MDCCXXXVIIAnno diCristoMDCCXXXVII. Indiz.XV.Clemente XIIpapa 8.Carlo VIimperadore 27.Alla per fine spuntò nell'anno presente la tanto sospirata iride di pace in Italia con allegrezza inesplicabile di tutti i popoli; e quantunque tal serenità non fosse esente da qualche nebbia per le non mai quiete pretensioni dei potentati, pure, cessando affatto lo strepito dell'armi in queste parti, giusto motivo ebbe ciascuno di rallegrarsene. Fin qui ostinatamente erano persistite in Livorno e Pisa le guernigioni spagnuole, senza voler cedere alle truppe tedesche, disposte secondo i preliminari a prenderne possesso a nome delduca di Lorena. Fu detto che seguisse in Pontremoli il cambio delle cessioni fatte da sua maestà cesarea ai regni di Napoli e Sicilia, e dal re delle Due Sicilie ai ducati di Toscana, Parma e Piacenza. Può dubitarsene, da che si seppe che il re CattolicoFilippo Vnon volle in quest'anno sottoscrivere essi preliminari, ed è certo cheCarlore di Napoli e Sicilia si riservò certe pretensioni che avrebbero potuto intorbidar la concordia. Comunque fosse, il generale spagnuoloduca di Montemarsul principio di quest'anno, giunta che fu a Livorno una buona quantità di legni, in quelli imbarcò il presidio d'essa città, ed altre fanterie spagnuole inviò verso le fortezze della maremma di Siena; dopo di che, senza far cessione alcuna di Livorno, nel dì 9 di gennaio abbandonò quella città, dove restò la sola guernigione del gran ducaGian Gastone. Lasciarono gli Spagnuoli nella Toscana la memoria di molti aggravii inferiti a quegli Stati. Pertanto da lì ad alquanti giorni entrato in Toscana il generale tedescoWactendonckcon alcuni reggimenti cesarei, prese, a nome del duca di Lorena, possesso di Livorno, con prestare giuramento di fedeltà al gran duca, le cui milizie insieme colle tedesche cominciarono a montare la guardia. Distribuì eziandioalcune di quelle soldatesche in Siena, Pisa e Porto Ferraio, le quali osservarono miglior disciplina che le precedenti. Pochi mesi passarono che il presidio spagnuolo di Orbitello, abbisognando di legna per uso proprio e per le fortificazioni, ne fece richiesta al gran duca. Perchè risposta non veniva, un grosso distaccamento d'essi Spagnuoli passò a tagliare sul Sanese circa mille e secento alberi. Ne furono fatte doglianze, ed avrebbe questa violenza potuto cagionar delle nuove rotture, se la corte di Vienna, ossia il duca di Lorena, non si fosse ora trovato nei gravi impegni, dei quali fra poco parleremo. Colla pazienza si sopì quel disordine.Intanto, angustiato dal male d'orina e da altri incomodi di corpo il gran ducaGian Gastone de' Medicisi ridusse agli estremi di sua vita, e nel dì 9 di luglio con segni di molta pietà restò liberato dai pensieri ed affanni del mondo. Era principe di gran mente, di somma affabilità e di una volontà tutta inclinata al pubblico bene; e quantunque la sua poca sanità il tenesse per lo più ristretto in camera o in letto, pure, valendosi di saggi ed onorati ministri, mantenne sempre un'esatta giustizia, e in vece di accrescere i pesi ai suoi sudditi, più tosto cercò di sminuirli. Liberale verso la gente di merito, protettore delle lettere, e sommamente caritativo verso i poveri, tal memoria lasciò di sè, che chiunque avea sparlato di lui vivente, ebbe poi a compiangerlo morto. In lui finì la linea maschile della insigne regnante casa de' Medici, con disavventura inesplicabile dell'Italia, che seguitava a perdere i suoi principi naturali; ma senza paragone riuscì più sensibile ai popoli della Toscana, i quali indarno s'erano lusingati di poter tornare a repubblica, nè solamente restarono senza i principi Medicei, che tanta gloria e rispetto aveano fin qui procacciato a Firenze e alla Toscana, ma venivano a restar sottoposti ad un sovrano certamente benignissimo egeneroso, pure obbligato da' suoi interessi a fare la residenza sua fuori d'Italia. Gran fortuna è l'avere i principi proprii. L'averli anche difettosi, meglio è regolarmente che il non averne alcuno, giacchè lo stesso è che averli lontani; mentre fuori degli Stati ridotti in provincia volano le rendite, e dee il popolo soggiacere ai governatori, i quali non sempre seco portano l'amore a' paesi dove non han da fare le radici. Dopo la morte di questo principe con tutta quiete ilprincipe di Craone gli altri ministri lorenesi presero il possesso della Toscana a nome di sua altezza realeFrancesco Stefanoduca di Lorena, genero dell'imperadore, che fu proclamato gran duca. Profittò ben la Francia di questo avvenimento, perchè le cessò l'obbligo di pagare ad esso duca di Lorena quattro milioni e mezzo di Francia, finchè egli fosse entrato in possesso della Toscana. La vedova elettrice palatinaAnna Maria Luigia de' Medici, sorella del defunto gran duca Gian Gastone, prese anch'ella il possesso dei mobili e allodiali della casa paterna, ascendenti ad un valsente incredibile, nè solamente degli esistenti nella Toscana, ma anche in Roma, nello Stato ecclesiastico e in altri paesi. Tuttavia non