MDCXCV

MDCXCVAnno diCristoMDCXCV. IndizioneIII.Innocenzo XIIpapa 5.Leopoldoimperadore 38.Non si stancava il magnanimo papaInnocenzo XIIdi pensar tuttodì a sempre nuovi ed utili regolamenti per ben della Chiesa e de' suoi Stati. Aveva egli proposto di mettere freno al soverchio lusso di Roma, che, oltre all'impoverir le famiglie, portava fuori delle contrade ecclesiastiche immense somme di danaro. A questo grandioso disegno trovò egli, più di quel che pensava, delle gagliarde opposizioni, a cagion de' forestieri che capitano a Roma, e per li contrarii maneggi non men segreti che pubblici de' Franzesi, soliti a profittar della troppa bontà per non dir balordaggine degl'Italiani, i quali provveduti dalla natura di quanto può bisognare al loro nobile trattamento, invasati della novità delle mode, e più che d'altro vaghi delle manifatture oltramontane, pagano eccessivi tributi a' principi non suoi. Un'altra insigne impresa si propose il vigilantissimo pontefice, cioè la riforma di certi ordini religiosi (e non erano pochi) scaduti dall'antica lor santa disciplina, e divenuti delle lor regole poco osservanti, spezialmente del voto della povertà. Qui ancora, più che nell'altra, si scoprirono difficoltà senza fine, ripugnando chi già era ammesso in quegli ordini a mutar maniera di vivere, e ad accettar la vita comune, perchè diceano di esser sottomessi a quelle regole, non quali furono nei tempi antichi, ma colle interpretazioni ed usanze del loro secolo. Ordinò pertanto il pontefice che non s'inquietassero i già arrolati sotto quelle bandiere, ma che niuno in avvenir si ammettesse senza professare la riforma prescritta dalla congregazione deputata da sua santità, in cui fra gli altri monsignor Fabroni, che fu poi promosso alla sacra porpora, personaggio zelantissimo, ebbe la disgrazia di tirarsi addosso l'indignazione e l'odio di moltissimicappucci. Furono anche destinati per ciascun de' suddetti ordini rilassati due conventi, nei quali si facesse il noviziato e si osservasse il rigore suddetto. Il tempo fece poi conoscere che unLodovico XIV redi Francia seppe ben introdurre la riforma nei religiosi claustrali del suo regno; ma Roma non arrivò a tanto in Italia. Patì quella città nel verno del presente anno un'inondazione del Tevere, che si stese per le campagne, col danno di non poche fabbriche e di molto bestiame, e con servire di veicolo ad una epidemia che dipoi sopraggiunse. Diede questa disgrazia al santo padre motivo di maggiormente esercitare la sua carità verso la povera gente che si rifugiò per soccorso in Roma. Inoltre, nel dì 10 di giugno un orribil tremuoto riempiè di terrore e danno il Patrimonio e i paesi circonvicini. Bagnarea andò tutta per terra con perdita di molte persone. Quasi interamente restò smantellato Celano, Orvieto, Toscanella, Acquapendente, ed altre terre e ville di quei contorni risentirono gran danno. Il lago di Bolzena, alzatosi due picche, inondò per tre miglia all'intorno il paese. Non fu men funesto un altro simile tremuoto che si sentì nella marca trivigiana nel dì 25 di febbraio. Nella sola terra d'Asolo rimasero dai fondamenti distrutte mille e cinquecento case; più di altre mille e ducento inabitabili; i templi colle lor torri diroccati; molti uomini colle lor famiglie seppelliti sotto le rovine.Questa sciagura parve un prognostico di molte altre che nell'anno presente afflissero non poco la veneta repubblica. Per la perdita della riguardevole isola e città di Scio si era inferocita la Porta, e fin nell'anno addietro avea ammannita gran copia di legni e di gente per ricuperarla. Con questa flotta, condotta dal saraschiere, nel dì 8 di febbraio, prima che approdasse a Scio, determinò il capitan generaleAntonio Zenodi misurar le sue forze; ma furono poco ben prese le misure; laonde cantarono la vittoria i Turchi,e malconcie ne restarono le navi e le galee venete. Fu cagione sì sinistro colpo, ed un altro appresso, che Scio si rilasciasse alla discrezion de' musulmani con incredibil dolore de' cristiani abituati in quel delizioso paese, che tutti elessero un volontario