Da questo si vede che il nervo principale del parlamento siciliano consisteva ne' baroni, perchè più ricchi erano e più numerosi. Ma ben maggiore era la potenza loro nelle terre, a cagione de' privilegi feudali. Rimediovvi in parte Caraccioli, vicerè; pure i vestigii feudatarii v'erano ancora gravi. Del resto, le opinioni del secolo poco avevano penetrato in quella isola; ma quello che non dava l'opinione il potevano dare facilmente gli ordini dello Stato.Questa che abbiamo raccontata era la condizione del regno delle Due Sicilie verso l'anno 1789; ma poco diversa appariva quella del ducato di Parma e Piacenza, dove, come a Napoli, regnava la famiglia de' Borboni di Spagna. Anche in questi luoghi vedevasi sorta una maggiorperfezione del vivere civile, e le contese con la Sedia apostolica pel medesimo fine delle investiture avevano aperto il campo ad investigazioni del solito effetto. Quando l'infante don Filippo governava il ducato, era in lui grande l'autorità del Franzese Dutillot, il quale, nato di poveri parenti in Baiona, era salito per la virtù sua al grado di primo ministro. Era stato appunto mandato Dutillot dalla corte di Francia al duca Filippo, acciocchè lo consigliasse intorno agli affari che correvano con la corte di Roma, temendosi che, in quella nuova possessione del ducato, ella volesse dare qualche sturbo in virtù de' diritti di superiorità sovrana che pretendeva in quello Stato. Per verità, se grande fu la fede che la Francia ed il duca Filippo ebbero in Dutillot, non furono minori la sua destrezza e la prudenza. Chiamò a sè i più famosi ingegni d'Italia, tra i quali non è da tacersi il teologo Contini, uomo dottissimo nelle scienze canoniche, ed il Turchi, cappuccino di molte lettere, di notabile eloquenza; e tanto per opera di Dutillot si dirozzarono i costumi di quella bella parte di Italia, e tanto vi prosperarono le buone arti, che il regno di don Filippo ebbe fama del secolo d'oro di Parma. Certo, città nè più colta nè più dotta di Parma non era a que' tempi, nè in Italia nè forse anche altrove. Crearonsi, per consiglio del Paciaudi, a questo fine chiamato da Roma, più perfetti ordini nell'università degli studii, un'accademia di belle arti, una magnifica libreria; e perchè con gli ordini buoni concorressero i buoni insegnamenti ed i buoni esempi, vennervi, chiamati da diversi paesi, oltre Paciaudi e Contini, anche Venini, Derossi, Bodoni, Condillac, Millot, Pageol. Fra i buoni esempi Dutillot medesimo non era degli ultimi, scoprendosi in lui decoro, facondia, cortesia, e tutte quelle parti che a perfetto gentiluomo si appartengono: arricchivasi al tempo stesso ed abbellivasi il ducato per manifatture o fondate o ristorate, per edifizii, per istrade, per pubblicipasseggi. Così passò il regno di don Filippo assai facilmente sotto la moderazione di Dutillot.Morto poi nel 1765 il duca Filippo, e devoluto li ducato nel duca Ferdinando, ancor minore d'età, Dutillot continuò a governare lo Stato con la medesima sapienza. A questo tempo sorse una grave controversia tra il governo del duca e la corte di Roma; imperciocchè, avendo il duca mandato fuori una sua prammatica intorno alle mani morte, ed un editto che le obbligava al pagamento delle gravezze pubbliche, il papa Clemente XIII pubblicò in Roma un breve monitorio, con cui dichiarò nulle quelle ordinazioni sovrane di Parma, come provenienti da autorità non idonea a farle, e lesive deil'immunità ecclesiastica, ammonendo eziandio che tutti coloro che cooperato vi avevano erano incorsi nelle censure ecclesiastiche, da cui non potessero essere assolti in nissun caso, eccettuato in punto di morte, se non da lui stesso o dal pontefice che dopo di lui sulla cattedra di san Pietro sedesse. Dutillot difese con non ordinaria franchezza e prudenza il diritto sovrano del duca, alla quale difesa diedero non poco favore molti scritti pubblicati da uomini dotti in tale proposito.Questi accidenti concitarono contro Dutillot l'odio e le arti della parte avversaria già entrata molto addentro nella buona grazia del giovinetto principe. Ciò non ostante, in tutto il tempo in cui questo fu minore di età, non perdè il ministro dell'autorità sua. Quando poi, giunto all'età di diciotto anni, assunse il governo, s'indrizzarono i suoi pensieri ad altro fine. Perchè, congedato Dutillot, il principe si governò intieramente al contrario di prima. Il tribunale dell'inquisizione fu istituito in Parma, ma mostrò mansuetudine; nè aspro fu il reggimento del duca; le tasse assai moderate. Era molesto a molti il rigore eccessivo che si usava per far osservare certe pratiche di esterior disciplina: in questo i popoli nonpotevano dire del principe che altro suono avessero le sue parole ed altro i fatti; poichè ei dava le udienze in sagrestia, ei cantava coi frati in coro, egli addobbava gli altari, ei suonava le campane, egli ordinava i santi nel calendario dell'anno. Mentre il duca pregava, il popolo si erudiva, nè Parma perdette il nome che si era acquistato di città dotta e gentile.Sedeva a questi tempi, come già sappiamo, sulla cattedra di san Pietro il sommo pontefice Pio VI, destinato dai cieli a sostenere il colmo della prospera e dell'avversa fortuna. Il suo antecessore Clemente XIV, da povero fraticello salito, per le virtù sue, alla grandezza del papato, aveva in tanta sublimità conservato quella semplicità di costumi e quella modestia di vita, alle quali nella solitudine dei chiostri s'era avvezzato. Ciò parve a molti, in una Roma, nel primo seggio della cristianità, cosa altrettanto intempestiva e pericolosa quanto era in sè lodevole e virtuosa. Il perchè i cardinali, morto Clemente, elessero papa il cardinal Braschi, che già fin quando era tesoriere della camera apostolica aveva mostrato in tutte le azioni non ordinario splendore. Veramente erano in lui, forse più che in altr'uomo de' suoi tempi, molto notabili l'eccellenza delle forme, la facondia del discorso, la finezza del gusto, la grandezza delle maniere, procedendo in ogni affare con tanta grazia giunta a tanta maestà, che e la venerazione verso la persona sua, ed il rispetto verso la Sede ne venivano facilmente conciliati. Queste erano le qualità di papa Pio. Circa i costumi, e' furono, non che non meritevoli di riprensione, degni di lode; e certe voci corse in questo proposito, piuttosto alla malvagità de' tempi che seguirono, che a verità debbonsi attribuire.Ognuno crederà facilmente che un pontefice di tal natura doveva altamente sentire dell'autorità sua e delle prerogative della Sedia apostolica. Nè mancavano incentivi a queste inclinazioni. Covava allora fra' cardinali più dotti, più operativi,più esperti, un disegno d'una suprema importanza per l'Italia, e quest'era di ridurla unita sotto un governo confederato, di cui fossero parte tutti i principi italiani, e capo il sommo pontefice. Principal autore di questo consiglio era il cardinal Orsini, uomo di natura piuttosto strana che no, ma dottissimo in materia canonica, ed assai caldo zelatore delle prerogative romane; se ad altri pareva che Gregorio VII avesse troppo detto e troppo fatto, pareva all'Orsini ch'ei non avesse nè detto nè fatto abbastanza. Pure, siccome da cosa nasce cosa, se il pensiero dell'Orsini circa la lega italica fosse stato ridotto in atto, avrebbe partorito effetti importanti, e dai papi potuto nascere la salute d'Italia.Ma non potendo Pio allargare, come avrebbe voluto, nè il dominio nè l'autorità, perchè l'opinione era contraria, cercò di acquistar fama di splendido sovrano. Debbesi per prima e principal opera mentovare il prosciugamento delle paludi Pontine, se non a final termine condotto, certamente per la maggior parte eseguito con ispesa tanto enorme rispetto a Stato sì angusto, con costanza tanto mirabile che pochi esempii si leggono nelle storie degni di egual commendazione. Quattro fiumi, l'Amazeno, l'Uffente, la Ninfa e la Teppia non trovando sfogo al mare verso Terracina, sono principalmente cagione dell'impaludamento. Rapini, ingegnere di grido, preposto da Pio alle opere, cavata la linea Pia, condusse le acque al mare pel portatore di Badino, cavò l'antico fiume Sisto, alveò l'Uffente e l'Amazeno. S'abbassarono le acque, si scoversero i terreni, i colti si mostrarono dov'erano le paludi, la via Appia restituita ai viandanti. Tale fu l'opera egregia di Pio VI.Non dismostrossi minore l'animo del pontefice negli ornamenti aggiunti all'antica Roma. Edificò la famosa sagrestia a lato alla chiesa di San Pietro, opera certamente di molta magnificenza, ma forse di troppo minuta e troppo vaga architettura, se si paragona al grandioso stiledella basilica di Michelangelo. Dolsersi anche non pochi, che, per fondare questo suo edifizio, abbia il papa ordinato che si atterrasse l'antico tempio di Venere, al quale Michelangelo aveva avuto tanto rispetto, che solo il toccarlo gli era paruto sacrilegio. Bellissimo pensiero di Pio altresì fu quello di persuadere come aveva fatto già, fin quando esercitava l'ufficio di uditore del camarlingo, a papa Clemente, di ornar il Vaticano con un sontuoso museo, il quale poi condotto a maggior grandezza da lui dopo la sua esaltazione, fu chiamato Pio-Clementino. Lo arricchì con gran numero di statue, busti, bassorilievi ed altre anticaglie di gran pregio. Come nobile fu l'intento suo nel fondar il museo, così nobile del pari fu il suo consiglio di volerne tramandare con eccellente rappresentazione di scritture e di figure la memoria ai posteri. Nè fu meno commendabile l'esecuzione; imperciocchè, affidatane la cura, quanto alle figure, a Lodovico Mirri, e quanto ai commenti, ad Ennio Quirino Visconti, ne sorse quella bella descrizione del Museo Pio-Clementino, una delle opere più perfette che in questo genere sieno.Così cresceva Roma sotto Pio in bellezza ed in isplendore ogni giorno; così, visitata dai più potenti principi d'Europa, lasciava in loro riverenza e maraviglia; i popoli mossi da sì sontuosi apparati non rimettevano di quella venerazione che avevano sempre avuto verso la Sedia apostolica. Quanto alle nuove dottrine filosofiche, che parlavano tanta umanità, poche radici avevano messe in Roma; non che i gentili pensieri non vi fossero graditi, ma perchè gli autori loro, mescolando, come facevano, tempi dissomigliantissimi, ed attribuendo a certi effetti cagioni non vere, troppo in sè stessi si compiacquero di condannar le romane cose. Tal era Roma, tanto sempre a sè medesima conforme, ritraendo sempre in ogni fortuna di quella grandezza che per ispecial privilegio del cielo pare in lei congenita e naturale.Mentre così in varie parti d'Italia più o meno si cancellavano per benefizio dei principi o per ammaestramento dei buoni scrittori, la vestigia che i tempi barbari avevano lasciato nelle instituzioni dei popoli e che evidentemente vi si procedeva verso un vivere sociale più generoso e più mite, poco o nissun cambiamento si osservava in altre parti della medesima provincia. La monarchia piemontese era la più ferma di tutte le monarchie, poichè in lei non si videro mai, come in tutte le altre, o rovine nella casa regnante o rivoluzioni di popoli. Del quale privilegio, se si vorrà ben dentro considerare, apparirà prima e principal cagione, essere la potestà assoluta del principe giunta con un uso moderato della medesima. Poi mancavano le occasioni della ambizione dei potenti; perciocchè trovandosi il Piemonte posto tra la Francia e l'Austria, altro non avrebbe partorito l'ambizione di un potente, anche fortunata, che render