tardò a saltar fuori una scintilla, che i saggi ben previdero potere un dì produrre qualche incendio. CioèCarlore di Napoli e di Sicilia prese lo scorruccio per la morte di esso gran duca, ed insieme il titolo di ereditario degli allodiali della casa de Medici, siccome principe già adottato dalla medesima per figlio; ed altrettanto fece anche il Cattolico reFilippo Vsuo padre. A tal pretensione non s'era trovato finora ripiego. Furono fatte per questo proteste giuridiche tanto in Firenze che in Roma. Alla vedova elettrice fu esibito molto di autorità nel governo, premendo al novello gran duca di tenersi amica questa principessa, donna tanto ricca, e di mirabil talento e saviezza. Ma se ne scusò ella per cagion della sua avanzata età.Ebbe compimento in quest'anno il maritaggio diCarlo Emmanuelere di Sardegna colla principessaElisabettasorella del suddetto duca di Lorena. La funzione fu fatta in Luneville, dove ilprincipe di Carignanosostenne le veci del re; dopo di che si mise in viaggio essa novella regina alla volta della Savoia. Nell'ultimo giorno di marzo pervenne essa a Ponte Beauvoisin sui confini; ed essendosi giù portato colà il re con tutta la corte, e con accompagnamento magnifico di guardie e milizie, fu ad incontrarla, conducendola poi a Sciambery, dove presero per una settimana riposo. Nella sera del dì 22 di aprile fecero i reali sposi il magnifico loro ingresso in Torino fra la gran folla dei sudditi e forestieri accorsi a quelle feste, e fra l'ale della fanteria e cavalleria, mentre intanto le artiglierie facevano un incessante plauso alle loro maestà. Non quella sola sera si videro illuminate le strade di Torino, ma anche nelle seguenti; nè mancarono fuochi artifiziali, ed altri suntuosi divertimenti, in sì lieta congiuntura. Passava in questi tempi non lieve disputa fra esso re di Sardegna e la corte di Vienna, giacchè egli pretendeva la terra di Serravalle per distretto di Tortona; laddove i cesarei la teneano per dominio staccato da quella città. Continuavano intanto i maneggi della sacra corte di Roma con quelle di Madrid, Portogallo, Napoli e Savoia per le controversie vertenti con esse. Rallegrossi dipoi quella gran città al vedere nel marzo di quest'anno ritornati colà icardinali AcquavivaeBellugacon indizio di sperata riconciliazione. Per trattarne venne a Roma come mediatore ilcardinale Spinelliarcivescovo di Napoli, personaggio di gran credito e di obbliganti maniere; e vi comparve ancoramonsignor Gallianigran limosiniere del re delle Due Sicilie, per esporre le pretensioni di quel monarca. Finalmente nel dì 27 di settembre si vide qualche apparenza di aggiustamento fra la santa Sede e i re di Spagna e di Napoli: il che recò incredibil consolazionea Roma; quantunque in questi ultimi tempi non succedesse mai discordia e concordia alcuna, in cui non iscapitasse sempre la corte pontificia. Non finirono per questo le pretensioni, nè si riaprirono per anche le nunziature di Madrid e di Napoli. Contuttociò la Dateria cominciò a far le sue spedizioni. Per le differenze di Portogallo e di Savoia ripiego alcuno finora non si trovò.Aveano i tanti saccheggi fatti dai Tartari della Russia, col condurne schiavi migliaia di uomini, commossa in fine a risentimentoAnna imperadriced'essa Russia, non solo contra di quei masnadieri, ma contra gli stessi Turchi, i quali con tutte le querele e proteste dei Russiani mai non vollero apportarvi rimedio. Due suoi valenti generali con due possenti armate nel precedente anno aveano data una buona lezione a quegl'infedeli; ilLascìcol prendere la fortezza d'Azof, e ilMunichcon una terribil invasione nella Crimea. Fece per questo il sultano dei Turchi, già pacifico co' Persiani, un gagliardo armamento contro i Russiani; e quantunque s'interponesse l'AugustoCarlo VIper trattar di pace, non ne riportò che belle parole, insistendo sempre i Turchi nella restituzione d'Azof. Lega difensiva era fra esso imperadore e la Russia; e però non volendo Cesare lasciar soperchiare dai musulmani l'imperadrice suddetta, avea spedito ai confini dell'Ungheria la maggior parte delle sue forze, e dichiarato generalissimo d'essoFrancesco Stefano duca di Lorena, divenuto in questo anno gran duca di Toscana. La direzion dell'armi cesaree fu data algenerale Seckendorf, protestante di professione, con doglianza del sommo pontefice, il quale non mancò di promettere sussidii di danaro a Cesare per questa guerra. Un bel principio si diede ad essa colla presa della città di Nissa, per cui furono cantati piùTe Deum. Ma non passò molto che si videro andare a precipizio tutti gli affari dell'imperadore in quelle parti. Comandava il Seckendorf ad una fioritissimaarmata, capace di grandi imprese, avendola alcuni fatta ascendere sino ad ottanta mila valorosi combattenti. Quel generale, invece di tener unite tante forze e di assediar daddovero la forte piazza di Widin, o pure di tentar l'acquisto della Bossina, spartì in varii corpi e distaccamenti l'esercito suo, e niun di essi riportò se