Chapter 55

Tali furono i vicendevoli parlari tra Francia e Sardegna. Quantunque il re non potesse amare un governo che l'opprimeva, la sua amicizia politica verso di lui era nondimeno sincera, perchè credeva che ciò importasse alla salute ed agl'interessi del suo reame. Dall'altro lato il direttorio mostrava il viso benigno al re, per aver seco congiunte le sue armi, sebbene avesse disegni di distruzione del governo regio in Piemonte.Ma quel che faceva ricercare il re della sua amicizia in questo momento cagionava il pericolo della repubblica di Genova. Vennesi pertanto in sui cavilli e sulle superbe parole. Ricominciaronsi le querele pel fatto della Modesta già composto tante volte. Esortava Faipoult Buonaparte a venire armato a Genova per cacciare dai magistrati gli avversi a Francia, a bandirli, a cambiare le forme delle deliberazioni del governo.Mandava la signoria all'alloggiamento di Buonaparte Francesco Cattaneo, uno dei più gravi e più riputati cittadini della repubblica, affinchè s'ingegnasse di mitigare quella superbia; ma si tiravapiù su colle richieste: serrassero, imponeva, tutti i porti agli Inglesi, sei mila Franzesi il golfo della Spezia occupassero, apprestasse la repubblica quanto abbisognasse alla Francia; venti milioni pagasse a compenso dei danni inferiti dagl'Inglesi e dagli Austriaci sui mari; per impedire l'entrata agl'Inglesi nel porto di Genova, un presidio franzese la lanterna munisse, gli abitatori della Polcevera si disarmassero. Il senato, siccome quello, a cui le condizioni parevano intollerabili, mandava con autorità d'inviato straordinario a Parigi Vincenzo Spinola patrizio veduto volontieri dagli agenti franzesi. Si faceva lo Spinola avanti, parte con le parole, parte con fatti più efficaci delle parole.Intanto il dì 11 settembre venivano gl'Inglesi ad un fatto che fece precipitar Genova alla parte franzese. Nelson, viceammiraglio d'Inghilterra, rapì sulla spiaggia di San Pier d'Arena una nave franzese: fu il caso tanto improvviso, che nè le artiglierie della Lanterna furono a tempo di romperne il disegno. Faipoult, usando l'occasione, ed acceso in gravissima indegnazione, domandava che Genova, dal cui porto era uscito Nelson per quella prepotente fazione, intercludesse i porti agl'Inglesi e desse, in compenso della nave rapita, in mano di Francia tutte le navi loro sorte ne' suoi porti: quando no, sarebbe tenuta del fatto verso la repubblica.Le insolenze d'Inghilterra e le minaccie di Francia fecero facilmente andar innanzi la mutazione nelle deliberazioni di Genova. Per la qual cosa, tacendo o poco contrastando nelle consulte coloro che inclinavano alla parte inglese, sorse più potente la parte franzese. Però fu risoluto nel consiglio grande, ed approvato nel piccolo, che si chiudessero tutti i porti ai bastimenti inglesi sì da guerra che da commercio; si ritenessero quelli che nei porti stanziassero.Il serenissimo governo, datosi tutto alla parte del nome franzese, pubblicava,per giustificare la sua deliberazione, un manifesto, in cui, raccontate tutte le ingiurie ricevute, da poi che aveva incominciato la guerra, dagl'Inglesi, concludeva che poichè la lunga pazienza ed i frequenti ricorsi erano stati indarno, nè alcuna speranza si aveva che gl'Inglesi fossero per venirne a termini più temperati, si era risoluto ad escludere infino a nuova deliberazione dai porti genovesi le navi britanniche, la presenza delle quali, sotto colore di non adempita neutralità per gli altrui fatti violenti, aveva dato occasione a tanti incomodi ed a tanti pericoli.Intanto si stipulava, il dì 9 ottobre, a Parigi tra il direttorio ed il plenipotenziario Spinola una convenzione, con la quale si fermarono le condizioni, a norma delle quali i due Stati dovevano vivere tra di loro. L'accettarono i Genovesi, sperando che con lei sarebbe confermato lo Stato. L'accettarono il direttorio e Buonaparte, perchè procurava loro denaro. Fu convenuto fra i due Stati che il decreto del governo di Genova, per cui si serravano i porti agl'Inglesi, avesse la sua esecuzione fino alla pace; proibisse Genova il soccorrere di viveri e di munizioni gl'Inglesi; presidiasse sufficientemente i porti; se non potesse, la Francia la servirebbe di presidii; se la Gran Bretagna intimasse la guerra a Genova, la difenderebbe la Francia; annullasse Genova i processi fatti ai sudditi per opinioni, discorsi o scritti politici; i nobili processati nel grande e nel piccolo consiglio si redintegrassero; la Francia promettesse di conservar intero il territorio della repubblica, di agevolarle la pace con le potenze barbaresche, di far libere e franche le terre vincolate per dritti di feudo all'impero germanico; i Genovesi accettassero la mediazione della Francia per comporre le loro differenze colla Sardegna; pagassero alla Francia, per prezzo dell'amicizia e della conservazione dei territorii, due milioni di franchi, e le facessero un prestito di altri due milioni.Furono i due milioni di taglia estratti dal banco di San Giorgio, i due del prestito pagati dai più ricchi.Genova debole e lacerata da due nemici potenti fu obbligata a comporsi con uno di loro: il che non fu la sua salute. Venezia anch'essa tra due nemici potentissimi, ma più forte, più padrona di sè medesima, più tenace nella neutralità, non volle comporsi, nè ciò fu la sua salvezza. Bisogna premettere che principal mira del governo di Francia, alla quale tutte le altre subordinavansi, era sempre la pace con l'imperatore non solamente per la sua potenza, ma ancora per la dignità e pel grado. Parevagli che, ove Francesco avesse accettato le condizioni, la repubblica riconosciuta da un tanto principe sarebbesi bene radicata e, per così dire, naturata in Europa. Sola l'Inghilterra sarebbe rimasta nemica; ma non avendo più speranza di muovere l'Europa contro la Francia, si conghietturava che anch'essa sarebbe sforzata di venire agli accordi. Chiaro appariva che dalle condizioni dell'Italia, essendo già i Paesi-Bassi austriaci posti in possessione della Francia, pendeva principalmente la pace con l'imperatore. A questo principal fine dirizzando i suoi pensieri il direttorio, aveva mandato in Italia il generale Clarke, personaggio molto dipendente da Carnot, col mandato di veder vicino le cose e di fare convenienti proposte all'Austria. Era Clarke uomo molto atto a questo atto, non solo per la sua destrezza, ma ancora perchè detestava, e sapevasi, le esagerazioni dei tempi. Inoltre egli pare che il direttorio, od almeno qualche membro di lui, avesse concepito sospetto di pensieri ambiziosi in Buonaparte, e però si era risoluto a mandare in Italia un uomo, quale gli sembrava Clarke, molto fidato, affinchè investigasse ed accuratamente rapportasse gli andari del generale italico. Del che o accortosi o sospettando Buonaparte, quando se lo vide comparire innanzi, siccome quegli che non amava gl'imperii dimezzati, gli disse a viso scopertoche se veniva ad accordarsi