MDCCXC

MDCCXCAnno diCristoMDCCXC. IndizioneVIII.PioVI papa 16.LeopoldoII imperadore 1.A dì 20 del mese di febbraio del presente anno cessò di vivere in Vienna, nell'età di quarantanove anni, l'imperatore Giuseppe II, dopo che i suoi eserciti impadroniti eransi di Belgrado, ed ebbe a successore il fratel suo granduca di Toscana, sotto il nome di Leopoldo II, principe filosofo e pacifico, che, sollecitato da una parte dalla corte di Prussia, dall'altra dal bisogno de' suoi popoli, non tardò a staccarsi dalla Russia ed a conchiudere una pace parziale coi Turchi.In più luoghi di questi Annali si è accennato qual fosse il carattere, quale l'indole, quale la condotta di Giuseppe. Tuttavia porta il pregio di riferire un brano della Storia d'Italia del cavalier Bossi che in questo modo riassume l'argomento:«Abbiamo già notato come in mezzo ad uno zelo ardentissimo per lo bene e la prosperità de' suoi popoli, non fosse stato dalla opinione pubblica secondato ne' suoi vasti disegni d'innovazione e di riforma, tanto nel sistema civile, quanto nell'ecclesiastico. Si dissero talvolta troppo minuti i suoi regolamenti, troppo precipitose le sue risoluzioni, soventi volte revocate o modificate, si dissero troppo gigantesche le sue idee, le quali forse tendevano, al pari di quelle di Caterina II, a cacciare i Turchi dall'Europa; ma sebbene la riconoscenza de' popoli pari forse non si mostrasse alla sollecitudine da esso impiegata nel procurare i loro vantaggi, glorioso nome lasciò egli per la saviezza di molte leggi e di molti interni regolamenti, per le sue grandiose istituzioni, per i suoi tentativi medesimi, sempre diretti alla pubblica utilità edallo stabilimento dell'ordine, e grandissima lode ottenne per le sue virtù domestiche, per la sua affabilità mantenuta costantemente anche col più minuto popolo, per il disprezzo da esso mostrato verso il lusso e la vana ostentazione, per il suo allontanamento dai pubblici omaggi, per la sua vita frugale e laboriosa, per un infaticabile ardore di veder tutto egli stesso e di informarsi di tutto, per la sua beneficenza verso i più miseri e per l'attenzione sua continua nello indagare e nel ricompensare il merito anche nascosto. Gli stranieri, forse più giusti dei di lui sudditi medesimi, pubblicarono a gara i tratti segreti, o gli aneddoti più gloriosi della sua vita, i quali provano l'elevatezza della di lui mente e la professione continua delle massime filantropiche più virtuose. Un problema politico assai curioso e singolare potrebbe proporsi: quale andamento, cioè, pigliato avrebbe la rivoluzione franzese, e quali ne sarebbero stati i risultamenti pegli altri Stati, e specialmente per l'Italia, se Giuseppe II non fosse stato da immatura morte colpito.»Intanto, agli accidenti di Francia, cadevano nelle menti degli uomini degli altri paesi di Europa varii pensieri. Da principio, quando solo si trattava della opposizione nata fra il re ed i parlamenti, era sorta un'aspettazione tuttavia scevra da timore. Ma quando vi si aggiunsero le insolenze popolari, le rapine e le uccisioni continue, quando si distrussero, e più ancora quando si schernirono i diritti sopra i quali erano fondati gli ordini delle monarchie d'Europa, quando s'insultò il re, quando mani scellerate cercarono la regina per ucciderla, cominciò alla maraviglia a mescolarsi il timore. Finalmente quando alle incredibili enormità si aggiunsero quelle compagnie raunate in Parigi ed affratellate in tutta la Francia, le quali apertamente dichiaravano volere, con portar la libertà, come dicevano, fra gli altri popoli, distruggerei tiranni (che con tal nome chiamavano tutti i re), il timore diventò spavento. Veramente uomini a posta scorrevano la Germania, massime i Paesi Bassi, e pretendendo