MDCXCVIAnno diCristoMDCXCVI. IndizioneIV.Innocenzo XIIpapa 6.Leopoldoimperadore 39.Non rallentava il buon ponteficeInnocenzo XIIi suoi sospiri e le sue premure per rimettere la pace fra i principi cristiani; e, a fin d'impetrarla colle preghiere da Dio, pubblicò sul fine dell'anno precedente un giubileo, che nel presente per tutta l'Italia fu preso. Non lasciò ancora di eccitare i principi cattolici alla concordia, con inviar loro nuove paterne lettere; e spezialmente ne fece premura aVittorio Amedeoduca di Savoia, il cui impegno avea tirato in Italia tanti imitatori de' Goti e de' Vandali a spolpare i miseri popoli. Sempre sono e saran da lodare le sante intenzioni dei romani pontefici per questo fine; ma l'interesse, che è il cominciator delle guerre, quello è ancora che le finisce. Che nondimeno il saggio pontefice s'internasse ancora in segreti maneggi per accordare il re Cristianissimo col duca di Savoia, comunemente fu creduto per quel che poscia accadde. Ed appunto questo principe si vide fare nel marzo del presente anno un viaggio alla santa casa di Loreto a titolo di divozione. La gente maliziosa, che non credeva cotanto divoto quel principe da scomodarsi per andar sì lontano ad implorar la protezion della Vergine, si figurò piuttosto che sotto il manto della pietà si coprisse un segreto abboccamento con qualche persona incognita intorno a' suoi affari (e questa fu, per quanto portò la fama, un ministro franzese travestito da religioso) giacchè sono talvolta ridotti i principi a somiglianti ripieghi, per deludere i ministri esteri che vanno spiando ogni menomo loro andamento eparola nelle corti. Spedì ancora in questo anno il pontefice le sue galee unite a quelle di Malta in soccorso de' Veneziani; e sul principio di maggio, al dispetto dei medici, volle portarsi a Cività Vecchia, per visitar quel castello, quegli acquedotti e le fabbriche ivi fatte, giacchè gli stava fitto in capo il pensiero di fare di essa città un porto franco, libero ad ogni nazione, fuorchè ai Turchi. Per varie ragioni, e per le segrete mene del gran duca di Toscana, riuscì poi vano un siffatto disegno. Quanto ai Veneziani, perchè stava loro sul cuore la fortezza di Dolcigno, situata in Albania sopra una rupe inaccessibile, siccome infame nido di corsari infestatori dell'Adriatico, ne fu da essi risoluto l'assedio. Per quanto operassero i cristiani con varii assalti, con alquante mine, e con rispignere due volte i soccorsi inviati dai Turchi, a nulla servirono i loro sforzi, e però convenne ritirarsi. Andò intanto il capitan generaleMolinocolla sua flotta in traccia dell'ottomana, condotta dal Mezzomorto capitan bassà ed ammiraglio. Nel dì 9 d'agosto furono a vista le due nemiche armate, e già la veneta s'era tutta messa in ordinanza per venire a battaglia, quando si scoprì non accordarsi a questo giuoco l'astuto Mezzomorto, al quale non mancò mai l'arte di tenere a bada i cristiani, e di sempre sfuggire il combattimento. Così senza alcun vantaggio, e insieme senza danno alcuno, se la passarono i Veneziani in Levante per tutto quest'anno; ma con gravi lamenti di quel senato, veggendo inutilmente impiegati tanti convogli e tesori in quelle parti.Cominciò in questi tempi a fare risonar il suo nomePietro Alessiovitzczaro della Russia, che divenne poi col tempo incomparabil eroe, con aver tolto a' Turchi sul Tanai l'importante città e fortezza di Asac, ossia Asof. Propose quel principe con gran calore di entrare in lega con Cesare e co' Veneziani ai danni del comune nemico, e infatti ne furono stabiliti i capitoli in Vienna. Nondissimile dalla fortuna de' Veneti fu quella degl'imperiali in Ungheria nell'anno presente. Si portò alla forte cesarea armata di nuovo l'elettor di Sassoniacol titolo di supremo comandante; la direzion nondimeno delle militari operazioni era appoggiata a un capo di maggiore sperienza, cioè al marescialloconte Caprara. Ma che? In