MDCLXXXIII

MDCLXXXIIIAnno diCristoMDCLXXXIII. Indiz.VI.Innocenzo XIpapa 8.Leopoldoimperadore 26.Se mai ci fu anno che tenesse la cristianità in agitazione, i corrieri in moto, e l'universal curiosità in un continuo all'arme, certamente fu questo. Imperciocchè finalmente si avverò il sospettoche il gran signore aspirasse a cose inusitate in danno dell'augusta casa d'Austria, essendo uscito in campagna il gran visir Mustafà Carà con un'armata che più il timore che la verità fece ascendere a trecento mila persone. Generalissimo dell'armi cesaree, ma armi troppo allora deboli per resistere a sì gran torrente, fu dichiarato il prodeduca di Lorena Carlo Vcognato dello stessoimperador Leopoldo. Spedito egli per contrastare il passo al potentissimo nemico esercito, ebbe per grazia di potersene tornare indietro salvo, colla perdita nondimeno di alcuni insigni uffiziali e di parte del bagaglio. Aveano trovato i Turchi il varco per istradarsi alla volta di Vienna. Tale costernazione perciò entrò in questa città allo scorgerne imminente l'assedio, che l'Augusto Leopoldo con tutta la sua corte mossosi di là nel dì 7 di luglio, si ritirò a Lintz, e poscia a Passavia, senza potersi esprimere la terribil confusione di que' benestanti, per fuggire anch'essi con quante carrozze e carra mai poterono trovare. Governatore di Vienna restò il valorosoconte Ernesto di Staremberg, che si preparò a ben ricevere gl'infedeli. Già erano stati atterrati i vasti e deliziosi borghi di quell'augusta città; e intanto precorrendo gl'incendiarii Turchi rovinarono col fuoco un amplissimo tratto dell'Austria, distruggendo villaggi, palazzi, case e delizie. Circa dieci mila bravi soldati formavano la guernigion di Vienna, oltre a tutti i cittadini rimasti nella città, che, deposto il timore presero l'armi, concorrendo anche i preti, i frati, le donne e i ragazzi a piantar le palizzate, a cavar terreno, ove bisognava, e a prestare ogni altro possibile aiuto. Entro la città furono poi spinte dal duca di Lorena alcune altre migliaia di difensori. Nel dì 14 di luglio comparve l'esercito turchesco, e cinse Vienna di assedio. Diedero costoro principio agli approcci, a gittar bombe ed altri fuochi artificiali nella città, a bersagliar colle batterie i baluardi, e a lavorar dimine: al quale uffizio abbondavano di gente sperta, cioè di molti rinegati; laddove Vienna si trovava quasi affatto priva di contraminatori. Non mi fermerò io a far la descrizione di questo memorabile assedio, per cui tutta anche l'Italia restò sbigottita, nè d'altro parlava che d'un sì formidabile avvenimento. Tutti perciò correano alle orazioni, avendo il pontefice pubblicato un solenne giubileo in tal congiuntura per implorar la misericordia e la benedizione di Dio. Dirò dunque in succinto che continuò per tutto l'agosto lo sforzo dell'armi turchesche sotto Vienna, e giunsero esse a prendere il cammin coperto; a far più mine e breccie nelle mura, a dar più e più furiosi assalti; ma che maraviglie di valore fecero nella difesa anche i cristiani, sì col rispingere i nemici, sì col far vigorose sortite, non risparmiando il sangue proprio, e con tal felicità e bravura, che le migliaia di Turchi lasciarono ivi le vite. Ma già aveano gli ostinati musulmani fermato il piede nella punta d'un baluardo; e fu creduto che la città non si sarebbe più potuta sostenere, se il gran visire avesse con un generale assalto voluto sacrificar più gente. Forse fu ritenuto dalla speranza di cogliere per sè i tesori della città, ottenendola a patti; perchè col prenderla per assalto sarebbono le ricchezze cadute in mano dei soldati vogliosi del sacco. Ma incoraggiti i difensori dal sicuro avviso del vicino soccorso, più che mai attesero a nuove tagliate, sortite, ed altre azioni coraggiose, per prolungare il più possibile l'avanzamento de' nemici.Avea ne' primi mesi di quest'anno l'Augusto Leopoldoconchiuse varie