con lui, il vedrebbe volentieri, e l'accetterebbe; quando no, se ne poteva tornare. Questa insolenza o non seppe il direttorio, o saputa, per lo meno male, la passò. Clarke, che uomo accorto era, avvisò facilmente dov'era e dove aveva a rimanere la potenza; si piegava perciò facilmente, e da inviato del governo divenne fidato di Buonaparte. Da quel punto nacque fra ambidue quella benevolenza e quella intrinsichezza che si mantennero in tanti e sì diversi tempi ed in tante rivoluzioni d'uomini e di cose.Ma venendo al mandato politico di Clarke, quantunque ei dovesse principalmente indrizzarsi all'imperatore, fece opera per viaggio di racconciar le faccende colla Sardegna. Offeriva, in nome della repubblica, di dare al re Genova co' suoi territorii con patto ch'egli cedesse alla Francia l'isola di Sardegna e si unisse in lega con la repubblica, obbligandosi a congiungere all'esercito italico un numero determinato di soldati. Disordinò anche questo pensiero il rifiuto di Carlo Emmanuele del voler entrare in questa lega; perchè, come già rapportammo, detestava grandemente di voltar le sue armi contro il papa. Allora fu fatto il trattato con Genova, col quale il direttorio, non potendo più farla cosa del re, la fece cosa sua.A questo succedeva ne' consigli dei reggitori della Francia un altro disegno per opera principalmente di Buonaparte; ma alle loro proposizioni se ne stava dubbiosa l'Austria, perchè non aveva ancora perduto la speranza di ricuperare per forza d'armi gli Stati d'Italia; questi negoziati correndo prima delle ultime rotte di Wurmser. Però Clarke e Buonaparte, non ostante le vittorie contro Wurmser, insistevano sempre maggiormente.Conoscendo il direttorio la renitenza dell'Austria, aveva mosso, per vincerla, altre pratiche lontane, per le quali sperava di operare che il timore superassea Vienna ogni ostacolo. Dipendeva intieramente la Spagna, pei consigli e per la autorità del principe della Pace, dalla Francia. Dipendeva anche da lei per la necessità delle cose la Porta Ottomana. Venne adunque il direttorio in pensiero, condotto da quel suo fine principalissimo di aver amicizia con l'imperadore, di far proposizioni di lega difensiva tra la Spagna, la Porta Ottomana, la Francia e la repubblica di Venezia contro l'Austria: presumeva il direttorio, oltre il timore da darsi all'imperadore, che Venezia, stante la costanza del senato a volersene star neutrale, avrebbe ricusato d'entrar nella lega, e però che se gli sarebbe porta più colorita cagione di pigliarsi la repubblica. Il Reis Effendi, favellando a Costantinopoli col dragomanno di Venezia, si era lasciato intendere che in quel totale sovvertimento d'Europa il senato veneziano non poteva e non doveva più starsene isolato e da sè, ma sì consentire a quelle congiunzioni che per la sicurtà dei suoi Stati fossero necessarie, e che nissuna congiunzione migliore poteva essere che un'alleanza con la Porta, la Francia e la Spagna. Poco dopo Verninac, ministro di Francia a Costantinopoli, avuto un segreto colloquio con Ferigo Foscari, bailo della repubblica, gli aveva significato le medesime cose, protestando della amicizia della sua repubblica verso quella di Venezia, e non solamente promettendo sicurtà per tutto il territorio veneto, ma ancora dando speranza di considerabile ingrandimento. Infine, in qualità di persona pubblica procedendo, l'ambasciatore dava al bailo uno scritto, acciocchè lo tramandasse al senato, in cui veniva ragionando che la repubblica franzese, oltremodo tenera della quiete generale e della preservazione degli Stati contro gli altrui disegni ambiziosi, si era risoluta a non istarsene da sè, in mezzo all'Europa commossa; che a questo fine desiderava congiungere a quella d'altrui tutta la forza sua; che confidava che i governi interessati sarebbero disposti a secondarla;che sperava che specialmente il senato veneto si mostrerebbe pronto a concorrere a questo fine; che perciò proponeva al senato per mezzo del bailo e per comandamento espresso del direttorio un'alleanza fra le due repubbliche. Quindi, più apertamente spiegandosi, dicea sue ragioni, perchè si avesse ad accettare la lega che il direttorio veniva proponendo. Non avendo il bailo mandato per trattare una sì importante materia, rispondeva pe' generali, offrendosi solamente di trasmettere lo scritto di Verninac al senato.Le medesime mosse diedero a Madrid il principe della Pace ai nobili Bartolammeo Gradenigo e Almorò Pisani, a Parigi il ministro degli affari esteri Lacroix al nobile Alvise Querini, finalmente a Brescia Buonaparte al provveditor generale Francesco Battaglia. Quest'era un concerto per maggiormente muovere la repubblica. Ma il senato non avendo ancora deliberato, perchè i savi non gli avevano participato affare di tanta importanza, il 27 settembre, quando appunto più vive bollivano le pratiche di Clarke, si appresentava in Venezia al serenissimo principe con un memoriale il ministro di Francia Lallemand, col quale, annunziando che la repubblica franzese, desiderosa di stringersi vieppiù in amicizia con l'antica sua amica la repubblica di Venezia, le proponeva di nuovo per mezzo suo quello che già le era stato proposto e da lui medesimo e da altri ministri di Francia, cioè un'alleanza a difesa ed assicurazione de' suoi Stati; e caldamente ragionando in acconcio della proposta, seguitava: offerirle il direttorio la alleanza del popolo franzese; essere questo popolo, fatto potentissimo per le sue vittorie in grado di dare al mondo, e per quiete sua, quell'aspetto che gli piacerebbe, stipulerebbe patti proficui e nobili per una nazione alleata; obbligherebbe tutte le sue forze a difenderla, se i suoi vicini si attentassero di molestarla; le mandasse il senato un negoziatore a Parigi,si concluderebbe un trattato ad unione de' due popoli fondato sulla sincerità e sulla buona fede, sole basi della politica franzese; già prepararsi la pace del continente, già esser vicine a definirsi le sorti d'Italia; ogni cosa dovere sperar Venezia congiunta in alleanza con Francia.In tale modo instava con molta pressa Lallemand in cospetto del serenissimo principe, e per aprir l'adito alle future cose, aggiungeva altri discorsi ancora ed altri motivi, cui aiutava presso al senato il provveditore Battaglia, il quale, non si sa bene perchè, si era discostato, accettando le nuove, dalle antiche consuetudini del governo veneziano.Grave al certo deliberazione era questa e che importava alla somma tutta della repubblica; perchè se da una parte si vedeva, che il collegarsi con la Francia in mezzo a tanta vertigine di cose avrebbe necessariamente condotto Venezia per sentieri insoliti, non mai battuti da lei, e pieni d'un dubbioso avvenire, dall'altra il non collegarsi poteva portare con sè una immediata pernicie; ed in questo non si era infinto il ministro di Francia, avendo accennato a quale pericolo si esporrebbe Venezia se a starsene scollegata e da sè continuasse. Questa