esilio per non soggiacere alla vendetta e rabbia de' Turchi. Al capitan general Zeno, imputato di mala condotta, siccome ancora a Pietro Quirini provveditore ordinario, toccò di finire i lor giorni in carcere. Rimasero altri assoluti, ma dopo una prigionia di tre anni.Alessandro Molinovenne poi creato capitan generale. Seguirono ancora ne' mesi seguenti altre lievi battaglie tanto in mare che sotto Argo, nelle quali maggior fu la perdita degl'infedeli che de' cristiani, ma senza che alcun di questi vantaggi compensasse il gravissimo danno patito per l'abbandonamento di Scio. Del pari in Ungheria si mutò la ruota della fortuna. Avea l'Augusto Leopoldoottenuti otto mila Sassoni dall'elettoreFederigo Augusto, il quale col titolo di generalissimo delle armi cesaree s'era indotto a passare in persona contro de' Turchi. Solamente ai 10 d'agosto pervenuto esso elettore al campo, quivi trovò i marescialliCapraraeVeterani, e l'altra uffizialità con cinquanta mila guerrieri alemanni, oltre ad alcune migliaia di milizie unghere. Avrebbe ognun creduto che con sì fiorito esercito avessero i cristiani a far prodigii in quelle parti. Trovarono essi lo stesso gran signore Mustafà venuto in persona a dar calore alla poderosa sua armata, con cui sperava anch'egli di operar gran cose. In poche parole, i Turchi occuparono Lippa, e la smantellarono. Poco tempo ancora spesero ad impadronirsi della forte piazza di Titul; e trovato il suddettoconte Federico Veteranimaresciallo, staccato con sette mila bravi Tedeschi dal grosso dell'esercito per coprire la Transilvania, l'andarono ad assalir con tutte le lor forze, e v'era in persona lo stesso Sultano. La difesa che fece questo valoroso comandante per più ore contro quel torrente d'armati,fu delle più gloriose che mai si udissero, e costò la vita a più di quattro mila Turchi. Sopraffatto in fine dall'esorbitante superiorità de' nemici il prode generale, con buona ordinanza si ritirò; ma coprendo in persona la retroguardia, riportò varie ferite; e perchè condotto via s'incagliò in una palude il cavallo, in cui era sostenuto, quivi restò poi trucidato dai musulmani. Anche Lugos e Caransebes caddero in mano di quegl'infedeli: con che nell'anno presente ebbe fine la sventurata campagna degl'imperiali in Ungheria.Osservavasi oramai in Italia una più che mai prossima disposizione e risolutezza diVittorio Amedeoduca di Savoia, delmarchese di Leganesgovernatore di Milano, e de' comandanti cesarei, per cacciar da Casale di Monferrato i Franzesi. Era quella forte città, con un castello e con una molto più forte cittadella, come spina continua nel cuore degli Spagnuoli e del duca di Savoia, per la vicinanza de' loro Stati. L'aveano essi tenuta bloccata da gran tempo; ma da che ebbero concertato coll'ammiraglio ingleseRusseldi tenere a bada ilmaresciallo di Catinatcolla sua potente flotta, che minacciava ora Nizza ed ora la Provenza, il duca e il marchese suddetto colprincipe Eugenio di Savoia, e colmillord Gallowaigenerale delle milizie pagate dall'Inghilterra, si presentarono coll'armata collegata verso la metà di giugno davanti ad esso Casale. Nel dì 26 del medesimo mese venendo il dì 27 fu aperta la trinciera tanto contro la città che contro la cittadella. Ancorchè ilmarchese di Crenantfacesse una gagliarda difesa, pure meravigliosa cosa parve che dopo soli dodici giorni di offese, e colla perdita di soli secento soldati dalla parte degli assedianti, egli si vedesse obbligato ad esporre bandiera bianca. Fu segnata la capitolazione della resa nel dì 9 di luglio; ed accordato che si demolissero le fortificazioni della città, del castello e della cittadella; e che, terminato l'atterramento, ne uscisse la guernigion franzese con tutti gli onorimilitari, otto pezzi di cannone e quattro mortari; e che tornasse quella città in pieno dominio del duca di Mantova, come era ne' tempi andati. Restò eseguita la capitolazione, e tolto dalle viscere della Lombardia quel mantice di discordie e d'incendii. Si trovarono nella città settanta pezzi d'artiglieria di bronzo, nel castello ventotto, e