MDCCXXXVIII

MDCCXXXVIIIAnno diCristoMDCCXXXVIII. Indiz.I.Clemente XIIpapa 9.Carlo VIimperadore 28.Cominciavano a pesar gli anni addosso al ponteficeClemente XII. Era anche caduto infermo di maniera, che più d'una volta si dubitò di sua vita, ed alcuni porporati aveano già dato principio ai segreti lor maneggi: il che risaputo dal papa, cagion fu di qualche risentimento. Questi avvisi della mortalità, e il desiderio del santo padre di lasciare la sedia apostolica in pace con tutte le potenze cattoliche, il rendè più sollecito ad accordarsi colle corti di Spagna e di Portogallo. Nel dì 20 del precedente dicembre aveva egli promosso alla porpora monsignorTommaso Almeidapatriarca di Lisbona; servì questo passo a placare in buona parte, se non in tutto, l'animo diGiovanni Vre portoghese, principe inflessibile in ogni sua pretensione e dimanda; il che fece aprir la Dateria per quel regno, e in Lisbona fu splendidamente accolto il nunzio pontifizio. Altrettanto avvenne in Ispagna. Per le differenze colla corte di Napoli, tuttochè reclamassero i ministri cesarei, pure sua santità nel maggio condiscese ad accordare le investiture delle Due Sicilie all'infante realedon Carlo di Borbone. Insorse in questi tempi un imbroglio fra esso pontefice e la reggenza del ducato di Toscana, a cagion diCarpegna, Scavolino e Montefeltro, Stati pretesi per ragioni antiche dalla repubblica fiorentina, essendo in fatti passate le milizie lorenesi a prenderne il possesso. Messosi l'affare in disputa, perchè la corte di Vienna abbisognava in questi tempi dei soccorsi del papa per la guerra turchesca, si venne poi smorzando la lite, e restò libera quella contrada dall'armi del gran duca. Era già gran tempo che si trattava dell'accasamento del suddetto re delle due Sicilie; e perciocchè ragioni politiche non permisero che a lui fosse accordata in moglie la seconda arciduchessa figlia del regnante Augusto, restò poi conchiuso il suo maritaggio colla real principessaMaria Amaliafiglia diFederigo Augustore di Polonia ed elettor di Sassonia, appena giunta all'età di quattordici anni. Nel dì 19 di maggio a nome d'esso re fu sposata essa principessa dal fratelloFederigo Cristiano, principe reale ed elettorale, e nel dì 24 d'esso mese, accompagnata dal medesimo, imprese il suo viaggio alla volta d'Italia. Con corte numerosa venne sino a Palma Nuova, confine dello Stato veneto,don Gaetano Boncompagnoduca di Sora, scelto dal re per maggiordomo maggiore della novella regina, e direttore del suo viaggio per Italia: principe per le sue virtù meritevole d'ogni maggiore impiego. Nel dì 29 del mese suddetto arrivata ai confini della repubblica essa principessa, ivi trovò il veneto ambasciatore colle guardie destinate alla maestà sua, e le si presentò parimente il duca di Sora con tutta la corte a lei destinata.Fu allora che propriamente s'avvide questa graziosa principessa di essere regina: sì magnifico e splendido fu l'accoglimento fattole per dovunque passò dalla veneta generosità. Invogliatasi all'improvviso di dare un'occhiata alla mirabil città di Venezia, dopo avere per altra via incamminato il suo gran seguito ed equipaggio a Padova, essa nel dì 2 di giugno imbarcatasi col real fratello, col duca di Sora, e con pochi altri cavalieri e dame,fu condotta pel canale della Giudecca in faccia alla piazza di San Marco, e fatto un giro pel canal grande fra il rimbombo delle artiglierie andò vedendo e ammirando i superbi palazzi e le altre grandiose fabbriche di quella dominante. Finalmente alle due ore della notte seguente fece l'ingresso nella città di Padova, dove spezialmente trovò un trattamento reale. Colà s'era portatoFrancesco III d'Esteduca di Modena colle principesseBenedetta ed Amaliasorelle sue, per inchinare la regina loro cugina, da cui poscia riceverono ogni maggior finezza d'amore e di stima. Ai confini del Ferrarese si presentò alla maestà sua ilcardinale Moscaspedito dal sommo pontefice con titolo di legato a latere a complimentarla e servirla sino a Ferrara, dove con solenne apparato di quella città entrò, partendone poi nel dì 6 di giugno. Per tutto lo Stato ecclesiastico trovò gara fra le città in farle onore, siccome anch'ella dappertutto lasciò belle memorie della sua rara gentilezza