MDCLXXVI

MDCLXXVIAnno diCristoMDCLXXVI. Indiz.XIV.Innocenzo XIpapa 1.Leopoldoimperadore 19.Non potè più lungamente reggere al peso degli anni e agl'insulti della gottapapa Clemente X, ed infermatosi in età di più di ottantasei anni, passò a miglior vita nel dì 22 di luglio dell'anno presente. Di pochi furono le lagrime che accompagnarono il di lui funerale, non già perchè alcuna delle virtù principali che illustrano la vita e la memoria d'un romano pontefice, in lui si desiderasse, perchè fu papa di bella mente, di gran pietà, di giustizia e clemenza; ma perchè l'odio, che col suo governo universalmente si avea guadagnato ilcardinal Paluzzo Altieri, ridondava sopra l'innocente papa, pieno sol di massime buone. Chi avea la fortuna di poter parlare a sua santità, se le cose erano fattibili, potea sperar buon rescritto; altrimenti ne riportava un bel no; ma il cardinale godeva il concetto di esser di coloro che alla prima udienza con una sparata di carezze e promesse incantano le persone, ma ritornando queste alla seconda udienza, truovano nate delle difficoltà; alla terza poi nè pur son conosciute per quelle che sono. Però dicevasi, e spezialmente lo dicevano i Franzesi disgustati di lui, ch'esso porporato avrebbe potuto tenere scuola aperta di artifizii e raggiri in Roma stessa, la qual pure vien creduta assai addottrinata in questo mestiere. Ma quel che più avea contro di lui aguzzata la satira, fu l'invidia, per aver egli saputo profittar della fortuna ed autorità sua, con accumular ricchezze, ed ingrandire la propria casa, tuttochè poi non si potessero imputare a lui di quelle scandalose licenze che si videro in qualche precedente nepotismo. Ora entrati i porporati nel sacro conclave, dappoichè ebbero per cinquantun giorni consumata la quintessenza dei lor politici maneggi per promuovere al trono pontifizio chi lor più piaceva, finalmente,mossi da lume superiore, concorsero tutti nel dì 21 di settembre all'elezione di chi sopra gli altri meritava, ma non avea mai desiderato di maneggiar le chiavi di Pietro. Questi fu ilcardinal Benedetto OdescalchiComasco, nato nel 1611, che nel precedente conclave era anche stato vicino al triregno, perchè voluto da tutti i buoni, e fece poi in questa occasione quanta resistenza mai potè, non per affettata modestia, ma per umiltà, alla santa risoluzione de' sacri elettori. Prese egli il nome diInnocenzo XIin memoria d'Innocenzo Xche l'avea promosso alla sacra porpora. Non si può dir quanto applauso conseguisse così fatta elezione, perchè l'Odescalchi portò seco al trono la santità, e ne possedè molto più da lì innanzi la sostanza che il titolo: personaggio di vita illibata ed austera, di somma gravità e zelo pel ben della Chiesa; prodigo, se si può dire, verso dei poveri, secondo il costume di sua casa, abbondante di ricco patrimonio, e limosiniere al maggior segno. Nè tardò il buon pontefice e buon servo di Dio a comprovar co' fatti l'espettazion comune delle sue singolari virtù. Sotto i precedenti pontificati aveva egli adocchiato tutti i disordini procedenti dal nepotismo, e con quanta facilità si divorassero le sostanze della camera apostolica, e come avesse tanta potenza il danaro. Volle provvedervi, e l'intenzione sua era di metter freno in avvenire a tali eccessi con una bolla che fosse sottoscritta dal sacro collegio, e giurata sotto pena di scomunica da chiunque s'avesse da promuovere al cardinalato e al pontificato. Ma viveano ed aveano gran polso alcuni de' nipoti degli antecedenti papi, che fecero testa, parendo loro di sottoscrivere una sentenza contra di loro stessi, qualora sottoscrivessero la condanna del nepotismo per l'avvenire.Giacchè dunque non potè il santo pontefice ottener questo intento, coll'esempio suo almeno si studiò di abolire il pernicioso costume. Non avea il suopredecessoreClemente Xnipoti proprii, e andò