materia fu maturamente esaminata in una consulta di tutti i savi di collegio, e, sebbene la sentenza in cui entrarono sia stata da molti biasimata e da alcuni allegata come pretesto valevole di fare a Venezia quello che le fu fatto; come se uno Stato independente fosse obbligato, sotto pena di eccidio, di opinare come uno Stato forastiero vorrebbe che opinasse, non si dubita di affermare che fu giusta, onorevole e conveniente ai tempi. Concludevano adunque che se la fortuna franzese preponderante non permetteva che si pendesse di più verso l'Austria, la maggior fede dell'Austria non permetteva che si pendesse di più verso la Francia. Pensarono finalmente, che se era destinato da' cieli che la repubblica perisse,doveva ella perire piuttosto innocente che rea, piuttosto per violenza altrui che per colpa propria, piuttosto con compassione che con biasimo del mondo, e senza che ne fosse diminuita la maestà del suo nome.Serbando l'antica consuetudine di Venezia, come opinarono i Savi così fu approvato dal senato, che signora di sè medesima, e da ogni vincolo libera, si serbasse la repubblica. Rispondeva il senato gravemente a Lallemand, che grate ed accette gli erano le dimostrazioni amichevoli fatte dal governo della repubblica franzese, che appunto per queste stesse disposizioni amichevoli sperava il senato che il direttorio non avrebbe voluto condurlo a deliberazioni che verrebbero a produrre effetti contrari all'intento; che per antico instituto la repubblica di Venezia, lontana dall'ambizione e solita a temperare sè medesima, aveva riposto il fondamento dell'esser suo politico nella felicità e nell'affezione de' sudditi e nella sincera amicizia verso tutti i potentati di Europa; del quale giusto ed immacolato procedere si erano sempre, malgrado degl'inviti e delle sollecitazioni contrarie in vari tempi fatte, essi potentati mostrati contenti; che per esso ancora era stata la quiete conservata ai veneti dominii con utile costante e contentezza inestimabile dei sudditi; che questa condotta del senato, confermata dal corso di tanti secoli felici, non poteva abbandonarsi senza incontrare inevitabilmente il pericolo di guerra; che erano le guerre calamitose a tutte le nazioni, ma assolutamente insopportabili al senato pel suo amore paterno verso i sudditi, per la costituzione fisica e politica de' suoi Stati e per la sicurezza delle nazionali navigazioni. Alle quali cose s'aggiungeva il pericolo funesto di sconvolgere le basi del proprio governo, senzachè derivar ne potesse alcun rilevante appoggio alle grandi nazioni alle quali egli strettamente si unisse. Terminava il suo grave ragionamento con dire, sperare che il direttorio,conosciuta la ingenuità e la verità di queste considerazioni, le avrebbe per accette e non sarebbe per alienare l'animo, nè in qualunque evento, dalla innocente Venezia, da Venezia risoluta a conservare con ogni studio l'amicizia con Francia.Rifiutata dal senato l'alleanza, con la Francia, restava a considerarsi se non sarebbe stato utile e sicuro alla repubblica il collegarsi con l'Austria. Ma a tutte le considerazioni prevalsero i consigli quieti, perchè il senato non voleva pendere più da questa parte che da quella e non voleva soverchiamente irritare contro di sè i repubblicani già padroni di buona porzione de' suoi territorii. Nondimeno, poichè non era da credere che l'Austria si tirasse indietro, potendo in mezzo alla fortuna avversa l'accessione di Venezia aver recato peso nella somma delle facende militari, se i Veneziani avessero congiunto le loro armi con quelle dell'imperatore, massimamente quando erano queste cose ancora minacciose e forti, avrebbero i Franzesi potuto ricevere grave danno.Ma patti pieni di molta sicurtà venne offerendo a questo tempo medesimo a Venezia una potenza forte per proteggerla, lontana per non darle ombra; la Prussia. Il barone di Sandoz-Rollin, ministro plenipotenziario di Prussia a Parigi, in un abboccamento avuto col nobile Querini, si fece avanti dicendo che con dolore infinito vedeva la condizione del senato e delle venete provincie divenute campo e bersaglio di una crudele guerra; lodò il consiglio del senato dello aver saputo conservare in mezzo a tanto turbine e con tanto costo la sincera neutralità; che migliore contegno non poteva nè immaginare nè tenere il senato: soggiunse poi però che non doveva il senato aspettare i tempi sprovveduto d'amici e collegato con nissuno, nè abbandonare gl'interessi dello Stato ad un avvenire certamente molto incerto e probabilmente tempestoso; che il governo che facevano i Franzesidelle terre veneziane, con aver violato le leggi le più sante della neutralità, poteva facilmente dar pretesto agli altri di turbare l'attuale quiete e sicurezza della repubblica; che perciò gli pareva, che la prudenza del senato il dovesse indurre a premunirsi di qualche sostegno valevole a guarentire le sue possessioni contro qualunque tentativo. Detto tutto questo, passava Sandoz-Rollin a dire che ei credeva che la sola potenza con la quale la repubblica avrebbe utilmente e sicuramente potuto stringersi in alleanza, fosse la Prussia, perchè gl'interessi politici del re tanto erano lontani da quei di Venezia, che il senato non poteva a modo nissuno sospettare ch'ei volesse una tale alleanza procurarsi per qualche sua mira particolare; che anzi era la Prussia la sola potenza che potesse conservare l'incolumità e l'integrità dei dominii veneti; che a lui pareva, tale essere l'opportunità e la necessità di questa alleanza, che non fosse nemmeno da tenersi segreta; perchè la casa d'Austria non poteva recarsi a male che la repubblica cercasse di guarentirsi dai sinistri effetti delle correnti cose. Insistè finalmente il prussiano ministro affermando, che doveva il senato con la sapienza e prudenza sua internar la vista in un avvenire che non si poteva ben prevedere qual fosse per essere, poichè fatalmente la presente guerra poteva aver dato motivo a più d'uno di chiamarsi scontento dei Veneziani e di recar loro col tempo qualche grave molestia.Questo parlare e questa proferta tanto secondo il bisogno potevano essere la salvazione di Venezia, ed ogni motivo di Stato concorreva a far deliberare che si accettasse. Ben si era fino allora consigliato il senato, seguitando il suo antico costume, di non congiungersi nè con questa nè con quella parte; ma certamente fu pur troppo timorosa risoluzione quella di non aver voluto accettare la lega tanto necessaria e tanto opportunamente esibita dalla Prussia; abbenchè, come trovasiscritto, questo rifiuto non sia stato colpa del senato, ma sì piuttosto degl'inquisitori di Stato, checchè a ciò fare li movesse, e dei savii, che avuto il dispaccio del Querini, nol rappresentarono, avendo da loro medesimi deliberato di scrivergli che non entrasse in questo trattato.Intanto si laceravano dai belligeranti i sudditi veneziani con ogni maniera di più immoderata barbarie. Pretendendo parole