MDCLXXXVIIAnno diCristoMDCLXXXVII. Indiz.X.Innocenzo XIpapa 12.Leopoldoimperadore 30.Col taglio di una pericolosa fistola alre Luigi XIVsalvò in quest'anno la vita un valente chirurgo. Avrebbe ognun creduto, che quel monarca, avvisato con questo malore della fragilità della vita umana avesse da deporre o almen da moderare la sua fierezza. Ma non fu così. Anzi più che mai risentito, dopo aver fatto provar la sua potenza a tanti inferiori, volle anche farla sperimentare a chi meno egli dovea, cioè all'ottimo pontefice Innocenzo XI. Siccome più volte abbiam detto, era gran tempo che gli ambasciatori delle teste coronate si erano messi in possesso delle franchigie in Roma, pretendendo esenti dalla giustizia ed autorità del pontefice non solamente i lor palagi, ma anche un'estensione di molte case nei contorni, che servivano di sicuro ricovero a tutti i malviventi e banditi. Con questi indebiti asili non si potea nè esercitar la giustizia, nè mantener la pubblica quiete in quella nobilissima città. Perchè il pontefice avea dichiarato di non volere riconoscere nè ammettere all'udienza ambasciatore alcuno, se non rinunziava alla pretension delle franchigie, non si trovava più in Roma alcun d'essi, a riserva delduca d'Etrèambasciatoredel re Cristianissimo, in riguardo di cui avea il santo padre promesso di chiudere gli occhi durante solo la di lui ambasceria. Venne questi a morte, e il papa ordinò tosto, che i pubblici esecutori liberamente entrassero nelle strade e case già pretese immuni. Nè pure in Madrid in questi medesimi tempi si volea più sofferire un somigliante eccesso degli stranieri ministri. Ma il re Luigi, a cui certo non piaceva che in Parigi alcun degli ambasciatori facesse in questa maniera da padrone, era nondimeno intestato che fosse un diritto della sua corona la franchigia del suo ministro in Roma, la quale, quantunque dovuta a lui e alla sua famiglia, pure irragionevole cosa era il pretendere che si avesse a stendere a quella esorbitanza che praticavasi allora in Roma sotto gli occhi del pontefice sovrano. Ma se Innocenzo XI era inflessibile su questo punto, con essere anche giunto a pubblicare una bolla che vietava sotto pena della scomunica le franchigie, anche dal canto suo Luigi XIV si mostrava costante in voler sostenere sì fatto abuso; nè per quante ragioni sapesse adurre ilcardinal Ranuccinunzio apostolico, si lasciò smuovere da sì ingiusta pretensione.Ora quel monarca, risoluto di far tremare anche Roma, scelse per suo ambasciatoreArrigo Carlo marchese di Lavardino; e quantunque sapesse le proteste del papa di non ammetterlo come ambasciatore, qualora non precedesse la rinunzia delle franchigie, pure lo spedì nel settembre di quest'anno alla volta di Roma con trecento persone di seguito. Fece anche imbarcare a Marsiglia e Tolone sino a quattrocento cinquanta tra uffiziali e guardie, che sul Fiorentino s'unirono col Lavardino. Con questo accompagnamento, come in ordinanza di battaglia, entrò in Roma il marchese nel dì 16 di novembre, essendo tutte in armi quelle centinaia di uffiziali e guardie, e con questo fasto andò egli a prendere il possesso del palazzo Farnese e di tutti gli adiacenti quartieri. Fece chiedere udienza al papa,nè la potè ottenere; e siccome egli pubblicamente contravveniva alla bolla pontifizia, così tenuto fu per incorso nella scomunica. Cominciò più baldanzosamente con superbo corteggio di carrozze e di ducento guardie a cavallo, tutti uffiziali, e ben armati, a passeggiar per Roma. Teneva in oltre nella piazza del palazzo suddetto trecento guardie a cavallo con ispada sfoderata in mano, spendendo largamente per cattivarsi il popolo, e facendo ogni dì conviti e magnificenza in casa sua, ridendosi del papa, e minacciando trattamenti peggiori contra di lui: azioni tutte che non si sapeva intendere come si permettessero o volessero da chi si gloria di essere il primo figlio della Chiesa. Non mancavano persone, che consigliavano il santo padre di non tollerar questi affronti, e di far gente per reprimere tanto orgoglio; ma il saggio sofferente pontefice, risoluto di voler più tosto dimenticarsi di esser principe, come mansueto pastore non altro