sè ed il paese suddito o dell'una o dell'altra; nè mai chi avesse voluto imitare un duca di Braganza avrebbe potuto venir a capo della sua impresa. S'aggiunse che i principi di Savoia governarono sempre gli eserciti loro da loro medesimi, nè potevano sorgere capitani di gran nome che potessero, non che distruggere, emulare la potenza dei principi.Da questo e dagli eserciti molto grossi nacque la maravigliosa stabilità della monarchia piemontese. Ne procedette, oltre a ciò, in quello Stato un'opinione generale stabile, che, da generazione in generazione propagandosi, rendè questa monarchia somigliante, alle repubbliche, nelle quali se cangiano gli uomini, non cangiano le massime nè le opinioni. Adunque gli ordini antichi si erano conservati intieri; le opinioni nuove poco vi allignavano.Ciò non ostante, alcuni segni, sebben deboli, di cambiamento si ravvisavano negli Stati del re di Sardegna, massimo circa la ecclesiastica disciplina. Imperciocchè,tolte dal re Vittorio Amedeo II le pubbliche scuole ai gesuiti, e fornita l'università degli studii di ottimi professori, incominciarono le dottrine dell'antichità cristiana a diffondersi. I tre bibliotecarii dell'università, Pasini, Berta e Pavesio, uomini di molto sapere e pietà, promossero lo studio delle opere scritte dai difensori di quelle dottrine, e Vaselli ne arricchì la libreria del re.Regnava Vittorio Amedeo, terzo di questo nome, principe di animo generoso, di vivo ingegno e di non ordinaria perizia nelle faccende di stato. Contaminava la sua buona natura un amore eccessivo della gloria militare: quindi ordinò e mantenne in piè un esercito grosso fuor di misura; il che rovinò le finanze che tanto fiorivano a tempi di Carlo Emmanuele suo padre, sparse largamente nella nazione la voglia delle battaglie, e diè favor eccessivo e potenza ai nobili soli ammessi a capitanar le soldatesche. Ognuno voleva essere, ognuno imitar Federigo re di Prussia. Certamente, se immortali lodi si debbono a Federigo per aver difeso il suo reame contra tutta la Europa, gran danno ancora le fece per avervi introdotto coll'esempio suo un eccessivo umor soldatesco, ed aver messo su eserciti. Gli altri potentati, o per fantastica imitazione, o per dura necessità, furono costretti a far lo stesso; poi venne la rivoluzione di Francia che dilatò questa peste ancor di vantaggio, poi sorse Buonaparte che la portò agli estremi, ed altro non mancherebbe alla misera Europa, per aver la compita barbarie, se non che ella facesse marciare, a guisa degli antichi Galli e Goti, coi combattenti anche i vecchi, le donne ed i fanciulli.Ma, tornando a Vittorio, tanto era in questa bisogna infatuato che soleva dire ch'ei faceva più stima d'un tamburino che d'un letterato, benchè poi riuscisse miglior che di parole; perciocchè i letterati accarezzava e premiava, ed usava anche con loro molto famigliarmente. Ma le armi prevalevano; quindi non solamentefu dissipato il tesoro lasciato da Carlo, ma i debiti dello Stato, non ostante che le imposizioni si aggravassero, tanto s'ammontarono che sommavano in questo anno a meglio di cento milioni di lire piemontesi, che sono più di cento milioni di franchi. Le cariche civili ed ecclesiastiche conferivansi solo ai nobili ed agli abbati di corte. Ad una generazione di magistrati integerrimi e capaci, e di vescovi santi e dotti, successero qualche volta magistrati e vescovi poco atti a ben reggere gli uffizii loro.Pure fiorivano le scienze; fiorivano anche, ma non tanto, le lettere. Quanto alle contese circa l'ecclesiastica disciplina fra il romano pontefice ed i principi di casa austriaca, il re Vittorio avea, per amor di quiete, ordinato che mai non si parlasse o scrivesse nè pro nè contro la bollaUnigenitus, nè mai si trattasse dei quattro capitoli della Chiesa gallicana; che anzi, siccome questi articoli erano apertamente insegnati e costantemente difesi nell'università di Pavia dopo le riforme fattevi da Giuseppe II, aveva, a petizione del cardinale Gerdil, proibito che i sudditi suoi andassero a studiare in questa università. Ma tali opinioni più pullulavano quanto più si volevano frenare.Se la monarchia piemontese era la più ferma delle monarchie, la repubblica di Venezia era la più ferma delle repubbliche. Coloro, i quali, credono essere le repubbliche varie e turbolente, potran vedere nella veneziana una repubblica più quieta di quante monarchie sieno state al mondo, eccetto solo quella del Piemonte. Passò gran corso di secoli senza turbazioni; fu percossa da potentissime nazioni, da Turchi, da Germani, da Franzesi; trovossi fra guerre atroci, fra conquiste di popoli barbari, fra rivoluzioni orribili di genti; Roma stessa fulminava contro di lei. Pure conservossi non solo salva in mezzo a tante tempeste, ma nemmeno ebbe bisogno di alterar gli ordini antichi. Tanto perfetti erano i medesimi, e tanto s'erano radicati per antichità! Pare chepiù sapiente governo di quel di Venezia non sia stato mai, o che si riguardi la conservazione propria, o che si miri alla felicità di chi obbediva. Per questo non vi sorsero mai parti pericolose; per questo certe nuove opinioni non vi si temevano. Solo pareva meritevole di biasimo quel tribunale degl'inquisitori di Stato, per la segretezza e per la crudeltà dei giudizii; pure era volto piuttosto a frenare l'ambizione dei patrizii che a tiranneggiare i popoli. Nè sola Venezia ebbe inquisitori di tal sorte, perchè i governi che non gli hanno per legge stabile, se li procurano per abuso; e non sapresti se muovano più al riso o allo sdegno certuni che tanto rumore hanno levato contro il tribunale suddetto, e che anche presero pretesto da lui di distruggere quell'antica repubblica. Del resto la provvidenza di lei era tale che e l'umanità vi trovava luogo, e le gentili discipline vi si proteggevano. Ma la lunga pace vi aveva ammollito gli animi, e se vi rimanevano gli ordini buoni, mancavano uomini forti per sostenerli. Diminuita la potenza turchesca, e composte a quiete le cose d'Italia, perchè accordate, rispetto al ducato di Milano ed al regno di Napoli, tra Francia, Austria e Spagna, posò intieramente le armi la repubblica, e credette colla sola sapienza civile potersi preservar salva ne' pericoli, che radi ancora si rappresentavano. Ma vennero certi tempi strani, in cui la sapienza civile non poteva più bastare senza la forza, troppo rotti e troppo enormi dovevano essere i moti; la sapienza civile stessa era venuta in derisione. Così Venezia verso l'anno presente stimata da tutti, temuta da nissuno, se era capace di risoluzioni prudenti, non era di risoluzioni gagliarde; l'edilizio politico vi stava senza puntello: una prima scossa il doveva far rovinare.Assai diversa da questa mostravasi, quanto al vigore degli animi, la condizione della repubblica di Genova. Nissun popolo si è veduto meno da' suoi maggiori degenerato del genovese. Fortezza d'animo,prontezza di mente, amore di libertà, attività mirabile, civiltà ancor mista con qualche rozzezza, ma da mollezza esente; un osare con prudenza, un perseverare senza ostinazione, ogni cosa insomma ritragge ancora in lui quel popolo che resistè ai Romani, battè i Saracini, pose agli estremi Venezia, distrusse Pisa, conquistò Sardegna, produsse Colombo e Doria, cacciò dalla sua città capitale i soldati forastieri; e se i destini in questi ultimi tempi non fossero stati tanto contrarii alla misera Italia, forse i Liguri avrebbero lasciato al mondo qualche bel saggio di valore e di virtù. Ma parlossi d'indipendenza colla oppressione e di libertà colla servitù, e gli animi distratti fra dolci parole e tristi fatti, non poterono nè accendersi al bene, nè vendicarsi del male. Era in Venezia un acquetarsi abituale alla sovranità dei patrizii, perchè era non solamente non tirannica, ma dolce, e perchè era da principio presa e non data. Era in Genova un vegliare continuo, una gelosia senza posa nell'universale verso la sovranità de' nobili, non perchè tirannica fosse, ma perchè era stata non presa da chi comandava, ma data da chi obbediva. La lunga quiete aveva fatto posar gli animi in Venezia: le sette, la fazioni e le parti, ora rompendo in manifesta guerra civile, ora sottomettendo la patria ai forestieri, avevano mantenuto in Genova gli animi forti e le menti attente. Era nel paese veneziano gran ricchezza con ampio territorio e fertile; era nel Genovesato gran ricchezza con angusto territorio e sterile; perciò là si poteva conservare l'acquistato posando, qua bisognava conservarlo operando. Era in Venezia chiuso ai plebei il libro d'oro; era in Genova aperto, possente stimolo a chi aveva avuto più amica la natura che la fortuna. Sicchè non dee far maraviglia, se risplendeva Venezia più per delicatezza di costumi che per forza, e se, pel contrario, era più cospicua in Genova la forza che la delicatezza. Quanto alle opinioni, quelle relative allo Stato poco sapevano di cambiamento,quelle relative alle ecclesiastiche discipline, assai. Quindi Porto Reale era in favore e molto largamente si pensava. Tal era Genova, non cambiata dai secoli, e le antiche querele sulla natura de' suoi abitatori al molto amor patrio suo non gradito ai forastieri piuttosto che a verità debbonsi attribuire.Se Venezia dimostrava quanto possa per la felicità de' popoli e per la stabilità degli Stati l'aristocrazia temperata dal costume; se Genova c'insegnava quanto possa pel medesimo fine la maniera stessa di governo temperata dal costume e dalla gelosia del popolo; dimostravalo Lucca con l'uno e con l'altro, e di più col freno di una sottile investigazione sul procedere tanto dei nobili quanto dei popolari. Era in Lucca quest'ordine, che chiamavanodiscolato, e rappresentava l'antico ostracismo d'Atene e la censura di Roma, che quando alcuno, o nobile o popolano si fosse, trascorreva i limiti della modestia civile o de' costumi buoni, tosto tenevasi discolato, scrivendo ciascun senatore il suo nome in sur una polizza; e se venticinque polizze il dannavano in tre discolati successivi, ei s'intendeva mandato a confine o in esilio. Tenevasi il discolato ogni due mesi: il che era gran freno agli uomini ambiziosi e scorretti. Pure, siccome sempre il male è vicino al bene, quella continua e minuta inquisizione, col timore che ne nasceva, rendeva di soverchio gli uomini sospettosi e guardinghi; perfino l'onesta piacevolezza era sbandita dal conversare lucchese, ed una terra oltre ogni creder dolce e gioconda era abitata da gente grave e contegnosa.Nè minor gelosia era verso i giudici; quindi si chiamavano dall'estero; poi, deposto il magistrato, si sottomettevano a sindacato o, vogliam dire, ad esame: seduti in luogo pubblico, poteva ognuno accusarli di gravame; commissarii espressi tenevano registro, e facevano rapporto al senato, che giudicando assolveva o condannava. Così erano in Lucca giudiziiintegerrimi, primo e principal fondamento alla contentezza de' popoli.Ma se vi si dava ad ognuno il suo, vi si largiva il necessario al bisognoso; perchè a chi voleva aprir traffichi, o era stato danneggiato dalle stagioni, si fornivano o danari dall'erario o generi dai magazzini del comune. Così mite provvido e largo era il reggimento di Lucca. Così ancora facilmente si vede che nei paesi d'Italia non soggetti agli ordini feudali, erano state ordinate la giustizia e la franchezza, non impronte e superbe favellatici come in altri paesi, ma fondate su buoni statuti, sull'assenza di eserciti esorbitanti, sulla modestia di chi reggeva, sulla natura sottile ad un tempo