magnifiche parole a rei disegni, insidiavano ai governi, ed incitavano i popoli a cose nuove: si temeva che, per le sfrenate dottrine tutte le provincie s'empissero di ribellione. Si aveva anche in Italia avuto odore di tali mandatarii; i sospetti crescevano ogni giorno. Dava ancora maggior fondamento di temere il sapersi che si trovavano in tutti i paesi non solo uomini perversi, i quali pei malvagi fini loro desideravano far novità nello Stato, ma ancora uomini eccellenti, che levati a grandi speranze dalle riforme già fatte in que' tempi dai principi, e credendo potersi dare una maggior perfezione al vivere civile, non erano alieni dal prestar orecchie alle lusinghevoli parole. Il pericolo si mostrava maggiore in Germania ed in Italia per la vicinanza de' territorii, per la facilità e la frequenza del commercio con la Francia, e per la comunanza delle opinioni.Tal era la condizione de' tempi. In Italia, il re di Sardegna, trovandosi il primo esposto, per la prossimità de' luoghi, a tanta tempesta, aveva più che ogni altro principe cagione di pensare a provvedere al suo Stato. Del che tanto maggiore necessità il premeva, che non gli era nascosto che nella parte de' suoi dominii posta oltre l'Alpi le nuove opinioni si erano largamente sparse, e ch'ella poco attamente si poteva difendere dagli assalti franzesi, quando si venisse a rottura di guerra con la Francia. Sapeva di più che i suoi Stati erano principalmente presi di mira da quella compagnia di propagatori di scandali che s'era unita in Parigi, secondochè sfacciatamente uno di loro, favellando in pubblico, aveva predicato.Per la qual cosa, veduto il pericolo imminente, coloro i quali reggevano i consigli della corte di Torino, ristrettisi con gli ambasciatori e ministri degli altri principid'Italia, rappresentarono loro che i casi avvenuti nel desolato reame di Francia davano giusta cagione di timore per la quiete d'Italia; che l'assemblea nazionale, acciocchè i principi europei non potessero voltare i pensieri loro agli affari di Francia, pensava, per mezzo di seminatori di scandali e di ribellione, a turbar la quiete altrui; che già i mali semi incominciavano a sorgere, stantechè, sebbene fosse stato continuo il vigilare del governo e continue le provvidenze date, non s'erano potute evitare le compagnie segrete, ed anche alcuni, quantunque leggieri, moti nel popolo; che tali ingratissimi effetti si dimostravano più o meno nelle altre parti d'Italia; che, per verità, attentamente si affaticavano in ogni luogo i principi per estirpare queste occulte radici, per chiudere i passi ai malvagi mandatarii, per iscoprir le congreghe segrete, per allontanar le turbazioni; ma non ravvisarsi quale de' due alfine avesse a restar superiore, o la vigilanza de' governi o la pertinacia de' novatori, se non si prendevano nuove e più accomodate risoluzioni; che la necessità dei tempi richiedeva che i principi d'Italia si stringessero in una lega comune a quiete e difesa comune; poichè quello che spartitamente non avrebbero potuto conseguire, lo avrebbero ottenuto per l'efficacia e pei soccorsi comuni. Aggiunsero, che, per verità, questo disegno era già loro venuto in mente da un pezzo, di tanta opportunità egli era; ma che gli aveva ritratti dal proporlo il sapere, che Giuseppe, imperador d'Alemagna, pareva volersi condurre ad assaltar con l'armi nel proprio loro covile que' nemici della umanità e della religione; che ora, cambiate le circostanze per la morte di Giuseppe, e volti i pensieri di Leopoldo, suo successore, piuttosto a preservare e conservare il proprio che ad assalire l'alieno, avvisavano esser tempo opportuno di ordinare e di stringere i vincoli di una comune difesa; che già il fuoco era vicino a consumare la Savoia; che il Piemonteera