MDCXCII

MDCXCIIAnno diCristoMDCXCII. IndizioneXV.Innocenzo XIIpapa 2.Leopoldoimperadore 35.Tanto seppe adoperarsi l'industriosocardinale di Fourbin, appellato anche diGiansone, che a forza di gloriose promesseindusse il ponteficeInnocenzo XIInell'anno presente ad accordar le bolle ad alquanti novelli vescovi del regno di Francia. Moltissime di quelle chiese da gran tempo erano vacanti, e all'ottimo pontefice troppo dispiaceva il veder tante greggie sì lungamente prive di pastore. Questa sua indulgenza fu mal intesa da alcuni, perchè non si tirò dietro alcuna soddisfazione della corte di Francia alla santa Sede; ma non lasciò d'essere lodata dai saggi. Avea desiderato il santo ponteficeInnocenzo XI, tutto pieno di belle idee, di tramandare a' successori pontefici l'abborrimento da lui stesso professato al nipotismo, sul riflesso di tanti disordini provenuti in addietro dal soverchio amore de' papi ai proprii parenti. Fu anche voce costante che avesse stesa una bolla in questo proposito, ma che incontrasse delle difficoltà a sottoscriverla in alcuni cardinali, che aveano profittato in addietro di questa prodigalità, quasichè un processo anche contra di loro stessi fosse il solo provvedervi per l'avvenire. Comunque sia, il buonInnocenzo XII, degno allievo dell'XI, seriamente sempre vi pensò, e col proprio esempio preparò gli animi d'ognuno a così santa e lodevol riforma. Il bello fu che non pochi maligni politici d'allora spacciavano per una semplice velleità quest'invenzione del papa, anzi s'aspettavano ogni dì che anch'egli, a guisa diAlessandro VII, soccombesse in fine alla tentazione, e lasciasse comparir trionfanti sui sette colli i suoi nipoti. Ma era troppo ben radicato il vero pastorale e principesco zelo in questo insigne vicario di Cristo; e però, dopo aver ben preso le sue misure, e fatta sottoscrivere da tutti i cardinali la bolla con cui si vietava da lì innanzi ogni eccesso in favor de' nipoti pontificii, la pubblicò nel dì 28 di giugno dell'anno presente, con obbligar tutti i porporati presenti e futuri all'esecuzione di essa, e a ratificarla con giuramento nei conclavi, ed ogni eletto pontefice a giurarla di nuovo. Dì consenso ancora, opure d'ordine d'esso santo padre, fu impiegata la felice pena diCelestino Sfondratiabbate di San Gallo, che poi venne promosso alla sacra porpora, in esporre i mali effetti del nepotismo: il che egli animosamente eseguì, con tessere la serie di tutti quei papi che non si erano guardati dall'eccessivo e sregolato affetto verso del proprio sangue; tutte a mio credere, incontrastabili giustificazioni della libertà che ho giudicato competere anche a me, per non tacere in questi Annali un disordine che mai più da lì innanzi non ha conosciuto nè deplorato la santa Sede, e chiunque lei ama e riverisce. Per questa nobil risoluzione non si può dire quanto plauso e credito si acquistasse il ponteficeInnocenzo XIIpresso i cattolici tutti, e fin presso i protestanti medesimi.Venne in quest'anno a Roma, a Venezia, a Genova e agli altri principi d'Italia spedito dal re Cristianissimo il conte di Rabenac, con commissione di sollecitare ognuno ad unirsi contro l'imperadore, ch'egli rappresentava come oppressore dell'Italia colle smisurate contribuzioni e coi gravosi quartieri, dei quali abbiam favellato. Ma ebbe un bel dire; grande impegno era la tuttavia ardente guerra col Turco; troppo gagliarde in queste parti le forze cesaree, e però altro non riportò che ringraziamenti ai suoi generosi consigli. Non lasciarono il papa e i Maltesi di spedire anche per la presente campagna le squadre delle lor galee in rinforzo de' Veneziani. Desiderosi questi di qualche segnalata impresa, andarono all'assedio della Canea, città forte dell'isola di Candia, e nel dì 17 di luglio, fatto lo sbarco, diedero principio alle offese, e il capitan generaleDomenico Mocenigoprese le migliori disposizioni per effettuare il disegno. Ciò non ostante, sì vigorose furono le sortite dei Turchi, sì ostinata la difesa, sì fortunati i soccorsi inviati dal saraschiere all'assediata città, che dopo molto spargimento