MDCLXXXIIAnno diCristoMDCLXXXII. Indiz.V.Innocenzo XIpapa 7.Leopoldoimperadore 25.Benchè fosse pace per tutta l'Europa, pure la corte di Francia non lasciava godere pace ad alcuno, continuamente attendendo a rendersi formidabile a tutti. Il marescialloduca di Crequì, d'ordine del re Cristianissimo, formò una specie di blocco intorno alla importante città di Lucemburgo, di modo che impedendo l'entrata dei viveri in essa, timore insorse che pensasse ad impadronirsene: il che recò somma gelosia non solo agli Spagnuoli padroni di essa, ma anche all'Inghilterra ed Olanda, le quali interposero i loro uffizii per far desistere la Francia da quella novità, siccome in fatti avvenne. Era parimente inquieta la corte di Vienna, perchè dopo essersi studiata di quetare i torbidi dell'Ungheria, commossi dal Techelì e da altri malcontenti e ribelli, quando men sel pensava, vide coloro più che mai contumaci muovere aperta guerra alla casa d'Austria coll'impossessarsi di varie città in essa Ungheria. Gravi sospetti (per non dire di più) correano che l'oro della Francia fomentasse quella cancrena. Anzi essendosi udito che il gran signore de' Turchi facesse un incredibil armamento con disegno di venir egli in persona contra di Cesare nel prossimo venturo anno, non pochi si figurarono che a tal guerra fosse commossa la Porta dai medesimi Franzesi; tuttochè la stessa corte di Francia quella fosse che scoprisse ai ministri di Cesare e degli altri principi cristiani il disegno di quegl'infedeli: il che non si accordava col suddetto supposto. Era intanto arrivata al colmo l'insolenza de' corsari algerini; dolevasi ogni nazion cristiana della lor pirateria; e nel precedente anno aveano avuto l'ardire di dichiarar la guerra alla Francia. A questoaffronto, proveniente da quella canaglia, si mosse lo sdegno delre Luigi; e però contra di loro inviò in quest'anno una flotta di dodici vascelli da guerra, quindici galee e cinque galeotte, sotto il comando del signor di Quene. Arrivò questi davanti ad Algeri nel dì 23 di luglio, e salutò quella città nel seguente mese con alquante centinaia di bombe, che non poco danno cagionarono in quel popolo, non avendo esso con tutta la furia e copia delle sue artiglierie potuto impedir que' disgustosi saluti. Ma perchè il mare ingrossò, non potè quel generale far di più, e riserbò all'anno seguente il resto del gastigo.Perchè poi continuava lo zelantepapa Innocenzo XIa non voler accordare al re Cristianissimo l'estensione della regalia, questi, già avvezzo a risolutamente volere tutto quanto era di sua volontà ed interesse, fece raunar nell'anno presente l'assemblea di quei vescovi, che più degli altri erano disposti a secondare i suoi voleri, e colla loro autorità regolò essa regalia per l'avvenire, senza far più caso delle vive preghiere e forti doglianze del pontefice. Nè qui si fermò lo spirito di dispetto e di vendetta che avea preso luogo nel cuore di quel monarca; imperciocchè fece accettare e pubblicar da esso clero nel dì 23 di marzo quattro proposizioni che crudelmente ferivano i diritti e privilegii della santa Sede, molto prima disseminate dai Sorbonisti sotto lo specioso titolo di libertà della Chiesa gallicana. Cioè, che il romano pontefice non ha autorità diretta o indiretta sopra il temporale de' principi, nè può deporre essi sovrani, nè assolvere dal giuramento di fedeltà i loro sudditi. Che i concilii generali sono superiori ad esso pontefice. Che l'autorità dei decreti della Sede apostolica spettanti alla disciplina riceve la sua forza dal consenso delle altre chiese. E che nelle quistioni di fede non sono infallibili le sentenze della santa Sede, e solamente tali divengono quando vi concorre l'approvazion della Chiesa. Se così arditeproposizioni dispiacessero al sommo pontefice e a tutta la corte di Roma, non occorre che io lo dica. Fu incitato più volte il santo padre ne' tempi susseguenti a condannarle; ma egli non vi si lasciò mai indurre, affinchè non credesse la nazion francese, che egli più avesse ascoltata la passione che la giustizia in sì fatta condanna. Però nè lasciò la cura ai suoi successori. Furono solamente da varii dotti scrittori confutate quelle opinioni, e questa battaglia si è rinnovata anche negli ultimi nostri tempi. Fu in pericolo l'Italia nell'anno presente del flagello della peste, che dopo essere stata a Vienna, in Boemia ed in altri luoghi della Germania, era giunta fino a Gorizia e ad altri confini dello Stato veneto. Tale nondimeno fu la solita vigilanza di quella provvida repubblica, che non potè fare ulteriore progresso questo fiero malore. Maggiore apprensione intanto si ebbe per li gran preparamenti d'armi e di gente che facea la Porta ottomana per terra e per mare. L'imperadore Leopoldo, perchè più minacciato degli altri, si diede anch'egli a far gente ed altre provvisioni, ma colla lentezza tedesca; fece anche aggiugnere delle fortificazioni alla sua capitale, giacchè essa non andava esente dal timore per la vicinanza di tante piazze, occupate in addietro nell'Ungheria dalla potenza de' Musulmani. Cominciò in oltre esso Augusto a trattar varie leghe col principi più potenti, le quali furono poi conchiuse solamente nell'anno seguente, ma che nulla frastornarono il terribile tentativo dei Turchi, di cui parleremo fra poco.
