntò nell'imperiale città di Vienna. Giacchè Dio avea dato all'AugustoCarlo VIun figlio maschio, e poi sel ritolse, pensò esso monarca di provvedere al mantenimento della nobilissima sua casa coll'unico ripiego che restava, cioè di provvedere di un degno marito l'arciduchessaMaria Teresasua figlia primogenita, già destinata alla successione della monarchia austriaca in difetto di maschi. Grande era l'affetto d'esso imperadore verso diFrancesco Stefanoduca di Lorena, sì per le vantaggiose sue qualità di mente e di cuore, come ancora pel sangue austriaco che gli circolava nelle vene. Questo principe fu scelto per marito d'essa arciduchessa. Era egli in età di ventisette anni, perchè nato nel dì 8 di dicembre del 1708, e l'arciduchessa era già entrata nell'anno diciottesimo, siccome nata nel dì 15 di maggio del 1717. Con tutta magnificenza ed inesplicabile allegria nel dì 12 di febbraio seguì il maritaggio di questi principi reali colla benedizione di monsignoreDomenico Passioneinunzio apostolico; e continuarono dipoi per molti giorni le feste e i divertimenti, gareggiando ognuno in applaudire ad un matrimonio che prometteva ogni maggior felicità a quei popoli, e dovea far rivivere nei lor discendenti l'augusta casa d'Austria degna dell'immortalità. Ma la imperial corte ebbe da lì a non molto tempo motivo di molta tristezza per la perdita che fece del principeFrancesco Eugeniodi Savoia, eroe sempre memorabile dei nostri tempi. Nel dì 21 d'aprile terminò egli i suoi giorni in età di settantadue anni: principe che per le militari azioni si meritò il titolo diinvincibile, e di essere tenuto pel più prode capitano che si abbia in questo secoloavuto l'Europa; principe, dissi, riguardato qual padre da tutte le cesaree milizie, sicure che l'andare sotto di lui ad una battaglia lo stesso era che vincere, o almeno non essere vinto; principe di somma saviezza, di rara splendidezza, per cui fece insigni fabbriche, ed impiegò sempre gran copia di artefici di varie professioni; ed accoppiando colla gravità la cortesia, nello stesso tempo si conciliava la stima e l'amore di tutti. L'intero catalogo di tutte le altre sue belle doti e virtù si dee raccogliere dalla funebre orazione in onor suo composta dal suddetto nunzio, ora cardinale Passionei, e da più d'una storia di chi prese ad illustrareex professola vita e le gloriose gesta di lui. Quale si conveniva ad un principe di sì chiaro nome, e cotanto benemerito della casa d'Austria, fu il funerale che per ordine dell'augustoCarlo VIgli venne fatto in Vienna.
Era già stabilita la concordia fra i due primi monarchi della cristianità; contuttociò si penò forte in Italia a provarne gli effetti. Non sapeva digerire il re CattolicoFilippo Vpreliminari che privavano il re di Napoli e Sicilia suo figlio del ducato della Toscana, e spezialmente di Piacenza e Parma, città predilette della reginaElisabetta Farnesesua consorte. Conveniva nondimeno cedere, perchè così desiderava la corte di Francia, e così comandava la forza dell'armi cesaree, dalle quali si mirava come attorniata la Toscana; ma di far la cessione ed approvarla non se ne sentiva esso re di Spagna la voglia. Perciò andarono innanzi e indietro corrieri, e sempre venivano nuove difficoltà da Madrid; e guerra non era in Italia, ma continuavano in essa i mali tutti della guerra. Imperciocchè negli Stati della Chiesa s'erano innicchiati con tante soldatesche i generali cesarei; nè per quanto si raccomandasse con calde lettere il ponteficeClemente XIIalle corti di Vienna e Parigi, appariva disposizione alcuna di liberar que' paesi dall'insoffribile lor peso.Nella Toscana stava saldo l'esercito spagnuolo, siccome ancora negli Stati di Milano e di Modena si riposavano le armate di Francia e di Sardegna alle spese degl'infelici popoli, spolpati ormai da tante contribuzioni ed aggravii. Dal marescialloduca di Noagliesfu spedito in Toscana il tenente generalesignor di Lautrec, personaggio di gran saviezza e disinvoltura, per concertare colduca di Montemaril ritiro dell'armi spagnuole da quelle piazze, e da Parma e Piacenza; ma siccome il Montemar non riceveva dalla sua corte se non ordini imbrogliati e nulla concludenti, così neppur egli sapeva rispondere alle premure de' Franzesi, se non con obbliganti parole, scompagnate