soavi di amicizia, rapivano nei miserandi territorii veneti, non solo per necessità, ma anche per capriccio, non solo per forza, ma anche con violenze, non solo con comando ma anche con ischerno, le vite, l'onore e le sostanze di coloro che amici chiamavano. Quello poi che era involato per forza era profuso per iscialacquo; il paese desolato, i soldati sì vincitori che vinti si consumavano per mancamento di ogni genere necessario; chi per ufficio o per grado aveva debito di provvedere ai soldati e di ritirarli dalia barbarie, si arricchiva; il perchè si vedevano capi ricchi, soldati squallidi. Le case s'incendevano, gli alberi fruttiferi si atterravano, le ricolte preziose si sperdevano da questi sfrenati. Pubblicavansi dai generali ordini e regole per frenare tanta rabbia; ma vano era il proposito, perchè quando si veniva alla esecuzione, si andava molto rimessamente, essendo i capi intinti. A questo tempo medesimo gli eserciti di Francia governati sul Reno da Moreau e da Jourdan, assai diversi erano dal buonapartiano per moderazione e per rispetto ai vinti. In fatti venne in Italia dal Reno la schiera di Bernadotte, che temperatamente portandosi, e con maggior disciplina delle altre procedendo, era cagione che a gara le città italiche in presidio la chiamassero. Per questo le compagne la chiamavano la schiera aristocratica, e vi furono delle male parole e dei peggiori fatti in questo proposito. Di tante enormità si lamentava il veneziano senato con tutti e da per tutto; le giustissime querele non facevano frutto.Nè meglio erano rispettate da coloro che accusavano Venezia di non esser neutrale, le sostanze pubbliche che le private. Verona massimamente era segno della repubblicana furia. Vi rompeva a capriccio suo Buonaparte le porte delle fortificazioni, toglieva per forza le chiavi della porta di San Giorgio all'ufficiale veneto, portava via dalle mura le artiglierie di San Marco, poneva le sue là dove voleva, prendeva l'armi, prendeva le munizioni ammassate nell'armeria e nelle riposte veneziane, demoliva i molini, ardeva le ville della campagna quando credeva che a' suoi bisogni importasse; occupava finalmente i forti, vi ordinava mutazioni e lavori e vi piantava le insegne franzesi. Chiodava poi a Porto-Legnago le artiglierie veneziane, tagliava i ponti levatoi, rompeva i ponti del fiume; occupava forzatamente il castello di Brescia, e postovi presidio, a grado suo il fortificava. Quindi, mandato innanzi a Bergamo Cervoni per ispiare e per sopravvedere i luoghi, quantunque nessuna strada fosse aperta per quelle valli a calate di Tedeschi, occupava improvvisamente con sei mila soldati la città ed il castello di Bergamo, dove attese, come a Brescia, a fortificarsi. Involava, armata mano, una cassa dell'arciduca di Milano depositata in casa del marchese Terzi sul territorio bergamasco; e finalmente levava le lettere dalle poste veneziane, aprendole per vedere che cosa portassero.Considerando l'aspro governo fatto degli Stati veneziani, non si sa con qual nome chiamare l'enormità di quel Rewbel, uno dei quinqueviri di Parigi, il quale si lamentava che i Veneziani non amassero i Franzesi.Trattati a questo modo gli Stati della repubblica di Venezia, apparivano interamente mutati da quello che erano prima che quella feroce illuvie li sobbissasse. Intanto gli atroci fatti inasprivano gli animi e gli riempivano di sdegno parte contro il senato, come se senza difesadesse in preda i popoli a nemici crudeli, porle contro i commettitori di tanti scandali. Da tutto questo ne nacque, che le popolazioni della terra ferma, tocche da quel turbine insopportabile, domandavano al senato ordini, armi e munizioni per difendersi con la forza da coloro, presso ai quali l'amicizia era mezzo, non impedimento, al danneggiare. Il senato piuttosto rispettivo che prudente cercava di mitigar gli animi, e quanto all'armi, andava temporeggiando, sperava che qualche caso di fortuna libererebbe i dominii da ospiti tanto importuni, e perchè temeva che chiamati i popoli all'armi, non fosse più padrone di regolare e frenare i moti incominciati, con grave pregiudizio e pericolo della repubblica.Peraltro non così tosto il senato ebbe avviso delle minacce fatte da Buonaparte il di 31 maggio in Peschiera al provveditor generale Foscarini, si accorse che non vi era più tempo da perdere per apprestar le difese, non già per la terra ferma quasi tutta disarmata ed occupata dai repubblicani, ma almeno pel cuore stesso della repubblica, con assicurare tutte le parti dell'estuario con armi sì terrestri che marittime. Si è narrato, come il generale repubblicano avesse affermato, con modi peggio che amichevoli, che aveva ordine dal direttorio di ardere Verona e d'intimare la guerra ai Veneziani. A tale gravissimo annunzio, pervenuto celerissimamente per messo apposta spedito da Foscarini, si adunava il senato a tutta fretta e con voti unanimi decretava, si comandasse al capitano del golfo che si riducesse tosto con tutta l'armata della repubblica nelle acque di Venezia; si levassero incontanente in Istria, in Dalmazia ed in Albania in quanto maggior numero si potessero le cerne ed ai veneziani lidi si avviassero; i reggimenti stessi già ordinati, che avevano le stanze in quelle province, senza indugio alla volta di Venezia s'indrizzassero; si chiamassero nelle acque dell'Istria tutte le navi che si trovavanonell'Ionio sotto il governo del provveditor generale da mare e con queste anche le due destinate a portare il nuovo bailo della repubblica a Costantinopoli. Queste deliberazioni furono prese il dì primo di giugno. Siccome poi l'unità dei consigli è il principale fondamento dei casi prosperi, così trasse il senato, il dì 2 dello stesso mese, provveditor delle lagune e lidi Giacomo Nani, dandogli autorità e carico di armare nel modo che più acconcio gli paresse tutto l'estuario. Gli diede per luogotenente Tommaso Condulmer, affinchè avesse cura particolare delle navi sottili allestite per custodia dei lidi e delle bocche dei fiumi. Ebbero queste provvisioni del senato presto effetto; perchè in poco tempo si videro fortificati e presidiati i posti principali di Brondolo, Chiozza, Portosecco, San Pietro in Volta, San Nicolò di Lido, Malamocco. A Brondolo specialmente, dove mettono foce i fiumi Adige, Canalbianco e Brenta, furono fatti stanziare i bastimenti più sottili. Già arrivavano, siccome quelle che erano state mandate con molta sollecitudine, in Venezia e nei circonvicini luoghi le soldatesche del mare Ionio, dell'Albania, e della Dalmazia; piene ne erano le case, pieni i conventi dei lidi, piene le isole vicine alla metropoli. Perchè poi l'erario potesse bastare a questo nuovo stipendio, fu posta una tassa sui beni stabili di Venezia e del dogado a cui diedero il nome dicasatico. Per cotal modo Venezia, spinta dalla vicina guerra, si apprestava a difendere l'estuario, nel quale consisteva la vita della repubblica.Un famoso storico