leghe, o per quiete o per difesa dell'imperio e degli Stati suoi nella preveduta gran tempesta onde era minacciato. Spezialmente per interposizione dello zelante ponteficeInnocenzo XIseguì una confederazione fra lui eGiovanni Sobieschire di Polonia nel dì 31 di marzo. Quanto più vide esso Augusto crescere il pericolo,e poi formato l'assedio della sua capitale, tanto più affrettò i principi e i circoli della Germania, e il re suddetto di Polonia ad accorrere in aiuto. La causa era comune. Caduta Vienna, dovea tremare ogni principe e città di quei contorni. Concorsero dunque a sì urgente bisogno il prode re polacco con circa trenta mila dei suoi nazionali;Massimiliano Emmanuele elettordi Baviera eGiorgio elettordi Sassonia, e molti principi volontarii, fra i quali quattro della casa diSassonia, due diNeoburgocognati dell'imperadore,Eugenio principe di Savoia, due diWirtemberg, due d'Olstein, quei diAnalte diBareit, e ilprincipe di Waldechgenerale delle milizie dei circoli. Unironsi quest'armi col generalissimo di Cesare, cioè coll'invittoCarlo V duca di Lorena, il quale durante l'assedio non era mai stato in ozio, ed avea battuto più corpi di Turchi, che portavano viveri e munizioni al campo loro. Fecesi l'union de' cristiani tedeschi e polacchi a Krems di là dal Danubio, e prese che furono le più savie risoluzioni, passò di qua dal fiume il poderoso esercito, consistente in ottantacinque mila combattenti, tutti ansanti di combattere per la fede e per la pubblica salute contro i nemici del nome cristiano. Divisa in tre corpi l'armata, con bella ordinanza calò dalla montagna di Kalemberg nel felicissimo dì 12 di settembre. Andava avanti il terrore, perchè i Turchi da' loro alloggiamenti scoprivano sì fiorito e ben ordinato esercito animosamente scendere dal monte al loro eccidio. Non fu lunga la resistenza fatta da coloro; perchè il primo visire Mustafà Carà, ritiratosi in luogo alquanto distante dalla battaglia, insegnò agli altri essere miglior partito il fuggire che il menar le mani. Lasciarono dunque gl'infedeli in preda ai vittoriosi Cristiani tutte le loro artiglierie, munizioni, viveri, insegne, tende e bagagli. Al re polacco, che conducea l'ala sinistra, e ai suoi toccò la fortuna di cogliere il quartieredel primo visire, nel cui superbo padiglione trovò un immenso tesoro di arredi e contanti, e lo stendardo principale dell'armata turchesca: il che produsse poi invidia e doglianze nel resto dell'armata, perchè i soli Polacchi quei furono che principalmente si arricchirono.L'avere impiegato i soldati gran tempo nello spoglio, cagion fu che non inseguirono i fuggitivi nemici. Entrarono nel seguente giorno 13 di settembre i trionfanti generali cristiani in Vienna, cioè il re di Polonia, i duchi di Baviera, Sassonia e Lorena, e gli altri principi, e alla vista de' mirabili lavori degli assedianti ed assediati rimasero attoniti. Nel dì appresso giunse alla medesima città, venuto pel Danubio, l'imperador Leopoldo(il che raddoppiò l'allegrezza), e non perdè tempo la maestà sua a rendere grazie a Dio col far cantare un solenneTe Deumper così insigne vittoria. Certo non si può esprimere il giubilo che si diffuse per tutta l'Italia all'avviso di quella sempre memorabil giornata. Le lingue d'ognuno si sciolsero in inni di gioia e di ringraziamenti a Dio, e massimamente in Roma, dove il ponteficeInnocenzo XIcon molte migliaia di scudi dati in limosina a' poveri, e con aprir le carceri e liberar tutti i prigioni non capitali, soddisfacendo egli del suo pei debitori, attestò la sua gratitudine al donator d'ogni bene. E perciocchè il santo padre riconobbe sì felice successo dall'intercession della Vergine santissima, essendo succeduta tal vittoria correndo l'ottava della sua Natività, istituì dipoi la festa del Nome di Maria in quella ottava. Fu poi dal re di Polonia inviato lo stendardo maggiore de' Turchi alla santità sua: spedizione che fruttò al regio segretario portator d'esso ricchi regali delpapa, delcardinal Francesco Barberinoe delprincipe di Palestrina. Coronarono l'armi di Cesare, comandate dal duca di Lorena, la presente campagna con una vittoria riportata contro i Turchi a Parcam, e coll'acquisto dell' importante città di Strigonia nel dì 27d'ottobre. Lo strepito di queste gloriose azioni talmente sgomentò i dianzi ribelli Ungheri seguaci del conte Emerico Techelì, che buona parte di que' comitati inviarono a rendere ubbidienza al legittimo loro augusto sovrano. Diede molto da discorrere, anzi da mormorare, in questi tempi la condotta delre Luigi XIV, il quale di dì in dì minacciava nuova guerra alla Spagna, insisteva nelle precedenti pretensioni, e ne sfoderava delle nuove; ed oltre a ciò tenendo una potente armata ai confini della Germania, tuttochè mirasse in tanto rischio la città di Vienna, e sì vicini i Turchi alla depression de' cristiani; pure non alzò un dito per dar soccorso al pericolante Augusto. E non è già ch'egli non l'esibisse alla dieta di Ratisbona, ma ne voleva essere ben pagato, con pretendere prima la cessione di Lucemburgo. Di sì generosa esibizione non vollero prevalersi i ministri della dieta, perchè il pagamento sarebbe stato certo; e qual fine potesse poi avere il lasciar entrare armato in Germania un re sì potente e sì vago di conquiste, non appariva assai chiaro. Certamente non sì potè levar di capo alla gente ch'esso monarca non avesse, non dirò commossa la Porta ottomana contro di Cesare, ma desiderata la caduta di Vienna, affinchè il corpo germanico si fosse poi trovato in necessità d'implorar la sua protezione ed assistenza, la qual forse sarebbe riuscita più pericolosa, che la guerra col Turco. Tali erano le speculazioni dei politici d'allora: se ben fondate, io nol so.Sul fine di maggio in quest'anno tornò esso re Cristianissimo ad inviare il signor di Quene con una flotta ad Algeri, per gastigar quell'insolente nazione che nulla avea profittato della lezion precedente. Tal terrore, tal danno recarono a quella città le bombe, che i barbari inviarono a chiedere pace. Rispose loro il comandante franzese di non poterne parlare se prima non restituivano tutti gli schiavi cristiani. Nel termine di quattro giorni (era il fine di giugno)ne condussero più di cinquecento. Ve ne restarono moltissimi altri; contuttociò il signor di Quene diede luogo al trattato della pace, e dimandò gli ostaggi. Uno d'essi fu Mezzomorto ammiraglio degli Algerini. Costui, perchè alte erano le pretensioni de' Franzesi, nè si concludeva l'accordo, dimandò di rientrare nella città, facendo credere di poter levare gli ostacoli alla pace. Altro non fece costui che commuovere a sedizione la milizia algerina; e fatto assassinare Baba Hassan dei, ossia bei, ossia re d'Algeri, ottenne di esser egli proclamato signore. Quindi ricominciò dopo la metà di luglio la guerra, e con più furore di prima volarono le bombe, che cagionarono la rovina di gran parte di quella città. Fecero que' Barbari alcune vigorose sortite, ma furono sempre respinti. Se ne tornò poi nel settembre la flotta franzese in Francia, senza avere stabilito accordo alcuno. Ma perciocchè nell'anno seguente 1684 ebbe avviso il Mezzomorto che in Francia si facea un più gagliardo apparecchio contra d'Algeri, spedì a muovere proposizioni di pace, e questa poi si ultimò nel dì 23 di aprile dell'anno suddetto con delle condizioni affatto onorevoli e vantaggiose per la corona di Francia. Nel dì 30 di luglio dell'anno presente terminò i suoi giorniMaria Teresa d'Austriainfanta di Spagna e regina di Francia, che riempì di cordoglio tutto quel regno: tanta era la sua pietà, la sua carità verso i poveri, la sua inclinazione a tutte l'opere virtuose, la sua prudenza, e la sua mirabil pazienza e disinvoltura, senza mai risentirsi de' pubblici scandalosi adulterii del re consorte.