a cercarne degli stranieri.Innocenzo XI, all'incontro, avea un nipote di fratello, cioèdon Livio Odescalchi; ma nol volle a palazzo, nè ch'egli avesse parte alcuna nel governo, nè che ricevesse visite come nipote di papa. Ed affinchè non restasse a lui di che dolersi per tanta severità, gli rassegnò tutti i suoi beni patrimoniali, che co' proprii d'esso nipote davano una rendita annua di trenta mila scudi, dicendo che questo gli bastava per trattarsi da principe, senza participar delle rugiade del pontificato. Coerentemente a questo glorioso sistema elesse per segretario di Stato ilcardinale Alderano Cibò, porporato di somma integrità, di prudenza singolare e di zelo non inferiore a chi l'elesse a tal carica. Lasciò ai Paluzzi Altieri e ad altri la pompa de' titoli del generalato e d'altre cariche militari, ma con levar loro gl'ingordi stipendii che per essi pagava la camera pontificia, con dire che la Chiesa non avea guerra, nè voglia di farla, ed essere perciò mal impiegate tante paghe. Riformò la tavola pontificia, e al servigio suo non ammise se non persone di gran probità e modestia, affinchè la famiglia sua servisse di una continua predica agli altri di quel che conveniva a fare. Allo ambasciatore di un monarca, che gli disse di avere il suo padrone ricevuta sotto la sua protezione la casa Odescalchi, rispose: Ch'egli non avea casa nè letto, e che teneva in prestito da Dio quella dignità per bene non già de' suoi parenti, ma solamente della Chiesa e de' suoi popoli. E perciocchè gravissimi abusi erano succeduti in addietro a cagion delle franchigie, pretese da' ministri de' principi in Roma per l'asilo che in esse trovavano tutti i malviventi, e per li contrabbandi che tuttodì si facevano, intimò loro di rimediarvi; altrimenti, giacchè Dio l'avea messo in quel governo con obbligo di vegliare alla quiete della città e al pubblico bene, vi avrebbe egli trovato il rimedio. Tosto ancora spedì a tutti i principicristiani lettere esortatorie alla pace, esibendosi pronto ad andare in persona ad un congresso, se fosse necessario, purchè si tenesse in qualche città cattolica, a fin di procurare un tanto bene. Per lo contrario, esortò il re di PoloniaGiovanni Sobieschia sostener la guerra contro de' Turchi, finchè avesse ricuperato dalle lor mani Caminietz, e gl'inviò nello stesso tempo un sussidio di cinquanta mila scudi. Con questi passi diede principio l'incomparabile Innocenzo XI alla carriera del suo pontificato, continuamente pensando alla riforma degli abusi, al sollievo de' suoi popoli e al bene della cristianità. Qui perdè la voce Pasquino; e se internamente si lagnavano i cattivi di sì rigoroso ad austero papa, ne esultavano ben pubblicamente tutti i buoni.Gran teatro di guerra fu in questo anno la Sicilia. Dacchè si avvide la corte di Spagna che con tutti gli sforzi suoi apparenza non v'era di snidar da Messina i Franzesi, e di rimettere alla primiera ubbidienza quella città, fece ricorso alla collegata Olanda, per aver dei soccorsi e forze tali da abbattere la flotta franzese, che ne' mari di Sicilia mantenea la ribellion de' Messinesi. Fu dunque spedita una flotta olandese composta di ventiquattro vascelli da guerra sotto il comando del viceammiraglioRuyter, il cui solo nome valeva un'armata per le tante segnalate sue azioni in combattimenti navali. Giunsero gli Olandesi sul fine del precedente anno a Melazzo, e, congiunti con nove galee ed altri legni spagnuoli, andavano rondando per qualche impresa; quando in quei mari capitò sciolta da Tolone e Marsiglia la flotta franzese comandata daisignor di Quene, in numero di venti navi da guerra e sei brulotti. Vennero alle mani presso di Stromboli, nel dì 7 di gennaio, le due nemiche armate; gran cannonamento, gran danno seguì da ambe le parti. Dopo molte ore di fiera battaglia cessarono le offese, con ritirarsi gli