MDCXCIII

MDCXCIIIAnno diCristoMDCXCIII. IndizioneI.InnocenzoXII papa 3.Leopoldoimperadore 36.Per quanti passi e dibattimenti si fossero fatti fin qui, per comporre le differenze che passavano fra la corte di Roma e di Parigi a cagion delle proposizioni adottate dai vescovi di Francia in pregiudizio dell'autorità della santa Sede, nulla s'era potuto ottenere che soddisfacesse al sommo pontefice. Finalmentenel presente anno d'ordine delre Luigi XIVscrissero que' prelati a papaInnocenzo XIIuna lettera piena di sommessione, in cui disapprovarono gl'insegnamenti suddetti; e però giacchè non s'era potuto ottenere di più, fu creduto meglio di rimettere l'armonia primiera, e di conferire il resto delle chiese vacanti nel regno di Francia. Avea nell'anno precedente l'indefesso santo Padre cominciata un'altra gloriosa impresa e le diede il pieno suo compimento nel presente. Da gran tempo per varie necessità della santa Sede s'era introdotto il vendere alcuni non ecclesiastici uffizii della curia romana, e spezialmente i posti di auditore e tesorier della camera, e de' cherici d'essa camera. Andava ben alto il loro prezzo, perchè grandi ancora n'erano i proventi. Se alcuno de' prelati compratori d'essi uffizii veniva promosso al cardinalato, restavano vacanti quegli uffizii, e si vendevano ad altri. Intorno a questi vacabili v'ha un trattato del famoso cardinale de Luca nel tomo ultimo delle sue opere. Non si potea trattener la gente maligna dall'aguzzar le lingue contra di questo costume, quasichè fosse stata questa invenzione per vendere la sacra porpora sotto colore palliato a chi potea spendere; e quantunque non si promovessero per lo più se non persone degne, prese dai posti suddetti, pure sembrava aperto l'adito anche agl'immeritevoli, purchè danarosi, di conseguire le prime dignità. Volle ancor qui l'ammirabil pontefice chiudere la bocca agli amatori della maldicenza; e però nel dì 23 d'ottobre del precedente anno suppresse le venalità dei suddetti uffizii ed avendo procurato a lieve frutto più d'un milione di scudi, restituì ai compratori tutto il danaro da essi speso in acquistarli. Ora nell'anno presente a dì 3 di febbraio pubblicò un'altra bolla, con cui ordinò che da lì innanzi gli uffizii e luoghi di monti vacabili per la promozione alla sacra porpora non si perdessero, ma o si rassegnassero o se ne continuassea tirare il frutto, di maniera che niun vantaggio risultasse alla camera apostolica dall'esaltazione di que' prelati. In pro nondimeno della stessa camera ritornò il risparmio di molte propine che dianzi godeano i prefati compratori. Immensa fu la lode che riportò per queste segnalate azioni l'ottimo pontefice, il quale in benefizio d'essa camera avea dianzi tagliate le penne anche al grado dei vice cancellieri della Chiesa romana; e poscia ancora minorò il lucro de' cardinali vicarii, e finalmente soppresse la legazion d'Avignone, applicandone i proventi alla camera apostolica.Poichè sembrava che la fortuna non andasse d'accordo col capitan generale de' VenezianiDomenico Mocenigo, fu egli destinato pretore a Vicenza. Trattossi dipoi nel maggior consiglio per eleggere a sì riguardevol impiego altro personaggio, ed i più concorsero nello stesso dogeFrancesco Morosino, già stato capitano generale, e glorioso conquistatore della Morea. Si scusò egli colla sua avanzata età d'anni settantaquattro; ma rinforzate le preghiere, si trovò in fine risoluto a sacrificare il resto de' suoi giorni in servigio della patria. Di grandi preparamenti si fecero per la di lui partenza, e passò egli in Levante; ma gran tempo impiegò nel viaggio, e spese il resto in varie disposizioni per assalir Negroponte nell'anno venturo, quando sul fine dell'anno, trovandosi a Napoli di Romania, fu colto da mortale infermità, che dì 6 del seguente gennaio mise fine ai suoi giorni e a tutte le sue gradezze umane. Riuscì in quest'anno al generale cesareoHeislerdi conquistare la fortezza di Gena nell'Ungheria superiore verso le frontiere della Transilvania; dopo di che il general supremoduca di Croy, avendo fatto credere al saraschiere con lettera finta di voler imprendere l'assedio di Temiswar, all'improvviso si portò a cignere di gente Belgrado. Più di quel che credeva trovò i Turchi disposti a vendere care le lor vite, ed inoltre si udìvenire a gran passi il primo visire col Cam