Se mai ci fu anno che tenesse la cristianità in agitazione, i corrieri in moto, e l'universal curiosità in un continuo all'arme, certamente fu questo. Imperciocchè finalmente si avverò il sospettoche il gran signore aspirasse a cose inusitate in danno dell'augusta casa d'Austria, essendo uscito in campagna il gran visir Mustafà Carà con un'armata che più il timore che la verità fece ascendere a trecento mila persone. Generalissimo dell'armi cesaree, ma armi troppo allora deboli per resistere a sì gran torrente, fu dichiarato il prodeduca di Lorena Carlo Vcognato dello stessoimperador Leopoldo. Spedito egli per contrastare il passo al potentissimo nemico esercito, ebbe per grazia di potersene tornare indietro salvo, colla perdita nondimeno di alcuni insigni uffiziali e di parte del bagaglio. Aveano trovato i Turchi il varco per istradarsi alla volta di Vienna. Tale costernazione perciò entrò in questa città allo scorgerne imminente l'assedio, che l'Augusto Leopoldo con tutta la sua corte mossosi di là nel dì 7 di luglio, si ritirò a Lintz, e poscia a Passavia, senza potersi esprimere la terribil confusione di que' benestanti, per fuggire anch'essi con quante carrozze e carra mai poterono trovare. Governatore di Vienna restò il valorosoconte Ernesto di Staremberg, che si preparò a ben ricevere gl'infedeli. Già erano stati atterrati i vasti e deliziosi borghi di quell'augusta città; e intanto precorrendo gl'incendiarii Turchi rovinarono col fuoco un amplissimo tratto dell'Austria, distruggendo villaggi, palazzi, case e delizie. Circa dieci mila bravi soldati formavano la guernigion di Vienna, oltre a tutti i cittadini rimasti nella città, che, deposto il timore presero l'armi, concorrendo anche i preti, i frati, le donne e i ragazzi a piantar le palizzate, a cavar terreno, ove bisognava, e a prestare ogni altro possibile aiuto. Entro la città furono poi spinte dal duca di Lorena alcune altre migliaia di difensori. Nel dì 14 di luglio comparve l'esercito turchesco, e cinse Vienna di assedio. Diedero costoro principio agli approcci, a gittar bombe ed altri fuochi artificiali nella città, a bersagliar colle batterie i baluardi, e a lavorar dimine: al quale uffizio abbondavano di gente sperta, cioè di molti rinegati; laddove Vienna si trovava quasi affatto priva di contraminatori. Non mi fermerò io a far la descrizione di questo memorabile assedio, per cui tutta anche l'Italia restò sbigottita, nè d'altro parlava che d'un sì formidabile avvenimento. Tutti perciò correano alle orazioni, avendo il pontefice pubblicato un solenne giubileo in tal congiuntura per implorar la misericordia e la benedizione di Dio. Dirò dunque in succinto che continuò per tutto l'agosto lo sforzo dell'armi turchesche sotto Vienna, e giunsero esse a prendere il cammin coperto; a far più mine e breccie nelle mura, a dar più e più furiosi assalti; ma che maraviglie di valore fecero nella difesa anche i cristiani, sì col rispingere i nemici, sì col far vigorose sortite, non risparmiando il sangue proprio, e con tal felicità e bravura, che le migliaia di Turchi lasciarono ivi le vite. Ma già aveano gli ostinati musulmani fermato il piede nella punta d'un baluardo; e fu creduto che la città non si sarebbe più potuta sostenere, se il gran visire avesse con un generale assalto voluto sacrificar più gente. Forse fu ritenuto dalla speranza di cogliere per sè i tesori della città, ottenendola a patti; perchè col prenderla per assalto sarebbono le ricchezze cadute in mano dei soldati vogliosi del sacco. Ma incoraggiti i difensori dal sicuro avviso del vicino soccorso, più che mai attesero a nuove tagliate, sortite, ed altre azioni coraggiose, per prolungare il più possibile l'avanzamento de' nemici.

