Fecero grandi allegrezze tutti questi generi di patriotti, in sull'entrar dei Franzesi, di luminarie, di balli, di festini; ma per quella servile imitazione di cui erano invasati verso le cose franzesi, e che fu la principal cagione della servitù d'Italia, piantarono altresì alberi di libertà, vi facevano intorno canti, balli, discorsi, ed altre simili tresche. Poscia, acciocchè non mancasse quel condimento delle congreghe pubbliche per aringarvi intorno a cose appartenenti allo Stato, le fecero a modo di Francia, ed in loro chi aringava con maggior veemenza, più era applaudito.Entrava in Milano il vincitor Buonaparte, non già con semplicità repubblicana, ma con fasto regale, come se re fosse: l'accolsero con grida smoderate i patriotti e parte del popolo, solito a fare come gli altri fanno. Innumerabili scritti si pubblicarono, in cui sempre più si lodava Buonaparte che la libertà: mostrossi, per dir il vero, in questo molto schifosa l'adulazione italiana. Fra i patriotti, chi lo chiamava Scipione, chi Annibale; il repubblicano Ranza il chiamava Giove. I buoni utopisti, quando lo vedevano, piangevano di tenerezza. Queste dimostrazioni egli si godeva tanto in pubblico quanto in privato; ma augurava male degl'Italiani.Intanto vedeva il mondo una cosa maravigliosa. Un soldato di ventott'anni, un mese innanzi conosciuto da pochi, avere con un esercito sprovveduto e non grosso superato monti difficilissimi, varcato grossi e profondi fiumi, vinto sei battaglie campali, disperso eserciti più potenti del suo, soggiogato un re, cacciato un principe, acquistato il dominio di una parte d'Italia, apertasi la strada alla conquista dell'altra, convertiti in sè stesso gli occhi di tutti gli uomini di quell'età. Sapevaselo Buonaparte; l'anima sua ambiziosa maravigliosamente se ne compiaceva.Ma perchè l'aspettativa che aveva desta di lui non si raffreddasse, e per farsi scala a cose maggiori, mandava fuori, il 20 maggio, un discorso molto infiammativo a' suoi soldati:«Soldati valorosi, diceva, voi piombaste, come torrente precipitoso, dalle Alpi e dagli Apennini; voi urtaste, voi rompeste nel corso vostro ogni ritegno. Il Piemonte, oggimai libero dell'austriaca dipendenza, spiega i naturali suoi sentimenti di pace e d'amicizia verso la Francia. Vostro è lo Stato di Milano: sventolano all'aura su tutte le alte cime della Lombardia le repubblicane insegne: i duchi di Parma e di Modena alla generosità vostra sono del dominio che ancora lor resta obbligati. Dov'è l'esercito che testè con tanta superbia v'insultava? Ei non ha più riparo contro al coraggio vostro. Nè il Po, nè il Ticino, nè l'Adda poterono un sol giorno arrestarvi. Vani furono i vantati baluardi d'Italia, vani i gioghi inaccessibili degli Apennini. Sentì la patria infinita allegrezza delle vostre vittorie; vuole che ogni comune le celebri: i padri, le madri, le spose, le sorelle, le amanti, de' fausti eventi vostri si rallegrano e si stimano dell'avervi per congiunti fortunatissime. Sì per certo, o soldati, assai faceste; ma forse altro a fare non vi resta? Diranno di voi i contemporanei, diranno i posteri, che abbiam saputo vincere, non usare la vittoria? Accuseranci dell'aver trovato Capua in Lombardia? No, per Dio no, che già vi veggo correre alle vincitrici armi, già veggo sdegnarvi ad un vil riposo, già sento i giorni passati senza gloria esser giorni perduti per voi. Orsù, partiamne; restanci viaggi frettolosi a fare, nemici ostinati a vincere, allori gloriosi a cingere, crudeli ingiurie a vendicare. Tremi chi accese le faci della civil guerra, tremi chi uccise i ministri della repubblica, tremi chi arse Tolone, tremi chi rapì le navi; già suona contro a loro in aria unaterribile vendetta. Pure stiansi senza timore i popoli: siamo noi di tutte le nazioni amici, specialmente siamo dei discendenti di Bruto, degli Scipioni, di tutti gli uomini grandi che impreso abbiamo ad imitare. Ristorare il Campidoglio, riporvi in onore le statue degli eroi, per cui tanto è famoso al mondo, destar dal lungo sonno il romano popolo, torlo alla schiavitù di tanti secoli, fia frutto delle vittorie: acquisteretevi una gloria immortale, cangiando in meglio la più bella parte d'Europa. Il popolo franzese libero, rispettato dai popoli, darà all'Europa una pace gloriosa, che di tanti sofferti danni, di tante tollerate fatiche ristorerallo. Ritornerete allora fra le paterne mura; i concittadini, a dito mostrandovi, diranno:Fu soldato costui dell'esercito d'Italia.»Questo tremendo parlare empiva di spavento Italia; ognuno aspettava accidenti terribili.Conquistato il Piemonte, conculcato il re di Sardegna, e posto il piede nella città capitale degli Stati austriaci in Italia, si apparecchiava Buonaparte a più alte imprese. Suo principal desiderio era di passar il Mincio, e, cacciando le genti tedesche oltre i passi del Tirolo, vietare all'imperatore che non mandasse nuovi aiuti per ricuperare le provincie perdute. Intanto le sue vittorie avevano aperta l'occasione al governo di manifestare il suo intento circa il modo di procedere verso alle potenze italiane, e congiunte d'amicizia con la Francia, e neutrali, e nemiche. La somma era, che facendo traffico del Milanese, con darlo in preda, secondochè per le occorrenze dei tempi meglio si convenisse, o al re di Sardegna o all'imperatore, si taglieggiassero i principi d'Italia, e da loro quel maggiore spoglio di denaro e di altre ricchezze che possibil fosse si ricavasse. Nè in questo mostrava il direttorio maggior rispetto agli amici che ai nemici. Nella quale risoluzione egli allegava perpretesto e la guerra fatta e l'amicizia finta e la necessità di assicurare l'esercito.Voleva prima di tutto che si conquidesse ogni reliquia dell'esercito alemanno, e che intanto si consumasse il Milanese, sì per pascere i soldati e sì per farlo meno utile a chi si dovesse o dare o restituire; se ne cavasse denaro, e sino i canali e le opere pubbliche fossero un po' tocche dalla guerra. Poi si corresse contro il granduca di Toscana, e si occupasse Livorno, confiscandovi le navi e le proprietà inglesi, napolitane, portoghesi e di altri Stati nemici della repubblica, sequestrandovi le proprietà dei sudditi loro; e se il granduca si opponesse, si dicesse perfidia, e sì allora si trattasse la Toscana come se fosse alleata dell'Inghilterra e dell'Austria.Grande rapacità fu questa veramente, ed incomportevole e barbara, poichè, se erano in Livorno proprietà d'Inghilterra o d'Inglesi e di altri nemici della repubblica, eranvi in vigore della neutralità di Toscana, che la Francia stessa aveva e riconosciuta ed accordata col granduca. Questa fu la ricompensa che ebbe Ferdinando di Toscana da quei repubblicani di Parigi, che pure pretendevano sempre alle parole loro la sincerità e la grandezza, dello avere, primo fra tutti i potentati d'Italia, e riconosciuta la repubblica e fatta la pace con lei, e dato lo scambio, per istanza del Direttorio, al suo ministro conte Cartelli, cui sostituì il principe don Neri Corsini.Era Genova stata straziata dalle armi franzesi e dalle avversarie, e poteva avere speranza, ora che la sede della guerra si era allontanata da' suoi confini, di vivere più quietamente. Ma i tempi erano tali che dove mancavano le cagioni s'inventavano i pretesti, ed il fine era non di rispettare i neutri deboli, ma di molestargli e di mettergli in preda. Adunque per quella cupidità di voler trarre denaro da Genova, si cominciò ad insorgere contro il governo genovese. Scriveva con una insolenza incredibile Buonaparte alsenato, ch'era Genova il luogo donde partivano gli uomini scellerati, che, datisi alle strade, intraprendevano i carriaggi ed assassinavano i soldati franzesi; che da Genova un Girola mandava ai feudi imperiali ribellanti armi e munizioni da guerra pubblicamente, ed ogni giorno i capi degli assassini accoglieva ancor bruttati di sangue franzese; che parte di questi orribili fatti succedevano sul territorio della repubblica; che pareva che essa col tacere e col tollerare approvasse opere tanto scellerate; che il governator di Novi proteggeva i commettitori di tanti alti barbari; perciò arderebbe i comuni dove fosse ucciso un Franzese; voleva che il governatore di Novi si cacciasse, come Girola da Genova: arderebbe infine le case tutte in cui gli assassini trovassero asilo; punirebbe i magistrati trasgressori della neutralità che egli osserverebbe bene e puntualmente, ma volere che la repubblica di Genova non fosse rifugio di gente malandrina; e di egual tuono, e vieppiù soldatescamente accendendosi, scriveva al governatore di Novi.Rispondevano il senato ed il governatore stando in sui generali, perchè lo attribuire a sè medesimi opere tanto nefande non era nè verità nè dignità, ed il non soddisfare ad un soldato vittorioso e sdegnato, era pericolo. Certo è bene che per quelle strade si commisero contro i Franzesi opere di molta barbarie; ma questi omicidii ed assassinamenti, di cui con tanta ragione Buonaparte si querelava, non già solamente sul territorio genovese accadevano, ma ancora, e molto più, sul territorio piemontese. Eppure non fece il generale di Francia che un leggier risentimento e nissuna minaccia contro il re di Sardegna, poichè contro di lui non aveva quel fine che contro Genova aveva.A queste minaccie soldatesche succedevano le prepotenze parigine. Comandava il direttorio a Buonaparte s'impadronisse o di queto o per forza di Gavi, a fine di assicurare l'esercito alle spalle,e di conservarsi la strada della Bocchetta aperta da Genova a Tortona; col qual medesimo pensiero già s'era impadronito della fortezza di Vado: il che quale rispetto sia per la neutralità, ciascuno potrà giudicare. Poscia voleva che come prima l'esercito repubblicano occupato avesse il porto di Livorno, occupasse anche la Spezia, ed ivi quanti bastimenti appartenessero a potentati nemici alla Francia mettesse in preda. Nè contento a questo, dimenticando tutto l'accaduto, comandava a Buonaparte che domandasse nuovamente vendetta e nuovi milioni di contanti per la straziata Modesta, ed operasse che coloro che si erano mescolati in tale fatto fossero come traditori della patria dannati; oltre a ciò, voleva e comandava che si confiscassero e si dessero in mano della repubblica tutte le proprietà pubbliche appartenenti ai nemici, e sotto sicurtà di Genova si sequestrassero tutte quelle che a sudditi di potentati nemici spettassero; cacciasse Genova da' suoi territorii tutti i fuorusciti franzesi; fornisse bestie da tiro e da soma, carriaggi e viveri, e si dessero in contraccambio polizze del ricevuto da scontarsi alla pace generale.Passando ora da Genova a quella primogenita, come la chiamavano, repubblica di Venezia, siccome cresceva nei vincitori con le vittorie la cupidigia dell'oro e del dominare, incominciarono a dire che volevano che fosse trattata non da amica, ma solamente da neutrale, sotto colore di certi pretesti vecchi che già sussistevano, poichè non era cambiata la condizione delle cose fra le due repubbliche, quando nell'ingresso del nobile Querini se gli fecero tante carezze. Tra questi pretesti il primo e principale era il passo dato ai Tedeschi pei territorii veneziani. Poi, prosperando vieppiù la fortuna dell'armi repubblicane in Italia, insorse il direttorio, con volere che Verona desse grossa somma di denaro a prestito, a motivo ch'ella aveva accolto nelle sue mura Luigi XVIII. Finalmente, cacciatodel tutto Beaulieu oltre Mincio, voleva ed imperiosamente comandava che Venezia prestasse dodici milioni, e si voltasse in ricompensa questo debito alla repubblica batava, che era debitrice di questa somma, a norma de' freschi trattati, alla Francia. Voleva, oltre a ciò, e comandava che si consegnassero alla repubblica tutti i fondi de' potentati nemici che fossero in Venezia, principalmente quelli che spettavano personalmente al re d'Inghilterra, ed inoltre si dessero alla Francia tutte le navi sì grosse che sottili, ed altre proprietà di nemici che stanziassero nei porti veneziani.Quanto al papa, se volesse trattar di accordo, si esigesse da lui, imponeva il direttorio, per primo patto che ordinasse subito preci pubbliche per la prosperità e la felicità della repubblica; nel che faceva il direttorio gran fondamento, per l'autorità che aveva la Sedia apostolica sulla opinione dei popoli sì franzesi che italiani. Si venne quindi in sul toccar il solito tasto del danaro, intimando che desse venticinque milioni. Si comandasse al tempo medesimo al re di Napoli, che se pace volesse, badasse a cacciar dai suoi Stati gl'Inglesi e gli altri nemici della repubblica, mettesse in poter suo tutte le navi loro che nei napolitani porti fossero sorte, e loro vietasse d'entrarvi nemmeno con bandiera neutrale. Pei potentati minori, correndo la fama che avessero ricchezze, voleva il repubblicano governo che si scuotessero bene i duchi di Parma e di Modena, ma il primo meno rigidamente del secondo, per rispetto del re di Spagna, col quale era congiunto di sangue. Lallemand, ministro di Francia a Venezia, esortava che si conculcasse, si pugnesse, si travagliasse per ogni guisa il modenese duca a fargli dar denaro, perchè ne aveva molto, ed era avaro; e più si scuoterebbe, e più contanti darebbe.Intanto, perchè si contaminasse anche lo splendore che veniva all'Italia dalla perfezione delle belle arti, che in lei avevano posto la principal sede, e perchènissuna condizione di barbarie mancasse a quelle dolci parole di umanità e di libertà che dai repubblicani di quei tempi si andavano sino a sazietà spargendo, ordinava il direttorio, a petizione di Buonaparte, che si comandasse nei patti d'accordo a principi vinti, dessero in potere dei vincitori, perchè nel museo di Parigi fossero condotti, quadri, statue, testi a penna, ed altri capi dell'esimie arti, usciti di mano ai più famosi artisti del mondo, affermando esser venuto il tempo in cui la sede loro doveva passare da Italia a Francia e servire d'ornamento alla libertà. Brutta certamente ed odiosa opera fu questa dell'avere spogliato l'Italia di preziosi ornamenti; ma lo spoglio piaceva ad alcuni per l'amor della gloria, ad altri perchè potessero essere sotto gli occhi modelli tanto perfetti di natura abbellita dall'arte; imperciocchè in quei tempi erano sortiti in Francia, massimamente in pittura, artisti di gran valore, i quali ed ammiravano e sapevano imitare lodevolmente gli esempi italiani: e con questo ancora Buonaparte, pe' suoi fini, lusingava la Francia.In Italia poi i repubblicani, non i buoni, ma i malvagi, indicavano le opere preziose da rapirsi; i più dolci andavansi confortando con la speranza che l'Italia, siccome quella che ancora era feconda, ne avrebbe prodotto delle altre ugualmente preziose; i più severi poi, trasportando nelle moderne repubbliche l'austerità delle antiche, se ne rallegravano, predicando che la libertà non aveva bisogno di queste preziosità, e che pane e ferro dovevano bastare a chi repubblicano fosse.Ma il direttorio, a suggestione sempre di Buonaparte, che sapeva quel che si faceva, voleva che se le opere più insigni delle arti servivano d'ornamento ai trionfi della repubblica, gl'ingegni celebri li lodassero, avvisandosi che non sarebbe accagionato di barbarie, se coloro che da lei per costume, per ingegno e per sapere erano i più lontani, si facessero lodatoridelle imprese dei repubblicani, a danno ed a spoglio dell'Italia. Voleva conseguentemente ed imponeva al suo generale che ricercasse e con ogni modo di migliore dimostrazione accarezzasse gli scienziati ed i letterati d'Italia; ed il generale recava ad effetto l'intento del direttorio, parte per vanagloria, parte per astuzia, come mezzo e scala alle future ambizioni.Or ecco in qual modo i raccontati comandamenti, che finora erano solamente intenzioni, siano stati ridotti in atto.Non così tosto ebbe Buonaparte passato il Po a Piacenza, che sorse una trepidazione nella corte di Parma tanto maggiore quanto il duca aveva rifiutato l'accordo con Francia, che il ministro di Spagna in Torino gli era venuto offerendo con qualche intesa del generalissimo, come prima i Franzesi erano comparsi nella pianura del Piemonte. Non solamente una parte del ducato era venuta sotto la devozione dei repubblicani, ma ancora il restante, non avendo difesa, era vicino, e solo che il volessero, a venire in poter loro; nè si stava senza timore che seguisse anche qualche turbazione. In tanta e sì improvvisa ruina prese il duca quel partito che solo gli restava aperto, del tentare di assicurar gli Stati con un accordo, che, quantunque grave e duro dovesse riuscire, sarebbe, ciò nonostante men grave che la perdita di tutto il dominio. Domandava il vincitore superbamente l'accordo che ponesse fine alla guerra, e con l'accordo denari, vettovaglie e tavole dipinte di estremo valore.Adunque in primo luogo fu consentita una tregua con mediazione del ministro di Spagna il dì 9 maggio in Piacenza. Non aveva il duca armi nè fortezze da dare, ma si obbligava di pagare in pochi giorni sei milioni di lire parmigiane, che sono a un di presso un milione e mezzo di franchi, e di più a fornire quantità esorbitanti di viveri e di vestimenta pei soldati. Si obbligava, oltre a ciò ad allestire due ospedali in Piacenza, provvedutidi tutto punto, ad uso dei repubblicani. Consegnerebbe finalmente venti quadri dei più preziosi, fra i quali il San Girolamo del Correggio.Mandava pertanto Buonaparte Cervoni a Parma, perchè ricevesse i denari ed i quadri, e vigilasse onde le condizioni della tregua si eseguissero puntualmente. Stretto il duca da tanta necessità, mandava le ducali argenterie alla zecca, perchè vi si coniassero, ed il vescovo le sue. Così, usato ogni estremo rimedio, e raggranellato denaro da ogni parte, satisfaceva Ferdinando alle condizioni della tregua. Intanto i fuorusciti parmigiani e piacentini, ritiratisi a Milano, laceravano il duca con incessanti scritture, dal che riceveva grandissima molestia.Al fracasso dell'armi repubblicane tanto vicine risentitosi il duca di Modena, se ne fuggiva a Venezia, portando con se parte dei suoi tesori, il che concitò a grande sdegno i capi della repubblica in Italia, come se il duca fosse obbligato a lasciar le sue ricchezze in Modena per servizio loro. Creò partendo un consiglio di reggenza che disposto per la necessità del tempo a ricevere qualunque condizione avesse voluta il vincitore, mandava il conte di San Romano a richiedere di pace Buonaparte. Rispose, concedere tregua al duca con patto, quest'erano le instigazioni del canuto Lallemand, che facesse traboccare fra otto dì nella cassa militare sei milioni di lire tornesi, e somministrasse, oltre a ciò, viveri, carriaggi, bestie da soma e da tiro pel valsente di altri due milioni: di più, fra quarantotto ore rispondessero del sì o del no. Fu pertanto conclusa la tregua, in cui si ottennero dal ducale governo la diminuzione di un milione nei generi da somministrarsi e dieci giorni pel pagamento de' sei milioni. Offerivano quindici quadri dei più famosi maestri. I repubblicani diedero promessa di pagare a contanti quanto abbisognasse loro, passando per gli Stati del duca.Tornando ora a Milano, dov'era lasede più forte