ed assennata degl'Italiani. Che poi questi ordini fossero perfetti per fondare una compita franchigia, nissuno s'ardirà di dire. Ma dove sia questo genere di perfezione, niuno il sa; poichè nè anche vuol credersi che sia dove le soldatesche sterminate possono conquistare e recare a servaggio, non che la patria, una ed anche più parti dei mondo. Che se poi solo ed unicamente si volesse giudicare della bontà de' governi, argomentando dall'infrequenza de' delitti, certamente si affermerebbe i governi di Venezia, di Genova, di Lucca e di Toscana, essere stati i migliori. Va con questi, se però non è superiore per bontà, quello della repubblica di San Marino. Vive da dodici secoli la repubblica di questo nome appena nota al mondo per fama. Quivi virtù senza fasto, quiete senza tirannide, felicità senza invidia; quivi nobiltà solo per chiarezza di natali, non per diritti oltraggiosi, nè per privilegii, nè per desiderio di dominazione; quivi popolo occupato ed industrioso, e come fra i nobili temperati, così nè irrequieto nè tirannico. Fortunate sorti, per cui, tolta l'ambizione dalle due parti, solo rimasero gli effetti conservatori della società. Rovinavano per lunghi anni intorno a San Marino i regni, rovinavano le repubbliche, si straziavano gli uomini per civili e per esterne guerre: sul Titanomonte perseverarono i Sammariniani in tranquillo stato ed amici di tutti: dall'alto e dal sereno miravano le tempeste. Volle l'ambizione moderna introdursi in quei placidi recessi, ma fu l'opera indarno, come sarà a suo luogo raccontato: l'inveterato e dolce aere resistette al pestilenziale soffio. Un consiglio di sessanta nominato primitivamente da' capi di tutte le famiglie adunati in generale congresso, o, vogliam dire, a parlamento, e che chiamavano aringo, poi rinnovellato da sè stesso a misura delle vacanze, e due consoli semestrali col titolo di capitani del comune reggono lo Stato. Hanno i capitani la facoltà esecutiva; avevano anche anticamente, a norma degli antichi consoli di Roma, parte della giudiziale, ma questa poi cesse ad uomini chiamati dall'estero dal consiglio sotto nome di podestà; rimase ai capitani l'ufficio di paciali. Sono i capitani, e così ancora i podestà, per gli atti del loro uffizio soggetti al sindacato, che è il modo della legge delle obbligazioni, o, come dicono i Franzesi, della risponsabilità, trovato dagl'Italiani per la guarentigia dei dritti. L'equalità civile consola San Marino, i costumi il conservano, la povertà sicuro scudo contro i forastieri. Nulla ei desidera negli altri, nulla gli altri desiderano in lui, perchè i buoni hanno a schifo i vizii, la quiete non piace ai turbolenti, nè la libertà ai corrotti.Regnava in Modena il duca Ercole Rinaldo d'Este, ultimo rampollo d'una casa da cui l'Italia riconosce tanti benefizii di gentilezza, di dottrina e di lettere, come se fosse ordinato dai cieli che non solo ogni reggimento italiano, ma ancora ogni sangue sovrano, eccetto quel di Piemonte, dovessero andare spenti nei calamitosi tempi che vedemmo. Era il duca Ercole principe degno de' suoi maggiori, se non che forse la sua strettezza nello spendere era tale che sapeva di miseria. Pure dubitar si potrebbe se tale qualità in lui si debba a vizio od a virtù attribuire; perchè se dagli eventi giudicarsi dovesse e dalla natura sua, ch'era previdentissima, sarebbe degno anzi di lode che di biasimo. Certo era in lui maravigliosa la previdenza, e non saprebbesi se i posteri crederanno, perchè ciò solo a rinomati filosofi fu attribuito, quando si dirà che il duca Ercole con chiaro ed evidente discorso predisse, parecchi anni prima del presente anno il sovvertimento di Francia e la rovina d'Europa. Aggiunse con voce ugualmente profetica che la Francia perderebbe la sua preponderanza, che tutte le potenze si sarebbono collegate contro di lei, e che nissuna l'avrebbe aiutata. Principe buono ed avverso agli ordini feudali, affermava ch'essi erano più funesto flagello all'umana generazione, che la guerra e la peste, nè mai comportò ai nobili le insolenze. Principe religioso, seppe tener in freno anche il clero, perchè e voleva intiero il dominio de' suoi, e si ricordava di Ferrara. Fiorirono meravigliosamente a tempo suo le lettere in quella parte di Italia: finì la casa d'Este simile a lei, nell'antico costume perseverando.Ora, per raccogliere in poco discorso quello che siamo andati finora largamente divisando, si vede che se apparivano in Italia desiderii di riforma, non apparivano semi di rivoluzione; che questi desiderii risguardavano parte lo Stato politico, parte la disciplina ecclesiastica; principalmente un'evidente impazienza vi era sorta di quanto rimaneva degli ordini feudali. Più principi mostrarono di volere, e mandarono ad effetto non poche riforme; il che fece nascere generalmente desiderio e speranza di veder condotta a compimento la macchina delle istituzioni sociali. Tutte queste cose assecondava la filosofia tanto squisita di que' tempi, non quella turbolenta e sfrenata che non si intende come alcuni chiamino filosofia, ma quella che desiderava maggior moderazione ne' potenti e maggior felicità nei deboli. In ciò volle supplire la filosofia, e fecelo, finchè uomini senza freno, di lei troppo enormemente abusando, empieronoil mondo di sterminii e di sangue. A questo, erano in alcuni luoghi della penisola uomini rozzi, ma forti, in altri uomini gentili, ma deboli; di nuovo, in alcuni armi deboli, ma opinioni tenaci, in altri armi forti, ma eccessive, e, per questo medesimo che eccessive erano, non sufficienti. Del resto, se erano in Italia desiderii buoni, non erano ambizioni cattive; non solo non vi si aveva speranza, ma nè anco sospetto di rivoluzione, e gli italiani hanno natura tale, che, se van con impeto, maturano con giudizio.Tale era Italia quando, giunto il secolo verso l'anno 1789 che andiam discorrendo, si manifestarono in Francia, provincia solita a muovere co' suoi moti tutta l'Europa, inclinazioni e cambiamenti di grandissimo momento. Destarono queste novità diverse speranze e diversi timori in Italia, secondo la diversità degli ingegni e delle passioni. In questi crebbero le speranze, in quelli i timori; in alcuni cominciarono a sorgere le ambizioni: i principi si ristettero dalle riforme per sospetto, i popoli più le desideravano per esempio: tutti credettero che per la vicinanza de' luoghi, per la frequenza del commercio, per la comunanza delle opinioni, novità di una suprema importanza avverrebbero di qua, come già erano avvenute di là de' monti. Ma è d'uopo entrare in qualche particolarità sulle rivoluzioni in Francia, loro cagioni ed effetti, per comprendere quello che ne derivò pegli altri paesi.Le mutazioni fatte in Italia da principi eccellenti non partorirono che bene; quelle fatte da un principe giusto e buono in Francia non solo non fruttificarono quel giovamento ch'ei s'era proposto, ma originarono ancora orribili disgrazie. Della qual differenza chi voglia investigar le cagioni, avrà a considerar in primo luogo le opinioni ed i costumi che prevalevano a quei tempi in quel regno, poi le leggi che il governavano, e finalmente lo stato dell'erario.Quello spirito di benevolenza versol'umana generazione, il quale era prevalso in Europa a questi tempi, aveva messo più profonde e più larghe radici in Francia che in qualsivoglia altra provincia, sì perchè dalla Francia medesima, quasi da fonte principale, derivava, sì perchè la civiltà degli uomini in questo paese era molt'oltre proceduta, e sì finalmente perchè, essendo essi d'indole volubile, fan nascere spesso le mode ed i tempi, ed i tempi poscia li governano. Così era allora tempo d'umanità; e siccome questa è una nazione che, per la prontezza della mente e per la grandezza dei concetti, dà facilmente negli estremi così nel bene come nel male, e sempre si governa coi superlativi, così questa universale benevolenza era diventata eccessiva, estendendosi anche a certi fini che toccano la radice del governo, e ciò non senza pericolo dello Stato; poichè, se è necessario allettar gli uomini con l'amore, è anche necessario frenarli col timore, più potendo in loro l'ambizione e le altre male pesti, che non la gratitudine.In tale disposizione d'animi non solo erano divenuti più che non fossero mai stati odiosi i residui degli ordini feudali, ma ogni leggier freno che dal governo venisse era riputato duro e tirannico. Da questo procedeva che con riforme utili si desideravano anche riforme disutili o pericolose.Queste opinioni recavano possente incentivo da quelle che s'erano formate e sparse ai tempi della ultima guerra d'America, sì opportunamente intrapresa e sì generosamente condotta dalla Francia: esser doni volontarii le contribuzioni dei popoli; dover essi e della necessità loro e della quantità giudicare; esser la nobiltà non necessaria, anzi pericolosa allo Stato; il re capo, non sovrano; il clero consiglio, non ordine, e richiamavanlo alla semplicità antica; la religione dover esser libera. A questo aggiungevasi una tale tenerezza per gli oppressi, che, se mancavano i veri, si cercavano i supposti, per isfogar la piena di tanto amore, poichèogni punito ed ogni imposto riputavansi oppressi, ed un gran di sale che si pagasse, faceva sì che si gridava tirannide. Le ambizioni si mescolavano alle dolci affezioni, ed alcuni fra i popolani, vedendosi favoriti dall'opinione; volevano diventar potenti, con salire alle dignità ed alle cariche dello Stato.Queste erano le improntitudini popolari; ma la ferita era ancor più grave, e più dentro penetrava nelle viscere dello Stato; conciossiachè coloro fra i nobili che avevano militato in America, eransi lasciati ridurre sì per l'esempio, e sì ancora sospinti da un'illusione benevola, credendo che un'americana pianta potesse portar buoni frutti in un terreno europeo non adatto ad opinioni più favorevoli ai popoli che non alla corona; ed, oltre alla egualità dei diritti, desideravano l'introduzione di qualche ordine popolare nell'antica costituzione del regno. Piacevano loro le forme della costituzione d'Inghilterra. Ciò mise discordia fra la nobiltà, poichè alcuni fra i nobili opinavano per la novità, alcuni per le antiche cose, e così s'indeboliva questo propugnacolo della corona in un tempo in cui ella ne aveva più bisogno.Ma i più fra quelli dei nobili che o per coscienza o per interesse perseveravano nelle massime antiche, e rimanevano fedeli alla corona, tale quale era durata tanti secoli, davano novella forza, certo per orgoglio mal misurato, alla potenza popolare che sorgeva; imperciocchè e più insolenti si mostravano nelle ville e castelli loro, e più duramente esigevano gli abborriti diritti feudali, credendo con maggior forza doversi tener quello che si temeva di perdere. Ciò tanto maggiormente si osservava, e tanto maggior odio creava, che quella parte dei nobili che inclinavano a novità, avevano i medesimi ordini o intieramente dismessi o grandemente moderati, ed i restanti con molta mansuetudine riscuotevano. L'odio saliva alla corona, perchè questi nobili arroganti erano appunto quelli che facevanomaggior dimostrazione in favor delle prerogative e della potenza regia.Nè queste erano le sole cagioni di novità. Certo è che i vizii maggiormente allignano fra i grandi che fra il popolo, tale essendo la natura umana, che tanto più si corrompe, quanto ha più modi di corrompere e di corrompersi, nè bastano le gentili dottrine a raffrenar questo impeto, poichè esse meglio servono di scusa che di