Olandesi a Melazzo, ed entrare i Franzesi nel porto di Messina, dovesbarcarono le munizioni da bocca e da guerra che seco aveano condotto. Seguì poscia una ben calda mischia nel dì 28 di marzo fra gli Spagnuoli e Franzesi uniti coi Messinesi; perchè avendo i primi occupato il monistero di San Basilio fuor di Messina, ilmarchese di Vilavoircon sei mila armati andò ad assalirli. Non solamente perderono gli Spagnuoli quel posto, ma ancora più di ottocento dei lor soldati col conte di Buquoy, che li comandava. Già dicemmo che nell'agosto dell'anno precedente s'erano impadroniti i Franzesi della città di Augusta e delle sue fortezze. Al vicerè di Sicilia stava sul cuore la perdita di quella città, e però nell'aprile passò colà per tentare di riacquistarla, e pregò l'ammiraglio olandese Ruyter di secondar l'impresa per mare, siccome egli fece spiegando le vele a quella volta colla sua flotta. Colà comparve ancora il signor di Quene comandante della dotta franzese, e nel dì 22 di aprile si attaccò di nuovo fra loro un'aspra battaglia che durò più ore con gravissimo danno dell'una e dell'altra parte, e con restar conquassati i lor legni, ed esserne alcun d'essi affondato. Ognuno si attribuì la vittoria, secondo il solito dei combattimenti dubbiosi, e massimamente del mare, dove non è facile il conoscere l'altrui danno. Ma se non altro, un grave colpo toccò agli Olandesi, perchè il loro famoso Ruyter vi restò malamente ferito, e da lì a pochi giorni terminò la vita in Siracusa, dove s'era ritirata la sua flotta, che poi passò a racconciarsi a Palermo.Ma qui non finì la voglia di combattere. Nel dì 21 di giugno pervennero a Messina venticinque galee, partite da Marsiglia con tre vascelli da guerra. Ingagliardito da questo soccorso ilduca di Vivona, viceammiraglio franzese, determinò di fare una visita senza complimenti all'armata navale olandese e spagnuola che riposava nel porlo di Palermo. Ventotto vascelli, venticinque galee e nove brulotti componevano la di lui armata. Contavansi in quella degli Olandesie Spagnuoli ventisette vascelli e diecinove galee con quattro brulotti. Nel dì 2 di giugno s'azzuffarono le nemiche flotte; le artiglierie, ma spezialmente i brulotti, portarono un grande squarcio nella flotta degli Spagnuoli, che vi perderono almen sette vascelli e due galee, colla morte di gran gente, per confession degli stessi Olandesi. Ma, secondo la relazion de' Franzesi, la perdita degli Olandesi e Spagnuoli fu di dodici de' lor migliori vascelli, di sei galee, di settecento pezzi di cannone e di cinque mila persone. In gran credito salirono per questi conflitti i Franzesi, avendo fatto conoscere che non erano invincibili gli Olandesi, tenuti in addietro per sì formidabili in mare. E certamente di simili danze non ne vollero più essi Olandesi nel Mediterraneo, e se ne ritornarono poscia a casa loro. Essendo dunque rimasti i Franzesi padroni del mare in queste parti, ed avendo ricevuto da Tolone nel settembre un rinforzo di tre mila uomini, e nell'ottobre altri mille e cinquecento fanti e cinquecento cavalli, fecero in appresso delle incursioni in Calabria; nella Sicilia s'impadronirono dell'importante piazza di Taormina colla spada alla mano; presero la Scaletta e la demolirono, e si impossessarono di alcuni piccoli luoghi di quell'isola. Ancorchè mi faccia restare perplesso l'asserzione del veneto elegante storico Giovanni Graziani, che riferisce al precedente anno la morte diNiccolò Sagredodoge di Venezia; pure, seguitando io il Vianoli ed altre memorie, non crederei d'ingannarmi, con dirla accaduta verso la metà d'agosto nell'anno presente. Un avvenimento poi insolito, o almeno da gran tempo non veduto in quella sì ben regolata repubblica, diede molto da discorrere alla gente. Secondo i riti dell'ingegnoso ballottamento che si pratica per l'elezione dei dogi, era caduta