dei repubblicani, e donde principalmente dovevano partire i semi di turbazione per tutta l'Italia, applicò l'animo Buonaparte a due risoluzioni di momento, e queste furono di dar licenza ai magistrati creati dall'arciduca prima che partisse, con surrogar loro magistrati ed uomini o partigiani o dipendenti da Francia; e di procacciar denaro e fornimenti che l'abilitassero a continuare il corso delle sue vittorie. Per la qual cosa, in luogo della giunta di Stato, creava la congregazione generale di Lombardia, ed al consiglio dei decurioni surrogava un magistrato municipale in cui entrarono volentieri parecchi uomini buoni e di grande stato, Francesco Visconti, Galeazzo Serbelloni, Giuseppe Parini, Pietro Verri. Il generale Despinoy presiedeva il magistrato ed a lui si riferivano gli affari più gelosi e più segreti.Per supplire intanto alla voragine della guerra, pubblicava Buonaparte sulla conquistata Lombardia una gravezza di venti milioni di franchi, e faceva abilità ai commissarii e capi di soldati di torre per forza i generi necessarii, con ciò però che dessero polizze del ricevuto accettabili in iscarico della gravezza dei venti milioni. Intenzione sua era che cadesse principalmente sui ricchi, sugli agiati e sui corpi ecclesiastici da sì lungo tempo immuni. Nè fu diversa dall'intenzione l'esecuzione; ma i ricchi, sì perchè si sentivano gravati straordinariamente, sì perchè non amavano il nuovo stato, con insinuazioni creavano odio in mezzo ai loro aderenti e licenziavano i servitori, chè poco bene disposti in sè per natura vecchia, ed avveleniti dalla miseria nuova, andavano spargendo nel popolo, massimamente nel minuto, faville di gravissimo incendio. Volle il magistrato municipale di Milano, posciachè in Milano principalmente abitavano i ricchi, rimediare a tanto male, ordinando che i padroni dovessero continuar a pagare i salarii ai servitori. Ma fu il rimedio insufficiente per la difficoltà delle denunzie.Nè contento a questo, perchè la necessità delle stanze militari, le somministrazioni sforzate di generi d'ogni specie, i caposoldi da darsi, il piatto da fornirsi ai generali, ai commissarii, ai comandanti, agli uffiziali, talmente il costringevano, che non era più padrone di sè medesimo, stanziava un'imposta straordinaria sotto nome di presto compensabile, di denari quattordici per ogni scudo di estimo delle case e fondi milanesi. Non parlasi dei cavalli e delle carrozze che si toglievano, perchè essendo i padroni, come si diceva, aristocrati, pareva che la roba loro fosse diventata quella d'altrui. A questo si aggiungeva l'insolenza militare, consueta in ogni esercito, ma più ancora in questo che in altro, perchè a grandi e replicate vittorie era congiunta un'opinione politica ardentissima e molto diversa da quella dei popoli, fra' quali egli viveva. Il che sia detto generalmente, perchè molti uffiziali, o per gentile educazione o per bontà di natura, si portavano e dentro e fuori delle case del popolo conquistato in tale guisa che si conciliavano la benevolenza d'ognuno. Ma cagione gravissima di esacerbazione nei popoli erano le tolte sforzate di generi che per uso dei soldati o proprio alcuni facevano nelle campagne; perchè in quei villerecci luoghi, liberi di ogni freno essendo, involavano a chi aveva e a chi non aveva, e così agli amici come ai nemici del nome franzese. Aggiungevansi le minaccie e le insolenti parole, più potenti assai al far infierire l'uomo che i cattivi fatti. Ciò rendeva i Franzesi odiosi, ma più ancora odiosi rendeva gl'Italiani, che per loro medesimi o per le opinioni parteggiavano pei Franzesi. Nè il popolo discerneva i buoni dai tristi, anzi gli accomunava tutti nell'odio suo, perchè vedeva che tutti aiutavano l'impresa di una gente che, venuta per forza nel loro paese, aveva turbato l'antica quiete e felicità loro. Adunque lo sdegno era grande; la sola forza dominava. Prevalevansi i nobili, offesi nelle sostanze e nell'animo, di queste malecontentezze dei popoli. A questi si accostavano gli amatori del governo dell'arciduca e gli ecclesiastici, che temevano o della religione o dei beni. Spargevano nel contado voci perturbatrici, che sarebbe breve, come sempre, il dominio franzese in Italia; che questa terra era pur tomba ai Franzesi, che sempre erano state subite le loro venute, ma più subite ancora le loro cacciate o gli eccidii; quindi eccitavano all'armi, quindi dicean calar dalle tirolesi rupi nuovi eserciti imperiali, quindi spargevano voler i Franzesi fare per forza una leva di gioventù lombarda per mandarla, con le genti franzesi incorporandola, alla guerra contro l'imperatore; e per quanto si sforzassero i magistrati di persuadere ai popoli il contrario, vieppiù nella concetta opinione si confermavano. In mezzo a tutti questi mali umori successe a Milano un fatto veramente enorme che li fece traboccare e crescere in grandissima inondazione.Era in Milano un monte di pietà assai ricco, dove si serbavano, o gratuitamente come deposito, o ad interesse come pegno, ori, argenti e gioie di grandissimo valore. Si aggiungevano, come si usa, capi di minor pregio, e fra tutti non pochi appartenevano a doti di fanciulle povere. Sacro era presso a tutti il nome di monte di pietà non solo perchè era segno di fede pubblica, ma ancora perchè le cose depositate la maggior parte appartenevano a persone o per condizione o per accidente bisognose. Come prima Buonaparte e Saliceti posero piede nella imperial Milano, si presero, malgrado dell'esortazioni contrarie di parecchi generali, le robe più preziose che si trovavano riposte nel monte e le avviarono alla volta di Genova, avvisando il direttorio che là erano condotte acciò ne disponesse a grado suo.Di ciò si sparse tosto la fama, magnificandosi con dire che non si fosse portato più rispetto alle proprietà de' poveri che a quelle de' ricchi, il che in parte era anche vero. Le quali cose, giunte all'insolenzamilitare, allo strazio che si faceva nelle campagne, alle improntitudine dei patriotti, partorirono una indegnazione tale che dall'un canto prestandosi fede a nuove incredibili, dall'altro non vedendosi o non stimandosi il pericolo, si accese la volontà di far un moto contro i Franzesi. Nè fu la città stessa di Milano esente da questa turbazione; perciocchè, facendo i repubblicani non so quale allegrezza intorno all'albero della libertà, incitati i popoli a sdegno, correvano a far loro qualche mal tratto, e lo avrebbero anche fatto, se non sopraggiungeva Despinoy con una banda di cavalli, il quale, frenato l'impeto loro, gli ebbe tostamente posti a sbaraglio.Ma le cose non passarono sì di queto ne' contorni di Milano, massimamente verso la porta Ticinese, perchè viaggiando e Franzesi e patriotti italiani, o soli o con poca compagnia, per quelle campagne, e non essendo pronta, come in Milano, la soldatesca a preservarli, furono da turbe contadine assaltati ed uccisi. Queste uccisioni presagivano uccisioni ancor maggiori ed accidenti tristissimi. Ma il nembo più grave si mostrava nelle campagne più basse verso il Po ed il Ticino. In Binasco principalmente l'ardore contro i Franzesi e contro i giacobini, come li chiamavano, era giunto agli estremi; e credendosi i Binaschesi ogni più crudele fatto lecito, ammazzavano quanti Franzesi o Italiani partigiani loro venivano alle mani. Essendo l'accidente improvviso, molti, anzi una squadra non piccola di Franzesi, furono barbaramente trucidati da quella gente.A questo molo di Binasco, terra posta a mezzo cammino fra Milano e Pavia, moltiplicando sempre più la fama dello avvicinarsi de' Tedeschi, che i capi ad arte spargevano, si riscossero le popolazioni del Pavese, e fecero impeto contro la capitale della provincia. Chi poi non accorreva per la speranza de' soccorsi tedeschi, che non pochi sapevano esser vana, il facevano per la voce che s'era levatafra la gente tumultuaria che i Franzesi si avvicinassero per mettere a sacco Pavia. Già i Pavesi medesimi, irritati ad un piantamento di un albero della libertà, si erano sollevati la mattina del 23 maggio, e correvano la città armati e furibondi. Era la pressa grandissima sulla piazza. Crescevano ad ogni ora, ad ogni momento le truppe sollevate: suonavano precipitosamente in Pavia le campane a martello; rispondevano, con grandissimo terrore di tutti, quelle della campagna. Nascondevansi i patriotti, perchè il popolo li chiamava a morte: pure, più temperato in fatti che in parole, i presi solamente imprigionava. Gli uomini quieti serravano a furia le porte. I soldati di Francia segregati erano presi; i rimanenti, non più di quattrocento fanti, male in arnese, la maggior parte malati o malaticci, a grave stento si ricoverarono nel castello, dove, per mancanza di vitto, era certamente impossibile che si potessero difendere lungo tempo. Arrivarono in questo punto i contadini, e, congiuntisi coi cittadini, aggiungevano furore a furore. Alcuni fra i più ricchi, o che temessero per sè o che volessero aiutare quel moto, mandavano sulla piazza botti di vino, pane e carni, ed altri mangiari in quantità. In mezzo a tanto tumulto i buoni non erano uditi, i tristi trionfavano: i villani ignoranti, forsennati, e non capaci di pesar con giusta lance le cose, non vedendo a comparire da parte alcuna soccorsi in favore degli avversarii, davansi in preda all'allegrezza, e concependo speranze smisurate, già facevano sicura nelle menti loro, non solo la liberazione di Milano, ma ancora quella della Lombardia e di tutta l'Italia. Arrivava a questi giorni in Pavia il generale franzese Haquin; nè così tosto ebbe messo il piede dentro le mura, che, minacciato nella persona, fu condotto per forza al palazzo del comune, dove già era una banda grossa di soldati franzesi, che disarmati ed incerti della vita e della morte, se ne stavano del tutto in balìa di quella gente furibonda. Fu Haquin nascostoda' municipali, che ogni sforzo facevano per sedare quel cieco impeto. Ma finalmente il popolo sfrenato entrava nel palazzo per forza, e, trovato Haquin, lo volevano ammazzare; i municipali, facendogli scudo de' corpi loro, il preservavano, benchè ferito di baionetta in mezzo alle spalle. Mentre alcuni si adoperavano per la salute del generale, altri si ingegnavano di salvar la vita de' Franzesi; nè riuscì vano il benigno intento loro. Bene fece poi Haquin ufficio di gratitudine a Buonaparte, che, ritornata Pavia a sua devozione, gli voleva far ammazzare come autori della ribellione, raccomandandogli e con istanti parole pregandolo perdonasse a uomini già vecchi, a uomini più abili a pregare il popolo concitato che a concitar il quieto.Intanto si viveva con grandissimo spavento in Pavia non già perchè vi si temessero dai più i Franzesi, avendo la rabbia tolto il lume dell'intelletto, ma perchè tutti i buoni temevano che quella furia, per trovar pascolo, si voltasse improvvisamente a danno ed a sterminio della misera città. Così passarono le due notti dai 23 ai 25; ma già si avvicinava l'esito lagrimevole di una forsennata impresa, quando più la moltitudine, per la dedizione del presidio ricoverato in castello, si credeva sicura della vittoria. Era giunto il 25 maggio, quando udissi improvvisamente un rimbombar di cannoni, prima di lontano, poi più da presso; e via via più spesseggiando il romore, dava segno che qualche gran tempesta si avvicinasse dalle parti di Binasco.Erasi già Buonaparte, lasciato Milano in guardia a' suoi, condotto a Lodi, con animo di perseguitare con la solita celerità il vinto Beaulieu, quando gli pervennero le novelle del tumulto di Binasco e di Pavia. Parendogli, siccom'era veramente, caso d'importanza, perchè questi incendii più presto si spandono che non si estinguono, tornossene subitamente indietro, conducendo con sè una squadra eletta di cavalli ed un battaglione digranatieri fortissimi. Giunto in Milano, considerato che forse le turbe sollevate avrebbero mostrato ostinazione uguale alla rabbia, o forse, volendo risparmiare il sangue, si deliberava a mandar a Pavia monsignor Visconti, arcivescovo di Milano, affinchè con l'autorità del suo grado e delle sue parole procurasse di ridurre a sanità quegli spiriti inveleniti. Intanto, applicando l'animo a far sicuro colla forza quello che le esortazioni non avrebbero per avventura potuto operare, rannodava soldati e li teneva pronti a marciare contro Pavia. Infatti già marciavano; già incontrati per via i Binaschesi, facilmente li rompevano, facendone una grande uccisione. Procedendo poscia contro Binasco, appiccato da diverse bande il fuoco, l'arsero tutto.Erasi intanto l'arcivescovo condotto a Pavia, e, fattosi al balcone del municipale palazzo, orava istantemente alle genti che si erano affollate per ascoltarlo. Con grande ardore parlava, desiderosissimo di salvar la città; ma più poteva in chi lo ascoltava un feroce inganno che le persuasive parole. Gridarono non doversi dar orecchio all'arcivescovo, esser dedito ai Franzesi, esser giacobino; e così su questo andare con altre ingiurie offendevano la maestà del dabben prelato. Adunque non rimaneva più speranza alcuna alla desolata terra; le matte ed inferocite turbe, accortesi oggimai che lo sperare aiuti estranei era vano, e che i Franzesi giù stavano loro addosso, chiusero ed abbarrarono le porte, ed empierono tutto all'intorno le mura d'armi e di armati. Ma ecco arrivare a precipizio il vincitor Buonaparte ed atterrare a suon di cannoni le mal sicure porte. Fessi in sulle prime una tal qual difesa; ma superando fra breve le armi buone e le genti disciplinate, abbandonavano frettolosamente i difensori le mura, e ad una disordinata fuga si davano. Fuggirono per diverse uscite i contadini alla campagna; si nascondevano i cittadini per le case. Restava a vedersi quello che il vincitordisponesse; aspettava Pavia l'ultimo eccidio.Entrava la cavalleria della repubblica, correva precipitosamente, trucidava quanti ne incontrava: cento sollevati in questo primo abbattimento perirono. Entrava per la milanese porta Buonaparte, e postovisi accanto con le artiglierie volte contro la contrada principale, traeva a furia dentro la città. Quivi fra il romore dei cannoni, fra le grida dei fuggenti e dei moribondi, fra il calpestio dei cavalli, fra lo strepito delle case diroccanti, tra il fremere dei soldati infiammatissimi alla ruina della terra, era uno spettacolo spaventevole e miserando; ma se periva chi andava per le vie, non era salvo chi si nascondeva per le case. Ordinava Buonaparte il sacco; dava Pavia in preda ai soldati.Non ci fermeremo a narrare il tenore di questa tremenda esecuzione. Nel giorno 23, nella susseguente notte, nel dì 24, le soldatesche, avventate di natura ed irritate alla morte dei compagni, non si ristavano, e vi commisero opere non solo nefande in pace, ma ancora nefande in guerra. Erano in pericolo le masserizie, erano le persone; e le persone quanto più dilicate ed intemerate, tanto più appetite ed oltraggiate dagli sfrenati saccheggiatori. Tal era l'universale dei soldati; ma non sono da dimenticare i pietosi ufficii fatti da molti soldati franzesi in mezzo alla confusione sì fiera e sì orribile. Non pochi furono visti che, abborrendo dalla licenza data da Buonaparte, serbarono le mani immuni dall'avaro saccheggiare, altri, più oltre procedendo, fecero scudo delle persone loro ai miserandi uomini ed alle miserande donne, chiamati a preda od a vituperio dai compagni loro; sì che sorsero risse sanguinose fra gli uni e gli altri in sì strana contesa, pietosa ad un tempo e scellerata. Quali si affaticavano per rinsensare le donne svenute, e riconfortarle; quali anche, vinti dalla compassione, tornavano indietro a far la restituzionedelle rapite suppellettili. Nè si dee passare sotto silenzio che se si fece ingiuria alle robe ed alla continenza, non si pose però mano al sangue. Parte anche essenziale di questo fatto fu l'immunità data alle case dell'università, che pur avevano molti capi di pregio anche per soldati. Questo benigno riguardo si ebbe per comandamento dei capi. Più mirabile fu ancora la temperanza de' capitani subalterni, ed anche dei gregarii medesimi, che portando rispetto al nome di Spallanzani e di altri professori di grido, si astennero, o pregati leggiermente od anche non pregati, dal por mano nelle robe loro. Tanto è potente il nome di scienza e di virtù anche negli uomini dati all'armi ed al sangue.Finalmente il mezzodì del giorno 26, siccome era stato ordinato da Buonaparte, pose fine al sacco. Contento il vincitore a quel che aveva fatto, non incrudelì di soverchio contro i presi colle armi in mano ancora grondanti di sangue franzese: uno solo fu fatto passare per l'armi in sul primo fervore in Pavia; poi altri tre, che, portati all'ospedale, già vi stavano, per le ferite avute, col mal di morte. Calaronsi dai campanili le campane, disarmaronsi le popolazioni, ordinossi che la prima terra che strepitasse, sacco, ferro e fuoco avrebbe.Buonaparte, passato il moto di Pavia, che aveva interrotto i suoi pensieri, s'indirizzava di nuovo a colorire gli ultimi suoi disegni sulla riva sinistra del Mincio, per guisa che, essendo padrone dei ponti di Rivalta, di Goito e di Borghetto, aveva facilmente accesso sulla destra. Ora si avvicinavano gli estremi tempi della repubblica veneziana. La tempesta di guerra, stata finora lontana da' suoi territorii, doveva tra breve scagliarvisi, e due nemici adiratissimi l'uno contro l'altro erano pronti a combattervi battaglie, che ogni cosa presagiva aver a riuscir ostinate e micidiali. Vedeva il senato che la terra ferma, quieta allora da ogni perturbazione, sarebbe presto divenutasedia di guerra, perchè sapeva che i Franzesi si erano risoluti d'andar ad assalire il loro nemico dovunque il trovassero, e che ambe le parti avendo a combattere fra di loro, avrebbero l'una e l'altra per primo pensiero di procacciarsi i proprii vantaggi anche a pregiudizio della neutralità veneziana.Non avevano pretermesso i pubblici rappresentanti di Brescia e di Bergamo d'informare diligentemente il governo di quanto accadeva sui confini, e del pericolo che ogni giorno si faceva più grave; ma le instanze loro restarono senza frutto, perchè ed il tempo mancava ed i partigiani della neutralità disarmata tuttavia prevalevano nelle consulte della repubblica. Ma stringendo ora il tempo, e desiderando il senato che in un caso di tanta, anzi di totale importanza le cose di terraferma fossero rette con unità di consigli, aveva tratto a provveditor generale in essa Nicolò Foscarini, stato ambasciadore a Costantinopoli, uomo amatore della sua patria e di sana mente, ma di poco animo, e certamente non atto a sostenere tanto peso; del che diè tosto segno, perchè nell'ingresso medesimo della sua carica già si mostrava pieno di spaventi e di pensieri sinistri. Diessi, come moderatore a Foscarini, il conte Rocco Sanfermo, con quale prudenza non si vede, perchè Sanfermo parteggiava piuttosto pei Franzesi, ed era in cattivo concetto presso i Tedeschi per essere stata la sua casa in Basilea il ritrovo comune dei ministri di Prussia, di Spagna e di Francia, quando negoziavano fra di loro la pace. Avuto così grave mandato, se ne veniva il provveditor generale a fermar le sue