in procinto di ardere; e chi avrebbe potuto prevedere le calamità d'Italia, se non si spegnevano queste prime faville? che però, visti i pericoli sì gravi e sì imminenti, il re giudicava doversi, più presto il meglio, stringere una lega fra tutti i potentati d'Italia, non già diretta a danno altrui, ma solo a preservazione propria, a tenersi guardati l'un l'altro dalle insidie dei mandatarii franzesi, a mantener la quiete negli Stati, a parteciparsi vicendevolmente le notizie sulle faccende presenti, e ad aiutarsi con l'armi e coi denari, ove nascesse in questo luogo od in quello qualche turbazione. Nè pretermisero i ministri sardi di spiegar meglio quali dovessero essere i membri della lega, nominando particolarmente il re loro signore, l'imperadore d'Alemagna, la repubblica di Venezia, il papa, il re di Napoli ed il re di Spagna, per la parte di Parma. Il re di Sardegna s'era chiarito per alcune pratiche segrete della mente de' re di Napoli e di Spagna che acconsentivano ad entrare nella lega; il papa vi si accostava ancor esso, come quello che ardeva di sdegno a cagione delle innovazioni effettuate in Francia circa gli interessi spirituali e temporali della religione. Solo la repubblica di Venezia se ne stava sospesa, considerando quanto questa lega, ancorchè apparisse pacifica e veramente difensiva, avrebbe fatto ingrossar l'armi in Italia, e chiamato forti eserciti di Alemagna, se le cose venute all'estremo avessero necessitato l'esecuzione: cosa sempre, e non senza cagione, detestata da quella repubblica. S'aggiungeva, che non avendo essa pur testè voluto collegarsi con Giuseppe contro il Turco, naturale ed eterno nemico dello Stato suo, del qual rifiuto ne aveva anche avuto le male parole da quell'imperatore in Trieste, pareva enorme al senato lo stringersi ora in alleanza con Leopoldo suo successore in un'impresa evidentemente dirizzata, quantunque sotto parole velate, contro la Francia, amica vera e necessaria della repubblica. Nè grandeera il timore del senato delle nuove massime franzesi; poichè la natura italiana molto eminente negli Stati veneti efficacemente si opponeva alla loro propagazione; poi le consuetudini da tempi antichissimi radicate nell'animo de' popoli, e l'amore che portavano al loro governo, non consentivano; ma erano continue e forti le istanze del re di Sardegna e degli altri alleati, acciocchè il senato si risolvesse, perchè, se non avevano molta fede nell'armi venete, avevano gran bisogno del nome e de' denari della repubblica.Miravano tutte queste pratiche ad introdurre in Italia le medesime deliberazioni ch'erano state prese in Germania dall'Austria e dalla Prussia dopo la morte di Giuseppe e l'assunzione di Leopoldo. Erasi Leopoldo collegato con Federico Guglielmo di Prussia a sicurezza comune contro gli appetiti immoderati di Caterina di Russia e contro le vertigini della Francia. Ma questa congiunzione tendeva a difendersi, non ad offendere; i trattati di Pavia e di Pilnitz, in cui si suppose essere poi stata stipulata la guerra e lo smembramento della Francia, furono trovati e menzogne politiche per apporre a Leopoldo risoluzioni guerriere ed ostili che non lece, e per istimolare a maggior empito i Franzesi, che già con tanto empito correvano.Primo a risentire in Italia i danni della rivoluzione franzese fu il papa. Una commozione in Avignone accaduta, e cui tornarono indarno tutte le pratiche del vicelegato pontificio per sedare, non meno che quelle d'uno special commissario colà dal papa spedito, terminò colla dichiarazione della propria indipendenza che gli Avignonesi fecero, in pari tempo a grandi istanze, chiedendo d'essere incorporati alla repubbica franzese. Così cessò dopo quattro secoli e mezzo la dominazione pontificia in Avignone.