nondimeno dai fatti. Venne l'aprile, in cui i Franzesi lasciarono affatto libero agl'imperiali il ducato di Mantova; e perchè dovettero intervenir delle minaccie, agli 11 d'esso mese gli Spagnuoli si ritirarono dalla Mirandola, dopo averne estratte le tante munizioni da lor preparate pel sospirato assedio di Mantova, lasciandovi entrare quattrocento Tedeschi colà condotti dal generaleconte di Wactendonk, il quale restituì ivi nell'esercizio del dominio il duca di Modena. Conoscendo del pari essi Spagnuoli che neppur poteano sostenere Parma e Piacenza, si diedero per tempo ad evacuar quelle due città, asportandone non dirò tutti i preziosi mobili, arredi, pitture, libreria, e gallerie della casa Farnese, ma fino i chiodi dei palazzi, non senza lagrime di que' popoli, che restavano non solamente privi dei propri principi, ma anche spogliati di tanti ornamenti della lor patria. Oltre a ciò, inviarono alla volta di Genova tutti i cannoni di loro ragione, e vi unirono ancora gli altri, ch'erano anticamente delle stesse città, oppure de' Farnesi. Risaputosi ciò dai Tedeschi, sul fine d'aprile il generaleconte di Kevenhullerspinse in fretta colà il suo reggimento con trecento usseri, che arrivarono a tempo per fermar quelle artiglierie e sequestrarle, pretendendoledoti delle fortezze di Parma e Piacenza: intorno a che fu dipoi lunga lite, ma col perderla gli Spagnuoli.
Ora, affinchè non apparisse che il re Cattolico cedesse in guisa alcuna gli Stati suddetti all'imperadore, o ne approvasse la cessione, i suoi ministri, assolute che ebbero dal giuramento prestato al reale infante quelle comunità, prima che arrivassero i Tedeschi, abbandonarono Parma e Piacenza e gli altri luoghi, dei quali nel dì 3 di maggio, fu preso il possesso dalprincipe di Lobcovitzgenerale cesareo. Avea fin quiRinaldo d'Esteduca di Modena coraggiosamente sostenuto il suo volontario esilio in Bologna, nel mentre che gl'innocenti suoi popoli si trovavano esorbitantemente aggravati dai Franzesi, senza alcun titolo insignoriti di questi Stati. Non volle più ritardare il magnanimo re Cristianissimo a questo principe il ritorno nel suo ducato; e però per ordine delduca di Noaglies, nel dì 23 di maggio, lasciarono i Franzesi libera la città e cittadella di Modena, e nei giorni seguenti anche Reggio e gli altri luoghi d'esso sovrano. Pertanto nel dì 24 di esso mese se ne tornò il duca di Modena alla sua capitale, dove fu accolto con sì strepitose acclamazioni del popolo, testimoniante dopo tanti guai il giubilo suo in rivedere il principe proprio, che egli stesso, andato a dirittura al duomo, per pagare all'Altissimo il tributo dei ringraziamenti, non potè ritenere le lagrime al riconoscere l'inveterato amore dei sudditi suoi. Intanto si ridusse addosso all'infelice Stato di Milano tutto il peso delle milizie franzesi; nè via appariva, che gli Spagnuoli si volessero snidare dalla Toscana, nè i Tedeschi dagli Stati della Chiesa, essendo essi pervenuti sino a Macerata e a Foligno. Solamente si osservò che ilduca di Montemarcominciò ad alleggerirsi delle tante sue milizie, inviandone parte per terra verso il regno di Napoli, e parte per mare in Catalogna. Similmente, nel mese di luglio, s'incamminarono alla volta della Germania alcunide' reggimenti cesarei che opprimevano il Ferrarese, Bolognese e la Romagna. Ma non per questo mai si vedeva data l'ultima mano alla pace, per le differenti pretensioni de' principi. Ilre di Sardegna, oltre al Novarese e Tortonese, esigeva cinquantasette feudi nelle Langhe. Nel mese d'agosto venne la commissione di soddisfarlo; il che fece sciogliere l'incanto; perciocchè nel dì 26 d'esso mese i Gallo-Sardi rilasciarono agl'imperiali il possesso di Cremona, e nel dì 28 quello di Pizzighettone. Nel dì 7 di settembre, entrati che furono due reggimenti cesarei nella città di Milano, finalmente da quel castello si ritirò la guernigion franzese e piemontese, lasciandolo in potere d'essi imperiali. Già erano stati consegnati i forti di Lecco, Trezzo e Fuentes e Lodi. Poscia nel dì 9 entrarono gli Alemanni nelle fortezze d'Arona e Domodoscela, e finalmente nel dì 11 in Pavia: con che restò evacuato tutto lo Stato di Milano dalle truppe gallo-sarde. Videsi anche libero lo Stato della Chiesa dalle milizie alemanne.