freno. Quindi era in Francia sorta fra i ricchi una tale dissolutezza di costumi, che ne fu tolto alle persone loro quel rispetto che già avea tolto ai loro diritti l'opinione. L'ozio, il lusso, i piaceri lascivi, i piaceri infami erano giunti al colmo; nè alcuno era contento alla condizione sua, che, nata l'ambizione, niuno voleva stare, ognuno voleva salire, ed ogni modo era riputato buono, o di pecunia accattata e di meretrice compra, o di bugia o di calunnia. Tanta era stata la mala efficacia dei tempi della reggenza! Il vizio s'era introdotto nella corte stessa, nè bastava, non dirò a sanar gli animi, ma a contenerli, l'esempio del re, per verità di costumi integerrimi. Ma siccome i popoli credono che le corti s'informino sul modello dei re, così i Franzesi, vedendo una corte scostumata, rimettevano ogni giorno più di quell'amore che in tutti i secoli hanno portato ai re loro.Il perverso influsso era tale che ne furono contaminati anche coloro che dovrebbero avere in sè più di sacro e di venerando; il perchè scemava fra i popoli il rispetto verso la religione. In tal modo la potenza, separatasi prima dalla virtù, separossi anche dal rispetto, suo principal fondamento; la virtù medesima, sbandita dalla città e dalle curie, ricoverossi fra i modesti presbiterii dei parrochi e fra gli umili casolari dei contadini. Dal che ne nacque più forza alla potenza popolare; perciocchè credessi là esser la buona causa dov'era la virtù, e la cattiva dov'era il vizio.A questo si aggiungeva che a gran pezza l'entrata non pareggiava l'uscitadello Stato, deplorabile frutto dei concetti smisurati di Luigi XIV, del voluttuoso vivere di Luigi XV, e del profuso spendere della corte di Luigi XVI, ancorchè questo principe se ne vivesse per sè molto parcamente. Questo difetto nell'entrata era giunto a tale sul finire del 1786, ch'era per nascere una gran rovina, se presto non vi si rimediava.In cotal modo scomposte le cose, passata la forza dell'opinione dai nobili ai popolari, dai ricchi ai poveri, dai prelati ai curati, e mancato il denaro, principal nervo dello Stato, si vedeva, che ove nascesse un primo incitamento, un grande sovvertimento sarebbe accaduto. Nè la natura del re, dolce e buona, era tale che potesse dare speranza di potere o allontanare o indirizzare con norma certa ed a posta sua gli accidenti che si temevano.Qui nacque un caso degno veramente di eterne lagrime, e pur non raro nelle memorie tramandate dagli storici. Tanto è la natura umana sempre più consentanea a sè stessa nel male che nel bene, e tanto sono cupe le ambizioni degli uomini. Volevasi da tutti, come opinione portata dai tempi, e come cosa utile e giusta, un'equalità civile, un'equalità d'imposte, una sicurezza delle persone, una riforma negli ordini giudiziali, una maggior larghezza nello scrivere. Era il re inclinato ad accomodar le cose ai tempi, per quanto la prudenza e le prerogative della corona, tanto salutari in un reame vasto ed in una nazione vivace e mobile, il comportassero. Ma una setta composta principalmente dai parlamenti, dai pari del regno, dai prelati più ragguardevoli, dai nobili più principali, e secondata da un principe del sangue, del quale se fu biasimevole la vita, fu ancor più lagrimevole il fine, preoccuparono il passo, e vollero farsi capi e guidatori, dell'impresa. In questo il pensier loro era di cattivarsi con allettattive parole la benevolenza del popolo, e diminuire, con l'aumento della propria, l'autorità della corona. Forse i primi e i principali autori di questodisegno miravano più oltre, velando con parole denotanti amore di popolo pensieri colpevoli di mutazioni nella famiglia regnante.Quale di questo sia la verità, i capi di questa setta si prevalsero molto opportunamente per arrivare ai fini loro, di un errore commesso dal governo, il quale diede occasione alla resistenza loro e fu primo principio di quel fatale incendio che arse prima il reame di Francia, poi propagatosi per tutta Europa, vi trasse tutto a scompiglio ed a rovina. Il re, in vece di cominciar l'opera dalle riforme tanto desiderate del popolo, poi ordinar le tasse, volle principiare a por le tasse, poi le riforme. Quindi l'amore cominciò a convertirsi in odio; la setta nemica alla corona se ne prevalse. Adunque, avendo egli pubblicato due editti, uno perchè si ponesse un'imposta sopra le terre, l'altro perchè si ponesse una tassa sulla carta bollata, il parlamento di Parigi, non solo fortemente protestò, ma, ancora più oltre procedendo, ordinò che chiunque recasse ad effetto i due editti fosse riputato reo di tradimento e nemico della patria. Questo era il momento d'insorgere da parte del governo, e di dar forza alla legge, e di aggiungere al tempo stesso qualche editto contenente riforme e giuste per sè e desiderate dal popolo: ciò avrebbe preoccupato il passo. Ma egli, rimettendo dall'opera sua, lasciò andar non eseguiti i suoi editti. Quindi crebbe l'ardire del parlamento, che, volendo usar l'occasione di guadagnarsi la grazia del popolo a diminuzione dell'autorità regia, passò ad abbominare con pubbliche scritture e con parole infiammative le incarcerazioni arbitrarie; poi statuì, annuendo ad una convocazione degli Stati generali, non essere in facoltà sua, nè della corona, nè di tutti due uniti insieme trar denaro dal popolo per via di tasse; la sola volontà del re non bastare a far la legge, nè la semplice espressione di questa volontà poter costituire l'atto formale della nazione; essere necessario, a volere chela volontà del re debba trarsi ad effetto, ch'essa sia pubblicata secondo le forme prestabilite dalla legge; tali essere i principii, tali i fondamenti della costituzione franzese; sapere il parlamento che si volevano sovvertire i diritti pubblicati, per istabilire il dispotismo; la libertà comune essere in pericolo; ma non volere nè poter a tali rei disegni dar la mano, anzi volere opporsi, nè mai permettere che gli essenziali diritti dei sudditi fossero conculcati e messi al fondo; poi, rivoltosi al re, gl'intimò non isperasse di poter annullare la costituzione, concentrando il parlamento nella sola sua persona.Rispose risentitamente il re, che quello che s'era fatto, s'era fatto secondo gli ordini fondamentali dello Stato; non s'intromettessero in affari di governo, perchè di ciò non avevano autorità di sorte alcuna; ch'erano i parlamenti del regno di Francia corti di giustizia abili solo a giudicare in materie civili e criminali, ma non avere autorità nè legislativa nè amministrativa; la volontà del re non potersi senza pericolo nè senza un nuovo e funesto cambiamento nella constituzione del regno soggettare a quella dei magistrati; se ciò fosse, cambierebbesi la monarchia in aristocrazia di magistrati; badassero a far il debito loro come giudici, e lasciassero il governo delle cose pubbliche a chi per antica consuetudine e per costituzione l'aveva in mano; considerassero quante leggi erano state fatte in ogni tempo dai re di Francia, non solo senza il consenso, ma ancora contro la volontà dei parlamenti; la registrazione non essere approvazione, ma solo autenticazione, nè altro in questo fare i parlamenti, che le veci di notai del regno; che quest'erano le forme, questi i precetti, ai quali e' si dovevano conformare, e se nol facessero, si li costringerebbe.Tal era la contesa nata in Francia fra il re ed i parlamenti circa le prerogative e l'autorità della corona. Intanto ogni pubblico affare era soprattenuto, perchè i parlamenti di provincia, comequello di Parigi, o avevano cessato di per sè stessi l'ufficio, o erano dall'autorità regia sospesi. Volle il re rimediare colla creazione della corte plenaria, ma proruppe il parlamento in un'asprissima protesta; protestarono i pari del regno; il clero stesso titubava.Intanto uomini faziosi d'ogni genere, o stimolati espressamente dei capi della parte dei parlamenti, o valendosi acconciamente dell'occasione offerta dalla resistenza loro per macchinar novità, andavano spargendo in ogni luogo semi di discordia e di anarchia. Tumultuavasi a Grenoble, a Rennes, a Tolosa e in altre sedi di parlamenti; orribili scritture uscite in Parigi chiamavano tiranno il re, distruttore dei diritti del popolo, oppressore crudelissimo, esortavansi le genti a levarsi, a disvelare e punir gli oppressori.Avendo il re trovato, invece d'appoggio, opposizione e resistenza nei parlamenti, nella nobiltà e in una parte del clero, dovette necessariamente voltarsi verso il popolo, e fondar l'autorità sua sulla potenza dei più, giacchè i pochi lo abbandonavano. Così era fatale che le prime occasioni delle enormità che seguirono siano state date da coloro ai quali più importava di evitarle, e che ne furono alla fine le miserabili vittime. Adunque fu chiamato ministro il Ginevrino Necker, e con lui altri personaggi consentanei al tempo. Si sperava bene, il popolo esultava. Convocaronsi i notabili del regno, convocaronsi gli stati generali. Prevalse in sul bel principio la parte popolare, siccome quella, in favor della quale operavano i tempi. Decretossi da prima, del qual consiglio fu autore Necker, fosse doppio il numero dei deputati del terzo stato; poi sedessero i tre ordini, non separatamente, ma in comune, poi si deliberasse, non per ordini, ma per capi, il che diede del tutto la causa vinta ai popolari. Gli ordini uniti presero il titolo di assemblea nazionale. Erano portati al cielo: non si parlò più dei parlamenti,quantunque eglino con opportune scritture si fossero sforzati di riguadagnarsi quel favore che per un nuovo empito popolare s'era voltato all'assemblea.L'assemblea nazionale, ottenuta la superiorità del terzo stato, abolì l'inequalità delle imposte, poi i privilegii della nobiltà, poi quelli del clero, poi la nobiltà ed il clero; ed aboliti la nobiltà ed il clero, s'incamminava ad indebolire talmente l'autorità regia, ch'ella non fosse più che un'ombra vana. Il benefizio della equalità era solamente apprezzato dai buoni; i tristi usavano l'occasione dello indebolimento del governo. I faziosi dominavano: l'autorità regia non li poteva frenare, perchè scema di potenza e d'opinione; l'autorità popolare non ardiva perchè parlavano in nome ed in favor del popolo. In ogni luogo, sedizioni, incendii e rapine, morti funeste e modi di morte più funesti ancora, uomini mansueti divenuti crudeli; uomini innocenti cacciati dai colpevoli; uomini benefici uccisi dai beneficiati. Virtù in parole, malvagità in fatti. Novelle strane si spargevano ogni giorno, e quanto più strane, tanto più credute, e tosto si poneva mano nel sangue o ad ardere i palazzi; nè il sesso nè le età si risparmiavano; ad ogni voce che si spargesse, il popolo traeva, massime in Parigi. In mezzo a tutto questo, atti sublimi di virtù patria e di virtù privata, ma insufficienti pel torrente insuperabile e contrario. Nè si vedeva fine agli scandali, perchè l'argine era rotto, e fin dove avesse a trascorrere questo fiume senza freno, nissuno prevedeva.In fine, dopo molti e varii eventi, l'assemblea con una cotal costituzione che teneva poco del regio, meno ancora dell'aristocratico, molto del democratico, rendè il re un nome senza forza; poi venne l'assemblea legislativa, che il depose; poi il consesso nazionale che l'uccise. Intanto uccisi o intimoriti i buoni, impadronitisi della somma delle cose i tristi, la nazione franzese, non trovando più riposo in sè stessa, minacciava, qualmare ingrossato dalla tempesta, di uscir da' proprii confini, e di allagare con rovina universale l'Europa.