non percosse e disonore, tuttochè i musulmani sulle prime si trovassero più d'un poco smilzi di forze in quelle parti. Il principe d'Hildburgausen, inviato con poche migliaia d'armati sotto Banialuca capitale della Bossina, tutti perdè i suoi attrezzi e gran gente, e ringraziò la fortuna di essersi potuto salvar colla fuga. Nella Croazia verso Vaccup, e sotto Widin furono battuti gl'imperiali, e Nissa venne ricuperata dai Turchi. Si perdè il Seckendorf intorno ad Usitza, cioè ad una bicocca, e la prese: questa fu l'unica sua prodezza. I Turchi la ricuperarono poi nell'anno seguente. Andarono lamenti a Vienna; laonde, richiamato egli alla corte, lasciò il comando al generaleFilippi; ed essendo stato posto in carcere, fu contra di lui dato principio ad un processo. Non istimarono veramente i saggi che questo personaggio avesse punto mancato alla fede e all'onore. Il suo delitto, secondo il sentimento d'altri, fu quello di non saper fare il condottier di armate: mestiere forse il più difficile di tutti; benchè non mancasse chi l'esentava da questo difetto.Certamente poi non avea più la corte cesarea unCarloducadi Lorena, unprincipe Eugenio, nè un maresciallo diStaremberg, nè iCaprara, nè iVeterani, nè altri simili personaggi di gran mente e savia condotta, che sapessero dirigere un esercito ai danni del nemico, e difender alle occorrenze. Per altro facendo conoscere la sperienza che talvolta le belle armate cesaree combattono col bisogno, il Seckendorf addusse ancor questo per sua discolpa, certo essendo che a cagion della mancanza dei viveri per più giorni quell'esercito si mantenne come potè invita colle pannocchie del frumentone, ossia grano turco, maturo in quel paese, o pur con sole prugne trovate per avventura in que' boschi. Non mancò gente che si figurò essere mancata la benedizione di Dio all'armi dell'imperadore in questa guerra, perchè, secondo il trattato di Passarowitz, la tregua di sua maestà cesarea colla Porta Ottomana durava ancora, nè terminava se non nell'anno 1742; pretendendo perciò i Turchi che Cesare non fosse in libertà dopo esso trattato di collegarsi colla Russia a danno loro, nè gli fosse lecito di romperla contra d'essi. A me non tocca di entrare in sì fatto esame, e molto meno di stendere le ottuse mie pupille nei gabinetti della divinità, bastandomi di riferire gli sfortunati avvenimenti di questa campagna contra degl'infedeli nella Servia, Bossina, Moldavia, Valacchia ed altri luoghi; e che per le tante malattie si trovò al finire dell'anno quasi della metà scemata la dianzi sì possente armata imperiale. Nè si dee tacere che allora più che mai si sciolsero le lingue e maledizioni de' cristiani contra del conte di Bonneval Franzese, già uno de' generali dell'imperadore; il quale, privo per altro di religione, avea abbracciata quella de' Turchi. Entrato costui al servigio della Porta col nome di bassà Osmanno, tutto s'era dato ad istruire i Turchi della disciplina militare dei cristiani: e fu creduto che i documenti suoi influissero non poco ai fortunati successi delle armi turchesche sì dell'anno presente che dei due susseguenti. Dicevasi che questo infame rinegato fosse il braccio dritto del primo visire. Se la fortuna non si fosse dichiarata in favore dei Turchi (giacchè in questo medesimo tempo in Nimirow nella Polonia trattavano di pace i plenipotenziarii cesarei, russiani e turchi), si potea sperare qualche pronta concordia con vantaggio dell'armi cristiane. Intanto d'altro passo procederono le due armate dell'imperadrice della Russia contra de' musulmani. Per ciocchè il generaleconte di Munichneldì 13 di luglio s'impadronì della riguardevol città di Oczakow situata al mare, con grande mortalità e prigionia di Turchi, con acquisto di molta artiglieria e di un ricco bottino. Seppe anche difenderla da essi Turchi, accorsi ad assediarla. Parimente il generaleLascìtornò di nuovo a fare un'irruzione nella Crimea, dove incendiò gran copia di que' villaggi, prese un'infinità di buoi, e lasciò dappertutto memorie del furor militare in vendetta degl'immensi danni e mali recati per tanti anni addietro da que' Tartari alla Russia.Fu il presente anno l'ultimo della vita diRinaldo d'Esteduca di Modena, che nato nel dì 25 di aprile dell'anno 1655, e creato duca nel 1694, avea con somma saviezza fin qui governato i suoi popoli. Nel dì 26 di ottobre spirò egli l'anima. Perchè nelle Antichità Estensi io esposi tutto quel di lodevole, che si osservò in questo principe (e fu ben molto), io mi dispenso ora dal ripeterlo, bastandomi dire che per l'elevatezza della mente, per la pietà e pel saper tenere le redini d'un governo, si meritò il concetto di uno dei più saggi principi di questi tempi. Lasciò dopo di sè un figlio unico, cioèFrancescoprincipe ereditario, nato nel dì 2 di luglio del 1698, e tre principesse, cioèBenedetta Ernesta, Amalia GioseffaedEnrichettaduchessa vedova di Parma. Sul principio delle ultime turbolenze, nelle quali si trovarono involti anche gli Stati della casa d'Este, s'era