Ma per conto della Toscana, benchè gran parte degli Spagnuoli fosse marciata a levante e ponente, pure niuna apparenza v'era che ilconte di Montemarvolesse dimettere Pisa e Livorno. Sulla speranza di entrare in quella città, o per far paura agli Spagnuoli, inviò ilgenerale Kevenhullerun corpo di truppe cesaree in Lunigiana e sul Lucchese. Ad altro questo non servì che ad aggravar quelle contrade, ed accostandosi il verno fu egli anche obbligato a richiamarle in Lombardia senza aver messo il piede in Toscana. Duravano tuttavia le discrepanze della corte di Vienna col re delle Due Sicilie, ed anche col re Cattolico; perciocchè avea ben l'imperadore inviata la sua libera cessione de' regni di Napoli e Sicilia, ma il reale infante, nella cession sua della Toscana, Parma e Piacenza voleva riserbarsi tutti gli allodiali della casa Medicea e Farnese. Similmente pretendeva il re Cattolico che, venendo amancare in Toscana la linea mascolina del duca di Lorena, dovessero quegli Stati pervenire alla Spagna, laddove esso duca intendeva di ottenerli liberi, e senza vincolo alcuno, come erano gli Stati di Lorena da lui ceduti alla Francia. Per cagione di questi nodi arrivò il fine di dicembre senza che fossero ammesse nelle piazze della Toscana l'armi cesaree. Riuscì anche fastidioso al ponteficeClemente XIIl'anno presente. La santa Sede, tanto venerata in addietro, e rispettata da tutti i principi cattolici, provò un diverso trattamento nei tempi correnti, perchè pareano congiurate le potenze a far da padrone negli Stati della Chiesa, senza il dovuto riguardo alla sublime dignità e sovranità pontificia. Già si è veduto quanti malanni sofferissero senza alcun loro demerito per tanti mesi dalle truppe cesaree le legazioni di Bologna, Ferrara e Ravenna, le cui comunità benchè dal benefico papa fossero in sì dura oppressione sovvenute con gran copia di danaro, pure rimasero estenuate e cariche di debiti, per l'esorbitante peso di tante contribuzioni.