franzese dei nostri tempi, lasciandosi trasportare ad una parzialità tanto più degna di riprensione quanto è diretta contro il misero, si lasciò uscir dalla penna, troppo incomportabilmente scrivendo, che queste provvisioni del senato veneziano furono fatte prima delle minaccie dei Franzesi. Al che un altro non men famoso storico italiano giustamente si oppone in questo modo:«Eppure è chiaro e manifesto a chi vorrà solamente riscontrare le date che le provvisioni medesime furono fatte dopo ed a cagione delle minaccie intimate da Buonaparte al provveditor generale Foscarini: imperciocchè minacciò Buonaparte il dì 31 maggio, deliberò il senato il dì primo e secondo di giugno. Il perchè l'allegazione dello storico è contraria alla verità, e crudele a Venezia; che se poi egli pretendesse che Venezia, sentite le mortali minaccie di Buonaparte, non doveva armarsi, staremo a vedere s'ei dirà che la Francia non doveva armarsi sentite le minaccie di Brunswick e di Suwarow. Quanto poi ai sommi geografi così franzesi come italiani, i quali sostengono l'opinione del citato storico, saria bene che ci dicessero quale maggiore distanza vi sia, o qual maggiore difficoltà di strade tra Peschiera e Venezia che tra Parigi e Roano. Saria anche bene che ci dicessero, caso che nascesse oggi in Roano un accidente che minacciasse di totale ruina lo Stato della Francia, se il governo non delibererebbe in proposito il dimane a Parigi. Veramente quando l'uomo vuol impugnare la verità conosciuta, diventa ridicolo...........«Il medesimo storico, a fine di pruovare la parzialità de' Veneziani verso l'Austria, narra come non così tosto dimostrò l'imperatore desiderio che la repubblica non conducesse a' suoi stipendii il principe di Nassau, il governo veneziano se ne rimase. Ma la verità è, che il consiglio di condurre il principe fu dato dal provveditor delle lagune Nani, e che questo consiglio era già stato rifiutato, non già dal senato, al quale non fu mai riferito dai Savi, ma sibbene dai Savi medesimi, molto innanzi che l'imperator d'Austria manifestasse il suo desiderio. Ma volontieri mi sono io indotto a parlare di questo fatto, perchè quando anche fosse vero, che è falso, non si vede come peruna condiscendenza di Venezia verso l'imperatore si dovesse venire alla distruzione di lei.»Al tempo stesso in cui il senato ordinava l'apparato militare delle lagune, temendo che la Francia s'insospettisse con credere ch'ei pensasse di portar più oltre di una legittima difesa, in caso di assalto, i suoi provvedimenti, scriveva un dispaccio al governo franzese, col quale andava esponendo che mentre la repubblica di Venezia se ne viveva tranquilla all'ombra della più puntuale neutralità e della sincera e costante sua amicizia verso la repubblica Franzese, erano gli animi del senato rimasti vivamente trafitti dal colloquio avuto dal generale Buonaparte col provveditore generale Foscarini, dal quale si poteva argomentare un'alterazione nell'animo del direttorio contro Venezia; che dal canto suo il senato si persuadeva di non aver dato occasione a tale alterazione: che era conscio specialmente di non meritare alcun rimprovero per l'occupazione di Peschiera contro di cui non era restato alla repubblica disarmata e solo fondantesi sulla buona fede delle nazioni sue amiche, altro rimedio che la più ampia e solenne protesta e la più efficace domanda della restituzione, siccome infatti non aveva omesso nel momento stesso di fare; potere lo stesso generale Buonaparte rendere testimonio dello aver trovato inermi e tranquille le città veneziane, e della prontezza con la quale i governatori veneziani ed i sudditi somministravano, anche in mezzo alle angustie dei viveri, quanto era necessario al suo esercito. Aggiungeva a tutto questo il senato, essere suo costante volere il conservare la più sincera amicizia colla Francia, e pronto a dare quelle spiegazioni ed a fare quelle dimostrazioni dei sentimenti proprii, che fossero in suo potere per confermare quella perfetta armonia che felicemente sussisteva fra le due nazioni.Frattanto il ministro Lallemand, e questa fu una nuova ingiuria fatta a Venezia,domandava al senato perchè ed a qual fine si apprestassero quelle armi, come s'ei non sapesse che il perchè erano le minacce di Buonaparte a Foscarini, e che il fine era il difendersi in una guerra che lo stesso Buonaparte aveva dichiarato dover fare fra pochi giorni a Venezia. Si maravigliava inoltre il ministro che simili apprestamenti guerrieri allora non si fossero fatti quando instavano presenti gli Austriaci sul territorio della repubblica, come se egli non sapesse, che l'Austria non aveva mai minacciato di guerra Venezia come la Francia per mezzo di Buonaparte aveva fatto. Richiedeva finalmente si cessassero quelle armi dimostratici di una diffidenza ingiuriosa e contraria agl'interessi ed alla dignità della repubblica Franzese; il che significava che si voleva far guerra a Venezia, e che non si voleva ch'ella si difendesse.Rispondeva pacificamente il senato, le armi che si apprestavano essere a difesa, non ad offesa; voler solo tutelare l'estuario, non correre la terra ferma; pacifica esser Venezia, volere vivere amicizia con tutti; in mezzo ad opinioni tanto diverse, a discorsi tanto infiammativi, a moltitudine sì grande di forastieri che abbondavano nella città, dovere il governo pensare alla quiete ed alla sicurezza del pubblico: a questo fine essere indrizzati i nuovi presidii ed a fare che, siccome l'intento suo era di non offendere nissuno, così ancora nissuno il potesse offendere: sperare che il governo franzese meglio informato dei veri sensi della repubblica, deporrebbe qualunque pensiero ostile contro di lei e persevererebbe, ora che la Francia tanto era divenuta potente, in quella stessa amicizia che il senato le aveva costantemente ed a malgrado di tutte le suggestioni ed instigazioni contrarie conservata, quando la Francia medesima era pressata da tutte le potenze d'Europa; che finalmente pel senato non istarebbe che un sì desiderato fine si conseguisse: a questo tutti i suoi pensieri, a questo tutti i suoi consigli,a questo tutte le sue operazioni dirizzare.Mostravasi il ministro di Francia appagato della risposta, avendo affermato a Francesco Pesaro, destinato dalla repubblica a conferire con esso lui sulle facende comuni, ch'egli era grato al senato per la gentile e soddisfacente risposta fattagli; ch'ella non poteva essere nè più sincera nè più appagante; che incontanente l'aveva spedita a Buonaparte, e che sperava che una sì solenne manifestazione dei pubblici sentimenti avesse ad essere una pruova irrefragabile di quanto egli aveva sempre rappresentato: insomma egli si chiamava contento intieramente e tranquillo. A questo modo parlava Lallemand il 10 luglio; eppure questo medesimo giorno egli scriveva al ministro degli affari esteri a Parigi, che il senato armava gli stagni col fine di far odiar dal popolo i Franzesi; che il