di sangue convenne levare l'assedio; e tantopiù perchè il saraschiere, avendo passato lo Stretto, minacciava la Morea. Fu in fatti assediata da' Musulmani la città di Lepanto, ma ne furono essi anche respinti. Niun'altra azione di vaglia si fece dipoi. Intanto il generale cesareoHeislerebbe ordine di mettere il campo al Gran Varadino, città e fortezza di molta importanza nella Transilvania sulle frontiere dell'Ungheria. Gran tempo e sangue si spese per arrivarne all'acquisto. Ma finalmente, nel dì 3 di giugno si videro forzati i Turchi a rendersi a buoni patti, e nel dì 5, festa solenne del Corpo del Signore, quivi s'inalberò la croce con giubilo inesplicabile degli amatori della religion cattolica. Gran festa ne fu fatta in Roma e per tutta l'Italia. Nè pur ivi altra maggiore impresa si fece nell'anno presente.Per conto della guerra del Piemonte, dacchè fu richiamato in Germania il general Caraffa, che avea trovata la maniera di farsi pel suo orgoglio, e più per la sua crudeltà, odiar da tutti in Italia, fu spedito al comando delle truppe cesaree il marescialloCapraraBolognese, uomo di gran credito per tante sue belle militari azioni. S'infermò egli in Verona, nè potè prima del dì 13 di luglio arrivare a Torino. Tenutosi consiglio da tutti i generali, giacchè non fu gradito d'imprendere l'assedio di Pinerolo, fu risoluto di penetrare nel Delfinato con dieci mila cavalli e sedici mila fanti, lusingandosi i collegati di veder le migliaia di ugonotti, che, cavatasi la maschera, si unissero all'esercito loro. Scomunicate erano le strade per li dirupi delle montagne: pure la speranza di arricchir tutti coll'ideato bottino metteva l'ali ai piedi d'ognuno. I generali erano lo stessoduca di Savoia, ilmarchese di Leganes, ilmaresciallo Caprarae ilprincipe Eugenio. Presero Guilestre sulle prime, e quindi con assedio obbligarono la poco forte città d'Ambrum a presentar loro le chiavi. Quella eziandio di Gap senza fatica venne alla loro ubbidienza, e fu poi barbaramentesaccheggiata, ed anche data alle fiamme; crudeltà usata dai Tedeschi per dovunque passarono. Vi fu chi credette che se fosse proceduta innanzi quest'armata, Granoble e Lione avrebbero aperte le porte. Ma caduto infermo di vaiuolo il ducaVittorio Amedeo, ed avendo il Caprara e il Leganes ordini segreti di risparmiar le truppe, all'udire che accorrevano da ogni parte Franzesi, ad altro non si pensò che a ritornarsene indietro. Per varie strade ripassò quell'armata. L'infermo duca, portato come in un letto entro agiata seggetta, giunse a Cuneo, seco avendo la duchessa consorte, che, al primo avviso del suo male, coi medici avea valicato quelle aspre montagne. Non prima del dì 4 d'ottobre giunse a Torino, e quindi in villa, dove si convertì il suo malore in quartana doppia, che divenne poi continua, di modo che più volte si dubitò di sua vita. Verso la metà di novembre ricuperò egli la sanità primiera. Ed ecco dove andò a terminare questa che ognun si credea dovesse riuscire molto strepitosa campagna. Ma se pochi allori colsero allora i Tedeschi nel Delfinato, riuscì ben più felice la guerra da loro portata di nuovo ai paesi dei principi d'Italia, che soggiacquero anche nel seguente verno ad orride contribuzioni e quartieri intimati dalconte Prainer, degno delegato del tanto abborrito in Italia conte Caraffa, che poi nel seguente anno fu chiamato da Dio a render conto del suo incredibile orgoglio, e dell'aver riposta la sua gloria nell'assassinar gl'Italiani coll'esorbitanza delle contribuzioni. Continuò similmente il Prainer quei barbarici trattamenti, per li quali convien confessare che allora troppo divenne esosa in Italia la nazione tedesca; e fin lo stesso duca di Savoia ne fece amare doglianze alla corte di Vienna, dolendosi che quegli aiuti avessero servito, non già a migliorare gl'interessi suoi, ma solamente ad arricchirsi con ispogliare nemici ed amici, e a rendere anche lo stesso duca odioso agl'Italiani, come autore di questa guerra in Italia.Era succeduta un tempo innanzi una ribellione del popolo di Castiglione delle Stiviere contra del principe