A dì 20 del mese di febbraio del presente anno cessò di vivere in Vienna, nell'età di quarantanove anni, l'imperatore Giuseppe II, dopo che i suoi eserciti impadroniti eransi di Belgrado, ed ebbe a successore il fratel suo granduca di Toscana, sotto il nome di Leopoldo II, principe filosofo e pacifico, che, sollecitato da una parte dalla corte di Prussia, dall'altra dal bisogno de' suoi popoli, non tardò a staccarsi dalla Russia ed a conchiudere una pace parziale coi Turchi.

In più luoghi di questi Annali si è accennato qual fosse il carattere, quale l'indole, quale la condotta di Giuseppe. Tuttavia porta il pregio di riferire un brano della Storia d'Italia del cavalier Bossi che in questo modo riassume l'argomento:

«Abbiamo già notato come in mezzo ad uno zelo ardentissimo per lo bene e la prosperità de' suoi popoli, non fosse stato dalla opinione pubblica secondato ne' suoi vasti disegni d'innovazione e di riforma, tanto nel sistema civile, quanto nell'ecclesiastico. Si dissero talvolta troppo minuti i suoi regolamenti, troppo precipitose le sue risoluzioni, soventi volte revocate o modificate, si dissero troppo gigantesche le sue idee, le quali forse tendevano, al pari di quelle di Caterina II, a cacciare i Turchi dall'Europa; ma sebbene la riconoscenza de' popoli pari forse non si mostrasse alla sollecitudine da esso impiegata nel procurare i loro vantaggi, glorioso nome lasciò egli per la saviezza di molte leggi e di molti interni regolamenti, per le sue grandiose istituzioni, per i suoi tentativi medesimi, sempre diretti alla pubblica utilità edallo stabilimento dell'ordine, e grandissima lode ottenne per le sue virtù domestiche, per la sua affabilità mantenuta costantemente anche col più minuto popolo, per il disprezzo da esso mostrato verso il lusso e la vana ostentazione, per il suo allontanamento dai pubblici omaggi, per la sua vita frugale e laboriosa, per un infaticabile ardore di veder tutto egli stesso e di informarsi di tutto, per la sua beneficenza verso i più miseri e per l'attenzione sua continua nello indagare e nel ricompensare il merito anche nascosto. Gli stranieri, forse più giusti dei di lui sudditi medesimi, pubblicarono a gara i tratti segreti, o gli aneddoti più gloriosi della sua vita, i quali provano l'elevatezza della di lui mente e la professione continua delle massime filantropiche più virtuose. Un problema politico assai curioso e singolare potrebbe proporsi: quale andamento, cioè, pigliato avrebbe la rivoluzione franzese, e quali ne sarebbero stati i risultamenti pegli altri Stati, e specialmente per l'Italia, se Giuseppe II non fosse stato da immatura morte colpito.»

Intanto, agli accidenti di Francia, cadevano nelle menti degli uomini degli altri paesi di Europa varii pensieri. Da principio, quando solo si trattava della opposizione nata fra il re ed i parlamenti, era sorta un'aspettazione tuttavia scevra da timore. Ma quando vi si aggiunsero le insolenze popolari, le rapine e le uccisioni continue, quando si distrussero, e più ancora quando si schernirono i diritti sopra i quali erano fondati gli ordini delle monarchie d'Europa, quando s'insultò il re, quando mani scellerate cercarono la regina per ucciderla, cominciò alla maraviglia a mescolarsi il timore. Finalmente quando alle incredibili enormità si aggiunsero quelle compagnie raunate in Parigi ed affratellate in tutta la Francia, le quali apertamente dichiaravano volere, con portar la libertà, come dicevano, fra gli altri popoli, distruggerei tiranni (che con tal nome chiamavano tutti i re), il timore diventò spavento. Veramente uomini a posta scorrevano la Germania, massime i Paesi Bassi, e pretendendo magnifiche parole a rei disegni, insidiavano ai governi, ed incitavano i popoli a cose nuove: si temeva che, per le sfrenate dottrine tutte le provincie s'empissero di ribellione. Si aveva anche in Italia avuto odore di tali mandatarii; i sospetti crescevano ogni giorno. Dava ancora maggior fondamento di temere il sapersi che si trovavano in tutti i paesi non solo uomini perversi, i quali pei malvagi fini loro desideravano far novità nello Stato, ma ancora uomini eccellenti, che levati a grandi speranze dalle riforme già fatte in que' tempi dai principi, e credendo potersi dare una maggior perfezione al vivere civile, non erano alieni dal prestar orecchie alle lusinghevoli parole. Il pericolo si mostrava maggiore in Germania ed in Italia per la vicinanza de' territorii, per la facilità e la frequenza del commercio con la Francia, e per la comunanza delle opinioni.