Benchè fosse pace per tutta l'Europa, pure la corte di Francia non lasciava godere pace ad alcuno, continuamente attendendo a rendersi formidabile a tutti. Il marescialloduca di Crequì, d'ordine del re Cristianissimo, formò una specie di blocco intorno alla importante città di Lucemburgo, di modo che impedendo l'entrata dei viveri in essa, timore insorse che pensasse ad impadronirsene: il che recò somma gelosia non solo agli Spagnuoli padroni di essa, ma anche all'Inghilterra ed Olanda, le quali interposero i loro uffizii per far desistere la Francia da quella novità, siccome in fatti avvenne. Era parimente inquieta la corte di Vienna, perchè dopo essersi studiata di quetare i torbidi dell'Ungheria, commossi dal Techelì e da altri malcontenti e ribelli, quando men sel pensava, vide coloro più che mai contumaci muovere aperta guerra alla casa d'Austria coll'impossessarsi di varie città in essa Ungheria. Gravi sospetti (per non dire di più) correano che l'oro della Francia fomentasse quella cancrena. Anzi essendosi udito che il gran signore de' Turchi facesse un incredibil armamento con disegno di venir egli in persona contra di Cesare nel prossimo venturo anno, non pochi si figurarono che a tal guerra fosse commossa la Porta dai medesimi Franzesi; tuttochè la stessa corte di Francia quella fosse che scoprisse ai ministri di Cesare e degli altri principi cristiani il disegno di quegl'infedeli: il che non si accordava col suddetto supposto. Era intanto arrivata al colmo l'insolenza de' corsari algerini; dolevasi ogni nazion cristiana della lor pirateria; e nel precedente anno aveano avuto l'ardire di dichiarar la guerra alla Francia. A questoaffronto, proveniente da quella canaglia, si mosse lo sdegno delre Luigi; e però contra di loro inviò in quest'anno una flotta di dodici vascelli da guerra, quindici galee e cinque galeotte, sotto il comando del signor di Quene. Arrivò questi davanti ad Algeri nel dì 23 di luglio, e salutò quella città nel seguente mese con alquante centinaia di bombe, che non poco danno cagionarono in quel popolo, non avendo esso con tutta la furia e copia delle sue artiglierie potuto impedir que' disgustosi saluti. Ma perchè il mare ingrossò, non potè quel generale far di più, e riserbò all'anno seguente il resto del gastigo.
Perchè poi continuava lo zelantepapa Innocenzo XIa non voler accordare al re Cristianissimo l'estensione della regalia, questi, già avvezzo a risolutamente volere tutto quanto era di sua volontà ed interesse, fece raunar nell'anno presente l'assemblea di quei vescovi, che più degli altri erano disposti a secondare i suoi voleri, e colla loro autorità regolò essa regalia per l'avvenire, senza far più caso delle vive preghiere e forti doglianze del pontefice. Nè qui si fermò lo spirito di dispetto e di vendetta che avea preso luogo nel cuore di quel monarca; imperciocchè fece accettare e pubblicar da esso clero nel dì 23 di marzo quattro proposizioni che crudelmente ferivano i diritti e privilegii della santa Sede, molto prima disseminate dai Sorbonisti sotto lo specioso titolo di libertà della Chiesa gallicana. Cioè, che il romano pontefice non ha autorità diretta o indiretta sopra il temporale de' principi, nè può deporre essi sovrani, nè assolvere dal giuramento di fedeltà i loro sudditi. Che i concilii generali sono superiori ad esso pontefice. Che l'autorità dei decreti della Sede apostolica spettanti alla disciplina riceve la sua forza dal consenso delle altre chiese. E che nelle quistioni di fede non sono infallibili le sentenze della santa Sede, e solamente tali divengono quando vi concorre l'approvazion della Chiesa. Se così arditeproposizioni dispiacessero al sommo pontefice e a tutta la corte di Roma, non occorre che io lo dica. Fu incitato più volte il santo padre ne' tempi susseguenti a condannarle; ma egli non vi si lasciò mai indurre, affinchè non credesse la nazion francese, che egli più avesse ascoltata la passione che la giustizia in sì fatta condanna. Però nè lasciò la cura ai suoi successori. Furono solamente da varii dotti scrittori confutate quelle opinioni, e questa battaglia si è rinnovata anche negli ultimi nostri tempi. Fu in pericolo l'Italia nell'anno presente del flagello della peste, che dopo essere stata a Vienna, in Boemia ed in altri luoghi della Germania, era giunta fino a Gorizia e ad altri confini dello Stato veneto. Tale nondimeno fu la solita vigilanza di quella provvida repubblica, che non potè fare ulteriore progresso questo fiero malore. Maggiore apprensione intanto si ebbe per li gran preparamenti d'armi e di gente che facea la Porta ottomana per terra e per mare. L'imperadore Leopoldo, perchè più minacciato degli altri, si diede anch'egli a far gente ed altre provvisioni, ma colla lentezza tedesca; fece anche aggiugnere delle fortificazioni alla sua capitale, giacchè essa non andava esente dal timore per la vicinanza di tante piazze, occupate in addietro nell'Ungheria dalla potenza de' Musulmani. Cominciò in oltre esso Augusto a trattar varie leghe col principi più potenti, le quali furono poi conchiuse solamente nell'anno seguente, ma che nulla frastornarono il terribile tentativo dei Turchi, di cui parleremo fra poco.