Chapter 54

In questo mezzo tempo si spogliavano dall'accorto vincitore di statue, di quadri, di manoscritti preziosi, di oggetti appartenenti a storia naturale Parma, Pavia, Milano, Bologna e Roma. A questo fine aveva mandato il Direttorio in Italia per commissarii Tinette, Barthelemi, Moitte, così Thouin, Monge e Berthollet, acciocchè procedessero alla stima ed allo spoglio; dal quale ufficio, così poco onorevole per la patria loro, non si sa come, benchè l'abbiano temperato con molta moderazione, non rifugisse al tutto l'animo loro.Si avvicinavano intanto i tempi dei rei disegni del Direttorio contro l'innocente Toscana. Intendevasi, col comparire armati in questa provincia, spaventare maggiormente il pontefice ed il re di Napoli. Ma i principali fini loro in ciò consistevano che si cacciassero gl'Inglesi daLivorno, vi si rapissero le sostanze dei neutri, vi si ponessero il segno ed il modo di far muovere la vicina Corsica contro gl'Inglesi che la possedevano; ingegnandosi poi d'onestare il fatto col pretesto che gl'Inglesi tanto potessero in Livorno, che il granduca più non avesse forza bastante per frenargli, e dovere la repubblica con le sue forze andare a liberarlo da tale tirannide.Per la qual cosa, come prima ebbe il generalissimo posto piede in Bologna e confermatovi il suo dominio, metteva ad effetto la risoluzione di correre contro la Toscana per andarsene ad occupare Livorno. Era suo intento di fare la strada di Firenze per mettere maggiore spavento nel papa; del che avendo avuto avviso il granduca, mandava a Bologna il marchese Manfredini ed il principe Tommaso Corsini, perchè facessero di dissuaderlo dall'impresa, od almeno da lui questo impetrassero, che piuttosto per la via di Pisa e di Pistoia che per quella di Firenze si conducesse. Negava il generale repubblicano la prima richiesta, consentiva alla seconda. Perlochè non indugiandosi punto, e con la solita celerità procedendo, perchè il sorprendere improvvisamente Livorno era l'importanza del fatto, già era arrivato con parte dell'esercito a Pistoia. Dal qual suo alloggiamento manifestava, il 26 di giugno, le querele della repubblica contro il granduca e la sua risoluzione di correre contro Livorno.Rispondeva gravemente il principe, non soccorrergli alla mente offesa alcuna contro la repubblica di Francia o contro i Franzesi: l'amicizia sua essere stata sincera, maravigliarsi del partito preso dal Direttorio; non opporrebbe la forza, ma sperare che, avute più vere informazioni, sarebbe per rivocare questa sua risoluzione; avere dato facoltà al governatore di Livorno per accordare le condizioni dell'ingresso.Marciavano intanto i Franzesi celeremente verso Livorno condotti dal generaleMurat, comparivano, passato l'Arno presso a Fucecchio, con una banda di cavalli alla Port'a Pisa. Come prima gl'Inglesi ebbero avviso del fatto, massimamente i più ricchi, lasciato con prestezza Livorno, trasportavano sulle navi, che a cotal fine erano state trattenute nel porto, tutte le proprietà loro: poi, quando i repubblicani arrivavano sotto le mura di Livorno, una numerosa conserva di sessanta bastimenti tra piccoli e grossi e sotto scorta di alcune fregate, salpava da Livorno verso la Corsica indirizzandosi. Entravano col solito brio ed aspetto militare i Franzesi. Poco dopo entrava Buonaparte medesimo, contento all'avere scacciato da quel porto tanto opportuno gli odiati Inglesi, e confidente che fra breve gli scaccerebbe eziandio dalla Corsica, sua patria. Furonvi teatri, applausi, luminarie, non per voglia, ma per ordine e per paura.Incominciavano le opere incomportabili. Si staggivano le napolitane sostanze, si confiscavano le inglesi, le austriache, le russe: s'investigavano i livornesi conti per iscoprirle: si disarmavano i popoli, si occupavano le fortezze, e, per far colme le insolenze, si arrestava Spanocchi, governatore pel granduca. Si scuotevano al tempo stesso fortemente i negozianti affinchè svelassero le proprietà dei nemici, ed eglino, per lo men reo partito, offerirono cinque milioni di riscatto. Le conquistate merci si vendevano con molte fraudi e da coloro che stavano sopra alla vendita con grande discapito della repubblica conquistatrice che vinceva i soldati altrui e non poteva vincere i ladri propri.Questi furono i rubamenti di Livorno; accidenti più gravi sovrastavano al granduca. Era intenzione di Buonaparte, siccome scrisse al Direttorio, di torgli lo Stato, a cagione ch'egli era principe di casa austriaca; e perchè il tradimento avesse in sè tutte le parti di un atto vituperoso, mandava pur al Direttorio, che conveniva starsene quietamente nè dir parola che potesse dar sospetto della cosasino a che il momento fosse giunto di cacciar Ferdinando. Mentre in tal modo si espilavano dai repubblicani le proprietà dei nemici loro in Livorno, gl'Inglesi, signori del mare, serravano il porto ed impedivano il libero commercio. Livorno fiorente e ricco, divenne in poco tempo povero e servo.Nè a questo si rimasero i repubblicani: perchè, usando l'opportunità, invasero i ducati di Massa e Carrara ed occuparono tutta la Lunigiana, chiamando i popoli a libertà e sforzandogli a grosse contribuzioni di denaro. Erano questi paesi caduti per eredità dalla casa Cibo, che li possedeva anticamente, nella figliuola del duca di Modena sposata all'arciduca Ferdinando, governatore di Milano. Non si era dal conte di San Romano, quando concluse la tregua per Modena, patteggiato per Massa e Carrara; per questo il generale della repubblica li trattò da nemico.Il terrore delle armi repubblicane aveva spaventato tutta Italia; ma, parendo a chi le reggeva che ciò non bastasse a perfetto servaggio, stavano attenti i ministri del Direttorio presso i diversi potentati italiani nello spiare e nel rapportare il vero ed il falso a Buonaparte, continuamente rappresentandogli i principi della penisola non solamente come avversi alla Francia, ma ancora come macchinatori indefessi di cose nuove contro i Franzesi; nel che avevano per aiutatori, non che i pessimi fra gl'Italiani, anche personaggi di nome, offuscati il lume della ragione dalla gloria guerriera del generalissimo della repubblica.Intanto agli occhi degli agenti di Francia le chimere diventavano corpi, le visite congiure, i gemiti stimoli a ribellione, i desiderii delitti, ed era l'Italiano ridotto a tale che se non amava il suo male, era riputato nemico. Il papa, secondochè scrivevano questi spaventati o spaventatori, Venezia, il re di Sardegna, il granduca di Toscana, la repubblica di Genova, tutti conspiravano contro la Francia, tutti s'intendevano coll'Austria, tutti prezzolavanogli assassini per uccidere i Franzesi. Buonaparte, che non era uomo da lasciarsi spaventare da questi rapporti, fatti o per adulazione o per paura, era uomo da valersene come di pretesto per peggiorar le condizioni dei principi vinti e per giustificare contro di loro i suoi disegni. Gl'Italiani intanto, in preda a mali presenti e segno a calunnie facili, perchè venivano da chi più poteva, non avevano più speranza.Ma già le cose di Lombardia non mediocremente travagliavano, e la condizione dei repubblicani in Italia diveniva di nuovo pericolosa. Aveva l'imperatore ardente disposizione di ricuperare le belle e ricche sue provincie, non potendo tollerare che fossero scorporate da' suoi dominii. Aveva egli adunque applicato l'animo a voler ricuperare il Milanese; nè indugiandosi punto affinchè l'imperio de' suoi nemici non si solidasse, la rea stagione non sopravvenisse, Mantova non cedesse, aveva voltato con grande celerità al Tirolo tutte le genti che stanziavano nella Carintia e nella Stiria. I Tirolesi medesimi, gente armigera e devota al nome austriaco, fatta una subita presa d'armi, si ordinavano in reggimenti armati alla leggiera; nè questo bastando alla difficile impresa, si ricorreva ad un più forte sussidio: conciossiachè l'imperatore ordinava che trenta mila soldati, gente eletta e veterana che militavano in Alemagna, se ne marciassero velocemente verso il Tirolo per quivi congiungersi con le reliquie delle genti d'Italia e le altre sopraddette; erano circa cinquanta mila. Perchè poi ad un'oste tanto grossa e destinata a compire una sì alta impresa non mancasse un capitano valoroso, pratico e di gran nome, mandava a governarla il maresciallo Wurmser, guerriero di provato valore nelle guerre germaniche. Stavano gli uomini in grande aspettazione di quello che fosse per avvenire, essendo vicini a cimentarsi due capitani di guerra, dei quali uno era forte, astuto ed attivo, l'altro forte, astuto e prudente.Nè gli eserciti rispettivi discordavano; perchè nè la costanza tedesca era scemata per le sconfitte, nè il coraggio franzese aveva fatto variazione pel tempo. Oltre a questo se erano ingrossati gl'imperiali, anche i repubblicani avevano avuto rinforzi notabili dall'Alpi.Era il maresciallo Wurmser giunto, sul finire di luglio, in Tirolo, e tosto dava opera al compire l'impresa alla virtù sua stata commessa, scendendo in Italia per la strada più agevole che da Bolzano per Trento e Roveredo porta a Verona; ma il principal suo fine era di liberar Mantova dall'assedio, donde, fatto un capo grosso, potesse o starsene aspettando o correre subitamente contro il Milanese. E sapendo che i Franzesi erano segregati in diversi corpi, gli uni separati dagli altri per molto spazio, per modo che in breve tempo non avrebbero potuto rannodarsi, si deliberava a spartire i suoi in tre schiere: la prima sotto guida del generale Quosnadowich, doveva assaltare Riva e Salò, dove stava a guardia il generale Sauret coi generali Rusca e Guyeux, ma che però non aveva forze sufficienti per resistere. La mezza schiera o la battaglia, condotta dal maresciallo, s'incamminava alla volta di Montebaldo per potere, scendendo vieppiù, assaltare il nervo dei repubblicani tra Peschiera e Mantova. La sinistra, confidata al generale Davidowich, scendeva per Ala e Peri a Dolcè, dove, fatto un ponte, varcava l'Adige con intento di concorrere più da vicino all'opera della schiera Wurmseriana. Ma una parte di quest'ala sinistra, guidata dal generale Mezaros, continuando a scendere per la sinistra sponda del fiume, s'indrizzava verso Verona, donde potea, secondo le occorrenze, o condursi per Villafranca a Mantova o, non discostandosi dall'Adige, marciare a Portolegnago. Di tutte le parti dell'esercito franzese, quella di Massena, che aveva i suoi alloggiamenti a Verona, a Castelnuovo e luoghi adiacenti, si trovava in maggior pericolo,perchè là appunto si dovevano accozzare tutte le forze austriache sulla sinistra del lago.Era giunto al suo fine il mese di luglio, quando in tale modo ordinati marciavano gl'imperiali all'impresa loro. Già erano vicini alle prime scolte dei Franzesi, che questi, dispersi tuttavia nei diversi campi loro, principalmente in quello che cingeva Mantova, non avevano ancora fatto moto alcuno per mettersi all'ordine di resistere a quella nuova innondazione del nemico. Ma per verità Buonaparte poco poscia con mirabile maestria si riscosse dal pericolo in cui si trovava. Assaltavano gli Austriaci ferocemente l'antiguardo di Massena, governato dal generoso e buon Joubert, che era ai passi di Brentino e della Corona. Fu fortissima e lunga la difesa contro un nemico, che molto superava di numero. Finalmente furono quei forti passi sforzati dagli Austriaci, che, ritirandosi Joubert e Massena verso Castelnuovo, marciavano contro la Chiusa e Verona. Da un'altra parte Quosnadowich, urtato Sauret, che custodiva Salò, l'aveva vinto non però senza una valorosa resistenza, quantunque i Franzesi in questo luogo fossero deboli e non pari a tanto peso. S'impadronivano gli Austriaci di Salò dopo la fazione, e quivi risplendeva chiaramente la virtù di Guyeux, il quale, circondato da ogni banda dal nemico, elesse, piuttosto che arrendersi, di gittarsi dentro una casa, dove, sebbene già gli mancassero le munizioni sì da guerra che da bocca, si difendè con incredibile fortezza due giorni. Occupato Salò, correvano i Tedeschi a Brescia, e se ne impadronivano. I vinti si ritiravano a Lonato e a Desenzano. Avanzavasi intanto minacciosamente Wurmser medesimo e già si avvicinava alle cercate rive del Mincio. Così avevano le cose franzesi fatto una grandissima variazione, ed erano cadute in grave pericolo prima che Buonaparte avesse mosso un soldato per opporsi a tanta ruina. Gli giunsero al tempomedesimo le novelle della rotta di Sauret e della ritirata di Massena. Ordinava incontanente ad Augereau, che già marciava verso Verona per frenar l'impeto, se ancor fosse in tempo, di Mezaros, tornasse indietro prestamente, venisse a Roverbella, rompesse i ponti di Portolegnago, ardesse i carrelli dei cannoni più grossi, trasportasse dai magazzini quanto in sì subito tumulto potesse. Arrivava Augereau a Roverbella; scoverse in tutti una grande confusione mista ad un gran terrore. Vi giungeva ancora Buonaparte al quale Augereau rivoltosi, con parole animosissime il confortava; ed egli con un'arte e con un vigore non comune ordinava quanto alla difficoltà del tempo si convenisse. Avvisandosi che non poteva combattere con vantaggio se non unito, e che anche unito non era abbastanza forte per cimentarsi con l'esercito tedesco intero, se gli desse tempo di rannodarsi, come evidentemente Wurmser aveva in pensiero di fare, si risolveva a raccorre le sue genti in uno, per correre così grosso contro una parte sola del nemico, innanzi che questa avesse potuto congiungersi con le compagne, perchè la speranza, che non aveva di vincerle unite, l'aveva di vincerle separate.Nè poteva stare lungamente in dubbio, quale delle due parti de' Tedeschi, della mezzana o della destra, ei dovesse assaltare; e fatte, le sue considerazioni, si risolveva Buonaparte a far impeto contro di Quosnadowich, che, vincitore di Salò e di Brescia, turbava ogni cosa a Desenzano, a Lonato, a Ponte-San-Marco, a Montechiaro, e già si accostava per congiungersi con Wurmser; il che se gli fosse venuto fatto, sarebbe stato la ruina de' repubblicani. Perlochè chiamava a sè tutte le sue genti, anche quelle che stavano a campo sotto Mantova, anteponendo con mirabile consiglio il perdere le artiglierie che servivano all'oppugnazione della piazza al perdere l'esercito. Ordinate ed eseguite in men che non si potrebbecredere tutte queste mosse, mandava a corsa considerabili rinforzi a Sauret, perchè ricuperasse Salò e liberasse Guyeux, che tuttavia si difendeva valorosamente. Comandava a Dallemagne assaltasse il nemico a Lonato e cacciasselo; imponeva ad Augereau lo rompesse a Ponte-San-Marco ed a Brescia, e, verso Salò voltandosi, ajutasse Sauret, e facesse opera di tagliare il ritorno a Quosnadowich. Faceva anche attaccare con una grossa banda un corpo forte di Austriaci che custodiva Desenzano a riva il lago. Ebbero tutti questi assalti, ancorchè fossero molto sanguinosi, quel fine che Buonaparte si era proposto: entrarono vincitori Sauret in Salò, Dallemagne in Lonato ed in Desenzano, Augereau in Montechiaro ed in Brescia. Quosnadowich, veduto che era alle mani con la maggior parte degli avversari, che non aveva nuove che Wurmser accorresse in suo aiuto e che temeva che il nemico, correndo a Riva, gli tagliasse il ritorno verso il Tirolo, si ritirava con passi frettolosi a Gavardo. Per tal modo Buonaparte coi suoi movimenti celeri ed ottimamente ordinati, sbaragliava in poco tempo un'ala intiera di Wurmser, che gli aveva già fatto molto male ed avrebbe potuto fargliene un maggiore, se si fosse allargata, come aveva intenzione, nelle pianure verso il Milanese. Intanto, per assicurare i luoghi abbandonati da Augereau, vi surrogava Massena con tutto il suo corpo di truppe.Mentre tutte queste cose si preparavano e si facevano sulla destra loro, gli Austriaci s'impossessavano di Verona, Wurmser entrava con un grosso corpo ed in sembianza di vincitore in Mantova. Il presidio a gran festa guastava le trincee fatte da' Franzesi e tirava dentro le mura meglio di centoquaranta pezzi di grosse artiglierie, che dalla cittadella di Ancona, dal forte Urbano, dal castello di Ferrara vi avevano condotto per battere la piazza. Wurmser, avuta questa vittoria, sapendo i primi prosperi successi di Quosnadowich ed ignorando isinistri, dava opera securamente a raccorre vettovaglie e bestiami per provvedere del fodero necessario quella importante fortezza. Ma gli fu breve la sicurezza; conciossiachè gli sopravvennero bentosto le novelle de' disastri accaduti a Quasnodowich. Considerato adunque che quello non era tempo da starsene, usciva da Mantova e se ne giva alle stanze di Goito, correndo la campagna co' suoi corridori fino a Castiglione. Era stato preposto alla guardia di questa terra da Buonaparte il generale Valette, che, veduto comparire il nemico, sbigottitosi con pochezza d'animo inescusabile, abbandonava il posto ed andava con la sua guardia fuggiasca a seminar paura fra i repubblicani, che erano in possesso di Montechiaro. Questo accidente improvviso fece cader l'animo a Buonaparte, che quasi volea ritirarsi sul Po; ma appresentatosi ad una mostra di soldati, quando questi videro il capitano loro, con atti di vivezza, di giubilo e d'estro franzese, con lietissime grida il confortavano a star di buon animo, a fidarsi in loro: li conducesse pure alla battaglia; ed esclamando: Viva Buonaparte, viva la repubblica, facevano eccheggiare i colli di Castiglione di quel rumore festivo.Or bene sia, disse Buonaparte,accetto il felice augurio; domani vedrete in viso il nemico.In questo mezzo Quosnadowich, conoscendo di quanta importanza fosse il fare ogni sforzo per congiungersi con Wurmser ad un impeto comune, od almeno di consuonarvi per una diversione, usciva di nuovo in campagna, e, prostrato Sauret, che gli stava a fronte, e fattosi signore di Salò, velocemente scendeva con forze poderose verso Lonato; ed essendosi già il suo antiguardo, condotto dal generale Ocksay, impossessato di questo luogo, le cose divenivano pericolosissime pei repubblicani. In questo forte punto Massena arrivava col suo antiguardo vicino a Lonato, e volendo ricuperare quel sito, in cui consisteva lasomma della fortuna, perchè se gli Alemanni vi si mantenevano, si difficoltava molto l'impedire la unione di Quosnadowich con Wurmser, mandava il generale Pigeon, ma non con gente a sufficienza, ad assaltare Ocksay. Fu durissimo l'incontro: Pigeon non solamente rotto e vinto, ma perdè tre pezzi di artiglierie leggeri, e venne prigioniero in mano degli Austriaci. Udito il caso, accorrevano Massena e Buonaparte per rimediare alla fortuna vacillante. Ordinava il generalissimo un grosso squadrone assai fitto e mandava a serrarsi addosso al centro del nemico, il quale insuperbito per la prima vittoria e credendo non solo di vincere, ma ancora di prendere tutto il corpo repubblicano, distendeva le sue ali con pensiero di cingere i soldati di Buonaparte. Questa mossa, debilitando il mezzo della fronte, diè del tutto la vittoria ai Franzesi; imperciocchè mentre Massena raffrenava l'impeto dell'ali estreme degli imperiali con mandar loro incontro quanti feritori alla leggera potè raccorre, Buonaparte con quel fitto squadrone dava dentro alla mezza schiera. Faceva ella una viril difesa non senza grave uccisione de' repubblicani; ma finalmente, non potendo più reggere a sì impetuoso assalto, sbaragliata cedeva il campo, ritirandosi verso il lago, principalmente a Desenzano. Fu liberato Pigeon; si riacquistarono le perdute artiglierie. I Franzesi seguitavano gli Austriaci a Desenzano, e gli avrebbero condotti all'ultimo fine, se non era che, sopravvenendo con aiuti mandati da Quosnadowich il principe di Reuss, li metteva in salvo col condurgli a luoghi sicuri verso Salò.Mentre queste fazioni succedevano sulla sinistra dei Franzesi, Augereau, che non voleva che Castiglione fosse perduto, perchè quel sito era il principal impedimento alla unione delle diverse parti dell'esercito tedesco, indirizzava le sue genti al riacquistarlo; ma già i Tedeschi l'avevano munito con un forte presidio, conoscendo l'importanza della terra,con farvi alloggiare una grossa banda di soldati ch'era l'antiguardo di Wurmser governato dal general Liptay. Il castello, i colli vicini ed il ponte erano guerniti di molti e buoni soldati tanto più confidenti in sè medesimi, quanto Wurmser, spuntando da Guidizzolo si avvicinava con tutte le sue genti. Ordinava Augereau per modo i suoi, che il generale Beyrand assalisse il corno sinistro degli Austriaci, e per assicurare vieppiù questa parte, comandava al generale Robert facesse un'imboscata per riuscire alle spalle degli Alemanni. Verdier con un grosso nervo di granatieri era per assaltare nel mezzo il castello di Castiglione, e nella parte superiore il generale Pelletier si apparecchiava ad urtare la destra del nemico. Ma, per provvedere meglio ad ogni caso fortuito, ordinava Buonaparte che la schiera di ultima salute, condotta dal generale Kilmaine, andasse ad unirsi ad Augereau, perchè fosse più fortemente sostenuta la battaglia. Si incominciava a menar le mani molto virilmente da ambe le parti, era il dì 3 di agosto. Dopo un'ostinata difesa, Liptay, non potendo più reggere, si ritirava; ma qualunque fosse la cagione, ripreso animo, ritornava alla battaglia più animoso di prima. Già, con incredibile valore combattendo, rendeva dubbia la vittoria, quando Robert uscendo fuori dall'imboscata, a gran furia l'assaliva. Questo urto improvviso disordinò tanto gli Alemanni, che si ritiravano, lasciando la terra di Castiglione in potestà dei Franzesi. Ebbe in questo punto Liptay qualche rinforzo delle prime truppe di Wurmser che arrivavano. Per la qual cosa si fece forte al ponte e continuava tempestare con singolar costanza. Il contrasto diveniva più sanguinoso di prima, si combatteva fortemente su tutta la fronte. Finalmente i Franzesi, spintisi avanti con la solita concitazione, e non essendo ritardati nè dagli urti che ricevevano sul ponte, nè dalla fama che già tutta l'oste tedesca fosse arrivata, conquistaronoil ponte: il che sforzò gl'imperiali a ritirarsi. Ma già i Franzesi, seguitando il favor della fortuna, rompevano, tant'era la pressa che quivi facevano Beyrand e Robert, l'ala sinistra degli Austriaci, e l'avrebbero anche conculcata del tutto se una batteria posta opportunamente sopra di un poggio vicino non avesse raffrenato l'impeto loro. Ciò fu cagione che tenendo ancora gli Austriaci la posizione loro dietro Castiglione, impedirono ai Franzesi d'inoltrarsi nella pianura che separava l'ala destra dalla sinistra degl'imperiali, e si crearono abilità di sostenere nel medesimo luogo, due giorni dopo, un'altra ostinata battaglia.Nondimeno le sorti d'Italia stavano ancora in pendente. Wurmser aveva raccolto tutte le sue genti e si apparecchiava ad ingaggiare una nuova battaglia. Aveva venticinque mila soldati di pruovato valore; gli schierava per forma che la sinistra si appoggiasse all'eminenza di Medolano, la destra si distendesse fino a Solfarino. Buonaparte ancor egli aveva fatto opera che tutti i suoi venissero a congiungersi insieme per sostenere un cimento tanto pericoloso. Già la più gran parte era raccolta fra la terra di Castiglione e la fronte dei Tedeschi, e per tal modo l'ordinava che l'ala sinistra guidata da Massena potesse assaltare la destra del nemico, Augereau con la mezzana desse dentro al mezzo, e finalmente Verdier con le fanterie e Beaumont coi cavalli urtassero la sinistra. Aveva poi comandato alle schiere di Serrurier, che era sotto la cura di Fiorella e stava alle stanze sulle rive del Po a Bozzolo e Marcaria, camminasse celeremente verso Castiglione e ferisse di fianco la punta sinistra degl'imperiali; consiglio molto a proposito. Nè parendo per la sagacità sua a Buonaparte che questi preparamenti bastassero, s'indirizzava a Lonato per vedere se fosse possibile di far venire altre genti da quella terra al tempo principale.Quivi successe un caso molto mirabile, secondochè narrò Buonaparte e ripeterono tutti gli storici di quei tempi e dei tempi posteriori, e questi fu, che il generale di Francia, andando a Lonato con persuasione di trovarvi i suoi, ed avendo con esso lui solamente una squadra di dodici centinaia di soldati, vi trovasse invece un corpo tedesco grosso di quattro mila combattenti tra fanti e cavalli con non pochi pezzi di artiglieria. Era Buonaparte in gravissimo pericolo, e già il comandante alemanno gl'intimava si arrendesse. Ma egli, accorgendosi che in accidente tanto improvviso, dove non valeva la forza, l'audacia doveva supplire, al Tedesco con sicuro volto rivoltosi, gli disse, maravigliarsi bene ch'ei tanto presumesse di sè medesimo, che si ardisse di chiamar a resa Buonaparte vittorioso nel suo principal campo stesso e cinto da tutto il suo esercito: andasse e da parte sua al suo generale recasse, che se subito non si arrendesse ed in poter suo disarmato non si desse, pagherebbe con la morte il fio di tanta temerità. Erasi, come narrano gli storici, accorto Buonaparte, raccogliendo nella sua mente tutti i fatti di quei giorni, che quella squadra fosse la gente fuggiasca di Desenzano, che avendo trovato i passi di Salò chiusi da Guyeux, o andasse errando a caso o si sforzasse di raggiungere il corpo principale di Wurmser. Vogliono che i Tedeschi intimoriti, deposte le armi, si arrendessero a discrezione.Comunque fosse di questo fatto, che il Botta contro tanti storici degni di fede si sforza di mettere in dubbio; tutte queste fazioni, quantunque di gran momento non avevano ancora intieramente giudicato la fortuna delle armi fra i due potenti emoli, e restava ancora a determinarsi in una battaglia campale se le speranze dall'imperatore d'Alemagna poste nella virtù di Wurmser e tutto