stanze in Verona vicina ai luoghi dove aveva primieramente a scoppiare quel nembo di guerra. L'accoglievano i Veronesi molto volentieri, e gli fecero allegrezze, considerando che la sua presenza avesse pure ad operar qualche frutto a salute loro. Ma non conoscevano i tempi; il senato medesimo non li conosceva; perchè l'operare in tanta sfrenatezza diprincipii politici, ed in un affare in cui dalle due parti vi andava tutta la fortuna dello Stato, che si sarebbe portato rispetto al retto ed all'onesto, e che un magistrato privo d'armi potesse fare alcun frutto, era fondamento del tutto vano.Ripigliando ora il filo delle imprese di Buonaparte, era suo pensiero, per rompere le difese del Mincio, di dar sospetto a Beaulieu ch'egli volesse, correndo per la sponda occidentale del lago di Garda, occupare Riva, e quindi gettarsi a Roveredo, terra posta sulla strada che dall'Italia porta al Tirolo. Perlochè, passato l'Olio ed il Mela, poneva gli alloggiamenti in Brescia, donde ad arte faceva correre le sue genti più leggieri verso Desenzano; anzi, procedendo più oltre, mandava una grossa banda, condotta da Rusca, fino a Salò, terra a mezzo lago sulla sua destra sponda. Per nutrire vieppiù nel nemico la falsa credenza che sua sola intenzione fosse di sprolungarsi sulla sinistra per correre verso le parti superiori del lago col fine suddetto di mozzar la strada agli Austriaci per al Tirolo, aveva tirato sul centro e sulla destra le sue genti indietro per guisa che, invece di star minacciose sulla destra del Mincio, si erano fermate alcune miglia lontano dal fiume nelle terre di Montechiaro, Solfarino, Gafoldo e Mariana, e le teneva quiete negli alloggiamenti loro.Era Brescia possessione dei Veneziani. Però volendo Buonaparte giustificare questo atto del tutto ostile verso la repubblica, perchè gli Austriaci avevano passato pei territorii veneti, ma non occupato le terre grosse e murate, mandava fuori da Brescia, il dì 29 maggio, un bando, promettitore, secondo il solito, di quello che non aveva in animo di attenere; tra le altre cose dicendo: passare i Franzesi per le terre della veneziana repubblica, ma non essere per dimenticare l'antica amicizia da cui erano le due repubbliche congiunte; non dovere il popolo avere timore alcuno; rispetterebbesi la religione, il governo, i costumi, le proprietà;pagherebbesi in contanti quanto fosse richiesto; pregare i magistrati ed i preti informassero di questi suoi sentimenti i popoli, affinchè una confidenza reciproca confermasse quell'amicizia che da sì lungo tempo aveva congiunto due nazioni fedeli nell'onore, fedeli nella vittoria.Come Beaulieu ebbe avviso avere i repubblicani occupato Brescia, pose presidio in Peschiera, fortezza veneziana situata all'origine dell'emissario del lago di Garda; poichè temeva che Buonaparte non portasse più rispetto a Peschiera che a Brescia, ed era la prima, se fosse stata bene munita, principale difesa del passo del Mincio. Bene aveva il colonnello Carrera, comandante, rappresentato al provveditor generale la condizione della piazza, domandato soldati, armi e munizioni, avvertito il pericolo dell'indifesa fortezza in tanta vicinanza di soldati nemici. Ma Foscarini, che aveva più paura del difendersi che del non difendersi, aveva trasandato le domande del comandante. La quale eccessiva continenza gli fu poi acerbamente rimproverata da Buonaparte, il quale affermava che se il provveditor generale avesse mandato solamente due mila soldati da Verona a Peschiera, sarebbe stata la piazza preservata.Occupatasi Peschiera dagli Alemanni, vi fecero a molta fretta quelle fortificazioni che per la brevità del tempo poterono. Intanto Buonaparte, sicuro di aver ingannato il nemico, si apparecchiava a mettere ad esecuzione il suo disegno, ch'era di sforzare il passo del Mincio a Borghetto. Non era stato il generale austriaco senza sospetto di ciò, quantunque, per le dimostrazioni del suo avversario, avesse ritirato parte dello sue genti ai luoghi superiori. Però aveva munito il ponte con le opportune difese, avendo ordinato che quattro mila soldati eletti si trincerassero sulla destra alla bocca del ponte, e che sulla sponda medesima diciotto centinaia di cavalli stessero pronti a spazzare all'intorno la campagna ed a calpestare chi s'accostasse. Il resto delle genti alloggiavasulla sinistra accosto al ponte per accorrere in aiuto della vanguardia, ove pericolasse. Muovevansi improvvisamente, la mattina del 29 maggio, i repubblicani da Castiglione, Capriana, Volta, e s'indirizzavano al ponte di Borghetto. Successe una battaglia forte, perchè gli Austriaci, già tante volte vinti, non si erano perduti d'animo, anzi, valorosamente combattendo, sostenevano l'impeto dei Franzesi. Restavano superiori sulla prima giunta, perchè, non essendo ancora arrivate tutte le genti di Francia, la vanguardia, che prima aveva ingaggiato la battaglia, cominciava a crollare e ritirarsi. Ma sopraggiungendo squadroni freschi, massimamente cavalli ed artiglierie, furono gli Austriaci risospinti, nè, potendo più resistere alla moltitudine che gli assaltava virilmente da tutte le parti, abbandonata del tutto la destra del fiume, si ricoveraron sulla sinistra, guastato un arco del ponte, perchè il nemico non li potesse seguitare. Ma erano le battaglie dei Franzesi di quei tempi più che d'uomini. Ed ecco veramente che il generale Gardanne, postosi a guida d'una mano di soldati coraggiosissimi, si metteva in fiume, non curando nè la profondità di esso, perciocchè l'acqua gli arrivava infino a mezzo petto, nè la tempesta delle palle che dall'opposta riva si scagliavano: già varcava ed alla sinistra sponda si avvicinava. A tanta audacia, il timore occupava gli Austriaci; si ricordarono del fatto di Lodi, rallentarono le difese, e fu fatto abilità ai repubblicani non solo di passare a guado, ma ancora di racconciare il ponte. La qual cosa diede la vittoria compiuta ai Franzesi; e, come l'ebbero, così l'usarono; perchè, avendo passato, si davano a perseguitar l'inimico, sì per romperlo intieramente e sì per impedire, se possibil fosse, che gittasse un presidio dentro Mantova, fortezza di tanta importanza. Ma Buonaparte, che sapeva bene e compiutamente far le cose sue, per tagliar la strada al nemico verso il Tirolo, aveva celeremente spedito Augereau controPeschiera, comandandogli che s'impadronisse a qualunque costo della fortezza, e corresse a Caslelnuovo ed a Verona. Così, impossibilitati a ricoverarsi in Mantova ed a ritirarsi in Tirolo, gl'imperiali sarebbero stati in gravissimo pericolo. Beaulieu, che aveva pe' suoi corridori avuto avviso dell'intenzione del nemico, conoscendo che, poichè i repubblicani avevano passato il Mincio, non poteva più avere speranza di resistere, aveva del tutto applicato l'animo al ritirarsi ai passi forti del Tirolo; nè per lui si poteva indugiare, perchè il tempo stringeva. Laonde, introdotto in Mantova un presidio di dodici mila soldati con molte munizioni sì da bocca che da guerra, s'incamminava con presti passi alla volta di Verona. Gli convenne ancor fare, per dar tempo a' suoi di raccorsi, una testa grossa e sostenere una stretta battaglia tra Villeggio e Villafranca, sulla sponda di un canale largo e profondo che congiunge le acque del Mincio con quelle del Tartaro. Infatti, mentre si combatteva a riva del canale, Beaulieu faceva spacciare prestamente Peschiera e Castelnuovo, e, per tal modo, raccolto in uno tutto l'esercito, si difilava velocemente, avendo la notte interrotto la battaglia del canale, verso l'Adige: quindi, passato questo fiume a Verona, guadagnava i luoghi sicuri del Tirolo. Augereau trionfante e minaccioso entrava nell'abbandonata Peschiera.Questa fu la conclusione della guerra fatta da Beaulieu in Italia, da cui si rende manifesto, che se le armi franzesi di tanto riuscirono superiori alle sue, debbesi, non a mancanza di valore ne' soldati dell'imperatore attribuire, ma bensì all'arte ed all'astuzia militare, per cui il giovine generale di Francia di sì gran lunga superò il vecchio generale d'Alemagna.S'incominciavano intanto a manifestare i maligni segni di quel veleno che il direttorio e Buonaparte nutriano contro la repubblica di Venezia, meno forse per odio che per utile: il che per altro èpiù odioso. Due erano i principali fini a cui si tendeva: il primo che l'esercito acquistasse per sè tutti i mezzi di perseguitar l'inimico e d'impedire il suo ritorno; era il secondo di turbare lo stato quieto della repubblica veneziana, perchè pel presente si aprissero le occasioni di vivervi a discrezione, e per l'avvenire sorgessero pretesti di disporne a lor grado. All'uno e all'altro fine conduceva acconciamente l'occupazione di Verona, perchè il suo sito, dove sono tre ponti, è padrone del passo dell'Adige, ed è, a chi scende dall'Alpi Rezie, principale impedimento a superarsi. Da un'altra parte l'acquisto di una piazza tanto principale non poteva farsi da' Franzesi senza un grande sollevamento d'animi in quelle provincie.Adunque al fine d'impossessarsi di Verona indrizzò Buonaparte, dopo la vittoria di Borghetto e la presa di Peschiera, i suoi pensieri; e però incominciò a levare un rumore grandissimo e ad imperversare, sclamando che Venezia, per aver dato ricovero nei suoi Stati al conte di Lilla, si era scoperta nemica alla Francia, e che l'aver lasciato occupare Peschiera dagl'imperiali dimostrava la parzialità del governo veneziano verso di loro. E così, tempestando e moltiplicando ognora più nello sdegno e nelle minacce, affermava volersene vendicare. Di tratto in tratto prorompeva anzi con dire che non sapeva quello che il tenesse che non ardesse da capo in fondo Verona, città, soggiungeva, tanto temeraria che si era creduta capitale dell'impero franzese. Nel che intemperantemente ed assurdamente alludeva al soggiorno fattovi dal già detto conte di Lilla, pretendente alla corona di Francia; soggiorno pel quale soltanto credettero i Veronesi aver fatto opera pia, dando dentro le loro mura ricovero ad un principe perseguitato ed infelice.Quanto al fatto di Peschiera, dal già detto intorno al suo stato non difendevole, si vede se potessero i Veneziani in un caso tanto improvviso impedire che iTedeschi vi entrassero. Bene sapeva egli cosa vi fosse in fondo di tutto questo, stantechè scriveva al direttorio, il dì 7 giugno, che Beaulieu aveva vituperosamente ingannato i Veneziani, avendo solamente domandato il passo per cinquanta soldati, e che con questo pretesto si era impadronito della terra. Ma queste querele faceva in primo luogo per accennare, come abbiamo detto, a Verona, nella quale, per esser munita di tre fortezze ed assicurata da una grossa banda di Schiavoni, non poteva entrar di queto senza il consenso de' Veneziani; in secondo luogo per fare dar denaro a Venezia, conciossiachè scriveva egli al direttorio il dì suddetto in proposito di questo medesimo fatto di Peschiera, a bella posta avere aperto questa rottura, perchè, se volessero cavar cinque a sei milioni da Venezia, sì il potessero fare.Gl'imperversamenti e le minacce di Buonaparte pervennero alle orecchie del provveditor generale Foscarini, che le udì con grandissimo terrore. E però, per dare al generale repubblicano le convenienti giustificazioni che dalla sua bocca propria e non da quella di altrui voleva udire, si mise in viaggio col segretario Sanfermo per andarlo a visitare a Peschiera. Giunto al cospetto del giovane vincitore, e ristrettosi con esso lui e con Berthier, protestava ed asseverava, avere sempre la repubblica veneta ed in ogni accidente seguitato i principii della più illibata neutralità. Rispondeva minacciosamente Buonaparte, il quale non voleva esser convinto, ma bensì intimorire, che male aveva corrisposto Venezia all'amicizia della Francia, che i fatti erano diversi assai dalle parole, che per tradimento avevano i Veneziani lasciato occupar da' Tedeschi Peschiera, il che era stato cagione che egli avesse perduto mille e cinquecento soldati, il cui sangue chiamava vendetta; che la neutralità voleva che si resistesse agli Austriaci; che se i Veneziani non bastassero, sarebbe egli accorso; che doveva la repubblica con le sue galere vietarloro il passo pel mare e pei fiumi; che in somma erano i Veneziani amici stretti degli Austriaci. Quindi, trascorrendo dalle minacce alla barbarie, rimproverava con asprissime parole ai Veneziani l'aver dato asilo negli Stati loro ai fuorusciti franzesi ed al conte di Lilla, nemico principale della repubblica di Francia; procedendo finalmente dalla crudeltà alle menzogne, sclamava che prima del suo partire aveva avuto comandamento dal direttorio di abbruciar Verona, e che l'abbrucierebbe; che già contro di lei marciava con cannoni e mortai Massena; che già forse le artiglierie di Francia la fulminavano, e che già forse ardeva; che tal era il castigo che i repubblicani davano pel ricoverato conte di Lilla; che aspettava fra sette giorni risposta da Parigi per dichiarar la guerra formalmente al senato; che Peschiera era sua, perchè conquistata contro gli Austriaci; che di tutte queste cose aveva informato il ministro di Francia in Venezia, quantunque, aggiungeva, queste comunicazioni diplomatiche tenesse in poco conto, acciocchè il senato ne ragguagliasse.Spaventato in tal modo l'animo del provveditore, stette Buonaparte un poco sopra di sè; poscia, come se alquanto si fosse mitigato, soggiunse che della guerra e di Peschiera aspetterebbe nuovi comandamenti dal direttorio; sospenderebbe per un giorno il corso a Massena, ma il seguente si appresenterebbe alle mura di Verona; che se quietamente vi fosse accettato e lasciato occupar i posti da' suoi soldati, manterrebbe salva la città ed avrebbero i Veneziani la custodia delle porte; i magistrati il governo dello Stato; ma che se gli fosse contrastato l'ingresso, sarebbe Verona inesorabilmente arsa e distrutta.Queste arti usava Buonaparte, il dì 31 maggio, per ottenere pacificamente il possesso di Verona; dal che si vede qual fede prestar si debba al suo manifesto dato da Brescia il dì 29 del mese medesimo,e quale fosse la sincerità delle sue promesse.Da queste insidie e da queste minacce si rendeva chiaro quali dovessero essere le deliberazioni del provveditor veneziano; posciachè, prescindendo anche dagli oltraggi, quel dire di voler arder sul fatto una città nobilissima del veneziano territorio, quell'affermare che fra sette giorni poteva venir caso ch'ei dichiarasse formalmente la guerra a Venezia, della verità o falsità della quale affermazione non poteva a niun modo il provveditore giudicare, non solo rendevano giusta, ma ancora necessaria una subita presa d'armi dal canto de' Veneziani. Quello era il momento fatale della veneziana repubblica, quello il momento fatale d'Italia e del mondo; e se Foscarini avesse avuto l'animo e la virtù di Piero Capponi, non piangerebbe Venezia il suo perduto dominio, non piangerebbe Italia il principale suo ornamento, non piangerebbe il mondo tante vite infelicemente spente per fondare il dispotismo di un capitano.Ma Nicolò Foscarini, invece di gridar campane, come Pietro Capponi, corse, pieno di paura, a Verona, e diede opera che gli Schiavoni, nei quali consisteva la principal difesa, l'abbandonassero, e che così i magistrati come i cittadini ricevessero pacificamente i soldati di Buonaparte.Come prima si sparse in Verona che i Franzesi vi sarebbero entrati per alloggiarvi, vi nacque nelle persone di ogni condizione e grado uno spavento tale che pareva che la città avesse ad andare a rovina. Più temevano i nobili che i popolani, perchè sapevano che i repubblicani li perseguitavano. Il popolo, raccolto in gran moltitudine sulle piazze e per le contrade, pieno di afflizione e di terrore, accusava la debolezza di Foscarini e le perdute sorti della repubblica. Lo stare pareva loro pericoloso, l'andarsene misero. Pure il pericolo presente prevaleva, e la maggior parte fuggivano. Fu veduta in un subito la strada da Verona a Veneziaimpedita da lungo ingombro di carrozze, di carri e di carrette che le atterrite famiglie trasportavano con quelle suppellettili che in tanta affoltata avevano a molta fretta potuto raccorre. Nè minor confusione era sull'Adige fiume; perchè insistevano i fuggiaschi occupati nel caricare sulle navi a tutta pressa le masserizie più preziose dei ricchi, e gli arnesi più necessarii dei poveri: navigavano intanto a seconda per andar a cercare in lidi più bassi, od oltre le acque del mare, terre non ancora percosse dalla furia della guerra.Entrarono il dì primo giugno i Franzesi in Verona. Quivi Buonaparte lodava l'aspetto nobile della città, i magnifici palazzi, le spaziose piazze, i templi, le pitture, insomma ogni cosa, e più di tutto l'arena, opera veramente mirabile dei Romani antichi. Si rendevano anche padroni di Legnago e della Chiusa. A Verona non solo occuparono i ponti, ma ancora le porte e le fortificazioni. Nè così soltanto mancavasi al convenuto; ma contro alle promissioni fatte nel manifesto di Brescia, di voler pagare in contanti tutto che si richiedesse in servigio dei soldati, si facevano, nelle campagne testè felici del Bergamasco, del Bresciano, del Cremasco e del Veronese, tolte incredibili che, non che si pagassero, non si registravano; seguivano mali tratti e scherni ancor peggiori; nè le cose rapite bastavano od erano d'alcun frutto, perchè si dissipavano con quella prestezza medesima con cui si rapivano. Quindi era desolato il paese, nè abbondante l'esercito, nè mai si fece un dissipare di quanto all'umana generazione è necessario così grave e così stolto come in questa terribil guerra si fece. I popoli intanto, vessati in molte forme, e cadendo da una tanta agiatezza in improvvisa miseria, entravano in grandissimo sdegno e si preparavano le occasioni a futuri mali ancor più gravi.A questo tempo si udirono le novelle della dedizione del castello di Milano; il comandante austriaco Lamy, perduta perle vittorie di Buonaparte ogni speranza di soccorso, si arrese a patti il dì 29 giugno, salve le robe e le persone, eccettuati solo i fuorusciti franzesi, che dovevano essere consegnati ai repubblicani. Fu questo acquisto di grande importanza ai Franzesi, perchè era il castello come un freno ai Milanesi, e molto assicurava le spalle ai repubblicani.La ruina sotto dolci parole si propagava in altre parti d'Italia; perchè, trovandosi Buonaparte, per le vittorie di Lodi e di Borghetto, e così per la ritirata di Beaulieu alle fauci del Tirolo, sicuro alle spalle e sul sinistro fianco, voltò l'animo ad allargarsi sul destro, chè quivi ricche e fertili terre l'allettavano. Restavano, oltre a ciò, a domarsi il papa ed il re di Napoli e ad espilare il porto di Livorno. Per la qual cosa, spingendo avanti le sue genti, dopo l'occupazione di Modena, s'incamminava alla volta di Bologna, città forte più d'ogni altra d'Italia, piena d'uomini forti e generosi, e che, conoscendo bene la libertà, non la misurava nè dalla licenza nè dal servaggio forastiero.Aveva il senato di Bologna anticonosciuto che per la vittoria di Lodi diveniva il generale franzese signore di tutta la Lombardia. Però, desiderando di preservare il Bolognese dalle calamità che accompagnano la