quelle contrade comparve ancora di bel nuovo il sultano in persona, bramoso di segnalarsi in qualche impresa. Conduceva anch'egli una potente armata, qual si conveniva ad un pari suo. Invece dunque di accudire alla premeditata idea dell'assedio di Temiswar, o di Belgrado, nel consiglio militare fu preso il partito di provocare a battaglia i nemici. Si trovò attorniato da paludi e ben trincierato l'esercito musulmano, nè la furia delle cannonate potè muoverli ad uscire all'aperta campagna. Solamente seguirono alcune calde scaramucce, nelle quali il commissario generaleHeislervalorosamente combattendo lasciò la vita, e qualche migliaio di soldati dall'una e dall'altra parte perì. Ritiraronsi poscia i Turchi, e senz'altro onore anche le milizie cristiane vennero ripartite ai quartieri. Assai curiosa, ma non già inaspettata, fu la scena che si rappresentò sul teatro del Piemonte nell'anno presente. Troppo rincresceva oramai alla Francia la guerra del Piemonte, perchè più dispendiosa di tutte le altre, dovendosi mandar tutto per montagne in Italia, e non potendo l'armata godere del privilegio di ballare e nutrirsi sul paese nemico. Alla riflessione del troppo impegno e dispendio si aggiunsero i premurosi impulsi del ponteficeInnocenzo XII, commosso a pietà spezialmente verso i principi d'Italia, sì maltrattati dalle sanguisughe tedesche in occasione di questa guerra. Però il re CristianissimoLuigi XIVtali esibizioni fece aVittorio Amedeoduca di Savoia, che questo principe segretamente entrò in trattato, e coll'accortezza, che in lui fu mirabile, ne carpì dell'altre vantaggiose condizioni.Leggesi presso varii autori il trattato di pace sottoscritto nel dì 29 d'agosto di quest'anno dalconte di Tessèluogotenente generale franzese, e dalmarchese di San Tommaso, primo ministro del duca suddetto; certo essendo nondimeno che alcuni mesi prima era stabilito il concordato fra loro. I principali punti di esso accordo furono che in vigor d'essa pace il re Cristianissimo restituiva al duca tutti gli Stati a lui occupati della Savoia, di Nizza e Villafranca; e inoltre gli cedeva Pinerolo co' forti di Santa Brigida ed altri, con che se ne demolissero tutte le fortificazioni; e finalmente, che seguirebbe il matrimonio diMaria Adelaideprincipessa di Savoia, primogenita di sua altezza reale, conLuigi duca di Borgognaprimogenito del Delfino, allorchè fossero in età competente; e che intanto essa principessa passerebbe in Francia, per essere ivi allevata alle spese del re. Vi ha chi scrive promessi anche quattro milioni di franchi al duca dal re Cristianissimo per compenso de' danni sofferti, ma con obbligo di tenere in piedi a spese del re otto mila fanti e quattro mila cavalli, qualora i collegati ricusassero di abbracciar quel trattato.Accordate in questa maniera le pive, inviò il re Cristianissimo nella primavera qualche reggimento di più del solito almaresciallo di Catinat, il quale fece anche spargere voce di aver forze maggiori, e minacciava anche di rovinar Torino colle bombe. Mostravane il duca grande apprensione e paura, per colorir le risoluzioni prese e da prendersi; quando spedite furono da esso maresciallo per mezzo d'un trombetta le vantaggiose condizioni che ilre Luigi XIVofferiva al ducaVittorio Amedeoper la pace di Italia. Andarono innanzi e indietro proposte e risposte; e finalmente restò accordata fra loro una sospension d'armi per quaranta giorni, cioè per tutto il mese d'agosto, che fu poi anche prorogata sino al dì 16 di settembre, a fin di proporre alle corti alleate la neutralità d'Italiasino alla pace generale. Comunicata questa ai ministri di Cesare, della Spagna ed Inghilterra, esistenti in Torino, niun d'essi v'acconsentì; ma il duca come generalissimo lo volle. Allorchè giunse alle corti questa novità, si proruppe in gravi schiamazzi, e furono spedite esibizioni gagliarde al duca di Savoia, per mantenerlo in fede. Ma egli, che non