Da questo si vede che il nervo principale del parlamento siciliano consisteva ne' baroni, perchè più ricchi erano e più numerosi. Ma ben maggiore era la potenza loro nelle terre, a cagione de' privilegi feudali. Rimediovvi in parte Caraccioli, vicerè; pure i vestigii feudatarii v'erano ancora gravi. Del resto, le opinioni del secolo poco avevano penetrato in quella isola; ma quello che non dava l'opinione il potevano dare facilmente gli ordini dello Stato.
Questa che abbiamo raccontata era la condizione del regno delle Due Sicilie verso l'anno 1789; ma poco diversa appariva quella del ducato di Parma e Piacenza, dove, come a Napoli, regnava la famiglia de' Borboni di Spagna. Anche in questi luoghi vedevasi sorta una maggiorperfezione del vivere civile, e le contese con la Sedia apostolica pel medesimo fine delle investiture avevano aperto il campo ad investigazioni del solito effetto. Quando l'infante don Filippo governava il ducato, era in lui grande l'autorità del Franzese Dutillot, il quale, nato di poveri parenti in Baiona, era salito per la virtù sua al grado di primo ministro. Era stato appunto mandato Dutillot dalla corte di Francia al duca Filippo, acciocchè lo consigliasse intorno agli affari che correvano con la corte di Roma, temendosi che, in quella nuova possessione del ducato, ella volesse dare qualche sturbo in virtù de' diritti di superiorità sovrana che pretendeva in quello Stato. Per verità, se grande fu la fede che la Francia ed il duca Filippo ebbero in Dutillot, non furono minori la sua destrezza e la prudenza. Chiamò a sè i più famosi ingegni d'Italia, tra i quali non è da tacersi il teologo Contini, uomo dottissimo nelle scienze canoniche, ed il Turchi, cappuccino di molte lettere, di notabile eloquenza; e tanto per opera di Dutillot si dirozzarono i costumi di quella bella parte di Italia, e tanto vi prosperarono le buone arti, che il regno di don Filippo ebbe fama del secolo d'oro di Parma. Certo, città nè più colta nè più dotta di Parma non era a que' tempi, nè in Italia nè forse anche altrove. Crearonsi, per consiglio del Paciaudi, a questo fine chiamato da Roma, più perfetti ordini nell'università degli studii, un'accademia di belle arti, una magnifica libreria; e perchè con gli ordini buoni concorressero i buoni insegnamenti ed i buoni esempi, vennervi, chiamati da diversi paesi, oltre Paciaudi e Contini, anche Venini, Derossi, Bodoni, Condillac, Millot, Pageol. Fra i buoni esempi Dutillot medesimo non era degli ultimi, scoprendosi in lui decoro, facondia, cortesia, e tutte quelle parti che a perfetto gentiluomo si appartengono: arricchivasi al tempo stesso ed abbellivasi il ducato per manifatture o fondate o ristorate, per edifizii, per istrade, per pubblicipasseggi. Così passò il regno di don Filippo assai facilmente sotto la moderazione di Dutillot.
Morto poi nel 1765 il duca Filippo, e devoluto li ducato nel duca Ferdinando, ancor minore d'età, Dutillot continuò a governare lo Stato con la medesima sapienza. A questo tempo sorse una grave controversia tra il governo del duca e la corte di Roma; imperciocchè, avendo il duca mandato fuori una sua prammatica intorno alle mani morte, ed un editto che le obbligava al pagamento delle gravezze pubbliche, il papa Clemente XIII pubblicò in Roma un breve monitorio, con cui dichiarò nulle quelle ordinazioni sovrane di Parma, come provenienti da autorità non idonea a farle, e lesive deil'immunità ecclesiastica, ammonendo eziandio che tutti coloro che cooperato vi avevano erano incorsi nelle censure ecclesiastiche, da cui non potessero essere assolti in nissun caso, eccettuato in punto di morte, se non da lui stesso o dal pontefice che dopo di lui sulla cattedra di san Pietro sedesse. Dutillot difese con non ordinaria franchezza e prudenza il diritto sovrano del duca, alla quale difesa diedero non poco favore molti scritti pubblicati da uomini dotti in tale proposito.
Questi accidenti concitarono contro Dutillot l'odio e le arti della parte avversaria già entrata molto addentro nella buona grazia del giovinetto principe. Ciò non ostante, in tutto il tempo in cui questo fu minore di età, non perdè il ministro dell'autorità sua. Quando poi, giunto all'età di diciotto anni, assunse il governo, s'indrizzarono i suoi pensieri ad altro fine. Perchè, congedato Dutillot, il principe si governò intieramente al contrario di prima. Il tribunale dell'inquisizione fu istituito in Parma, ma mostrò mansuetudine; nè aspro fu il reggimento del duca; le tasse assai moderate. Era molesto a molti il rigore eccessivo che si usava per far osservare certe pratiche di esterior disciplina: in questo i popoli nonpotevano dire del principe che altro suono avessero le sue parole ed altro i fatti; poichè ei dava le udienze in sagrestia, ei cantava coi frati in coro, egli addobbava gli altari, ei suonava le campane, egli ordinava i santi nel calendario dell'anno. Mentre il duca pregava, il popolo si erudiva, nè Parma perdette il nome che si era acquistato di città dotta e gentile.
Sedeva a questi tempi, come già sappiamo, sulla cattedra di san Pietro il sommo pontefice Pio VI, destinato dai cieli a sostenere il colmo della prospera e dell'avversa fortuna. Il suo antecessore Clemente XIV, da povero fraticello salito, per le virtù sue, alla grandezza del papato, aveva in tanta sublimità conservato quella semplicità di costumi e quella modestia di vita, alle quali nella solitudine dei chiostri s'era avvezzato. Ciò parve a molti, in una Roma, nel primo seggio della cristianità, cosa altrettanto intempestiva e pericolosa quanto era in sè lodevole e virtuosa. Il perchè i cardinali, morto Clemente, elessero papa il cardinal Braschi, che già fin quando era tesoriere della camera apostolica aveva mostrato in tutte le azioni non ordinario splendore. Veramente erano in lui, forse più che in altr'uomo de' suoi tempi, molto notabili l'eccellenza delle forme, la facondia del discorso, la finezza del gusto, la grandezza delle maniere, procedendo in ogni affare con tanta grazia giunta a tanta maestà, che e la venerazione verso la persona sua, ed il rispetto verso la Sede ne venivano facilmente conciliati. Queste erano le qualità di papa Pio. Circa i costumi, e' furono, non che non meritevoli di riprensione, degni di lode; e certe voci corse in questo proposito, piuttosto alla malvagità de' tempi che seguirono, che a verità debbonsi attribuire.
Ognuno crederà facilmente che un pontefice di tal natura doveva altamente sentire dell'autorità sua e delle prerogative della Sedia apostolica. Nè mancavano incentivi a queste inclinazioni. Covava allora fra' cardinali più dotti, più operativi,più esperti, un disegno d'una suprema importanza per l'Italia, e quest'era di ridurla unita sotto un governo confederato, di cui fossero parte tutti i principi italiani, e capo il sommo pontefice. Principal autore di questo consiglio era il cardinal Orsini, uomo di natura piuttosto strana che no, ma dottissimo in materia canonica, ed assai caldo zelatore delle prerogative romane; se ad altri pareva che Gregorio VII avesse troppo detto e troppo fatto, pareva all'Orsini ch'ei non avesse nè detto nè fatto abbastanza. Pure, siccome da cosa nasce cosa, se il pensiero dell'Orsini circa la lega italica fosse stato ridotto in atto, avrebbe partorito effetti importanti, e dai papi potuto nascere la salute d'Italia.
Ma non potendo Pio allargare, come avrebbe voluto, nè il dominio nè l'autorità, perchè l'opinione era contraria, cercò di acquistar fama di splendido sovrano. Debbesi per prima e principal opera mentovare il prosciugamento delle paludi Pontine, se non a final termine condotto, certamente per la maggior parte eseguito con ispesa tanto enorme rispetto a Stato sì angusto, con costanza tanto mirabile che pochi esempii si leggono nelle storie degni di egual commendazione. Quattro fiumi, l'Amazeno, l'Uffente, la Ninfa e la Teppia non trovando sfogo al mare verso Terracina, sono principalmente cagione dell'impaludamento. Rapini, ingegnere di grido, preposto da Pio alle opere, cavata la linea Pia, condusse le acque al mare pel portatore di Badino, cavò l'antico fiume Sisto, alveò l'Uffente e l'Amazeno. S'abbassarono le acque, si scoversero i terreni, i colti si mostrarono dov'erano le paludi, la via Appia restituita ai viandanti. Tale fu l'opera egregia di Pio VI.
Non dismostrossi minore l'animo del pontefice negli ornamenti aggiunti all'antica Roma. Edificò la famosa sagrestia a lato alla chiesa di San Pietro, opera certamente di molta magnificenza, ma forse di troppo minuta e troppo vaga architettura, se si paragona al grandioso stiledella basilica di Michelangelo. Dolsersi anche non pochi, che, per fondare questo suo edifizio, abbia il papa ordinato che si atterrasse l'antico tempio di Venere, al quale Michelangelo aveva avuto tanto rispetto, che solo il toccarlo gli era paruto sacrilegio. Bellissimo pensiero di Pio altresì fu quello di persuadere come aveva fatto già, fin quando esercitava l'ufficio di uditore del camarlingo, a papa Clemente, di ornar il Vaticano con un sontuoso museo, il quale poi condotto a maggior grandezza da lui dopo la sua esaltazione, fu chiamato Pio-Clementino. Lo arricchì con gran numero di statue, busti, bassorilievi ed altre anticaglie di gran pregio. Come nobile fu l'intento suo nel fondar il museo, così nobile del pari fu il suo consiglio di volerne tramandare con eccellente rappresentazione di scritture e di figure la memoria ai posteri. Nè fu meno commendabile l'esecuzione; imperciocchè, affidatane la cura, quanto alle figure, a Lodovico Mirri, e quanto ai commenti, ad Ennio Quirino Visconti, ne sorse quella bella descrizione del Museo Pio-Clementino, una delle opere più perfette che in questo genere sieno.
Così cresceva Roma sotto Pio in bellezza ed in isplendore ogni giorno; così, visitata dai più potenti principi d'Europa, lasciava in loro riverenza e maraviglia; i popoli mossi da sì sontuosi apparati non rimettevano di quella venerazione che avevano sempre avuto verso la Sedia apostolica. Quanto alle nuove dottrine filosofiche, che parlavano tanta umanità, poche radici avevano messe in Roma; non che i gentili pensieri non vi fossero graditi, ma perchè gli autori loro, mescolando, come facevano, tempi dissomigliantissimi, ed attribuendo a certi effetti cagioni non vere, troppo in sè stessi si compiacquero di condannar le romane cose. Tal era Roma, tanto sempre a sè medesima conforme, ritraendo sempre in ogni fortuna di quella grandezza che per ispecial privilegio del cielo pare in lei congenita e naturale.
Mentre così in varie parti d'Italia più o meno si cancellavano per benefizio dei principi o per ammaestramento dei buoni scrittori, la vestigia che i tempi barbari avevano lasciato nelle instituzioni dei popoli e che evidentemente vi si procedeva verso un vivere sociale più generoso e più mite, poco o nissun cambiamento si osservava in altre parti della medesima provincia. La monarchia piemontese era la più ferma di tutte le monarchie, poichè in lei non si videro mai, come in tutte le altre, o rovine nella casa regnante o rivoluzioni di popoli. Del quale privilegio, se si vorrà ben dentro considerare, apparirà prima e principal cagione, essere la potestà assoluta del principe giunta con un uso moderato della medesima. Poi mancavano le occasioni della ambizione dei potenti; perciocchè trovandosi il Piemonte posto tra la Francia e l'Austria, altro non avrebbe partorito l'ambizione di un potente, anche fortunata, che render sè ed il paese suddito o dell'una o dell'altra; nè mai chi avesse voluto imitare un duca di Braganza avrebbe potuto venir a capo della sua impresa. S'aggiunse che i principi di Savoia governarono sempre gli eserciti loro da loro medesimi, nè potevano sorgere capitani di gran nome che potessero, non che distruggere, emulare la potenza dei principi.