Tal era la condizione de' tempi. In Italia, il re di Sardegna, trovandosi il primo esposto, per la prossimità de' luoghi, a tanta tempesta, aveva più che ogni altro principe cagione di pensare a provvedere al suo Stato. Del che tanto maggiore necessità il premeva, che non gli era nascosto che nella parte de' suoi dominii posta oltre l'Alpi le nuove opinioni si erano largamente sparse, e ch'ella poco attamente si poteva difendere dagli assalti franzesi, quando si venisse a rottura di guerra con la Francia. Sapeva di più che i suoi Stati erano principalmente presi di mira da quella compagnia di propagatori di scandali che s'era unita in Parigi, secondochè sfacciatamente uno di loro, favellando in pubblico, aveva predicato.

Per la qual cosa, veduto il pericolo imminente, coloro i quali reggevano i consigli della corte di Torino, ristrettisi con gli ambasciatori e ministri degli altri principid'Italia, rappresentarono loro che i casi avvenuti nel desolato reame di Francia davano giusta cagione di timore per la quiete d'Italia; che l'assemblea nazionale, acciocchè i principi europei non potessero voltare i pensieri loro agli affari di Francia, pensava, per mezzo di seminatori di scandali e di ribellione, a turbar la quiete altrui; che già i mali semi incominciavano a sorgere, stantechè, sebbene fosse stato continuo il vigilare del governo e continue le provvidenze date, non s'erano potute evitare le compagnie segrete, ed anche alcuni, quantunque leggieri, moti nel popolo; che tali ingratissimi effetti si dimostravano più o meno nelle altre parti d'Italia; che, per verità, attentamente si affaticavano in ogni luogo i principi per estirpare queste occulte radici, per chiudere i passi ai malvagi mandatarii, per iscoprir le congreghe segrete, per allontanar le turbazioni; ma non ravvisarsi quale de' due alfine avesse a restar superiore, o la vigilanza de' governi o la pertinacia de' novatori, se non si prendevano nuove e più accomodate risoluzioni; che la necessità dei tempi richiedeva che i principi d'Italia si stringessero in una lega comune a quiete e difesa comune; poichè quello che spartitamente non avrebbero potuto conseguire, lo avrebbero ottenuto per l'efficacia e pei soccorsi comuni. Aggiunsero, che, per verità, questo disegno era già loro venuto in mente da un pezzo, di tanta opportunità egli era; ma che gli aveva ritratti dal proporlo il sapere, che Giuseppe, imperador d'Alemagna, pareva volersi condurre ad assaltar con l'armi nel proprio loro covile que' nemici della umanità e della religione; che ora, cambiate le circostanze per la morte di Giuseppe, e volti i pensieri di Leopoldo, suo successore, piuttosto a preservare e conservare il proprio che ad assalire l'alieno, avvisavano esser tempo opportuno di ordinare e di stringere i vincoli di una comune difesa; che già il fuoco era vicino a consumare la Savoia; che il Piemonteera in procinto di ardere; e chi avrebbe potuto prevedere le calamità d'Italia, se non si spegnevano queste prime faville? che però, visti i pericoli sì gravi e sì imminenti, il re giudicava doversi, più presto il meglio, stringere una lega fra tutti i potentati d'Italia, non già diretta a danno altrui, ma solo a preservazione propria, a tenersi guardati l'un l'altro dalle insidie dei mandatarii franzesi, a mantener la quiete negli Stati, a parteciparsi