portato il suddetto principe Francesco a Genova colla principessa sua consorteCarlotta Aglae, del real sangue di Francia, figlia diFilippo duca di Orleans, già reggente di quel regno. Nell'anno 1755 passarono amendue a Parigi per impetrar sollievo agl'innocenti popoli dei loro ducati dal re CristianissimoLuigi XVe per vegliare agli interessi proprii e del duca Rinaldo padre e suocero. Venuto l'autunno, si portò esso principe a visitar le città della Fiandra ed Olanda, ricevendo dappertutto distinti onori, e di là passò in Inghilterra,dove gli furono compartite le maggiori finezze dal reGiorgio II, che in questo principe considerò trasfuso il sangue di quei gloriosi antenati, dai quali era discesa anche la real casa di Brunsvich. Finalmente nella primavera dell'anno presente se ne andò a Vienna per inchinare il glorioso AugustoCarlo VI, da cui e dall'imperadrice vedovaAmaliasua zia materna, e da tutta quella corte, fu graziosamente accolto. Essendosi accesa in questo tempo la guerra in Ungheria, s'invogliò anche egli di quell'onorato mestiere; e tenendo compagnia aFrancesco duca di Lorenae gran duca di Toscana, e al principeCarlodi lui fratello, intervenne alle azioni della sopraddetta sventurata campagna. Nel tornarsene egli a Vienna, intese la morte del duca Rinaldo suo padre, e, però congedatosi dalle auguste maestà, s'inviò verso l'Italia, e nel dì 4 di dicembre felicemente giunse a Modena, ricevuto con giubilo dai suoi sudditi, che, attesa la di lui molta intelligenza, e spezialmente l'amorevol suo cuore, concepirono per tempo viva speranza d'ottimo governo, secondo l'uso de' suoi maggiori, tutti buoni e benefici principi. Aveva egli già procreati due principi viventi, cioèErcole Rinaldosuo primogenito, nato nel dì 22 di novembre nell'anno 1727, ed un altro venuto alla luce nel dì 29 di settembre del 1736 in Parigi, a cui poscia nel solenne battesimo fu posto il nome diBenedetto Filippo Armando, e viene oggidì chiamato il principe d'Este; e quattro principesse, cioèMaria Teresa Felicita,Matilde, Fortunata MariaedElisabetta.Più che mai continuò in questi tempi la ribellion della Corsica, con trovarsi bloccate da que' popoli le cinque o sei fortezze che sole restavano in potere della repubblica di Genova. Correvano tutto dì voci incerte di quegli affari, negando alcuni e pretendendo altri che durasse in quell'isola l'autorità delbaron Teodoro, e che da lui si riconoscessero i soccorsi che andavano giugnendo a quei sollevati, con voce ancora ch'egli ritornerebbein breve al comando. La verità fu, che esso era passato in Olanda, dove, prevalendo le istanze dei suoi creditori, per qualche tempo si riposò nelle carceri, e restò poscia liberato. Tale era la sua attività ed eloquenza, che impegnò altri mercatanti a concorrere nei suoi disegni, e si dispose a rivedere la Corsica. Ora i Genovesi, per desiderio di mettere fine a quella cancrena, s'avvisarono in questi tempi di ricorrere al patrocinio del re Cristianissimo, affinchè il suo nome e la potenza dell'armi sue mettesse in dovere quella sì alterata nazione. Penetrato il lor disegno, non tralasciarono i Corsi di rappresentare a Versaglies quanti aggravii aveano finora sofferto dal governo de' Genovesi. Ciò che ne avvenisse, lo vedremo all'anno seguente. Nel presente sul Piacentino e Lodigiano seguitò l'epidemia de' buoi con terrore di tutti i vicini. Anche il monte Vesuvio nel dì 19 di maggio si diede a vomitar fiamme, pietre e bitume, che raffreddato era simile alla schiuma di ferro. Per dodici miglia fino al mare correndo la fiumana d'esso bitume, cagionò la rovina di molti villaggi, conventi, chiese e case. Le città di Adriano, Avellino, Nola, Ottaviano, Palma e Sarno, e la torre del Greco sommamente patirono, e ne fuggirono tutti gli abitanti. Alcun luogo vi restò coperto dalla cenere alta (se pure è credibile) quasi venti palmi. Orazioni pubbliche si fecero per questo in Napoli, città che si trovò ben piena di spavento, ma altro incomodo non soffrì che quello della caduta cenere. Merita anche memoria per istruzione de' posteri una delle pazzie di questi tempi, cioè il già introdotto lotto di Genova, che si dilatò in Milano, Venezia, Napoli, Firenze, Roma ed altri paesi. Dissi pazzia, non già dei principi, che con questa invenzione mostravano la loro industria in saper cavare dalle genti senza lancetta il sangue, ma dei popoli che, per l'avidità di conseguire un gran premio, s'impoverivano, dando una volontaria contribuzioneagli accorti regnanti, con iscorgersi in fine che di pochi era il vantaggio, la perdita d'infiniti. Nella sola Roma danarosa, in cui sul principio ebbe gran voga esso lotto, e si faceano più estrazioni in un anno, si calcolò che in ciascuno de' primi anni si giocasse un milione di scudi romani. Per lo più nè pur la metà ritornava in borsa de' giocatori. Il gran guadagno restava parte ai conduttori del gioco e parte al sommo pontefice, che di questo danaro si serviva per continuar le magnifiche fabbriche da lui intraprese.