guerra, aveva a molta fretta, dopo di aver creata un'arrota d'uomini eletti con autorità straordinaria, mandato a Milano i senatori Caprara e Malvasia coll'avvocato Pistorini, acciò, veduto il generalissimo, il pregassero d'aver per raccomandata la patria loro. Al tempo medesimo il sommo pontefice, spaventato dall'aspetto delle cose, siccome quegli che nell'approssimarsi dei repubblicani vedeva non solo la ruina del suo Stato temporale, ma ancora novità perniciose alla religione, specialmente se come nemici allo Stato pontificio si accostassero, aveva commesso al cavaliere Azara, ministro di Spagna a Roma, che già era intervenutoalla composizione con Parma, andasse a Milano e procacciasse di trovar modo d'accordo con quel capitano terribile della repubblica di Francia. Era Azara molto benignamente trattato da Buonaparte, e perciò personaggio atto a far quello che dal pontefice gli era raccomandato. Furono dal generale umanamente uditi i senatori di Bologna: parlaronsi nei colloqui segreti di molti gravi discorsi, il fine dei quali tendeva a slegare i Bolognesi dalla superiorità pontificia, a restituire quel popolo alla sua libertà statuita, già com'è noto da ognuno, fin dai tempi della lega lombarda, e ad impetrare che i soldati repubblicani, passando pel Bolognese, vi si comportassero modestamente. Questi erano suoni molto graditi ai popoli di quel territorio: Buonaparte, che sel sapeva, promise ogni cosa e più di quanto i deputati avevano domandato; sì che partironsi molto bene edificati di lui, e se ne tornarono a Bologna. Intanto le sue genti marciarono. Comparivano il 18 giugno in bella mostra e con aria molto militare poco distante da Bologna dalla parte di Crevalcuore. Nel giorno medesimo una banda di cavalli condotta da Verdier entrava, come antiguardo, in Bologna, e, schieratasi avanti il palazzo pubblico, faceva sembiante d'uomini amici e liberali. Il cardinal Vincenti legato, non prevedendo che fosse giunta al fine in quella legazione l'autorità di Roma, avvisava il pubblico dell'arrivo dei Franzesi e della buona volontà mostrata dai capi. Esortava che attendesse quietamente ai negozii; comandava che rispettassero i soldati; minacciava pene gravi, anche la morte, secondo i casi, a chi con parole o con fatti gli offendesse. Entrava poi il seguente giorno la retroguardia; arrivavano alla notte Saliceti e Buonaparte.Era Bologna stata spogliata del dominio di Castelbolognese, terra grossa situata oltre Imola, e fondata anticamente dai Bolognesi desiderosissimi di ricuperare quell'antica colonia; nè alla ricongiunzioneripugnavano i castellani medesimi. Buonaparte, informato dai deputati di questi umori, come prima arrivava a Bologna, restituiva il possesso di Castelbolognese, ed aboliva ogni autorità del papa, reintegrando i Bolognesi nei loro antichi diritti di popolo libero ed indipendente. Nè ponendo tempo in mezzo, comandava al cardinal Vincenti legato se ne partisse immantinente da Bologna. Indi, chiamato a sè il senato, a cui era devoluta l'autorità sovrana, gli significava che, essendo informato delle antiche prerogative e privilegii della città e della provincia, quando vennero in potere dei pontefici, e come erano stati violati e lesi, voleva che Bologna fosse reintegrata della sostanza del suo antico governo. Ordinava pertanto che l'autorità sovrana al senato intiera e piena ritornasse; darebbe poi a Bologna, dopo più matura deliberazione, quella forma di reggimento che più al popolo piacesse, e più all'antica si rassomigliasse: prestasse intanto il senato in cospetto di lui giuramento di fedeltà alla repubblica di Francia, ed in nome e sotto la dipendenza di lei la sua autorità esercesse: i deputati dei comuni e dei corpi civili il medesimo giuramento in cospetto del senato giurassero.Preparata adunque con grande sontuosità la sala Farnese, e salito sur un particolare seggio, riceveva Buonaparte il giuramento de' senatori; quindi si accostarono a prestarlo, presente sempre il generale di Francia, i magistrati sì civili che ecclesiastici: il che fece in tutta Bologna una gran festa, grata al popolo, perchè nuova e con qualche speranza, grata al senato, perchè da servo si persuadeva d'esser divenuto padrone, non badando che se era grave la servitù verso il papa, sarebbe stata gravissima verso i nuovi signori.Diessi principio al nuovo stato, secondo il solito, a suon di denaro. Pose Buonaparte gravissime contribuzioni di guerra. Si querelavano i popoli, pure sene acquetavano, perchè sapevano che bisogna bene che i soldati vivano del paese che hanno; solo si sdegnavano dello scialacquo, nè potevano tollerare di dar materia ai depredatori, chè i soldati e gl'Italiani ugualmente rubavano. Poco stante successe, come a Milano, un fatto enorme, che dimostrò vieppiù qual fosse il rispetto che si portava alle proprietà. Imperciocchè, poste violentemente le mani nel monte di pietà, lo espilavano per far provvisione, come affermavano, allo esercito. Solo restituirono i pegni che non eccedevano la somma di lire ducento. Ma, temendo gli autori di tanto scandalo lo sdegno di un popolo generoso, quantunque attorniati da tante schiere vittoriose, avevano per previsione ordinato che si togliessero l'armi ai cittadini.I repubblicani, procedendo più oltre, s'impadronivano di Ferrara, fatto prima venir a Bologna, sotto specie di negoziare sulle faccende comuni, il cardinale Pignatelli legato, e quivi trattenutolo come ostaggio, finchè fosse tornato da Roma sano e salvo il marchese Angelelli ambasciadore di Bologna. Creato dà vincitori a Ferrara un municipio d'uomini geniali, vi posero una contribuzione di un mezzo milione di scudi romani in contanti e di trecento mila in generi. Queste angherie sopportavano pazientemente e per forza Bologna e Ferrara; ma non le potè tollerare Lugo, grosso borgo, posto in poca distanza da Imola; perchè, concitati gli abitatori a gravissimo sdegno contro i conquistatori, si sollevarono gridando guerra contro i Franzesi. Concorsero nel medesimo moto coi Lughesi altre terre circonvicine, e fecero una massa di popolo molto concitata e risoluta al combattere. Augereau, come ebbe avviso del tumulto, mandava contro Lugo una grossa squadra di cavalli e di fanti. Comandava intanto pubblicamente avessero i Lughesi a deporre l'armi e ad arrendersi fra tre ore, e chi nol facesse fosse ucciso. Aveva in questo mezzo il baroneCappelletti, ministro di Spagna, interposta sua mediazione; ma fu sdegnosamente rifiutata da que' popoli più confidenti di quanto fosse il dovere in armi tumultuarie ed inesperte. Per la qual cosa, dovendosi venire per la ostinazione loro al cimento dell'armi, i Franzesi si avvicinavano a Lugo partiti in due bande, delle quali una doveva far impeto dalla parte d'Imola, l'altra dalla parte d'Argenta. La vanguardia, che marciava con troppa sicurezza, diede in un'imboscata, in cui restarono morti alcuni soldati. Nonostante, volendo il capitano franzese lasciar l'adito aperto al ravvedimento, mandava un uffiziale a Lugo per trattare della concordia. Fu dai Lughesi rifiutata la proposta; narra anzi Buonaparte che i sollevati, fatto prima segno all'uffiziale che si accostasse, lo ammazzarono, con enorme violazione de' messaggi di pace. Si attaccò allora una battaglia molto fiera tra i Franzesi ed i sollevati. La sostennero per tre ore continue ambe le parti con molto valore. Finalmente i Lughesi, rotti e dispersi, furono tagliati a pezzi, con morte d'un migliaio di loro, avendo anche perduto la vita in questa fazione ducento Franzesi. Fu quindi Lugo dato al sacco; condotte in salvo dal vincitore le donne ed i fanciulli, ogni cosa fu posta a sangue ed a ruba. Fu Lugo desolato. Furono terribili le pene date dai repubblicani ai sollevati, ma non furono più moderate le minacce che seguitarono. Comandava Augereau che tutti i comuni si disarmassero e le armi a Ferrara si portassero; chi non le deponesse fra ventiquattr'ore fosse ucciso; ogni città o villaggio dove restasse ucciso un Franzese fosse arso; chi tirasse un colpo di fucile contro un Franzese fosse ucciso, e la sua casa arsa; un villaggio che si armasse, fosse arso; chi facesse adunanze di gente armata o disarmata fosse ucciso.Al tempo medesimo sorgeva un grave tumulto ne' feudi imperiali prossimi al Genovesato, principalmente in Arquata, con morte di molti Franzesi. Vi mandavaBuonaparte, a cui questo moto dava più travaglio che il rivolgimento di Lugo, perchè lo molestava alle spalle, il generale Lannes con un buon nerbo di soldati, acciocchè lo quietasse. Conseguì Lannes facilmente l'intento tra per la paura delle minacce e pel terrore de' supplizii.Le vittorie de' repubblicani, i progressi loro verso la bassa Italia, l'occupazione di Bologna e di Ferrara avevano messo in grandissimo spavento Roma. Ognuno vedeva che resistere era impossibile, e l'accordare pareva contrario non solo allo Stato, ma ancora alla religione. Tanto poi maggior terrore si era concetto, quanto più non si poteva prevedere quale avesse ad essere la gravità delle condizioni che un vincitore acerbo per sè, acerbissimo pel contrasto fattogli, avrebbe dal pontefice richiesto.Intanto Pio VI, che in mezzo al terrore de' suoi consiglieri e del popolo serbava tuttavia la solita costanza, avea commesso al cavaliere Azara ed al marchese Gnudi andassero a rappresentarsi a Buonaparte e procurassero di trovare qualche termine di buona composizione, avendo loro dato autorità amplissima di negoziare e di concludere. Buonaparte, in nome e per far cosa grata al re di Spagna, che per mezzo del suo ministro si era fatto intercessore alla pace, in realtà perchè non gli era nascosto che l'imperadore, finchè teneva Mantova, non avrebbe omesso di mandar nuove genti alla ricuperazione de' suoi Stati in Italia, e che però sarebbe stato a lui pericoloso l'allargarsi troppo verso l'Italia inferiore, acconsentì, ma con durissime condizioni, a frenar l'impeto delle sue armi contro lo Stato pontificio. Laonde concludeva il dì 23 giugno una tregua coi due plenipotenziarii del papa, in cui fu stipulato che il generalissimo di Francia e i due commissarii del direttorio Garreau e Saliceti, per quell'ossequio che il governo franzese aveva verso sua maestà il re di Spagna, concedevano a sua santità una tregua da durare infino a cinquegiorni dopo la conclusione del trattato di pace che si negozierebbe in Parigi fra i due Stati; mandasse il papa, più presto il meglio, un plenipotenziario a Parigi al fine della pace, e perchè escusasse, a nome del pontefice, gli oltraggi e i danni fatti a' Franzesi negli Stati della Chiesa, specialmente la morte di Basseville, e desse i debiti compensi alla famiglia di lui; tutti i carcerati a cagione di opinioni politiche si liberassero; i porti del papa a tutti i nemici della repubblica si chiudessero, ai Franzesi si aprissero; l'esercito di Francia continuasse in possessione delle legazioni di Bologna e Ferrara, sgombrasse quella di Faenza; la cittadella d'Ancona con tutte le artiglierie, munizioni e vettovaglie si consegnasse a' Franzesi; la città continuasse ad esser retta dal papa; desse il papa alla repubblica cento quadri, busti, vasi, statue, ad elezione de' commissarii che sarebbero mandati a Roma; specialmente i busti di Giunio Bruto in bronzo, di Marco Bruto in marmo si dessero; oltre a questo, cinquecento manoscritti, ad elezione pure de' commissarii medesimi, cedessero in podestà della repubblica; pagasse il papa ventun milioni di lire tornesi, de' quali quindici milioni e cinque cento mila in oro od argento coniato o vergato, e cinque milioni e cinque cento mila in mercatanzie, derrate, cavalli e buoi; i ventuno milioni suddetti non fossero parte delle contribuzioni da pagarsi dalle tre legazioni; il papa desse il passo ai Franzesi ogni qual volta che ne fosse richiesto: i viveri di buon accordo si pagassero.Questi furono gli articoli patenti del trattato di tregua concluso tra Pio VI ed i capi dei repubblicani in Italia. Quantunque fossero molto gravi, parve nondimeno un gran fatto che si fosse potuto distornar da Roma un sì imminente pericolo: fecersi preci pubbliche per la conservata città. Intanto non lieve difficoltà si incontrava per mandar ad effetto il capitolo delle contribuzioni. Non potendol'erario già tanto consumato dalla guerra, sopperire, faceva il papa richiesta degli ori e degli argenti sì delle chiese come dei particolari, e quanto si potè raccorre a questo modo, e di più il denaro effettivo che infino dai tempi di papa Sisto V si trovava depositato in Castel Santangelo, fu dato per riscatto in mano dei vincitori. S'aggiunse che il re di Napoli, vedendo avvicinarsi quel nembo a' suoi Stati, aveva ritirato sette mila scudi di camera che erano depositati nel tesoro pontificio, come rapresentanti il tributo della chinea, e che la camera apostolica non aveva voluto incassare, perchè il re aveva indugiato a presentare al tempo debito la chinea. Una così grossa raccolta di denaro coniato produsse un pessimo effetto a pregiudizio della camera apostolica e dei privati, il quale, fu che le cedole, che già molto scapitavano, perdettero viemmaggiormente di riputazione. Così solamente ad un primo romore di guerra e sul bel principio d'una speranza di pace, le cose pubbliche tanto precipitarono in Roma, che già vi si provavano gli estremi d'una guerra lunga e disastrosa.La presenza dei Franzesi negli Stati pontificii aveva bensì atterrito i sudditi, ma non gli aveva fatti posare, e si temevano ad ogni tratto nuove turbazioni. Per la qual cosa il papa, esortato dal generale repubblicano, e mosso anche dall'interesse dei popoli, raccomandava con pubblico manifesto e comandava ai sudditi, trattassero con tutta benignità i Franzesi, come richiedevano i precetti della religione, le leggi delle nazioni, gl'interessi dei popoli e la volontà espressa del sovrano.Tutte queste cose faceva il pontefice in confermazione dello Stato. Intanto o perchè la cessazione delle armi si convertisse in pace definitiva, o perchè con una dimostrazione efficace di desiderar di conchiuderla, si pensasse di aspettare con minori molestie occasione di risorgere, si inviava dal pontefice a Parigi l'abate Pieracchicon mandato di negoziare e di stipulare la pace.Eransi udite con grandissima ansietà a Napoli le novelle delle vittorie dei repubblicani sul Po e sull'Adda, ma alla ansietà succedeva il terrore quando vi si intese la rotta totale dei Tedeschi e la loro ritirata verso il Tirolo. L'impressione diveniva più grave quando i soldati di Buonaparte, occupato Reggio e Modena, nè, nulla più ostando che entrassero nell'indifesa Romagna, si vedeva il regno esposto all'invasione. Laonde il re, volendo provvedere con estremi sforzi ad estremi pericoli, perchè, o fosse solo o dovesse secondare le armi imperiali, gli era necessità di usare tutte le forze, ordinava che trenta mila soldati andassero ad alloggiar ai confini verso lo Stato ecclesiastico; ma perchè si facesse spalla e retroguardo a tanta gente con altre squadre d'uomini armati, comandava che si tenessero pronte a marciare e di tutto punto si allestissero, ed in corpi regolati si ordinassero tutte le persone abili alle armi, la qual massa avrebbe aggiunto quaranta mila combattenti. Perchè poi si usassero coloro che consentissero di buona voglia ad accorrere alla difesa del regno, dava loro privilegii e speranza di ricompense onorevoli. Volendo poi favorire anche con l'autorità e con l'armi spirituali le forze temporali, scriveva ai vescovi ed ai potentati del regno lettere circolari, con cui gli ammoniva e con parole patetiche gli esortava dicendo, che la guerra, che già da tanto tempo desolava l'Europa, e nella quale già tanto sangue e tante lagrime si erano sparse, era non solamente guerra di Stato, ma di religione; che i nemici di Napoli erano nemici del cristianesimo; e, così proseguendo, esortassero adunque, conchiudeva, i popoli ad impugnar le armi contro un nemico a cui niuna legge era sacra, niuna proprietà sicura, niuna vita rispettata, niuna religione santa; contro un nemico che, dovunque arrivava, saccheggiava, insultava, opprimeva, profanava i tempi,atterrava gli altari, perseguitava i sacerdoti, calpestava quanto di più sacro e più reverendo ha ne' suoi dogmi, ne' suoi precetti e ne' suoi sacramenti divini lasciato alla Chiesa sua Cristo Salvatore.Così parlava il re ai vescovi ed ai prelati del regno. Rivolgendosi poscia ai sudditi, con espressioni molto instanti gli ammoniva, dicendo, sarebbero vincitori di questa guerra se a loro stesse a cuore difendere sè stessi, il re, i tempi, i ministri del Signore, le mogli, i figliuoli, le sostanze. Dio è con voi, esclamava, Dio vi proteggerà contro le armi barbare.Ma perchè in tempi di tanta costernazione vieppiù per l'amore della religione s'infiammassero i popoli alla difesa, in un giorno prestabilito si conduceva il re, accompagnandolo una gran moltitudine di popolo, alla basilica, dove, toccando gli altari e stando tutti tra la riverenza e lo spavento, intentissimi ad ascoltarlo, con fervorose parole orando, depose sulla sacra mensa le reali divise, come in custodia del sommo Iddio.Queste dimostrazioni producevano effetti incredibili in quel popolo. Certamente, se le mani fossero state tanto pronte all'operare quanto erano le menti ad immaginare, si sarebbero veduti da Napoli effetti notabilissimi a salute di tutta Italia.Partiva Ferdinando da Napoli, indirizzando il viaggio agli alloggiamenti di Castel di Sangro, di San Germano, di Sora e di Gaeta; fuvvi accolto con segni di grandissima allegrezza dai soldati. Intanto il rumore delle occupate legazioni e le ultime strette in cui era caduto il pontefice avevano indotto nei consiglieri del re la credenza che l'accordare fosse più sicuro del combattere. Perlocchè non aspettando pure che il papa patteggiasse in definitiva pace, nè consentendo a trattar degli accordi coi repubblicani di concerto con lui, mandavano al campo di Buonaparte il principe Belmonte Pignatelli, affinchè negoziasse una sospensione di offese, proponendosi d'inviarlo posciaa Parigi a concluder la pace col Direttorio. Buonaparte, fatte sue considerazioni su Mantova che ancor si teneva, e sulla stagione calda che oggimai si avvicinava, udiva con benigne orecchie le proposte del principe. Il 5 di giugno si concluse tra il generale e lui un trattato di tregua, con cui si stipulava che cessassero le ostilità tra la repubblica ed il re delle Due Sicilie; le truppe Napolitane, che si trovavano unite a quelle dell'imperatore, se ne separassero e gissero alle stanze nei territorii di Brescia, Crema e Bergamo; si sospendessero le offese anche per mare, ed i vascelli del re al più presto dalle armate inglesi si segregassero; si desse libero passo ai corrieri respettivi tanto per le terre proprie e conquistate dalla repubblica quanto su quelle di Napoli. Fatto l'accordo, andarono i Napolitani, lasciati gl'imperiali, alle destinate stanze. Così il papa fu solo lasciato nel pericolo dal governo di Napoli, che pure testè aveva mostrato tanto ardore per la difesa della religione, convenendo, senza che prima la necessità ultima fosse addotta, con coloro che poco innanzi aveva chiamati nemici degli uomini e di Dio.