generale Buonaparte, richiesto di rimborsi, aveva con ragione risposto che i Franzesi erano entrati nei diritti dei Ferraresi sopra i paesi della repubblica, e che avevano per cosa propria Peschiera, Brescia e gli altri luoghi occupati. Tanta poi è la forza della verità anche in coloro che vorrebbero servire ad interessi contrarii, che il medesimo Lallemand, scrivendo pochi giorni dopo a Buonaparte, affermava che era verissimo che il governo veneziano si era mostrato molto avverso alla rivoluzione franzese ed aveva nutrito con molta cura nel cuore dei sudditi l'odio contro i Franzesi; ma che in quel momento era vero del pari che sincere erano le sue protestazioni di neutralità e di buona amicizia verso la Francia; che le male impressioni lasciavano poi luogo alla considerazione de' suoi veri interessi; che quanto all'armare, quantunque dubbiosi potessero essere i motivi, pareva a lui che, tale qual era, non potesse far diffidare della fede veneziana; che troppo le armi apprestate erano deboli da dare giustificata cagione di temere; che con gli occhi suoi proprii vedeva, che i preparamentiche si facevano, non avevano altro fine che di custodire le lagune ed i lidi vicini, e che insomma tutto quell'apparato non aveva in sè cosa che fosse ostile contro la Francia. Quest'era il testimonio di Lallemand che ocularmente vedeva. Pure gridossi per questo medesimo fatto dell'armamento delle lagune, guerra e distruzione a Venezia. Così Venezia, segno di tanti inganni, se armava era stimata nemica, se non armava, perfida; i tempi tanto erano perversi che anche in chi conosceva la verità, si annidava la calunnia; la pace non le era più sicura della guerra, nè la guerra della pace; l'estremo fatto già la chiamava.Tali erano i pensieri e le opere di Buonaparte e del direttorio verso la repubblica di Venezia; ma questi insidiosi disegni furono interrotti da una nuova calata d'armi imperiali in Italia.Sempre più si scoprivano i pensieri del vincitore generale della repubblica indiritti a turbare tutta l'Italia. Si è già descritto, come per quel principal fine dell'aver la pace coll'imperadore il direttorio di Parigi e Buonaparte, mandato Clarke, offerivano patti di diversa natura ora all'imperadore medesimo, ora alla repubblica di Venezia, ora a quella di Genova, ed ora al re di Sardegna. L'Austria, inquieta per le calamità a cui era stata sottoposta, non si mostrava aliena se non di conchiudere, almeno di negoziare, e per questo aveva mandato a Vicenza il generale San Giuliano, acciocchè si abboccasse con Clarke. Anche l'Inghilterra, mossa dal pericolo dell'imperadore e dalla forza della repubblica franzese, che ogni di più pareva insuperabile, si era piegata, benchè mal volontieri, a voler trattare, ed aveva mandato a questo fine lord Malmesbury in Francia. Tutti pretendevano voci di voler rimuovere tanto incendio dalla Europa afflitta e di aver a cuore lo stato salutifero dell'umanità. Ruppero questi negoziati le vittorie dell'arciduca Carlo in Germania, che compensarono le sconfittedi Beaulieu e di Wurmser in Italia. Imperò gli alleati si fecero più renitenti, e di nuovo convenne venire al cimento delle armi. Solo la Sardegna, che era ridotta piuttosto in potestà della Francia che nella propria, aveva concluso un trattato di lega difensiva, avendo il re costantemente ripugnato ad una lega offensiva a motivo della guerra imminente col papa; il quale trattato il direttorio non volle ratificare.Adunque il direttorio, trovata tanta fermezza nell'Austria, nell'Inghilterra e nel papa, che continuamente si preparava alla guerra, e dubitando che questo modo potesse estendersi più oltre, perchè non si fidava di Napoli, si consigliava di voler provare se il timore delle rivoluzioni potesse sforzare i potentati a far quello che il timore dell'armi non aveva potuto.A questo fine erano indirizzati i moti dell'Emilia e le instigazioni di Trento. Ma, per parlar de' primi, si voleva da Buonaparte che a quello che da principio aveva potuto parere frutto disordinato della guerra succedesse uno stato regolato ed un assetto più giusto di costituzione. Anche sperava il generalissimo di accendere con questo allettativo d'independenza talmente que' popoli già di per sè stessi tanto accendibili, che un fanatismo politico avesse a pareggiare gli effetti di quell'ardore religioso che per difesa propria il pontefice facea sorgere in Italia contro i conquistatori.Erasi inditto il congresso de' quattro popoli dell'Emilia, Modenesi, Reggiani, Bolognesi, Ferraresi il dì 27 dicembre, malgrado di Buonaparte, che avrebbe desiderato che più presto si adunassero per dar cagione di temere al papa in tempo, in cui bollendo ancora le pratiche, non aveva ancora il pontefice rifiutato la pace. Convennero in Reggio i legati dei quattro cispadani popoli, trentasei Bolognesi, venti Ferraresi, ventidue Modenesi, ventidue Reggiani. Avevano mandato amplissimo di fare quantoalla salute della repubblica si appartenesse; l'unione massimamente de' quattro popoli in un solo stato procurassero. Grande era il calore, grande l'entusiasmo di quegli spiriti repubblicani. Ordinarono, ad alta voce, non a voti segreti si squittinassi. Poi fecero una congregazione d'uomini eletti dalle quattro provincie, affinchè proponessero i capitoli della unione. Fu l'unione accettata con tutti i voti favorevoli. Accrebbero la giubbilazione gli uomini deputati di Lombardia Milanese venuti ad affratellarsi; erano Porro, Sommariva, Vismara da Milano, Visconti da Lodi, Gallinetti da Cremona, Mocchetti da Casalmaggiore, Lena da Como, Beccaria da Pavia. Orarono conforme all'occasione; fu fatto risposta da Facci presidente con gratissime parole.Aprivansi in questo le porte del consesso; il reggiano popolo, bramoso di vedere e di udire, lietamente entrava. Gravemente Fava da Bologna a nome della congregazione degli uomini eletti intorno all'unione de' quattro popoli favellava. Chiamarono di nuovo con segni d'inudita allegrezza la cispadana confederazione, chiamarono la unità della repubblica. Fu piena la città di giubbilo; credevano che quel giorno fosse per essere principio di felici sorti. Ed ecco in mezzo a tanta allegrezza sopraggiungere l'aiutante generale Marmont, mandato da Buonaparte ad incitare ed a sopravvedere. Introdotto al cospetto del congresso, gli applausi, le grida, le esultazioni montarono al colmo. Postergata la dignità, tanta era l'ardenza, avevano i legati piuttosto sembianza di energumeni che di uomini gravi chiamati a far leggi.L'entusiasmo de' Cispadani piaceva a Buonaparte, perchè sperava di cavarne denaro, gente armata, spavento al papa. Infatti aveva il congresso statuito, che una prima legione italica si formasse; nè questa truppa oziosamente si ordinava: correvano gli uomini volentieri sotto le insegne; il generalissimo gli squadronava e faceva reggere da' suoi ufficiali. Ma sedall'un lato egli era contento della disposizione degli animi nella repubblica