la sorte inGiovanni Sagredo, personaggio certamente degno di quella dignità. Ma allorchè fu annunziato dal balcone il suo nome al folto popolo, raunato nellapiazza, cominciarono pochi dell'infinita plebe a gridar con alte voci:Nol volemo; e crebbe appresso a dismisura questo tumulto. Allora i saggi nel gran consiglio giudicarono meglio non approvar la elezione del Sagredo, a cui per ricompensa conferirono poscia altri dei principali onori della patria, ed elessero doge Luigi Contarino. Seguitò ancora in questo anno l'ostinata guerra della Francia contra de' collegati, le cui principali imprese furono la presa di Filisburgo fatta dalduca di Lorena, e l'assedio di Mastrich formato daGuglielmo principe di Oranges, ma con poca riuscita, avendolo costretto i Franzesi a ritirarsi. Intanto era stata destinata Nimega per trattarvi di pace colla mediazione diCarlo II red'Inghilterra. Benchè si trattasse d'una città sottoposta agli eretici, pure tale era la premura del pontefice per questo gran bene, che s'indusse ad inviar colàmonsignor Bevilacqua, per dar braccio e calore alla concordia, per cui nondimeno s'impiegarono invano parole e ripieghi nell'anno presente: sì alte erano le pretensioni d'ambe le parti.

Non potè più lungamente reggere al peso degli anni e agl'insulti della gottapapa Clemente X, ed infermatosi in età di più di ottantasei anni, passò a miglior vita nel dì 22 di luglio dell'anno presente. Di pochi furono le lagrime che accompagnarono il di lui funerale, non già perchè alcuna delle virtù principali che illustrano la vita e la memoria d'un romano pontefice, in lui si desiderasse, perchè fu papa di bella mente, di gran pietà, di giustizia e clemenza; ma perchè l'odio, che col suo governo universalmente si avea guadagnato ilcardinal Paluzzo Altieri, ridondava sopra l'innocente papa, pieno sol di massime buone. Chi avea la fortuna di poter parlare a sua santità, se le cose erano fattibili, potea sperar buon rescritto; altrimenti ne riportava un bel no; ma il cardinale godeva il concetto di esser di coloro che alla prima udienza con una sparata di carezze e promesse incantano le persone, ma ritornando queste alla seconda udienza, truovano nate delle difficoltà; alla terza poi nè pur son conosciute per quelle che sono. Però dicevasi, e spezialmente lo dicevano i Franzesi disgustati di lui, ch'esso porporato avrebbe potuto tenere scuola aperta di artifizii e raggiri in Roma stessa, la qual pure vien creduta assai addottrinata in questo mestiere. Ma quel che più avea contro di lui aguzzata la satira, fu l'invidia, per aver egli saputo profittar della fortuna ed autorità sua, con accumular ricchezze, ed ingrandire la propria casa, tuttochè poi non si potessero imputare a lui di quelle scandalose licenze che si videro in qualche precedente nepotismo. Ora entrati i porporati nel sacro conclave, dappoichè ebbero per cinquantun giorni consumata la quintessenza dei lor politici maneggi per promuovere al trono pontifizio chi lor più piaceva, finalmente,mossi da lume superiore, concorsero tutti nel dì 21 di settembre all'elezione di chi sopra gli altri meritava, ma non avea mai desiderato di maneggiar le chiavi di Pietro. Questi fu ilcardinal Benedetto OdescalchiComasco, nato nel 1611, che nel precedente conclave era anche stato vicino al triregno, perchè voluto da tutti i buoni, e fece poi in questa occasione quanta resistenza mai potè, non per affettata modestia, ma per umiltà, alla santa risoluzione de' sacri elettori. Prese egli il nome diInnocenzo XIin memoria d'Innocenzo Xche l'avea promosso alla sacra porpora. Non si può dir quanto applauso conseguisse così fatta elezione, perchè l'Odescalchi portò seco al trono la santità, e ne possedè molto più da lì innanzi la sostanza che il titolo: personaggio di vita illibata ed austera, di somma gravità e zelo pel ben della