Fecero grandi allegrezze tutti questi generi di patriotti, in sull'entrar dei Franzesi, di luminarie, di balli, di festini; ma per quella servile imitazione di cui erano invasati verso le cose franzesi, e che fu la principal cagione della servitù d'Italia, piantarono altresì alberi di libertà, vi facevano intorno canti, balli, discorsi, ed altre simili tresche. Poscia, acciocchè non mancasse quel condimento delle congreghe pubbliche per aringarvi intorno a cose appartenenti allo Stato, le fecero a modo di Francia, ed in loro chi aringava con maggior veemenza, più era applaudito.
Entrava in Milano il vincitor Buonaparte, non già con semplicità repubblicana, ma con fasto regale, come se re fosse: l'accolsero con grida smoderate i patriotti e parte del popolo, solito a fare come gli altri fanno. Innumerabili scritti si pubblicarono, in cui sempre più si lodava Buonaparte che la libertà: mostrossi, per dir il vero, in questo molto schifosa l'adulazione italiana. Fra i patriotti, chi lo chiamava Scipione, chi Annibale; il repubblicano Ranza il chiamava Giove. I buoni utopisti, quando lo vedevano, piangevano di tenerezza. Queste dimostrazioni egli si godeva tanto in pubblico quanto in privato; ma augurava male degl'Italiani.
Intanto vedeva il mondo una cosa maravigliosa. Un soldato di ventott'anni, un mese innanzi conosciuto da pochi, avere con un esercito sprovveduto e non grosso superato monti difficilissimi, varcato grossi e profondi fiumi, vinto sei battaglie campali, disperso eserciti più potenti del suo, soggiogato un re, cacciato un principe, acquistato il dominio di una parte d'Italia, apertasi la strada alla conquista dell'altra, convertiti in sè stesso gli occhi di tutti gli uomini di quell'età. Sapevaselo Buonaparte; l'anima sua ambiziosa maravigliosamente se ne compiaceva.Ma perchè l'aspettativa che aveva desta di lui non si raffreddasse, e per farsi scala a cose maggiori, mandava fuori, il 20 maggio, un discorso molto infiammativo a' suoi soldati:
«Soldati valorosi, diceva, voi piombaste, come torrente precipitoso, dalle Alpi e dagli Apennini; voi urtaste, voi rompeste nel corso vostro ogni ritegno. Il Piemonte, oggimai libero dell'austriaca dipendenza, spiega i naturali suoi sentimenti di pace e d'amicizia verso la Francia. Vostro è lo Stato di Milano: sventolano all'aura su tutte le alte cime della Lombardia le repubblicane insegne: i duchi di Parma e di Modena alla generosità vostra sono del dominio che ancora lor resta obbligati. Dov'è l'esercito che testè con tanta superbia v'insultava? Ei non ha più riparo contro al coraggio vostro. Nè il Po, nè il Ticino, nè l'Adda poterono un sol giorno arrestarvi. Vani furono i vantati baluardi d'Italia, vani i gioghi inaccessibili degli Apennini. Sentì la patria infinita allegrezza delle vostre vittorie; vuole che ogni comune le celebri: i padri, le madri, le spose, le sorelle, le amanti, de' fausti eventi vostri si rallegrano e si stimano dell'avervi per congiunti fortunatissime. Sì per certo, o soldati, assai faceste; ma forse altro a fare non vi resta? Diranno di voi i contemporanei, diranno i posteri, che abbiam saputo vincere, non usare la vittoria? Accuseranci dell'aver trovato Capua in Lombardia? No, per Dio no, che già vi veggo correre alle vincitrici armi, già veggo sdegnarvi ad un vil riposo, già sento i giorni passati senza gloria esser giorni perduti per voi. Orsù, partiamne; restanci viaggi frettolosi a fare, nemici ostinati a vincere, allori gloriosi a cingere, crudeli ingiurie a vendicare. Tremi chi accese le faci della civil guerra, tremi chi uccise i ministri della repubblica, tremi chi arse Tolone, tremi chi rapì le navi; già suona contro a loro in aria unaterribile vendetta. Pure stiansi senza timore i popoli: siamo noi di tutte le nazioni amici, specialmente siamo dei discendenti di Bruto, degli Scipioni, di tutti gli uomini grandi che impreso abbiamo ad imitare. Ristorare il Campidoglio, riporvi in onore le statue degli eroi, per cui tanto è famoso al mondo, destar dal lungo sonno il romano popolo, torlo alla schiavitù di tanti secoli, fia frutto delle vittorie: acquisteretevi una gloria immortale, cangiando in meglio la più bella parte d'Europa. Il popolo franzese libero, rispettato dai popoli, darà all'Europa una pace gloriosa, che di tanti sofferti danni, di tante tollerate fatiche ristorerallo. Ritornerete allora fra le paterne mura; i concittadini, a dito mostrandovi, diranno:Fu soldato costui dell'esercito d'Italia.»
Questo tremendo parlare empiva di spavento Italia; ognuno aspettava accidenti terribili.
Conquistato il Piemonte, conculcato il re di Sardegna, e posto il piede nella città capitale degli Stati austriaci in Italia, si apparecchiava Buonaparte a più alte imprese. Suo principal desiderio era di passar il Mincio, e, cacciando le genti tedesche oltre i passi del Tirolo, vietare all'imperatore che non mandasse nuovi aiuti per ricuperare le provincie perdute. Intanto le sue vittorie avevano aperta l'occasione al governo di manifestare il suo intento circa il modo di procedere verso alle potenze italiane, e congiunte d'amicizia con la Francia, e neutrali, e nemiche. La somma era, che facendo traffico del Milanese, con darlo in preda, secondochè per le occorrenze dei tempi meglio si convenisse, o al re di Sardegna o all'imperatore, si taglieggiassero i principi d'Italia, e da loro quel maggiore spoglio di denaro e di altre ricchezze che possibil fosse si ricavasse. Nè in questo mostrava il direttorio maggior rispetto agli amici che ai nemici. Nella quale risoluzione egli allegava perpretesto e la guerra fatta e l'amicizia finta e la necessità di assicurare l'esercito.
Voleva prima di tutto che si conquidesse ogni reliquia dell'esercito alemanno, e che intanto si consumasse il Milanese, sì per pascere i soldati e sì per farlo meno utile a chi si dovesse o dare o restituire; se ne cavasse denaro, e sino i canali e le opere pubbliche fossero un po' tocche dalla guerra. Poi si corresse contro il granduca di Toscana, e si occupasse Livorno, confiscandovi le navi e le proprietà inglesi, napolitane, portoghesi e di altri Stati nemici della repubblica, sequestrandovi le proprietà dei sudditi loro; e se il granduca si opponesse, si dicesse perfidia, e sì allora si trattasse la Toscana come se fosse alleata dell'Inghilterra e dell'Austria.
Grande rapacità fu questa veramente, ed incomportevole e barbara, poichè, se erano in Livorno proprietà d'Inghilterra o d'Inglesi e di altri nemici della repubblica, eranvi in vigore della neutralità di Toscana, che la Francia stessa aveva e riconosciuta ed accordata col granduca. Questa fu la ricompensa che ebbe Ferdinando di Toscana da quei repubblicani di Parigi, che pure pretendevano sempre alle parole loro la sincerità e la grandezza, dello avere, primo fra tutti i potentati d'Italia, e riconosciuta la repubblica e fatta la pace con lei, e dato lo scambio, per istanza del Direttorio, al suo ministro conte Cartelli, cui sostituì il principe don Neri Corsini.
Era Genova stata straziata dalle armi franzesi e dalle avversarie, e poteva avere speranza, ora che la sede della guerra si era allontanata da' suoi confini, di vivere più quietamente. Ma i tempi erano tali che dove mancavano le cagioni s'inventavano i pretesti, ed il fine era non di rispettare i neutri deboli, ma di molestargli e di mettergli in preda. Adunque per quella cupidità di voler trarre denaro da Genova, si cominciò ad insorgere contro il governo genovese. Scriveva con una insolenza incredibile Buonaparte alsenato, ch'era Genova il luogo donde partivano gli uomini scellerati, che, datisi alle strade, intraprendevano i carriaggi ed assassinavano i soldati franzesi; che da Genova un Girola mandava ai feudi imperiali ribellanti armi e munizioni da guerra pubblicamente, ed ogni giorno i capi degli assassini accoglieva ancor bruttati di sangue franzese; che parte di questi orribili fatti succedevano sul territorio della repubblica; che pareva che essa col tacere e col tollerare approvasse opere tanto scellerate; che il governator di Novi proteggeva i commettitori di tanti alti barbari; perciò arderebbe i comuni dove fosse ucciso un Franzese; voleva che il governatore di Novi si cacciasse, come Girola da Genova: arderebbe infine le case tutte in cui gli assassini trovassero asilo; punirebbe i magistrati trasgressori della neutralità che egli osserverebbe bene e puntualmente, ma volere che la repubblica di Genova non fosse rifugio di gente malandrina; e di egual tuono, e vieppiù soldatescamente accendendosi, scriveva al governatore di Novi.
Rispondevano il senato ed il governatore stando in sui generali, perchè lo attribuire a sè medesimi opere tanto nefande non era nè verità nè dignità, ed il non soddisfare ad un soldato vittorioso e sdegnato, era pericolo. Certo è bene che per quelle strade si commisero contro i Franzesi opere di molta barbarie; ma questi omicidii ed assassinamenti, di cui con tanta ragione Buonaparte si querelava, non già solamente sul territorio genovese accadevano, ma ancora, e molto più, sul territorio piemontese. Eppure non fece il generale di Francia che un leggier risentimento e nissuna minaccia contro il re di Sardegna, poichè contro di lui non aveva quel fine che contro Genova aveva.
A queste minaccie soldatesche succedevano le prepotenze parigine. Comandava il direttorio a Buonaparte s'impadronisse o di queto o per forza di Gavi, a fine di assicurare l'esercito alle spalle,e di conservarsi la strada della Bocchetta aperta da Genova a Tortona; col qual medesimo pensiero già s'era impadronito della fortezza di Vado: il che quale rispetto sia per la neutralità, ciascuno potrà giudicare. Poscia voleva che come prima l'esercito repubblicano occupato avesse il porto di Livorno, occupasse anche la Spezia, ed ivi quanti bastimenti appartenessero a potentati nemici alla Francia mettesse in preda. Nè contento a questo, dimenticando tutto l'accaduto, comandava a Buonaparte che domandasse nuovamente vendetta e nuovi milioni di contanti per la straziata Modesta, ed operasse che coloro che si erano mescolati in tale fatto fossero come traditori della patria dannati; oltre a ciò, voleva e comandava che si confiscassero e si dessero in mano della repubblica tutte le proprietà pubbliche appartenenti ai nemici, e sotto sicurtà di Genova si sequestrassero tutte quelle che a sudditi di potentati nemici spettassero; cacciasse Genova da' suoi territorii tutti i fuorusciti franzesi; fornisse bestie da tiro e da soma, carriaggi e viveri, e si dessero in contraccambio polizze del ricevuto da scontarsi alla pace generale.
Passando ora da Genova a quella primogenita, come la chiamavano, repubblica di Venezia, siccome cresceva nei vincitori con le vittorie la cupidigia dell'oro e del dominare, incominciarono a dire che volevano che fosse trattata non da amica, ma solamente da neutrale, sotto colore di certi pretesti vecchi che già sussistevano, poichè non era cambiata la condizione delle cose fra le due repubbliche, quando nell'ingresso del nobile Querini se gli fecero tante carezze. Tra questi pretesti il primo e principale era il passo dato ai Tedeschi pei territorii veneziani. Poi, prosperando vieppiù la fortuna dell'armi repubblicane in Italia, insorse il direttorio, con volere che Verona desse grossa somma di denaro a prestito, a motivo ch'ella aveva accolto nelle sue mura Luigi XVIII. Finalmente, cacciatodel tutto Beaulieu oltre Mincio, voleva ed imperiosamente comandava che Venezia prestasse dodici milioni, e si voltasse in ricompensa questo debito alla repubblica batava, che era debitrice di questa somma, a norma de' freschi trattati, alla Francia. Voleva, oltre a ciò, e comandava che si consegnassero alla repubblica tutti i fondi de' potentati nemici che fossero in Venezia, principalmente quelli che spettavano personalmente al re d'Inghilterra, ed inoltre si dessero alla Francia tutte le navi sì grosse che sottili, ed altre proprietà di nemici che stanziassero nei porti veneziani.
Quanto al papa, se volesse trattar di accordo, si esigesse da lui, imponeva il direttorio, per primo patto che ordinasse subito preci pubbliche per la prosperità e la felicità della repubblica; nel che faceva il direttorio gran fondamento, per l'autorità che aveva la Sedia apostolica sulla opinione dei popoli sì franzesi che italiani. Si venne quindi in sul toccar il solito tasto del danaro, intimando che desse venticinque milioni. Si comandasse al tempo medesimo al re di Napoli, che se pace volesse, badasse a cacciar dai suoi Stati gl'Inglesi e gli altri nemici della repubblica, mettesse in poter suo tutte le navi loro che nei napolitani porti fossero sorte, e loro vietasse d'entrarvi nemmeno con bandiera neutrale. Pei potentati minori, correndo la fama che avessero ricchezze, voleva il repubblicano governo che si scuotessero bene i duchi di Parma e di Modena, ma il primo meno rigidamente del secondo, per rispetto del re di Spagna, col quale era congiunto di sangue. Lallemand, ministro di Francia a Venezia, esortava che si conculcasse, si pugnesse, si travagliasse per ogni guisa il modenese duca a fargli dar denaro, perchè ne aveva molto, ed era avaro; e più si scuoterebbe, e più contanti darebbe.
Intanto, perchè si contaminasse anche lo splendore che veniva all'Italia dalla perfezione delle belle arti, che in lei avevano posto la principal sede, e perchènissuna condizione di barbarie mancasse a quelle dolci parole di umanità e di libertà che dai repubblicani di quei tempi si andavano sino a sazietà spargendo, ordinava il direttorio, a petizione di Buonaparte, che si comandasse nei patti d'accordo a principi vinti, dessero in potere dei vincitori, perchè nel museo di Parigi fossero condotti, quadri, statue, testi a penna, ed altri capi dell'esimie arti, usciti di mano ai più famosi artisti del mondo, affermando esser venuto il tempo in cui la sede loro doveva passare da Italia a Francia e servire d'ornamento alla libertà. Brutta certamente ed odiosa opera fu questa dell'avere spogliato l'Italia di preziosi ornamenti; ma lo spoglio piaceva ad alcuni per l'amor della gloria, ad altri perchè potessero essere sotto gli occhi modelli tanto perfetti di natura abbellita dall'arte; imperciocchè in quei tempi erano sortiti in Francia, massimamente in pittura, artisti di gran valore, i quali ed ammiravano e sapevano imitare lodevolmente gli esempi italiani: e con questo ancora Buonaparte, pe' suoi fini, lusingava la Francia.
In Italia poi i repubblicani, non i buoni, ma i malvagi, indicavano le opere preziose da rapirsi; i più dolci andavansi confortando con la speranza che l'Italia, siccome quella che ancora era feconda, ne avrebbe prodotto delle altre ugualmente preziose; i più severi poi, trasportando nelle moderne repubbliche l'austerità delle antiche, se ne rallegravano, predicando che la libertà non aveva bisogno di queste preziosità, e che pane e ferro dovevano bastare a chi repubblicano fosse.
Ma il direttorio, a suggestione sempre di Buonaparte, che sapeva quel che si faceva, voleva che se le opere più insigni delle arti servivano d'ornamento ai trionfi della repubblica, gl'ingegni celebri li lodassero, avvisandosi che non sarebbe accagionato di barbarie, se coloro che da lei per costume, per ingegno e per sapere erano i più lontani, si facessero lodatoridelle imprese dei repubblicani, a danno ed a spoglio dell'Italia. Voleva conseguentemente ed imponeva al suo generale che ricercasse e con ogni modo di migliore dimostrazione accarezzasse gli scienziati ed i letterati d'Italia; ed il generale recava ad effetto l'intento del direttorio, parte per vanagloria, parte per astuzia, come mezzo e scala alle future ambizioni.
Or ecco in qual modo i raccontati comandamenti, che finora erano solamente intenzioni, siano stati ridotti in atto.
Non così tosto ebbe Buonaparte passato il Po a Piacenza, che sorse una trepidazione nella corte di Parma tanto maggiore quanto il duca aveva rifiutato l'accordo con Francia, che il ministro di Spagna in Torino gli era venuto offerendo con qualche intesa del generalissimo, come prima i Franzesi erano comparsi nella pianura del Piemonte. Non solamente una parte del ducato era venuta sotto la devozione dei repubblicani, ma ancora il restante, non avendo difesa, era vicino, e solo che il volessero, a venire in poter loro; nè si stava senza timore che seguisse anche qualche turbazione. In tanta e sì improvvisa ruina prese il duca quel partito che solo gli restava aperto, del tentare di assicurar gli Stati con un accordo, che, quantunque grave e duro dovesse riuscire, sarebbe, ciò nonostante men grave che la perdita di tutto il dominio. Domandava il vincitore superbamente l'accordo che ponesse fine alla guerra, e con l'accordo denari, vettovaglie e tavole dipinte di estremo valore.
Adunque in primo luogo fu consentita una tregua con mediazione del ministro di Spagna il dì 9 maggio in Piacenza. Non aveva il duca armi nè fortezze da dare, ma si obbligava di pagare in pochi giorni sei milioni di lire parmigiane, che sono a un di presso un milione e mezzo di franchi, e di più a fornire quantità esorbitanti di viveri e di vestimenta pei soldati. Si obbligava, oltre a ciò ad allestire due ospedali in Piacenza, provvedutidi tutto punto, ad uso dei repubblicani. Consegnerebbe finalmente venti quadri dei più preziosi, fra i quali il San Girolamo del Correggio.
Mandava pertanto Buonaparte Cervoni a Parma, perchè ricevesse i denari ed i quadri, e vigilasse onde le condizioni della tregua si eseguissero puntualmente. Stretto il duca da tanta necessità, mandava le ducali argenterie alla zecca, perchè vi si coniassero, ed il vescovo le sue. Così, usato ogni estremo rimedio, e raggranellato denaro da ogni parte, satisfaceva Ferdinando alle condizioni della tregua. Intanto i fuorusciti parmigiani e piacentini, ritiratisi a Milano, laceravano il duca con incessanti scritture, dal che riceveva grandissima molestia.
Al fracasso dell'armi repubblicane tanto vicine risentitosi il duca di Modena, se ne fuggiva a Venezia, portando con se parte dei suoi tesori, il che concitò a grande sdegno i capi della repubblica in Italia, come se il duca fosse obbligato a lasciar le sue ricchezze in Modena per servizio loro. Creò partendo un consiglio di reggenza che disposto per la necessità del tempo a ricevere qualunque condizione avesse voluta il vincitore, mandava il conte di San Romano a richiedere di pace Buonaparte. Rispose, concedere tregua al duca con patto, quest'erano le instigazioni del canuto Lallemand, che facesse traboccare fra otto dì nella cassa militare sei milioni di lire tornesi, e somministrasse, oltre a ciò, viveri, carriaggi, bestie da soma e da tiro pel valsente di altri due milioni: di più, fra quarantotto ore rispondessero del sì o del no. Fu pertanto conclusa la tregua, in cui si ottennero dal ducale governo la diminuzione di un milione nei generi da somministrarsi e dieci giorni pel pagamento de' sei milioni. Offerivano quindici quadri dei più famosi maestri. I repubblicani diedero promessa di pagare a contanti quanto abbisognasse loro, passando per gli Stati del duca.
