MDCXCIV

MDCXCIVAnno diCristoMDCXCIV. IndizioneII.Innocenzo XIIpapa 4.Leopoldoimperadore 37.Dopo la morte del celebreFrancesco Morosinofu conferita la dignità di doge di Venezia aSilvestro Valierofiglio del già dogeBertuccio. Cominciarono i Veneti quest'anno la lor campagna in Dalmazia con l'assedio di Citclut, fortezza pel sito assai considerabile, e di gran gelosia per li Turchi, perchè antemurale ad un buon tratto del loro paese. Comandava l'armi venete il provveditor generaleDelfino, il quale, dopo aver sottoposto varii luoghi all'intorno, obbligò in fine il presidio turchesco a cedere la piazza, dove con giubilo de' cristiani fu ripiantata la croce. Bisogna ben credere che di molta importanza fosse quella fortezza, perchè la Porta ordinò che si facesse ogni sforzo per ricuperarla. Raunato ch'ebbe un esercito, il saraschiere ne imprese l'assedio. Fu ben ricevuto dal vigoroso presidio cristiano, e formò bensì egli le trincee, ma da più d'una sortita degli assediati furono queste rovesciate: laonde, dopo la perdita di molta gente, si vide obbligato a ritirarsi, con lasciare sul campo molti attrezzi militari. Ridussero poscia i Veneti alla loro ubbidienza un'altra ben forte rocca appellata Clobuch. Ma non passò gran tempo che i Turchi, più che mai vogliosi di torre Citclut dalle mani de' cristiani, vi tornarono sotto con oste più poderosa. Neppurquesta volta trovarono propizia la fortuna, e con poco lor gusto dovettero sloggiare di là. La più utile nondimeno e gloriosa impresa fatta da' Veneziani nell'anno presente, fu l'acquisto della rinomata isola di Scio. Dacchè giunsero ad unirsi colla veneta armata navale le galee pontifizie e maltesi,Antonio Zeno, dichiarato capitan generale, sciolse le vele a quella volta, e nel dì 8 di settembre vi fece lo sbarco. La città dominante di quell'isola porta lo stesso nome di Scio; intorno ad essa accampatosi l'esercito cristiano, diede principio alle offese. I vescovi latino e greco, già abitanti in quella città, n'erano usciti. Non più di otto giorni ebbero a faticar le artiglierie e le mine per prendere il castello di mare, e mettere sì fatto spavento in quegli Ottomani, che la stessa città con più di cento cannoni di bronzo e con tutti gli schiavi venne in poter de' Veneti. Che deliziosa, che fruttifera isola sia quella, e massimamente pel privilegio di produrre il mastice, è assai noto; e però di grandi allegrezze si fecero in Venezia per così vantaggiosa conquista. Nell'Ungheria troppo tardi uscirono in campagna i Tedeschi sotto il comando del maresciallo di campoconte Caprara; niuna impresa si fece degna di memoria, a riserva dell'acquisto di Giula, piazza di non lieve momento verso le frontiere della Transilvania.Nel Piemonte le nemiche armate si andarono in quest'anno guatando di mal occhio, ma senza che alcuna d'esse si sentisse voglia di venire alle mani. Solamente fu sempre più stretto il blocco da gran tempo cominciato di Casale di Monferrato, e in quelle vicinanze tolto fu ai Franzesi il forte di San Giorgio. Venuto l'autunno, tutte le truppe tedesche si scaricarono di nuovo sui paesi de' principi italiani, con avere intimato ilconte Prainer, commessario generale di Cesare, secondo il solito, insoffribili contribuzioni. A costui da lì a poco la morte anch'essa intimò di sloggiare dal mondo, e di darfine alle sue estorsioni. Tante nondimeno furono le doglianze portate alla corte di Vienna, che mosso a pietà l'Augusto Leopoldoordinò che si sminuisse il rigore di tanti aggravii; ma non già perFerdinando Carlo ducadi Mantova, di cui si dichiaravano mal soddisfatti i Tedeschi, perchè creduto di genio franzese. Non poteano essi sofferire che dimorasse in Mantova il signor Duprè inviato del re Cristianissimo; però oppressero con aggravii i di lui sudditi, senza riguardo veruno agli ecclesiastici; e inoltre il generale cesareoconte Palfi, coll'abbate Rainoldi residente del re Cattolico, gli intimò di licenziare esso inviato franzese, e tre suoi proprii principali ministri, creduti fomentatori del di lui genio, entro il termine di quindici giorni, minacciando gravi ostilità se non ubbidiva. Ebbe il duca un bel dire, un bel gridare: gli convenne inghiottir la pillola, e congedare chi non piaceva alle corti di Vienna e di Madrid. Giacchè non potea reggere alla gotta, che passò al petto,Francesco II d'Esteduca di Modena e Reggio, nel dì 6 di settembre dell'anno presente terminò la carriera del suo vivere, compianto da' sudditi suoi, perchè amorevolissimo e giusto principe, sotto di cui aveano goduto de' lieti giorni, siccome può vedersi nelle mie Antichità Estensi. Perchè non produsse alcun frutto il suo matrimonio colla principessaMargherita Farnese, a lui succedette nel governo di questo ducato ilprincipe Rinaldosuo zio paterno, allora cardinale, che poi nell'anno seguente rinunziò la sacra