isperava di acconciar sì felicemente i proprii interessi colla continuazion della guerra, come facea colla particolar sua pace coi Franzesi, stette saldo nel suo proposito. Inclinavano veramente gli Spagnuoli ad accettare la tregua, perchè scarsi di danaro, e con gli Stati esposti all'irruzion de' nemici, e nemici che con l'union del duca divenivano tanto superiori di forze; ma non mirando mai venire alcuna decisiva risposta dalle potenze confederate, attendeva il marchese di Leganes solamente a ben presidiare e fortificare le frontiere del ducato di Milano. Intanto, prima che spirasse il termine dell'accordata sospension d'armi, il maresciallo di Catinat fece nel dì 5 di settembre sfilar la sua armata, e, passato il Po, andò a trincierarsi in Casale di Monferrato. Spirato esso termine, senza che la neutralità fosse abbracciata dai collegati, eccoti unirsi le truppe di Savoia con quelle di Francia, formando un esercito di circa cinquanta mila persone. Ed ecco chi il giorno innanzi era generalissimo dell'armi collegate in Italia, uscire in campo nel dì seguente generalissimo dell'armi franzesi contra d'essi collegati, e nel dì 18 di settembre cignere d'assedio Valenza.Mi trovava io allora in Milano, e mi convenne udire la terribil sinfonia di quel popolo contro il nome, casa e persona di quel sovrano, trattando lui da traditore, e come reo di nera ingratitudine, che si fosse servito di tanto sangue e tesoro degli alleati per accomodare i soli suoi interessi, con altre villanie che io tralascio. Ma d'altro parere si trovavano le persone assennate, considerando che egli, dopo aver liberato lo Stato di Milanodalla dura spina di Casale, ora, stante la cession di Pinerolo e la ricupera dei suoi stati, serrava in buona parte la porta dell'Italia ai Franzesi: con che si scioglievano i ceppi non meno suoi che del medesimo Stato di Milano. Se in quel bollare di passioni non riconobbe la gente questo benefizio, poco stette ad avvedersene; e tanto più perchè, era incerto se, proseguendo la guerra, si fosse potuto ottenere tanto vantaggio. Certamente tutti i principi d'Italia fecero plauso alla animosa risoluzione del duca Vittorio Amedeo, non già che piacesse loro il vedere quasi chiuso in avvenire il passo in Italia all'armi franzesi per tutti i loro bisogni (e dico quasi, perciocchè restarono ai Franzesi le Fenestrelle, che essi poi fortificarono), ma perchè si veniva a smorzare un incendio che li avea malamente scottati tutti per l'insoffribile ed ingiusta avidità e violenza de' Tedeschi in succiare il sangue degli infelici popoli. Continuava intanto con vigore l'assedio di Valenza, e già quella piazza si accostava all'agonia, quando ilconte di Mansfeldplenipotenziario dell'imperadore, e ilmarchese di Leganesgovernator di Milano, per evitar mali maggiori, si diedero per vinti, ed accettarono l'esibita neutralità. In Vigevano nel dì 7 di ottobre fu stabilito l'accordo con obbligarsi Tedeschi e Franzesi di evacuare quanto prima l'Italia. Ma perciocchè ai Tedeschi troppo disgustoso riusciva il dire addio ad un paese, dove aveano trovato alle spese altrui tante dolcezze, e gridavano per le paghe ritardate, e inoltre per l'avanzata stagione non si voleano muovere: altro ripiego non si trovò che di promettere loro ben più di trecento mila doble, compartendo questo aggravio sopra i principi d'Italia, cioè settantacinque mila doble al gran duca di Toscana, al duca di Mantova quaranta mila, altrettante al duca di Modena, trentasei mila al duca di Parma, quaranta mila ai Genovesi; al Monferrato venticinque mila, ai Lucchesi trenta mila; aMassa quindici mila, al principe Doria sei mila, a Guastalla cinque mila, e il resto agli altri minori vassalli dell'imperio. Doveansi immediatamente pagare cento mila doble, e l'altre ducento mila e più, con respiro e in certe rate. Tutto fu puntualmente pagato e con piacere per questa volta, lusingandosi i principi e