Da questo e dagli eserciti molto grossi nacque la maravigliosa stabilità della monarchia piemontese. Ne procedette, oltre a ciò, in quello Stato un'opinione generale stabile, che, da generazione in generazione propagandosi, rendè questa monarchia somigliante, alle repubbliche, nelle quali se cangiano gli uomini, non cangiano le massime nè le opinioni. Adunque gli ordini antichi si erano conservati intieri; le opinioni nuove poco vi allignavano.
Ciò non ostante, alcuni segni, sebben deboli, di cambiamento si ravvisavano negli Stati del re di Sardegna, massimo circa la ecclesiastica disciplina. Imperciocchè,tolte dal re Vittorio Amedeo II le pubbliche scuole ai gesuiti, e fornita l'università degli studii di ottimi professori, incominciarono le dottrine dell'antichità cristiana a diffondersi. I tre bibliotecarii dell'università, Pasini, Berta e Pavesio, uomini di molto sapere e pietà, promossero lo studio delle opere scritte dai difensori di quelle dottrine, e Vaselli ne arricchì la libreria del re.
Regnava Vittorio Amedeo, terzo di questo nome, principe di animo generoso, di vivo ingegno e di non ordinaria perizia nelle faccende di stato. Contaminava la sua buona natura un amore eccessivo della gloria militare: quindi ordinò e mantenne in piè un esercito grosso fuor di misura; il che rovinò le finanze che tanto fiorivano a tempi di Carlo Emmanuele suo padre, sparse largamente nella nazione la voglia delle battaglie, e diè favor eccessivo e potenza ai nobili soli ammessi a capitanar le soldatesche. Ognuno voleva essere, ognuno imitar Federigo re di Prussia. Certamente, se immortali lodi si debbono a Federigo per aver difeso il suo reame contra tutta la Europa, gran danno ancora le fece per avervi introdotto coll'esempio suo un eccessivo umor soldatesco, ed aver messo su eserciti. Gli altri potentati, o per fantastica imitazione, o per dura necessità, furono costretti a far lo stesso; poi venne la rivoluzione di Francia che dilatò questa peste ancor di vantaggio, poi sorse Buonaparte che la portò agli estremi, ed altro non mancherebbe alla misera Europa, per aver la compita barbarie, se non che ella facesse marciare, a guisa degli antichi Galli e Goti, coi combattenti anche i vecchi, le donne ed i fanciulli.
Ma, tornando a Vittorio, tanto era in questa bisogna infatuato che soleva dire ch'ei faceva più stima d'un tamburino che d'un letterato, benchè poi riuscisse miglior che di parole; perciocchè i letterati accarezzava e premiava, ed usava anche con loro molto famigliarmente. Ma le armi prevalevano; quindi non solamentefu dissipato il tesoro lasciato da Carlo, ma i debiti dello Stato, non ostante che le imposizioni si aggravassero, tanto s'ammontarono che sommavano in questo anno a meglio di cento milioni di lire piemontesi, che sono più di cento milioni di franchi. Le cariche civili ed ecclesiastiche conferivansi solo ai nobili ed agli abbati di corte. Ad una generazione di magistrati integerrimi e capaci, e di vescovi santi e dotti, successero qualche volta magistrati e vescovi poco atti a ben reggere gli uffizii loro.
Pure fiorivano le scienze; fiorivano anche, ma non tanto, le lettere. Quanto alle contese circa l'ecclesiastica disciplina fra il romano pontefice ed i principi di casa austriaca, il re Vittorio avea, per amor di quiete, ordinato che mai non si parlasse o scrivesse nè pro nè contro la bollaUnigenitus, nè mai si trattasse dei quattro capitoli della Chiesa gallicana; che anzi, siccome questi articoli erano apertamente insegnati e costantemente difesi nell'università di Pavia dopo le riforme fattevi da Giuseppe II, aveva, a petizione del cardinale Gerdil, proibito che i sudditi suoi andassero a studiare in questa università. Ma tali opinioni più pullulavano quanto più si volevano frenare.
Se la monarchia piemontese era la più ferma delle monarchie, la repubblica di Venezia era la più ferma delle repubbliche. Coloro, i quali, credono essere le repubbliche varie e turbolente, potran vedere nella veneziana una repubblica più quieta di quante monarchie sieno state al mondo, eccetto solo quella del Piemonte. Passò gran corso di secoli senza turbazioni; fu percossa da potentissime nazioni, da Turchi, da Germani, da Franzesi; trovossi fra guerre atroci, fra conquiste di popoli barbari, fra rivoluzioni orribili di genti; Roma stessa fulminava contro di lei. Pure conservossi non solo salva in mezzo a tante tempeste, ma nemmeno ebbe bisogno di alterar gli ordini antichi. Tanto perfetti erano i medesimi, e tanto s'erano radicati per antichità! Pare chepiù sapiente governo di quel di Venezia non sia stato mai, o che si riguardi la conservazione propria, o che si miri alla felicità di chi obbediva. Per questo non vi sorsero mai parti pericolose; per questo certe nuove opinioni non vi si temevano. Solo pareva meritevole di biasimo quel tribunale degl'inquisitori di Stato, per la segretezza e per la crudeltà dei giudizii; pure era volto piuttosto a frenare l'ambizione dei patrizii che a tiranneggiare i popoli. Nè sola Venezia ebbe inquisitori di tal sorte, perchè i governi che non gli hanno per legge stabile, se li procurano per abuso; e non sapresti se muovano più al riso o allo sdegno certuni che tanto rumore hanno levato contro il tribunale suddetto, e che anche presero pretesto da lui di distruggere quell'antica repubblica. Del resto la provvidenza di lei era tale che e l'umanità vi trovava luogo, e le gentili discipline vi si proteggevano. Ma la lunga pace vi aveva ammollito gli animi, e se vi rimanevano gli ordini buoni, mancavano uomini forti per sostenerli. Diminuita la potenza turchesca, e composte a quiete le cose d'Italia, perchè accordate, rispetto al ducato di Milano ed al regno di Napoli, tra Francia, Austria e Spagna, posò intieramente le armi la repubblica, e credette colla sola sapienza civile potersi preservar salva ne' pericoli, che radi ancora si rappresentavano. Ma vennero certi tempi strani, in cui la sapienza civile non poteva più bastare senza la forza, troppo rotti e troppo enormi dovevano essere i moti; la sapienza civile stessa era venuta in derisione. Così Venezia verso l'anno presente stimata da tutti, temuta da nissuno, se era capace di risoluzioni prudenti, non era di risoluzioni gagliarde; l'edilizio politico vi stava senza puntello: una prima scossa il doveva far rovinare.
Assai diversa da questa mostravasi, quanto al vigore degli animi, la condizione della repubblica di Genova. Nissun popolo si è veduto meno da' suoi maggiori degenerato del genovese. Fortezza d'animo,prontezza di mente, amore di libertà, attività mirabile, civiltà ancor mista con qualche rozzezza, ma da mollezza esente; un osare con prudenza, un perseverare senza ostinazione, ogni cosa insomma ritragge ancora in lui quel popolo che resistè ai Romani, battè i Saracini, pose agli estremi Venezia, distrusse Pisa, conquistò Sardegna, produsse Colombo e Doria, cacciò dalla sua città capitale i soldati forastieri; e se i destini in questi ultimi tempi non fossero stati tanto contrarii alla misera Italia, forse i Liguri avrebbero lasciato al mondo qualche bel saggio di valore e di virtù. Ma parlossi d'indipendenza colla oppressione e di libertà colla servitù, e gli animi distratti fra dolci parole e tristi fatti, non poterono nè accendersi al bene, nè vendicarsi del male. Era in Venezia un acquetarsi abituale alla sovranità dei patrizii, perchè era non solamente non tirannica, ma dolce, e perchè era da principio presa e non data. Era in Genova un vegliare continuo, una gelosia senza posa nell'universale verso la sovranità de' nobili, non perchè tirannica fosse, ma perchè era stata non presa da chi comandava, ma data da chi obbediva. La lunga quiete aveva fatto posar gli animi in Venezia: le sette, la fazioni e le parti, ora rompendo in manifesta guerra civile, ora sottomettendo la patria ai forestieri, avevano mantenuto in Genova gli animi forti e le menti attente. Era nel paese veneziano gran ricchezza con ampio territorio e fertile; era nel Genovesato gran ricchezza con angusto territorio e sterile; perciò là si poteva conservare l'acquistato posando, qua bisognava conservarlo operando. Era in Venezia chiuso ai plebei il libro d'oro; era in Genova aperto, possente stimolo a chi aveva avuto più amica la natura che la fortuna. Sicchè non dee far maraviglia, se risplendeva Venezia più per delicatezza di costumi che per forza, e se, pel contrario, era più cospicua in Genova la forza che la delicatezza. Quanto alle opinioni, quelle relative allo Stato poco sapevano di cambiamento,quelle relative alle ecclesiastiche discipline, assai. Quindi Porto Reale era in favore e molto largamente si pensava. Tal era Genova, non cambiata dai secoli, e le antiche querele sulla natura de' suoi abitatori al molto amor patrio suo non gradito ai forastieri piuttosto che a verità debbonsi attribuire.
Se Venezia dimostrava quanto possa per la felicità de' popoli e per la stabilità degli Stati l'aristocrazia temperata dal costume; se Genova c'insegnava quanto possa pel medesimo fine la maniera stessa di governo temperata dal costume e dalla gelosia del popolo; dimostravalo Lucca con l'uno e con l'altro, e di più col freno di una sottile investigazione sul procedere tanto dei nobili quanto dei popolari. Era in Lucca quest'ordine, che chiamavanodiscolato, e rappresentava l'antico ostracismo d'Atene e la censura di Roma, che quando alcuno, o nobile o popolano si fosse, trascorreva i limiti della modestia civile o de' costumi buoni, tosto tenevasi discolato, scrivendo ciascun senatore il suo nome in sur una polizza; e se venticinque polizze il dannavano in tre discolati successivi, ei s'intendeva mandato a confine o in esilio. Tenevasi il discolato ogni due mesi: il che era gran freno agli uomini ambiziosi e scorretti. Pure, siccome sempre il male è vicino al bene, quella continua e minuta inquisizione, col timore che ne nasceva, rendeva di soverchio gli uomini sospettosi e guardinghi; perfino l'onesta piacevolezza era sbandita dal conversare lucchese, ed una terra oltre ogni creder dolce e gioconda era abitata da gente grave e contegnosa.
Nè minor gelosia era verso i giudici; quindi si chiamavano dall'estero; poi, deposto il magistrato, si sottomettevano a sindacato o, vogliam dire, ad esame: seduti in luogo pubblico, poteva ognuno accusarli di gravame; commissarii espressi tenevano registro, e facevano rapporto al senato, che giudicando assolveva o condannava. Così erano in Lucca giudiziiintegerrimi, primo e principal fondamento alla contentezza de' popoli.