porpora, ed assunse il titolo di duca. Fu parimente chiamata da Dio a miglior vita nel dì 6 di marzoVittoria della Rovere, già moglie diFerdinando II de Medici, gran duca di Toscana, principessa impareggiabile per le tante sue belle doti. Venne anche a morte nel dì 11 di dicembre dell'anno presenteRanuccio II Farneseduca di Parma e Piacenza, uomo de' vecchi tempi, principe di buon cuore, pio, generoso e pieno dilodevoli massime, e pure più tosto temuto che amato da' sudditi suoi. Lasciò di belle memorie nella città di Parma, e nel suo ducal palazzo, e un nome degno di vivere anche ne' secoli venturi. Era premorto a lui nel dì 5 di settembre dell'anno precedente 1693 ilprincipe Odoardosuo primogenito, soffocato, per dir così, dalla sua esorbitante grassezza; e questi dalla principessaDorotea Sofia di Neoburgosua consorte avea ricavato un figlio per nomeAlessandro, che fu rapito dalla morte nel suddetto precedente anno. Di esso Odoardo solamente restò una principessa per nomeElisabetta, nata nel dì 25 d'ottobre del 1690, oggidì gloriosa regina di Spagna. Altri due figli viventi lasciò il duca Ranuccio II, cioèFrancescoedAntonio, il primo de' quali succedette al padre nel ducato, e nell'anno seguente con dispensa pontificia sposò la suddetta principessa Dorotea sua cognata. Funestissimo riuscì quest'anno al regno di Napoli per un furioso tremuoto, non inferiore a quel di Sicilia dell'anno precedente. Seguì nel dì 8 di settembre lo scotimento suo. Nella città di Napoli incredibil fu lo spavento, e il danno si ridusse solamente alla scompaginatura di molti palazzi, chiese, monisteri e case. Ma in terra di Lavoro alcune castella e villaggi andarono per terra. In Ariano e Avellino assaissime persone perirono, e quasi tutte le case caddero. Nella città Capoa, di Vico, Cava, e massimamente in Canosa, Conza ed altre parti, si patì gran rovina di edifizii, accompagnata dalla perdita di molte anime. Anche a quegl'infelici paesi si stese la mano misericordiosa e limosiniera del romano pontefice. Questo infortunio cagion fu che il vicerè di Napoli non potesse poi inviare quel rinforzo di genti e danari, per cui tante premure gli venivano fatte dall'armata collegata in Piemonte.

Dopo la morte del celebreFrancesco Morosinofu conferita la dignità di doge di Venezia aSilvestro Valierofiglio del già dogeBertuccio. Cominciarono i Veneti quest'anno la lor campagna in Dalmazia con l'assedio di Citclut, fortezza pel sito assai considerabile, e di gran gelosia per li Turchi, perchè antemurale ad un buon tratto del loro paese. Comandava l'armi venete il provveditor generaleDelfino, il quale, dopo aver sottoposto varii luoghi all'intorno, obbligò in fine il presidio turchesco a cedere la piazza, dove con giubilo de' cristiani fu ripiantata la croce. Bisogna ben credere che di molta importanza fosse quella fortezza, perchè la Porta ordinò che si facesse ogni sforzo per ricuperarla. Raunato ch'ebbe un esercito, il saraschiere ne imprese l'assedio. Fu ben ricevuto dal vigoroso presidio cristiano, e formò bensì egli le trincee, ma da più d'una sortita degli assediati furono queste rovesciate: laonde, dopo la perdita di molta gente, si vide obbligato a ritirarsi, con lasciare sul campo molti attrezzi militari. Ridussero poscia i Veneti alla loro ubbidienza un'altra ben forte rocca appellata Clobuch. Ma non passò gran tempo che i Turchi, più che mai vogliosi di torre Citclut dalle mani de' cristiani, vi tornarono sotto con oste più poderosa. Neppurquesta volta trovarono propizia la fortuna, e con poco lor gusto dovettero sloggiare di là. La più utile nondimeno e gloriosa impresa fatta da' Veneziani nell'anno presente, fu l'acquisto della rinomata isola di Scio. Dacchè giunsero ad unirsi colla veneta armata navale le galee pontifizie e maltesi,Antonio Zeno, dichiarato capitan generale, sciolse le vele a quella volta, e nel dì 8 di settembre vi fece lo sbarco. La città dominante di quell'isola porta lo stesso nome di Scio; intorno ad essa accampatosi l'esercito cristiano, diede principio alle offese. I vescovi latino e greco, già abitanti in quella città, n'erano usciti. Non più di otto giorni ebbero a faticar le artiglierie e le mine per prendere il castello di mare, e mettere sì fatto spavento in quegli Ottomani, che la stessa città con più di cento cannoni di bronzo e con tutti gli schiavi venne in poter de' Veneti. Che deliziosa, che fruttifera isola sia quella, e massimamente pel privilegio di produrre il mastice, è assai noto; e però di grandi allegrezze si fecero in Venezia per così vantaggiosa conquista. Nell'Ungheria troppo tardi uscirono in campagna i Tedeschi sotto il comando del maresciallo di campoconte Caprara; niuna impresa si fece degna di memoria, a riserva dell'acquisto di Giula, piazza di non lieve momento verso le frontiere della Transilvania.