rispondeva, se non le parole del salmo:Hi in curribus et in equis: Nos autem in nomine Dei nostri invocabimus. Certamente fra le glorie di Luigi XIV non si può contare l'aspro trattamento da lui fatto apapa Alessandro VII. Molto meno poi si potrà lodare il più sonoro praticato coll'ottimopapa Innocenzo XI; perchè ragione non c'è da poter mai giustificare le franchigie, tali quali s'erano introdotte in Roma, nè la violenza usata dal Lavardino con evidente ingiuria alla sovranità e all'eccelso grado di chi è vicario di Cristo. Perchè poi esso Lavardino fece nel dì del Natale del Signore celebrar messa solenne nella chiesa di San Luigi, e vi assistè con tutta pompa, si vide sottoposta quella chiesa coi sacerdoti all'interdetto.Un altro grave affanno provò in questi tempi il pontefice, per essersi scoperto in Roma autore di una pestilente setta (appellata dipoi ilQuietismo) Michele Molinos prete spagnuolo, che colla sua ipocrisia s'era tirato addietro una gran copia di seguaci, anche di alto affare. Lozelantissimo pontefice, allorchè da saggi e dotti porporati restò ben informato dei falsi insegnamenti di costui, e delle perniciose conseguenze della palliata di lui pietà, ne comandò tosto la carcerazione; e di gran faccende ebbero successivamente i teologi e il tribunale della santa inquisizione per opprimere ed estirpare questa mala gramigna, che insensibilmente s'era anche diffusa per altre parti di Italia. Furono severamente proibiti i libri d'esso Molinos, e con bolla particolare del sommo pontefice nel dì 28 d'agosto fulminate sessantotto proposizioni estratte da essi libri. Si proseguì poi con severità, ma non disgiunta dalla clemenza, il processo contro l'autore di tal setta, e di chiunque l'avea o imprudentemente o maliziosamente adottata, di modo che, proseguendo le diligenze, da lì a qualche tempo se ne smorzò affatto l'incendio, e ne restò la sola memoria del nome. Non rallentò papa Innocenzo XI le sue premure per la guerra contro il Turco nell'anno presente; nè solamente inviò in aiuto de' Veneti le sue galee, ma ottenne ancora che la repubblica di Genova v'inviasse le sue. Tornossene da Roma in Inghilterra, ossia in Francia il conte di Castelmene ambasciatore delre Giacomo II. EFrancesco II ducadi Modena, dopo aver goduto singolari finezze in Napoli, si restituì nel febbraio ai suoi Stati, senza aver potuto condur seco laduchessa Laurasua madre, la quale nel susseguente luglio, con fama di rara pietà e saviezza, diede fine al suo vivere in Roma, lasciando lui erede de' suoi beni nel Modenese, e de' posseduti da lei in Francia la regina della Gran BretagnaMaria Beatricesua figlia.Mirabili furono in quest'anno ancora gli avanzamenti dell'armi cristiane contro la potenza ottomana. Nell'anno precedente s'era portato a Vienna, e poscia all'assedio di Buda,Ferdinando Carlo ducadi Mantova con un copioso accompagnamento de' suoi bravi, e volle intervenire anche alla campagna dell'annopresente. Della bravura di lui e de' suoi non fu parlato con gran vantaggio in Italia. Ora il valoroso generalissimo ducaCarlo di LorenaeMassimiliano elettor di Baviera, risaputo che il primo visire con esercito, creduto di sessanta mila combattenti, tragittato il Savo, s'inoltrava per frastornar le imprese de' cristiani, si mossero contra di lui. Poi consigliatamente fecero una ritirata, la quale, presa per indizio di timore dal musulmano, lo animò a passare anche il Dravo. Nel dì 12 d'agosto a Moatz vennero alle mani le due possenti armate, e ne andò sconfitta la turchesca. Insigne fu questa vittoria, perchè tra uccisi dal ferro ed annegati nel Dravo vi rimasero più d'otto mila Turchi; incredibile il bottino per sessantotto cannoni, dieci mortari, immensità di provvigioni da bocca e da guerra, cavalli, buoi, bufali e cammelli, cassette d'oro e tende. Il padiglione del gran visire toccò all'elettore, che fu il primo ed entrarvi. Fu detto che tenesse un quarto di lega di giro, e quivi fu cantato un solenneTe Deum. Occuparono poscia i cesarei la città e castello di Essech; costrinsero alla resa la città di Agria, e poscia la fortezza di Mongatz. Quello che maggiormente accrebbe la gloria al duca di