quello sforzo per la ricuperazione d'Italia, avessero a riuscire o fruttuosi o vani. Erasi, come abbiam narrato, il maresciallo austriacoaccampato tra Medolano e Castel Venzago a fronte di Castiglione, tra la qual terra e le sue genti se ne stavano schierati i Franzesi. Erano i soldati delle due parti stanchi dai lunghi viaggi e dalle frequenti battaglie, e però, sebbene a fronte gli uni agli altri si trovassero, il giorno 4 agosto, nissun motivo fecero per affrontarsi. Piaceva l'indugio a Buonaparte, perchè attendeva alcune genti fresche e perchè principalmente sperava che Fiorella, in cui era posta la più forte speranza della vittoria, arrivasse in luogo donde potesse partecipare al combattimento. La mattina del giorno seguente, appena aggiornava, essendo giunto il tempo che Buonaparte si era prefisso come conveniente alla sua impresa, e non movendosi gli imperiali, disposti piuttosto ad aspettare che a dar la carica, comandava ad Augereau ed a Massena, che assaltassero il nemico; ma essendo suo intento che solo s'ingaggiasse la battaglia, ma non si tentasse per ancora di sforzare l'inimico, ordinava loro che, dato il primo urto, e tosto che gli Austriaci uscissero dal campo per seguitarli, si ritirassero. La cosa successe come il capitano franzese l'aveva ordinata; perchè, non sì tosto si era incominciato a menar le mani, gli Alemanni, che si sentivano forti, saltando fuori degli alloggiamenti, urtavano gagliardamente i Franzesi, che fatto un po' di resistenza, si tiravano indietro. Dalla qual mossa, molto a proposito fatta, prendendo animo Wurmser, andava distendendo l'ala sua destra verso Castel Venzago con intenzione di circuire la sinistra dei Franzesi retta da Massena e di dar la mano a Quosnadowich, di cui non sapeva la rotta. Quest'era appunto il desiderio di Buonaparte; la fortezza di Peschiera, ch'era in suo potere, l'assicurava sul suo fianco sinistro, e Fiorella stava in procinto di arrivare sul campo di battaglia contro la punta sinistra dei Tedeschi. Or mentre Massena ed Augereau sostenevano l'urto degli Austriaci a stanca ed in mezzo, mandava Buonaparte Verdier ad assaltarele trincee erette sul colle di Medolano. Ma perchè questo assalto riuscisse meno sanguinoso nel fatto e più felice nel fine, ordinava che il colonnello Marmont, soldato molto pratico a governar le artiglierie, posti venti pezzi grossi nella pianura di Medole, fulminasse quel ridotto nemico. Rispondevano furiosamente dal colle di Medolano le artiglierie austriache e ne seguitava un sanguinoso combattimento. In mezzo a tanto rimbombo si faceva avanti con singolar valore Verdier, a cui era compagno Beaumont. Perveniva Verdier al ridotto, e dopo un'asprissima contesa e molto sangue se ne impadroniva. Al tempo medesimo Beaumont, precipitandosi a corsa verso il villaggio di San Canziano dietro la estremità sinistra degl'imperiali, che già vacillava trovandosi spogliata di quel principale fondamento del ridotto, accresceva terrore ai fuggiaschi e lo dava ai contrastanti. Nè questo bastando a dare l'ultima stretta, arrivava, tanto bene aveva Buonaparte disposte le cose, in questo punto stesso Fiorella coi soldati di Serrurier, che dando dentro incontanente ai nemici, che non se l'aspettavano, gli sforzava a rotta manifesta.Wurmser, per ristorare la battaglia, vi mandava in fretta la cavalleria che urtando Beaumont e Fiorella, frenava per qualche tempo l'impeto loro. Ma Buonaparte, veduto che era giunto il momento di vincere, fè caricare con tutto lo sforzo di Massena e di Augereau l'ala destra e la mezzana dei Tedeschi. Spediva altresì in fretta alcuni rinforzi a Fiorella, il quale anche acquistava nuove forze per l'accostamento successivo delle sue genti. Diventava allora la battaglia generale su tutta la fronte. Fuvvi che fare assai pegli Austriaci alla torre di Solfarino, che virilmente assalita, fu anche virilmente difesa. Prevalse infine del tutto la fortuna repubblicana, perchè Massena pressava con vantaggio dal canto suo il nemico, Augereau lo vinceva a Solfarino, Verdier, Marmont, Beaumont e Fiorella lo perseguitavano rotto e disordinato a Cavriana.Così tutto l'esercito alemanno, parte rotto, parte intiero si ritirava al Mincio; il quale fiume, prestamente varcato a Veleggio, e la stanchezza dei perseguitatori li preservarono da maggior danno.Questa vittoria di Castiglione poneva di nuovo l'Italia in mano di Buonaparte; perchè Wurmser, quantunque non fosse scoraggiato dalla fortuna contraria, ridotto a poche genti, non poteva più contendere col fortunato suo emolo dell'imperio di questa contrada, destinata ormai ad essere preda dei combattenti o serva dei vincitori.Buonaparte, conseguita con tant'arte e con tanta fortuna sì gloriosa vittoria, si risolveva a perseguitar celeramente le reliquie del suo avversario, sì perchè non voleva dargli tempo di rifarsi, e sì perchè in aura sì favorevole gli tornavano in mente i vasti pensieri, già molto tempo da lui spiegati al Direttorio, di voler andar ad assaltare, valicando i monti del Tirolo, il cuore della Germania, per conculcarvi del tutto, congiunto che fosse con Moreau e Jourdan che guerreggiavano sul Reno, la potenza avversaria. Le fresche vittorie, ed il terrore per esse concetto dai popoli e dai soldati nemici, era occasione favorevole a così gran disegno. Perlochè si accingeva a voler tosto passare il Mincio, per veder quello che preparasse la fortuna sulla sinistra sponda contro il capitano dell'Austria. A questo fine faceva trarre furiosamente da Augereau con le artiglierie contro Valeggio per dare in questo luogo riguardo al nemico, mentre Massena sbaragliava, secondandolo Victor virilmente, Liptay, che fu costretto a ritirarsi a Rivoli. Wurmser, veduto da questo fatto che non era più tempo d'aspettare a ritirarsi in Tirolo, rinfrescata di nuove genti Mantova, si metteva in viaggio per salire per la valle dell'Adige. Il seguitavano Massena, Augereau e Fiorella. Si appresentava quest'ultimo alle porte di Verona con animo di entrarvi per perseguitare gli Austriaci. Chiedeva Fiorella le si aprissero.Il provveditore veneto che temeva che se due nemici, tanto sdegnati l'uno contro l'altro e nel bollor del sangue dei fatti recenti, si azzuffassero dentro le mura, ne sarebbe sorto qualche grande sterminio, rispondeva, che le aprirebbe, passate due ore. L'intento suo era di dar tempo agli Austriaci di sgombrare, acciocchè Verona non diventasse campo di battaglia. Buonaparte sopraggiunto fulminava le porte coi cannoni ed entrava vincitore. Successero alcune sparse zuffe coi Tedeschi, non senza terrore dei Veronesi. Ma i repubblicani, mostrando moderazione, eccettuate alcune ingiurie fatte nell'oscurità della notte, conservarono la terra intatta.Entrato per tal modo in Verona il generalissimo di Francia, ed animati di nuovo i suoi con un manifesto, li conduceva alle fazioni del Tirolo. Salendo egli contro Wurmser, Sauret contro Quosnadowich e il principe Reuss, dovevano entrambi raccozzarsi in su quel di Roveredo per andarsene poscia ad occupar Trento, metropoli del Tirolo italiano. Furono da Sauret cacciati gli Austriaci da tutti i posti sul lago; dal canto suo Buonaparte, superati, mentre Vaubrissi alloggiava in Torbole, tutti i siti forti, compariva in mostra vittoriosa in cospetto di Roveredo. I Tedeschi, già rotti a Mori, e spaventati da un furioso assalto di Rampon in Roveredo, abbandonarono frettolosamente la terra con andare a posarsi nel sito fortissimo che chiamano il Castello della Pietra o di Caliano. Speravano, se non di arrestare l'impeto del nemico in questo luogo, almeno di starvi forti tanto che potessero ogni cosa mettere in sicuro alle spalle. Ma quei presti repubblicani ebbero assai presto superati tutti gli ostacoli che e la natura del sito e l'arte del nemico aveva loro opposto. Imperciocchè il generale Dammartin, allogate con incredibile fatica alcune artiglierie in un luogo creduto per lo innanzi inaccessibile, donde feriva di fianco, ed i feritori alla leggiera, destrissimi ed animosissimi,arrampicatisi per luoghi dirupati e precipitosi, togliendo sicurezza a quel forte passo, tempestavano contro i difensori molto furiosamente. Vedutosi da Buonaparte il successo di queste cose, comandava a tre battaglioni di disperato valore, dessero dentro a precipizio senza trarre alla forra che conduce al castello, e questo assaltassero. Nè fu meno pronta l'esecuzione di quanto fosse risoluto il comandamento; perchè, messisi i battaglioni a quello sbaraglio, in meno tempo che uomo concitato a presti passi farebbe, passarono la forra, menando grande strage degli Alemanni, che cedendo allo audacissimo nemico si ritirarono a gran fretta in Trento. Nè credendosi sicuri, ritiraronsi più oltre sulla destra del Lavisio su la strada per a Bolzano. Tale fu l'esito della battaglia di Roveredo, combattuta il dì 4 settembre. Vi perdettero gli Austriaci con venticinque cannoni, tre in quattro mila soldati morti, feriti o prigionieri. Dei Franzesi pochi mancarono per la speditezza del fatto.Perduto il forte sito di Calliano, restava Trento senza difesa. Infatti il 5 settembre entravano i Franzesi vittoriosi, prima Massena, poi Vaubois, di fresco venuto dalla Toscana al campo. Divenuto Buonaparte signore di Trento, veniva tosto in sulle lusinghevoli parole, dichiarando volere che la città e principato di Trento fossero per sempre liberati dalla superiorità tedesca e posti in libertà. Del rimanente poco importava al generale della repubblica lo stato de' popoli trentini; bensì gli premeva di sollevare con dolci discorsi i popoli della vicina Germania, affinchè tumultuando contro i principi loro, gli rendessero facile l'impresa di congiungersi coi soldati di Ferino mandati avanti da Moreau con questo intento.Gli rompeva questi disegni l'antico Wurmser, il quale, invece di difendere per que' luoghi alpestri del Tirolo con le reliquie de' suoi i passi della Germania, deliberassi, con animoso e ben ponderatoconsiglio, di voltarsi di nuovo all'Italia, sperando che per la sua presenza inopinata in queste provincie, aggiuntovi qualche rinforzo che testè gli era giunto dal Norico, avrebbe potuto farvi qualche variazione, od almeno ritirarsi al sicuro nido di Mantova. Qualunque avesse ad essere, o prospero od avverso l'esito di questa fazione, bene era certo l'effetto di tirare nuovamente Buonaparte in Italia e di stornare per questo mezzo quella terribile tempesta dalla nativa Germania. Adunque il maresciallo, già fin quando si combatteva a Roveredo ed a Calliano, s'incamminava, scendendo a gran passi, per la valle Brentana, intento suo essendo di congiungersi a Bassano con gli aiuti che, venuti dal Norico, si erano ridotti ad aspettarlo in quella città. Si era persuaso che il suo avversario, udita la strada presa da lui, non solamente deporrebbe il pensiero di assaltar la Germania, ma ancora scenderebbe a gran passi a seconda dell'Adige per andar a far argine a quel nuovo impeto nelle vicinanze di Verona. Effettivamente Buonaparte, abbandonata l'impresa di Germania, si rivoltava verso l'Italia, ma bene non prese la via dell'Adige, anzi sprolungata per la valle medesima della Brenta la destra de' suoi, seguitava frettolosamente le genti Alemanne. Erano guidatori principali di questi soldati, secondo il solito, que' due folgori di guerra Massena ed Augereau. Marciarono tanto speditamente che giunsero gl'imperiali a Primolano e li vinsero con presa di molti soldati. Si combattè poscia a Cismone, si combattè a Selagno, e sempre felicemente pe' Franzesi. Già quel nembo era vicino a scoccare contro Bassano dov'era il corpo principale di Wurmser. L'assaltarono correndo Augereau a sinistra, Massena a destra, e tosto il ruppero, con grande ammirazione e sconforto di Wurmser, che si era confidato nella fortezza di quel passo posto alla sboccatura della valle della Brenta. Ora nissun altro partito restava al maresciallo d'Austria, poichèsì presti l'avevano sopraggiunto i Franzesi, se non quello di ritirarsi per far pruova di guadagnare le sicure muraglie di Mantova. Adunque, velocemente marciando e velocemente ancora seguitato da' repubblicani, passava l'Adige a Porto Legnago, batteva Massena a Cerea, Buonaparte a Sanguineto, entrava coi soldati tutti sanguinosi, ma con aver fatto sanguinosa la vittoria anche al nemico, dentro i ripari della forte Mantova.Questo fu il fine dell'impresa di Wurmser in Italia e del poderoso esercito che vi condusse. Ne fu afflitta la Germania, ne fu lieta la Francia, e pendè di nuovo incerta l'Italia del destino che la aspettasse; perchè nè Mantova era piazza che si potesse facilmente espugnare, nè l'imperador d'Alemagna era tale che non fosse per fare un nuovo sforzo per riconquistare le rive tanto infelicemente feconde dell'Adda, del Ticino e del Po.Siede Mantova, città antica e nobile, in mezzo ad un lago che il fiume Mincio forma, ed in tre parti si divide, separate una dall'altra da due ponti. Ma non tutta la città è circondata da acque libere e correnti; conciossiachè il Mincio, a stanca verso la cittadella precipitandosi, lascia i terreni a dritta o del tutto scoperti o di poche acque velati, ma limacciosi tutti ed ingombri di erbe e di canne palustri. Questa è la palude che si dilata e circuisce in gran parte le mura. Oltre poi le acque e la palude, le principali difese di Mantova consistono nella cittadella, nel forte San Giorgio, ne' bastioni di porta Pradella e di porta Ceresa, ed in altri propugnacoli, che da luogo a luogo sorgono tutti all'intorno nel recinto delle mura, e finalmente nelle trincee del Te del Migliaretto.Tutte queste difese fanno la fortezza di Mantova, ma più ancora l'aria pestilente, che, massimamente a' tempi caldi, rende quei luoghi infami per le febbri e per le molte morti, e fa le stanze pericolosissime, principalmente ai forastieri non assuefatti alla natura di quel cielo. Nonè però che nel complesso delle dette fortificazioni non vi sia una parte di debolezza, perchè nè la cittadella nè il forte San Giorgio sono tali che possano resistere lungo tempo ad una valida e regolata oppugnazione; ed a porta Pradella, non meno che nelle mura a mano manca di porta Ceresa sono altri tratti difettosi. Sapevanselo i Franzesi quanto a questo ultimo tratto, che prima dell'arrivo di Wurmser avevano assaltato questa parte, e già tanto si erano condotti avanti, che, aperta la breccia, stavano in punto di entrarvi. A tutto questo pensando Buonaparte, era venuto nell'opinione, che in venti giorni di trincea aperta si potesse prender Mantova; ed era pur solito a dire, ed ei se n'intendeva, che con sette mila soldati, stante la difficoltà delle sortite per la strettezza degli argini, e la facilità di tenerli dagli assedianti guardati, se ne possono bloccar dentro Mantova venti mila.Era giunto, come abbiam narrato, il maresciallo Wurmser in Mantova con un grosso corpo di genti avanzate alle stragi di Castiglione e di Bassano. Questo sussidio, mentre dava maggior forza alla guernigione già stanca da molte battaglie e da troppo frequenti vigilie, induceva nondimeno una più grande necessità di vettovaglia. Difettava particolarmente di erba e di strame per pascere i cavalli, che erano, rispetto ai fanti, in numero assai considerabile. Adunque il capitano austriaco, vedendosi potente per la moltitudine dei soldati, massime di cavalleria, sortiva spesso con grosse cavalcate a foraggiare alla campagna, il che tanto più facilmente poteva fare quanto più, essendo tuttavia padrone della cittadella e di San Giorgio, avea le uscite spedite, senza essere obbligato a restringere le genti in lunghe file per passare i ponti o gli argini. Queste cose infinitamente nuocevano a Buonaparte, il quale sapendo che l'Austria non avrebbe omesso di mandare nuovi soldati in Italia, desiderava di venirne presto alle stretteper aver Mantova in mano sua anzichè gli aiuti arrivassero. A questo fine, essendo giunto alla metà del suo corso il mese di settembre, comandava a' suoi andassero all'assalto di San Giorgio, perchè quello era il principale sbocco degli Austriaci alla campagna. Nel tempo medesimo il generale Sahuguet dava l'assalto alla Favorita, sito fortificato dagli Austriaci e posto a tramontana tra San Giorgio e la cittadella. Attraversò questi disegni il vivido e sagace Wurmser; perchè, cacciatosi di mezzo con la cavalleria, e represso l'impeto dei repubblicani, gli sbaragliava. Ma l'audace Buonaparte non era uomo da interrompere i suoi pensieri per un piccolo tratto di fortuna contraria. E però avvisandosi che il suo avversario, fatto confidente dalla prosperità della fazione, cercherebbe ad allargarsi viemmaggiormente nella campagna, volendo nutrire in lui questa baldanza nuova, ritirava i suoi più lontano dalla piazza. Eransi gli Austriaci ingrossati, coll'intenzione di conservarsi libera la campagna, a San Giorgio ed alla Favorita; avevano anzi spinto molto avanti le loro guardie fuori degli alloggiamenti. Ordinate le cose sue con opportuni comandamenti ad Augereau, a Sahuguet, a Pigeon, ed a quel pronto e valoroso Massena, fu l'industria e la virtù del generale di Francia aiutata dal benefizio della fortuna; perchè Wurmser essendosi di soverchio allargato nella campagna, come Buonaparte prevedeva, non fu difficile a Pigeon di congiungersi con Sahuguet ad interrompere le strade fra San Giorgio e la Favorita, ed Augereau arrivava tempestando a rompere l'ala dritta degl'imperiali. Il maggior danno fu quello recato da Massena; poichè fu tanto forte l'impeto suo, che prostrando ogni difesa, entrava per viva forza in San Giorgio, e se ne faceva padrone. Nè in alcun modo soprastando, per non corrompere colla tardanza il corso della fortuna favorevole, metteva anche in suo potere il capo del ponteche dal sobborgo porta alla città. A questo modo gli Austriaci rotti e dispersi, parte furono presi o morti in numero di circa tre mila, e parte si ritirarono fuggendo alla cittadella: perdettero venti bocche da fuoco. Questa fazione, avendo posto in poter dei Franzesi i luoghi più opportuni all'ossidione e fiaccando l'ardire degli Austriaci, restrinse molto la piazza; e sebbene di quando in quando il generale dell'imperio, condotto dal proprio coraggio e tirato anche dalla necessità, per fuggire la molestia della fame, facesse, per andar a saccomano, sue sortite, non si affidava però più di correre così liberamente la campagna, il che rendè in breve tempo le sue condizioni peggiori; perciocchè cominciava a patire maravigliosamente di vettovaglia. Già sorgevano segni di mala contentezza che obbligavano Wurmser a star vigilante così dentro come fuori. Munivano i Franzesi con fossi e con trincee il conquistato San Giorgio, e dimostravano grandissima confidenza d'entrar presto in Mantova.Eransi nell'isola di Corsica maravigliosamente sollevati gli animi a cagione delle vittorie dei Franzesi in Italia: il quale moto tanto si mostrava più grande, quanto più alla contentezza dei prosperi successi dell'armi si aggiungeva quella che principalissimo operatore fosse quel Buonaparte, che, quantunque mandato in tenera età a crearsi in Francia, era peraltro nato e cresciuto fra di loro. Questi umori erano anche ingrossati dalle insolenze degl'Inglesi e dalle taglie che avevano poste. Queste erano le cagioni, per cui la parte franzese in Corsica andava ogni dì acquistando nuove forze e nuovo ardire, mentre la inglese perdeva continuamente di forza e di riputazione: già il dominio d'Inghilterra vi titubava. Queste cose si sapevano da Buonaparte; e siccome quegli che era sempre pronto ad usare le occasioni, aveva posto piede in Livorno, non solamente col fine di serrare questoporto agl'Inglesi, ma ancora per muovere la Corsica a danno loro. Laonde indotto in isperanza di poter tosto farvi rivoltar lo Stato a favore della Francia, aveva mandato a Livorno, aspettando tempo di insorgere più vivamente, un colonnello Bonelli, Corso, con alcuni altri soldati del medesimo paese, e, provvedutolo di denari, d'armi e di munizioni, gli comandava andasse in Corsica, e con la presenza e con le esortazioni desse speranza di maggiori sussidii. Era il passaggio di mare assai pericoloso per le navi inglesi che continuamente il correvano; ma Buonaparte, confidando nell'opera di Sapey, un Delfinate molto sagace ed attivo, che aveva il carico di quel passo, gliene commetteva l'impresa. A questi primi principii, crescendo vieppiù le speranze del felice fine, mandava a Livorno, perchè fossero pronti a salpare, i generali Gentili, Casalta e Cervoni, nativi dell'isola, e che potevano pel credito e dipendenza loro aiutare l'impresa. Preponeva ad essa, come capo, Gentili, uomo d'intera fama e savio per natura e per età. I Corsi fuorusciti per intenzione di Buonaparte concorrevano a Livorno e si ordinavano in compagnie. Una compagnia di ducento, più attivi e più animosi degli altri, doveva essere il principal nervo dei conquistatori di Corsica. S'aggiungevano alcuni pezzi d'artiglierie di montagna e cannonieri pratichi per governarli. Erano vicine a mutarsi in pro della Francia le sorti della patria di Buonaparte.Avevano molto per tempo gl'Inglesi avuto avviso di tutti questi preparamenti, e stavano vigilanti nell'impedire il passo del mare. Nè parendo loro che ciò bastasse alla sicurezza dell'isola dopo il perduto Livorno, applicarono l'animo al farsi signori di Porto-Ferraio, terra forte e principale dell'isola d'Elba. Pervenuto sentore di questo tentativo a Miot, ministro di Francia a Firenze, richiedeva con viva instanza dal gran duca, desse lo scambio al governatore di Porto-Ferraio,sospetto, secondo l'opinione sua, di essere aderente agl'Inglesi; ricercandolo altresì mettesse in quel forte un presidio sufficiente ad assicuravelo; e voleva finalmente che si aggiungessero ducento soldati franzesi. Soddisfece alla prima domanda il principe, scambiando il governatore; ma fondandosi sulla neutralità, legge fondamentale della Toscana, accettata dalla repubblica di Francia, e confermata da tutte le potenze amiche e nemiche, non consentì al rimanente.Intanto non portarono gl'Inglesi maggior rispetto a Porto-Ferraio, che i Franzesi a Livorno portato avessero. S'appresentavano il dì 9 di luglio in cospetto di Porto-Ferraio, con diciassette bastimenti che portavano due mila soldati; richiesero la piazza. Scriveva il vicerè di Corsica al governatore, volere occupare Porto-Ferraio, perchè i Franzesi avevano occupato Livorno, e macchinavano di occupare anche Porto-Ferraio; ma non volere, negando con le parole quello che faceva coi fatti, solito costume di quella perversa età, offendere la neutralità. I capi della flotta poi minacciavano, se non fossero lasciati entrar di queto, entrerebbero per forza.Avute il granduca queste moleste novelle, comandava al governatore, protestasse della rotta neutralità, negasse la dimanda, solo cedesse alla forza. Ma già gl'Inglesi, procedendo dalle minaccie ai fatti, erano sbarcati sulle spiaggie d'Acquaviva, e, per sentieri montuosi marciando, erano giunti in cima al monte che sta a ridosso del forte di Porto-Ferraio; quivi piantarono una batteria di cannoni e di obici con le bocche volte verso la città. I soldati scendendo da quei siti erti e scoscesi nella strada che dà l'adito alla lerce, stavano pronti ad osservare quello che vi nascesse dentro, per le intimazioni e presenza loro. Mandava Orazio Nelson da parte del vicerè di Corsica intimando al governatore, volere gl'Inglesi Porto-Ferraio e i forti per preservarli dai Franzesi; porterebbe rispetto alleproprietà, alle persone, alla religione; se ne andrebbero, fatta la pace o cessato il pericolo dell'invasione; se il governatore consentisse, entrerebbero pacificamente; se negasse, per forza. Adunava il governatore gli ufficiali, i magistrati, i consoli delle potenze, i capi di casa più principali, acciocchè quello che far si dovesse deliberassero. Risolvettero di consentimento concorde, che si desse luogo alla forza, protestando di alcune condizioni; le quali accettate, entrarono nella toscana isola gl'inglesi. Poco dopo s'impadronirono anche dell'isola Capraia, di Stato Genovese.In questo mezzo tempo bollivano le cose nella partigiana Corsica perturbata da grandissimi accidenti, ed andavano a versi di Buonaparte. Bonelli, condottosi nell'isola e spargendo voci di prossimi aiuti e detestando la superiorità inglese, e spargendo ogni dove faville d'incendio e turbando ogni villa, ogni villaggio, massime sui monti vicino a Bastia ed a San Fiorenzo, aveva adunato gente che apertamente resisteva al dominio del vicerè. A Bastia, sendovi ancora presenti gl'Inglesi, una congregazione di patriotti, o piuttosto di partigiani di Buonaparte e di Saliceti, nemicissimi del nome di Paoli e d'Inghilterra, avevano preso tanto ardire, che addomandarono al vicerè la libertà dei carcerati, e scrissero a Saliceti, già avesse Bastia in luogo di città franzese. Vedutosi da Saliceti e da Gentili che quello era il tempo propizio per restituire la patria loro alla Francia, mandarono innanzi Casalta, con una banda di fuorusciti corsi, affinchè, arrivando a Bastia, aiutasse quel moto, cagione probabile di cambiamento. Fu opportuno il disegno, non fu infelice il successo; perchè giungeva sul finire di ottobre Casalta e sbarcava le sue genti, alle quali vennero a congiungersi i partigiani in grosso numero. Occuparono i poggi che dominano Bastia. Intimava Casalta agl'Inglesi, che tuttavia tenevano il forte, si arrendessero; quando no, li fulminerebbe. Sopravvennerointanto le novelle che gran tumulti nascevano in tutta l'isola contro il nome britannico. Gl'Inglesi pertanto si risolvevano ad abbandonare quello che più non potevano conservare; e precipitando gli indugi dal forte di Bastia, lo spacciarono prestamente, e si ricondussero alle navi; ma