loro signoreFerdinando Gonzaga; e questa in occasion delle imposte da lui messe in congiuntura delle contribuzioni tedesche. Saccheggiarono coloro il di lui palazzo; e s'egli non avesse avuta la fortuna di salvarsi colla principessa moglie nella rocca, non perdonavano alla sua vita. Ricorso egli al conte Caraffa, ricevè delle truppe; furono puniti i capi della ribellione; ed egli riassunse il comando. Ma essendo ricorsi a Vienna i suoi sudditi, con rappresentare nata la lor sollevazione da altri insoffribili aggravii loro imposti dal principe a cagion della moglie di casa Pico della Mirandola, affinchè ella si potesse divertire nei carnevali di Venezia, venne ordine algenerale Palfidi arrestare il principe e la principessa, e si diede principio ai processi che non ebbero mai più fine. Si trattò più volte di rimettere quel principe nel suo dominio; ma perchè protestava il popolo (tanto era il suo odio) di voler piuttosto prendersi un volontario esilio, che di tornar sotto il di lui abborrito giogo, restò sempre incagliato l'affare, e resta tuttavia, dimorando oggidì in Ispagna i principi di lui figli, sovvenuti dalla generosità di quella real corte. Fu creduto cheFerdinando Carlo Gonzagaduca di Mantova soffiasse in quell'incendio; ma questo sovrano ricevette anche egli nel presente anno un man-rovescio dalla politica spagnuola. Già dicemmo occupata da lui la città di Guastalla sul Po per le mendicate ragioni della duchessa sua consorte, figlia dell'ultimo duca di Guastalla, quando per le investiture cesaree era chiamato a quel feudo il cugino d'esso defunto duca, cioèdon Vincenzo Gonzaga, il quale a nome del re di Spagna avea governata la Sicilia. Assistito egli dalle milizie spagnuole e tedesche, improvvisamente fu messo in possesso di Guastalla; e datosi quindi a pretendere dal duca di Mantova le rendite indebitamente percette per tanti anni addietro,col tempo ottenne che gli fossero assegnate le due terre di Luzzara e Reggiuolo coi lor fertili territorii. Così portava la giustizia; ma in cuore del duca di Mantova restò tanta amarezza, che nei tempi susseguenti, siccome vedremo, prese risoluzioni tali, che il trassero all'ultimo precipizio. Era già pervenuto all'anno trentesimo terzo di sua etàFrancesco II d'Esteduca di Modena, senza che avesse peranche presa la risoluzion di accasarsi. Fu creduto alieno dalle nozze, perchè bene spesso languente per la sua debole complessione, e molto più per la podagra e chiragra, sue familiari compagne. La verità nondimeno è, che ilprincipe Cesare d'Este, da cui era aiutato, ed anche più del dovere, al governo, gli sturbò tutti i trattati di maritaggio, per timore di scapitare nella sua privanza. Ma finalmente sposò egli nel dì 14 di luglio del presente anno la principessaMargherita Farnese, figlia diRanuccio II ducadi Parma, che condotta a Sassuolo fece poi la sua solenne entrata in Modena nel dì 9 di novembre.Intanto commosso da tenerezza il cuore del ponteficeInnocenzo XIIal mirare lo stato lagrimevole dell'Italia per l'ostinata guerra del Piemonte, e gli oppressi e divorati popoli dalle smoderate contribuzioni e violenze di chi mostrava di essere calato di Germania per difendere dai Franzesi la libertà di queste provincie, raddoppiò le sue premure e i suoi uffizii per tutte le corti cattoliche a fin di promuovere la pace. Ma inutili furono anche per ora le sante sue intenzioni, e solamente ebbero effetto quelle che da lui solo dipendevano pel buon regolamento e vantaggio di Roma e della sacra sua corte. Con sua bolla soppresse varie giudicature straordinarie che si esercitavano per privilegio, e servivano a prolungar le liti e le sofisticherie con gravissimo danno di chi avea da litigare, rimettendo tutte le cause ai consueti giudici ordinarii. Giacchè più non serviva d'abitazione ai romani pontefici il vasto palazzo del Laterano, determinò il santo padre di farnemiglior uso con formarne un ospizio ai poveri invalidi, e pensò tosto a provvederlo di rendite convenienti al bisogno. Sua intenzione sulle prime fu di raccoglier ivi tutti gli storpii, ciechi ed inabili a