e liberalità. Passò dipoi per Loreto, e nel dì 19 del suddetto mese arrivò a Portello, cioè ai confini del regno. Quivi trovò il re consorte, che la introdusse in un vasto real padiglione, coi vicendevoli complimenti ed abbracciamenti. Nel dì 22 d'esso giugno fecero le loro maestà l'entrata in Napoli fra le giulive acclamazioni di quell'immenso popolo, fra gli archi trionfali e fra le stupende macchine ed illuminazioni, che furono poi coronate da altre suntuosissime feste, continuate nei seguenti giorni. Poco fu questo in paragone del dì 2 di luglio in cui seguì il solenne ingresso dei regi sposi in essa città di Napoli, la quale da tanti anni disavvezza dal vedere i suoi regnanti, in questa occasione diede uno spettacolo d'indicibile magnificenza ed allegrezza, dalla cui maggior descrizione io mi dispenso. Allora fu che il redon Carloistituì l'ordine dei cavalieri di San Gennaro, e di esso decorò i principali baroni di Napoli e Sicilia, e alcuni grandi spagnuoli.Con tutti i maneggi finora fatti fra l'imperadorCarlo VIe il Cristianissimo reLuigi XVnon s'era peranche giunto a stabilire un trattato definitivo di pace. A questo si diede l'ultima mano in Vienna nel dì 18 di novembre fra i suddetti due monarchi, e fu sottoscritto dai plenipotenziarii non solo d'essi, ma anche da quei del re CattolicoFilippo V, didon Carlore delle Due Sicilie, e del re di SardegnaCarlo Emmanuele. Rimasero con poca mutazione confermati i precedenti trattati di pace, e la Francia nominatamente accettò e promise di garantire la prammatica sanzione formata dall'Augusto regnante. Vi fu regolato tutto quello che apparteneva in Italia alla cessione dei regni di Napoli e Sicilia, e delle piazze marittime della Toscana pel suddetto real infante; e di Parma e Piacenza per l'imperadore; e di Tortona e Novara e delle Langhe pel re di Sardegna. Qual fosse il giubilo di tutta l'Italia all'avviso di questa concordia, non si può abbastanza esprimere, lusingandosi ognuno di godere per gran tempo i frutti e le delizie della tanto desiderata pace, che ora mai sembrava con uno stabile chiodo fissata. Non si godeva già in questi tempi un egual sereno nell'imperial corte di Vienna, perchè anche nell'anno presente niuna felicità, anzi parecchi disastri provarono in Ungheria l'armi cesaree. Quantunque ancora in quest'anno passasse al comando di quell'esercito ilduca di Lorena, con aver seco per principal direttore di azioni militari il saggio e valorosoconte di Koningsegg; pure ebbero essi a fronte il gran visire con forze di lunga mano superiori alle cristiane. Le frequenti scorrerie turchesche per la Servia e un possente armamento di saiche nel Danubio portarono il terrore sino alla città di Belgrado, da dove si ritirarono in gran copia i benestanti. Per l'Ungheria superiore di là dal real fiume marciò il Koningsegg, e nel dì 3 di luglio a Cornia venne alle mani con un corpo di venti e più mila musulmani, e lo sconfisse. Questavittoria agevolò la presa del forte di Meadia nel dì 9 d'esso mese, dove fu accordata buona capitolazione al presidio turchesco.Già s'incamminava l'oste cesarea al soccorso d'Orsova assediata dai nemici, quando giunse la lieta nuova ch'essi a precipizio s'erano dati alla fuga, lasciando nel campo tende, bagagli, munizioni ed artiglierie. Tanto più allora inanimati i cristiani pensavano già di continuare il viaggio a quella volta; ma eccoti avviso che il visire avea trasmesso un rinforzo di venti mila uomini ai ritiratisi da Orsova. Non si osservò allora la consueta intrepidezza de' coraggiosi Alemanni; nè più si pensò ad Orsova. Accortisi gl'infedeli delle lor disposizioni, s'inoltrarono sino a Meadia, dove seguì un sanguinoso conflitto. I due reggimenti Vasquez e Marulli, composti d'Italiani, fecero delle maraviglie di coraggio con vergogna de' Tedeschi, i quali pure sono in credito di tanta fortezza. Ritiraronsi i cristiani con permettere a' Turchi di ricuperare i forti d'essa Meadia. Posto di nuovo l'assedio da essi infedeli ad Orsova, fu quella piazza costretta alla resa con grave pregiudizio della vicina città di Belgrado, sotto alla quale andò ad accamparsi il maresciallo di Koningsegg. Si contò per regalo della fortuna che i Turchi non facessero maggiori progressi; e sebben