Lorena, fu ch'egli animosamente entrò nella Transilvania, ed obbligò la città di Claudiopoli, ossia Clausemburgo, e quella di Ermenstad capitale della provincia e tutte le altre della Transilvania ad ammettere presidio cesareo. Ritiratosi nel castello di Fogaratz l'Abaffiprincipe di quella contrada, si vide astretto, nel dì 27 d'ottobre, a capitolare col duca, mettendosi sotto la protezion di Cesare, ed accordando le contribuzioni e i quartieri d'inverno. Nel dì 9 di dicembre di quest'anno in Possonia tenuta fu la gran dieta del regno di Ungheria, a cui intervenne l'imperadore Leopoldo; ed ivi restò proclamato e coronato re d'Ungheria loarciduca Giuseppe, primogenito di esso Augusto.Colle sue benedizioni accompagnò ladivina clemenza anche l'armi della repubblica veneta; giunta in questo felicissimo anno a liberar tutto il regno della Morea dalla tirannia de' Turchi, e ad inalberarvi le bandiere della croce. Sbarcò l'armata veneta nel dì 20 di luglio alle spiaggie dell'Acaia, con disegno di assalire la città di Patrasso; ma perciocchè il saraschiere s'era in quelle vicinanze acquartierato, si videro i generali cristiani in necessità di rimuovere prima quest'ostacolo. Ora ilconte di Konigsmarch, primo fra essi, seppe trovar maniera di passar colà, e di attaccar la mischia co' nemici, i quali dopo qualche resistenza diedero a gambe, lasciando indietro alcune centinaia di morti, artiglierie ed insegne. A cagion di questo avvenimento si ritirarono in salvo anche le guernigioni turchesche di Patrasso e del castello di Morea. Maravigliosa cosa fu il mirare, come presi da panico timore quegl'infedeli, appiccato il fuoco alle munizioni del castello di Romelia, che gran resistenza far potea, facessero saltare in aria i suoi torrioni, e poi se ne fuggissero. Giunse lo sbigottimento a tale, che si trovò abbandonata da essi la città di Lepanto, dianzi infame nido di corsari. Lo stesso saraschiere uscì coll'esercito suo di Morea; e in fine la città di Corinto, cioè la chiave di quel regno, venne senza fatica in poter de' cristiani, che vi trovarono quaranta pezzi di bronzo, parte inchiodati e parte fatti crepare. Anche Mistrà, che si crede nata dalle rovine della poco lontana Sparta, impetrò buone capitolazioni dalle vincitrici armi cristiane. Restò dipoi deliberata la conquista d'Atene e della sua acropoli, cioè della fortezza che difende quel borgo, giacchè un borgo è divenuta l'antica celebre città d'Atene. Fu colla forza ancor questa obbligata alla resa; imprese, che per tutta l'Italia, e spezialmente in Venezia, furono solennizzate con incessanti feste. Nè qui si fermarono le glorie venete. Oltre all'avere ilgenerale Cornarofatti ritirare i Turchi dall'assedio della fortezza di Sign, invogliòil senato veneto di liberar l'Adriatico da un barbarico asilo di corsari, coll'acquisto di Castel nuovo in Dalmazia. A questo fine fu ottenuto che le galee del papa e di Malta concorressero all'impresa, ed ivi s'impiegarono anche due mila e cinquecento soldati oltramontani che erano destinati per l'armata di Levante: risoluzione di non lieve detrimento, perchè, a ragion di questa mancanza, siccome diremo, finì poi male la conquista di Negroponte, saggiamente ideata dal capitan generaleMorosino. Con centoventi legni sul fine di agosto si presentarono i Veneziani sotto la suddetta riguardevol città e fortezza di Castelnuovo. Di gran fatiche costò la sua espugnazione, ma in fine ne uscirono i presidiarii e gli abitanti, lasciandone il possesso ai cristiani, che vi trovarono gran copia di munizioni e cinquantasette cannoni di bronzo. Ora tanto abbassamento della potenza ottomana cagionò sollevazioni in Costantinopoli, fu deposto il sultano Maometto, e sollevato al trono suo fratello. Non mancò la Porta in questi tempi di muovere a Vienna proposizioni di pace, e v'inclinavano alcuno de' consiglieri cesarei, giacchè si prevedeva vicino lo scoppio di nuove guerre dalla parte del re Cristianissimo. Ma prevalse il sentimento del duca di Lorena, a cui sembrava molto disdicevole il deporre le armi in mezzo al corso di tante vittorie, e mentre sì invitti e sgomentati si trovavano i dianzi sì orgogliosi musulmani.