Alla per fine spuntò nell'anno presente la tanto sospirata iride di pace in Italia con allegrezza inesplicabile di tutti i popoli; e quantunque tal serenità non fosse esente da qualche nebbia per le non mai quiete pretensioni dei potentati, pure, cessando affatto lo strepito dell'armi in queste parti, giusto motivo ebbe ciascuno di rallegrarsene. Fin qui ostinatamente erano persistite in Livorno e Pisa le guernigioni spagnuole, senza voler cedere alle truppe tedesche, disposte secondo i preliminari a prenderne possesso a nome delduca di Lorena. Fu detto che seguisse in Pontremoli il cambio delle cessioni fatte da sua maestà cesarea ai regni di Napoli e Sicilia, e dal re delle Due Sicilie ai ducati di Toscana, Parma e Piacenza. Può dubitarsene, da che si seppe che il re CattolicoFilippo Vnon volle in quest'anno sottoscrivere essi preliminari, ed è certo cheCarlore di Napoli e Sicilia si riservò certe pretensioni che avrebbero potuto intorbidar la concordia. Comunque fosse, il generale spagnuoloduca di Montemarsul principio di quest'anno, giunta che fu a Livorno una buona quantità di legni, in quelli imbarcò il presidio d'essa città, ed altre fanterie spagnuole inviò verso le fortezze della maremma di Siena; dopo di che, senza far cessione alcuna di Livorno, nel dì 9 di gennaio abbandonò quella città, dove restò la sola guernigione del gran ducaGian Gastone. Lasciarono gli Spagnuoli nella Toscana la memoria di molti aggravii inferiti a quegli Stati. Pertanto da lì ad alquanti giorni entrato in Toscana il generale tedescoWactendonckcon alcuni reggimenti cesarei, prese, a nome del duca di Lorena, possesso di Livorno, con prestare giuramento di fedeltà al gran duca, le cui milizie insieme colle tedesche cominciarono a montare la guardia. Distribuì eziandioalcune di quelle soldatesche in Siena, Pisa e Porto Ferraio, le quali osservarono miglior disciplina che le precedenti. Pochi mesi passarono che il presidio spagnuolo di Orbitello, abbisognando di legna per uso proprio e per le fortificazioni, ne fece richiesta al gran duca. Perchè risposta non veniva, un grosso distaccamento d'essi Spagnuoli passò a tagliare sul Sanese circa mille e secento alberi. Ne furono fatte doglianze, ed avrebbe questa violenza potuto cagionar delle nuove rotture, se la corte di Vienna, ossia il duca di Lorena, non si fosse ora trovato nei gravi impegni, dei quali fra poco parleremo. Colla pazienza si sopì quel disordine.
Intanto, angustiato dal male d'orina e da altri incomodi di corpo il gran ducaGian Gastone de' Medicisi ridusse agli estremi di sua vita, e nel dì 9 di luglio con segni di molta pietà restò liberato dai pensieri ed affanni del mondo. Era principe di gran mente, di somma affabilità e di una volontà tutta inclinata al pubblico bene; e quantunque la sua poca sanità il tenesse per lo più ristretto in camera o in letto, pure, valendosi di saggi ed onorati ministri, mantenne sempre un'esatta giustizia, e in vece di accrescere i pesi ai suoi sudditi, più tosto cercò di sminuirli. Liberale verso la gente di merito, protettore delle lettere, e sommamente caritativo verso i poveri, tal memoria lasciò di sè, che chiunque avea sparlato di lui vivente, ebbe poi a compiangerlo morto. In lui finì la linea maschile della insigne regnante casa de' Medici, con disavventura inesplicabile dell'Italia, che seguitava a perdere i suoi principi naturali; ma senza paragone riuscì più sensibile ai popoli della Toscana, i quali indarno s'erano lusingati di poter tornare a repubblica, nè solamente restarono senza i principi Medicei, che tanta gloria e rispetto aveano fin qui procacciato a Firenze e alla Toscana, ma venivano a restar sottoposti ad un sovrano certamente benignissimo egeneroso, pure obbligato da' suoi interessi a fare la residenza sua fuori d'Italia. Gran fortuna è l'avere i principi proprii. L'averli anche difettosi, meglio è regolarmente che il non averne alcuno, giacchè lo stesso è che averli lontani; mentre fuori degli Stati ridotti in provincia volano le rendite, e dee il popolo soggiacere ai governatori, i quali non sempre seco portano l'amore a' paesi dove non han da fare le radici. Dopo la morte di questo principe con tutta quiete ilprincipe di Craone gli altri ministri lorenesi presero il possesso della Toscana a nome di sua altezza realeFrancesco Stefanoduca di Lorena, genero dell'imperadore, che fu proclamato gran duca. Profittò ben la Francia di questo avvenimento, perchè le cessò l'obbligo di pagare ad esso duca di Lorena quattro milioni e mezzo di Francia, finchè egli fosse entrato in possesso della Toscana. La vedova elettrice palatinaAnna Maria Luigia de' Medici, sorella del defunto gran duca Gian Gastone, prese anch'ella il possesso dei mobili e allodiali della casa paterna, ascendenti ad un valsente incredibile, nè solamente degli esistenti nella Toscana, ma anche in Roma, nello Stato ecclesiastico e in altri paesi. Tuttavia non tardò a saltar fuori una scintilla, che i saggi ben previdero potere un dì produrre qualche incendio. CioèCarlore di Napoli e di Sicilia prese lo scorruccio per la morte di esso gran duca, ed insieme il titolo di ereditario degli allodiali della casa de Medici, siccome principe già adottato dalla medesima per figlio; ed altrettanto fece anche il Cattolico reFilippo Vsuo padre. A tal pretensione non s'era trovato finora ripiego. Furono fatte per questo proteste giuridiche tanto in Firenze che in Roma. Alla vedova elettrice fu esibito molto di autorità nel governo, premendo al novello gran duca di tenersi amica questa principessa, donna tanto ricca, e di mirabil talento e saviezza. Ma se ne scusò ella per cagion della sua avanzata età.