de' Tartari, per tentare il soccorso; laonde, dopo avere perduto in un mese sotto quella città da due mila soldati, parve di più spediente lo sciogliere quell'assedio e ritirarsi. Facevasi intanto guerra da' Franzesi in Fiandra, al Reno, in mare e in Catalogna con felicità delle lor armi, e queste riportavano palme anche in Piemonte. Il ducaVittorio Amedeorestò ancora in quest'anno aggravato da sì pericolosa malattia, che nel dì 7 di marzo gli fu ministrato il santissimo viatico. Riavuto che fu, nel dì 30 di luglio si portò a bersagliare il forte franzese appellato di Santa Brigida, che gli costò molto sangue, e nel dì 14 d'agosto finalmente si diede per vinto. Questo fu poi smantellato. Per tre giorni ancora la città di Pinerolo restò fieramente travagliata dalle bombe. Intanto rinforzato di molte nuove truppe ilmaresciallo di Catinatsi andò accostando colla sua alla nemica armata, e trovandosi amendue a fronte, vennero nel dì 4 d'ottobre ad una fiera battaglia in vicinanza di Orbazzano. Questa riuscì favorevole ai Franzesi, in maniera che, secondo i lor conti (a' quali si dee far la sua detrazione), vi rimasero sul campo uccisi circa otto mila dei collegati, e restarono due mila d'essi prigioni, coll'acquisto di quasi cento insegne, quattro stendardi e gran copia d'artiglierie. Due mila Franzesi vi perderono la vita. Pretesero gli altri che la perdita de' Franzesi ascendesse a sei mila persone, e ad altrettanto quella de' collegati. Dall'una parte e dall'altra grande fu il numero degli uffiziali morti o feriti; ma certo è che i collegati riceverono una fiera percossa, laonde il Catinat stese largamente le contribuzioni ed anche gl'incendii in quelle parti. Restò nulladimeno anche dopo tal perdita sì forte l'esercito alleato, che i Franzesi non poterono impadronirsi, a riserva di Revel e Saluzzo, d'alcun altro luogo di conseguenza. Ora non mancò il re Cristianissimo di prevalersi di questa congiunturaper insinuar di nuovo proposizioni di pace al duca di Savoia, ma nol potè peranche smuovere dal proponimento suo. Andarono poscia a' quartieri d'inverno le truppe alemanne, attendendo a scannare anche in questa vernata il paese de' principi dell'Italia, senza commiserazione a' popoli, che gridavano alle stelle per le esorbitanti estorsioni, credendo che di peggio non avrebbero fatto i Turchi nemici del nome cristiano.Per questi flagelli funestissimo fu l'anno presente, ed anche per un altro sommamente lagrimevole spettacolo, cioè per un tremuoto nella Sicilia, le cui scosse non son già forestiere in quella per altro fortunata isola, ma senza che vi fosse memoria fra la gente d'allora di averne mai provato un sì terribile e micidiale. Cominciò nel dì 9 di gennaio a traballar la terra in Messina, e ne' susseguenti giorni andò crescendo la violenza delle scosse, talmente che atterrò in quella città gran copia delle più cospicue fabbriche, e parte ancora delle mura d'essa città, ma con poca mortalità, perchè il popolo, avvertito dal primo scotimento, si ritirò alla campagna e a dormir nelle piazze. Le relazioni che corsero allora, alterate probabilmente dallo spavento e dalla fama, portano che in altre parti della Sicilia incredibile fu il danno. Che la città di Catania, abitata da diciotto mila persone, andò tutta per terra, colla morte di sedici mila abitanti seppelliti sotto le rovine delle case. Che Siracusa ed Augusta, città riguardevoli, restarono diroccate, colla morte nella prima di quindici mila persone, e di otto mila nell'altra, in cui anche la fortezza, per un fulmine caduto nel magazzino della polve, saltò in aria. Che le città di Noto, Modica, Taormina, e molte terre e castella al numero di settantadue furono desolate, ed alcuna abissata in maniera che non ne rimane vestigio alcuno. Che più di cento mila persone vi perirono, oltre a ventimila ferite e storpie. Che in Palermo fu rovesciato il palazzodel vicerè. Che la Calabria e Malta risentirono anch'esse non lieve danno. Che il monte Etna, o sia Mongibello, slargò la sua apertura sino a tre miglia di giro. Io non mi fo mallevadore di tutte queste particolarità. Certo è solamente che miserie e rovine immense toccarono alla Sicilia per sì straordinario tremuoto, e che non si possono invidiare ai Siciliani le ricche lor campagne e delizie, sottoposte di tanto in tanto al pericolo di una sì dura pensione.