Col taglio di una pericolosa fistola alre Luigi XIVsalvò in quest'anno la vita un valente chirurgo. Avrebbe ognun creduto, che quel monarca, avvisato con questo malore della fragilità della vita umana avesse da deporre o almen da moderare la sua fierezza. Ma non fu così. Anzi più che mai risentito, dopo aver fatto provar la sua potenza a tanti inferiori, volle anche farla sperimentare a chi meno egli dovea, cioè all'ottimo pontefice Innocenzo XI. Siccome più volte abbiam detto, era gran tempo che gli ambasciatori delle teste coronate si erano messi in possesso delle franchigie in Roma, pretendendo esenti dalla giustizia ed autorità del pontefice non solamente i lor palagi, ma anche un'estensione di molte case nei contorni, che servivano di sicuro ricovero a tutti i malviventi e banditi. Con questi indebiti asili non si potea nè esercitar la giustizia, nè mantener la pubblica quiete in quella nobilissima città. Perchè il pontefice avea dichiarato di non volere riconoscere nè ammettere all'udienza ambasciatore alcuno, se non rinunziava alla pretension delle franchigie, non si trovava più in Roma alcun d'essi, a riserva delduca d'Etrèambasciatoredel re Cristianissimo, in riguardo di cui avea il santo padre promesso di chiudere gli occhi durante solo la di lui ambasceria. Venne questi a morte, e il papa ordinò tosto, che i pubblici esecutori liberamente entrassero nelle strade e case già pretese immuni. Nè pure in Madrid in questi medesimi tempi si volea più sofferire un somigliante eccesso degli stranieri ministri. Ma il re Luigi, a cui certo non piaceva che in Parigi alcun degli ambasciatori facesse in questa maniera da padrone, era nondimeno intestato che fosse un diritto della sua corona la franchigia del suo ministro in Roma, la quale, quantunque dovuta a lui e alla sua famiglia, pure irragionevole cosa era il pretendere che si avesse a stendere a quella esorbitanza che praticavasi allora in Roma sotto gli occhi del pontefice sovrano. Ma se Innocenzo XI era inflessibile su questo punto, con essere anche giunto a pubblicare una bolla che vietava sotto pena della scomunica le franchigie, anche dal canto suo Luigi XIV si mostrava costante in voler sostenere sì fatto abuso; nè per quante ragioni sapesse adurre ilcardinal Ranuccinunzio apostolico, si lasciò smuovere da sì ingiusta pretensione.
Ora quel monarca, risoluto di far tremare anche Roma, scelse per suo ambasciatoreArrigo Carlo marchese di Lavardino; e quantunque sapesse le proteste del papa di non ammetterlo come ambasciatore, qualora non precedesse la rinunzia delle franchigie, pure lo spedì nel settembre di quest'anno alla volta di Roma con trecento persone di seguito. Fece anche imbarcare a Marsiglia e Tolone sino a quattrocento cinquanta tra uffiziali e guardie, che sul Fiorentino s'unirono col Lavardino. Con questo accompagnamento, come in ordinanza di battaglia, entrò in Roma il marchese nel dì 16 di novembre, essendo tutte in armi quelle centinaia di uffiziali e guardie, e con questo fasto andò egli a prendere il possesso del palazzo Farnese e di tutti gli adiacenti quartieri. Fece chiedere udienza al papa,nè la potè ottenere; e siccome egli pubblicamente contravveniva alla bolla pontifizia, così tenuto fu per incorso nella scomunica. Cominciò più baldanzosamente con superbo corteggio di carrozze e di ducento guardie a cavallo, tutti uffiziali, e ben armati, a passeggiar per Roma. Teneva in oltre nella piazza del palazzo suddetto trecento guardie a cavallo con ispada sfoderata in mano, spendendo largamente per cattivarsi il popolo, e facendo ogni dì conviti e magnificenza in casa sua, ridendosi del papa, e minacciando trattamenti peggiori contra di lui: azioni tutte che non si sapeva intendere come si permettessero o volessero da chi si gloria di essere il primo figlio della Chiesa. Non mancavano persone, che consigliavano il santo padre di non tollerar questi affronti, e di far gente per reprimere tanto orgoglio; ma il saggio sofferente pontefice, risoluto di voler più tosto dimenticarsi di esser principe, come mansueto pastore non altro rispondeva, se non le parole del salmo:Hi in curribus et in equis: Nos autem in nomine Dei nostri invocabimus. Certamente fra le glorie di Luigi XIV non si può contare l'aspro trattamento da lui fatto apapa Alessandro VII. Molto meno poi si potrà lodare il più sonoro praticato coll'ottimopapa Innocenzo XI; perchè ragione non c'è da poter mai giustificare le franchigie, tali quali s'erano introdotte in Roma, nè la violenza usata dal Lavardino con evidente ingiuria alla sovranità e all'eccelso grado di chi è vicario di Cristo. Perchè poi esso Lavardino fece nel dì del Natale del Signore celebrar messa solenne nella chiesa di San Luigi, e vi assistè con tutta pompa, si vide sottoposta quella chiesa coi sacerdoti all'interdetto.