popoli di dover da lì innanzi respirare, e non soggiacere alle inudite estorsioni delle milizie imperiali. Lo stesso pontefice (tanto gli premeva l'uscita di Italia di quella nazione) non isdegnò di pagare quaranta mila scudi per accelerarne i passi. Di mala voglia, siccome dicemmo, abbandonarono i Tedeschi la Lombardia. Si dee ora aggiungere un'altra ragione, cioè, perchè tenendo l'occhio alla monarchia di Spagna, di cui si prevedeva vicina la vacanza per la poca sanità delre Carlo II, già aveano fatti i conti di piantare la picca nello Stato di Milano, e di assicurarsene per ogni occorrenza. Ma non andò loro propizia la fortuna, e bisognò tornarsene in Germania, carichi nondimeno di preda e di danari. Un impulso anche alla Francia di terminar questa guerra fu lo stesso motivo della sospirata succession del regno di Spagna. Furono poi smantellate le fortificazioni di Pinerolo e degli altri forti, restituito tutto al duca di Savoia, e tornò la quiete in Italia.Era venuto per ambasciatore di Cesare a RomaGiorgio Adamo conte di Martinitz. Non si sa bene se per l'alterigia sua propria, o pure perchè la corte di Vienna facesse la disgustata col papa a cagione dei non continuati sussidi per la guerra contra del Turco, egli in questo anno cercò di far nascere del torbido in quella sacra corte. Contro il costume e rituale de' tempi andati pretese esso Martinitz di non voler cedere la mano al governatore di Roma nella processione del Corpo del Signore; laonde per ischivar gl'impegni, ordinò il pontefice che il governatore per quella volta si astenesse dall'intervenire alla funzione. Fecesi laprocessione, in cui lo stesso santo padre portava il Venerabile; e l'ambasciatore all'improvviso si spinse fra i cardinali diaconi, pretendendo di andar con loro del pari. Grande imbroglio e non lieve scandalo si suscitò per questo, e cagionò che la procession si fermasse, e durasse per quattro ore, con grave incomodo del papa, mentre facea gran caldo. A queste sconsigliate bizzarrie del cesareo ministro seppe per qualche tempo mettere freno la prudenza del romano pontefice; laonde non seguì per ora altro maggior inconveniente, se non che quel ministro continuò con molto orgoglio, sino a rendersi intollerabile al mansueto pontefice in grave pregiudizio del cesareo monarca.Rinaldo d'Estegià cardinale, poi divenuto duca di Modena, avea nel precedente anno conchiuso il suo matrimonio colla principessaCarlotta Felicita di Brunsvich, figlia diGian-Federigoduca cattolico diHannover, e diBenedetta Enrichetta di Baviera, palatina del Reno. Nel dì 28 di novembre d'esso anno seguì lo sposalizio di questa principessa con pompa nel palazzo ducale di Hannover, secondo i riti della santa Chiesa romana: con che si vennero a riunire le due linee degli Estensi d'Italia e di Germania, procedenti dal comune stipite, cioè dalmarchese Azzo II, e divise circa l'anno 1070 come il celebre Leibnizio allora dimostrò, ed anche io con documenti chiarissimi provai poscia nelle Antichità Estensi. Accompagnata questa principessa dalla duchessa sua madre, e da un gran treno di famiglia e di calessi, ricevette nel Tirolo per parte dell'imperadore distinti onori, e più magnifici ancora per lo Stato veneto dalla consueta splendidezza di quella repubblica. Fece dipoi il suo ingresso in Mantova, accolta con somma solennità e varietà di divertimenti dal ducaFerdinando Carlo. Condotta finalmente pel Panaro da gran copia di superbissimi bucentori sino a Bomporto, nel dì 7 di febbraio entrò in Modena con quella grandiosità di seguito, di apparatie di solazzi ch'io brevemente accennai nelle suddette Antichità Estensi. Un rigoroso editto fu pubblicato in quest'anno dal santo ponteficeInnocenzo XII, con cui si proibiva a tutti i sudditi il giocare e far giocare ai lotti di Genova, Milano e Napoli, giacchè si toccavano con mano i gravi danni provenienti da queste invenzioni dell'umana malizia per succiare il sangue de' malaccorti mortali.