nella cittadella cento venti. Per sì felice impresa in Milano e Torino gran festa si fece, ed essendo solamente nel dì 18 di settembre usciti i Franzesi di Casale, non s'impegnarono l'armi cesaree in alcun'altra azione, ed unicamente pensarono a ristorar le truppe ne' quartieri d'inverno. Non si potè intanto levar di capo a certi politici, che in quell'assedio si sparassero dagli assediati i cannoni senza palle, e che quella impresa fosse concertata fra il saggio duca di Savoia e la corte di Francia; la qual ultima, se restò priva di una buona fortezza, ne privò anche d'essa l'avidità degli Spagnuoli, perchè, facendo rendere Casale al duca di Mantova, deluse le speranze di quei che probabilmente lo desideravano, e poteano pretenderlo a titolo di acquisto. Nè si vuol tacere che nel dì 9 di settembre del presente anno in Roma terminò i suoi giorni il cavaliere Gian-Francesco Borri Milanese in castello Sant'Angelo. S'era egli meritata quella prigione per essere stato eretico visionario anzi autore di una setta, che appena nata ebbe fine, e solennemente fu da lui abiurata. In essa Roma, in Milano ed in altre città d'Italia, e in Inspruch, Amsterdam, Amburgo, Copenaghen, ed altri luoghi dell'Olanda e Germania, fece egli risuonare il suo nome, spacciando miracoli segreti, e spezialmente quello che tanto adesca alcuni troppo corrivi privati, e talvolta i principi stessi, con votar d'oro le borse loro, ed empierle di fumo. A lui si ricorreva come a medico universale per ogni sorta di malattia, e fin da Parigi si vedeano passar nobili malati ad Amsterdam per isperanza d'essere guariti da lui. Gran figura aveva egli fatto inquella città col magnifico equipaggio, e trattato col titolo di eccellenza. In una parola, trovossi in lui un chimico creduto impareggiabile, un gran ciarlatano, e per conseguente un bravo trafficante della semplicità de' mortali.

Non si stancava il magnanimo papaInnocenzo XIIdi pensar tuttodì a sempre nuovi ed utili regolamenti per ben della Chiesa e de' suoi Stati. Aveva egli proposto di mettere freno al soverchio lusso di Roma, che, oltre all'impoverir le famiglie, portava fuori delle contrade ecclesiastiche immense somme di danaro. A questo grandioso disegno trovò egli, più di quel che pensava, delle gagliarde opposizioni, a cagion de' forestieri che capitano a Roma, e per li contrarii maneggi non men segreti che pubblici de' Franzesi, soliti a profittar della troppa bontà per non dir balordaggine degl'Italiani, i quali provveduti dalla natura di quanto può bisognare al loro nobile trattamento, invasati della novità delle mode, e più che d'altro vaghi delle manifatture oltramontane, pagano eccessivi tributi a' principi non suoi. Un'altra insigne impresa si propose il vigilantissimo pontefice, cioè la riforma di certi ordini religiosi (e non erano pochi) scaduti dall'antica lor santa disciplina, e divenuti delle lor regole poco osservanti, spezialmente del voto della povertà. Qui ancora, più che nell'altra, si scoprirono difficoltà senza fine, ripugnando chi già era ammesso in quegli ordini a mutar maniera di vivere, e ad accettar la vita comune, perchè diceano di esser sottomessi a quelle regole, non quali furono nei tempi antichi, ma colle interpretazioni ed usanze del loro secolo. Ordinò pertanto il pontefice che non s'inquietassero i già arrolati sotto quelle bandiere, ma che niuno in avvenir si ammettesse senza professare la riforma prescritta dalla congregazione deputata da sua santità, in cui fra gli altri monsignor Fabroni, che fu poi promosso alla sacra porpora, personaggio zelantissimo, ebbe la disgrazia di tirarsi addosso l'indignazione e l'odio di moltissimicappucci. Furono anche destinati per ciascun de' suddetti ordini rilassati due conventi, nei quali si facesse il noviziato e si osservasse il rigore suddetto. Il tempo fece poi conoscere che unLodovico XIV redi Francia seppe ben introdurre la riforma nei religiosi claustrali del suo regno; ma Roma non arrivò a tanto in Italia. Patì quella città nel verno del presente anno un'inondazione del Tevere, che si stese