Un altro grave affanno provò in questi tempi il pontefice, per essersi scoperto in Roma autore di una pestilente setta (appellata dipoi ilQuietismo) Michele Molinos prete spagnuolo, che colla sua ipocrisia s'era tirato addietro una gran copia di seguaci, anche di alto affare. Lozelantissimo pontefice, allorchè da saggi e dotti porporati restò ben informato dei falsi insegnamenti di costui, e delle perniciose conseguenze della palliata di lui pietà, ne comandò tosto la carcerazione; e di gran faccende ebbero successivamente i teologi e il tribunale della santa inquisizione per opprimere ed estirpare questa mala gramigna, che insensibilmente s'era anche diffusa per altre parti di Italia. Furono severamente proibiti i libri d'esso Molinos, e con bolla particolare del sommo pontefice nel dì 28 d'agosto fulminate sessantotto proposizioni estratte da essi libri. Si proseguì poi con severità, ma non disgiunta dalla clemenza, il processo contro l'autore di tal setta, e di chiunque l'avea o imprudentemente o maliziosamente adottata, di modo che, proseguendo le diligenze, da lì a qualche tempo se ne smorzò affatto l'incendio, e ne restò la sola memoria del nome. Non rallentò papa Innocenzo XI le sue premure per la guerra contro il Turco nell'anno presente; nè solamente inviò in aiuto de' Veneti le sue galee, ma ottenne ancora che la repubblica di Genova v'inviasse le sue. Tornossene da Roma in Inghilterra, ossia in Francia il conte di Castelmene ambasciatore delre Giacomo II. EFrancesco II ducadi Modena, dopo aver goduto singolari finezze in Napoli, si restituì nel febbraio ai suoi Stati, senza aver potuto condur seco laduchessa Laurasua madre, la quale nel susseguente luglio, con fama di rara pietà e saviezza, diede fine al suo vivere in Roma, lasciando lui erede de' suoi beni nel Modenese, e de' posseduti da lei in Francia la regina della Gran BretagnaMaria Beatricesua figlia.
Mirabili furono in quest'anno ancora gli avanzamenti dell'armi cristiane contro la potenza ottomana. Nell'anno precedente s'era portato a Vienna, e poscia all'assedio di Buda,Ferdinando Carlo ducadi Mantova con un copioso accompagnamento de' suoi bravi, e volle intervenire anche alla campagna dell'annopresente. Della bravura di lui e de' suoi non fu parlato con gran vantaggio in Italia. Ora il valoroso generalissimo ducaCarlo di LorenaeMassimiliano elettor di Baviera, risaputo che il primo visire con esercito, creduto di sessanta mila combattenti, tragittato il Savo, s'inoltrava per frastornar le imprese de' cristiani, si mossero contra di lui. Poi consigliatamente fecero una ritirata, la quale, presa per indizio di timore dal musulmano, lo animò a passare anche il Dravo. Nel dì 12 d'agosto a Moatz vennero alle mani le due possenti armate, e ne andò sconfitta la turchesca. Insigne fu questa vittoria, perchè tra uccisi dal ferro ed annegati nel Dravo vi rimasero più d'otto mila Turchi; incredibile il bottino per sessantotto cannoni, dieci mortari, immensità di provvigioni da bocca e da guerra, cavalli, buoi, bufali e cammelli, cassette d'oro e tende. Il padiglione del gran visire toccò all'elettore, che fu il primo ed entrarvi. Fu detto che tenesse un quarto di lega di giro, e quivi fu cantato un solenneTe Deum. Occuparono poscia i cesarei la città e castello di Essech; costrinsero alla resa la città di Agria, e poscia la fortezza di Mongatz. Quello che maggiormente accrebbe la gloria al duca di Lorena, fu ch'egli animosamente entrò nella Transilvania, ed obbligò la città di Claudiopoli, ossia Clausemburgo, e quella di Ermenstad capitale della provincia e tutte le altre della Transilvania ad ammettere presidio cesareo. Ritiratosi nel castello di Fogaratz l'Abaffiprincipe di quella contrada, si vide astretto, nel dì 27 d'ottobre, a capitolare col duca, mettendosi sotto la protezion di Cesare, ed accordando le contribuzioni e i quartieri d'inverno. Nel dì 9 di dicembre di quest'anno in Possonia tenuta fu la gran dieta del regno di Ungheria, a cui intervenne l'imperadore Leopoldo; ed ivi restò proclamato e coronato re d'Ungheria loarciduca Giuseppe, primogenito di esso Augusto.