Ebbe compimento in quest'anno il maritaggio diCarlo Emmanuelere di Sardegna colla principessaElisabettasorella del suddetto duca di Lorena. La funzione fu fatta in Luneville, dove ilprincipe di Carignanosostenne le veci del re; dopo di che si mise in viaggio essa novella regina alla volta della Savoia. Nell'ultimo giorno di marzo pervenne essa a Ponte Beauvoisin sui confini; ed essendosi giù portato colà il re con tutta la corte, e con accompagnamento magnifico di guardie e milizie, fu ad incontrarla, conducendola poi a Sciambery, dove presero per una settimana riposo. Nella sera del dì 22 di aprile fecero i reali sposi il magnifico loro ingresso in Torino fra la gran folla dei sudditi e forestieri accorsi a quelle feste, e fra l'ale della fanteria e cavalleria, mentre intanto le artiglierie facevano un incessante plauso alle loro maestà. Non quella sola sera si videro illuminate le strade di Torino, ma anche nelle seguenti; nè mancarono fuochi artifiziali, ed altri suntuosi divertimenti, in sì lieta congiuntura. Passava in questi tempi non lieve disputa fra esso re di Sardegna e la corte di Vienna, giacchè egli pretendeva la terra di Serravalle per distretto di Tortona; laddove i cesarei la teneano per dominio staccato da quella città. Continuavano intanto i maneggi della sacra corte di Roma con quelle di Madrid, Portogallo, Napoli e Savoia per le controversie vertenti con esse. Rallegrossi dipoi quella gran città al vedere nel marzo di quest'anno ritornati colà icardinali AcquavivaeBellugacon indizio di sperata riconciliazione. Per trattarne venne a Roma come mediatore ilcardinale Spinelliarcivescovo di Napoli, personaggio di gran credito e di obbliganti maniere; e vi comparve ancoramonsignor Gallianigran limosiniere del re delle Due Sicilie, per esporre le pretensioni di quel monarca. Finalmente nel dì 27 di settembre si vide qualche apparenza di aggiustamento fra la santa Sede e i re di Spagna e di Napoli: il che recò incredibil consolazionea Roma; quantunque in questi ultimi tempi non succedesse mai discordia e concordia alcuna, in cui non iscapitasse sempre la corte pontificia. Non finirono per questo le pretensioni, nè si riaprirono per anche le nunziature di Madrid e di Napoli. Contuttociò la Dateria cominciò a far le sue spedizioni. Per le differenze di Portogallo e di Savoia ripiego alcuno finora non si trovò.
Aveano i tanti saccheggi fatti dai Tartari della Russia, col condurne schiavi migliaia di uomini, commossa in fine a risentimentoAnna imperadriced'essa Russia, non solo contra di quei masnadieri, ma contra gli stessi Turchi, i quali con tutte le querele e proteste dei Russiani mai non vollero apportarvi rimedio. Due suoi valenti generali con due possenti armate nel precedente anno aveano data una buona lezione a quegl'infedeli; ilLascìcol prendere la fortezza d'Azof, e ilMunichcon una terribil invasione nella Crimea. Fece per questo il sultano dei Turchi, già pacifico co' Persiani, un gagliardo armamento contro i Russiani; e quantunque s'interponesse l'AugustoCarlo VIper trattar di pace, non ne riportò che belle parole, insistendo sempre i Turchi nella restituzione d'Azof. Lega difensiva era fra esso imperadore e la Russia; e però non volendo Cesare lasciar soperchiare dai musulmani l'imperadrice suddetta, avea spedito ai confini dell'Ungheria la maggior parte delle sue forze, e dichiarato generalissimo d'essoFrancesco Stefano duca di Lorena, divenuto in questo anno gran duca di Toscana. La direzion dell'armi cesaree fu data algenerale Seckendorf, protestante di professione, con doglianza del sommo pontefice, il quale non mancò di promettere sussidii di danaro a Cesare per questa guerra. Un bel principio si diede ad essa colla presa della città di Nissa, per cui furono cantati piùTe Deum. Ma non passò molto che si videro andare a precipizio tutti gli affari dell'imperadore in quelle parti. Comandava il Seckendorf ad una fioritissimaarmata, capace di grandi imprese, avendola alcuni fatta ascendere sino ad ottanta mila valorosi combattenti. Quel generale, invece di tener unite tante forze e di assediar daddovero la forte piazza di Widin, o pure di tentar l'acquisto della Bossina, spartì in varii corpi e distaccamenti l'esercito suo, e niun di essi riportò se non percosse e disonore, tuttochè i musulmani sulle prime si trovassero più d'un poco smilzi di forze in quelle parti. Il principe d'Hildburgausen, inviato con poche migliaia d'armati sotto Banialuca capitale della Bossina, tutti perdè i suoi attrezzi e gran gente, e ringraziò la fortuna di essersi potuto salvar colla fuga. Nella Croazia verso Vaccup, e sotto Widin furono battuti gl'imperiali, e Nissa venne ricuperata dai Turchi. Si perdè il Seckendorf intorno ad Usitza, cioè ad una bicocca, e la prese: questa fu l'unica sua prodezza. I Turchi la ricuperarono poi nell'anno seguente. Andarono lamenti a Vienna; laonde, richiamato egli alla corte, lasciò il comando al generaleFilippi; ed essendo stato posto in carcere, fu contra di lui dato principio ad un processo. Non istimarono veramente i saggi che questo personaggio avesse punto mancato alla fede e all'onore. Il suo delitto, secondo il sentimento d'altri, fu quello di non saper fare il condottier di armate: mestiere forse il più difficile di tutti; benchè non mancasse chi l'esentava da questo difetto.