Nel Piemonte le nemiche armate si andarono in quest'anno guatando di mal occhio, ma senza che alcuna d'esse si sentisse voglia di venire alle mani. Solamente fu sempre più stretto il blocco da gran tempo cominciato di Casale di Monferrato, e in quelle vicinanze tolto fu ai Franzesi il forte di San Giorgio. Venuto l'autunno, tutte le truppe tedesche si scaricarono di nuovo sui paesi de' principi italiani, con avere intimato ilconte Prainer, commessario generale di Cesare, secondo il solito, insoffribili contribuzioni. A costui da lì a poco la morte anch'essa intimò di sloggiare dal mondo, e di darfine alle sue estorsioni. Tante nondimeno furono le doglianze portate alla corte di Vienna, che mosso a pietà l'Augusto Leopoldoordinò che si sminuisse il rigore di tanti aggravii; ma non già perFerdinando Carlo ducadi Mantova, di cui si dichiaravano mal soddisfatti i Tedeschi, perchè creduto di genio franzese. Non poteano essi sofferire che dimorasse in Mantova il signor Duprè inviato del re Cristianissimo; però oppressero con aggravii i di lui sudditi, senza riguardo veruno agli ecclesiastici; e inoltre il generale cesareoconte Palfi, coll'abbate Rainoldi residente del re Cattolico, gli intimò di licenziare esso inviato franzese, e tre suoi proprii principali ministri, creduti fomentatori del di lui genio, entro il termine di quindici giorni, minacciando gravi ostilità se non ubbidiva. Ebbe il duca un bel dire, un bel gridare: gli convenne inghiottir la pillola, e congedare chi non piaceva alle corti di Vienna e di Madrid. Giacchè non potea reggere alla gotta, che passò al petto,Francesco II d'Esteduca di Modena e Reggio, nel dì 6 di settembre dell'anno presente terminò la carriera del suo vivere, compianto da' sudditi suoi, perchè amorevolissimo e giusto principe, sotto di cui aveano goduto de' lieti giorni, siccome può vedersi nelle mie Antichità Estensi. Perchè non produsse alcun frutto il suo matrimonio colla principessaMargherita Farnese, a lui succedette nel governo di questo ducato ilprincipe Rinaldosuo zio paterno, allora cardinale, che poi nell'anno seguente rinunziò la sacra porpora, ed assunse il titolo di duca. Fu parimente chiamata da Dio a miglior vita nel dì 6 di marzoVittoria della Rovere, già moglie diFerdinando II de Medici, gran duca di Toscana, principessa impareggiabile per le tante sue belle doti. Venne anche a morte nel dì 11 di dicembre dell'anno presenteRanuccio II Farneseduca di Parma e Piacenza, uomo de' vecchi tempi, principe di buon cuore, pio, generoso e pieno dilodevoli massime, e pure più tosto temuto che amato da' sudditi suoi. Lasciò di belle memorie nella città di Parma, e nel suo ducal palazzo, e un nome degno di vivere anche ne' secoli venturi. Era premorto a lui nel dì 5 di settembre dell'anno precedente 1693 ilprincipe Odoardosuo primogenito, soffocato, per dir così, dalla sua esorbitante grassezza; e questi dalla principessaDorotea Sofia di Neoburgosua consorte avea ricavato un figlio per nomeAlessandro, che fu rapito dalla morte nel suddetto precedente anno. Di esso Odoardo solamente restò una principessa per nomeElisabetta, nata nel dì 25 d'ottobre del 1690, oggidì gloriosa regina di Spagna. Altri due figli viventi lasciò il duca Ranuccio II, cioèFrancescoedAntonio, il primo de' quali succedette al padre nel ducato, e nell'anno seguente con dispensa pontificia sposò la suddetta principessa Dorotea sua cognata. Funestissimo riuscì quest'anno al regno di Napoli per un furioso tremuoto, non inferiore a quel di Sicilia dell'anno precedente. Seguì nel dì 8 di settembre lo scotimento suo. Nella città di Napoli incredibil fu lo spavento, e il danno si ridusse solamente alla scompaginatura di molti palazzi, chiese, monisteri e case. Ma in terra di Lavoro alcune castella e villaggi andarono per terra. In Ariano e Avellino assaissime persone perirono, e quasi tutte le case caddero. Nella città Capoa, di Vico, Cava, e massimamente in Canosa, Conza ed altre parti, si patì gran rovina di edifizii, accompagnata dalla perdita di molte anime. Anche a quegl'infelici paesi si stese la mano misericordiosa e limosiniera del romano pontefice. Questo infortunio cagion fu che il vicerè di Napoli non potesse poi inviare quel rinforzo di genti e danari, per cui tante premure gli venivano fatte dall'armata collegata in Piemonte.


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