Per quanti passi e dibattimenti si fossero fatti fin qui, per comporre le differenze che passavano fra la corte di Roma e di Parigi a cagion delle proposizioni adottate dai vescovi di Francia in pregiudizio dell'autorità della santa Sede, nulla s'era potuto ottenere che soddisfacesse al sommo pontefice. Finalmentenel presente anno d'ordine delre Luigi XIVscrissero que' prelati a papaInnocenzo XIIuna lettera piena di sommessione, in cui disapprovarono gl'insegnamenti suddetti; e però giacchè non s'era potuto ottenere di più, fu creduto meglio di rimettere l'armonia primiera, e di conferire il resto delle chiese vacanti nel regno di Francia. Avea nell'anno precedente l'indefesso santo Padre cominciata un'altra gloriosa impresa e le diede il pieno suo compimento nel presente. Da gran tempo per varie necessità della santa Sede s'era introdotto il vendere alcuni non ecclesiastici uffizii della curia romana, e spezialmente i posti di auditore e tesorier della camera, e de' cherici d'essa camera. Andava ben alto il loro prezzo, perchè grandi ancora n'erano i proventi. Se alcuno de' prelati compratori d'essi uffizii veniva promosso al cardinalato, restavano vacanti quegli uffizii, e si vendevano ad altri. Intorno a questi vacabili v'ha un trattato del famoso cardinale de Luca nel tomo ultimo delle sue opere. Non si potea trattener la gente maligna dall'aguzzar le lingue contra di questo costume, quasichè fosse stata questa invenzione per vendere la sacra porpora sotto colore palliato a chi potea spendere; e quantunque non si promovessero per lo più se non persone degne, prese dai posti suddetti, pure sembrava aperto l'adito anche agl'immeritevoli, purchè danarosi, di conseguire le prime dignità. Volle ancor qui l'ammirabil pontefice chiudere la bocca agli amatori della maldicenza; e però nel dì 23 d'ottobre del precedente anno suppresse le venalità dei suddetti uffizii ed avendo procurato a lieve frutto più d'un milione di scudi, restituì ai compratori tutto il danaro da essi speso in acquistarli. Ora nell'anno presente a dì 3 di febbraio pubblicò un'altra bolla, con cui ordinò che da lì innanzi gli uffizii e luoghi di monti vacabili per la promozione alla sacra porpora non si perdessero, ma o si rassegnassero o se ne continuassea tirare il frutto, di maniera che niun vantaggio risultasse alla camera apostolica dall'esaltazione di que' prelati. In pro nondimeno della stessa camera ritornò il risparmio di molte propine che dianzi godeano i prefati compratori. Immensa fu la lode che riportò per queste segnalate azioni l'ottimo pontefice, il quale in benefizio d'essa camera avea dianzi tagliate le penne anche al grado dei vice cancellieri della Chiesa romana; e poscia ancora minorò il lucro de' cardinali vicarii, e finalmente soppresse la legazion d'Avignone, applicandone i proventi alla camera apostolica.

Poichè sembrava che la fortuna non andasse d'accordo col capitan generale de' VenezianiDomenico Mocenigo, fu egli destinato pretore a Vicenza. Trattossi dipoi nel maggior consiglio per eleggere a sì riguardevol impiego altro personaggio, ed i più concorsero nello stesso dogeFrancesco Morosino, già stato capitano generale, e glorioso conquistatore della Morea. Si scusò egli colla sua avanzata età d'anni settantaquattro; ma rinforzate le preghiere, si trovò in fine risoluto a sacrificare il resto de' suoi giorni in servigio della patria. Di grandi preparamenti si fecero per la di lui partenza, e passò egli in Levante; ma gran tempo impiegò nel viaggio, e spese il resto in varie disposizioni per assalir Negroponte nell'anno venturo, quando sul fine dell'anno, trovandosi a Napoli di Romania, fu colto da mortale infermità, che dì 6 del seguente gennaio mise fine ai suoi giorni e a tutte le sue gradezze umane. Riuscì in quest'anno al generale cesareoHeislerdi conquistare la fortezza di Gena nell'Ungheria superiore verso le frontiere della Transilvania; dopo di che il general supremoduca di Croy, avendo fatto credere al saraschiere con lettera finta di voler imprendere l'assedio di Temiswar, all'improvviso si portò a cignere di gente Belgrado. Più di quel che credeva trovò i Turchi disposti a vendere care le lor vite, ed inoltre si udìvenire a gran passi il primo visire col Cam de' Tartari, per tentare il soccorso; laonde, dopo avere perduto in un mese