perdendo, scontratisi con Casalta, cinquecento prigionieri, e i magazzini; dei cannoni parte trasportarono, altri chiodarono. A tale fatto i tumulti crescevano, gli alberi della libertà si piantavano. Intanto guadagnava Casalta, non però senza difficoltà, le fauci di San Germano, per cui si apre la strada da Bastia a San Fiorenzo, ed arrivava improvvisamente sopra quest'ultimo luogo cacciandosi avanti gl'Inglesi fuggiti da San Germano. Diedero tostamente opera a vuotare la piazza; vi entrarono con segni d'incredibile allegrezza i Corsi repubblicani. Tuttavia l'armata inglese stava sorta sull'ancore poco distante da San Fiorenzo in prospetto di Mortella; i soldati avevano fatto un forte alloggiamento sui monti a ridosso di Mortella medesima, non che volessero continuare nell'intenzione di conservare la Corsica, ma solamente per acquare, vettovagliarsi, e raccorre gli sbrancati sì magistrati del regno che soldati, che per luoghi incogniti e per tragetti arrivavano ad ogni ora, fuggendo il furore corso che li cacciava. Partiva frattanto da Livorno Gentili, conducendo con sè nuove armi e munizioni, ducento soldati spigliatissimi, trecento fuorusciti di Corsica. Arrivato a Bastia, dato riposo alla truppa, squadronati nuovi Corsi che accorrevano, si metteva in viaggio per a San Fiorenzo con animo di cacciar gl'Inglesi da quell'ultimo nido di Mortella. Urtava l'oste britannica, ne seguitava una mischia mortalissima: fuggirono finalmente gl'Inglesi, ricevendo per viaggio molti danni, e si ridussero, prestamente camminando e tutti sanguinosi, alle navi. Conseguito quest'intento, saliva Gentili sopra certi monti, donde speculando vedeva l'armata inglese che continuava astarsene con l'ancore aggrappate in poca distanza: preparava una forte batteria per fulminarla. Non aspettarono l'ultimo momento; che anzi, date le vele ai venti, si allargarono in alto mare alla volta di Gibilterra, lasciando tutta l'isola in potestà di coloro che la vollero restituire all'antica madre di Francia. Al tempo stesso abbandonarono gl'Inglesi le testè conquistate isole d'Elba e Capraia brevissimo frutto di violata neutralità.Fatte tutte queste cose, arrivava Saliceti in Corsica con facoltà di perdonare. Parlava ai Corsi con benigne e incitate parole, conchiudendo: «giurate sull'are vostre, e per l'ombre dei compagni morti nelle battaglie a difesa della repubblica, giurate odio eterno alla monarchia.» I quali violenti parlari, che producevano frutti conformi, dimostravano quanto gli uomini si soddisfacciano meglio delle esagerazioni che della temperanza.Fertilissimo di avvenimenti, e tutti di sommissima importanza, è quest'anno e chi volesse registrarli giorno per giorno come apparvero sulla scena, produrrebbe una confusione da non potersi così agevolmente strigare. Miglior consiglio sarà dunque il tendere più fila e venirle seguendo di mano in mano, ripigliando i tempi secondo l'opportunità, come si è fatto finora, perchè da ciò la narrazione acquisterà quella chiarezza e quella connessione che altrimenti le mancherebbero all'in tutto.Le vittorie dei repubblicani in Italia erano splendidissime; l'avere ridotto a condizione servile il re di Sardegna, ad accordi poco onorevoli quel di Napoli ed il papa, l'avere non solo vinto, ma anche spento due eserciti nemici, l'essere disarmata la repubblica di Venezia, l'aver cacciato dalla Corsica gl'Inglesi col solo sventolar di una bandiera, davano argomento che la potenza franzese metterebbe radici in Italia e che questa provincia sarebbe per cambiare e di signori e di reggimento. Queste condizioni eranocagione che sorgessero ogni dì nuovi partigiani a favore del nuovo stato contro il vecchio. E, vedute tante vittorie, si accostavano a voler secondare le mutazioni molti uomini savii e prudenti, i quali opinavano che, poichè la forza aveva partorito movimenti di tanta, anzi di totale importanza, era oramai venuto il tempo del non dover lasciare portar al caso sì gravi accidenti; che anzi era debito di ogni amatore della patria italiana di mostrarsi e di dar norma con l'intervento loro, per quanto fra l'operare disordinato dell'armi possibil fosse, a quei moti che scuotevano fin dal fondo la tormentata Italia. Si persuadevano che se era scemato il pericolo delle armi avversarie, era cresciuta la necessità di soccorrere alla patria coi buoni consigli; credevano male accetti essere ai popoli gl'Italiani intemperanti che avevano prevenuto o troppo ardentemente o troppo servilmente secondato i primi moti dei Franzesi, e però non doversi a loro abbandonare la somma delle cose.Questa fu un'epoca seconda nelle rivoluzioni di Italia, in cui uomini prudenti per la necessità dei tempi vennero partecipando delle faccende pubbliche. In questo concorsero e nobili e popolani, e dotti ed indotti, e laici ed ecclesiastici, desiderando tutti di cavare da quelle acque tanto torbide fonti puri e salutari per la patria loro. Tra costoro non tutti pensavano alla stessa maniera; perciocchè alcuni amavano i governi spezzati, altri desideravano l'unità d'Italia: fra i primi si osservavano i più attempati, fra i secondi i più giovani; i primi moderavano, i secondi incitavano; i primi più manifestamente operavano, i secondi più nascostamente, ed i Franzesi chiamavanli la lega nera, e di essa i capi dell'esercito avevano più paura che del nemico.Quanto al reggimento interno di ciascuna parte o di tutta Italia, amavano i più, fra coloro di cui parliamo, la repubblica, ma la volevano ridurre al patriziato, instituito con la moderazione dellapotenza popolare prudentemente ordinata, governo antico all'Italia. A questo consiglio si opponevano le operazioni disordinate dell'armi, l'assurdo capriccio de' Franzesi di quei tempi di voler applicare il modo del loro governo a tutti i paesi che conquistavano, la volontà di Buonaparte, finalmente gl'Italiani servili imitatori delle cose d'oltremonti ed incapricciti ancor essi de' governi geometrici. Ma quegli altri confidavano che la società si sarebbe fermata al governo patrizio misto di democrazia.Questi sentimenti principalmente sorgevano nell'Emilia, e più particolarmente in Bologna, ma non potevano impedire che la fazione democratica, pazza e servile imitatrice di quanto si era fatto in Francia, non vi producesse una grande inondazione. Nè essa operava da sè, quantunque ne avesse voglia, ma suscitata a bella posta dagli agenti di Buonaparte e dal direttorio. Il duca di Modena solo e senza amici, e, quel che era peggio, ricco o in voce di essere, si trovava esposto ai tentativi di questi uomini fanatici e sfrenati; nè rimaneva, per la forza delle opinioni e degli esempi che correvano, fedele disposizione ne' popoli. Furono le prime mosse date da Reggio, città scontenta, per le emulazioni con Modena, del governo del duca. La notte del 25 agosto vi si levarono improvvisamente a romore i partigiani della democrazia. Era il presidio debole, i magistrati timidi, l'infezione grande. Laonde, senza resistenza alcuna crescendo il tumulto, in poco d'ora fu piena la città di lumi, di canti repubblicani, di voci festive del popolo, di un gridar continuo di guerra al duca. Piantarono il solito albero, inalberarono le tricolorite insegne. La mattina nissun segno era in piede del ducale governo: i soldati del duca, impotenti al resistere, se ne tornarono di queto a Modena. Si accostarono ai primi motori uomini riputati per ricchezze e per dottrina per dar norma a quell'impeto disordinato. Condotto a fine il moto, crearonoun reggimento temporaneo con torma repubblicana, moderarono l'autorità del senato, instituirono magistrati popolari, descrissero cittadini per la milizia. Questi erano i disegni interni. Ma, desiderando di rendere partecipi i vicini di quanto avevano fatto, mandavano uomini a posta nel contado, in Lunigiana ed in Garfagnana, acciocchè, parlando e predicando, muovessero a novità. Inviarono Paradisi e Re ad affratellarsi, come dicevano, coi Milanesi. L'importanza era di far muovere Modena. Nè in questo mancarono a sè stessi i Reggiani, perchè spacciarono gente attiva a sollevare con segrete insinuazioni e con incentivi palesi quella città. Tanto operarono, che già una banda di novatori, portando con sè non so che albero, il volevano piantare in piazza; gridavano accorruomo e libertà. Ma fu presto il governo ad insorgere contro quel moto, e fatta andare innanzi la soldatesca con le armi, risospingeva i libertini non senza qualche uccisione. Rendè Ercole Rinaldo da Venezia solenni grazie a' Modenesi per la conservata fedeltà. Pagherebbe, aggiunse, del suo gran parte delle contribuzioni, scemerebbe le gravezze de' comuni.Questo intoppo interruppe i pensieri di Buonaparte. Ma egli, che non voleva che gli fossero interrotti, fece con la forza propria quello che le reggiane non avevano potuto. Per la qual cosa mandava fuori un manifesto da Milano, pieno di querele contro il duca: non avere pagato ai tempi debiti le contribuzioni di guerra; starsene tuttavia lontano dagli Stati; lasciare interi gli aggravii di guerra ai sudditi, nè volervi partecipar del suo; avere somministrato denari ai nemici della repubblica; incitare i sudditi con perniciose arti e per mezzo di genti contro Francia; avere vettovagliato Mantova a pro degli Austriaci. Dichiarava pertanto non meritare il duca più alcun favore dalla Francia; essere annullati i patti della tregua; l'esercito italico ricoverare sotto l'ombra sua, e ricevere inprotezione i popoli di Modena e di Reggio; chiunque offendesse le proprietà ed i diritti de' Modenesi e de' Reggiani sarebbe riputato nemico di Francia. Buonaparte non era uomo da minacciare con le parole prima che eseguisse coi fatti. E però, non ancora comparso il manifesto, già i suoi soldati s'impadronivano del ducato. Due mila entravano in Modena, prendevano la fortezza, sconficcavano le case, cacciavano i soldati, afferravano le insegne, chiamavano i popoli a libertà. Al medesimo tempo occupavano Sassuolo, Magnano ed altre terre del dominio ducale, facendo variare lo Stato e ponendo mano in tutto che al pubblico si appartenesse. Pure le allegrezze furono molte; piantossi l'albero, cantossi, ballossi; furonvi conviti, teatri, luminarie. Fatte le allegrezze, si venne alle riforme: annullaronsi i magistrati vecchi, crearonsi i nuovi, giurossi alla repubblica di Francia; dello stato politico si aspettavano i comandamenti di Buonaparte.Or si torni alle cose di Bologna, che non era vacua nè di sospetti nè di fatiche. Aveva il senato fatto, per conservarsi lo stato, quanto pei tempi abbisognava, cattivatosi il generale repubblicano, fatto restituir Castelbolognese, promesso riforme. Ma l'aristocrazia era odiosa ai più ardenti instigatori, la democrazia trionfava. Perlochè voci subdole si spargevano contro gli aristocratici; li chiamavano tirannelli; il popolo sempre era di mezzo, e lo dicevano sovrano. Imperversavano gridando che, scacciato quel tiranno del papa, così lo chiamavano, era mestiero scacciare anche que' tiranni de' senatori, e tutto dare in balìa del popolo sovrano; il popolo adombrava, perchè non sapeva che cosa tutto questo si volesse significare; i capi repubblicani volevano consuonare con Modena e con Reggio. Vide il senato il tempo tempestoso per le condizioni tanto perturbate del paese, e volle rimediarvi con dare speranze di riforme, non accorgendosi che se il resistere alla pienaera impossibile, il secondarla era insufficiente. Pubblicava si creasse una congregazione d'uomini dotti e probi, affinchè proponessero un modello di costituzione consentanea ai tempi, ma conforme a quel modo di reggimento che sussisteva in Bologna prima della signoria de' pontefici. Non parve compito il disegno, perchè quell'antica forma non piaceva, ed i nominati della congregazione si tacciavano d'aristocrazia. La verità era, che niuna forma buona, se non la democratica, pareva a coloro che menavano più romore. Compariva intanto il modello della costituzione tutto democratico e, secondo il solito, levato di peso dalla costituzione franzese, ma contenente altre parti: si abolisse la tortura, si moderassero le pene, si abbreviassero i processi.Adunaronsi i comizii nella chiesa di San Petronio; il fine era di accettare o rifiutare la costituzione. Per voti concordi nominarono presidente Aldini avvocato raccolto il partito, trovossi avere squittinato quattro cento ottantaquattro; quattro cento trentaquattro pel sì, cinquanta pel no. Bandì il presidente, il popolo bolognese avere accettata la costituzione. Intuonossi l'ambrosiano canto, al tempo stesso udissi un suonar di campane, un dar nei tamburi, una musica guerriera, un cantar repubblicano per tutta Bologna. Godeva il popolo; la notte fuochi artificiali, luminarie, teatri, e quanto si usa fare dai popoli nelle grandi allegrezze.Nè con minore caldezza procedevano le faccende in Ferrara. Vi si creavano i magistrati popolari; vi si bandiva la repubblica. Mandavano deputati a Buonaparte per ringraziarlo, ai Milanesi per affratellarsi; tutta l'Emilia commossa.In questo mentre arrivava Buonaparte a Modena. Concorrevano in folla i popoli per vederlo, Ferraresi, Bolognesi, massime Reggiani, che in questi moti con maggiore ardenza camminavano. La sua presenza in Modena fruttava altro cheparole. Chiamati a sè i primi, fece loro intendere, con un'arte esortatoria che era in lui molto efficace, si unisse tutta l'Emilia in una sola repubblica, e si facesse forte sull'armi. Questi consigli trovavano disposizioni conformi in popoli esaltati. Però si adunavano, il dì 16 ottobre, in Modena ventiquattro deputati per parte di Ferrara, venti per Modena, venti per Reggio. Decretava il consesso, tutta l'Emilia in una sola repubblica sotto protezione della Francia si unisse; la nobiltà feudataria si abolisse; fossero salve e sicure a tutti i pacifici uomini le proprietà; un magistrato si creasse che avesse carico di levare, ordinare, armare quattro mila soldati a difesa comune; un altro congresso di tutta l'Emilia si tenesse il dì 27 dicembre; questo secondo congresso statuisse la costituzione che avesse a reggere la nuova repubblica. Questo muoversi dei Cispadani all'armi molto piaceva a Buonaparte, perchè serviva di esempio ai Milanesi, che la medesima volontà non dimostravano. In fatti questi ultimi, per non parer da meno, offerirono dodici mila soldati. Già si dava opera a Milano ad ordinare la legione lombarda, in cui entrarono Italiani di ogni provincia, e la legione polacca, in cui si scrissero molti Polacchi, o disertori o fuorusciti, e parte anche uomini raccolti in tutta Germania. I Reggiani più infiammati non si contentarono nè delle parole nè delle mostre. Dato dentro ad una squadra d'Austriaci usciti per fazione militare da Mantova, e tagliati fuori dai Franzesi, li facevano prigioni a Montechiarugolo, non senza fatica e sangue da ambe le parti. Presentarongli in una modenese festa trionfalmente a Buonaparte, gratissimo dono, perchè ed agguerriva gl'Italiani e li faceva intingere contro lo imperatore.Tutte queste cose affliggevano e spaventavano il pontefice, che si vedeva restar solo esposto alle percosse delle armi repubblicane. Aveva fatto quanto per lui si era potuto per adempire le condizioni,ancorchè gravissime fossero, della tregua. La pace che si trattava a Parigi non veniva a conclusione. Voleva il direttorio che il papa recedesse da qualunque lega contro Francia; negasse il passo ai nemici, il desse ai Franzesi; serrasse i porti agl'Inglesi; rinunziasse a Ferrara, a Bologna, a Castro, a Benevento, a Ronciglione, a Pontecorvo; proibisse l'evirazione dei fanciulli. Quanto alla religione, il direttorio richiedeva che il papa rivocasse qualunque scritto od atto emanato dalla santa Sede rispetto alle faccende ecclesiastiche di Francia dall'89 in poi. Posto il partito dal pontefice, opinò con consentimento unanime il collegio dei cardinali, doversi rifiutare tutte le pratiche, non potersi accettare i patti, alla forza si resistesse colla forza. Quando così deliberarono, già sapevano essere in ordine una terza mossa austriaca per l'Italia, e per questa cagione speravano di aver seco congiunte le armi imperiali.Sapeva Pio VI a quale pericolo sottoponesse sè medesimo e tutto lo Stato ecclesiastico col rifiutar la pace. Perciò non ometteva alcuno di quegli aiuti che pei tempi confermare lo potessero. Scriveva un breve a tutti i principi cattolici, col quale, gravissimamente favellando, gli esortava a non abbandonare dei sussidii loro la santa Sede in così imminente pericolo; corressero, ammoniva, in soccorso di quella religione che con tanta pietà professavano, e che era cagione che i sudditi con tanto amore e soggezione a loro obbedissero; dimostrando quindi di quanto danno fosse minacciata, sorgessero adunque, esortava, accorressero, pruovassero aver cura di quanto ha posto il cielo quaggiù di più sociale, di più salutevole, di più sacro; darebbe egli, tanto vicino al pericolo, l'esempio della costanza, nè potere o il romore di sì perniziosa guerra o l'età sua oramai cadente, o le instigazioni dei mali affezionati tanto operare, ch'egli non sorgesse con animo invitto a difesa di quella religione che, scesa da Cristo Dio pel ministero dei santi Apostolisino a questi miseri tempi incorrotta e pura, doveva parimente ai posteri pura ed incorrotta tramandarsi.Queste voci mandava ai principi cattolici il pontefice ottuagenario, primo sostenitore, e con le parole e con l'esempio, dell'autorità e della dignità dei principi.Non aveva il re di Napoli intermesso per mezzo del principe di Belmonte Pignatelli i suoi negoziati a Parigi, ora con più vivezza procedendo, ora allungando il dichiararsi, secondochè gli accidenti d'Italia succedevano o più prosperi o più avversi alle armi franzesi. Lo stimolavano dall'un de' lati l'Austria e l'Inghilterra a mantenersi in fede; dall'altro il ritraeva il timore dei Franzesi saliti in tanta potenza. Il direttorio, che si accorse dell'arte, volle stringere; ma in tal fatto meritossi riprensione dell'aver tacciato, accennando alle tergiversazioni del principe di Belmonte, d'infame nota la fede italica, come la chiamò; perchè niun vede come si possa accusare una nazione dell'infedeltà de' suoi governi, e nemmeno vede come le arti usate dal principe napolitano, ora di stringere, ora di allargarsi, possano chiamarsi arti fedifraghe e da chiamarsi con nome odioso; perciocchè di simili arti usarono tutti i governi in tutti i loro negoziati politici, e la Francia stessa le usò in ogni tempo, e più ancora a quei del direttorio. L'udire poi accusarsi la fede italica come infedele da coloro che a bella posta cercavano lite ai principi italiani per cavarne denaro e per distruggerli, non si potrà certamente senza sdegno comportare da chi, libero da ogni anticipata opinione essendo, è solo amatore del giusto e dell'onesto.Intanto, tra per la mediazione di Spagna e per le nuove che ogni dì più si moltiplicavano del venire i Tedeschi verso l'Italia, fu concluso fra la Francia e Napoli un trattato di pace il dì 10 ottobre, molto onorevole, secondo i tempi, al re; perchè nè gli si comandava di serrare del tutto i porti alle potenze nemichedella repubblica, nè gli s'imponeva l'obbligo di scarcerare i mescolati in congiure. Le principali condizioni furono: che il re rinunziasse a qualunque lega coi nemici della Francia; si mantenesse puntualmente in neutralità con le potenze belligeranti; vietasse l'entrata nelle sue marine alle navi armate in guerra di esse potenze, così franzesi, come di altre nazioni, se più di quattro fossero; si restituissero tutti i beni sì mobili che stabili sequestrati e confiscati, tanto in Francia, quanto nel regno, a motivo della presente guerra; si stipulasse un trattato di commercio; avesse luogo nella pace la repubblica batava.Anche la tregua tra la Francia e Parma si convertiva in accordo, per verità non troppo superbo pel duca, per la protezione in cui l'aveva la Spagna, sicchè la pace gli recò minor danno che la tregua: accidente insolito, perchè le paci del direttorio erano per l'ordinario peggiori delle tregue.Udissi a questi giorni la morte (16 ottobre) di Vittorio Amedeo III, re di Sardegna, principe che avrebbe avuto in sè tutte le parti che in un reggitore di popoli si possono desiderare, se non fosse stata quella smania di guerra che notte e dì il tormentava. Quindi consumò l'erario per mantenere i soldati, ed i soldati consumarono il paese: lo soggettarono anche alla forza, che sarebbe stata intollerabile, se la natura buona del principe e le vecchie abitudini di governo regolato non l'avessero temperata. Restano e sempre resteranno le memorie delle onorate cose fatte da lui in pace e nel riposo de' suoi popoli; ma fatalmente Vittorio Amedeo lasciò morendo un regno servo che avea ricevuto intero, un erario povero che aveva ereditato ricchissimo, un esercito vinto che gli era stato tramandato vittorioso. Così le sue virtù, che furono molte e grandi, non partorirono pe' suoi sudditi tutto quel benefizio che promettevano.Successe nel regno a Vittorio AmedeoIII Carlo Emmanuele IV di questo nome, principe ammaestrato in molte belle discipline, ornato di tutte le virtù che in uomo capir possono, e devotissimo alla religione. Ma con l'animo ottimo aveva il corpo infermo; perciocchè pativa straordinariamente di nervi, e questo male, al quale non era rimedio, gli rappresentava spesso di strane fantasie, che il facevano parere assai diverso da quello ch'egli era veramente. Essendo gli Stati del re frapposti tra Francia ed Italia, e provveduti tuttavia di buone armi, sebbene infelicemente usate, molto importava alla prima di averlo per amico; perciò il direttorio nissuna cosa lasciava intentata per congiungerselo in amicizia stabile per un trattato di alleanza. Si aggiungeva la tenerezza di Buonaparte pel re, cui fu sempre primario intendimento di trasportare il dominio del re dal Piemonte nello Stato di Milano, e d'incorporare alla Francia il Piemonte e l'isola di Sardegna. Questo pensiero stesso ei si volgeva in mente, quando più con le istigazioni tentava di accalorare lo spirito repubblicano in Milano. Ma non andava a grado del direttorio, o fosse che non avesse ancor deposto il pensiero di restituire, se bisognasse, il Milanese allo imperatore, o fosse che per una tal quale ambizione di repubblica credesse che con tante vittorie potesse alzar l'animo a maggiori cose, con fondare una nuova repubblica negli Stati dell'imperatore in Lombardia. Amava meglio di compensare il re a spese di Genova. Ambidue cercavano con queste speranze di adescar tanto Carlo Emmanuele, ch'ei venisse a concludere con la repubblica la confederazione. E siccome queste pratiche non si potevano tenere tanto segrete che le altre potenze non le subodorassero, confidavano che l'imperatore intimorito si sarebbe più facilmente inclinato a fare la volontà della repubblica. Ma il re non volle a questo tempo consentire al trattato, perchè gli pareva che, se congiunto fosse in lega difensiva ed offensiva conFrancia, sarebbe stato costretto a volgere le sue armi contro il papa, al quale sapeva che i repubblicani macchinavano allora di far guerra, nè gli poteva sofferir l'animo di offendere il capo della Chiesa che non gli aveva fatto alcuna ingiuria.In questo mentre Carlo Emmanuele aveva chiamato ai consigli dello Stato, invece del conte d'Hauteville, il cavaliere di San Damiano di Priocca. Inoltre, avendo il direttorio ripudiato il conte di Revel, come fuoruscito franzese, dall'ambasciata di Parigi, il re gli aveva surrogato il conte Balbo, uomo di alto lignaggio, di molte lettere e di non poca dottrina. Del rimanente, quanto al politico, era il conte piuttosto amatore di mettere l'Italia in Piemonte, che il Piemonte in Italia, ed aveva ottimamente conosciuto di che qualità fosse la libertà di quei tempi. Arrivato come ambasciatore di Sardegna a Parigi, gli furono date gratissime parole; ed egli, siccome quello che era accorto e buon conoscitore degli uomini, si mise tosto in sul negoziare, non disperando di trovar modo di far servigi importanti al re fra quei repubblicani amatori di denaro e di nomi illustri. Intromesso al cospetto del direttorio, disse non essere mai stato il re suo signore nemico a Francia nè al governo di lei; tempi fatali avergli posto in mano l'armi.... non aver mai cessato di desiderare la pace.... consigliarlo il rispetto dell'interesse suo, che era quello stesso del suo popolo, che restasse affezionato alla Francia: naturale adunque essere, soggiungeva, l'amicizia dei due Stati; avere lui carico di nudrirla; e perchè nissuna cattiva impressione restasse, avere carico di disdire i fatti accaduti in Piemonte contro l'ultimo ambasciatore di Francia; presentare le sue credenziali; vedrebbero per loro quanta fede avesse il re posta in lui; stimerebbe meritarla, se quella del direttorio meritasse.Rispose magnificamente il presidente,la moderazione del principe del Piemonte (quest'era la qualità di Carlo Emmanuele prima della sua assunzione) avere preparato la strada alla stima del popolo franzese verso il re; accrescersi la contentezza del direttorio alle nuove protestazioni; renderebbe il governo di Francia amicizia per amicizia; desiderare che l'esempio di un re amatore della pace piegasse tutti i nemici della repubblica ad accettarla; rallegrarsi il popolo franzese per le vittorie acquistate ad assicurazione della sua libertà, ma vieppiù essere per rallegrarsi, quando tutte le nazioni vivessero in amicizia con lui; non conoscere la repubblica l'astuzia politica; stipulare i trattati con lealtà, osservarli con fede, difenderli con coraggio; soddisfarsi il direttorio al vedere che il re l'avesse eletto a nutritore di concordia, sperare si sforzerebbe in adempir bene il quieto mandato.