Tornando ora a Milano, dov'era lasede più forte dei repubblicani, e donde principalmente dovevano partire i semi di turbazione per tutta l'Italia, applicò l'animo Buonaparte a due risoluzioni di momento, e queste furono di dar licenza ai magistrati creati dall'arciduca prima che partisse, con surrogar loro magistrati ed uomini o partigiani o dipendenti da Francia; e di procacciar denaro e fornimenti che l'abilitassero a continuare il corso delle sue vittorie. Per la qual cosa, in luogo della giunta di Stato, creava la congregazione generale di Lombardia, ed al consiglio dei decurioni surrogava un magistrato municipale in cui entrarono volentieri parecchi uomini buoni e di grande stato, Francesco Visconti, Galeazzo Serbelloni, Giuseppe Parini, Pietro Verri. Il generale Despinoy presiedeva il magistrato ed a lui si riferivano gli affari più gelosi e più segreti.
Per supplire intanto alla voragine della guerra, pubblicava Buonaparte sulla conquistata Lombardia una gravezza di venti milioni di franchi, e faceva abilità ai commissarii e capi di soldati di torre per forza i generi necessarii, con ciò però che dessero polizze del ricevuto accettabili in iscarico della gravezza dei venti milioni. Intenzione sua era che cadesse principalmente sui ricchi, sugli agiati e sui corpi ecclesiastici da sì lungo tempo immuni. Nè fu diversa dall'intenzione l'esecuzione; ma i ricchi, sì perchè si sentivano gravati straordinariamente, sì perchè non amavano il nuovo stato, con insinuazioni creavano odio in mezzo ai loro aderenti e licenziavano i servitori, chè poco bene disposti in sè per natura vecchia, ed avveleniti dalla miseria nuova, andavano spargendo nel popolo, massimamente nel minuto, faville di gravissimo incendio. Volle il magistrato municipale di Milano, posciachè in Milano principalmente abitavano i ricchi, rimediare a tanto male, ordinando che i padroni dovessero continuar a pagare i salarii ai servitori. Ma fu il rimedio insufficiente per la difficoltà delle denunzie.Nè contento a questo, perchè la necessità delle stanze militari, le somministrazioni sforzate di generi d'ogni specie, i caposoldi da darsi, il piatto da fornirsi ai generali, ai commissarii, ai comandanti, agli uffiziali, talmente il costringevano, che non era più padrone di sè medesimo, stanziava un'imposta straordinaria sotto nome di presto compensabile, di denari quattordici per ogni scudo di estimo delle case e fondi milanesi. Non parlasi dei cavalli e delle carrozze che si toglievano, perchè essendo i padroni, come si diceva, aristocrati, pareva che la roba loro fosse diventata quella d'altrui. A questo si aggiungeva l'insolenza militare, consueta in ogni esercito, ma più ancora in questo che in altro, perchè a grandi e replicate vittorie era congiunta un'opinione politica ardentissima e molto diversa da quella dei popoli, fra' quali egli viveva. Il che sia detto generalmente, perchè molti uffiziali, o per gentile educazione o per bontà di natura, si portavano e dentro e fuori delle case del popolo conquistato in tale guisa che si conciliavano la benevolenza d'ognuno. Ma cagione gravissima di esacerbazione nei popoli erano le tolte sforzate di generi che per uso dei soldati o proprio alcuni facevano nelle campagne; perchè in quei villerecci luoghi, liberi di ogni freno essendo, involavano a chi aveva e a chi non aveva, e così agli amici come ai nemici del nome franzese. Aggiungevansi le minaccie e le insolenti parole, più potenti assai al far infierire l'uomo che i cattivi fatti. Ciò rendeva i Franzesi odiosi, ma più ancora odiosi rendeva gl'Italiani, che per loro medesimi o per le opinioni parteggiavano pei Franzesi. Nè il popolo discerneva i buoni dai tristi, anzi gli accomunava tutti nell'odio suo, perchè vedeva che tutti aiutavano l'impresa di una gente che, venuta per forza nel loro paese, aveva turbato l'antica quiete e felicità loro. Adunque lo sdegno era grande; la sola forza dominava. Prevalevansi i nobili, offesi nelle sostanze e nell'animo, di queste malecontentezze dei popoli. A questi si accostavano gli amatori del governo dell'arciduca e gli ecclesiastici, che temevano o della religione o dei beni. Spargevano nel contado voci perturbatrici, che sarebbe breve, come sempre, il dominio franzese in Italia; che questa terra era pur tomba ai Franzesi, che sempre erano state subite le loro venute, ma più subite ancora le loro cacciate o gli eccidii; quindi eccitavano all'armi, quindi dicean calar dalle tirolesi rupi nuovi eserciti imperiali, quindi spargevano voler i Franzesi fare per forza una leva di gioventù lombarda per mandarla, con le genti franzesi incorporandola, alla guerra contro l'imperatore; e per quanto si sforzassero i magistrati di persuadere ai popoli il contrario, vieppiù nella concetta opinione si confermavano. In mezzo a tutti questi mali umori successe a Milano un fatto veramente enorme che li fece traboccare e crescere in grandissima inondazione.
Era in Milano un monte di pietà assai ricco, dove si serbavano, o gratuitamente come deposito, o ad interesse come pegno, ori, argenti e gioie di grandissimo valore. Si aggiungevano, come si usa, capi di minor pregio, e fra tutti non pochi appartenevano a doti di fanciulle povere. Sacro era presso a tutti il nome di monte di pietà non solo perchè era segno di fede pubblica, ma ancora perchè le cose depositate la maggior parte appartenevano a persone o per condizione o per accidente bisognose. Come prima Buonaparte e Saliceti posero piede nella imperial Milano, si presero, malgrado dell'esortazioni contrarie di parecchi generali, le robe più preziose che si trovavano riposte nel monte e le avviarono alla volta di Genova, avvisando il direttorio che là erano condotte acciò ne disponesse a grado suo.
Di ciò si sparse tosto la fama, magnificandosi con dire che non si fosse portato più rispetto alle proprietà de' poveri che a quelle de' ricchi, il che in parte era anche vero. Le quali cose, giunte all'insolenzamilitare, allo strazio che si faceva nelle campagne, alle improntitudine dei patriotti, partorirono una indegnazione tale che dall'un canto prestandosi fede a nuove incredibili, dall'altro non vedendosi o non stimandosi il pericolo, si accese la volontà di far un moto contro i Franzesi. Nè fu la città stessa di Milano esente da questa turbazione; perciocchè, facendo i repubblicani non so quale allegrezza intorno all'albero della libertà, incitati i popoli a sdegno, correvano a far loro qualche mal tratto, e lo avrebbero anche fatto, se non sopraggiungeva Despinoy con una banda di cavalli, il quale, frenato l'impeto loro, gli ebbe tostamente posti a sbaraglio.
Ma le cose non passarono sì di queto ne' contorni di Milano, massimamente verso la porta Ticinese, perchè viaggiando e Franzesi e patriotti italiani, o soli o con poca compagnia, per quelle campagne, e non essendo pronta, come in Milano, la soldatesca a preservarli, furono da turbe contadine assaltati ed uccisi. Queste uccisioni presagivano uccisioni ancor maggiori ed accidenti tristissimi. Ma il nembo più grave si mostrava nelle campagne più basse verso il Po ed il Ticino. In Binasco principalmente l'ardore contro i Franzesi e contro i giacobini, come li chiamavano, era giunto agli estremi; e credendosi i Binaschesi ogni più crudele fatto lecito, ammazzavano quanti Franzesi o Italiani partigiani loro venivano alle mani. Essendo l'accidente improvviso, molti, anzi una squadra non piccola di Franzesi, furono barbaramente trucidati da quella gente.
A questo molo di Binasco, terra posta a mezzo cammino fra Milano e Pavia, moltiplicando sempre più la fama dello avvicinarsi de' Tedeschi, che i capi ad arte spargevano, si riscossero le popolazioni del Pavese, e fecero impeto contro la capitale della provincia. Chi poi non accorreva per la speranza de' soccorsi tedeschi, che non pochi sapevano esser vana, il facevano per la voce che s'era levatafra la gente tumultuaria che i Franzesi si avvicinassero per mettere a sacco Pavia. Già i Pavesi medesimi, irritati ad un piantamento di un albero della libertà, si erano sollevati la mattina del 23 maggio, e correvano la città armati e furibondi. Era la pressa grandissima sulla piazza. Crescevano ad ogni ora, ad ogni momento le truppe sollevate: suonavano precipitosamente in Pavia le campane a martello; rispondevano, con grandissimo terrore di tutti, quelle della campagna. Nascondevansi i patriotti, perchè il popolo li chiamava a morte: pure, più temperato in fatti che in parole, i presi solamente imprigionava. Gli uomini quieti serravano a furia le porte. I soldati di Francia segregati erano presi; i rimanenti, non più di quattrocento fanti, male in arnese, la maggior parte malati o malaticci, a grave stento si ricoverarono nel castello, dove, per mancanza di vitto, era certamente impossibile che si potessero difendere lungo tempo. Arrivarono in questo punto i contadini, e, congiuntisi coi cittadini, aggiungevano furore a furore. Alcuni fra i più ricchi, o che temessero per sè o che volessero aiutare quel moto, mandavano sulla piazza botti di vino, pane e carni, ed altri mangiari in quantità. In mezzo a tanto tumulto i buoni non erano uditi, i tristi trionfavano: i villani ignoranti, forsennati, e non capaci di pesar con giusta lance le cose, non vedendo a comparire da parte alcuna soccorsi in favore degli avversarii, davansi in preda all'allegrezza, e concependo speranze smisurate, già facevano sicura nelle menti loro, non solo la liberazione di Milano, ma ancora quella della Lombardia e di tutta l'Italia. Arrivava a questi giorni in Pavia il generale franzese Haquin; nè così tosto ebbe messo il piede dentro le mura, che, minacciato nella persona, fu condotto per forza al palazzo del comune, dove già era una banda grossa di soldati franzesi, che disarmati ed incerti della vita e della morte, se ne stavano del tutto in balìa di quella gente furibonda. Fu Haquin nascostoda' municipali, che ogni sforzo facevano per sedare quel cieco impeto. Ma finalmente il popolo sfrenato entrava nel palazzo per forza, e, trovato Haquin, lo volevano ammazzare; i municipali, facendogli scudo de' corpi loro, il preservavano, benchè ferito di baionetta in mezzo alle spalle. Mentre alcuni si adoperavano per la salute del generale, altri si ingegnavano di salvar la vita de' Franzesi; nè riuscì vano il benigno intento loro. Bene fece poi Haquin ufficio di gratitudine a Buonaparte, che, ritornata Pavia a sua devozione, gli voleva far ammazzare come autori della ribellione, raccomandandogli e con istanti parole pregandolo perdonasse a uomini già vecchi, a uomini più abili a pregare il popolo concitato che a concitar il quieto.
Intanto si viveva con grandissimo spavento in Pavia non già perchè vi si temessero dai più i Franzesi, avendo la rabbia tolto il lume dell'intelletto, ma perchè tutti i buoni temevano che quella furia, per trovar pascolo, si voltasse improvvisamente a danno ed a sterminio della misera città. Così passarono le due notti dai 23 ai 25; ma già si avvicinava l'esito lagrimevole di una forsennata impresa, quando più la moltitudine, per la dedizione del presidio ricoverato in castello, si credeva sicura della vittoria. Era giunto il 25 maggio, quando udissi improvvisamente un rimbombar di cannoni, prima di lontano, poi più da presso; e via via più spesseggiando il romore, dava segno che qualche gran tempesta si avvicinasse dalle parti di Binasco.
Erasi già Buonaparte, lasciato Milano in guardia a' suoi, condotto a Lodi, con animo di perseguitare con la solita celerità il vinto Beaulieu, quando gli pervennero le novelle del tumulto di Binasco e di Pavia. Parendogli, siccom'era veramente, caso d'importanza, perchè questi incendii più presto si spandono che non si estinguono, tornossene subitamente indietro, conducendo con sè una squadra eletta di cavalli ed un battaglione digranatieri fortissimi. Giunto in Milano, considerato che forse le turbe sollevate avrebbero mostrato ostinazione uguale alla rabbia, o forse, volendo risparmiare il sangue, si deliberava a mandar a Pavia monsignor Visconti, arcivescovo di Milano, affinchè con l'autorità del suo grado e delle sue parole procurasse di ridurre a sanità quegli spiriti inveleniti. Intanto, applicando l'animo a far sicuro colla forza quello che le esortazioni non avrebbero per avventura potuto operare, rannodava soldati e li teneva pronti a marciare contro Pavia. Infatti già marciavano; già incontrati per via i Binaschesi, facilmente li rompevano, facendone una grande uccisione. Procedendo poscia contro Binasco, appiccato da diverse bande il fuoco, l'arsero tutto.
Erasi intanto l'arcivescovo condotto a Pavia, e, fattosi al balcone del municipale palazzo, orava istantemente alle genti che si erano affollate per ascoltarlo. Con grande ardore parlava, desiderosissimo di salvar la città; ma più poteva in chi lo ascoltava un feroce inganno che le persuasive parole. Gridarono non doversi dar orecchio all'arcivescovo, esser dedito ai Franzesi, esser giacobino; e così su questo andare con altre ingiurie offendevano la maestà del dabben prelato. Adunque non rimaneva più speranza alcuna alla desolata terra; le matte ed inferocite turbe, accortesi oggimai che lo sperare aiuti estranei era vano, e che i Franzesi giù stavano loro addosso, chiusero ed abbarrarono le porte, ed empierono tutto all'intorno le mura d'armi e di armati. Ma ecco arrivare a precipizio il vincitor Buonaparte ed atterrare a suon di cannoni le mal sicure porte. Fessi in sulle prime una tal qual difesa; ma superando fra breve le armi buone e le genti disciplinate, abbandonavano frettolosamente i difensori le mura, e ad una disordinata fuga si davano. Fuggirono per diverse uscite i contadini alla campagna; si nascondevano i cittadini per le case. Restava a vedersi quello che il vincitordisponesse; aspettava Pavia l'ultimo eccidio.
Entrava la cavalleria della repubblica, correva precipitosamente, trucidava quanti ne incontrava: cento sollevati in questo primo abbattimento perirono. Entrava per la milanese porta Buonaparte, e postovisi accanto con le artiglierie volte contro la contrada principale, traeva a furia dentro la città. Quivi fra il romore dei cannoni, fra le grida dei fuggenti e dei moribondi, fra il calpestio dei cavalli, fra lo strepito delle case diroccanti, tra il fremere dei soldati infiammatissimi alla ruina della terra, era uno spettacolo spaventevole e miserando; ma se periva chi andava per le vie, non era salvo chi si nascondeva per le case. Ordinava Buonaparte il sacco; dava Pavia in preda ai soldati.
Non ci fermeremo a narrare il tenore di questa tremenda esecuzione. Nel giorno 23, nella susseguente notte, nel dì 24, le soldatesche, avventate di natura ed irritate alla morte dei compagni, non si ristavano, e vi commisero opere non solo nefande in pace, ma ancora nefande in guerra. Erano in pericolo le masserizie, erano le persone; e le persone quanto più dilicate ed intemerate, tanto più appetite ed oltraggiate dagli sfrenati saccheggiatori. Tal era l'universale dei soldati; ma non sono da dimenticare i pietosi ufficii fatti da molti soldati franzesi in mezzo alla confusione sì fiera e sì orribile. Non pochi furono visti che, abborrendo dalla licenza data da Buonaparte, serbarono le mani immuni dall'avaro saccheggiare, altri, più oltre procedendo, fecero scudo delle persone loro ai miserandi uomini ed alle miserande donne, chiamati a preda od a vituperio dai compagni loro; sì che sorsero risse sanguinose fra gli uni e gli altri in sì strana contesa, pietosa ad un tempo e scellerata. Quali si affaticavano per rinsensare le donne svenute, e riconfortarle; quali anche, vinti dalla compassione, tornavano indietro a far la restituzionedelle rapite suppellettili. Nè si dee passare sotto silenzio che se si fece ingiuria alle robe ed alla continenza, non si pose però mano al sangue. Parte anche essenziale di questo fatto fu l'immunità data alle case dell'università, che pur avevano molti capi di pregio anche per soldati. Questo benigno riguardo si ebbe per comandamento dei capi. Più mirabile fu ancora la temperanza de' capitani subalterni, ed anche dei gregarii medesimi, che portando rispetto al nome di Spallanzani e di altri professori di grido, si astennero, o pregati leggiermente od anche non pregati, dal por mano nelle robe loro. Tanto è potente il nome di scienza e di virtù anche negli uomini dati all'armi ed al sangue.
Finalmente il mezzodì del giorno 26, siccome era stato ordinato da Buonaparte, pose fine al sacco. Contento il vincitore a quel che aveva fatto, non incrudelì di soverchio contro i presi colle armi in mano ancora grondanti di sangue franzese: uno solo fu fatto passare per l'armi in sul primo fervore in Pavia; poi altri tre, che, portati all'ospedale, già vi stavano, per le ferite avute, col mal di morte. Calaronsi dai campanili le campane, disarmaronsi le popolazioni, ordinossi che la prima terra che strepitasse, sacco, ferro e fuoco avrebbe.
Buonaparte, passato il moto di Pavia, che aveva interrotto i suoi pensieri, s'indirizzava di nuovo a colorire gli ultimi suoi disegni sulla riva sinistra del Mincio, per guisa che, essendo padrone dei ponti di Rivalta, di Goito e di Borghetto, aveva facilmente accesso sulla destra. Ora si avvicinavano gli estremi tempi della repubblica veneziana. La tempesta di guerra, stata finora lontana da' suoi territorii, doveva tra breve scagliarvisi, e due nemici adiratissimi l'uno contro l'altro erano pronti a combattervi battaglie, che ogni cosa presagiva aver a riuscir ostinate e micidiali. Vedeva il senato che la terra ferma, quieta allora da ogni perturbazione, sarebbe presto divenutasedia di guerra, perchè sapeva che i Franzesi si erano risoluti d'andar ad assalire il loro nemico dovunque il trovassero, e che ambe le parti avendo a combattere fra di loro, avrebbero l'una e l'altra per primo pensiero di procacciarsi i proprii vantaggi anche a pregiudizio della neutralità veneziana.
Non avevano pretermesso i pubblici rappresentanti di Brescia e di Bergamo d'informare diligentemente il governo di quanto accadeva sui confini, e del pericolo che ogni giorno si faceva più grave; ma le instanze loro restarono senza frutto, perchè ed il tempo mancava ed i partigiani della neutralità disarmata tuttavia prevalevano nelle consulte della repubblica. Ma stringendo ora il tempo, e desiderando il senato che in un caso di tanta, anzi di totale importanza le cose di terraferma fossero rette con unità di consigli, aveva tratto a provveditor generale in essa Nicolò Foscarini, stato ambasciadore a Costantinopoli, uomo amatore della sua patria e di sana mente, ma di poco animo, e certamente non atto a sostenere tanto peso; del che diè tosto segno, perchè nell'ingresso medesimo della sua carica già si mostrava pieno di spaventi e di pensieri sinistri. Diessi, come moderatore a Foscarini, il conte Rocco Sanfermo, con quale prudenza non si vede, perchè Sanfermo parteggiava piuttosto pei Franzesi, ed era in cattivo concetto presso i Tedeschi per essere stata la sua casa in Basilea il ritrovo comune dei ministri di Prussia, di Spagna e di Francia, quando negoziavano fra di loro la pace. Avuto così grave mandato, se ne veniva il provveditor generale a fermar le sue stanze in Verona vicina ai luoghi dove aveva primieramente a scoppiare quel nembo di guerra. L'accoglievano i Veronesi molto volentieri, e gli fecero allegrezze, considerando che la sua presenza avesse pure ad operar qualche frutto a salute loro. Ma non conoscevano i tempi; il senato medesimo non li conosceva; perchè l'operare in tanta sfrenatezza diprincipii politici, ed in un affare in cui dalle due parti vi andava tutta la fortuna dello Stato, che si sarebbe portato rispetto al retto ed all'onesto, e che un magistrato privo d'armi potesse fare alcun frutto, era fondamento del tutto vano.