sotto quella città da due mila soldati, parve di più spediente lo sciogliere quell'assedio e ritirarsi. Facevasi intanto guerra da' Franzesi in Fiandra, al Reno, in mare e in Catalogna con felicità delle lor armi, e queste riportavano palme anche in Piemonte. Il ducaVittorio Amedeorestò ancora in quest'anno aggravato da sì pericolosa malattia, che nel dì 7 di marzo gli fu ministrato il santissimo viatico. Riavuto che fu, nel dì 30 di luglio si portò a bersagliare il forte franzese appellato di Santa Brigida, che gli costò molto sangue, e nel dì 14 d'agosto finalmente si diede per vinto. Questo fu poi smantellato. Per tre giorni ancora la città di Pinerolo restò fieramente travagliata dalle bombe. Intanto rinforzato di molte nuove truppe ilmaresciallo di Catinatsi andò accostando colla sua alla nemica armata, e trovandosi amendue a fronte, vennero nel dì 4 d'ottobre ad una fiera battaglia in vicinanza di Orbazzano. Questa riuscì favorevole ai Franzesi, in maniera che, secondo i lor conti (a' quali si dee far la sua detrazione), vi rimasero sul campo uccisi circa otto mila dei collegati, e restarono due mila d'essi prigioni, coll'acquisto di quasi cento insegne, quattro stendardi e gran copia d'artiglierie. Due mila Franzesi vi perderono la vita. Pretesero gli altri che la perdita de' Franzesi ascendesse a sei mila persone, e ad altrettanto quella de' collegati. Dall'una parte e dall'altra grande fu il numero degli uffiziali morti o feriti; ma certo è che i collegati riceverono una fiera percossa, laonde il Catinat stese largamente le contribuzioni ed anche gl'incendii in quelle parti. Restò nulladimeno anche dopo tal perdita sì forte l'esercito alleato, che i Franzesi non poterono impadronirsi, a riserva di Revel e Saluzzo, d'alcun altro luogo di conseguenza. Ora non mancò il re Cristianissimo di prevalersi di questa congiunturaper insinuar di nuovo proposizioni di pace al duca di Savoia, ma nol potè peranche smuovere dal proponimento suo. Andarono poscia a' quartieri d'inverno le truppe alemanne, attendendo a scannare anche in questa vernata il paese de' principi dell'Italia, senza commiserazione a' popoli, che gridavano alle stelle per le esorbitanti estorsioni, credendo che di peggio non avrebbero fatto i Turchi nemici del nome cristiano.

Per questi flagelli funestissimo fu l'anno presente, ed anche per un altro sommamente lagrimevole spettacolo, cioè per un tremuoto nella Sicilia, le cui scosse non son già forestiere in quella per altro fortunata isola, ma senza che vi fosse memoria fra la gente d'allora di averne mai provato un sì terribile e micidiale. Cominciò nel dì 9 di gennaio a traballar la terra in Messina, e ne' susseguenti giorni andò crescendo la violenza delle scosse, talmente che atterrò in quella città gran copia delle più cospicue fabbriche, e parte ancora delle mura d'essa città, ma con poca mortalità, perchè il popolo, avvertito dal primo scotimento, si ritirò alla campagna e a dormir nelle piazze. Le relazioni che corsero allora, alterate probabilmente dallo spavento e dalla fama, portano che in altre parti della Sicilia incredibile fu il danno. Che la città di Catania, abitata da diciotto mila persone, andò tutta per terra, colla morte di sedici mila abitanti seppelliti sotto le rovine delle case. Che Siracusa ed Augusta, città riguardevoli, restarono diroccate, colla morte nella prima di quindici mila persone, e di otto mila nell'altra, in cui anche la fortezza, per un fulmine caduto nel magazzino della polve, saltò in aria. Che le città di Noto, Modica, Taormina, e molte terre e castella al numero di settantadue furono desolate, ed alcuna abissata in maniera che non ne rimane vestigio alcuno. Che più di cento mila persone vi perirono, oltre a ventimila ferite e storpie. Che in Palermo fu rovesciato il palazzodel vicerè. Che la Calabria e Malta risentirono anch'esse non lieve danno. Che il monte Etna, o sia Mongibello, slargò la sua apertura sino a tre miglia di giro. Io non mi fo mallevadore di tutte queste particolarità. Certo è solamente che miserie e rovine immense toccarono alla Sicilia per sì straordinario tremuoto, e che non si possono invidiare ai Siciliani le ricche lor campagne e delizie, sottoposte di tanto in tanto al pericolo di una sì dura pensione.


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