In questo mezzo tempo si spogliavano dall'accorto vincitore di statue, di quadri, di manoscritti preziosi, di oggetti appartenenti a storia naturale Parma, Pavia, Milano, Bologna e Roma. A questo fine aveva mandato il Direttorio in Italia per commissarii Tinette, Barthelemi, Moitte, così Thouin, Monge e Berthollet, acciocchè procedessero alla stima ed allo spoglio; dal quale ufficio, così poco onorevole per la patria loro, non si sa come, benchè l'abbiano temperato con molta moderazione, non rifugisse al tutto l'animo loro.

Si avvicinavano intanto i tempi dei rei disegni del Direttorio contro l'innocente Toscana. Intendevasi, col comparire armati in questa provincia, spaventare maggiormente il pontefice ed il re di Napoli. Ma i principali fini loro in ciò consistevano che si cacciassero gl'Inglesi daLivorno, vi si rapissero le sostanze dei neutri, vi si ponessero il segno ed il modo di far muovere la vicina Corsica contro gl'Inglesi che la possedevano; ingegnandosi poi d'onestare il fatto col pretesto che gl'Inglesi tanto potessero in Livorno, che il granduca più non avesse forza bastante per frenargli, e dovere la repubblica con le sue forze andare a liberarlo da tale tirannide.