anche Semendria e Vilapanca furono sottomesse, pure poco appresso si videro abbandonate da essi. Non avea il Koningsegg più di quaranta mila guerrieri, laddove il gran visire ne conduceva cento venti mila. Ma in altri tempi trenta a quaranta mila Alemanni bastavano a far delle grandi prodezze contro le grosse armate degli Ottomani. O fosse dunque che l'iniquo bassà Bonneval avesse ben addottrinate le milizie turchesche, o altra cagione: certo è che questa campagna riuscì non men deplorabile della precedente per li cristiani, e convenne alzare il guardo al trono del Dio degli eserciti, i cui giusti giudiziison coperti di troppe tenebre. Nè i Russi ebbero miglior mercato. Furono costretti di far saltare tutte le fortificazioni di Oczokow, e a ritirarsene. Presero bensì nella Crimea la fortezza di Precope, ma poi, dopo averne demolite le fortificazioni e spianate le linee, e recati gravissimi danni a quelle contrade, se ne tornarono indietro. Fu da essi tentato il passaggio del Niester, ma senza poter ottener l'intento. Comparve in questi tempi alla corte di Costantinopoli, e vi fu ricevuto con distinto onore, Giuseppe figlio del fu principe di Ragotzki, il quale, dimentico delle grazie a lui compartite in addietro dal clementissimo Augusto, se ne fuggì alla Porta, per ravvivar le sue pretensioni sopra la Transilvania; e fece credere al gran signore di avere in quella provincia e in Ungheria un'infinità di seguaci.Nè pure in quest'anno si seppe cosa credere degli affari della Corsica, perchè tuttodì a buon mercato si spacciavano bugie. Esaltavano alcuni la gran copia di soccorsi dati ai Corsi non meno di gente, che di munizioni, artiglierie ed armi: soccorsi, dico, i quali si diceano inviati colà dal baron Teodoro, e che altri attribuiva ad una potenza, la quale segretamente tenesse mano a quella ribellione, additando con ciò la corte di Spagna o pure di Napoli. Negavano altri queste nuove, e sosteneano ecclissata affatto la fortuna dell'efimero re Teodoro. Sul principio dell'anno fu sparsa voce che questo venturiere da Orano fosse di nuovo sbarcato in Corsica; e si vedevano progetti lodevolissimi pubblicati sotto suo nome, per far fiorire il commercio di quell'isola coll'erezion di varie saline, con attendere alle miniere, con fabbricar cannoni e mulini da polve da fuoco, e con incoraggiar l'agricoltura e la pesca. Ma non si verificò il di lui arrivo. Fu bensì vero che nel dì 5 di febbraio sbarcarono alla Bastia, capitale di quel regno, tre mila uomini di truppe franzesi, sotto il comando del conte di Boissieux. Aveano i Genovesi implorato il patrocinio dellaFrancia in questo loro troppo lungo e dispendioso disastro; se pure non fu la corte di Francia, che attenta ad ogni foglia che si muova in Europa, per sospetto che gli Spagnuoli un dì non si prevalessero di quella sollevazione per impadronirsi della Corsica, esibì alla repubblica le sue forze per terminar quella pugna. Certo è, che colà furono trasportate le suddette milizie, non già con animo d'infierire contro quella valorosa nazione, a cui non mancavano delle buone ragioni, ma per istudiar la via di pacificarla coll'esibizione di oneste condizioni. Infatti se ne trattò; si rimisero i Corsi riverentemente alla giustizia e saviezza del re Cristianissimo; diedero anche degli ostaggi; e per questo si fece pausa alle ostilità, ma senza che seguisse accordo alcuno.Venuto il settembre, si tornò a spacciare come avvenimento indubitato che il baron Teodoro con tre vascelli di bandiera straniera era nel dì 13 di esso mese giunto in Corsica a Porto Vecchio, con fare intendere ai sollevati la provvision delle artiglierie, armi e munizioni da lui condotte su quei navigli; e che perciò di nuovo si fosse fatta un'unione universale de' Corsi, per mantenergli l'ubbidienza. Si vide anche la lista di tutto il suo carico, e fu assicurato che nel dì 16 del suddetto settembre scese a terra fra i viva di un gran concorso di popolo; ma che poscia nel dì 15 d'ottobre s'era ritirato a Porto Longone, o pure in Sardegna; e ciò perchè furono intimoriti i Corsi da una lettera circolare del general franzese, che minacciava loro l'indignazione del re Cristianissimo, se più ubbidivano al barone suddetto. Aggiunsero, ch'egli era dipoi approdato