Colle sue benedizioni accompagnò ladivina clemenza anche l'armi della repubblica veneta; giunta in questo felicissimo anno a liberar tutto il regno della Morea dalla tirannia de' Turchi, e ad inalberarvi le bandiere della croce. Sbarcò l'armata veneta nel dì 20 di luglio alle spiaggie dell'Acaia, con disegno di assalire la città di Patrasso; ma perciocchè il saraschiere s'era in quelle vicinanze acquartierato, si videro i generali cristiani in necessità di rimuovere prima quest'ostacolo. Ora ilconte di Konigsmarch, primo fra essi, seppe trovar maniera di passar colà, e di attaccar la mischia co' nemici, i quali dopo qualche resistenza diedero a gambe, lasciando indietro alcune centinaia di morti, artiglierie ed insegne. A cagion di questo avvenimento si ritirarono in salvo anche le guernigioni turchesche di Patrasso e del castello di Morea. Maravigliosa cosa fu il mirare, come presi da panico timore quegl'infedeli, appiccato il fuoco alle munizioni del castello di Romelia, che gran resistenza far potea, facessero saltare in aria i suoi torrioni, e poi se ne fuggissero. Giunse lo sbigottimento a tale, che si trovò abbandonata da essi la città di Lepanto, dianzi infame nido di corsari. Lo stesso saraschiere uscì coll'esercito suo di Morea; e in fine la città di Corinto, cioè la chiave di quel regno, venne senza fatica in poter de' cristiani, che vi trovarono quaranta pezzi di bronzo, parte inchiodati e parte fatti crepare. Anche Mistrà, che si crede nata dalle rovine della poco lontana Sparta, impetrò buone capitolazioni dalle vincitrici armi cristiane. Restò dipoi deliberata la conquista d'Atene e della sua acropoli, cioè della fortezza che difende quel borgo, giacchè un borgo è divenuta l'antica celebre città d'Atene. Fu colla forza ancor questa obbligata alla resa; imprese, che per tutta l'Italia, e spezialmente in Venezia, furono solennizzate con incessanti feste. Nè qui si fermarono le glorie venete. Oltre all'avere ilgenerale Cornarofatti ritirare i Turchi dall'assedio della fortezza di Sign, invogliòil senato veneto di liberar l'Adriatico da un barbarico asilo di corsari, coll'acquisto di Castel nuovo in Dalmazia. A questo fine fu ottenuto che le galee del papa e di Malta concorressero all'impresa, ed ivi s'impiegarono anche due mila e cinquecento soldati oltramontani che erano destinati per l'armata di Levante: risoluzione di non lieve detrimento, perchè, a ragion di questa mancanza, siccome diremo, finì poi male la conquista di Negroponte, saggiamente ideata dal capitan generaleMorosino. Con centoventi legni sul fine di agosto si presentarono i Veneziani sotto la suddetta riguardevol città e fortezza di Castelnuovo. Di gran fatiche costò la sua espugnazione, ma in fine ne uscirono i presidiarii e gli abitanti, lasciandone il possesso ai cristiani, che vi trovarono gran copia di munizioni e cinquantasette cannoni di bronzo. Ora tanto abbassamento della potenza ottomana cagionò sollevazioni in Costantinopoli, fu deposto il sultano Maometto, e sollevato al trono suo fratello. Non mancò la Porta in questi tempi di muovere a Vienna proposizioni di pace, e v'inclinavano alcuno de' consiglieri cesarei, giacchè si prevedeva vicino lo scoppio di nuove guerre dalla parte del re Cristianissimo. Ma prevalse il sentimento del duca di Lorena, a cui sembrava molto disdicevole il deporre le armi in mezzo al corso di tante vittorie, e mentre sì invitti e sgomentati si trovavano i dianzi sì orgogliosi musulmani.