Per la qual cosa, come prima ebbe il generalissimo posto piede in Bologna e confermatovi il suo dominio, metteva ad effetto la risoluzione di correre contro la Toscana per andarsene ad occupare Livorno. Era suo intento di fare la strada di Firenze per mettere maggiore spavento nel papa; del che avendo avuto avviso il granduca, mandava a Bologna il marchese Manfredini ed il principe Tommaso Corsini, perchè facessero di dissuaderlo dall'impresa, od almeno da lui questo impetrassero, che piuttosto per la via di Pisa e di Pistoia che per quella di Firenze si conducesse. Negava il generale repubblicano la prima richiesta, consentiva alla seconda. Perlochè non indugiandosi punto, e con la solita celerità procedendo, perchè il sorprendere improvvisamente Livorno era l'importanza del fatto, già era arrivato con parte dell'esercito a Pistoia. Dal qual suo alloggiamento manifestava, il 26 di giugno, le querele della repubblica contro il granduca e la sua risoluzione di correre contro Livorno.

Rispondeva gravemente il principe, non soccorrergli alla mente offesa alcuna contro la repubblica di Francia o contro i Franzesi: l'amicizia sua essere stata sincera, maravigliarsi del partito preso dal Direttorio; non opporrebbe la forza, ma sperare che, avute più vere informazioni, sarebbe per rivocare questa sua risoluzione; avere dato facoltà al governatore di Livorno per accordare le condizioni dell'ingresso.

Marciavano intanto i Franzesi celeremente verso Livorno condotti dal generaleMurat, comparivano, passato l'Arno presso a Fucecchio, con una banda di cavalli alla Port'a Pisa. Come prima gl'Inglesi ebbero avviso del fatto, massimamente i più ricchi, lasciato con prestezza Livorno, trasportavano sulle navi, che a cotal fine erano state trattenute nel porto, tutte le proprietà loro: poi, quando i repubblicani arrivavano sotto le mura di Livorno, una numerosa conserva di sessanta bastimenti tra piccoli e grossi e sotto scorta di alcune fregate, salpava da Livorno verso la Corsica indirizzandosi. Entravano col solito brio ed aspetto militare i Franzesi. Poco dopo entrava Buonaparte medesimo, contento all'avere scacciato da quel porto tanto opportuno gli odiati Inglesi, e confidente che fra breve gli scaccerebbe eziandio dalla Corsica, sua patria. Furonvi teatri, applausi, luminarie, non per voglia, ma per ordine e per paura.

Incominciavano le opere incomportabili. Si staggivano le napolitane sostanze, si confiscavano le inglesi, le austriache, le russe: s'investigavano i livornesi conti per iscoprirle: si disarmavano i popoli, si occupavano le fortezze, e, per far colme le insolenze, si arrestava Spanocchi, governatore pel granduca. Si scuotevano al tempo stesso fortemente i negozianti affinchè svelassero le proprietà dei nemici, ed eglino, per lo men reo partito, offerirono cinque milioni di riscatto. Le conquistate merci si vendevano con molte fraudi e da coloro che stavano sopra alla vendita con grande discapito della repubblica conquistatrice che vinceva i soldati altrui e non poteva vincere i ladri propri.

Questi furono i rubamenti di Livorno; accidenti più gravi sovrastavano al granduca. Era intenzione di Buonaparte, siccome scrisse al Direttorio, di torgli lo Stato, a cagione ch'egli era principe di casa austriaca; e perchè il tradimento avesse in sè tutte le parti di un atto vituperoso, mandava pur al Direttorio, che conveniva starsene quietamente nè dir parola che potesse dar sospetto della cosasino a che il momento fosse giunto di cacciar Ferdinando. Mentre in tal modo si espilavano dai repubblicani le proprietà dei nemici loro in Livorno, gl'Inglesi, signori del mare, serravano il porto ed impedivano il libero commercio. Livorno fiorente e ricco, divenne in poco tempo povero e servo.

Nè a questo si rimasero i repubblicani: perchè, usando l'opportunità, invasero i ducati di Massa e Carrara ed occuparono tutta la Lunigiana, chiamando i popoli a libertà e sforzandogli a grosse contribuzioni di denaro. Erano questi paesi caduti per eredità dalla casa Cibo, che li possedeva anticamente, nella figliuola del duca di Modena sposata all'arciduca Ferdinando, governatore di Milano. Non si era dal conte di San Romano, quando concluse la tregua per Modena, patteggiato per Massa e Carrara; per questo il generale della repubblica li trattò da nemico.

Il terrore delle armi repubblicane aveva spaventato tutta Italia; ma, parendo a chi le reggeva che ciò non bastasse a perfetto servaggio, stavano attenti i ministri del Direttorio presso i diversi potentati italiani nello spiare e nel rapportare il vero ed il falso a Buonaparte, continuamente rappresentandogli i principi della penisola non solamente come avversi alla Francia, ma ancora come macchinatori indefessi di cose nuove contro i Franzesi; nel che avevano per aiutatori, non che i pessimi fra gl'Italiani, anche personaggi di nome, offuscati il lume della ragione dalla gloria guerriera del generalissimo della repubblica.

Intanto agli occhi degli agenti di Francia le chimere diventavano corpi, le visite congiure, i gemiti stimoli a ribellione, i desiderii delitti, ed era l'Italiano ridotto a tale che se non amava il suo male, era riputato nemico. Il papa, secondochè scrivevano questi spaventati o spaventatori, Venezia, il re di Sardegna, il granduca di Toscana, la repubblica di Genova, tutti conspiravano contro la Francia, tutti s'intendevano coll'Austria, tutti prezzolavanogli assassini per uccidere i Franzesi. Buonaparte, che non era uomo da lasciarsi spaventare da questi rapporti, fatti o per adulazione o per paura, era uomo da valersene come di pretesto per peggiorar le condizioni dei principi vinti e per giustificare contro di loro i suoi disegni. Gl'Italiani intanto, in preda a mali presenti e segno a calunnie facili, perchè venivano da chi più poteva, non avevano più speranza.

Ma già le cose di Lombardia non mediocremente travagliavano, e la condizione dei repubblicani in Italia diveniva di nuovo pericolosa. Aveva l'imperatore ardente disposizione di ricuperare le belle e ricche sue provincie, non potendo tollerare che fossero scorporate da' suoi dominii. Aveva egli adunque applicato l'animo a voler ricuperare il Milanese; nè indugiandosi punto affinchè l'imperio de' suoi nemici non si solidasse, la rea stagione non sopravvenisse, Mantova non cedesse, aveva voltato con grande celerità al Tirolo tutte le genti che stanziavano nella Carintia e nella Stiria. I Tirolesi medesimi, gente armigera e devota al nome austriaco, fatta una subita presa d'armi, si ordinavano in reggimenti armati alla leggiera; nè questo bastando alla difficile impresa, si ricorreva ad un più forte sussidio: conciossiachè l'imperatore ordinava che trenta mila soldati, gente eletta e veterana che militavano in Alemagna, se ne marciassero velocemente verso il Tirolo per quivi congiungersi con le reliquie delle genti d'Italia e le altre sopraddette; erano circa cinquanta mila. Perchè poi ad un'oste tanto grossa e destinata a compire una sì alta impresa non mancasse un capitano valoroso, pratico e di gran nome, mandava a governarla il maresciallo Wurmser, guerriero di provato valore nelle guerre germaniche. Stavano gli uomini in grande aspettazione di quello che fosse per avvenire, essendo vicini a cimentarsi due capitani di guerra, dei quali uno era forte, astuto ed attivo, l'altro forte, astuto e prudente.Nè gli eserciti rispettivi discordavano; perchè nè la costanza tedesca era scemata per le sconfitte, nè il coraggio franzese aveva fatto variazione pel tempo. Oltre a questo se erano ingrossati gl'imperiali, anche i repubblicani avevano avuto rinforzi notabili dall'Alpi.

Era il maresciallo Wurmser giunto, sul finire di luglio, in Tirolo, e tosto dava opera al compire l'impresa alla virtù sua stata commessa, scendendo in Italia per la strada più agevole che da Bolzano per Trento e Roveredo porta a Verona; ma il principal suo fine era di liberar Mantova dall'assedio, donde, fatto un capo grosso, potesse o starsene aspettando o correre subitamente contro il Milanese. E sapendo che i Franzesi erano segregati in diversi corpi, gli uni separati dagli altri per molto spazio, per modo che in breve tempo non avrebbero potuto rannodarsi, si deliberava a spartire i suoi in tre schiere: la prima sotto guida del generale Quosnadowich, doveva assaltare Riva e Salò, dove stava a guardia il generale Sauret coi generali Rusca e Guyeux, ma che però non aveva forze sufficienti per resistere. La mezza schiera o la battaglia, condotta dal maresciallo, s'incamminava alla volta di Montebaldo per potere, scendendo vieppiù, assaltare il nervo dei repubblicani tra Peschiera e Mantova. La sinistra, confidata al generale Davidowich, scendeva per Ala e Peri a Dolcè, dove, fatto un ponte, varcava l'Adige con intento di concorrere più da vicino all'opera della schiera Wurmseriana. Ma una parte di quest'ala sinistra, guidata dal generale Mezaros, continuando a scendere per la sinistra sponda del fiume, s'indrizzava verso Verona, donde potea, secondo le occorrenze, o condursi per Villafranca a Mantova o, non discostandosi dall'Adige, marciare a Portolegnago. Di tutte le parti dell'esercito franzese, quella di Massena, che aveva i suoi alloggiamenti a Verona, a Castelnuovo e luoghi adiacenti, si trovava in maggior pericolo,perchè là appunto si dovevano accozzare tutte le forze austriache sulla sinistra del lago.

Era giunto al suo fine il mese di luglio, quando in tale modo ordinati marciavano gl'imperiali all'impresa loro. Già erano vicini alle prime scolte dei Franzesi, che questi, dispersi tuttavia nei diversi campi loro, principalmente in quello che cingeva Mantova, non avevano ancora fatto moto alcuno per mettersi all'ordine di resistere a quella nuova innondazione del nemico. Ma per verità Buonaparte poco poscia con mirabile maestria si riscosse dal pericolo in cui si trovava. Assaltavano gli Austriaci ferocemente l'antiguardo di Massena, governato dal generoso e buon Joubert, che era ai passi di Brentino e della Corona. Fu fortissima e lunga la difesa contro un nemico, che molto superava di numero. Finalmente furono quei forti passi sforzati dagli Austriaci, che, ritirandosi Joubert e Massena verso Castelnuovo, marciavano contro la Chiusa e Verona. Da un'altra parte Quosnadowich, urtato Sauret, che custodiva Salò, l'aveva vinto non però senza una valorosa resistenza, quantunque i Franzesi in questo luogo fossero deboli e non pari a tanto peso. S'impadronivano gli Austriaci di Salò dopo la fazione, e quivi risplendeva chiaramente la virtù di Guyeux, il quale, circondato da ogni banda dal nemico, elesse, piuttosto che arrendersi, di gittarsi dentro una casa, dove, sebbene già gli mancassero le munizioni sì da guerra che da bocca, si difendè con incredibile fortezza due giorni. Occupato Salò, correvano i Tedeschi a Brescia, e se ne impadronivano. I vinti si ritiravano a Lonato e a Desenzano. Avanzavasi intanto minacciosamente Wurmser medesimo e già si avvicinava alle cercate rive del Mincio. Così avevano le cose franzesi fatto una grandissima variazione, ed erano cadute in grave pericolo prima che Buonaparte avesse mosso un soldato per opporsi a tanta ruina. Gli giunsero al tempomedesimo le novelle della rotta di Sauret e della ritirata di Massena. Ordinava incontanente ad Augereau, che già marciava verso Verona per frenar l'impeto, se ancor fosse in tempo, di Mezaros, tornasse indietro prestamente, venisse a Roverbella, rompesse i ponti di Portolegnago, ardesse i carrelli dei cannoni più grossi, trasportasse dai magazzini quanto in sì subito tumulto potesse. Arrivava Augereau a Roverbella; scoverse in tutti una grande confusione mista ad un gran terrore. Vi giungeva ancora Buonaparte al quale Augereau rivoltosi, con parole animosissime il confortava; ed egli con un'arte e con un vigore non comune ordinava quanto alla difficoltà del tempo si convenisse. Avvisandosi che non poteva combattere con vantaggio se non unito, e che anche unito non era abbastanza forte per cimentarsi con l'esercito tedesco intero, se gli desse tempo di rannodarsi, come evidentemente Wurmser aveva in pensiero di fare, si risolveva a raccorre le sue genti in uno, per correre così grosso contro una parte sola del nemico, innanzi che questa avesse potuto congiungersi con le compagne, perchè la speranza, che non aveva di vincerle unite, l'aveva di vincerle separate.

Nè poteva stare lungamente in dubbio, quale delle due parti de' Tedeschi, della mezzana o della destra, ei dovesse assaltare; e fatte, le sue considerazioni, si risolveva Buonaparte a far impeto contro di Quosnadowich, che, vincitore di Salò e di Brescia, turbava ogni cosa a Desenzano, a Lonato, a Ponte-San-Marco, a Montechiaro, e già si accostava per congiungersi con Wurmser; il che se gli fosse venuto fatto, sarebbe stato la ruina de' repubblicani. Perlochè chiamava a sè tutte le sue genti, anche quelle che stavano a campo sotto Mantova, anteponendo con mirabile consiglio il perdere le artiglierie che servivano all'oppugnazione della piazza al perdere l'esercito. Ordinate ed eseguite in men che non si potrebbecredere tutte queste mosse, mandava a corsa considerabili rinforzi a Sauret, perchè ricuperasse Salò e liberasse Guyeux, che tuttavia si difendeva valorosamente. Comandava a Dallemagne assaltasse il nemico a Lonato e cacciasselo; imponeva ad Augereau lo rompesse a Ponte-San-Marco ed a Brescia, e, verso Salò voltandosi, ajutasse Sauret, e facesse opera di tagliare il ritorno a Quosnadowich. Faceva anche attaccare con una grossa banda un corpo forte di Austriaci che custodiva Desenzano a riva il lago. Ebbero tutti questi assalti, ancorchè fossero molto sanguinosi, quel fine che Buonaparte si era proposto: entrarono vincitori Sauret in Salò, Dallemagne in Lonato ed in Desenzano, Augereau in Montechiaro ed in Brescia. Quosnadowich, veduto che era alle mani con la maggior parte degli avversari, che non aveva nuove che Wurmser accorresse in suo aiuto e che temeva che il nemico, correndo a Riva, gli tagliasse il ritorno verso il Tirolo, si ritirava con passi frettolosi a Gavardo. Per tal modo Buonaparte coi suoi movimenti celeri ed ottimamente ordinati, sbaragliava in poco tempo un'ala intiera di Wurmser, che gli aveva già fatto molto male ed avrebbe potuto fargliene un maggiore, se si fosse allargata, come aveva intenzione, nelle pianure verso il Milanese. Intanto, per assicurare i luoghi abbandonati da Augereau, vi surrogava Massena con tutto il suo corpo di truppe.

Mentre tutte queste cose si preparavano e si facevano sulla destra loro, gli Austriaci s'impossessavano di Verona, Wurmser entrava con un grosso corpo ed in sembianza di vincitore in Mantova. Il presidio a gran festa guastava le trincee fatte da' Franzesi e tirava dentro le mura meglio di centoquaranta pezzi di grosse artiglierie, che dalla cittadella di Ancona, dal forte Urbano, dal castello di Ferrara vi avevano condotto per battere la piazza. Wurmser, avuta questa vittoria, sapendo i primi prosperi successi di Quosnadowich ed ignorando isinistri, dava opera securamente a raccorre vettovaglie e bestiami per provvedere del fodero necessario quella importante fortezza. Ma gli fu breve la sicurezza; conciossiachè gli sopravvennero bentosto le novelle de' disastri accaduti a Quasnodowich. Considerato adunque che quello non era tempo da starsene, usciva da Mantova e se ne giva alle stanze di Goito, correndo la campagna co' suoi corridori fino a Castiglione. Era stato preposto alla guardia di questa terra da Buonaparte il generale Valette, che, veduto comparire il nemico, sbigottitosi con pochezza d'animo inescusabile, abbandonava il posto ed andava con la sua guardia fuggiasca a seminar paura fra i repubblicani, che erano in possesso di Montechiaro. Questo accidente improvviso fece cader l'animo a Buonaparte, che quasi volea ritirarsi sul Po; ma appresentatosi ad una mostra di soldati, quando questi videro il capitano loro, con atti di vivezza, di giubilo e d'estro franzese, con lietissime grida il confortavano a star di buon animo, a fidarsi in loro: li conducesse pure alla battaglia; ed esclamando: Viva Buonaparte, viva la repubblica, facevano eccheggiare i colli di Castiglione di quel rumore festivo.Or bene sia, disse Buonaparte,accetto il felice augurio; domani vedrete in viso il nemico.

In questo mezzo Quosnadowich, conoscendo di quanta importanza fosse il fare ogni sforzo per congiungersi con Wurmser ad un impeto comune, od almeno di consuonarvi per una diversione, usciva di nuovo in campagna, e, prostrato Sauret, che gli stava a fronte, e fattosi signore di Salò, velocemente scendeva con forze poderose verso Lonato; ed essendosi già il suo antiguardo, condotto dal generale Ocksay, impossessato di questo luogo, le cose divenivano pericolosissime pei repubblicani. In questo forte punto Massena arrivava col suo antiguardo vicino a Lonato, e volendo ricuperare quel sito, in cui consisteva lasomma della fortuna, perchè se gli Alemanni vi si mantenevano, si difficoltava molto l'impedire la unione di Quosnadowich con Wurmser, mandava il generale Pigeon, ma non con gente a sufficienza, ad assaltare Ocksay. Fu durissimo l'incontro: Pigeon non solamente rotto e vinto, ma perdè tre pezzi di artiglierie leggeri, e venne prigioniero in mano degli Austriaci. Udito il caso, accorrevano Massena e Buonaparte per rimediare alla fortuna vacillante. Ordinava il generalissimo un grosso squadrone assai fitto e mandava a serrarsi addosso al centro del nemico, il quale insuperbito per la prima vittoria e credendo non solo di vincere, ma ancora di prendere tutto il corpo repubblicano, distendeva le sue ali con pensiero di cingere i soldati di Buonaparte. Questa mossa, debilitando il mezzo della fronte, diè del tutto la vittoria ai Franzesi; imperciocchè mentre Massena raffrenava l'impeto dell'ali estreme degli imperiali con mandar loro incontro quanti feritori alla leggera potè raccorre, Buonaparte con quel fitto squadrone dava dentro alla mezza schiera. Faceva ella una viril difesa non senza grave uccisione de' repubblicani; ma finalmente, non potendo più reggere a sì impetuoso assalto, sbaragliata cedeva il campo, ritirandosi verso il lago, principalmente a Desenzano. Fu liberato Pigeon; si riacquistarono le perdute artiglierie. I Franzesi seguitavano gli Austriaci a Desenzano, e gli avrebbero condotti all'ultimo fine, se non era che, sopravvenendo con aiuti mandati da Quosnadowich il principe di Reuss, li metteva in salvo col condurgli a luoghi sicuri verso Salò.