a Napoli, dove, d'ordine della corte, fu catturato, e in appresso fatto uscire del regno. Non so io dire se vere o finte fossero tutte queste particolarità. Se un giorno qualche fedele e ben informato scrittore ci darà la storia di tante scene di quella tragedia, può sperarsi che rimarrà allora dilucidato il verodalle molte ciarle sparse per l'Europa di quello emergente; tale certamente, che facea dello strepito dappertutto. Fermossi per alcuni mesi il principe real di Polonia e SassoniaFederigo Cristianoin Napoli, godendo le delizie di quella gran città, corte e territorio, ma infastidito alquanto per la rigorosa etichetta spagnuola, che non gli permetteva nè pur di trovarsi a tavola colla regina sorella. Dopo aver questo principe lasciato in quella corte e città illustri memorie della sua magnificenza e gentilezza, arrivò a Roma nel dì 18 di novembre, e prese alloggio nel palazzo delcardinale Annibale Albanicamerlengo. Potè allora quella gran città conoscere in lui una rara pietà, costumi angelici, pregio di tutta la real numerosa figliolanza del re di Polonia (e perciò grande onore del cattolicismo), siccome ancora l'avvenenza del suo volto, e molto più le altre belle doti dell'animo suo. Altro alla perfezione di questo principe non mancava, se non robustezza maggiore nelle gambe. Nulla aveano servito a lui per questo i bagni d'Ischia. I divertimenti di questo generoso principe erano il commercio dei letterati, e la visita di tutte le chiese, antichità, gallerie e cose più rare di Roma.

Cominciavano a pesar gli anni addosso al ponteficeClemente XII. Era anche caduto infermo di maniera, che più d'una volta si dubitò di sua vita, ed alcuni porporati aveano già dato principio ai segreti lor maneggi: il che risaputo dal papa, cagion fu di qualche risentimento. Questi avvisi della mortalità, e il desiderio del santo padre di lasciare la sedia apostolica in pace con tutte le potenze cattoliche, il rendè più sollecito ad accordarsi colle corti di Spagna e di Portogallo. Nel dì 20 del precedente dicembre aveva egli promosso alla porpora monsignorTommaso Almeidapatriarca di Lisbona; servì questo passo a placare in buona parte, se non in tutto, l'animo diGiovanni Vre portoghese, principe inflessibile in ogni sua pretensione e dimanda; il che fece aprir la Dateria per quel regno, e in Lisbona fu splendidamente accolto il nunzio pontifizio. Altrettanto avvenne in Ispagna. Per le differenze colla corte di Napoli, tuttochè reclamassero i ministri cesarei, pure sua santità nel maggio condiscese ad accordare le investiture delle Due Sicilie all'infante realedon Carlo di Borbone. Insorse in questi tempi un imbroglio fra esso pontefice e la reggenza del ducato di Toscana, a cagion diCarpegna, Scavolino e Montefeltro, Stati pretesi per ragioni antiche dalla repubblica fiorentina, essendo in fatti passate le milizie lorenesi a prenderne il possesso. Messosi l'affare in disputa, perchè la corte di Vienna abbisognava in questi tempi dei soccorsi del papa per la guerra turchesca, si venne poi smorzando la lite, e restò libera quella contrada dall'armi del gran duca. Era già gran tempo che si trattava dell'accasamento del suddetto re delle due Sicilie; e perciocchè ragioni politiche non permisero che a lui fosse accordata in moglie la seconda arciduchessa figlia del regnante Augusto, restò poi conchiuso il suo maritaggio colla real principessaMaria Amaliafiglia diFederigo Augustore di Polonia ed elettor di Sassonia, appena giunta all'età di quattordici anni. Nel dì 19 di maggio a nome d'esso re fu sposata essa principessa dal fratelloFederigo Cristiano, principe reale ed elettorale, e nel dì 24 d'esso mese, accompagnata dal medesimo, imprese il suo viaggio alla volta d'Italia. Con corte numerosa venne sino a Palma Nuova, confine dello Stato veneto,don Gaetano Boncompagnoduca di Sora, scelto dal re per maggiordomo maggiore della novella regina, e direttore del suo viaggio per Italia: principe per le sue virtù meritevole d'ogni maggiore impiego. Nel dì 29 del mese suddetto arrivata ai confini della repubblica essa principessa, ivi trovò il veneto ambasciatore colle guardie destinate alla maestà sua, e le si presentò parimente il duca di Sora con tutta la corte a lei destinata.