Chiesa; prodigo, se si può dire, verso dei poveri, secondo il costume di sua casa, abbondante di ricco patrimonio, e limosiniere al maggior segno. Nè tardò il buon pontefice e buon servo di Dio a comprovar co' fatti l'espettazion comune delle sue singolari virtù. Sotto i precedenti pontificati aveva egli adocchiato tutti i disordini procedenti dal nepotismo, e con quanta facilità si divorassero le sostanze della camera apostolica, e come avesse tanta potenza il danaro. Volle provvedervi, e l'intenzione sua era di metter freno in avvenire a tali eccessi con una bolla che fosse sottoscritta dal sacro collegio, e giurata sotto pena di scomunica da chiunque s'avesse da promuovere al cardinalato e al pontificato. Ma viveano ed aveano gran polso alcuni de' nipoti degli antecedenti papi, che fecero testa, parendo loro di sottoscrivere una sentenza contra di loro stessi, qualora sottoscrivessero la condanna del nepotismo per l'avvenire.

Giacchè dunque non potè il santo pontefice ottener questo intento, coll'esempio suo almeno si studiò di abolire il pernicioso costume. Non avea il suopredecessoreClemente Xnipoti proprii, e andò a cercarne degli stranieri.Innocenzo XI, all'incontro, avea un nipote di fratello, cioèdon Livio Odescalchi; ma nol volle a palazzo, nè ch'egli avesse parte alcuna nel governo, nè che ricevesse visite come nipote di papa. Ed affinchè non restasse a lui di che dolersi per tanta severità, gli rassegnò tutti i suoi beni patrimoniali, che co' proprii d'esso nipote davano una rendita annua di trenta mila scudi, dicendo che questo gli bastava per trattarsi da principe, senza participar delle rugiade del pontificato. Coerentemente a questo glorioso sistema elesse per segretario di Stato ilcardinale Alderano Cibò, porporato di somma integrità, di prudenza singolare e di zelo non inferiore a chi l'elesse a tal carica. Lasciò ai Paluzzi Altieri e ad altri la pompa de' titoli del generalato e d'altre cariche militari, ma con levar loro gl'ingordi stipendii che per essi pagava la camera pontificia, con dire che la Chiesa non avea guerra, nè voglia di farla, ed essere perciò mal impiegate tante paghe. Riformò la tavola pontificia, e al servigio suo non ammise se non persone di gran probità e modestia, affinchè la famiglia sua servisse di una continua predica agli altri di quel che conveniva a fare. Allo ambasciatore di un monarca, che gli disse di avere il suo padrone ricevuta sotto la sua protezione la casa Odescalchi, rispose: Ch'egli non avea casa nè letto, e che teneva in prestito da Dio quella dignità per bene non già de' suoi parenti, ma solamente della Chiesa e de' suoi popoli. E perciocchè gravissimi abusi erano succeduti in addietro a cagion delle franchigie, pretese da' ministri de' principi in Roma per l'asilo che in esse trovavano tutti i malviventi, e per li contrabbandi che tuttodì si facevano, intimò loro di rimediarvi; altrimenti, giacchè Dio l'avea messo in quel governo con obbligo di vegliare alla quiete della città e al pubblico bene, vi avrebbe egli trovato il rimedio. Tosto ancora spedì a tutti i principicristiani lettere esortatorie alla pace, esibendosi pronto ad andare in persona ad un congresso, se fosse necessario, purchè si tenesse in qualche città cattolica, a fin di procurare un tanto bene. Per lo contrario, esortò il re di PoloniaGiovanni Sobieschia sostener la guerra contro de' Turchi, finchè avesse ricuperato dalle lor mani Caminietz, e gl'inviò nello stesso tempo un sussidio di cinquanta mila scudi. Con questi passi diede principio l'incomparabile Innocenzo XI alla carriera del suo pontificato, continuamente pensando alla riforma degli abusi, al sollievo de' suoi popoli e al bene della cristianità. Qui perdè la voce Pasquino; e se internamente si lagnavano i cattivi di sì rigoroso ad austero papa, ne esultavano ben pubblicamente tutti i buoni.