Mentre queste fazioni succedevano sulla sinistra dei Franzesi, Augereau, che non voleva che Castiglione fosse perduto, perchè quel sito era il principal impedimento alla unione delle diverse parti dell'esercito tedesco, indirizzava le sue genti al riacquistarlo; ma già i Tedeschi l'avevano munito con un forte presidio, conoscendo l'importanza della terra,con farvi alloggiare una grossa banda di soldati ch'era l'antiguardo di Wurmser governato dal general Liptay. Il castello, i colli vicini ed il ponte erano guerniti di molti e buoni soldati tanto più confidenti in sè medesimi, quanto Wurmser, spuntando da Guidizzolo si avvicinava con tutte le sue genti. Ordinava Augereau per modo i suoi, che il generale Beyrand assalisse il corno sinistro degli Austriaci, e per assicurare vieppiù questa parte, comandava al generale Robert facesse un'imboscata per riuscire alle spalle degli Alemanni. Verdier con un grosso nervo di granatieri era per assaltare nel mezzo il castello di Castiglione, e nella parte superiore il generale Pelletier si apparecchiava ad urtare la destra del nemico. Ma, per provvedere meglio ad ogni caso fortuito, ordinava Buonaparte che la schiera di ultima salute, condotta dal generale Kilmaine, andasse ad unirsi ad Augereau, perchè fosse più fortemente sostenuta la battaglia. Si incominciava a menar le mani molto virilmente da ambe le parti, era il dì 3 di agosto. Dopo un'ostinata difesa, Liptay, non potendo più reggere, si ritirava; ma qualunque fosse la cagione, ripreso animo, ritornava alla battaglia più animoso di prima. Già, con incredibile valore combattendo, rendeva dubbia la vittoria, quando Robert uscendo fuori dall'imboscata, a gran furia l'assaliva. Questo urto improvviso disordinò tanto gli Alemanni, che si ritiravano, lasciando la terra di Castiglione in potestà dei Franzesi. Ebbe in questo punto Liptay qualche rinforzo delle prime truppe di Wurmser che arrivavano. Per la qual cosa si fece forte al ponte e continuava tempestare con singolar costanza. Il contrasto diveniva più sanguinoso di prima, si combatteva fortemente su tutta la fronte. Finalmente i Franzesi, spintisi avanti con la solita concitazione, e non essendo ritardati nè dagli urti che ricevevano sul ponte, nè dalla fama che già tutta l'oste tedesca fosse arrivata, conquistaronoil ponte: il che sforzò gl'imperiali a ritirarsi. Ma già i Franzesi, seguitando il favor della fortuna, rompevano, tant'era la pressa che quivi facevano Beyrand e Robert, l'ala sinistra degli Austriaci, e l'avrebbero anche conculcata del tutto se una batteria posta opportunamente sopra di un poggio vicino non avesse raffrenato l'impeto loro. Ciò fu cagione che tenendo ancora gli Austriaci la posizione loro dietro Castiglione, impedirono ai Franzesi d'inoltrarsi nella pianura che separava l'ala destra dalla sinistra degl'imperiali, e si crearono abilità di sostenere nel medesimo luogo, due giorni dopo, un'altra ostinata battaglia.

Nondimeno le sorti d'Italia stavano ancora in pendente. Wurmser aveva raccolto tutte le sue genti e si apparecchiava ad ingaggiare una nuova battaglia. Aveva venticinque mila soldati di pruovato valore; gli schierava per forma che la sinistra si appoggiasse all'eminenza di Medolano, la destra si distendesse fino a Solfarino. Buonaparte ancor egli aveva fatto opera che tutti i suoi venissero a congiungersi insieme per sostenere un cimento tanto pericoloso. Già la più gran parte era raccolta fra la terra di Castiglione e la fronte dei Tedeschi, e per tal modo l'ordinava che l'ala sinistra guidata da Massena potesse assaltare la destra del nemico, Augereau con la mezzana desse dentro al mezzo, e finalmente Verdier con le fanterie e Beaumont coi cavalli urtassero la sinistra. Aveva poi comandato alle schiere di Serrurier, che era sotto la cura di Fiorella e stava alle stanze sulle rive del Po a Bozzolo e Marcaria, camminasse celeremente verso Castiglione e ferisse di fianco la punta sinistra degl'imperiali; consiglio molto a proposito. Nè parendo per la sagacità sua a Buonaparte che questi preparamenti bastassero, s'indirizzava a Lonato per vedere se fosse possibile di far venire altre genti da quella terra al tempo principale.

Quivi successe un caso molto mirabile, secondochè narrò Buonaparte e ripeterono tutti gli storici di quei tempi e dei tempi posteriori, e questi fu, che il generale di Francia, andando a Lonato con persuasione di trovarvi i suoi, ed avendo con esso lui solamente una squadra di dodici centinaia di soldati, vi trovasse invece un corpo tedesco grosso di quattro mila combattenti tra fanti e cavalli con non pochi pezzi di artiglieria. Era Buonaparte in gravissimo pericolo, e già il comandante alemanno gl'intimava si arrendesse. Ma egli, accorgendosi che in accidente tanto improvviso, dove non valeva la forza, l'audacia doveva supplire, al Tedesco con sicuro volto rivoltosi, gli disse, maravigliarsi bene ch'ei tanto presumesse di sè medesimo, che si ardisse di chiamar a resa Buonaparte vittorioso nel suo principal campo stesso e cinto da tutto il suo esercito: andasse e da parte sua al suo generale recasse, che se subito non si arrendesse ed in poter suo disarmato non si desse, pagherebbe con la morte il fio di tanta temerità. Erasi, come narrano gli storici, accorto Buonaparte, raccogliendo nella sua mente tutti i fatti di quei giorni, che quella squadra fosse la gente fuggiasca di Desenzano, che avendo trovato i passi di Salò chiusi da Guyeux, o andasse errando a caso o si sforzasse di raggiungere il corpo principale di Wurmser. Vogliono che i Tedeschi intimoriti, deposte le armi, si arrendessero a discrezione.

Comunque fosse di questo fatto, che il Botta contro tanti storici degni di fede si sforza di mettere in dubbio; tutte queste fazioni, quantunque di gran momento non avevano ancora intieramente giudicato la fortuna delle armi fra i due potenti emoli, e restava ancora a determinarsi in una battaglia campale se le speranze dall'imperatore d'Alemagna poste nella virtù di Wurmser e tutto quello sforzo per la ricuperazione d'Italia, avessero a riuscire o fruttuosi o vani. Erasi, come abbiam narrato, il maresciallo austriacoaccampato tra Medolano e Castel Venzago a fronte di Castiglione, tra la qual terra e le sue genti se ne stavano schierati i Franzesi. Erano i soldati delle due parti stanchi dai lunghi viaggi e dalle frequenti battaglie, e però, sebbene a fronte gli uni agli altri si trovassero, il giorno 4 agosto, nissun motivo fecero per affrontarsi. Piaceva l'indugio a Buonaparte, perchè attendeva alcune genti fresche e perchè principalmente sperava che Fiorella, in cui era posta la più forte speranza della vittoria, arrivasse in luogo donde potesse partecipare al combattimento. La mattina del giorno seguente, appena aggiornava, essendo giunto il tempo che Buonaparte si era prefisso come conveniente alla sua impresa, e non movendosi gli imperiali, disposti piuttosto ad aspettare che a dar la carica, comandava ad Augereau ed a Massena, che assaltassero il nemico; ma essendo suo intento che solo s'ingaggiasse la battaglia, ma non si tentasse per ancora di sforzare l'inimico, ordinava loro che, dato il primo urto, e tosto che gli Austriaci uscissero dal campo per seguitarli, si ritirassero. La cosa successe come il capitano franzese l'aveva ordinata; perchè, non sì tosto si era incominciato a menar le mani, gli Alemanni, che si sentivano forti, saltando fuori degli alloggiamenti, urtavano gagliardamente i Franzesi, che fatto un po' di resistenza, si tiravano indietro. Dalla qual mossa, molto a proposito fatta, prendendo animo Wurmser, andava distendendo l'ala sua destra verso Castel Venzago con intenzione di circuire la sinistra dei Franzesi retta da Massena e di dar la mano a Quosnadowich, di cui non sapeva la rotta. Quest'era appunto il desiderio di Buonaparte; la fortezza di Peschiera, ch'era in suo potere, l'assicurava sul suo fianco sinistro, e Fiorella stava in procinto di arrivare sul campo di battaglia contro la punta sinistra dei Tedeschi. Or mentre Massena ed Augereau sostenevano l'urto degli Austriaci a stanca ed in mezzo, mandava Buonaparte Verdier ad assaltarele trincee erette sul colle di Medolano. Ma perchè questo assalto riuscisse meno sanguinoso nel fatto e più felice nel fine, ordinava che il colonnello Marmont, soldato molto pratico a governar le artiglierie, posti venti pezzi grossi nella pianura di Medole, fulminasse quel ridotto nemico. Rispondevano furiosamente dal colle di Medolano le artiglierie austriache e ne seguitava un sanguinoso combattimento. In mezzo a tanto rimbombo si faceva avanti con singolar valore Verdier, a cui era compagno Beaumont. Perveniva Verdier al ridotto, e dopo un'asprissima contesa e molto sangue se ne impadroniva. Al tempo medesimo Beaumont, precipitandosi a corsa verso il villaggio di San Canziano dietro la estremità sinistra degl'imperiali, che già vacillava trovandosi spogliata di quel principale fondamento del ridotto, accresceva terrore ai fuggiaschi e lo dava ai contrastanti. Nè questo bastando a dare l'ultima stretta, arrivava, tanto bene aveva Buonaparte disposte le cose, in questo punto stesso Fiorella coi soldati di Serrurier, che dando dentro incontanente ai nemici, che non se l'aspettavano, gli sforzava a rotta manifesta.

Wurmser, per ristorare la battaglia, vi mandava in fretta la cavalleria che urtando Beaumont e Fiorella, frenava per qualche tempo l'impeto loro. Ma Buonaparte, veduto che era giunto il momento di vincere, fè caricare con tutto lo sforzo di Massena e di Augereau l'ala destra e la mezzana dei Tedeschi. Spediva altresì in fretta alcuni rinforzi a Fiorella, il quale anche acquistava nuove forze per l'accostamento successivo delle sue genti. Diventava allora la battaglia generale su tutta la fronte. Fuvvi che fare assai pegli Austriaci alla torre di Solfarino, che virilmente assalita, fu anche virilmente difesa. Prevalse infine del tutto la fortuna repubblicana, perchè Massena pressava con vantaggio dal canto suo il nemico, Augereau lo vinceva a Solfarino, Verdier, Marmont, Beaumont e Fiorella lo perseguitavano rotto e disordinato a Cavriana.Così tutto l'esercito alemanno, parte rotto, parte intiero si ritirava al Mincio; il quale fiume, prestamente varcato a Veleggio, e la stanchezza dei perseguitatori li preservarono da maggior danno.

Questa vittoria di Castiglione poneva di nuovo l'Italia in mano di Buonaparte; perchè Wurmser, quantunque non fosse scoraggiato dalla fortuna contraria, ridotto a poche genti, non poteva più contendere col fortunato suo emolo dell'imperio di questa contrada, destinata ormai ad essere preda dei combattenti o serva dei vincitori.

Buonaparte, conseguita con tant'arte e con tanta fortuna sì gloriosa vittoria, si risolveva a perseguitar celeramente le reliquie del suo avversario, sì perchè non voleva dargli tempo di rifarsi, e sì perchè in aura sì favorevole gli tornavano in mente i vasti pensieri, già molto tempo da lui spiegati al Direttorio, di voler andar ad assaltare, valicando i monti del Tirolo, il cuore della Germania, per conculcarvi del tutto, congiunto che fosse con Moreau e Jourdan che guerreggiavano sul Reno, la potenza avversaria. Le fresche vittorie, ed il terrore per esse concetto dai popoli e dai soldati nemici, era occasione favorevole a così gran disegno. Perlochè si accingeva a voler tosto passare il Mincio, per veder quello che preparasse la fortuna sulla sinistra sponda contro il capitano dell'Austria. A questo fine faceva trarre furiosamente da Augereau con le artiglierie contro Valeggio per dare in questo luogo riguardo al nemico, mentre Massena sbaragliava, secondandolo Victor virilmente, Liptay, che fu costretto a ritirarsi a Rivoli. Wurmser, veduto da questo fatto che non era più tempo d'aspettare a ritirarsi in Tirolo, rinfrescata di nuove genti Mantova, si metteva in viaggio per salire per la valle dell'Adige. Il seguitavano Massena, Augereau e Fiorella. Si appresentava quest'ultimo alle porte di Verona con animo di entrarvi per perseguitare gli Austriaci. Chiedeva Fiorella le si aprissero.Il provveditore veneto che temeva che se due nemici, tanto sdegnati l'uno contro l'altro e nel bollor del sangue dei fatti recenti, si azzuffassero dentro le mura, ne sarebbe sorto qualche grande sterminio, rispondeva, che le aprirebbe, passate due ore. L'intento suo era di dar tempo agli Austriaci di sgombrare, acciocchè Verona non diventasse campo di battaglia. Buonaparte sopraggiunto fulminava le porte coi cannoni ed entrava vincitore. Successero alcune sparse zuffe coi Tedeschi, non senza terrore dei Veronesi. Ma i repubblicani, mostrando moderazione, eccettuate alcune ingiurie fatte nell'oscurità della notte, conservarono la terra intatta.

Entrato per tal modo in Verona il generalissimo di Francia, ed animati di nuovo i suoi con un manifesto, li conduceva alle fazioni del Tirolo. Salendo egli contro Wurmser, Sauret contro Quosnadowich e il principe Reuss, dovevano entrambi raccozzarsi in su quel di Roveredo per andarsene poscia ad occupar Trento, metropoli del Tirolo italiano. Furono da Sauret cacciati gli Austriaci da tutti i posti sul lago; dal canto suo Buonaparte, superati, mentre Vaubrissi alloggiava in Torbole, tutti i siti forti, compariva in mostra vittoriosa in cospetto di Roveredo. I Tedeschi, già rotti a Mori, e spaventati da un furioso assalto di Rampon in Roveredo, abbandonarono frettolosamente la terra con andare a posarsi nel sito fortissimo che chiamano il Castello della Pietra o di Caliano. Speravano, se non di arrestare l'impeto del nemico in questo luogo, almeno di starvi forti tanto che potessero ogni cosa mettere in sicuro alle spalle. Ma quei presti repubblicani ebbero assai presto superati tutti gli ostacoli che e la natura del sito e l'arte del nemico aveva loro opposto. Imperciocchè il generale Dammartin, allogate con incredibile fatica alcune artiglierie in un luogo creduto per lo innanzi inaccessibile, donde feriva di fianco, ed i feritori alla leggiera, destrissimi ed animosissimi,arrampicatisi per luoghi dirupati e precipitosi, togliendo sicurezza a quel forte passo, tempestavano contro i difensori molto furiosamente. Vedutosi da Buonaparte il successo di queste cose, comandava a tre battaglioni di disperato valore, dessero dentro a precipizio senza trarre alla forra che conduce al castello, e questo assaltassero. Nè fu meno pronta l'esecuzione di quanto fosse risoluto il comandamento; perchè, messisi i battaglioni a quello sbaraglio, in meno tempo che uomo concitato a presti passi farebbe, passarono la forra, menando grande strage degli Alemanni, che cedendo allo audacissimo nemico si ritirarono a gran fretta in Trento. Nè credendosi sicuri, ritiraronsi più oltre sulla destra del Lavisio su la strada per a Bolzano. Tale fu l'esito della battaglia di Roveredo, combattuta il dì 4 settembre. Vi perdettero gli Austriaci con venticinque cannoni, tre in quattro mila soldati morti, feriti o prigionieri. Dei Franzesi pochi mancarono per la speditezza del fatto.

Perduto il forte sito di Calliano, restava Trento senza difesa. Infatti il 5 settembre entravano i Franzesi vittoriosi, prima Massena, poi Vaubois, di fresco venuto dalla Toscana al campo. Divenuto Buonaparte signore di Trento, veniva tosto in sulle lusinghevoli parole, dichiarando volere che la città e principato di Trento fossero per sempre liberati dalla superiorità tedesca e posti in libertà. Del rimanente poco importava al generale della repubblica lo stato de' popoli trentini; bensì gli premeva di sollevare con dolci discorsi i popoli della vicina Germania, affinchè tumultuando contro i principi loro, gli rendessero facile l'impresa di congiungersi coi soldati di Ferino mandati avanti da Moreau con questo intento.

Gli rompeva questi disegni l'antico Wurmser, il quale, invece di difendere per que' luoghi alpestri del Tirolo con le reliquie de' suoi i passi della Germania, deliberassi, con animoso e ben ponderatoconsiglio, di voltarsi di nuovo all'Italia, sperando che per la sua presenza inopinata in queste provincie, aggiuntovi qualche rinforzo che testè gli era giunto dal Norico, avrebbe potuto farvi qualche variazione, od almeno ritirarsi al sicuro nido di Mantova. Qualunque avesse ad essere, o prospero od avverso l'esito di questa fazione, bene era certo l'effetto di tirare nuovamente Buonaparte in Italia e di stornare per questo mezzo quella terribile tempesta dalla nativa Germania. Adunque il maresciallo, già fin quando si combatteva a Roveredo ed a Calliano, s'incamminava, scendendo a gran passi, per la valle Brentana, intento suo essendo di congiungersi a Bassano con gli aiuti che, venuti dal Norico, si erano ridotti ad aspettarlo in quella città. Si era persuaso che il suo avversario, udita la strada presa da lui, non solamente deporrebbe il pensiero di assaltar la Germania, ma ancora scenderebbe a gran passi a seconda dell'Adige per andar a far argine a quel nuovo impeto nelle vicinanze di Verona. Effettivamente Buonaparte, abbandonata l'impresa di Germania, si rivoltava verso l'Italia, ma bene non prese la via dell'Adige, anzi sprolungata per la valle medesima della Brenta la destra de' suoi, seguitava frettolosamente le genti Alemanne. Erano guidatori principali di questi soldati, secondo il solito, que' due folgori di guerra Massena ed Augereau. Marciarono tanto speditamente che giunsero gl'imperiali a Primolano e li vinsero con presa di molti soldati. Si combattè poscia a Cismone, si combattè a Selagno, e sempre felicemente pe' Franzesi. Già quel nembo era vicino a scoccare contro Bassano dov'era il corpo principale di Wurmser. L'assaltarono correndo Augereau a sinistra, Massena a destra, e tosto il ruppero, con grande ammirazione e sconforto di Wurmser, che si era confidato nella fortezza di quel passo posto alla sboccatura della valle della Brenta. Ora nissun altro partito restava al maresciallo d'Austria, poichèsì presti l'avevano sopraggiunto i Franzesi, se non quello di ritirarsi per far pruova di guadagnare le sicure muraglie di Mantova. Adunque, velocemente marciando e velocemente ancora seguitato da' repubblicani, passava l'Adige a Porto Legnago, batteva Massena a Cerea, Buonaparte a Sanguineto, entrava coi soldati tutti sanguinosi, ma con aver fatto sanguinosa la vittoria anche al nemico, dentro i ripari della forte Mantova.