Fu allora che propriamente s'avvide questa graziosa principessa di essere regina: sì magnifico e splendido fu l'accoglimento fattole per dovunque passò dalla veneta generosità. Invogliatasi all'improvviso di dare un'occhiata alla mirabil città di Venezia, dopo avere per altra via incamminato il suo gran seguito ed equipaggio a Padova, essa nel dì 2 di giugno imbarcatasi col real fratello, col duca di Sora, e con pochi altri cavalieri e dame,fu condotta pel canale della Giudecca in faccia alla piazza di San Marco, e fatto un giro pel canal grande fra il rimbombo delle artiglierie andò vedendo e ammirando i superbi palazzi e le altre grandiose fabbriche di quella dominante. Finalmente alle due ore della notte seguente fece l'ingresso nella città di Padova, dove spezialmente trovò un trattamento reale. Colà s'era portatoFrancesco III d'Esteduca di Modena colle principesseBenedetta ed Amaliasorelle sue, per inchinare la regina loro cugina, da cui poscia riceverono ogni maggior finezza d'amore e di stima. Ai confini del Ferrarese si presentò alla maestà sua ilcardinale Moscaspedito dal sommo pontefice con titolo di legato a latere a complimentarla e servirla sino a Ferrara, dove con solenne apparato di quella città entrò, partendone poi nel dì 6 di giugno. Per tutto lo Stato ecclesiastico trovò gara fra le città in farle onore, siccome anch'ella dappertutto lasciò belle memorie della sua rara gentilezza e liberalità. Passò dipoi per Loreto, e nel dì 19 del suddetto mese arrivò a Portello, cioè ai confini del regno. Quivi trovò il re consorte, che la introdusse in un vasto real padiglione, coi vicendevoli complimenti ed abbracciamenti. Nel dì 22 d'esso giugno fecero le loro maestà l'entrata in Napoli fra le giulive acclamazioni di quell'immenso popolo, fra gli archi trionfali e fra le stupende macchine ed illuminazioni, che furono poi coronate da altre suntuosissime feste, continuate nei seguenti giorni. Poco fu questo in paragone del dì 2 di luglio in cui seguì il solenne ingresso dei regi sposi in essa città di Napoli, la quale da tanti anni disavvezza dal vedere i suoi regnanti, in questa occasione diede uno spettacolo d'indicibile magnificenza ed allegrezza, dalla cui maggior descrizione io mi dispenso. Allora fu che il redon Carloistituì l'ordine dei cavalieri di San Gennaro, e di esso decorò i principali baroni di Napoli e Sicilia, e alcuni grandi spagnuoli.