Ripigliando ora il filo delle imprese di Buonaparte, era suo pensiero, per rompere le difese del Mincio, di dar sospetto a Beaulieu ch'egli volesse, correndo per la sponda occidentale del lago di Garda, occupare Riva, e quindi gettarsi a Roveredo, terra posta sulla strada che dall'Italia porta al Tirolo. Perlochè, passato l'Olio ed il Mela, poneva gli alloggiamenti in Brescia, donde ad arte faceva correre le sue genti più leggieri verso Desenzano; anzi, procedendo più oltre, mandava una grossa banda, condotta da Rusca, fino a Salò, terra a mezzo lago sulla sua destra sponda. Per nutrire vieppiù nel nemico la falsa credenza che sua sola intenzione fosse di sprolungarsi sulla sinistra per correre verso le parti superiori del lago col fine suddetto di mozzar la strada agli Austriaci per al Tirolo, aveva tirato sul centro e sulla destra le sue genti indietro per guisa che, invece di star minacciose sulla destra del Mincio, si erano fermate alcune miglia lontano dal fiume nelle terre di Montechiaro, Solfarino, Gafoldo e Mariana, e le teneva quiete negli alloggiamenti loro.
Era Brescia possessione dei Veneziani. Però volendo Buonaparte giustificare questo atto del tutto ostile verso la repubblica, perchè gli Austriaci avevano passato pei territorii veneti, ma non occupato le terre grosse e murate, mandava fuori da Brescia, il dì 29 maggio, un bando, promettitore, secondo il solito, di quello che non aveva in animo di attenere; tra le altre cose dicendo: passare i Franzesi per le terre della veneziana repubblica, ma non essere per dimenticare l'antica amicizia da cui erano le due repubbliche congiunte; non dovere il popolo avere timore alcuno; rispetterebbesi la religione, il governo, i costumi, le proprietà;pagherebbesi in contanti quanto fosse richiesto; pregare i magistrati ed i preti informassero di questi suoi sentimenti i popoli, affinchè una confidenza reciproca confermasse quell'amicizia che da sì lungo tempo aveva congiunto due nazioni fedeli nell'onore, fedeli nella vittoria.
Come Beaulieu ebbe avviso avere i repubblicani occupato Brescia, pose presidio in Peschiera, fortezza veneziana situata all'origine dell'emissario del lago di Garda; poichè temeva che Buonaparte non portasse più rispetto a Peschiera che a Brescia, ed era la prima, se fosse stata bene munita, principale difesa del passo del Mincio. Bene aveva il colonnello Carrera, comandante, rappresentato al provveditor generale la condizione della piazza, domandato soldati, armi e munizioni, avvertito il pericolo dell'indifesa fortezza in tanta vicinanza di soldati nemici. Ma Foscarini, che aveva più paura del difendersi che del non difendersi, aveva trasandato le domande del comandante. La quale eccessiva continenza gli fu poi acerbamente rimproverata da Buonaparte, il quale affermava che se il provveditor generale avesse mandato solamente due mila soldati da Verona a Peschiera, sarebbe stata la piazza preservata.
Occupatasi Peschiera dagli Alemanni, vi fecero a molta fretta quelle fortificazioni che per la brevità del tempo poterono. Intanto Buonaparte, sicuro di aver ingannato il nemico, si apparecchiava a mettere ad esecuzione il suo disegno, ch'era di sforzare il passo del Mincio a Borghetto. Non era stato il generale austriaco senza sospetto di ciò, quantunque, per le dimostrazioni del suo avversario, avesse ritirato parte dello sue genti ai luoghi superiori. Però aveva munito il ponte con le opportune difese, avendo ordinato che quattro mila soldati eletti si trincerassero sulla destra alla bocca del ponte, e che sulla sponda medesima diciotto centinaia di cavalli stessero pronti a spazzare all'intorno la campagna ed a calpestare chi s'accostasse. Il resto delle genti alloggiavasulla sinistra accosto al ponte per accorrere in aiuto della vanguardia, ove pericolasse. Muovevansi improvvisamente, la mattina del 29 maggio, i repubblicani da Castiglione, Capriana, Volta, e s'indirizzavano al ponte di Borghetto. Successe una battaglia forte, perchè gli Austriaci, già tante volte vinti, non si erano perduti d'animo, anzi, valorosamente combattendo, sostenevano l'impeto dei Franzesi. Restavano superiori sulla prima giunta, perchè, non essendo ancora arrivate tutte le genti di Francia, la vanguardia, che prima aveva ingaggiato la battaglia, cominciava a crollare e ritirarsi. Ma sopraggiungendo squadroni freschi, massimamente cavalli ed artiglierie, furono gli Austriaci risospinti, nè, potendo più resistere alla moltitudine che gli assaltava virilmente da tutte le parti, abbandonata del tutto la destra del fiume, si ricoveraron sulla sinistra, guastato un arco del ponte, perchè il nemico non li potesse seguitare. Ma erano le battaglie dei Franzesi di quei tempi più che d'uomini. Ed ecco veramente che il generale Gardanne, postosi a guida d'una mano di soldati coraggiosissimi, si metteva in fiume, non curando nè la profondità di esso, perciocchè l'acqua gli arrivava infino a mezzo petto, nè la tempesta delle palle che dall'opposta riva si scagliavano: già varcava ed alla sinistra sponda si avvicinava. A tanta audacia, il timore occupava gli Austriaci; si ricordarono del fatto di Lodi, rallentarono le difese, e fu fatto abilità ai repubblicani non solo di passare a guado, ma ancora di racconciare il ponte. La qual cosa diede la vittoria compiuta ai Franzesi; e, come l'ebbero, così l'usarono; perchè, avendo passato, si davano a perseguitar l'inimico, sì per romperlo intieramente e sì per impedire, se possibil fosse, che gittasse un presidio dentro Mantova, fortezza di tanta importanza. Ma Buonaparte, che sapeva bene e compiutamente far le cose sue, per tagliar la strada al nemico verso il Tirolo, aveva celeremente spedito Augereau controPeschiera, comandandogli che s'impadronisse a qualunque costo della fortezza, e corresse a Caslelnuovo ed a Verona. Così, impossibilitati a ricoverarsi in Mantova ed a ritirarsi in Tirolo, gl'imperiali sarebbero stati in gravissimo pericolo. Beaulieu, che aveva pe' suoi corridori avuto avviso dell'intenzione del nemico, conoscendo che, poichè i repubblicani avevano passato il Mincio, non poteva più avere speranza di resistere, aveva del tutto applicato l'animo al ritirarsi ai passi forti del Tirolo; nè per lui si poteva indugiare, perchè il tempo stringeva. Laonde, introdotto in Mantova un presidio di dodici mila soldati con molte munizioni sì da bocca che da guerra, s'incamminava con presti passi alla volta di Verona. Gli convenne ancor fare, per dar tempo a' suoi di raccorsi, una testa grossa e sostenere una stretta battaglia tra Villeggio e Villafranca, sulla sponda di un canale largo e profondo che congiunge le acque del Mincio con quelle del Tartaro. Infatti, mentre si combatteva a riva del canale, Beaulieu faceva spacciare prestamente Peschiera e Castelnuovo, e, per tal modo, raccolto in uno tutto l'esercito, si difilava velocemente, avendo la notte interrotto la battaglia del canale, verso l'Adige: quindi, passato questo fiume a Verona, guadagnava i luoghi sicuri del Tirolo. Augereau trionfante e minaccioso entrava nell'abbandonata Peschiera.
Questa fu la conclusione della guerra fatta da Beaulieu in Italia, da cui si rende manifesto, che se le armi franzesi di tanto riuscirono superiori alle sue, debbesi, non a mancanza di valore ne' soldati dell'imperatore attribuire, ma bensì all'arte ed all'astuzia militare, per cui il giovine generale di Francia di sì gran lunga superò il vecchio generale d'Alemagna.
S'incominciavano intanto a manifestare i maligni segni di quel veleno che il direttorio e Buonaparte nutriano contro la repubblica di Venezia, meno forse per odio che per utile: il che per altro èpiù odioso. Due erano i principali fini a cui si tendeva: il primo che l'esercito acquistasse per sè tutti i mezzi di perseguitar l'inimico e d'impedire il suo ritorno; era il secondo di turbare lo stato quieto della repubblica veneziana, perchè pel presente si aprissero le occasioni di vivervi a discrezione, e per l'avvenire sorgessero pretesti di disporne a lor grado. All'uno e all'altro fine conduceva acconciamente l'occupazione di Verona, perchè il suo sito, dove sono tre ponti, è padrone del passo dell'Adige, ed è, a chi scende dall'Alpi Rezie, principale impedimento a superarsi. Da un'altra parte l'acquisto di una piazza tanto principale non poteva farsi da' Franzesi senza un grande sollevamento d'animi in quelle provincie.
Adunque al fine d'impossessarsi di Verona indrizzò Buonaparte, dopo la vittoria di Borghetto e la presa di Peschiera, i suoi pensieri; e però incominciò a levare un rumore grandissimo e ad imperversare, sclamando che Venezia, per aver dato ricovero nei suoi Stati al conte di Lilla, si era scoperta nemica alla Francia, e che l'aver lasciato occupare Peschiera dagl'imperiali dimostrava la parzialità del governo veneziano verso di loro. E così, tempestando e moltiplicando ognora più nello sdegno e nelle minacce, affermava volersene vendicare. Di tratto in tratto prorompeva anzi con dire che non sapeva quello che il tenesse che non ardesse da capo in fondo Verona, città, soggiungeva, tanto temeraria che si era creduta capitale dell'impero franzese. Nel che intemperantemente ed assurdamente alludeva al soggiorno fattovi dal già detto conte di Lilla, pretendente alla corona di Francia; soggiorno pel quale soltanto credettero i Veronesi aver fatto opera pia, dando dentro le loro mura ricovero ad un principe perseguitato ed infelice.
Quanto al fatto di Peschiera, dal già detto intorno al suo stato non difendevole, si vede se potessero i Veneziani in un caso tanto improvviso impedire che iTedeschi vi entrassero. Bene sapeva egli cosa vi fosse in fondo di tutto questo, stantechè scriveva al direttorio, il dì 7 giugno, che Beaulieu aveva vituperosamente ingannato i Veneziani, avendo solamente domandato il passo per cinquanta soldati, e che con questo pretesto si era impadronito della terra. Ma queste querele faceva in primo luogo per accennare, come abbiamo detto, a Verona, nella quale, per esser munita di tre fortezze ed assicurata da una grossa banda di Schiavoni, non poteva entrar di queto senza il consenso de' Veneziani; in secondo luogo per fare dar denaro a Venezia, conciossiachè scriveva egli al direttorio il dì suddetto in proposito di questo medesimo fatto di Peschiera, a bella posta avere aperto questa rottura, perchè, se volessero cavar cinque a sei milioni da Venezia, sì il potessero fare.
Gl'imperversamenti e le minacce di Buonaparte pervennero alle orecchie del provveditor generale Foscarini, che le udì con grandissimo terrore. E però, per dare al generale repubblicano le convenienti giustificazioni che dalla sua bocca propria e non da quella di altrui voleva udire, si mise in viaggio col segretario Sanfermo per andarlo a visitare a Peschiera. Giunto al cospetto del giovane vincitore, e ristrettosi con esso lui e con Berthier, protestava ed asseverava, avere sempre la repubblica veneta ed in ogni accidente seguitato i principii della più illibata neutralità. Rispondeva minacciosamente Buonaparte, il quale non voleva esser convinto, ma bensì intimorire, che male aveva corrisposto Venezia all'amicizia della Francia, che i fatti erano diversi assai dalle parole, che per tradimento avevano i Veneziani lasciato occupar da' Tedeschi Peschiera, il che era stato cagione che egli avesse perduto mille e cinquecento soldati, il cui sangue chiamava vendetta; che la neutralità voleva che si resistesse agli Austriaci; che se i Veneziani non bastassero, sarebbe egli accorso; che doveva la repubblica con le sue galere vietarloro il passo pel mare e pei fiumi; che in somma erano i Veneziani amici stretti degli Austriaci. Quindi, trascorrendo dalle minacce alla barbarie, rimproverava con asprissime parole ai Veneziani l'aver dato asilo negli Stati loro ai fuorusciti franzesi ed al conte di Lilla, nemico principale della repubblica di Francia; procedendo finalmente dalla crudeltà alle menzogne, sclamava che prima del suo partire aveva avuto comandamento dal direttorio di abbruciar Verona, e che l'abbrucierebbe; che già contro di lei marciava con cannoni e mortai Massena; che già forse le artiglierie di Francia la fulminavano, e che già forse ardeva; che tal era il castigo che i repubblicani davano pel ricoverato conte di Lilla; che aspettava fra sette giorni risposta da Parigi per dichiarar la guerra formalmente al senato; che Peschiera era sua, perchè conquistata contro gli Austriaci; che di tutte queste cose aveva informato il ministro di Francia in Venezia, quantunque, aggiungeva, queste comunicazioni diplomatiche tenesse in poco conto, acciocchè il senato ne ragguagliasse.
Spaventato in tal modo l'animo del provveditore, stette Buonaparte un poco sopra di sè; poscia, come se alquanto si fosse mitigato, soggiunse che della guerra e di Peschiera aspetterebbe nuovi comandamenti dal direttorio; sospenderebbe per un giorno il corso a Massena, ma il seguente si appresenterebbe alle mura di Verona; che se quietamente vi fosse accettato e lasciato occupar i posti da' suoi soldati, manterrebbe salva la città ed avrebbero i Veneziani la custodia delle porte; i magistrati il governo dello Stato; ma che se gli fosse contrastato l'ingresso, sarebbe Verona inesorabilmente arsa e distrutta.
Queste arti usava Buonaparte, il dì 31 maggio, per ottenere pacificamente il possesso di Verona; dal che si vede qual fede prestar si debba al suo manifesto dato da Brescia il dì 29 del mese medesimo,e quale fosse la sincerità delle sue promesse.
Da queste insidie e da queste minacce si rendeva chiaro quali dovessero essere le deliberazioni del provveditor veneziano; posciachè, prescindendo anche dagli oltraggi, quel dire di voler arder sul fatto una città nobilissima del veneziano territorio, quell'affermare che fra sette giorni poteva venir caso ch'ei dichiarasse formalmente la guerra a Venezia, della verità o falsità della quale affermazione non poteva a niun modo il provveditore giudicare, non solo rendevano giusta, ma ancora necessaria una subita presa d'armi dal canto de' Veneziani. Quello era il momento fatale della veneziana repubblica, quello il momento fatale d'Italia e del mondo; e se Foscarini avesse avuto l'animo e la virtù di Piero Capponi, non piangerebbe Venezia il suo perduto dominio, non piangerebbe Italia il principale suo ornamento, non piangerebbe il mondo tante vite infelicemente spente per fondare il dispotismo di un capitano.
Ma Nicolò Foscarini, invece di gridar campane, come Pietro Capponi, corse, pieno di paura, a Verona, e diede opera che gli Schiavoni, nei quali consisteva la principal difesa, l'abbandonassero, e che così i magistrati come i cittadini ricevessero pacificamente i soldati di Buonaparte.
Come prima si sparse in Verona che i Franzesi vi sarebbero entrati per alloggiarvi, vi nacque nelle persone di ogni condizione e grado uno spavento tale che pareva che la città avesse ad andare a rovina. Più temevano i nobili che i popolani, perchè sapevano che i repubblicani li perseguitavano. Il popolo, raccolto in gran moltitudine sulle piazze e per le contrade, pieno di afflizione e di terrore, accusava la debolezza di Foscarini e le perdute sorti della repubblica. Lo stare pareva loro pericoloso, l'andarsene misero. Pure il pericolo presente prevaleva, e la maggior parte fuggivano. Fu veduta in un subito la strada da Verona a Veneziaimpedita da lungo ingombro di carrozze, di carri e di carrette che le atterrite famiglie trasportavano con quelle suppellettili che in tanta affoltata avevano a molta fretta potuto raccorre. Nè minor confusione era sull'Adige fiume; perchè insistevano i fuggiaschi occupati nel caricare sulle navi a tutta pressa le masserizie più preziose dei ricchi, e gli arnesi più necessarii dei poveri: navigavano intanto a seconda per andar a cercare in lidi più bassi, od oltre le acque del mare, terre non ancora percosse dalla furia della guerra.
Entrarono il dì primo giugno i Franzesi in Verona. Quivi Buonaparte lodava l'aspetto nobile della città, i magnifici palazzi, le spaziose piazze, i templi, le pitture, insomma ogni cosa, e più di tutto l'arena, opera veramente mirabile dei Romani antichi. Si rendevano anche padroni di Legnago e della Chiusa. A Verona non solo occuparono i ponti, ma ancora le porte e le fortificazioni. Nè così soltanto mancavasi al convenuto; ma contro alle promissioni fatte nel manifesto di Brescia, di voler pagare in contanti tutto che si richiedesse in servigio dei soldati, si facevano, nelle campagne testè felici del Bergamasco, del Bresciano, del Cremasco e del Veronese, tolte incredibili che, non che si pagassero, non si registravano; seguivano mali tratti e scherni ancor peggiori; nè le cose rapite bastavano od erano d'alcun frutto, perchè si dissipavano con quella prestezza medesima con cui si rapivano. Quindi era desolato il paese, nè abbondante l'esercito, nè mai si fece un dissipare di quanto all'umana generazione è necessario così grave e così stolto come in questa terribil guerra si fece. I popoli intanto, vessati in molte forme, e cadendo da una tanta agiatezza in improvvisa miseria, entravano in grandissimo sdegno e si preparavano le occasioni a futuri mali ancor più gravi.
A questo tempo si udirono le novelle della dedizione del castello di Milano; il comandante austriaco Lamy, perduta perle vittorie di Buonaparte ogni speranza di soccorso, si arrese a patti il dì 29 giugno, salve le robe e le persone, eccettuati solo i fuorusciti franzesi, che dovevano essere consegnati ai repubblicani. Fu questo acquisto di grande importanza ai Franzesi, perchè era il castello come un freno ai Milanesi, e molto assicurava le spalle ai repubblicani.
La ruina sotto dolci parole si propagava in altre parti d'Italia; perchè, trovandosi Buonaparte, per le vittorie di Lodi e di Borghetto, e così per la ritirata di Beaulieu alle fauci del Tirolo, sicuro alle spalle e sul sinistro fianco, voltò l'animo ad allargarsi sul destro, chè quivi ricche e fertili terre l'allettavano. Restavano, oltre a ciò, a domarsi il papa ed il re di Napoli e ad espilare il porto di Livorno. Per la qual cosa, spingendo avanti le sue genti, dopo l'occupazione di Modena, s'incamminava alla volta di Bologna, città forte più d'ogni altra d'Italia, piena d'uomini forti e generosi, e che, conoscendo bene la libertà, non la misurava nè dalla licenza nè dal servaggio forastiero.