Gran teatro di guerra fu in questo anno la Sicilia. Dacchè si avvide la corte di Spagna che con tutti gli sforzi suoi apparenza non v'era di snidar da Messina i Franzesi, e di rimettere alla primiera ubbidienza quella città, fece ricorso alla collegata Olanda, per aver dei soccorsi e forze tali da abbattere la flotta franzese, che ne' mari di Sicilia mantenea la ribellion de' Messinesi. Fu dunque spedita una flotta olandese composta di ventiquattro vascelli da guerra sotto il comando del viceammiraglioRuyter, il cui solo nome valeva un'armata per le tante segnalate sue azioni in combattimenti navali. Giunsero gli Olandesi sul fine del precedente anno a Melazzo, e, congiunti con nove galee ed altri legni spagnuoli, andavano rondando per qualche impresa; quando in quei mari capitò sciolta da Tolone e Marsiglia la flotta franzese comandata daisignor di Quene, in numero di venti navi da guerra e sei brulotti. Vennero alle mani presso di Stromboli, nel dì 7 di gennaio, le due nemiche armate; gran cannonamento, gran danno seguì da ambe le parti. Dopo molte ore di fiera battaglia cessarono le offese, con ritirarsi gli Olandesi a Melazzo, ed entrare i Franzesi nel porto di Messina, dovesbarcarono le munizioni da bocca e da guerra che seco aveano condotto. Seguì poscia una ben calda mischia nel dì 28 di marzo fra gli Spagnuoli e Franzesi uniti coi Messinesi; perchè avendo i primi occupato il monistero di San Basilio fuor di Messina, ilmarchese di Vilavoircon sei mila armati andò ad assalirli. Non solamente perderono gli Spagnuoli quel posto, ma ancora più di ottocento dei lor soldati col conte di Buquoy, che li comandava. Già dicemmo che nell'agosto dell'anno precedente s'erano impadroniti i Franzesi della città di Augusta e delle sue fortezze. Al vicerè di Sicilia stava sul cuore la perdita di quella città, e però nell'aprile passò colà per tentare di riacquistarla, e pregò l'ammiraglio olandese Ruyter di secondar l'impresa per mare, siccome egli fece spiegando le vele a quella volta colla sua flotta. Colà comparve ancora il signor di Quene comandante della dotta franzese, e nel dì 22 di aprile si attaccò di nuovo fra loro un'aspra battaglia che durò più ore con gravissimo danno dell'una e dell'altra parte, e con restar conquassati i lor legni, ed esserne alcun d'essi affondato. Ognuno si attribuì la vittoria, secondo il solito dei combattimenti dubbiosi, e massimamente del mare, dove non è facile il conoscere l'altrui danno. Ma se non altro, un grave colpo toccò agli Olandesi, perchè il loro famoso Ruyter vi restò malamente ferito, e da lì a pochi giorni terminò la vita in Siracusa, dove s'era ritirata la sua flotta, che poi passò a racconciarsi a Palermo.