Questo fu il fine dell'impresa di Wurmser in Italia e del poderoso esercito che vi condusse. Ne fu afflitta la Germania, ne fu lieta la Francia, e pendè di nuovo incerta l'Italia del destino che la aspettasse; perchè nè Mantova era piazza che si potesse facilmente espugnare, nè l'imperador d'Alemagna era tale che non fosse per fare un nuovo sforzo per riconquistare le rive tanto infelicemente feconde dell'Adda, del Ticino e del Po.

Siede Mantova, città antica e nobile, in mezzo ad un lago che il fiume Mincio forma, ed in tre parti si divide, separate una dall'altra da due ponti. Ma non tutta la città è circondata da acque libere e correnti; conciossiachè il Mincio, a stanca verso la cittadella precipitandosi, lascia i terreni a dritta o del tutto scoperti o di poche acque velati, ma limacciosi tutti ed ingombri di erbe e di canne palustri. Questa è la palude che si dilata e circuisce in gran parte le mura. Oltre poi le acque e la palude, le principali difese di Mantova consistono nella cittadella, nel forte San Giorgio, ne' bastioni di porta Pradella e di porta Ceresa, ed in altri propugnacoli, che da luogo a luogo sorgono tutti all'intorno nel recinto delle mura, e finalmente nelle trincee del Te del Migliaretto.

Tutte queste difese fanno la fortezza di Mantova, ma più ancora l'aria pestilente, che, massimamente a' tempi caldi, rende quei luoghi infami per le febbri e per le molte morti, e fa le stanze pericolosissime, principalmente ai forastieri non assuefatti alla natura di quel cielo. Nonè però che nel complesso delle dette fortificazioni non vi sia una parte di debolezza, perchè nè la cittadella nè il forte San Giorgio sono tali che possano resistere lungo tempo ad una valida e regolata oppugnazione; ed a porta Pradella, non meno che nelle mura a mano manca di porta Ceresa sono altri tratti difettosi. Sapevanselo i Franzesi quanto a questo ultimo tratto, che prima dell'arrivo di Wurmser avevano assaltato questa parte, e già tanto si erano condotti avanti, che, aperta la breccia, stavano in punto di entrarvi. A tutto questo pensando Buonaparte, era venuto nell'opinione, che in venti giorni di trincea aperta si potesse prender Mantova; ed era pur solito a dire, ed ei se n'intendeva, che con sette mila soldati, stante la difficoltà delle sortite per la strettezza degli argini, e la facilità di tenerli dagli assedianti guardati, se ne possono bloccar dentro Mantova venti mila.

Era giunto, come abbiam narrato, il maresciallo Wurmser in Mantova con un grosso corpo di genti avanzate alle stragi di Castiglione e di Bassano. Questo sussidio, mentre dava maggior forza alla guernigione già stanca da molte battaglie e da troppo frequenti vigilie, induceva nondimeno una più grande necessità di vettovaglia. Difettava particolarmente di erba e di strame per pascere i cavalli, che erano, rispetto ai fanti, in numero assai considerabile. Adunque il capitano austriaco, vedendosi potente per la moltitudine dei soldati, massime di cavalleria, sortiva spesso con grosse cavalcate a foraggiare alla campagna, il che tanto più facilmente poteva fare quanto più, essendo tuttavia padrone della cittadella e di San Giorgio, avea le uscite spedite, senza essere obbligato a restringere le genti in lunghe file per passare i ponti o gli argini. Queste cose infinitamente nuocevano a Buonaparte, il quale sapendo che l'Austria non avrebbe omesso di mandare nuovi soldati in Italia, desiderava di venirne presto alle stretteper aver Mantova in mano sua anzichè gli aiuti arrivassero. A questo fine, essendo giunto alla metà del suo corso il mese di settembre, comandava a' suoi andassero all'assalto di San Giorgio, perchè quello era il principale sbocco degli Austriaci alla campagna. Nel tempo medesimo il generale Sahuguet dava l'assalto alla Favorita, sito fortificato dagli Austriaci e posto a tramontana tra San Giorgio e la cittadella. Attraversò questi disegni il vivido e sagace Wurmser; perchè, cacciatosi di mezzo con la cavalleria, e represso l'impeto dei repubblicani, gli sbaragliava. Ma l'audace Buonaparte non era uomo da interrompere i suoi pensieri per un piccolo tratto di fortuna contraria. E però avvisandosi che il suo avversario, fatto confidente dalla prosperità della fazione, cercherebbe ad allargarsi viemmaggiormente nella campagna, volendo nutrire in lui questa baldanza nuova, ritirava i suoi più lontano dalla piazza. Eransi gli Austriaci ingrossati, coll'intenzione di conservarsi libera la campagna, a San Giorgio ed alla Favorita; avevano anzi spinto molto avanti le loro guardie fuori degli alloggiamenti. Ordinate le cose sue con opportuni comandamenti ad Augereau, a Sahuguet, a Pigeon, ed a quel pronto e valoroso Massena, fu l'industria e la virtù del generale di Francia aiutata dal benefizio della fortuna; perchè Wurmser essendosi di soverchio allargato nella campagna, come Buonaparte prevedeva, non fu difficile a Pigeon di congiungersi con Sahuguet ad interrompere le strade fra San Giorgio e la Favorita, ed Augereau arrivava tempestando a rompere l'ala dritta degl'imperiali. Il maggior danno fu quello recato da Massena; poichè fu tanto forte l'impeto suo, che prostrando ogni difesa, entrava per viva forza in San Giorgio, e se ne faceva padrone. Nè in alcun modo soprastando, per non corrompere colla tardanza il corso della fortuna favorevole, metteva anche in suo potere il capo del ponteche dal sobborgo porta alla città. A questo modo gli Austriaci rotti e dispersi, parte furono presi o morti in numero di circa tre mila, e parte si ritirarono fuggendo alla cittadella: perdettero venti bocche da fuoco. Questa fazione, avendo posto in poter dei Franzesi i luoghi più opportuni all'ossidione e fiaccando l'ardire degli Austriaci, restrinse molto la piazza; e sebbene di quando in quando il generale dell'imperio, condotto dal proprio coraggio e tirato anche dalla necessità, per fuggire la molestia della fame, facesse, per andar a saccomano, sue sortite, non si affidava però più di correre così liberamente la campagna, il che rendè in breve tempo le sue condizioni peggiori; perciocchè cominciava a patire maravigliosamente di vettovaglia. Già sorgevano segni di mala contentezza che obbligavano Wurmser a star vigilante così dentro come fuori. Munivano i Franzesi con fossi e con trincee il conquistato San Giorgio, e dimostravano grandissima confidenza d'entrar presto in Mantova.

Eransi nell'isola di Corsica maravigliosamente sollevati gli animi a cagione delle vittorie dei Franzesi in Italia: il quale moto tanto si mostrava più grande, quanto più alla contentezza dei prosperi successi dell'armi si aggiungeva quella che principalissimo operatore fosse quel Buonaparte, che, quantunque mandato in tenera età a crearsi in Francia, era peraltro nato e cresciuto fra di loro. Questi umori erano anche ingrossati dalle insolenze degl'Inglesi e dalle taglie che avevano poste. Queste erano le cagioni, per cui la parte franzese in Corsica andava ogni dì acquistando nuove forze e nuovo ardire, mentre la inglese perdeva continuamente di forza e di riputazione: già il dominio d'Inghilterra vi titubava. Queste cose si sapevano da Buonaparte; e siccome quegli che era sempre pronto ad usare le occasioni, aveva posto piede in Livorno, non solamente col fine di serrare questoporto agl'Inglesi, ma ancora per muovere la Corsica a danno loro. Laonde indotto in isperanza di poter tosto farvi rivoltar lo Stato a favore della Francia, aveva mandato a Livorno, aspettando tempo di insorgere più vivamente, un colonnello Bonelli, Corso, con alcuni altri soldati del medesimo paese, e, provvedutolo di denari, d'armi e di munizioni, gli comandava andasse in Corsica, e con la presenza e con le esortazioni desse speranza di maggiori sussidii. Era il passaggio di mare assai pericoloso per le navi inglesi che continuamente il correvano; ma Buonaparte, confidando nell'opera di Sapey, un Delfinate molto sagace ed attivo, che aveva il carico di quel passo, gliene commetteva l'impresa. A questi primi principii, crescendo vieppiù le speranze del felice fine, mandava a Livorno, perchè fossero pronti a salpare, i generali Gentili, Casalta e Cervoni, nativi dell'isola, e che potevano pel credito e dipendenza loro aiutare l'impresa. Preponeva ad essa, come capo, Gentili, uomo d'intera fama e savio per natura e per età. I Corsi fuorusciti per intenzione di Buonaparte concorrevano a Livorno e si ordinavano in compagnie. Una compagnia di ducento, più attivi e più animosi degli altri, doveva essere il principal nervo dei conquistatori di Corsica. S'aggiungevano alcuni pezzi d'artiglierie di montagna e cannonieri pratichi per governarli. Erano vicine a mutarsi in pro della Francia le sorti della patria di Buonaparte.

Avevano molto per tempo gl'Inglesi avuto avviso di tutti questi preparamenti, e stavano vigilanti nell'impedire il passo del mare. Nè parendo loro che ciò bastasse alla sicurezza dell'isola dopo il perduto Livorno, applicarono l'animo al farsi signori di Porto-Ferraio, terra forte e principale dell'isola d'Elba. Pervenuto sentore di questo tentativo a Miot, ministro di Francia a Firenze, richiedeva con viva instanza dal gran duca, desse lo scambio al governatore di Porto-Ferraio,sospetto, secondo l'opinione sua, di essere aderente agl'Inglesi; ricercandolo altresì mettesse in quel forte un presidio sufficiente ad assicuravelo; e voleva finalmente che si aggiungessero ducento soldati franzesi. Soddisfece alla prima domanda il principe, scambiando il governatore; ma fondandosi sulla neutralità, legge fondamentale della Toscana, accettata dalla repubblica di Francia, e confermata da tutte le potenze amiche e nemiche, non consentì al rimanente.

Intanto non portarono gl'Inglesi maggior rispetto a Porto-Ferraio, che i Franzesi a Livorno portato avessero. S'appresentavano il dì 9 di luglio in cospetto di Porto-Ferraio, con diciassette bastimenti che portavano due mila soldati; richiesero la piazza. Scriveva il vicerè di Corsica al governatore, volere occupare Porto-Ferraio, perchè i Franzesi avevano occupato Livorno, e macchinavano di occupare anche Porto-Ferraio; ma non volere, negando con le parole quello che faceva coi fatti, solito costume di quella perversa età, offendere la neutralità. I capi della flotta poi minacciavano, se non fossero lasciati entrar di queto, entrerebbero per forza.

Avute il granduca queste moleste novelle, comandava al governatore, protestasse della rotta neutralità, negasse la dimanda, solo cedesse alla forza. Ma già gl'Inglesi, procedendo dalle minaccie ai fatti, erano sbarcati sulle spiaggie d'Acquaviva, e, per sentieri montuosi marciando, erano giunti in cima al monte che sta a ridosso del forte di Porto-Ferraio; quivi piantarono una batteria di cannoni e di obici con le bocche volte verso la città. I soldati scendendo da quei siti erti e scoscesi nella strada che dà l'adito alla lerce, stavano pronti ad osservare quello che vi nascesse dentro, per le intimazioni e presenza loro. Mandava Orazio Nelson da parte del vicerè di Corsica intimando al governatore, volere gl'Inglesi Porto-Ferraio e i forti per preservarli dai Franzesi; porterebbe rispetto alleproprietà, alle persone, alla religione; se ne andrebbero, fatta la pace o cessato il pericolo dell'invasione; se il governatore consentisse, entrerebbero pacificamente; se negasse, per forza. Adunava il governatore gli ufficiali, i magistrati, i consoli delle potenze, i capi di casa più principali, acciocchè quello che far si dovesse deliberassero. Risolvettero di consentimento concorde, che si desse luogo alla forza, protestando di alcune condizioni; le quali accettate, entrarono nella toscana isola gl'inglesi. Poco dopo s'impadronirono anche dell'isola Capraia, di Stato Genovese.

In questo mezzo tempo bollivano le cose nella partigiana Corsica perturbata da grandissimi accidenti, ed andavano a versi di Buonaparte. Bonelli, condottosi nell'isola e spargendo voci di prossimi aiuti e detestando la superiorità inglese, e spargendo ogni dove faville d'incendio e turbando ogni villa, ogni villaggio, massime sui monti vicino a Bastia ed a San Fiorenzo, aveva adunato gente che apertamente resisteva al dominio del vicerè. A Bastia, sendovi ancora presenti gl'Inglesi, una congregazione di patriotti, o piuttosto di partigiani di Buonaparte e di Saliceti, nemicissimi del nome di Paoli e d'Inghilterra, avevano preso tanto ardire, che addomandarono al vicerè la libertà dei carcerati, e scrissero a Saliceti, già avesse Bastia in luogo di città franzese. Vedutosi da Saliceti e da Gentili che quello era il tempo propizio per restituire la patria loro alla Francia, mandarono innanzi Casalta, con una banda di fuorusciti corsi, affinchè, arrivando a Bastia, aiutasse quel moto, cagione probabile di cambiamento. Fu opportuno il disegno, non fu infelice il successo; perchè giungeva sul finire di ottobre Casalta e sbarcava le sue genti, alle quali vennero a congiungersi i partigiani in grosso numero. Occuparono i poggi che dominano Bastia. Intimava Casalta agl'Inglesi, che tuttavia tenevano il forte, si arrendessero; quando no, li fulminerebbe. Sopravvennerointanto le novelle che gran tumulti nascevano in tutta l'isola contro il nome britannico. Gl'Inglesi pertanto si risolvevano ad abbandonare quello che più non potevano conservare; e precipitando gli indugi dal forte di Bastia, lo spacciarono prestamente, e si ricondussero alle navi; ma perdendo, scontratisi con Casalta, cinquecento prigionieri, e i magazzini; dei cannoni parte trasportarono, altri chiodarono. A tale fatto i tumulti crescevano, gli alberi della libertà si piantavano. Intanto guadagnava Casalta, non però senza difficoltà, le fauci di San Germano, per cui si apre la strada da Bastia a San Fiorenzo, ed arrivava improvvisamente sopra quest'ultimo luogo cacciandosi avanti gl'Inglesi fuggiti da San Germano. Diedero tostamente opera a vuotare la piazza; vi entrarono con segni d'incredibile allegrezza i Corsi repubblicani. Tuttavia l'armata inglese stava sorta sull'ancore poco distante da San Fiorenzo in prospetto di Mortella; i soldati avevano fatto un forte alloggiamento sui monti a ridosso di Mortella medesima, non che volessero continuare nell'intenzione di conservare la Corsica, ma solamente per acquare, vettovagliarsi, e raccorre gli sbrancati sì magistrati del regno che soldati, che per luoghi incogniti e per tragetti arrivavano ad ogni ora, fuggendo il furore corso che li cacciava. Partiva frattanto da Livorno Gentili, conducendo con sè nuove armi e munizioni, ducento soldati spigliatissimi, trecento fuorusciti di Corsica. Arrivato a Bastia, dato riposo alla truppa, squadronati nuovi Corsi che accorrevano, si metteva in viaggio per a San Fiorenzo con animo di cacciar gl'Inglesi da quell'ultimo nido di Mortella. Urtava l'oste britannica, ne seguitava una mischia mortalissima: fuggirono finalmente gl'Inglesi, ricevendo per viaggio molti danni, e si ridussero, prestamente camminando e tutti sanguinosi, alle navi. Conseguito quest'intento, saliva Gentili sopra certi monti, donde speculando vedeva l'armata inglese che continuava astarsene con l'ancore aggrappate in poca distanza: preparava una forte batteria per fulminarla. Non aspettarono l'ultimo momento; che anzi, date le vele ai venti, si allargarono in alto mare alla volta di Gibilterra, lasciando tutta l'isola in potestà di coloro che la vollero restituire all'antica madre di Francia. Al tempo stesso abbandonarono gl'Inglesi le testè conquistate isole d'Elba e Capraia brevissimo frutto di violata neutralità.

Fatte tutte queste cose, arrivava Saliceti in Corsica con facoltà di perdonare. Parlava ai Corsi con benigne e incitate parole, conchiudendo: «giurate sull'are vostre, e per l'ombre dei compagni morti nelle battaglie a difesa della repubblica, giurate odio eterno alla monarchia.» I quali violenti parlari, che producevano frutti conformi, dimostravano quanto gli uomini si soddisfacciano meglio delle esagerazioni che della temperanza.

Fertilissimo di avvenimenti, e tutti di sommissima importanza, è quest'anno e chi volesse registrarli giorno per giorno come apparvero sulla scena, produrrebbe una confusione da non potersi così agevolmente strigare. Miglior consiglio sarà dunque il tendere più fila e venirle seguendo di mano in mano, ripigliando i tempi secondo l'opportunità, come si è fatto finora, perchè da ciò la narrazione acquisterà quella chiarezza e quella connessione che altrimenti le mancherebbero all'in tutto.

Le vittorie dei repubblicani in Italia erano splendidissime; l'avere ridotto a condizione servile il re di Sardegna, ad accordi poco onorevoli quel di Napoli ed il papa, l'avere non solo vinto, ma anche spento due eserciti nemici, l'essere disarmata la repubblica di Venezia, l'aver cacciato dalla Corsica gl'Inglesi col solo sventolar di una bandiera, davano argomento che la potenza franzese metterebbe radici in Italia e che questa provincia sarebbe per cambiare e di signori e di reggimento. Queste condizioni eranocagione che sorgessero ogni dì nuovi partigiani a favore del nuovo stato contro il vecchio. E, vedute tante vittorie, si accostavano a voler secondare le mutazioni molti uomini savii e prudenti, i quali opinavano che, poichè la forza aveva partorito movimenti di tanta, anzi di totale importanza, era oramai venuto il tempo del non dover lasciare portar al caso sì gravi accidenti; che anzi era debito di ogni amatore della patria italiana di mostrarsi e di dar norma con l'intervento loro, per quanto fra l'operare disordinato dell'armi possibil fosse, a quei moti che scuotevano fin dal fondo la tormentata Italia. Si persuadevano che se era scemato il pericolo delle armi avversarie, era cresciuta la necessità di soccorrere alla patria coi buoni consigli; credevano male accetti essere ai popoli gl'Italiani intemperanti che avevano prevenuto o troppo ardentemente o troppo servilmente secondato i primi moti dei Franzesi, e però non doversi a loro abbandonare la somma delle cose.

Questa fu un'epoca seconda nelle rivoluzioni di Italia, in cui uomini prudenti per la necessità dei tempi vennero partecipando delle faccende pubbliche. In questo concorsero e nobili e popolani, e dotti ed indotti, e laici ed ecclesiastici, desiderando tutti di cavare da quelle acque tanto torbide fonti puri e salutari per la patria loro. Tra costoro non tutti pensavano alla stessa maniera; perciocchè alcuni amavano i governi spezzati, altri desideravano l'unità d'Italia: fra i primi si osservavano i più attempati, fra i secondi i più giovani; i primi moderavano, i secondi incitavano; i primi più manifestamente operavano, i secondi più nascostamente, ed i Franzesi chiamavanli la lega nera, e di essa i capi dell'esercito avevano più paura che del nemico.

Quanto al reggimento interno di ciascuna parte o di tutta Italia, amavano i più, fra coloro di cui parliamo, la repubblica, ma la volevano ridurre al patriziato, instituito con la moderazione dellapotenza popolare prudentemente ordinata, governo antico all'Italia. A questo consiglio si opponevano le operazioni disordinate dell'armi, l'assurdo capriccio de' Franzesi di quei tempi di voler applicare il modo del loro governo a tutti i paesi che conquistavano, la volontà di Buonaparte, finalmente gl'Italiani servili imitatori delle cose d'oltremonti ed incapricciti ancor essi de' governi geometrici. Ma quegli altri confidavano che la società si sarebbe fermata al governo patrizio misto di democrazia.