Da disavventure d'altra sorte non andò esente neppure la stessa Roma. Quivi si erano postati non pochi ingaggiatori spagnuoli, che senza saputa, non che senza consenso del vecchio papa, per diritto o per rovescio arrolavano gente. Chi sa quel mestiere, facilmente concepirà che non pochi disordini ed avanie occorsero; perchè molti ingannati, e senza sapere qual impegno prendessero, o per propria balordaggine, o per altrui malizia, si ritrovarono venduti. Ora i padri deploravano i figli perduti, ora le mogli i mariti; e scoperto in fine onde venisse il male, i Trasteverini nel dì 15 di marzo improvvisamente attruppati in numero di cinque o sei mila persone, corsero alle case di quegl'ingaggiatori, e, dopo aver liberati a furia gl'ingaggiati, s'avviarono al palazzo Farnese, dove ruppero tutte le finestre, e gittarono a terra l'armi dell'infante don Carlo. Al primoavviso di questo disordine comandò tosto ilgovernator di Romache gli Svizzeri, le corazze e i birri accorressero al riparo. Furono questi dalla furia di quella gente rispinti, nè si potè impedire che non passasse la sbrigliata plebe al palazzo del re Cattolico in piazza di Spagna, dove uccise un uffiziale, e seguirono altre morti e feriti. Ma nella domenica delle Palme si riaccese la sedizione, perchè i Trasteverini coi borghigiani andarono per isforzar le guardie messe ai ponti. Il più ardito d'essi fu steso morto a terra, perlochè infuriati i seguaci superarono il passo, e misero in fuga i soldati. Anche i montigiani da un'altra parte si mossero, e seguirono ferite di chi per accidente si trovò passar per le strade. Volle Dio che non poterono giugnere di nuovo al palazzo di Spagna, dove erano preparati centocinquanta fucilieri e quattro cannoni carichi a cartoccio: gran male ne seguiva. Per rimediare a questo sconcerto, furono la sera inviati ilprincipe di Santa Crocefedele Austriaco, e ilmarchese Crescenziuno de' conservatori, a parlamentare coi sollevati, i quali richiesero la libertà degl'ingaggiati del loro rione, e la liberazion di alcuni già carcerati per cagion della sollevazione, e il perdono generale a tutti. Ottennero quanto desideravano; e dappoichè videro loro mantenuta la parola, andarono poi tutti lieti gridando:Viva il papa. Si pubblicò poscia un rigoroso editto contro gl'ingaggiatori; e perchè costoro non cessavano di fare il solito giuoco, seguirono alcune altre contese, delle quali a me non occorre di far menzione.
Un disordine ne tirò dietro un altro. Per la nuova del tentativo fatto in Roma contra degli Spagnuoli, si fermarono su quel di Velletri circa tre mila soldati di quella nazione, che erano in viaggio alla volta di Napoli; e mancando loro i foraggi, si diedero a tagliare i grani in erba. Per questa cagione nel dì 21 d'aprile si mise in armi tutto quel popolo, risoluto non solo di vietare il passaggio per la lorocittà a quelle milizie, ma di forzarle a partirsi, e si venne alle brutte. Accorse colà ilcardinal Francesco Barberino, ma non potè calmare il tumulto. Per questo in Roma si accrebbe la guernigion dei soldati. Volarono intanto corrieri a Napoli e a Madrid, e si trattò in Roma colcardinale Acquavivadelle soddisfazioni richieste per l'insulto dei Trasteverini. Perchè non furono quali si esigevano, esso porporato coll'altro diBellugasi ritirò da Roma; fece levar l'armi di Spagna e di Napoli dai palazzi, e ordinò a tutti i Napoletani e Spagnuoli di uscire della città nel termine di dieci giorni. Da Napoli fu fatto uscire il nunzio del papa. Anche in Madrid grave risentimento fu fatto con obbligar quella corte il nunzio apostolico a marciare fuori del regno, con chiudere la nunziatura, e proibire ogni ricorso alla dateria, gastigando in tal maniera l'innocente pontefice per eccessi non suoi, e ai quali non avevano mancato i suoi ministri di apprestar quel rimedio che fu possibile. Peggio ancora avvenne. Nel dì 7 di maggio entrate le milizie spagnuole in Velletri, piantarono in più luoghi le forche, carcerarono gran copia di persone, e commisero poi mille insolenze e violenze contra di quel popolo, il quale fu forzato a pagare otto mila scudi per esimersi dal sacco. Una truppa eziandio di granatieri spagnuoli, passata ad Ostia, incendiò le capanne di que' salinari, saccheggiò le officine; ed altri intimarono alla città di Palestrina il pagamento di quindici mila scudi pel gran reato di aver chiuse le porte ad alcuni pochi Spagnuoli che volevano entrarvi. Altri affanni ancora provò il papa dalla parte de' Tedeschi, per essere stato carcerato un uffiziale cesareo; ed altri dalla corte di Francia, il cui ambasciatore si ritirò da Roma per cagion della nomina di un vescovo fatta dal re Stanislao, e non accettata dal papa. Bollivano parimente le note controversie colla corte di Savoia. In somma sembrava che ognun dei potentati con abuso della sua potenzasi facesse lecito d'insultare il sommo pontefice con tutto il suo retto operare: alle quali offese egli nondimeno altre armi non oppose che quelle della mansuetudine e della pazienza. In mezzo nulladimeno a tali burrasche si osservò, essere stato dichiarato vicerè di Sicilia il principe donBortolomeo Corsininipote di sua santità, personaggio dotato di singolar saviezza: il che fece maravigliare più d'uno.