Non rallentava il buon ponteficeInnocenzo XIIi suoi sospiri e le sue premure per rimettere la pace fra i principi cristiani; e, a fin d'impetrarla colle preghiere da Dio, pubblicò sul fine dell'anno precedente un giubileo, che nel presente per tutta l'Italia fu preso. Non lasciò ancora di eccitare i principi cattolici alla concordia, con inviar loro nuove paterne lettere; e spezialmente ne fece premura aVittorio Amedeoduca di Savoia, il cui impegno avea tirato in Italia tanti imitatori de' Goti e de' Vandali a spolpare i miseri popoli. Sempre sono e saran da lodare le sante intenzioni dei romani pontefici per questo fine; ma l'interesse, che è il cominciator delle guerre, quello è ancora che le finisce. Che nondimeno il saggio pontefice s'internasse ancora in segreti maneggi per accordare il re Cristianissimo col duca di Savoia, comunemente fu creduto per quel che poscia accadde. Ed appunto questo principe si vide fare nel marzo del presente anno un viaggio alla santa casa di Loreto a titolo di divozione. La gente maliziosa, che non credeva cotanto divoto quel principe da scomodarsi per andar sì lontano ad implorar la protezion della Vergine, si figurò piuttosto che sotto il manto della pietà si coprisse un segreto abboccamento con qualche persona incognita intorno a' suoi affari (e questa fu, per quanto portò la fama, un ministro franzese travestito da religioso) giacchè sono talvolta ridotti i principi a somiglianti ripieghi, per deludere i ministri esteri che vanno spiando ogni menomo loro andamento eparola nelle corti. Spedì ancora in questo anno il pontefice le sue galee unite a quelle di Malta in soccorso de' Veneziani; e sul principio di maggio, al dispetto dei medici, volle portarsi a Cività Vecchia, per visitar quel castello, quegli acquedotti e le fabbriche ivi fatte, giacchè gli stava fitto in capo il pensiero di fare di essa città un porto franco, libero ad ogni nazione, fuorchè ai Turchi. Per varie ragioni, e per le segrete mene del gran duca di Toscana, riuscì poi vano un siffatto disegno. Quanto ai Veneziani, perchè stava loro sul cuore la fortezza di Dolcigno, situata in Albania sopra una rupe inaccessibile, siccome infame nido di corsari infestatori dell'Adriatico, ne fu da essi risoluto l'assedio. Per quanto operassero i cristiani con varii assalti, con alquante mine, e con rispignere due volte i soccorsi inviati dai Turchi, a nulla servirono i loro sforzi, e però convenne ritirarsi. Andò intanto il capitan generaleMolinocolla sua flotta in traccia dell'ottomana, condotta dal Mezzomorto capitan bassà ed ammiraglio. Nel dì 9 d'agosto furono a vista le due nemiche armate, e già la veneta s'era tutta messa in ordinanza per venire a battaglia, quando si scoprì non accordarsi a questo giuoco l'astuto Mezzomorto, al quale non mancò mai l'arte di tenere a bada i cristiani, e di sempre sfuggire il combattimento. Così senza alcun vantaggio, e insieme senza danno alcuno, se la passarono i Veneziani in Levante per tutto quest'anno; ma con gravi lamenti di quel senato, veggendo inutilmente impiegati tanti convogli e tesori in quelle parti.
Cominciò in questi tempi a fare risonar il suo nomePietro Alessiovitzczaro della Russia, che divenne poi col tempo incomparabil eroe, con aver tolto a' Turchi sul Tanai l'importante città e fortezza di Asac, ossia Asof. Propose quel principe con gran calore di entrare in lega con Cesare e co' Veneziani ai danni del comune nemico, e infatti ne furono stabiliti i capitoli in Vienna. Nondissimile dalla fortuna de' Veneti fu quella degl'imperiali in Ungheria nell'anno presente. Si portò alla forte cesarea armata di nuovo l'elettor di Sassoniacol titolo di supremo comandante; la direzion nondimeno delle militari operazioni era appoggiata a un capo di maggiore sperienza, cioè al marescialloconte Caprara. Ma che? In quelle contrade comparve ancora di bel nuovo