Ma se vi si dava ad ognuno il suo, vi si largiva il necessario al bisognoso; perchè a chi voleva aprir traffichi, o era stato danneggiato dalle stagioni, si fornivano o danari dall'erario o generi dai magazzini del comune. Così mite provvido e largo era il reggimento di Lucca. Così ancora facilmente si vede che nei paesi d'Italia non soggetti agli ordini feudali, erano state ordinate la giustizia e la franchezza, non impronte e superbe favellatici come in altri paesi, ma fondate su buoni statuti, sull'assenza di eserciti esorbitanti, sulla modestia di chi reggeva, sulla natura sottile ad un tempo ed assennata degl'Italiani. Che poi questi ordini fossero perfetti per fondare una compita franchigia, nissuno s'ardirà di dire. Ma dove sia questo genere di perfezione, niuno il sa; poichè nè anche vuol credersi che sia dove le soldatesche sterminate possono conquistare e recare a servaggio, non che la patria, una ed anche più parti dei mondo. Che se poi solo ed unicamente si volesse giudicare della bontà de' governi, argomentando dall'infrequenza de' delitti, certamente si affermerebbe i governi di Venezia, di Genova, di Lucca e di Toscana, essere stati i migliori. Va con questi, se però non è superiore per bontà, quello della repubblica di San Marino. Vive da dodici secoli la repubblica di questo nome appena nota al mondo per fama. Quivi virtù senza fasto, quiete senza tirannide, felicità senza invidia; quivi nobiltà solo per chiarezza di natali, non per diritti oltraggiosi, nè per privilegii, nè per desiderio di dominazione; quivi popolo occupato ed industrioso, e come fra i nobili temperati, così nè irrequieto nè tirannico. Fortunate sorti, per cui, tolta l'ambizione dalle due parti, solo rimasero gli effetti conservatori della società. Rovinavano per lunghi anni intorno a San Marino i regni, rovinavano le repubbliche, si straziavano gli uomini per civili e per esterne guerre: sul Titanomonte perseverarono i Sammariniani in tranquillo stato ed amici di tutti: dall'alto e dal sereno miravano le tempeste. Volle l'ambizione moderna introdursi in quei placidi recessi, ma fu l'opera indarno, come sarà a suo luogo raccontato: l'inveterato e dolce aere resistette al pestilenziale soffio. Un consiglio di sessanta nominato primitivamente da' capi di tutte le famiglie adunati in generale congresso, o, vogliam dire, a parlamento, e che chiamavano aringo, poi rinnovellato da sè stesso a misura delle vacanze, e due consoli semestrali col titolo di capitani del comune reggono lo Stato. Hanno i capitani la facoltà esecutiva; avevano anche anticamente, a norma degli antichi consoli di Roma, parte della giudiziale, ma questa poi cesse ad uomini chiamati dall'estero dal consiglio sotto nome di podestà; rimase ai capitani l'ufficio di paciali. Sono i capitani, e così ancora i podestà, per gli atti del loro uffizio soggetti al sindacato, che è il modo della legge delle obbligazioni, o, come dicono i Franzesi, della risponsabilità, trovato dagl'Italiani per la guarentigia dei dritti. L'equalità civile consola San Marino, i costumi il conservano, la povertà sicuro scudo contro i forastieri. Nulla ei desidera negli altri, nulla gli altri desiderano in lui, perchè i buoni hanno a schifo i vizii, la quiete non piace ai turbolenti, nè la libertà ai corrotti.
Regnava in Modena il duca Ercole Rinaldo d'Este, ultimo rampollo d'una casa da cui l'Italia riconosce tanti benefizii di gentilezza, di dottrina e di lettere, come se fosse ordinato dai cieli che non solo ogni reggimento italiano, ma ancora ogni sangue sovrano, eccetto quel di Piemonte, dovessero andare spenti nei calamitosi tempi che vedemmo. Era il duca Ercole principe degno de' suoi maggiori, se non che forse la sua strettezza nello spendere era tale che sapeva di miseria. Pure dubitar si potrebbe se tale qualità in lui si debba a vizio od a virtù attribuire; perchè se dagli eventi giudicarsi dovesse e dalla natura sua, ch'era previdentissima, sarebbe degno anzi di lode che di biasimo. Certo era in lui maravigliosa la previdenza, e non saprebbesi se i posteri crederanno, perchè ciò solo a rinomati filosofi fu attribuito, quando si dirà che il duca Ercole con chiaro ed evidente discorso predisse, parecchi anni prima del presente anno il sovvertimento di Francia e la rovina d'Europa. Aggiunse con voce ugualmente profetica che la Francia perderebbe la sua preponderanza, che tutte le potenze si sarebbono collegate contro di lei, e che nissuna l'avrebbe aiutata. Principe buono ed avverso agli ordini feudali, affermava ch'essi erano più funesto flagello all'umana generazione, che la guerra e la peste, nè mai comportò ai nobili le insolenze. Principe religioso, seppe tener in freno anche il clero, perchè e voleva intiero il dominio de' suoi, e si ricordava di Ferrara. Fiorirono meravigliosamente a tempo suo le lettere in quella parte di Italia: finì la casa d'Este simile a lei, nell'antico costume perseverando.
Ora, per raccogliere in poco discorso quello che siamo andati finora largamente divisando, si vede che se apparivano in Italia desiderii di riforma, non apparivano semi di rivoluzione; che questi desiderii risguardavano parte lo Stato politico, parte la disciplina ecclesiastica; principalmente un'evidente impazienza vi era sorta di quanto rimaneva degli ordini feudali. Più principi mostrarono di volere, e mandarono ad effetto non poche riforme; il che fece nascere generalmente desiderio e speranza di veder condotta a compimento la macchina delle istituzioni sociali. Tutte queste cose assecondava la filosofia tanto squisita di que' tempi, non quella turbolenta e sfrenata che non si intende come alcuni chiamino filosofia, ma quella che desiderava maggior moderazione ne' potenti e maggior felicità nei deboli. In ciò volle supplire la filosofia, e fecelo, finchè uomini senza freno, di lei troppo enormemente abusando, empieronoil mondo di sterminii e di sangue. A questo, erano in alcuni luoghi della penisola uomini rozzi, ma forti, in altri uomini gentili, ma deboli; di nuovo, in alcuni armi deboli, ma opinioni tenaci, in altri armi forti, ma eccessive, e, per questo medesimo che eccessive erano, non sufficienti. Del resto, se erano in Italia desiderii buoni, non erano ambizioni cattive; non solo non vi si aveva speranza, ma nè anco sospetto di rivoluzione, e gli italiani hanno natura tale, che, se van con impeto, maturano con giudizio.
Tale era Italia quando, giunto il secolo verso l'anno 1789 che andiam discorrendo, si manifestarono in Francia, provincia solita a muovere co' suoi moti tutta l'Europa, inclinazioni e cambiamenti di grandissimo momento. Destarono queste novità diverse speranze e diversi timori in Italia, secondo la diversità degli ingegni e delle passioni. In questi crebbero le speranze, in quelli i timori; in alcuni cominciarono a sorgere le ambizioni: i principi si ristettero dalle riforme per sospetto, i popoli più le desideravano per esempio: tutti credettero che per la vicinanza de' luoghi, per la frequenza del commercio, per la comunanza delle opinioni, novità di una suprema importanza avverrebbero di qua, come già erano avvenute di là de' monti. Ma è d'uopo entrare in qualche particolarità sulle rivoluzioni in Francia, loro cagioni ed effetti, per comprendere quello che ne derivò pegli altri paesi.
Le mutazioni fatte in Italia da principi eccellenti non partorirono che bene; quelle fatte da un principe giusto e buono in Francia non solo non fruttificarono quel giovamento ch'ei s'era proposto, ma originarono ancora orribili disgrazie. Della qual differenza chi voglia investigar le cagioni, avrà a considerar in primo luogo le opinioni ed i costumi che prevalevano a quei tempi in quel regno, poi le leggi che il governavano, e finalmente lo stato dell'erario.
Quello spirito di benevolenza versol'umana generazione, il quale era prevalso in Europa a questi tempi, aveva messo più profonde e più larghe radici in Francia che in qualsivoglia altra provincia, sì perchè dalla Francia medesima, quasi da fonte principale, derivava, sì perchè la civiltà degli uomini in questo paese era molt'oltre proceduta, e sì finalmente perchè, essendo essi d'indole volubile, fan nascere spesso le mode ed i tempi, ed i tempi poscia li governano. Così era allora tempo d'umanità; e siccome questa è una nazione che, per la prontezza della mente e per la grandezza dei concetti, dà facilmente negli estremi così nel bene come nel male, e sempre si governa coi superlativi, così questa universale benevolenza era diventata eccessiva, estendendosi anche a certi fini che toccano la radice del governo, e ciò non senza pericolo dello Stato; poichè, se è necessario allettar gli uomini con l'amore, è anche necessario frenarli col timore, più potendo in loro l'ambizione e le altre male pesti, che non la gratitudine.
In tale disposizione d'animi non solo erano divenuti più che non fossero mai stati odiosi i residui degli ordini feudali, ma ogni leggier freno che dal governo venisse era riputato duro e tirannico. Da questo procedeva che con riforme utili si desideravano anche riforme disutili o pericolose.
Queste opinioni recavano possente incentivo da quelle che s'erano formate e sparse ai tempi della ultima guerra d'America, sì opportunamente intrapresa e sì generosamente condotta dalla Francia: esser doni volontarii le contribuzioni dei popoli; dover essi e della necessità loro e della quantità giudicare; esser la nobiltà non necessaria, anzi pericolosa allo Stato; il re capo, non sovrano; il clero consiglio, non ordine, e richiamavanlo alla semplicità antica; la religione dover esser libera. A questo aggiungevasi una tale tenerezza per gli oppressi, che, se mancavano i veri, si cercavano i supposti, per isfogar la piena di tanto amore, poichèogni punito ed ogni imposto riputavansi oppressi, ed un gran di sale che si pagasse, faceva sì che si gridava tirannide. Le ambizioni si mescolavano alle dolci affezioni, ed alcuni fra i popolani, vedendosi favoriti dall'opinione; volevano diventar potenti, con salire alle dignità ed alle cariche dello Stato.
Queste erano le improntitudini popolari; ma la ferita era ancor più grave, e più dentro penetrava nelle viscere dello Stato; conciossiachè coloro fra i nobili che avevano militato in America, eransi lasciati ridurre sì per l'esempio, e sì ancora sospinti da un'illusione benevola, credendo che un'americana pianta potesse portar buoni frutti in un terreno europeo non adatto ad opinioni più favorevoli ai popoli che non alla corona; ed, oltre alla egualità dei diritti, desideravano l'introduzione di qualche ordine popolare nell'antica costituzione del regno. Piacevano loro le forme della costituzione d'Inghilterra. Ciò mise discordia fra la nobiltà, poichè alcuni fra i nobili opinavano per la novità, alcuni per le antiche cose, e così s'indeboliva questo propugnacolo della corona in un tempo in cui ella ne aveva più bisogno.
Ma i più fra quelli dei nobili che o per coscienza o per interesse perseveravano nelle massime antiche, e rimanevano fedeli alla corona, tale quale era durata tanti secoli, davano novella forza, certo per orgoglio mal misurato, alla potenza popolare che sorgeva; imperciocchè e più insolenti si mostravano nelle ville e castelli loro, e più duramente esigevano gli abborriti diritti feudali, credendo con maggior forza doversi tener quello che si temeva di perdere. Ciò tanto maggiormente si osservava, e tanto maggior odio creava, che quella parte dei nobili che inclinavano a novità, avevano i medesimi ordini o intieramente dismessi o grandemente moderati, ed i restanti con molta mansuetudine riscuotevano. L'odio saliva alla corona, perchè questi nobili arroganti erano appunto quelli che facevanomaggior dimostrazione in favor delle prerogative e della potenza regia.