per le campagne, col danno di non poche fabbriche e di molto bestiame, e con servire di veicolo ad una epidemia che dipoi sopraggiunse. Diede questa disgrazia al santo padre motivo di maggiormente esercitare la sua carità verso la povera gente che si rifugiò per soccorso in Roma. Inoltre, nel dì 10 di giugno un orribil tremuoto riempiè di terrore e danno il Patrimonio e i paesi circonvicini. Bagnarea andò tutta per terra con perdita di molte persone. Quasi interamente restò smantellato Celano, Orvieto, Toscanella, Acquapendente, ed altre terre e ville di quei contorni risentirono gran danno. Il lago di Bolzena, alzatosi due picche, inondò per tre miglia all'intorno il paese. Non fu men funesto un altro simile tremuoto che si sentì nella marca trivigiana nel dì 25 di febbraio. Nella sola terra d'Asolo rimasero dai fondamenti distrutte mille e cinquecento case; più di altre mille e ducento inabitabili; i templi colle lor torri diroccati; molti uomini colle lor famiglie seppelliti sotto le rovine.

Questa sciagura parve un prognostico di molte altre che nell'anno presente afflissero non poco la veneta repubblica. Per la perdita della riguardevole isola e città di Scio si era inferocita la Porta, e fin nell'anno addietro avea ammannita gran copia di legni e di gente per ricuperarla. Con questa flotta, condotta dal saraschiere, nel dì 8 di febbraio, prima che approdasse a Scio, determinò il capitan generaleAntonio Zenodi misurar le sue forze; ma furono poco ben prese le misure; laonde cantarono la vittoria i Turchi,e malconcie ne restarono le navi e le galee venete. Fu cagione sì sinistro colpo, ed un altro appresso, che Scio si rilasciasse alla discrezion de' musulmani con incredibil dolore de' cristiani abituati in quel delizioso paese, che tutti elessero un volontario esilio per non soggiacere alla vendetta e rabbia de' Turchi. Al capitan general Zeno, imputato di mala condotta, siccome ancora a Pietro Quirini provveditore ordinario, toccò di finire i lor giorni in carcere. Rimasero altri assoluti, ma dopo una prigionia di tre anni.Alessandro Molinovenne poi creato capitan generale. Seguirono ancora ne' mesi seguenti altre lievi battaglie tanto in mare che sotto Argo, nelle quali maggior fu la perdita degl'infedeli che de' cristiani, ma senza che alcun di questi vantaggi compensasse il gravissimo danno patito per l'abbandonamento di Scio. Del pari in Ungheria si mutò la ruota della fortuna. Avea l'Augusto Leopoldoottenuti otto mila Sassoni dall'elettoreFederigo Augusto, il quale col titolo di generalissimo delle armi cesaree s'era indotto a passare in persona contro de' Turchi. Solamente ai 10 d'agosto pervenuto esso elettore al campo, quivi trovò i marescialliCapraraeVeterani, e l'altra uffizialità con cinquanta mila guerrieri alemanni, oltre ad alcune migliaia di milizie unghere. Avrebbe ognun creduto che con sì fiorito esercito avessero i cristiani a far prodigii in quelle parti. Trovarono essi lo stesso gran signore Mustafà venuto in persona a dar calore alla poderosa sua armata, con cui sperava anch'egli di operar gran cose. In poche parole, i Turchi occuparono Lippa, e la smantellarono. Poco tempo ancora spesero ad impadronirsi della forte piazza di Titul; e trovato il suddettoconte Federico Veteranimaresciallo, staccato con sette mila bravi Tedeschi dal grosso dell'esercito per coprire la Transilvania, l'andarono ad assalir con tutte le lor forze, e v'era in persona lo stesso Sultano. La difesa che fece questo valoroso comandante per più ore contro quel torrente d'armati,fu delle più gloriose che mai si udissero, e costò la vita a più di quattro mila Turchi. Sopraffatto in fine dall'esorbitante superiorità de' nemici il prode generale, con buona ordinanza si ritirò; ma coprendo in persona la retroguardia, riportò varie ferite; e perchè condotto via s'incagliò in una palude il cavallo, in cui era sostenuto, quivi restò poi trucidato dai musulmani. Anche Lugos e Caransebes caddero in mano di quegl'infedeli: con che nell'anno presente ebbe fine la sventurata campagna degl'imperiali in Ungheria.