lavorare, e di levar da Roma la molestia di tanti mendicanti oziosi, che ristretti potrebbero in buona parte guadagnarsi il pane in qualche lavoro. Ma col tempo si mutò questa idea, e lasciate le sole donne in quel palazzo, si provvide ai maschi poveri nell'insigne ospizio di Ripa, siccome accennerò a suo tempo. Con la bolla poi pubblicata nel dì 20 di maggio dell'anno seguente confermò il suddetto ospizio lateranense, e i fondi e proventi assegnati pel mantenimento di esso. Conoscendo ancora qual profitto potrebbe provenire dal porto di Cività Vecchia, se vi si stabilisse un buon commercio con varii privilegii, con fabbriche di case e magazzini, e col concorso di negozianti, si applicò a questa impresa, e diede gli ordini opportuni, acciocchè si purgassero ed accrescessero gli acquedotti, e si formassero nuove fabbriche. Fece anche alzare nella basilica Vaticana un magnifico mausoleo alla santa memoria d'Innocenzo XIsuo benefattore, e preparare il proprio sepolcro, ma con poca spesa, col non volere in esso altra inscrizione che il semplice suo nome. In somma era nato questo sempre memorando pontefice per cose grandi, e dimentico di sè stesso e de' suoi, altro non avea in mente che il pubblico bene.

Tanto seppe adoperarsi l'industriosocardinale di Fourbin, appellato anche diGiansone, che a forza di gloriose promesseindusse il ponteficeInnocenzo XIInell'anno presente ad accordar le bolle ad alquanti novelli vescovi del regno di Francia. Moltissime di quelle chiese da gran tempo erano vacanti, e all'ottimo pontefice troppo dispiaceva il veder tante greggie sì lungamente prive di pastore. Questa sua indulgenza fu mal intesa da alcuni, perchè non si tirò dietro alcuna soddisfazione della corte di Francia alla santa Sede; ma non lasciò d'essere lodata dai saggi. Avea desiderato il santo ponteficeInnocenzo XI, tutto pieno di belle idee, di tramandare a' successori pontefici l'abborrimento da lui stesso professato al nipotismo, sul riflesso di tanti disordini provenuti in addietro dal soverchio amore de' papi ai proprii parenti. Fu anche voce costante che avesse stesa una bolla in questo proposito, ma che incontrasse delle difficoltà a sottoscriverla in alcuni cardinali, che aveano profittato in addietro di questa prodigalità, quasichè un processo anche contra di loro stessi fosse il solo provvedervi per l'avvenire. Comunque sia, il buonInnocenzo XII, degno allievo dell'XI, seriamente sempre vi pensò, e col proprio esempio preparò gli animi d'ognuno a così santa e lodevol riforma. Il bello fu che non pochi maligni politici d'allora spacciavano per una semplice velleità quest'invenzione del papa, anzi s'aspettavano ogni dì che anch'egli, a guisa diAlessandro VII, soccombesse in fine alla tentazione, e lasciasse comparir trionfanti sui sette colli i suoi nipoti. Ma era troppo ben radicato il vero pastorale e principesco zelo in questo insigne vicario di Cristo; e però, dopo aver ben preso le sue misure, e fatta sottoscrivere da tutti i cardinali la bolla con cui si vietava da lì innanzi ogni eccesso in favor de' nipoti pontificii, la pubblicò nel dì 28 di giugno dell'anno presente, con obbligar tutti i porporati presenti e futuri all'esecuzione di essa, e a ratificarla con giuramento nei conclavi, ed ogni eletto pontefice a giurarla di nuovo. Dì consenso ancora, opure d'ordine d'esso santo padre, fu impiegata la felice pena diCelestino Sfondratiabbate di San Gallo, che poi venne promosso alla sacra porpora, in esporre i mali effetti del nepotismo: il che egli animosamente eseguì, con tessere la serie di tutti quei papi che non si erano guardati dall'eccessivo e sregolato affetto verso del proprio sangue; tutte a mio credere, incontrastabili giustificazioni della libertà che ho giudicato competere anche a me, per non tacere in questi Annali un disordine che mai più da lì innanzi non ha conosciuto nè deplorato la santa Sede, e chiunque lei ama e riverisce. Per questa nobil risoluzione non si può dire quanto plauso e credito si acquistasse il ponteficeInnocenzo XIIpresso i cattolici tutti, e fin presso i protestanti medesimi.