Con tutti i maneggi finora fatti fra l'imperadorCarlo VIe il Cristianissimo reLuigi XVnon s'era peranche giunto a stabilire un trattato definitivo di pace. A questo si diede l'ultima mano in Vienna nel dì 18 di novembre fra i suddetti due monarchi, e fu sottoscritto dai plenipotenziarii non solo d'essi, ma anche da quei del re CattolicoFilippo V, didon Carlore delle Due Sicilie, e del re di SardegnaCarlo Emmanuele. Rimasero con poca mutazione confermati i precedenti trattati di pace, e la Francia nominatamente accettò e promise di garantire la prammatica sanzione formata dall'Augusto regnante. Vi fu regolato tutto quello che apparteneva in Italia alla cessione dei regni di Napoli e Sicilia, e delle piazze marittime della Toscana pel suddetto real infante; e di Parma e Piacenza per l'imperadore; e di Tortona e Novara e delle Langhe pel re di Sardegna. Qual fosse il giubilo di tutta l'Italia all'avviso di questa concordia, non si può abbastanza esprimere, lusingandosi ognuno di godere per gran tempo i frutti e le delizie della tanto desiderata pace, che ora mai sembrava con uno stabile chiodo fissata. Non si godeva già in questi tempi un egual sereno nell'imperial corte di Vienna, perchè anche nell'anno presente niuna felicità, anzi parecchi disastri provarono in Ungheria l'armi cesaree. Quantunque ancora in quest'anno passasse al comando di quell'esercito ilduca di Lorena, con aver seco per principal direttore di azioni militari il saggio e valorosoconte di Koningsegg; pure ebbero essi a fronte il gran visire con forze di lunga mano superiori alle cristiane. Le frequenti scorrerie turchesche per la Servia e un possente armamento di saiche nel Danubio portarono il terrore sino alla città di Belgrado, da dove si ritirarono in gran copia i benestanti. Per l'Ungheria superiore di là dal real fiume marciò il Koningsegg, e nel dì 3 di luglio a Cornia venne alle mani con un corpo di venti e più mila musulmani, e lo sconfisse. Questavittoria agevolò la presa del forte di Meadia nel dì 9 d'esso mese, dove fu accordata buona capitolazione al presidio turchesco.

Già s'incamminava l'oste cesarea al soccorso d'Orsova assediata dai nemici, quando giunse la lieta nuova ch'essi a precipizio s'erano dati alla fuga, lasciando nel campo tende, bagagli, munizioni ed artiglierie. Tanto più allora inanimati i cristiani pensavano già di continuare il viaggio a quella volta; ma eccoti avviso che il visire avea trasmesso un rinforzo di venti mila uomini ai ritiratisi da Orsova. Non si osservò allora la consueta intrepidezza de' coraggiosi Alemanni; nè più si pensò ad Orsova. Accortisi gl'infedeli delle lor disposizioni, s'inoltrarono sino a Meadia, dove seguì un sanguinoso conflitto. I due reggimenti Vasquez e Marulli, composti d'Italiani, fecero delle maraviglie di coraggio con vergogna de' Tedeschi, i quali pure sono in credito di tanta fortezza. Ritiraronsi i cristiani con permettere a' Turchi di ricuperare i forti d'essa Meadia. Posto di nuovo l'assedio da essi infedeli ad Orsova, fu quella piazza costretta alla resa con grave pregiudizio della vicina città di Belgrado, sotto alla quale andò ad accamparsi il maresciallo di Koningsegg. Si contò per regalo della fortuna che i Turchi non facessero maggiori progressi; e sebben anche Semendria e Vilapanca furono sottomesse, pure poco appresso si videro abbandonate da essi. Non avea il Koningsegg più di quaranta mila guerrieri, laddove il gran visire ne conduceva cento venti mila. Ma in altri tempi trenta a quaranta mila Alemanni bastavano a far delle grandi prodezze contro le grosse armate degli Ottomani. O fosse dunque che l'iniquo bassà Bonneval avesse ben addottrinate le milizie turchesche, o altra cagione: certo è che questa campagna riuscì non men deplorabile della precedente per li cristiani, e convenne alzare il guardo al trono del Dio degli eserciti, i cui giusti giudiziison coperti di troppe tenebre. Nè i Russi ebbero miglior mercato. Furono costretti di far saltare tutte le fortificazioni di Oczokow, e a ritirarsene. Presero bensì nella Crimea la fortezza di Precope, ma poi, dopo averne demolite le fortificazioni e spianate le linee, e recati gravissimi danni a quelle contrade, se ne tornarono indietro. Fu da essi tentato il passaggio del Niester, ma senza poter ottener l'intento. Comparve in questi tempi alla corte di Costantinopoli, e vi fu ricevuto con distinto onore, Giuseppe figlio del fu principe di Ragotzki, il quale, dimentico delle grazie a lui compartite in addietro dal clementissimo Augusto, se ne fuggì alla Porta, per ravvivar le sue pretensioni sopra la Transilvania; e fece credere al gran signore di avere in quella provincia e in Ungheria un'infinità di seguaci.