Aveva il senato di Bologna anticonosciuto che per la vittoria di Lodi diveniva il generale franzese signore di tutta la Lombardia. Però, desiderando di preservare il Bolognese dalle calamità che accompagnano la guerra, aveva a molta fretta, dopo di aver creata un'arrota d'uomini eletti con autorità straordinaria, mandato a Milano i senatori Caprara e Malvasia coll'avvocato Pistorini, acciò, veduto il generalissimo, il pregassero d'aver per raccomandata la patria loro. Al tempo medesimo il sommo pontefice, spaventato dall'aspetto delle cose, siccome quegli che nell'approssimarsi dei repubblicani vedeva non solo la ruina del suo Stato temporale, ma ancora novità perniciose alla religione, specialmente se come nemici allo Stato pontificio si accostassero, aveva commesso al cavaliere Azara, ministro di Spagna a Roma, che già era intervenutoalla composizione con Parma, andasse a Milano e procacciasse di trovar modo d'accordo con quel capitano terribile della repubblica di Francia. Era Azara molto benignamente trattato da Buonaparte, e perciò personaggio atto a far quello che dal pontefice gli era raccomandato. Furono dal generale umanamente uditi i senatori di Bologna: parlaronsi nei colloqui segreti di molti gravi discorsi, il fine dei quali tendeva a slegare i Bolognesi dalla superiorità pontificia, a restituire quel popolo alla sua libertà statuita, già com'è noto da ognuno, fin dai tempi della lega lombarda, e ad impetrare che i soldati repubblicani, passando pel Bolognese, vi si comportassero modestamente. Questi erano suoni molto graditi ai popoli di quel territorio: Buonaparte, che sel sapeva, promise ogni cosa e più di quanto i deputati avevano domandato; sì che partironsi molto bene edificati di lui, e se ne tornarono a Bologna. Intanto le sue genti marciarono. Comparivano il 18 giugno in bella mostra e con aria molto militare poco distante da Bologna dalla parte di Crevalcuore. Nel giorno medesimo una banda di cavalli condotta da Verdier entrava, come antiguardo, in Bologna, e, schieratasi avanti il palazzo pubblico, faceva sembiante d'uomini amici e liberali. Il cardinal Vincenti legato, non prevedendo che fosse giunta al fine in quella legazione l'autorità di Roma, avvisava il pubblico dell'arrivo dei Franzesi e della buona volontà mostrata dai capi. Esortava che attendesse quietamente ai negozii; comandava che rispettassero i soldati; minacciava pene gravi, anche la morte, secondo i casi, a chi con parole o con fatti gli offendesse. Entrava poi il seguente giorno la retroguardia; arrivavano alla notte Saliceti e Buonaparte.
Era Bologna stata spogliata del dominio di Castelbolognese, terra grossa situata oltre Imola, e fondata anticamente dai Bolognesi desiderosissimi di ricuperare quell'antica colonia; nè alla ricongiunzioneripugnavano i castellani medesimi. Buonaparte, informato dai deputati di questi umori, come prima arrivava a Bologna, restituiva il possesso di Castelbolognese, ed aboliva ogni autorità del papa, reintegrando i Bolognesi nei loro antichi diritti di popolo libero ed indipendente. Nè ponendo tempo in mezzo, comandava al cardinal Vincenti legato se ne partisse immantinente da Bologna. Indi, chiamato a sè il senato, a cui era devoluta l'autorità sovrana, gli significava che, essendo informato delle antiche prerogative e privilegii della città e della provincia, quando vennero in potere dei pontefici, e come erano stati violati e lesi, voleva che Bologna fosse reintegrata della sostanza del suo antico governo. Ordinava pertanto che l'autorità sovrana al senato intiera e piena ritornasse; darebbe poi a Bologna, dopo più matura deliberazione, quella forma di reggimento che più al popolo piacesse, e più all'antica si rassomigliasse: prestasse intanto il senato in cospetto di lui giuramento di fedeltà alla repubblica di Francia, ed in nome e sotto la dipendenza di lei la sua autorità esercesse: i deputati dei comuni e dei corpi civili il medesimo giuramento in cospetto del senato giurassero.
Preparata adunque con grande sontuosità la sala Farnese, e salito sur un particolare seggio, riceveva Buonaparte il giuramento de' senatori; quindi si accostarono a prestarlo, presente sempre il generale di Francia, i magistrati sì civili che ecclesiastici: il che fece in tutta Bologna una gran festa, grata al popolo, perchè nuova e con qualche speranza, grata al senato, perchè da servo si persuadeva d'esser divenuto padrone, non badando che se era grave la servitù verso il papa, sarebbe stata gravissima verso i nuovi signori.
Diessi principio al nuovo stato, secondo il solito, a suon di denaro. Pose Buonaparte gravissime contribuzioni di guerra. Si querelavano i popoli, pure sene acquetavano, perchè sapevano che bisogna bene che i soldati vivano del paese che hanno; solo si sdegnavano dello scialacquo, nè potevano tollerare di dar materia ai depredatori, chè i soldati e gl'Italiani ugualmente rubavano. Poco stante successe, come a Milano, un fatto enorme, che dimostrò vieppiù qual fosse il rispetto che si portava alle proprietà. Imperciocchè, poste violentemente le mani nel monte di pietà, lo espilavano per far provvisione, come affermavano, allo esercito. Solo restituirono i pegni che non eccedevano la somma di lire ducento. Ma, temendo gli autori di tanto scandalo lo sdegno di un popolo generoso, quantunque attorniati da tante schiere vittoriose, avevano per previsione ordinato che si togliessero l'armi ai cittadini.
I repubblicani, procedendo più oltre, s'impadronivano di Ferrara, fatto prima venir a Bologna, sotto specie di negoziare sulle faccende comuni, il cardinale Pignatelli legato, e quivi trattenutolo come ostaggio, finchè fosse tornato da Roma sano e salvo il marchese Angelelli ambasciadore di Bologna. Creato dà vincitori a Ferrara un municipio d'uomini geniali, vi posero una contribuzione di un mezzo milione di scudi romani in contanti e di trecento mila in generi. Queste angherie sopportavano pazientemente e per forza Bologna e Ferrara; ma non le potè tollerare Lugo, grosso borgo, posto in poca distanza da Imola; perchè, concitati gli abitatori a gravissimo sdegno contro i conquistatori, si sollevarono gridando guerra contro i Franzesi. Concorsero nel medesimo moto coi Lughesi altre terre circonvicine, e fecero una massa di popolo molto concitata e risoluta al combattere. Augereau, come ebbe avviso del tumulto, mandava contro Lugo una grossa squadra di cavalli e di fanti. Comandava intanto pubblicamente avessero i Lughesi a deporre l'armi e ad arrendersi fra tre ore, e chi nol facesse fosse ucciso. Aveva in questo mezzo il baroneCappelletti, ministro di Spagna, interposta sua mediazione; ma fu sdegnosamente rifiutata da que' popoli più confidenti di quanto fosse il dovere in armi tumultuarie ed inesperte. Per la qual cosa, dovendosi venire per la ostinazione loro al cimento dell'armi, i Franzesi si avvicinavano a Lugo partiti in due bande, delle quali una doveva far impeto dalla parte d'Imola, l'altra dalla parte d'Argenta. La vanguardia, che marciava con troppa sicurezza, diede in un'imboscata, in cui restarono morti alcuni soldati. Nonostante, volendo il capitano franzese lasciar l'adito aperto al ravvedimento, mandava un uffiziale a Lugo per trattare della concordia. Fu dai Lughesi rifiutata la proposta; narra anzi Buonaparte che i sollevati, fatto prima segno all'uffiziale che si accostasse, lo ammazzarono, con enorme violazione de' messaggi di pace. Si attaccò allora una battaglia molto fiera tra i Franzesi ed i sollevati. La sostennero per tre ore continue ambe le parti con molto valore. Finalmente i Lughesi, rotti e dispersi, furono tagliati a pezzi, con morte d'un migliaio di loro, avendo anche perduto la vita in questa fazione ducento Franzesi. Fu quindi Lugo dato al sacco; condotte in salvo dal vincitore le donne ed i fanciulli, ogni cosa fu posta a sangue ed a ruba. Fu Lugo desolato. Furono terribili le pene date dai repubblicani ai sollevati, ma non furono più moderate le minacce che seguitarono. Comandava Augereau che tutti i comuni si disarmassero e le armi a Ferrara si portassero; chi non le deponesse fra ventiquattr'ore fosse ucciso; ogni città o villaggio dove restasse ucciso un Franzese fosse arso; chi tirasse un colpo di fucile contro un Franzese fosse ucciso, e la sua casa arsa; un villaggio che si armasse, fosse arso; chi facesse adunanze di gente armata o disarmata fosse ucciso.
Al tempo medesimo sorgeva un grave tumulto ne' feudi imperiali prossimi al Genovesato, principalmente in Arquata, con morte di molti Franzesi. Vi mandavaBuonaparte, a cui questo moto dava più travaglio che il rivolgimento di Lugo, perchè lo molestava alle spalle, il generale Lannes con un buon nerbo di soldati, acciocchè lo quietasse. Conseguì Lannes facilmente l'intento tra per la paura delle minacce e pel terrore de' supplizii.
Le vittorie de' repubblicani, i progressi loro verso la bassa Italia, l'occupazione di Bologna e di Ferrara avevano messo in grandissimo spavento Roma. Ognuno vedeva che resistere era impossibile, e l'accordare pareva contrario non solo allo Stato, ma ancora alla religione. Tanto poi maggior terrore si era concetto, quanto più non si poteva prevedere quale avesse ad essere la gravità delle condizioni che un vincitore acerbo per sè, acerbissimo pel contrasto fattogli, avrebbe dal pontefice richiesto.
Intanto Pio VI, che in mezzo al terrore de' suoi consiglieri e del popolo serbava tuttavia la solita costanza, avea commesso al cavaliere Azara ed al marchese Gnudi andassero a rappresentarsi a Buonaparte e procurassero di trovare qualche termine di buona composizione, avendo loro dato autorità amplissima di negoziare e di concludere. Buonaparte, in nome e per far cosa grata al re di Spagna, che per mezzo del suo ministro si era fatto intercessore alla pace, in realtà perchè non gli era nascosto che l'imperadore, finchè teneva Mantova, non avrebbe omesso di mandar nuove genti alla ricuperazione de' suoi Stati in Italia, e che però sarebbe stato a lui pericoloso l'allargarsi troppo verso l'Italia inferiore, acconsentì, ma con durissime condizioni, a frenar l'impeto delle sue armi contro lo Stato pontificio. Laonde concludeva il dì 23 giugno una tregua coi due plenipotenziarii del papa, in cui fu stipulato che il generalissimo di Francia e i due commissarii del direttorio Garreau e Saliceti, per quell'ossequio che il governo franzese aveva verso sua maestà il re di Spagna, concedevano a sua santità una tregua da durare infino a cinquegiorni dopo la conclusione del trattato di pace che si negozierebbe in Parigi fra i due Stati; mandasse il papa, più presto il meglio, un plenipotenziario a Parigi al fine della pace, e perchè escusasse, a nome del pontefice, gli oltraggi e i danni fatti a' Franzesi negli Stati della Chiesa, specialmente la morte di Basseville, e desse i debiti compensi alla famiglia di lui; tutti i carcerati a cagione di opinioni politiche si liberassero; i porti del papa a tutti i nemici della repubblica si chiudessero, ai Franzesi si aprissero; l'esercito di Francia continuasse in possessione delle legazioni di Bologna e Ferrara, sgombrasse quella di Faenza; la cittadella d'Ancona con tutte le artiglierie, munizioni e vettovaglie si consegnasse a' Franzesi; la città continuasse ad esser retta dal papa; desse il papa alla repubblica cento quadri, busti, vasi, statue, ad elezione de' commissarii che sarebbero mandati a Roma; specialmente i busti di Giunio Bruto in bronzo, di Marco Bruto in marmo si dessero; oltre a questo, cinquecento manoscritti, ad elezione pure de' commissarii medesimi, cedessero in podestà della repubblica; pagasse il papa ventun milioni di lire tornesi, de' quali quindici milioni e cinque cento mila in oro od argento coniato o vergato, e cinque milioni e cinque cento mila in mercatanzie, derrate, cavalli e buoi; i ventuno milioni suddetti non fossero parte delle contribuzioni da pagarsi dalle tre legazioni; il papa desse il passo ai Franzesi ogni qual volta che ne fosse richiesto: i viveri di buon accordo si pagassero.
Questi furono gli articoli patenti del trattato di tregua concluso tra Pio VI ed i capi dei repubblicani in Italia. Quantunque fossero molto gravi, parve nondimeno un gran fatto che si fosse potuto distornar da Roma un sì imminente pericolo: fecersi preci pubbliche per la conservata città. Intanto non lieve difficoltà si incontrava per mandar ad effetto il capitolo delle contribuzioni. Non potendol'erario già tanto consumato dalla guerra, sopperire, faceva il papa richiesta degli ori e degli argenti sì delle chiese come dei particolari, e quanto si potè raccorre a questo modo, e di più il denaro effettivo che infino dai tempi di papa Sisto V si trovava depositato in Castel Santangelo, fu dato per riscatto in mano dei vincitori. S'aggiunse che il re di Napoli, vedendo avvicinarsi quel nembo a' suoi Stati, aveva ritirato sette mila scudi di camera che erano depositati nel tesoro pontificio, come rapresentanti il tributo della chinea, e che la camera apostolica non aveva voluto incassare, perchè il re aveva indugiato a presentare al tempo debito la chinea. Una così grossa raccolta di denaro coniato produsse un pessimo effetto a pregiudizio della camera apostolica e dei privati, il quale, fu che le cedole, che già molto scapitavano, perdettero viemmaggiormente di riputazione. Così solamente ad un primo romore di guerra e sul bel principio d'una speranza di pace, le cose pubbliche tanto precipitarono in Roma, che già vi si provavano gli estremi d'una guerra lunga e disastrosa.
La presenza dei Franzesi negli Stati pontificii aveva bensì atterrito i sudditi, ma non gli aveva fatti posare, e si temevano ad ogni tratto nuove turbazioni. Per la qual cosa il papa, esortato dal generale repubblicano, e mosso anche dall'interesse dei popoli, raccomandava con pubblico manifesto e comandava ai sudditi, trattassero con tutta benignità i Franzesi, come richiedevano i precetti della religione, le leggi delle nazioni, gl'interessi dei popoli e la volontà espressa del sovrano.
Tutte queste cose faceva il pontefice in confermazione dello Stato. Intanto o perchè la cessazione delle armi si convertisse in pace definitiva, o perchè con una dimostrazione efficace di desiderar di conchiuderla, si pensasse di aspettare con minori molestie occasione di risorgere, si inviava dal pontefice a Parigi l'abate Pieracchicon mandato di negoziare e di stipulare la pace.
Eransi udite con grandissima ansietà a Napoli le novelle delle vittorie dei repubblicani sul Po e sull'Adda, ma alla ansietà succedeva il terrore quando vi si intese la rotta totale dei Tedeschi e la loro ritirata verso il Tirolo. L'impressione diveniva più grave quando i soldati di Buonaparte, occupato Reggio e Modena, nè, nulla più ostando che entrassero nell'indifesa Romagna, si vedeva il regno esposto all'invasione. Laonde il re, volendo provvedere con estremi sforzi ad estremi pericoli, perchè, o fosse solo o dovesse secondare le armi imperiali, gli era necessità di usare tutte le forze, ordinava che trenta mila soldati andassero ad alloggiar ai confini verso lo Stato ecclesiastico; ma perchè si facesse spalla e retroguardo a tanta gente con altre squadre d'uomini armati, comandava che si tenessero pronte a marciare e di tutto punto si allestissero, ed in corpi regolati si ordinassero tutte le persone abili alle armi, la qual massa avrebbe aggiunto quaranta mila combattenti. Perchè poi si usassero coloro che consentissero di buona voglia ad accorrere alla difesa del regno, dava loro privilegii e speranza di ricompense onorevoli. Volendo poi favorire anche con l'autorità e con l'armi spirituali le forze temporali, scriveva ai vescovi ed ai potentati del regno lettere circolari, con cui gli ammoniva e con parole patetiche gli esortava dicendo, che la guerra, che già da tanto tempo desolava l'Europa, e nella quale già tanto sangue e tante lagrime si erano sparse, era non solamente guerra di Stato, ma di religione; che i nemici di Napoli erano nemici del cristianesimo; e, così proseguendo, esortassero adunque, conchiudeva, i popoli ad impugnar le armi contro un nemico a cui niuna legge era sacra, niuna proprietà sicura, niuna vita rispettata, niuna religione santa; contro un nemico che, dovunque arrivava, saccheggiava, insultava, opprimeva, profanava i tempi,atterrava gli altari, perseguitava i sacerdoti, calpestava quanto di più sacro e più reverendo ha ne' suoi dogmi, ne' suoi precetti e ne' suoi sacramenti divini lasciato alla Chiesa sua Cristo Salvatore.
Così parlava il re ai vescovi ed ai prelati del regno. Rivolgendosi poscia ai sudditi, con espressioni molto instanti gli ammoniva, dicendo, sarebbero vincitori di questa guerra se a loro stesse a cuore difendere sè stessi, il re, i tempi, i ministri del Signore, le mogli, i figliuoli, le sostanze. Dio è con voi, esclamava, Dio vi proteggerà contro le armi barbare.
Ma perchè in tempi di tanta costernazione vieppiù per l'amore della religione s'infiammassero i popoli alla difesa, in un giorno prestabilito si conduceva il re, accompagnandolo una gran moltitudine di popolo, alla basilica, dove, toccando gli altari e stando tutti tra la riverenza e lo spavento, intentissimi ad ascoltarlo, con fervorose parole orando, depose sulla sacra mensa le reali divise, come in custodia del sommo Iddio.
Queste dimostrazioni producevano effetti incredibili in quel popolo. Certamente, se le mani fossero state tanto pronte all'operare quanto erano le menti ad immaginare, si sarebbero veduti da Napoli effetti notabilissimi a salute di tutta Italia.
Partiva Ferdinando da Napoli, indirizzando il viaggio agli alloggiamenti di Castel di Sangro, di San Germano, di Sora e di Gaeta; fuvvi accolto con segni di grandissima allegrezza dai soldati. Intanto il rumore delle occupate legazioni e le ultime strette in cui era caduto il pontefice avevano indotto nei consiglieri del re la credenza che l'accordare fosse più sicuro del combattere. Perlocchè non aspettando pure che il papa patteggiasse in definitiva pace, nè consentendo a trattar degli accordi coi repubblicani di concerto con lui, mandavano al campo di Buonaparte il principe Belmonte Pignatelli, affinchè negoziasse una sospensione di offese, proponendosi d'inviarlo posciaa Parigi a concluder la pace col Direttorio. Buonaparte, fatte sue considerazioni su Mantova che ancor si teneva, e sulla stagione calda che oggimai si avvicinava, udiva con benigne orecchie le proposte del principe. Il 5 di giugno si concluse tra il generale e lui un trattato di tregua, con cui si stipulava che cessassero le ostilità tra la repubblica ed il re delle Due Sicilie; le truppe Napolitane, che si trovavano unite a quelle dell'imperatore, se ne separassero e gissero alle stanze nei territorii di Brescia, Crema e Bergamo; si sospendessero le offese anche per mare, ed i vascelli del re al più presto dalle armate inglesi si segregassero; si desse libero passo ai corrieri respettivi tanto per le terre proprie e conquistate dalla repubblica quanto su quelle di Napoli. Fatto l'accordo, andarono i Napolitani, lasciati gl'imperiali, alle destinate stanze. Così il papa fu solo lasciato nel pericolo dal governo di Napoli, che pure testè aveva mostrato tanto ardore per la difesa della religione, convenendo, senza che prima la necessità ultima fosse addotta, con coloro che poco innanzi aveva chiamati nemici degli uomini e di Dio.