Venne in quest'anno a Roma, a Venezia, a Genova e agli altri principi d'Italia spedito dal re Cristianissimo il conte di Rabenac, con commissione di sollecitare ognuno ad unirsi contro l'imperadore, ch'egli rappresentava come oppressore dell'Italia colle smisurate contribuzioni e coi gravosi quartieri, dei quali abbiam favellato. Ma ebbe un bel dire; grande impegno era la tuttavia ardente guerra col Turco; troppo gagliarde in queste parti le forze cesaree, e però altro non riportò che ringraziamenti ai suoi generosi consigli. Non lasciarono il papa e i Maltesi di spedire anche per la presente campagna le squadre delle lor galee in rinforzo de' Veneziani. Desiderosi questi di qualche segnalata impresa, andarono all'assedio della Canea, città forte dell'isola di Candia, e nel dì 17 di luglio, fatto lo sbarco, diedero principio alle offese, e il capitan generaleDomenico Mocenigoprese le migliori disposizioni per effettuare il disegno. Ciò non ostante, sì vigorose furono le sortite dei Turchi, sì ostinata la difesa, sì fortunati i soccorsi inviati dal saraschiere all'assediata città, che dopo molto spargimento di sangue convenne levare l'assedio; e tantopiù perchè il saraschiere, avendo passato lo Stretto, minacciava la Morea. Fu in fatti assediata da' Musulmani la città di Lepanto, ma ne furono essi anche respinti. Niun'altra azione di vaglia si fece dipoi. Intanto il generale cesareoHeislerebbe ordine di mettere il campo al Gran Varadino, città e fortezza di molta importanza nella Transilvania sulle frontiere dell'Ungheria. Gran tempo e sangue si spese per arrivarne all'acquisto. Ma finalmente, nel dì 3 di giugno si videro forzati i Turchi a rendersi a buoni patti, e nel dì 5, festa solenne del Corpo del Signore, quivi s'inalberò la croce con giubilo inesplicabile degli amatori della religion cattolica. Gran festa ne fu fatta in Roma e per tutta l'Italia. Nè pur ivi altra maggiore impresa si fece nell'anno presente.