il sultano in persona, bramoso di segnalarsi in qualche impresa. Conduceva anch'egli una potente armata, qual si conveniva ad un pari suo. Invece dunque di accudire alla premeditata idea dell'assedio di Temiswar, o di Belgrado, nel consiglio militare fu preso il partito di provocare a battaglia i nemici. Si trovò attorniato da paludi e ben trincierato l'esercito musulmano, nè la furia delle cannonate potè muoverli ad uscire all'aperta campagna. Solamente seguirono alcune calde scaramucce, nelle quali il commissario generaleHeislervalorosamente combattendo lasciò la vita, e qualche migliaio di soldati dall'una e dall'altra parte perì. Ritiraronsi poscia i Turchi, e senz'altro onore anche le milizie cristiane vennero ripartite ai quartieri. Assai curiosa, ma non già inaspettata, fu la scena che si rappresentò sul teatro del Piemonte nell'anno presente. Troppo rincresceva oramai alla Francia la guerra del Piemonte, perchè più dispendiosa di tutte le altre, dovendosi mandar tutto per montagne in Italia, e non potendo l'armata godere del privilegio di ballare e nutrirsi sul paese nemico. Alla riflessione del troppo impegno e dispendio si aggiunsero i premurosi impulsi del ponteficeInnocenzo XII, commosso a pietà spezialmente verso i principi d'Italia, sì maltrattati dalle sanguisughe tedesche in occasione di questa guerra. Però il re CristianissimoLuigi XIVtali esibizioni fece aVittorio Amedeoduca di Savoia, che questo principe segretamente entrò in trattato, e coll'accortezza, che in lui fu mirabile, ne carpì dell'altre vantaggiose condizioni.Leggesi presso varii autori il trattato di pace sottoscritto nel dì 29 d'agosto di quest'anno dalconte di Tessèluogotenente generale franzese, e dalmarchese di San Tommaso, primo ministro del duca suddetto; certo essendo nondimeno che alcuni mesi prima era stabilito il concordato fra loro. I principali punti di esso accordo furono che in vigor d'essa pace il re Cristianissimo restituiva al duca tutti gli Stati a lui occupati della Savoia, di Nizza e Villafranca; e inoltre gli cedeva Pinerolo co' forti di Santa Brigida ed altri, con che se ne demolissero tutte le fortificazioni; e finalmente, che seguirebbe il matrimonio diMaria Adelaideprincipessa di Savoia, primogenita di sua altezza reale, conLuigi duca di Borgognaprimogenito del Delfino, allorchè fossero in età competente; e che intanto essa principessa passerebbe in Francia, per essere ivi allevata alle spese del re. Vi ha chi scrive promessi anche quattro milioni di franchi al duca dal re Cristianissimo per compenso de' danni sofferti, ma con obbligo di tenere in piedi a spese del re otto mila fanti e quattro mila cavalli, qualora i collegati ricusassero di abbracciar quel trattato.
Accordate in questa maniera le pive, inviò il re Cristianissimo nella primavera qualche reggimento di più del solito almaresciallo di Catinat, il quale fece anche spargere voce di aver forze maggiori, e minacciava anche di rovinar Torino colle bombe. Mostravane il duca grande apprensione e paura, per colorir le risoluzioni prese e da prendersi; quando spedite furono da esso maresciallo per mezzo d'un trombetta le vantaggiose condizioni che ilre Luigi XIVofferiva al ducaVittorio Amedeoper la pace di Italia. Andarono innanzi e indietro proposte e risposte; e finalmente restò accordata fra loro una sospension d'armi per quaranta giorni, cioè per tutto il mese d'agosto, che fu poi anche prorogata sino al dì 16 di settembre, a fin di proporre alle corti alleate la neutralità d'Italiasino alla pace generale. Comunicata questa ai ministri di Cesare, della Spagna ed Inghilterra, esistenti in Torino, niun d'essi v'acconsentì; ma il duca come generalissimo lo volle. Allorchè giunse alle corti questa novità, si proruppe in gravi schiamazzi, e furono spedite esibizioni gagliarde al duca di Savoia, per mantenerlo in fede. Ma egli, che non isperava di acconciar sì felicemente i