vicendevolmente le notizie sulle faccende presenti, e ad aiutarsi con l'armi e coi denari, ove nascesse in questo luogo od in quello qualche turbazione. Nè pretermisero i ministri sardi di spiegar meglio quali dovessero essere i membri della lega, nominando particolarmente il re loro signore, l'imperadore d'Alemagna, la repubblica di Venezia, il papa, il re di Napoli ed il re di Spagna, per la parte di Parma. Il re di Sardegna s'era chiarito per alcune pratiche segrete della mente de' re di Napoli e di Spagna che acconsentivano ad entrare nella lega; il papa vi si accostava ancor esso, come quello che ardeva di sdegno a cagione delle innovazioni effettuate in Francia circa gli interessi spirituali e temporali della religione. Solo la repubblica di Venezia se ne stava sospesa, considerando quanto questa lega, ancorchè apparisse pacifica e veramente difensiva, avrebbe fatto ingrossar l'armi in Italia, e chiamato forti eserciti di Alemagna, se le cose venute all'estremo avessero necessitato l'esecuzione: cosa sempre, e non senza cagione, detestata da quella repubblica. S'aggiungeva, che non avendo essa pur testè voluto collegarsi con Giuseppe contro il Turco, naturale ed eterno nemico dello Stato suo, del qual rifiuto ne aveva anche avuto le male parole da quell'imperatore in Trieste, pareva enorme al senato lo stringersi ora in alleanza con Leopoldo suo successore in un'impresa evidentemente dirizzata, quantunque sotto parole velate, contro la Francia, amica vera e necessaria della repubblica. Nè grandeera il timore del senato delle nuove massime franzesi; poichè la natura italiana molto eminente negli Stati veneti efficacemente si opponeva alla loro propagazione; poi le consuetudini da tempi antichissimi radicate nell'animo de' popoli, e l'amore che portavano al loro governo, non consentivano; ma erano continue e forti le istanze del re di Sardegna e degli altri alleati, acciocchè il senato si risolvesse, perchè, se non avevano molta fede nell'armi venete, avevano gran bisogno del nome e de' denari della repubblica.

Miravano tutte queste pratiche ad introdurre in Italia le medesime deliberazioni ch'erano state prese in Germania dall'Austria e dalla Prussia dopo la morte di Giuseppe e l'assunzione di Leopoldo. Erasi Leopoldo collegato con Federico Guglielmo di Prussia a sicurezza comune contro gli appetiti immoderati di Caterina di Russia e contro le vertigini della Francia. Ma questa congiunzione tendeva a difendersi, non ad offendere; i trattati di Pavia e di Pilnitz, in cui si suppose essere poi stata stipulata la guerra e lo smembramento della Francia, furono trovati e menzogne politiche per apporre a Leopoldo risoluzioni guerriere ed ostili che non lece, e per istimolare a maggior empito i Franzesi, che già con tanto empito correvano.

Primo a risentire in Italia i danni della rivoluzione franzese fu il papa. Una commozione in Avignone accaduta, e cui tornarono indarno tutte le pratiche del vicelegato pontificio per sedare, non meno che quelle d'uno special commissario colà dal papa spedito, terminò colla dichiarazione della propria indipendenza che gli Avignonesi fecero, in pari tempo a grandi istanze, chiedendo d'essere incorporati alla repubbica franzese. Così cessò dopo quattro secoli e mezzo la dominazione pontificia in Avignone.


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