Per conto della guerra del Piemonte, dacchè fu richiamato in Germania il general Caraffa, che avea trovata la maniera di farsi pel suo orgoglio, e più per la sua crudeltà, odiar da tutti in Italia, fu spedito al comando delle truppe cesaree il marescialloCapraraBolognese, uomo di gran credito per tante sue belle militari azioni. S'infermò egli in Verona, nè potè prima del dì 13 di luglio arrivare a Torino. Tenutosi consiglio da tutti i generali, giacchè non fu gradito d'imprendere l'assedio di Pinerolo, fu risoluto di penetrare nel Delfinato con dieci mila cavalli e sedici mila fanti, lusingandosi i collegati di veder le migliaia di ugonotti, che, cavatasi la maschera, si unissero all'esercito loro. Scomunicate erano le strade per li dirupi delle montagne: pure la speranza di arricchir tutti coll'ideato bottino metteva l'ali ai piedi d'ognuno. I generali erano lo stessoduca di Savoia, ilmarchese di Leganes, ilmaresciallo Caprarae ilprincipe Eugenio. Presero Guilestre sulle prime, e quindi con assedio obbligarono la poco forte città d'Ambrum a presentar loro le chiavi. Quella eziandio di Gap senza fatica venne alla loro ubbidienza, e fu poi barbaramentesaccheggiata, ed anche data alle fiamme; crudeltà usata dai Tedeschi per dovunque passarono. Vi fu chi credette che se fosse proceduta innanzi quest'armata, Granoble e Lione avrebbero aperte le porte. Ma caduto infermo di vaiuolo il ducaVittorio Amedeo, ed avendo il Caprara e il Leganes ordini segreti di risparmiar le truppe, all'udire che accorrevano da ogni parte Franzesi, ad altro non si pensò che a ritornarsene indietro. Per varie strade ripassò quell'armata. L'infermo duca, portato come in un letto entro agiata seggetta, giunse a Cuneo, seco avendo la duchessa consorte, che, al primo avviso del suo male, coi medici avea valicato quelle aspre montagne. Non prima del dì 4 d'ottobre giunse a Torino, e quindi in villa, dove si convertì il suo malore in quartana doppia, che divenne poi continua, di modo che più volte si dubitò di sua vita. Verso la metà di novembre ricuperò egli la sanità primiera. Ed ecco dove andò a terminare questa che ognun si credea dovesse riuscire molto strepitosa campagna. Ma se pochi allori colsero allora i Tedeschi nel Delfinato, riuscì ben più felice la guerra da loro portata di nuovo ai paesi dei principi d'Italia, che soggiacquero anche nel seguente verno ad orride contribuzioni e quartieri intimati dalconte Prainer, degno delegato del tanto abborrito in Italia conte Caraffa, che poi nel seguente anno fu chiamato da Dio a render conto del suo incredibile orgoglio, e dell'aver riposta la sua gloria nell'assassinar gl'Italiani coll'esorbitanza delle contribuzioni. Continuò similmente il Prainer quei barbarici trattamenti, per li quali convien confessare che allora troppo divenne esosa in Italia la nazione tedesca; e fin lo stesso duca di Savoia ne fece amare doglianze alla corte di Vienna, dolendosi che quegli aiuti avessero servito, non già a migliorare gl'interessi suoi, ma solamente ad arricchirsi con ispogliare nemici ed amici, e a rendere anche lo stesso duca odioso agl'Italiani, come autore di questa guerra in Italia.

Era succeduta un tempo innanzi una ribellione del popolo di Castiglione delle Stiviere contra del principe loro signoreFerdinando Gonzaga; e questa in occasion delle imposte da lui messe in congiuntura delle contribuzioni tedesche. Saccheggiarono coloro il di lui palazzo; e s'egli non avesse avuta la fortuna di salvarsi colla principessa moglie nella rocca, non perdonavano alla sua vita. Ricorso egli al conte Caraffa, ricevè delle truppe; furono puniti i capi della ribellione; ed egli riassunse il comando. Ma essendo ricorsi a Vienna i suoi sudditi, con rappresentare nata la lor sollevazione da altri insoffribili aggravii loro imposti dal principe a cagion della moglie di casa Pico della Mirandola, affinchè ella si potesse divertire nei carnevali di Venezia, venne ordine algenerale Palfidi arrestare il principe e la principessa, e si diede principio ai processi che non ebbero mai più fine. Si trattò più volte di rimettere quel principe nel suo dominio; ma perchè protestava il popolo (tanto era il suo odio) di voler piuttosto prendersi un volontario esilio, che di tornar sotto il di lui abborrito giogo, restò sempre incagliato l'affare, e