Avea ne' primi mesi di quest'anno l'Augusto Leopoldoconchiuse varie leghe, o per quiete o per difesa dell'imperio e degli Stati suoi nella preveduta gran tempesta onde era minacciato. Spezialmente per interposizione dello zelante ponteficeInnocenzo XIseguì una confederazione fra lui eGiovanni Sobieschire di Polonia nel dì 31 di marzo. Quanto più vide esso Augusto crescere il pericolo,e poi formato l'assedio della sua capitale, tanto più affrettò i principi e i circoli della Germania, e il re suddetto di Polonia ad accorrere in aiuto. La causa era comune. Caduta Vienna, dovea tremare ogni principe e città di quei contorni. Concorsero dunque a sì urgente bisogno il prode re polacco con circa trenta mila dei suoi nazionali;Massimiliano Emmanuele elettordi Baviera eGiorgio elettordi Sassonia, e molti principi volontarii, fra i quali quattro della casa diSassonia, due diNeoburgocognati dell'imperadore,Eugenio principe di Savoia, due diWirtemberg, due d'Olstein, quei diAnalte diBareit, e ilprincipe di Waldechgenerale delle milizie dei circoli. Unironsi quest'armi col generalissimo di Cesare, cioè coll'invittoCarlo V duca di Lorena, il quale durante l'assedio non era mai stato in ozio, ed avea battuto più corpi di Turchi, che portavano viveri e munizioni al campo loro. Fecesi l'union de' cristiani tedeschi e polacchi a Krems di là dal Danubio, e prese che furono le più savie risoluzioni, passò di qua dal fiume il poderoso esercito, consistente in ottantacinque mila combattenti, tutti ansanti di combattere per la fede e per la pubblica salute contro i nemici del nome cristiano. Divisa in tre corpi l'armata, con bella ordinanza calò dalla montagna di Kalemberg nel felicissimo dì 12 di settembre. Andava avanti il terrore, perchè i Turchi da' loro alloggiamenti scoprivano sì fiorito e ben ordinato esercito animosamente scendere dal monte al loro eccidio. Non fu lunga la resistenza fatta da coloro; perchè il primo visire Mustafà Carà, ritiratosi in luogo alquanto distante dalla battaglia, insegnò agli altri essere miglior partito il fuggire che il menar le mani. Lasciarono dunque gl'infedeli in preda ai vittoriosi Cristiani tutte le loro artiglierie, munizioni, viveri, insegne, tende e bagagli. Al re polacco, che conducea l'ala sinistra, e ai suoi toccò la fortuna di cogliere il quartieredel primo visire, nel cui superbo padiglione trovò un immenso tesoro di arredi e contanti, e lo stendardo principale dell'armata turchesca: il che produsse poi invidia e doglianze nel resto dell'armata, perchè i soli Polacchi quei furono che principalmente si arricchirono.

L'avere impiegato i soldati gran tempo nello spoglio, cagion fu che non inseguirono i fuggitivi nemici. Entrarono nel seguente giorno 13 di settembre i trionfanti generali cristiani in Vienna, cioè il re di Polonia, i duchi di Baviera, Sassonia e Lorena, e gli altri principi, e alla vista de' mirabili lavori degli assedianti ed assediati rimasero attoniti. Nel dì appresso giunse alla medesima città, venuto pel Danubio, l'imperador Leopoldo(il che raddoppiò l'allegrezza), e non perdè tempo la maestà sua a rendere grazie a Dio col far cantare un solenneTe Deumper così insigne vittoria. Certo non si può esprimere il giubilo che si diffuse per tutta l'Italia all'avviso di quella sempre memorabil giornata. Le lingue d'ognuno si sciolsero in inni di gioia e di ringraziamenti a Dio, e massimamente in Roma, dove il ponteficeInnocenzo XIcon molte migliaia di scudi dati in limosina a' poveri, e con aprir le carceri e liberar tutti i prigioni non capitali, soddisfacendo egli del suo pei debitori, attestò la sua gratitudine al donator d'ogni bene. E perciocchè il santo padre riconobbe sì felice successo dall'intercession della Vergine santissima, essendo succeduta tal vittoria correndo l'ottava della sua Natività, istituì dipoi la festa del Nome di Maria in quella ottava. Fu poi dal re di Polonia inviato lo stendardo maggiore de' Turchi alla santità