Anche la Corsica in questi tempi apprestò alla pubblica curiosità una commedia, che diede molto da discorrere. Duravano più che mai le turbolenze in quell'isola con grave dispendio della repubblica di Genova; quando nell'aprile, condotto da una nave inglese procedente da Tunisi, colà sbarcò un personaggio incognito, seco conducendo dieci cannoni e molte provvisioni da guerra, ed anche danaro. Fu accolto dai sollevati con gran gioia ed onore, e preso per loro capo, anzi nel dì 15 di esso mese fu onorato col titolo di re di Corsica: cosa che non si può negare, benchè altri dicessero solamente di vicerè, perchè si pretendea che fosse stato inviato colà da qualche potenza che aspirasse al dominio di quell'isola. Sul principio non era conosciuto chi fosse questo sì ardito e fortunato campione, ma si venne poi scoprendo, e i Genovesi con un lor manifesto il dipinsero coi più neri colori di uomo senza religione, di un truffatore, di un alchimista, e come il più infame dei viventi, e pubblicarono ancora contra di lui una grossa taglia. La verità si è che costui eraTeodoro Antonio barone di Newoff, nato suddito del re di Prussia, e di casa nobile, che da venturiere, dopo aver fatto di molti viaggi per le corti di Europa, ora in lieta, ora in triste fortuna, avea in fine saputo cogliere nella rete vari mercatanti affinchè l'assistessero in questa impresa, con promettere loro mari e monti, assiso che fosse sul maestoso trono della Corsica. Prese, egli con vigore quel governo, creò conti e marchesi con gran liberalità;istituì un ordine militare di cavalieri appellati della Liberazione, e ne aspettava ognuno delle meraviglie. Ma non finì l'anno che parve finita anche la fortuna di questo comico regnante; e divulgossi, che dopo aver egli cominciato ad esercitare un'autorità troppo dispotica, arrivando a punire chi non eseguiva a puntino gli ordini suoi, la nazion dei Corsi non tardò a convertire l'amore in odio, e poscia in dispregio, perchè mai non comparivano quei tanti soccorsi che sulle prime aveva egli promesso. Pertanto, temendo egli della vita, segretamente imbarcatosi nel dì 12 di novembre, comparve a Livorno, travestito da frate, ed appena sbarcato prese le poste, senza sapersi per qual parte. La verità nondimeno fu, non essere stata fuga la sua, perchè egli, prima di partirsi, nel dì quarto di novembre, pubblicò un editto, con cui costituì i ministri del governo durante la sua lontananza. Andò egli per procurar nuovi rinforzi a quella nazione.