Osservavasi oramai in Italia una più che mai prossima disposizione e risolutezza diVittorio Amedeoduca di Savoia, delmarchese di Leganesgovernatore di Milano, e de' comandanti cesarei, per cacciar da Casale di Monferrato i Franzesi. Era quella forte città, con un castello e con una molto più forte cittadella, come spina continua nel cuore degli Spagnuoli e del duca di Savoia, per la vicinanza de' loro Stati. L'aveano essi tenuta bloccata da gran tempo; ma da che ebbero concertato coll'ammiraglio ingleseRusseldi tenere a bada ilmaresciallo di Catinatcolla sua potente flotta, che minacciava ora Nizza ed ora la Provenza, il duca e il marchese suddetto colprincipe Eugenio di Savoia, e colmillord Gallowaigenerale delle milizie pagate dall'Inghilterra, si presentarono coll'armata collegata verso la metà di giugno davanti ad esso Casale. Nel dì 26 del medesimo mese venendo il dì 27 fu aperta la trinciera tanto contro la città che contro la cittadella. Ancorchè ilmarchese di Crenantfacesse una gagliarda difesa, pure meravigliosa cosa parve che dopo soli dodici giorni di offese, e colla perdita di soli secento soldati dalla parte degli assedianti, egli si vedesse obbligato ad esporre bandiera bianca. Fu segnata la capitolazione della resa nel dì 9 di luglio; ed accordato che si demolissero le fortificazioni della città, del castello e della cittadella; e che, terminato l'atterramento, ne uscisse la guernigion franzese con tutti gli onorimilitari, otto pezzi di cannone e quattro mortari; e che tornasse quella città in pieno dominio del duca di Mantova, come era ne' tempi andati. Restò eseguita la capitolazione, e tolto dalle viscere della Lombardia quel mantice di discordie e d'incendii. Si trovarono nella città settanta pezzi d'artiglieria di bronzo, nel castello ventotto, e nella cittadella cento venti. Per sì felice impresa in Milano e Torino gran festa si fece, ed essendo solamente nel dì 18 di settembre usciti i Franzesi di Casale, non s'impegnarono l'armi cesaree in alcun'altra azione, ed unicamente pensarono a ristorar le truppe ne' quartieri d'inverno. Non si potè intanto levar di capo a certi politici, che in quell'assedio si sparassero dagli assediati i cannoni senza palle, e che quella impresa fosse concertata fra il saggio duca di Savoia e la corte di Francia; la qual ultima, se restò priva di una buona fortezza, ne privò anche d'essa l'avidità degli Spagnuoli, perchè, facendo rendere Casale al duca di Mantova, deluse le speranze di quei che probabilmente lo desideravano, e poteano pretenderlo a titolo di acquisto. Nè si vuol tacere che nel dì 9 di settembre del presente anno in Roma terminò i suoi giorni il cavaliere Gian-Francesco Borri Milanese in castello Sant'Angelo. S'era egli meritata quella prigione per essere stato eretico visionario anzi autore di una setta, che appena nata ebbe fine, e solennemente fu da lui abiurata. In essa Roma, in Milano ed in altre città d'Italia, e in Inspruch, Amsterdam, Amburgo, Copenaghen, ed altri luoghi dell'Olanda e Germania, fece egli risuonare il suo nome, spacciando miracoli segreti, e spezialmente quello che tanto adesca alcuni troppo corrivi privati, e talvolta i principi stessi, con votar d'oro le borse loro, ed empierle di fumo. A lui si ricorreva come a medico universale per ogni sorta di malattia, e fin da Parigi si vedeano passar nobili malati ad Amsterdam per isperanza d'essere guariti da lui. Gran figura aveva egli fatto inquella città col magnifico equipaggio, e trattato col titolo di eccellenza. In una parola, trovossi in lui un chimico creduto impareggiabile, un gran ciarlatano, e per conseguente un bravo trafficante della semplicità de' mortali.


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