sua: spedizione che fruttò al regio segretario portator d'esso ricchi regali delpapa, delcardinal Francesco Barberinoe delprincipe di Palestrina. Coronarono l'armi di Cesare, comandate dal duca di Lorena, la presente campagna con una vittoria riportata contro i Turchi a Parcam, e coll'acquisto dell' importante città di Strigonia nel dì 27d'ottobre. Lo strepito di queste gloriose azioni talmente sgomentò i dianzi ribelli Ungheri seguaci del conte Emerico Techelì, che buona parte di que' comitati inviarono a rendere ubbidienza al legittimo loro augusto sovrano. Diede molto da discorrere, anzi da mormorare, in questi tempi la condotta delre Luigi XIV, il quale di dì in dì minacciava nuova guerra alla Spagna, insisteva nelle precedenti pretensioni, e ne sfoderava delle nuove; ed oltre a ciò tenendo una potente armata ai confini della Germania, tuttochè mirasse in tanto rischio la città di Vienna, e sì vicini i Turchi alla depression de' cristiani; pure non alzò un dito per dar soccorso al pericolante Augusto. E non è già ch'egli non l'esibisse alla dieta di Ratisbona, ma ne voleva essere ben pagato, con pretendere prima la cessione di Lucemburgo. Di sì generosa esibizione non vollero prevalersi i ministri della dieta, perchè il pagamento sarebbe stato certo; e qual fine potesse poi avere il lasciar entrare armato in Germania un re sì potente e sì vago di conquiste, non appariva assai chiaro. Certamente non sì potè levar di capo alla gente ch'esso monarca non avesse, non dirò commossa la Porta ottomana contro di Cesare, ma desiderata la caduta di Vienna, affinchè il corpo germanico si fosse poi trovato in necessità d'implorar la sua protezione ed assistenza, la qual forse sarebbe riuscita più pericolosa, che la guerra col Turco. Tali erano le speculazioni dei politici d'allora: se ben fondate, io nol so.

Sul fine di maggio in quest'anno tornò esso re Cristianissimo ad inviare il signor di Quene con una flotta ad Algeri, per gastigar quell'insolente nazione che nulla avea profittato della lezion precedente. Tal terrore, tal danno recarono a quella città le bombe, che i barbari inviarono a chiedere pace. Rispose loro il comandante franzese di non poterne parlare se prima non restituivano tutti gli schiavi cristiani. Nel termine di quattro giorni (era il fine di giugno)ne condussero più di cinquecento. Ve ne restarono moltissimi altri; contuttociò il signor di Quene diede luogo al trattato della pace, e dimandò gli ostaggi. Uno d'essi fu Mezzomorto ammiraglio degli Algerini. Costui, perchè alte erano le pretensioni de' Franzesi, nè si concludeva l'accordo, dimandò di rientrare nella città, facendo credere di poter levare gli ostacoli alla pace. Altro non fece costui che commuovere a sedizione la milizia algerina; e fatto assassinare Baba Hassan dei, ossia bei, ossia re d'Algeri, ottenne di esser egli proclamato signore. Quindi ricominciò dopo la metà di luglio la guerra, e con più furore di prima volarono le bombe, che cagionarono la rovina di gran parte di quella città. Fecero que' Barbari alcune vigorose sortite, ma furono sempre respinti. Se ne tornò poi nel settembre la flotta franzese in Francia, senza avere stabilito accordo alcuno. Ma perciocchè nell'anno seguente 1684 ebbe avviso il Mezzomorto che in Francia si facea un più gagliardo apparecchio contra d'Algeri, spedì a muovere proposizioni di pace, e questa poi si ultimò nel dì 23 di aprile dell'anno suddetto con delle condizioni affatto onorevoli e vantaggiose per la corona di Francia. Nel dì 30 di luglio dell'anno presente terminò i suoi giorniMaria Teresa d'Austriainfanta di Spagna e regina di Francia, che riempì di cordoglio tutto quel regno: tanta era la sua pietà, la sua carità verso i poveri, la sua inclinazione a tutte l'opere virtuose, la sua prudenza, e la sua mirabil pazienza e disinvoltura, senza mai risentirsi de' pubblici scandalosi adulterii del re consorte.


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