Cispadana, dall'altro non si soddisfaceva della composizione del congresso; perchè avrebbe voluto vedere in lui, per quel suo intento di far paura al papa, nobili, preti, cardinali ed altri cittadini di maggior condizione, che patriotti fossero stimati; e quantunque alcuni e nobili e preti vi sedessero, non era il numero nè il nome di quella importanza ch'egli desiderava. Per questo, si lamentava che Garreau e Saliceti, commissarii del direttorio, gli guastassero i suoi disegni, procedendo con soverchio calore in queste instigazioni, e chiamando al reggimento dello Stato uomini di poca entità, o troppo risentitamente repubblicani. Spesso ei si querelava con questi commissarii e gli ammoniva con forti riprensioni, ma essi, se non apertamente, almeno nascostamente continuavano ad incitare ogni sorte di persone.Scriveva il congresso il di 30 dicembre a Buonaparte, essersi i cispadani popoli costituiti in repubblica, e ne lo invocava padre, protettore. A queste lettere, ricevute con lieta fronte dal conquistatore, rispondeva egli, aver udito con molto contento l'unione delle quattro repubbliche, ma inculcare loro soprattutto d'ordinarsi alle armi, perchè senza la forza le leggi non valgono. Il congresso annunziava quindi ai popoli la creazione della repubblica, lodando Francia, lodando Marmont, lodando Buonaparte vincitore.L'esempio della Cispadana partoriva mutazioni notabili in Lombardia; perchè i Milanesi, non volendo parer da meno che i popoli dell'Emilia, facevano un moto, correndo sulla piazza ed intorno allo albero della libertà affollandosi, gridavano sovranità e independenza, e volevano costituirsi in repubblica Traspadana. Ma Baruguay d'Hilliers, generale che comandava alla piazza di Milano e che conosceva la mente di Buonaparte, ne faceva carcerare gli autori principali, che erano i patriotti più ardenti.Intanto ogni dì più cresceva lo squallore dei soldati vincitori d'Italia, tanta era la voragine, non diremo della guerra, ma dei depredatori. Per rimediarvi andava Buonaparte immaginando nuovi modi per trar denaro dai popoli già sì grandemente smunti ed impoveriti; scosse l'Emilia, scosse la Lombardia; traeva le intime sostanze dalle viscere delle nazioni: pure il peculato era più forte di queste estreme fonti di denaro.In fatti i rubatori, gente fraudolenta ed avara, erano una peste invincibile. Buonaparte che, per la mancanza delle cose necessarie, vedeva in pericolo le sue operazioni, ne arrabbiava: li chiamava ladri, traditori, spie; ora ne faceva pigliare uno, ora cacciare un altro; ma nulla giovava. L'Italia pativa, i soldati pativano, gli amministratori infedeli trionfavano. «Potè, sclamava dispettosamente Buonaparte, il marasciallo di Berwick far impiccare l'amministratore supremo del suo esercito, perchè vi erano mancati i viveri, ed io non potrò in mezzo all'Italia, paese di tanta abbondanza, quando i miei soldati sono perniciosi e stremi di ogni cosa, spaventar con le opere, perchè le parole non giovano, questo nugolo di ladri?» Così dentro sè stesso si rodeva; ma eran novelle, perchè l'oro d'Italia si dispensava anche a Parigi; perciò i rubatori erano indenni. Riempiva Buonaparte di querele Italia e Francia; intanto andava a ruba l'Italia. Cuocevano infinitamente a lui gli infiniti e in infinite guise diversificati ladronecci, e faceva formare ai rei gravissimi processi dalle diete militari, instando perchè fossero dannati a morte, a motivo, come diceva, che non erano ladri ordinari, ma tali che con le malvagie opere loro interrompevano il corso alle vittorie, od erano almeno cagione che con più sangue si acquistassero. Ma si lamentava che vi fossero in queste diete dei segreti maneggi onde i rei se ne andavano od assoluti o condannati a pene nè proporzionateal delitto nè capaci di spaventare i compagni.Or è da far passaggio dall'avarizia degl'involatori al furore degli armati: incominciarono le armi a suonare più orribilmente che prima sulle italiane terre. Non aveva il direttorio pretermesso alcun ufficio per inclinare l'imperadore alla pace: Buonaparte scriveva all'imperadore Francesco, che s'ei non si risolvesse alla pace, colmerebbe, per ordine del direttorio, il porto di Trieste e guasterebbe tutte le sue possessioni dell'Adriatico. Ma i prosperi successi dell'arciduca Carlo in Germania avevano ridesto nell'Austria la fiducia di sostenere le cose d'Italia, ed anzi di riconquistare gli Stati perduti; però non volle consentire agli accordi.Il fondamento di questo nuovo moto era Mantova. Non era ignoto a Vienna che il presidio era ridotto all'estremo, e che solo si sosteneva per la costanza veramente maravigliosa dell'antico Wurmser. Nè solo il maresciallo vinceva con l'animo invitto l'urto delle armi nemiche, ma ancora la minaccia barbara e vile fattagli dal direttorio, che se non desse la piazza in mano della repubblica, sarebbe, quando si arrendesse, condotto a Parigi e giudicato qual fuoruscito franzese. Vide l'Austria che non era tempo da aspettar tempo, e che il pericolo di Mantova ricercava prestissima espedizione; perciò adunava con celerità ammirabile un nuovo esercito di più di cinquanta mila combattenti, pronto a calare per mettere di nuovo in forse la fortuna franzese che già tanto pareva stabile e sicura. Di tanta mole si mandavano venticinque mila soldati freschi nel Tirolo e nel Friuli, e, tanto era l'ardore loro, che davano speranza di vittoria. Infatti nelle battaglie che poco dopo seguirono, combatterono non solo con valore, ma ancora con furore, siccome quelli che erano cupidi, non solo di ricuperare i paesi perduti, ma ancora di scancellare l'offesa fatta alle armi imperiali dalle precedenti sconfitte. L'emolazionealtresì verso i soldati di Germania operava efficacemente nelle menti loro e le vittorie dell'arciduca gli stimolavano. Fu posto al governo di queste fiorite genti il generale d'artiglieria Alvinzi, già pratico delle guerre d'Italia e nel colmo della riputazione; e siccome quegli che era di natura pronta e speditiva, si sperava che fosse per allontanare da sè ogni lentezza. Alvinzi ordinava che una parte guidata da Davidowich scendesse dal Tirolo con venti mila soldati, e conculcati i Franzesi che colà stanziavano alla difesa dei passi, se ne venisse a sboccare per Castelnuovo fra l'Adige e il Mincio. Egli poi con trenta mila combattenti venuti dalla Carniola e dal Cadorino, si proponeva di varcare il Tagliamento, la Piave e la Brenta, combattendo i repubblicani ovunque li trovasse, e quindi varcato, il fiume più grosso dell'Adige, dove l'occasione migliore si appresentasse, di congiungersi con Davidovich e di marciare unitamente alla liberazione di Mantova. Già varcati con fatica incredibile i monti della Carniola e traversati torrenti grossi ed impetuosi, erano, quando il mese di ottobre si avvicinava al suo fine, giunti gl'imperiali sulle sponde della Piave, e si accingevano a dar principio alla terza guerra.Non erano a tanta mole pari pel