Nè pure in quest'anno si seppe cosa credere degli affari della Corsica, perchè tuttodì a buon mercato si spacciavano bugie. Esaltavano alcuni la gran copia di soccorsi dati ai Corsi non meno di gente, che di munizioni, artiglierie ed armi: soccorsi, dico, i quali si diceano inviati colà dal baron Teodoro, e che altri attribuiva ad una potenza, la quale segretamente tenesse mano a quella ribellione, additando con ciò la corte di Spagna o pure di Napoli. Negavano altri queste nuove, e sosteneano ecclissata affatto la fortuna dell'efimero re Teodoro. Sul principio dell'anno fu sparsa voce che questo venturiere da Orano fosse di nuovo sbarcato in Corsica; e si vedevano progetti lodevolissimi pubblicati sotto suo nome, per far fiorire il commercio di quell'isola coll'erezion di varie saline, con attendere alle miniere, con fabbricar cannoni e mulini da polve da fuoco, e con incoraggiar l'agricoltura e la pesca. Ma non si verificò il di lui arrivo. Fu bensì vero che nel dì 5 di febbraio sbarcarono alla Bastia, capitale di quel regno, tre mila uomini di truppe franzesi, sotto il comando del conte di Boissieux. Aveano i Genovesi implorato il patrocinio dellaFrancia in questo loro troppo lungo e dispendioso disastro; se pure non fu la corte di Francia, che attenta ad ogni foglia che si muova in Europa, per sospetto che gli Spagnuoli un dì non si prevalessero di quella sollevazione per impadronirsi della Corsica, esibì alla repubblica le sue forze per terminar quella pugna. Certo è, che colà furono trasportate le suddette milizie, non già con animo d'infierire contro quella valorosa nazione, a cui non mancavano delle buone ragioni, ma per istudiar la via di pacificarla coll'esibizione di oneste condizioni. Infatti se ne trattò; si rimisero i Corsi riverentemente alla giustizia e saviezza del re Cristianissimo; diedero anche degli ostaggi; e per questo si fece pausa alle ostilità, ma senza che seguisse accordo alcuno.

Venuto il settembre, si tornò a spacciare come avvenimento indubitato che il baron Teodoro con tre vascelli di bandiera straniera era nel dì 13 di esso mese giunto in Corsica a Porto Vecchio, con fare intendere ai sollevati la provvision delle artiglierie, armi e munizioni da lui condotte su quei navigli; e che perciò di nuovo si fosse fatta un'unione universale de' Corsi, per mantenergli l'ubbidienza. Si vide anche la lista di tutto il suo carico, e fu assicurato che nel dì 16 del suddetto settembre scese a terra fra i viva di un gran concorso di popolo; ma che poscia nel dì 15 d'ottobre s'era ritirato a Porto Longone, o pure in Sardegna; e ciò perchè furono intimoriti i Corsi da una lettera circolare del general franzese, che minacciava loro l'indignazione del re Cristianissimo, se più ubbidivano al barone suddetto. Aggiunsero, ch'egli era dipoi approdato a Napoli, dove, d'ordine della corte, fu catturato, e in appresso fatto uscire del regno. Non so io dire se vere o finte fossero tutte queste particolarità. Se un giorno qualche fedele e ben informato scrittore ci darà la storia di tante scene di quella tragedia, può sperarsi che rimarrà allora dilucidato il verodalle molte ciarle sparse per l'Europa di quello emergente; tale certamente, che facea dello strepito dappertutto. Fermossi per alcuni mesi il principe real di Polonia e SassoniaFederigo Cristianoin Napoli, godendo le delizie di quella gran città, corte e territorio, ma infastidito alquanto per la rigorosa etichetta spagnuola, che non gli permetteva nè pur di trovarsi a tavola colla regina sorella. Dopo aver questo principe lasciato in quella corte e città illustri memorie della sua magnificenza e gentilezza, arrivò a Roma nel dì 18 di novembre, e prese alloggio nel palazzo delcardinale Annibale Albanicamerlengo. Potè allora quella gran città conoscere in lui una rara pietà, costumi angelici, pregio di tutta la real numerosa figliolanza del re di Polonia (e perciò grande onore del cattolicismo), siccome ancora l'avvenenza del suo volto, e molto più le altre belle doti dell'animo suo. Altro alla perfezione di questo principe non mancava, se non robustezza maggiore nelle gambe. Nulla aveano servito a lui per questo i bagni d'Ischia. I divertimenti di questo generoso principe erano il commercio dei letterati, e la visita di tutte le chiese, antichità, gallerie e cose più rare di Roma.


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