Nè queste erano le sole cagioni di novità. Certo è che i vizii maggiormente allignano fra i grandi che fra il popolo, tale essendo la natura umana, che tanto più si corrompe, quanto ha più modi di corrompere e di corrompersi, nè bastano le gentili dottrine a raffrenar questo impeto, poichè esse meglio servono di scusa che di freno. Quindi era in Francia sorta fra i ricchi una tale dissolutezza di costumi, che ne fu tolto alle persone loro quel rispetto che già avea tolto ai loro diritti l'opinione. L'ozio, il lusso, i piaceri lascivi, i piaceri infami erano giunti al colmo; nè alcuno era contento alla condizione sua, che, nata l'ambizione, niuno voleva stare, ognuno voleva salire, ed ogni modo era riputato buono, o di pecunia accattata e di meretrice compra, o di bugia o di calunnia. Tanta era stata la mala efficacia dei tempi della reggenza! Il vizio s'era introdotto nella corte stessa, nè bastava, non dirò a sanar gli animi, ma a contenerli, l'esempio del re, per verità di costumi integerrimi. Ma siccome i popoli credono che le corti s'informino sul modello dei re, così i Franzesi, vedendo una corte scostumata, rimettevano ogni giorno più di quell'amore che in tutti i secoli hanno portato ai re loro.
Il perverso influsso era tale che ne furono contaminati anche coloro che dovrebbero avere in sè più di sacro e di venerando; il perchè scemava fra i popoli il rispetto verso la religione. In tal modo la potenza, separatasi prima dalla virtù, separossi anche dal rispetto, suo principal fondamento; la virtù medesima, sbandita dalla città e dalle curie, ricoverossi fra i modesti presbiterii dei parrochi e fra gli umili casolari dei contadini. Dal che ne nacque più forza alla potenza popolare; perciocchè credessi là esser la buona causa dov'era la virtù, e la cattiva dov'era il vizio.
A questo si aggiungeva che a gran pezza l'entrata non pareggiava l'uscitadello Stato, deplorabile frutto dei concetti smisurati di Luigi XIV, del voluttuoso vivere di Luigi XV, e del profuso spendere della corte di Luigi XVI, ancorchè questo principe se ne vivesse per sè molto parcamente. Questo difetto nell'entrata era giunto a tale sul finire del 1786, ch'era per nascere una gran rovina, se presto non vi si rimediava.
In cotal modo scomposte le cose, passata la forza dell'opinione dai nobili ai popolari, dai ricchi ai poveri, dai prelati ai curati, e mancato il denaro, principal nervo dello Stato, si vedeva, che ove nascesse un primo incitamento, un grande sovvertimento sarebbe accaduto. Nè la natura del re, dolce e buona, era tale che potesse dare speranza di potere o allontanare o indirizzare con norma certa ed a posta sua gli accidenti che si temevano.
Qui nacque un caso degno veramente di eterne lagrime, e pur non raro nelle memorie tramandate dagli storici. Tanto è la natura umana sempre più consentanea a sè stessa nel male che nel bene, e tanto sono cupe le ambizioni degli uomini. Volevasi da tutti, come opinione portata dai tempi, e come cosa utile e giusta, un'equalità civile, un'equalità d'imposte, una sicurezza delle persone, una riforma negli ordini giudiziali, una maggior larghezza nello scrivere. Era il re inclinato ad accomodar le cose ai tempi, per quanto la prudenza e le prerogative della corona, tanto salutari in un reame vasto ed in una nazione vivace e mobile, il comportassero. Ma una setta composta principalmente dai parlamenti, dai pari del regno, dai prelati più ragguardevoli, dai nobili più principali, e secondata da un principe del sangue, del quale se fu biasimevole la vita, fu ancor più lagrimevole il fine, preoccuparono il passo, e vollero farsi capi e guidatori, dell'impresa. In questo il pensier loro era di cattivarsi con allettattive parole la benevolenza del popolo, e diminuire, con l'aumento della propria, l'autorità della corona. Forse i primi e i principali autori di questodisegno miravano più oltre, velando con parole denotanti amore di popolo pensieri colpevoli di mutazioni nella famiglia regnante.
Quale di questo sia la verità, i capi di questa setta si prevalsero molto opportunamente per arrivare ai fini loro, di un errore commesso dal governo, il quale diede occasione alla resistenza loro e fu primo principio di quel fatale incendio che arse prima il reame di Francia, poi propagatosi per tutta Europa, vi trasse tutto a scompiglio ed a rovina. Il re, in vece di cominciar l'opera dalle riforme tanto desiderate del popolo, poi ordinar le tasse, volle principiare a por le tasse, poi le riforme. Quindi l'amore cominciò a convertirsi in odio; la setta nemica alla corona se ne prevalse. Adunque, avendo egli pubblicato due editti, uno perchè si ponesse un'imposta sopra le terre, l'altro perchè si ponesse una tassa sulla carta bollata, il parlamento di Parigi, non solo fortemente protestò, ma, ancora più oltre procedendo, ordinò che chiunque recasse ad effetto i due editti fosse riputato reo di tradimento e nemico della patria. Questo era il momento d'insorgere da parte del governo, e di dar forza alla legge, e di aggiungere al tempo stesso qualche editto contenente riforme e giuste per sè e desiderate dal popolo: ciò avrebbe preoccupato il passo. Ma egli, rimettendo dall'opera sua, lasciò andar non eseguiti i suoi editti. Quindi crebbe l'ardire del parlamento, che, volendo usar l'occasione di guadagnarsi la grazia del popolo a diminuzione dell'autorità regia, passò ad abbominare con pubbliche scritture e con parole infiammative le incarcerazioni arbitrarie; poi statuì, annuendo ad una convocazione degli Stati generali, non essere in facoltà sua, nè della corona, nè di tutti due uniti insieme trar denaro dal popolo per via di tasse; la sola volontà del re non bastare a far la legge, nè la semplice espressione di questa volontà poter costituire l'atto formale della nazione; essere necessario, a volere chela volontà del re debba trarsi ad effetto, ch'essa sia pubblicata secondo le forme prestabilite dalla legge; tali essere i principii, tali i fondamenti della costituzione franzese; sapere il parlamento che si volevano sovvertire i diritti pubblicati, per istabilire il dispotismo; la libertà comune essere in pericolo; ma non volere nè poter a tali rei disegni dar la mano, anzi volere opporsi, nè mai permettere che gli essenziali diritti dei sudditi fossero conculcati e messi al fondo; poi, rivoltosi al re, gl'intimò non isperasse di poter annullare la costituzione, concentrando il parlamento nella sola sua persona.
Rispose risentitamente il re, che quello che s'era fatto, s'era fatto secondo gli ordini fondamentali dello Stato; non s'intromettessero in affari di governo, perchè di ciò non avevano autorità di sorte alcuna; ch'erano i parlamenti del regno di Francia corti di giustizia abili solo a giudicare in materie civili e criminali, ma non avere autorità nè legislativa nè amministrativa; la volontà del re non potersi senza pericolo nè senza un nuovo e funesto cambiamento nella constituzione del regno soggettare a quella dei magistrati; se ciò fosse, cambierebbesi la monarchia in aristocrazia di magistrati; badassero a far il debito loro come giudici, e lasciassero il governo delle cose pubbliche a chi per antica consuetudine e per costituzione l'aveva in mano; considerassero quante leggi erano state fatte in ogni tempo dai re di Francia, non solo senza il consenso, ma ancora contro la volontà dei parlamenti; la registrazione non essere approvazione, ma solo autenticazione, nè altro in questo fare i parlamenti, che le veci di notai del regno; che quest'erano le forme, questi i precetti, ai quali e' si dovevano conformare, e se nol facessero, si li costringerebbe.
Tal era la contesa nata in Francia fra il re ed i parlamenti circa le prerogative e l'autorità della corona. Intanto ogni pubblico affare era soprattenuto, perchè i parlamenti di provincia, comequello di Parigi, o avevano cessato di per sè stessi l'ufficio, o erano dall'autorità regia sospesi. Volle il re rimediare colla creazione della corte plenaria, ma proruppe il parlamento in un'asprissima protesta; protestarono i pari del regno; il clero stesso titubava.
Intanto uomini faziosi d'ogni genere, o stimolati espressamente dei capi della parte dei parlamenti, o valendosi acconciamente dell'occasione offerta dalla resistenza loro per macchinar novità, andavano spargendo in ogni luogo semi di discordia e di anarchia. Tumultuavasi a Grenoble, a Rennes, a Tolosa e in altre sedi di parlamenti; orribili scritture uscite in Parigi chiamavano tiranno il re, distruttore dei diritti del popolo, oppressore crudelissimo, esortavansi le genti a levarsi, a disvelare e punir gli oppressori.
Avendo il re trovato, invece d'appoggio, opposizione e resistenza nei parlamenti, nella nobiltà e in una parte del clero, dovette necessariamente voltarsi verso il popolo, e fondar l'autorità sua sulla potenza dei più, giacchè i pochi lo abbandonavano. Così era fatale che le prime occasioni delle enormità che seguirono siano state date da coloro ai quali più importava di evitarle, e che ne furono alla fine le miserabili vittime. Adunque fu chiamato ministro il Ginevrino Necker, e con lui altri personaggi consentanei al tempo. Si sperava bene, il popolo esultava. Convocaronsi i notabili del regno, convocaronsi gli stati generali. Prevalse in sul bel principio la parte popolare, siccome quella, in favor della quale operavano i tempi. Decretossi da prima, del qual consiglio fu autore Necker, fosse doppio il numero dei deputati del terzo stato; poi sedessero i tre ordini, non separatamente, ma in comune, poi si deliberasse, non per ordini, ma per capi, il che diede del tutto la causa vinta ai popolari. Gli ordini uniti presero il titolo di assemblea nazionale. Erano portati al cielo: non si parlò più dei parlamenti,quantunque eglino con opportune scritture si fossero sforzati di riguadagnarsi quel favore che per un nuovo empito popolare s'era voltato all'assemblea.
L'assemblea nazionale, ottenuta la superiorità del terzo stato, abolì l'inequalità delle imposte, poi i privilegii della nobiltà, poi quelli del clero, poi la nobiltà ed il clero; ed aboliti la nobiltà ed il clero, s'incamminava ad indebolire talmente l'autorità regia, ch'ella non fosse più che un'ombra vana. Il benefizio della equalità era solamente apprezzato dai buoni; i tristi usavano l'occasione dello indebolimento del governo. I faziosi dominavano: l'autorità regia non li poteva frenare, perchè scema di potenza e d'opinione; l'autorità popolare non ardiva perchè parlavano in nome ed in favor del popolo. In ogni luogo, sedizioni, incendii e rapine, morti funeste e modi di morte più funesti ancora, uomini mansueti divenuti crudeli; uomini innocenti cacciati dai colpevoli; uomini benefici uccisi dai beneficiati. Virtù in parole, malvagità in fatti. Novelle strane si spargevano ogni giorno, e quanto più strane, tanto più credute, e tosto si poneva mano nel sangue o ad ardere i palazzi; nè il sesso nè le età si risparmiavano; ad ogni voce che si spargesse, il popolo traeva, massime in Parigi. In mezzo a tutto questo, atti sublimi di virtù patria e di virtù privata, ma insufficienti pel torrente insuperabile e contrario. Nè si vedeva fine agli scandali, perchè l'argine era rotto, e fin dove avesse a trascorrere questo fiume senza freno, nissuno prevedeva.
In fine, dopo molti e varii eventi, l'assemblea con una cotal costituzione che teneva poco del regio, meno ancora dell'aristocratico, molto del democratico, rendè il re un nome senza forza; poi venne l'assemblea legislativa, che il depose; poi il consesso nazionale che l'uccise. Intanto uccisi o intimoriti i buoni, impadronitisi della somma delle cose i tristi, la nazione franzese, non trovando più riposo in sè stessa, minacciava, qualmare ingrossato dalla tempesta, di uscir da' proprii confini, e di allagare con rovina universale l'Europa.