Era, siccome dicemmo, restato vedovoCarlo Emmanuelere di Sardegna, e volendo passare alle terze nozze, intavolò il nuovo suo matrimonio colla principessaElisabetta Teresa, sorella diFrancesco Stefanoduca di Lorena, in cui concorrevano, oltre all'insigne nobiltà, le più rare doti di animo e di corpo. Era nata nel dì 15 di ottobre del 1711 dal ducaLeopoldo Giuseppee dalla duchessaElisabetta Carlotta d'Orleans, sorella del giàFilippo, duca di Orleansreggente di Francia. Fu pubblicato in Vienna questo maritaggio, e si andarono disponendo le parti per effettuarlo colla convenevol magnificenza. Nell'anno presente la mortalità dei buoi cominciò a serpeggiare pel Piemonte, Novarese, Lodigiano e Cremonese: il che di sommo danno riuscì a quelle contrade, e di grande spavento agli altri paesi, che tutti si misero in guardia per esentarsi da sì terribile eccidio. Provossi in varie parti del regno di Napoli e dello Stato ecclesiastico stesso flagello. Risonavano intanto perItalia le prodezze dell'armi russiane contra de' Turchi, perchè dall'un canto s'impadronirono dell'importante fortezza d'Azof, e dall'altro penetrarono anche nella Crimea dove lasciarono una funesta memoria a que' Tartari, assassini in addietro della Russia e Polonia. Gran gloria per questo venne all'imperadrice russiana, se non che i progressi suoi cagion furono che la Porta Ottomana, pacificata con lo scach Nadir, o sia Tamas Kulican, re della Persia, facesse uno straordinario armamento, e dichiarasse la guerra contra di lei. Era collegato di essa imperadriceAnnal'AugustoCarlo VI, e cominciossi per tempo a scorgere ch'egli era per impugnare la spada in difesa di lei: al qual fine tutte le milizie alemanne cavate d'Italia, ed altre della Germania sfilarono verso la bassa Ungheria ai confini dei Turchi. Non meno il ministro di Francia che quei delle potenze marittime molto si adoperarono per distorre sua maestà cesarea da questo impegno; ma non ne ricavarono se non dubbiose risposte, perchè l'imperadore avea fatto esporre a Costantinopoli varie doglianze e minaccie ed aspettava se facessero frutto. Era negli anni addietro nata in Inghilterra una setta appellata deiLiberi Muratori,consistente nell'union di varie persone, e queste ordinariamente nobili, ricche o di qualche merito particolare, inclinate a solazzarsi in maniera diversa dal volgo. Con solennità venivano ammessi i nuovi fratelli a questo istituto, e loro si dava giuramento di non rivelare i segreti della società. Raunavansi costoro di tanto io tanto in una casa eletta per loro congresso, chiamata la Loggia, dove passavano il tempo in lieti ragionamenti e in deliziosi conviti, conditi per lo più da sinfonie musicali. Verisimilmente aveano essi preso il modello di sì fatte conversazioni dagli antichi epicurei, i quali, per attestato di Cicerone e Numenio, con somma giovialità e concordia passavano le ore in somiglianti ridotti. D'Inghilterra fece passaggio in Francia e in Germaniaquesto rito, e in Parigi fu creduto che si contassero sedici Logge, alle quali erano scritti personaggi della primaria nobiltà. Allorchè si trattò di creare il gran mastro, più brogli si fecero ivi che in Polonia per l'elezione d'un nuovo re. Si tenne per certo che anche in alcuna città d'Italia penetrasse e prendesse piede la medesima novità. Contuttochè protestassero costoro, essere prescritto dalle loro leggi, di non parlare di religione, nè del pubblico governo in quelle combriccole, e fosse fuor di dubbio che non vi si ammetteva il sesso femineo, nè ragionamento di cose oscene, nè vi era sentore di altra sorta di libidine: nondimeno i sovrani, e molto più i sacri pastori, stavano in continuo batticuore che sotto il segreto di tali adunanze, renduto impenetrabile pel preso giuramento, si covasse qualche magagna, pericolosa e forse pregiudiziale alla pubblica quiete e ai buoni costumi. Però il pontefice Clemente XII nell'anno presente stimò suo debito di proibire e di sottoporre alle censure la setta dei Liberi Muratori. Anche in Francia l'autorità regia s'interpose per dissipar queste nuvole, che in fatti da lì a non molto tempo si ridussero in nulla, almeno in quelle parti e in Italia. Fu poi cagione un tal divieto o rovina che più non credendosi tenuti al segreto i membri di essa repubblica, dopo il piacere di aver dato lungo tempo la corda alla pubblica curiosità, rompessero gli argini, e divulgassero anche con pubblici libri tutto il sistema e rituale di quella novità. Trovossi, terminare essa in una invenzione di darsi bel tempo con riti ridicolosi, ma sostenuti con gran gravità; nè altra maggior deformità vi comparve, se non quella del giuramento del segreto preso sul Vangelo per occultar così fatte inezie. Ridicola cosa anche fu che in una città della Germania dall'ignoranza e semplicità venne spacciato e fatto credere al popolo, autore della medesima setta chi scrive le presenti memorie.