Questi sentimenti principalmente sorgevano nell'Emilia, e più particolarmente in Bologna, ma non potevano impedire che la fazione democratica, pazza e servile imitatrice di quanto si era fatto in Francia, non vi producesse una grande inondazione. Nè essa operava da sè, quantunque ne avesse voglia, ma suscitata a bella posta dagli agenti di Buonaparte e dal direttorio. Il duca di Modena solo e senza amici, e, quel che era peggio, ricco o in voce di essere, si trovava esposto ai tentativi di questi uomini fanatici e sfrenati; nè rimaneva, per la forza delle opinioni e degli esempi che correvano, fedele disposizione ne' popoli. Furono le prime mosse date da Reggio, città scontenta, per le emulazioni con Modena, del governo del duca. La notte del 25 agosto vi si levarono improvvisamente a romore i partigiani della democrazia. Era il presidio debole, i magistrati timidi, l'infezione grande. Laonde, senza resistenza alcuna crescendo il tumulto, in poco d'ora fu piena la città di lumi, di canti repubblicani, di voci festive del popolo, di un gridar continuo di guerra al duca. Piantarono il solito albero, inalberarono le tricolorite insegne. La mattina nissun segno era in piede del ducale governo: i soldati del duca, impotenti al resistere, se ne tornarono di queto a Modena. Si accostarono ai primi motori uomini riputati per ricchezze e per dottrina per dar norma a quell'impeto disordinato. Condotto a fine il moto, crearonoun reggimento temporaneo con torma repubblicana, moderarono l'autorità del senato, instituirono magistrati popolari, descrissero cittadini per la milizia. Questi erano i disegni interni. Ma, desiderando di rendere partecipi i vicini di quanto avevano fatto, mandavano uomini a posta nel contado, in Lunigiana ed in Garfagnana, acciocchè, parlando e predicando, muovessero a novità. Inviarono Paradisi e Re ad affratellarsi, come dicevano, coi Milanesi. L'importanza era di far muovere Modena. Nè in questo mancarono a sè stessi i Reggiani, perchè spacciarono gente attiva a sollevare con segrete insinuazioni e con incentivi palesi quella città. Tanto operarono, che già una banda di novatori, portando con sè non so che albero, il volevano piantare in piazza; gridavano accorruomo e libertà. Ma fu presto il governo ad insorgere contro quel moto, e fatta andare innanzi la soldatesca con le armi, risospingeva i libertini non senza qualche uccisione. Rendè Ercole Rinaldo da Venezia solenni grazie a' Modenesi per la conservata fedeltà. Pagherebbe, aggiunse, del suo gran parte delle contribuzioni, scemerebbe le gravezze de' comuni.

Questo intoppo interruppe i pensieri di Buonaparte. Ma egli, che non voleva che gli fossero interrotti, fece con la forza propria quello che le reggiane non avevano potuto. Per la qual cosa mandava fuori un manifesto da Milano, pieno di querele contro il duca: non avere pagato ai tempi debiti le contribuzioni di guerra; starsene tuttavia lontano dagli Stati; lasciare interi gli aggravii di guerra ai sudditi, nè volervi partecipar del suo; avere somministrato denari ai nemici della repubblica; incitare i sudditi con perniciose arti e per mezzo di genti contro Francia; avere vettovagliato Mantova a pro degli Austriaci. Dichiarava pertanto non meritare il duca più alcun favore dalla Francia; essere annullati i patti della tregua; l'esercito italico ricoverare sotto l'ombra sua, e ricevere inprotezione i popoli di Modena e di Reggio; chiunque offendesse le proprietà ed i diritti de' Modenesi e de' Reggiani sarebbe riputato nemico di Francia. Buonaparte non era uomo da minacciare con le parole prima che eseguisse coi fatti. E però, non ancora comparso il manifesto, già i suoi soldati s'impadronivano del ducato. Due mila entravano in Modena, prendevano la fortezza, sconficcavano le case, cacciavano i soldati, afferravano le insegne, chiamavano i popoli a libertà. Al medesimo tempo occupavano Sassuolo, Magnano ed altre terre del dominio ducale, facendo variare lo Stato e ponendo mano in tutto che al pubblico si appartenesse. Pure le allegrezze furono molte; piantossi l'albero, cantossi, ballossi; furonvi conviti, teatri, luminarie. Fatte le allegrezze, si venne alle riforme: annullaronsi i magistrati vecchi, crearonsi i nuovi, giurossi alla repubblica di Francia; dello stato politico si aspettavano i comandamenti di Buonaparte.

Or si torni alle cose di Bologna, che non era vacua nè di sospetti nè di fatiche. Aveva il senato fatto, per conservarsi lo stato, quanto pei tempi abbisognava, cattivatosi il generale repubblicano, fatto restituir Castelbolognese, promesso riforme. Ma l'aristocrazia era odiosa ai più ardenti instigatori, la democrazia trionfava. Perlochè voci subdole si spargevano contro gli aristocratici; li chiamavano tirannelli; il popolo sempre era di mezzo, e lo dicevano sovrano. Imperversavano gridando che, scacciato quel tiranno del papa, così lo chiamavano, era mestiero scacciare anche que' tiranni de' senatori, e tutto dare in balìa del popolo sovrano; il popolo adombrava, perchè non sapeva che cosa tutto questo si volesse significare; i capi repubblicani volevano consuonare con Modena e con Reggio. Vide il senato il tempo tempestoso per le condizioni tanto perturbate del paese, e volle rimediarvi con dare speranze di riforme, non accorgendosi che se il resistere alla pienaera impossibile, il secondarla era insufficiente. Pubblicava si creasse una congregazione d'uomini dotti e probi, affinchè proponessero un modello di costituzione consentanea ai tempi, ma conforme a quel modo di reggimento che sussisteva in Bologna prima della signoria de' pontefici. Non parve compito il disegno, perchè quell'antica forma non piaceva, ed i nominati della congregazione si tacciavano d'aristocrazia. La verità era, che niuna forma buona, se non la democratica, pareva a coloro che menavano più romore. Compariva intanto il modello della costituzione tutto democratico e, secondo il solito, levato di peso dalla costituzione franzese, ma contenente altre parti: si abolisse la tortura, si moderassero le pene, si abbreviassero i processi.

Adunaronsi i comizii nella chiesa di San Petronio; il fine era di accettare o rifiutare la costituzione. Per voti concordi nominarono presidente Aldini avvocato raccolto il partito, trovossi avere squittinato quattro cento ottantaquattro; quattro cento trentaquattro pel sì, cinquanta pel no. Bandì il presidente, il popolo bolognese avere accettata la costituzione. Intuonossi l'ambrosiano canto, al tempo stesso udissi un suonar di campane, un dar nei tamburi, una musica guerriera, un cantar repubblicano per tutta Bologna. Godeva il popolo; la notte fuochi artificiali, luminarie, teatri, e quanto si usa fare dai popoli nelle grandi allegrezze.

Nè con minore caldezza procedevano le faccende in Ferrara. Vi si creavano i magistrati popolari; vi si bandiva la repubblica. Mandavano deputati a Buonaparte per ringraziarlo, ai Milanesi per affratellarsi; tutta l'Emilia commossa.

In questo mentre arrivava Buonaparte a Modena. Concorrevano in folla i popoli per vederlo, Ferraresi, Bolognesi, massime Reggiani, che in questi moti con maggiore ardenza camminavano. La sua presenza in Modena fruttava altro cheparole. Chiamati a sè i primi, fece loro intendere, con un'arte esortatoria che era in lui molto efficace, si unisse tutta l'Emilia in una sola repubblica, e si facesse forte sull'armi. Questi consigli trovavano disposizioni conformi in popoli esaltati. Però si adunavano, il dì 16 ottobre, in Modena ventiquattro deputati per parte di Ferrara, venti per Modena, venti per Reggio. Decretava il consesso, tutta l'Emilia in una sola repubblica sotto protezione della Francia si unisse; la nobiltà feudataria si abolisse; fossero salve e sicure a tutti i pacifici uomini le proprietà; un magistrato si creasse che avesse carico di levare, ordinare, armare quattro mila soldati a difesa comune; un altro congresso di tutta l'Emilia si tenesse il dì 27 dicembre; questo secondo congresso statuisse la costituzione che avesse a reggere la nuova repubblica. Questo muoversi dei Cispadani all'armi molto piaceva a Buonaparte, perchè serviva di esempio ai Milanesi, che la medesima volontà non dimostravano. In fatti questi ultimi, per non parer da meno, offerirono dodici mila soldati. Già si dava opera a Milano ad ordinare la legione lombarda, in cui entrarono Italiani di ogni provincia, e la legione polacca, in cui si scrissero molti Polacchi, o disertori o fuorusciti, e parte anche uomini raccolti in tutta Germania. I Reggiani più infiammati non si contentarono nè delle parole nè delle mostre. Dato dentro ad una squadra d'Austriaci usciti per fazione militare da Mantova, e tagliati fuori dai Franzesi, li facevano prigioni a Montechiarugolo, non senza fatica e sangue da ambe le parti. Presentarongli in una modenese festa trionfalmente a Buonaparte, gratissimo dono, perchè ed agguerriva gl'Italiani e li faceva intingere contro lo imperatore.

Tutte queste cose affliggevano e spaventavano il pontefice, che si vedeva restar solo esposto alle percosse delle armi repubblicane. Aveva fatto quanto per lui si era potuto per adempire le condizioni,ancorchè gravissime fossero, della tregua. La pace che si trattava a Parigi non veniva a conclusione. Voleva il direttorio che il papa recedesse da qualunque lega contro Francia; negasse il passo ai nemici, il desse ai Franzesi; serrasse i porti agl'Inglesi; rinunziasse a Ferrara, a Bologna, a Castro, a Benevento, a Ronciglione, a Pontecorvo; proibisse l'evirazione dei fanciulli. Quanto alla religione, il direttorio richiedeva che il papa rivocasse qualunque scritto od atto emanato dalla santa Sede rispetto alle faccende ecclesiastiche di Francia dall'89 in poi. Posto il partito dal pontefice, opinò con consentimento unanime il collegio dei cardinali, doversi rifiutare tutte le pratiche, non potersi accettare i patti, alla forza si resistesse colla forza. Quando così deliberarono, già sapevano essere in ordine una terza mossa austriaca per l'Italia, e per questa cagione speravano di aver seco congiunte le armi imperiali.

Sapeva Pio VI a quale pericolo sottoponesse sè medesimo e tutto lo Stato ecclesiastico col rifiutar la pace. Perciò non ometteva alcuno di quegli aiuti che pei tempi confermare lo potessero. Scriveva un breve a tutti i principi cattolici, col quale, gravissimamente favellando, gli esortava a non abbandonare dei sussidii loro la santa Sede in così imminente pericolo; corressero, ammoniva, in soccorso di quella religione che con tanta pietà professavano, e che era cagione che i sudditi con tanto amore e soggezione a loro obbedissero; dimostrando quindi di quanto danno fosse minacciata, sorgessero adunque, esortava, accorressero, pruovassero aver cura di quanto ha posto il cielo quaggiù di più sociale, di più salutevole, di più sacro; darebbe egli, tanto vicino al pericolo, l'esempio della costanza, nè potere o il romore di sì perniziosa guerra o l'età sua oramai cadente, o le instigazioni dei mali affezionati tanto operare, ch'egli non sorgesse con animo invitto a difesa di quella religione che, scesa da Cristo Dio pel ministero dei santi Apostolisino a questi miseri tempi incorrotta e pura, doveva parimente ai posteri pura ed incorrotta tramandarsi.

Queste voci mandava ai principi cattolici il pontefice ottuagenario, primo sostenitore, e con le parole e con l'esempio, dell'autorità e della dignità dei principi.

Non aveva il re di Napoli intermesso per mezzo del principe di Belmonte Pignatelli i suoi negoziati a Parigi, ora con più vivezza procedendo, ora allungando il dichiararsi, secondochè gli accidenti d'Italia succedevano o più prosperi o più avversi alle armi franzesi. Lo stimolavano dall'un de' lati l'Austria e l'Inghilterra a mantenersi in fede; dall'altro il ritraeva il timore dei Franzesi saliti in tanta potenza. Il direttorio, che si accorse dell'arte, volle stringere; ma in tal fatto meritossi riprensione dell'aver tacciato, accennando alle tergiversazioni del principe di Belmonte, d'infame nota la fede italica, come la chiamò; perchè niun vede come si possa accusare una nazione dell'infedeltà de' suoi governi, e nemmeno vede come le arti usate dal principe napolitano, ora di stringere, ora di allargarsi, possano chiamarsi arti fedifraghe e da chiamarsi con nome odioso; perciocchè di simili arti usarono tutti i governi in tutti i loro negoziati politici, e la Francia stessa le usò in ogni tempo, e più ancora a quei del direttorio. L'udire poi accusarsi la fede italica come infedele da coloro che a bella posta cercavano lite ai principi italiani per cavarne denaro e per distruggerli, non si potrà certamente senza sdegno comportare da chi, libero da ogni anticipata opinione essendo, è solo amatore del giusto e dell'onesto.

Intanto, tra per la mediazione di Spagna e per le nuove che ogni dì più si moltiplicavano del venire i Tedeschi verso l'Italia, fu concluso fra la Francia e Napoli un trattato di pace il dì 10 ottobre, molto onorevole, secondo i tempi, al re; perchè nè gli si comandava di serrare del tutto i porti alle potenze nemichedella repubblica, nè gli s'imponeva l'obbligo di scarcerare i mescolati in congiure. Le principali condizioni furono: che il re rinunziasse a qualunque lega coi nemici della Francia; si mantenesse puntualmente in neutralità con le potenze belligeranti; vietasse l'entrata nelle sue marine alle navi armate in guerra di esse potenze, così franzesi, come di altre nazioni, se più di quattro fossero; si restituissero tutti i beni sì mobili che stabili sequestrati e confiscati, tanto in Francia, quanto nel regno, a motivo della presente guerra; si stipulasse un trattato di commercio; avesse luogo nella pace la repubblica batava.

Anche la tregua tra la Francia e Parma si convertiva in accordo, per verità non troppo superbo pel duca, per la protezione in cui l'aveva la Spagna, sicchè la pace gli recò minor danno che la tregua: accidente insolito, perchè le paci del direttorio erano per l'ordinario peggiori delle tregue.

Udissi a questi giorni la morte (16 ottobre) di Vittorio Amedeo III, re di Sardegna, principe che avrebbe avuto in sè tutte le parti che in un reggitore di popoli si possono desiderare, se non fosse stata quella smania di guerra che notte e dì il tormentava. Quindi consumò l'erario per mantenere i soldati, ed i soldati consumarono il paese: lo soggettarono anche alla forza, che sarebbe stata intollerabile, se la natura buona del principe e le vecchie abitudini di governo regolato non l'avessero temperata. Restano e sempre resteranno le memorie delle onorate cose fatte da lui in pace e nel riposo de' suoi popoli; ma fatalmente Vittorio Amedeo lasciò morendo un regno servo che avea ricevuto intero, un erario povero che aveva ereditato ricchissimo, un esercito vinto che gli era stato tramandato vittorioso. Così le sue virtù, che furono molte e grandi, non partorirono pe' suoi sudditi tutto quel benefizio che promettevano.

Successe nel regno a Vittorio AmedeoIII Carlo Emmanuele IV di questo nome, principe ammaestrato in molte belle discipline, ornato di tutte le virtù che in uomo capir possono, e devotissimo alla religione. Ma con l'animo ottimo aveva il corpo infermo; perciocchè pativa straordinariamente di nervi, e questo male, al quale non era rimedio, gli rappresentava spesso di strane fantasie, che il facevano parere assai diverso da quello ch'egli era veramente. Essendo gli Stati del re frapposti tra Francia ed Italia, e provveduti tuttavia di buone armi, sebbene infelicemente usate, molto importava alla prima di averlo per amico; perciò il direttorio nissuna cosa lasciava intentata per congiungerselo in amicizia stabile per un trattato di alleanza. Si aggiungeva la tenerezza di Buonaparte pel re, cui fu sempre primario intendimento di trasportare il dominio del re dal Piemonte nello Stato di Milano, e d'incorporare alla Francia il Piemonte e l'isola di Sardegna. Questo pensiero stesso ei si volgeva in mente, quando più con le istigazioni tentava di accalorare lo spirito repubblicano in Milano. Ma non andava a grado del direttorio, o fosse che non avesse ancor deposto il pensiero di restituire, se bisognasse, il Milanese allo imperatore, o fosse che per una tal quale ambizione di repubblica credesse che con tante vittorie potesse alzar l'animo a maggiori cose, con fondare una nuova repubblica negli Stati dell'imperatore in Lombardia. Amava meglio di compensare il re a spese di Genova. Ambidue cercavano con queste speranze di adescar tanto Carlo Emmanuele, ch'ei venisse a concludere con la repubblica la confederazione. E siccome queste pratiche non si potevano tenere tanto segrete che le altre potenze non le subodorassero, confidavano che l'imperatore intimorito si sarebbe più facilmente inclinato a fare la volontà della repubblica. Ma il re non volle a questo tempo consentire al trattato, perchè gli pareva che, se congiunto fosse in lega difensiva ed offensiva conFrancia, sarebbe stato costretto a volgere le sue armi contro il papa, al quale sapeva che i repubblicani macchinavano allora di far guerra, nè gli poteva sofferir l'animo di offendere il capo della Chiesa che non gli aveva fatto alcuna ingiuria.

In questo mentre Carlo Emmanuele aveva chiamato ai consigli dello Stato, invece del conte d'Hauteville, il cavaliere di San Damiano di Priocca. Inoltre, avendo il direttorio ripudiato il conte di Revel, come fuoruscito franzese, dall'ambasciata di Parigi, il re gli aveva surrogato il conte Balbo, uomo di alto lignaggio, di molte lettere e di non poca dottrina. Del rimanente, quanto al politico, era il conte piuttosto amatore di mettere l'Italia in Piemonte, che il Piemonte in Italia, ed aveva ottimamente conosciuto di che qualità fosse la libertà di quei tempi. Arrivato come ambasciatore di Sardegna a Parigi, gli furono date gratissime parole; ed egli, siccome quello che era accorto e buon conoscitore degli uomini, si mise tosto in sul negoziare, non disperando di trovar modo di far servigi importanti al re fra quei repubblicani amatori di denaro e di nomi illustri. Intromesso al cospetto del direttorio, disse non essere mai stato il re suo signore nemico a Francia nè al governo di lei; tempi fatali avergli posto in mano l'armi.... non aver mai cessato di desiderare la pace.... consigliarlo il rispetto dell'interesse suo, che era quello stesso del suo popolo, che restasse affezionato alla Francia: naturale adunque essere, soggiungeva, l'amicizia dei due Stati; avere lui carico di nudrirla; e perchè nissuna cattiva impressione restasse, avere carico di disdire i fatti accaduti in Piemonte contro l'ultimo ambasciatore di Francia; presentare le sue credenziali; vedrebbero per loro quanta fede avesse il re posta in lui; stimerebbe meritarla, se quella del direttorio meritasse.

Rispose magnificamente il presidente,la moderazione del principe del Piemonte (quest'era la qualità di Carlo Emmanuele prima della sua assunzione) avere preparato la strada alla stima del popolo franzese verso il re; accrescersi la contentezza del direttorio alle nuove protestazioni; renderebbe il governo di Francia amicizia per amicizia; desiderare che l'esempio di un re amatore della pace piegasse tutti i nemici della repubblica ad accettarla; rallegrarsi il popolo franzese per le vittorie acquistate ad assicurazione della sua libertà, ma vieppiù essere per rallegrarsi, quando tutte le nazioni vivessero in amicizia con lui; non conoscere la repubblica l'astuzia politica; stipulare i trattati con lealtà, osservarli con fede, difenderli con coraggio; soddisfarsi il direttorio al vedere che il re l'avesse eletto a nutritore di concordia, sperare si sforzerebbe in adempir bene il quieto mandato.


Back to IndexNext