Certamente poi non avea più la corte cesarea unCarloducadi Lorena, unprincipe Eugenio, nè un maresciallo diStaremberg, nè iCaprara, nè iVeterani, nè altri simili personaggi di gran mente e savia condotta, che sapessero dirigere un esercito ai danni del nemico, e difender alle occorrenze. Per altro facendo conoscere la sperienza che talvolta le belle armate cesaree combattono col bisogno, il Seckendorf addusse ancor questo per sua discolpa, certo essendo che a cagion della mancanza dei viveri per più giorni quell'esercito si mantenne come potè invita colle pannocchie del frumentone, ossia grano turco, maturo in quel paese, o pur con sole prugne trovate per avventura in que' boschi. Non mancò gente che si figurò essere mancata la benedizione di Dio all'armi dell'imperadore in questa guerra, perchè, secondo il trattato di Passarowitz, la tregua di sua maestà cesarea colla Porta Ottomana durava ancora, nè terminava se non nell'anno 1742; pretendendo perciò i Turchi che Cesare non fosse in libertà dopo esso trattato di collegarsi colla Russia a danno loro, nè gli fosse lecito di romperla contra d'essi. A me non tocca di entrare in sì fatto esame, e molto meno di stendere le ottuse mie pupille nei gabinetti della divinità, bastandomi di riferire gli sfortunati avvenimenti di questa campagna contra degl'infedeli nella Servia, Bossina, Moldavia, Valacchia ed altri luoghi; e che per le tante malattie si trovò al finire dell'anno quasi della metà scemata la dianzi sì possente armata imperiale. Nè si dee tacere che allora più che mai si sciolsero le lingue e maledizioni de' cristiani contra del conte di Bonneval Franzese, già uno de' generali dell'imperadore; il quale, privo per altro di religione, avea abbracciata quella de' Turchi. Entrato costui al servigio della Porta col nome di bassà Osmanno, tutto s'era dato ad istruire i Turchi della disciplina militare dei cristiani: e fu creduto che i documenti suoi influissero non poco ai fortunati successi delle armi turchesche sì dell'anno presente che dei due susseguenti. Dicevasi che questo infame rinegato fosse il braccio dritto del primo visire. Se la fortuna non si fosse dichiarata in favore dei Turchi (giacchè in questo medesimo tempo in Nimirow nella Polonia trattavano di pace i plenipotenziarii cesarei, russiani e turchi), si potea sperare qualche pronta concordia con vantaggio dell'armi cristiane. Intanto d'altro passo procederono le due armate dell'imperadrice della Russia contra de' musulmani. Per ciocchè il generaleconte di Munichneldì 13 di luglio s'impadronì della riguardevol città di Oczakow situata al mare, con grande mortalità e prigionia di Turchi, con acquisto di molta artiglieria e di un ricco bottino. Seppe anche difenderla da essi Turchi, accorsi ad assediarla. Parimente il generaleLascìtornò di nuovo a fare un'irruzione nella Crimea, dove incendiò gran copia di que' villaggi, prese un'infinità di buoi, e lasciò dappertutto memorie del furor militare in vendetta degl'immensi danni e mali recati per tanti anni addietro da que' Tartari alla Russia.