Ma qui non finì la voglia di combattere. Nel dì 21 di giugno pervennero a Messina venticinque galee, partite da Marsiglia con tre vascelli da guerra. Ingagliardito da questo soccorso ilduca di Vivona, viceammiraglio franzese, determinò di fare una visita senza complimenti all'armata navale olandese e spagnuola che riposava nel porlo di Palermo. Ventotto vascelli, venticinque galee e nove brulotti componevano la di lui armata. Contavansi in quella degli Olandesie Spagnuoli ventisette vascelli e diecinove galee con quattro brulotti. Nel dì 2 di giugno s'azzuffarono le nemiche flotte; le artiglierie, ma spezialmente i brulotti, portarono un grande squarcio nella flotta degli Spagnuoli, che vi perderono almen sette vascelli e due galee, colla morte di gran gente, per confession degli stessi Olandesi. Ma, secondo la relazion de' Franzesi, la perdita degli Olandesi e Spagnuoli fu di dodici de' lor migliori vascelli, di sei galee, di settecento pezzi di cannone e di cinque mila persone. In gran credito salirono per questi conflitti i Franzesi, avendo fatto conoscere che non erano invincibili gli Olandesi, tenuti in addietro per sì formidabili in mare. E certamente di simili danze non ne vollero più essi Olandesi nel Mediterraneo, e se ne ritornarono poscia a casa loro. Essendo dunque rimasti i Franzesi padroni del mare in queste parti, ed avendo ricevuto da Tolone nel settembre un rinforzo di tre mila uomini, e nell'ottobre altri mille e cinquecento fanti e cinquecento cavalli, fecero in appresso delle incursioni in Calabria; nella Sicilia s'impadronirono dell'importante piazza di Taormina colla spada alla mano; presero la Scaletta e la demolirono, e si impossessarono di alcuni piccoli luoghi di quell'isola. Ancorchè mi faccia restare perplesso l'asserzione del veneto elegante storico Giovanni Graziani, che riferisce al precedente anno la morte diNiccolò Sagredodoge di Venezia; pure, seguitando io il Vianoli ed altre memorie, non crederei d'ingannarmi, con dirla accaduta verso la metà d'agosto nell'anno presente. Un avvenimento poi insolito, o almeno da gran tempo non veduto in quella sì ben regolata repubblica, diede molto da discorrere alla gente. Secondo i riti dell'ingegnoso ballottamento che si pratica per l'elezione dei dogi, era caduta la sorte inGiovanni Sagredo, personaggio certamente degno di quella dignità. Ma allorchè fu annunziato dal balcone il suo nome al folto popolo, raunato nellapiazza, cominciarono pochi dell'infinita plebe a gridar con alte voci:Nol volemo; e crebbe appresso a dismisura questo tumulto. Allora i saggi nel gran consiglio giudicarono meglio non approvar la elezione del Sagredo, a cui per ricompensa conferirono poscia altri dei principali onori della patria, ed elessero doge Luigi Contarino. Seguitò ancora in questo anno l'ostinata guerra della Francia contra de' collegati, le cui principali imprese furono la presa di Filisburgo fatta dalduca di Lorena, e l'assedio di Mastrich formato daGuglielmo principe di Oranges, ma con poca riuscita, avendolo costretto i Franzesi a ritirarsi. Intanto era stata destinata Nimega per trattarvi di pace colla mediazione diCarlo II red'Inghilterra. Benchè si trattasse d'una città sottoposta agli eretici, pure tale era la premura del pontefice per questo gran bene, che s'indusse ad inviar colàmonsignor Bevilacqua, per dar braccio e calore alla concordia, per cui nondimeno s'impiegarono invano parole e ripieghi nell'anno presente: sì alte erano le pretensioni d'ambe le parti.


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