proprii interessi colla continuazion della guerra, come facea colla particolar sua pace coi Franzesi, stette saldo nel suo proposito. Inclinavano veramente gli Spagnuoli ad accettare la tregua, perchè scarsi di danaro, e con gli Stati esposti all'irruzion de' nemici, e nemici che con l'union del duca divenivano tanto superiori di forze; ma non mirando mai venire alcuna decisiva risposta dalle potenze confederate, attendeva il marchese di Leganes solamente a ben presidiare e fortificare le frontiere del ducato di Milano. Intanto, prima che spirasse il termine dell'accordata sospension d'armi, il maresciallo di Catinat fece nel dì 5 di settembre sfilar la sua armata, e, passato il Po, andò a trincierarsi in Casale di Monferrato. Spirato esso termine, senza che la neutralità fosse abbracciata dai collegati, eccoti unirsi le truppe di Savoia con quelle di Francia, formando un esercito di circa cinquanta mila persone. Ed ecco chi il giorno innanzi era generalissimo dell'armi collegate in Italia, uscire in campo nel dì seguente generalissimo dell'armi franzesi contra d'essi collegati, e nel dì 18 di settembre cignere d'assedio Valenza.
Mi trovava io allora in Milano, e mi convenne udire la terribil sinfonia di quel popolo contro il nome, casa e persona di quel sovrano, trattando lui da traditore, e come reo di nera ingratitudine, che si fosse servito di tanto sangue e tesoro degli alleati per accomodare i soli suoi interessi, con altre villanie che io tralascio. Ma d'altro parere si trovavano le persone assennate, considerando che egli, dopo aver liberato lo Stato di Milanodalla dura spina di Casale, ora, stante la cession di Pinerolo e la ricupera dei suoi stati, serrava in buona parte la porta dell'Italia ai Franzesi: con che si scioglievano i ceppi non meno suoi che del medesimo Stato di Milano. Se in quel bollare di passioni non riconobbe la gente questo benefizio, poco stette ad avvedersene; e tanto più perchè, era incerto se, proseguendo la guerra, si fosse potuto ottenere tanto vantaggio. Certamente tutti i principi d'Italia fecero plauso alla animosa risoluzione del duca Vittorio Amedeo, non già che piacesse loro il vedere quasi chiuso in avvenire il passo in Italia all'armi franzesi per tutti i loro bisogni (e dico quasi, perciocchè restarono ai Franzesi le Fenestrelle, che essi poi fortificarono), ma perchè si veniva a smorzare un incendio che li avea malamente scottati tutti per l'insoffribile ed ingiusta avidità e violenza de' Tedeschi in succiare il sangue degli infelici popoli. Continuava intanto con vigore l'assedio di Valenza, e già quella piazza si accostava all'agonia, quando ilconte di Mansfeldplenipotenziario dell'imperadore, e ilmarchese di Leganesgovernator di Milano, per evitar mali maggiori, si diedero per vinti, ed accettarono l'esibita neutralità. In Vigevano nel dì 7 di ottobre fu stabilito l'accordo con obbligarsi Tedeschi e Franzesi di evacuare quanto prima l'Italia. Ma perciocchè ai Tedeschi troppo disgustoso riusciva il dire addio ad un paese, dove aveano trovato alle spese altrui tante dolcezze, e gridavano per le paghe ritardate, e inoltre per l'avanzata stagione non si voleano muovere: altro ripiego non si trovò che di promettere loro ben più di trecento mila doble, compartendo questo aggravio sopra i principi d'Italia, cioè settantacinque mila doble al gran duca di Toscana, al duca di Mantova quaranta mila, altrettante al duca di Modena, trentasei mila al duca di Parma, quaranta mila ai Genovesi; al Monferrato venticinque mila, ai Lucchesi trenta mila; aMassa quindici mila, al principe Doria sei mila, a Guastalla cinque mila, e il resto agli altri minori vassalli dell'imperio. Doveansi immediatamente pagare cento mila doble, e l'altre ducento mila e più, con respiro e in certe rate. Tutto fu puntualmente pagato e con piacere per questa volta, lusingandosi i principi e popoli di dover da lì innanzi respirare, e