Fu il presente anno l'ultimo della vita diRinaldo d'Esteduca di Modena, che nato nel dì 25 di aprile dell'anno 1655, e creato duca nel 1694, avea con somma saviezza fin qui governato i suoi popoli. Nel dì 26 di ottobre spirò egli l'anima. Perchè nelle Antichità Estensi io esposi tutto quel di lodevole, che si osservò in questo principe (e fu ben molto), io mi dispenso ora dal ripeterlo, bastandomi dire che per l'elevatezza della mente, per la pietà e pel saper tenere le redini d'un governo, si meritò il concetto di uno dei più saggi principi di questi tempi. Lasciò dopo di sè un figlio unico, cioèFrancescoprincipe ereditario, nato nel dì 2 di luglio del 1698, e tre principesse, cioèBenedetta Ernesta, Amalia GioseffaedEnrichettaduchessa vedova di Parma. Sul principio delle ultime turbolenze, nelle quali si trovarono involti anche gli Stati della casa d'Este, s'era portato il suddetto principe Francesco a Genova colla principessa sua consorteCarlotta Aglae, del real sangue di Francia, figlia diFilippo duca di Orleans, già reggente di quel regno. Nell'anno 1755 passarono amendue a Parigi per impetrar sollievo agl'innocenti popoli dei loro ducati dal re CristianissimoLuigi XVe per vegliare agli interessi proprii e del duca Rinaldo padre e suocero. Venuto l'autunno, si portò esso principe a visitar le città della Fiandra ed Olanda, ricevendo dappertutto distinti onori, e di là passò in Inghilterra,dove gli furono compartite le maggiori finezze dal reGiorgio II, che in questo principe considerò trasfuso il sangue di quei gloriosi antenati, dai quali era discesa anche la real casa di Brunsvich. Finalmente nella primavera dell'anno presente se ne andò a Vienna per inchinare il glorioso AugustoCarlo VI, da cui e dall'imperadrice vedovaAmaliasua zia materna, e da tutta quella corte, fu graziosamente accolto. Essendosi accesa in questo tempo la guerra in Ungheria, s'invogliò anche egli di quell'onorato mestiere; e tenendo compagnia aFrancesco duca di Lorenae gran duca di Toscana, e al principeCarlodi lui fratello, intervenne alle azioni della sopraddetta sventurata campagna. Nel tornarsene egli a Vienna, intese la morte del duca Rinaldo suo padre, e, però congedatosi dalle auguste maestà, s'inviò verso l'Italia, e nel dì 4 di dicembre felicemente giunse a Modena, ricevuto con giubilo dai suoi sudditi, che, attesa la di lui molta intelligenza, e spezialmente l'amorevol suo cuore, concepirono per tempo viva speranza d'ottimo governo, secondo l'uso de' suoi maggiori, tutti buoni e benefici principi. Aveva egli già procreati due principi viventi, cioèErcole Rinaldosuo primogenito, nato nel dì 22 di novembre nell'anno 1727, ed un altro venuto alla luce nel dì 29 di settembre del 1736 in Parigi, a cui poscia nel solenne battesimo fu posto il nome diBenedetto Filippo Armando, e viene oggidì chiamato il principe d'Este; e quattro principesse, cioèMaria Teresa Felicita,Matilde, Fortunata MariaedElisabetta.
Più che mai continuò in questi tempi la ribellion della Corsica, con trovarsi bloccate da que' popoli le cinque o sei fortezze che sole restavano in potere della repubblica di Genova. Correvano tutto dì voci incerte di quegli affari, negando alcuni e pretendendo altri che durasse in quell'isola l'autorità delbaron Teodoro, e che da lui si riconoscessero i soccorsi che andavano giugnendo a quei sollevati, con voce ancora ch'egli ritornerebbein breve al comando. La verità fu, che esso era passato in Olanda, dove, prevalendo le istanze dei suoi creditori, per qualche tempo si riposò nelle carceri, e restò poscia liberato. Tale era la sua attività ed eloquenza, che impegnò altri mercatanti a concorrere nei suoi disegni, e si dispose a rivedere la Corsica. Ora i Genovesi, per desiderio di mettere fine a quella cancrena, s'avvisarono in questi tempi di ricorrere al patrocinio del re Cristianissimo, affinchè il suo nome e la potenza dell'armi sue mettesse in dovere quella sì alterata nazione. Penetrato il lor disegno, non tralasciarono i Corsi di rappresentare a Versaglies quanti aggravii aveano finora sofferto dal governo de' Genovesi. Ciò che ne avvenisse, lo vedremo all'anno seguente. Nel presente sul Piacentino e Lodigiano seguitò l'epidemia de' buoi con terrore di tutti i vicini. Anche il monte Vesuvio nel dì 19 di maggio si diede a vomitar fiamme, pietre e bitume, che raffreddato era simile alla schiuma di ferro. Per dodici miglia fino al mare correndo la fiumana d'esso bitume, cagionò la rovina di molti villaggi, conventi, chiese e case. Le città di Adriano, Avellino, Nola, Ottaviano, Palma e Sarno, e la torre del Greco sommamente patirono, e ne fuggirono tutti gli abitanti. Alcun luogo vi restò coperto dalla cenere alta (se pure è credibile) quasi venti palmi. Orazioni pubbliche si fecero per questo in Napoli, città che si trovò ben piena di spavento, ma altro incomodo non soffrì che quello della caduta cenere. Merita anche memoria per istruzione de' posteri una delle pazzie di questi tempi, cioè il già introdotto lotto di Genova, che si dilatò in Milano, Venezia, Napoli, Firenze, Roma ed altri paesi. Dissi pazzia, non già dei principi, che con questa invenzione mostravano la loro industria in saper cavare dalle genti senza lancetta il sangue, ma dei popoli che, per l'avidità di conseguire un gran premio, s'impoverivano, dando una volontaria contribuzioneagli accorti regnanti, con iscorgersi in fine che di pochi era il vantaggio, la perdita d'infiniti. Nella sola Roma danarosa, in cui sul principio ebbe gran voga esso lotto, e si faceano più estrazioni in un anno, si calcolò che in ciascuno de' primi anni si giocasse un milione di scudi romani. Per lo più nè pur la metà ritornava in borsa de' giocatori. Il gran guadagno restava parte ai conduttori del gioco e parte al sommo pontefice, che di questo danaro si serviva per continuar le magnifiche fabbriche da lui intraprese.