resta tuttavia, dimorando oggidì in Ispagna i principi di lui figli, sovvenuti dalla generosità di quella real corte. Fu creduto cheFerdinando Carlo Gonzagaduca di Mantova soffiasse in quell'incendio; ma questo sovrano ricevette anche egli nel presente anno un man-rovescio dalla politica spagnuola. Già dicemmo occupata da lui la città di Guastalla sul Po per le mendicate ragioni della duchessa sua consorte, figlia dell'ultimo duca di Guastalla, quando per le investiture cesaree era chiamato a quel feudo il cugino d'esso defunto duca, cioèdon Vincenzo Gonzaga, il quale a nome del re di Spagna avea governata la Sicilia. Assistito egli dalle milizie spagnuole e tedesche, improvvisamente fu messo in possesso di Guastalla; e datosi quindi a pretendere dal duca di Mantova le rendite indebitamente percette per tanti anni addietro,col tempo ottenne che gli fossero assegnate le due terre di Luzzara e Reggiuolo coi lor fertili territorii. Così portava la giustizia; ma in cuore del duca di Mantova restò tanta amarezza, che nei tempi susseguenti, siccome vedremo, prese risoluzioni tali, che il trassero all'ultimo precipizio. Era già pervenuto all'anno trentesimo terzo di sua etàFrancesco II d'Esteduca di Modena, senza che avesse peranche presa la risoluzion di accasarsi. Fu creduto alieno dalle nozze, perchè bene spesso languente per la sua debole complessione, e molto più per la podagra e chiragra, sue familiari compagne. La verità nondimeno è, che ilprincipe Cesare d'Este, da cui era aiutato, ed anche più del dovere, al governo, gli sturbò tutti i trattati di maritaggio, per timore di scapitare nella sua privanza. Ma finalmente sposò egli nel dì 14 di luglio del presente anno la principessaMargherita Farnese, figlia diRanuccio II ducadi Parma, che condotta a Sassuolo fece poi la sua solenne entrata in Modena nel dì 9 di novembre.

Intanto commosso da tenerezza il cuore del ponteficeInnocenzo XIIal mirare lo stato lagrimevole dell'Italia per l'ostinata guerra del Piemonte, e gli oppressi e divorati popoli dalle smoderate contribuzioni e violenze di chi mostrava di essere calato di Germania per difendere dai Franzesi la libertà di queste provincie, raddoppiò le sue premure e i suoi uffizii per tutte le corti cattoliche a fin di promuovere la pace. Ma inutili furono anche per ora le sante sue intenzioni, e solamente ebbero effetto quelle che da lui solo dipendevano pel buon regolamento e vantaggio di Roma e della sacra sua corte. Con sua bolla soppresse varie giudicature straordinarie che si esercitavano per privilegio, e servivano a prolungar le liti e le sofisticherie con gravissimo danno di chi avea da litigare, rimettendo tutte le cause ai consueti giudici ordinarii. Giacchè più non serviva d'abitazione ai romani pontefici il vasto palazzo del Laterano, determinò il santo padre di farnemiglior uso con formarne un ospizio ai poveri invalidi, e pensò tosto a provvederlo di rendite convenienti al bisogno. Sua intenzione sulle prime fu di raccoglier ivi tutti gli storpii, ciechi ed inabili a lavorare, e di levar da Roma la molestia di tanti mendicanti oziosi, che ristretti potrebbero in buona parte guadagnarsi il pane in qualche lavoro. Ma col tempo si mutò questa idea, e lasciate le sole donne in quel palazzo, si provvide ai maschi poveri nell'insigne ospizio di Ripa, siccome accennerò a suo tempo. Con la bolla poi pubblicata nel dì 20 di maggio dell'anno seguente confermò il suddetto ospizio lateranense, e i fondi e proventi assegnati pel mantenimento di esso. Conoscendo ancora qual profitto potrebbe provenire dal porto di Cività Vecchia, se vi si stabilisse un buon commercio con varii privilegii, con fabbriche di case e magazzini, e col concorso di negozianti, si applicò a questa impresa, e diede gli ordini opportuni, acciocchè si purgassero ed accrescessero gli acquedotti, e si formassero nuove fabbriche. Fece anche alzare nella basilica Vaticana un magnifico mausoleo alla santa memoria d'Innocenzo XIsuo benefattore, e preparare il proprio sepolcro, ma con poca spesa, col non volere in esso altra inscrizione che il semplice suo nome. In somma era nato questo sempre memorando pontefice per cose grandi, e dimentico di sè stesso e de' suoi, altro non avea in mente che il pubblico bene.


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