non soggiacere alle inudite estorsioni delle milizie imperiali. Lo stesso pontefice (tanto gli premeva l'uscita di Italia di quella nazione) non isdegnò di pagare quaranta mila scudi per accelerarne i passi. Di mala voglia, siccome dicemmo, abbandonarono i Tedeschi la Lombardia. Si dee ora aggiungere un'altra ragione, cioè, perchè tenendo l'occhio alla monarchia di Spagna, di cui si prevedeva vicina la vacanza per la poca sanità delre Carlo II, già aveano fatti i conti di piantare la picca nello Stato di Milano, e di assicurarsene per ogni occorrenza. Ma non andò loro propizia la fortuna, e bisognò tornarsene in Germania, carichi nondimeno di preda e di danari. Un impulso anche alla Francia di terminar questa guerra fu lo stesso motivo della sospirata succession del regno di Spagna. Furono poi smantellate le fortificazioni di Pinerolo e degli altri forti, restituito tutto al duca di Savoia, e tornò la quiete in Italia.
Era venuto per ambasciatore di Cesare a RomaGiorgio Adamo conte di Martinitz. Non si sa bene se per l'alterigia sua propria, o pure perchè la corte di Vienna facesse la disgustata col papa a cagione dei non continuati sussidi per la guerra contra del Turco, egli in questo anno cercò di far nascere del torbido in quella sacra corte. Contro il costume e rituale de' tempi andati pretese esso Martinitz di non voler cedere la mano al governatore di Roma nella processione del Corpo del Signore; laonde per ischivar gl'impegni, ordinò il pontefice che il governatore per quella volta si astenesse dall'intervenire alla funzione. Fecesi laprocessione, in cui lo stesso santo padre portava il Venerabile; e l'ambasciatore all'improvviso si spinse fra i cardinali diaconi, pretendendo di andar con loro del pari. Grande imbroglio e non lieve scandalo si suscitò per questo, e cagionò che la procession si fermasse, e durasse per quattro ore, con grave incomodo del papa, mentre facea gran caldo. A queste sconsigliate bizzarrie del cesareo ministro seppe per qualche tempo mettere freno la prudenza del romano pontefice; laonde non seguì per ora altro maggior inconveniente, se non che quel ministro continuò con molto orgoglio, sino a rendersi intollerabile al mansueto pontefice in grave pregiudizio del cesareo monarca.Rinaldo d'Estegià cardinale, poi divenuto duca di Modena, avea nel precedente anno conchiuso il suo matrimonio colla principessaCarlotta Felicita di Brunsvich, figlia diGian-Federigoduca cattolico diHannover, e diBenedetta Enrichetta di Baviera, palatina del Reno. Nel dì 28 di novembre d'esso anno seguì lo sposalizio di questa principessa con pompa nel palazzo ducale di Hannover, secondo i riti della santa Chiesa romana: con che si vennero a riunire le due linee degli Estensi d'Italia e di Germania, procedenti dal comune stipite, cioè dalmarchese Azzo II, e divise circa l'anno 1070 come il celebre Leibnizio allora dimostrò, ed anche io con documenti chiarissimi provai poscia nelle Antichità Estensi. Accompagnata questa principessa dalla duchessa sua madre, e da un gran treno di famiglia e di calessi, ricevette nel Tirolo per parte dell'imperadore distinti onori, e più magnifici ancora per lo Stato veneto dalla consueta splendidezza di quella repubblica. Fece dipoi il suo ingresso in Mantova, accolta con somma solennità e varietà di divertimenti dal ducaFerdinando Carlo. Condotta finalmente pel Panaro da gran copia di superbissimi bucentori sino a Bomporto, nel dì 7 di febbraio entrò in Modena con quella grandiosità di seguito, di apparatie di solazzi ch'io brevemente accennai nelle suddette Antichità Estensi. Un rigoroso editto fu pubblicato in quest'anno dal santo ponteficeInnocenzo XII, con cui si proibiva a tutti i sudditi il giocare e far giocare ai lotti di Genova, Milano e Napoli, giacchè si toccavano con mano i gravi danni provenienti da queste invenzioni dell'umana malizia per succiare il sangue de' malaccorti mortali.