numero i Franzesi, perchè certamente non passavano i quaranta mila noverati gli assediatori di Mantova. A questi nondimeno debbonsi aggiungere gl'Italiani ed i Polacchi ordinati a Milano e nella Cispadana, che, sebbene Buonaparte non se ne servisse nelle battaglie giuste, erano a lui di grandissima utilità ed accrescevano la sua forza, perchè tenevano i presidii nelle piazze, contenevano il papa, e facevano il paese sicuro infino alla Romagna ed al Veneziano. Trovavansi allora i Franzesi raccolti nelle stanze, perchè Kilmaine con otto mila soldati stava attorno a Mantova, Augereau con altrettanti custodiva le sponde dell'Adige; Massena, sempre il primo ad essere esposto allepercosse del nemico, alloggiava sulla Brenta, Vaubois assicurava il Tirolo con dieci mila soldati. In fine, una schiera di riserbo, in cui si noveravano circa tre mila soldati tra fanti e cavalli, era distribuita negli alloggiamenti di Brescia sotto la condotta dei generali Macquart e Beaumont.Aveva Buonaparte comandato a Vaubois, impedisse ad ogni modo il passo a Davidowich, e volle che, ancorchè inferiore di forze, non aspettasse il nemico, ma lo andasse ad assaltare nei proprii alloggiamenti: soprattutto il cacciasse dei luoghi tra il Lavisio e la Brenta. Egli intanto si apprestava ad arrestare con Massena ed Augereau l'impeto di Alvinzi che, già arrivato sulle rive della Brenta ed avendola passata, faceva le viste di volersi incamminare verso Verona. Guyeux, obbedendo agli ordini di Vaubois, assaltava San Michele, terra posta al Livisio, con intento, se la battaglia riuscisse prospera, di correre contro Newmark. Fu grande la resistenza che incontrava: tre volte andarono alla carica con grandissima animosità i Franzesi, e tre volte erano con grave uccisione risospinti. Era la fazione di grande importanza, perchè dall'esito dipendeva la conservazione o la conquista del Tirolo, e soprattutto la congiunzione o non congiunzione delle due schiere alemanne, capo principalissimo dei disegni fermati a Vienna per la ricuperazione d'Italia. In fine, fattosi dai Franzesi un ultimo sforzo, entravano in S. Michele e se ne impadronivano.Bene auguravano i Franzesi dei fatti loro in Tirolo, ma non fu loro ugualmente favorevole la fortuna a destra verso Segonzano; il che interruppe tutti i pensieri loro, e da vincitori diventarono vinti. Aveva bene Fiorella espugnato il castello di Segonzano; ma, non avendo sloggiato prima l'inimico da Bedole, questi, scendendo improvvisamente, lo assaliva sul fianco destro ed alla coda, talmente che fu commessa non poca strage dei suoi, e fu costretto a ritirarli più chedi passo verso Trento. S'aggiunse che Davidowich medesimo, udite le novelle dell'assalto dato ai Franzesi, si era calato col grosso de' suoi a soccorrere la vanguardia; di modo che non fu lasciato altro scampo ai repubblicani, se non volevano essere tagliati tutti fuori ed a pezzi, che quello di ritirarsi più sotto, lasciando, dopo breve contrasto sotto le mura, la città stessa di Trento in balia degli antichi signori. Successe questo fatto a' 2 di novembre; due giorni dopo entrava Davidowich in Trento.Vaubois, dopo di aver combattuto infelicemente a Segonzano, andava a porsi alla bocca delle strette di Calliano, alloggiamento intorno al quale si era persuaso, per la sua fortezza, doversi fermare l'impeto de' vincitori. Tenevano in guardia questo forte luogo quattro mila soldati eletti, che aspettavano confidentemente l'incontro del nemico. Marciava Davidowich, sospinto dalla prosperità della fortuna, grosso e minaccioso, dopo l'occupazione di Trento, all'ingiù dello Adige. Avrebbe potuto, invece di assaltar di fronte quel luogo tanto munito di Calliano, girato prima alla larga per le eminenze, scendere poscia e riuscire per la valle di Leno alle spalle del nemico. Ma qual si fosse la cagione, amò meglio venirne alle mani in una battaglia giusta. Combattessi il giorno 6 di novembre con incredibile audacia e vario evento da ambe le parti, sforzandosi gl'imperiali di superare il passo: restarono i repubblicani superiori, fu l'assalto degli Alemanni infruttuoso. Ricominciavasi il giorno 7 una ferocissima battaglia, in cui, come fu il valore uguale da ambe le parti, così fu varia la fortuna. Venne verso le 5 ore della sera il castello di Bezeno in poter de' Croati; il presidio, parte preso, parte tagliato a pezzi. Poco stante cedeva anche il castello della Pietra; ma di nuovo i Franzesi se ne impadronivano e di nuovo ancora lo perdevano. Con lo stesso furore si combatteva ne' luoghi più bassi verso Calliano, e fu quel forte passo, presoripreso, perduto riconquistato più volte, ora da questi, ora da quelli. Era tuttavia dubbia la vittoria, quando improvvisamente udissi fra i Franzesi un gridare, salva, salva, per cui ad un tratto si scompigliava tutto il campo e si metteva in rotta. Non si perdeva per questo d'animo Vaubois, e raccolti meglio che potè i suoi, e calatosi vieppiù per le rive dell'Adige, andava ad alloggiare ne' siti forti della Corona e di Rivoli. Roveredo intanto e tutte le terre circostanti tornarono sotto la devozione dell'antico signore. Questa fu la seconda battaglia di Calliano, non inferiore alla prima, nè a nissuna, pel valore e per l'ostinazione mostrata da ambe le parti.Questa vittoria avrebbe potuto partorire la ruina de' repubblicani, se Davidowich tanto fosse stato pronto a seguitare il corso della fortuna prospera, quanto erano stati valorosi i suoi soldati al combattere. Ma per una tardità o negligenza certamente inescusabile, se ne stava più di dieci giorni alle stanze di Roveredo, con lasciare quasi quiete l'armi, e non si moveva per alle fazioni del Mincio se non quando la fortuna, per la perizia e velocità di Buonaparte, aveva già fatto una grandissima variazione tra la Brenta e l'Adige.Erasi il generalissimo Alvinzi fatto signore del passo della Brenta con occupare Bassano, Cittadella e Fontaniva, ed avendo avuto avviso delle prime vittorie di Davidowich nel Tirolo, aveva ordinato che i suoi varcassero il fiume. Buonaparte, confidando di compensare con la celerità quello che gli mancava per la forza, aveva fatto venire a sè, oltre le schiere tanto valorose di Massena e di Augereau, le guarnigioni di Ferrara, Verona, Montebello e Legnago. Era suo pensiero di assaltare Alvinzi, di romperlo, e, camminando quindi con somma celerità per la valle verso le fonti della Brenta, di riuscire alle spalle di Davidowich, e di sgombrare per tal modo e al tempo stesso l'Italia ed il Tirolo dallapresenza degli Austriaci; pensiero certamente molto audace e da non venir in capo che a lui, che tutto era, per la gioventù e pel vigor d'animo, coraggio e prestezza. Urtava Augereau Quosnadowich, Massena Provera: ne nasceva il dì 6 novembre una sanguinosa zuffa. Dure furono le prime italiche battaglie, ma questa è stata molto più: il valore degno della fama austriaca e franzese. Quosnadowich, benchè, dopo perduto e ripreso più volte il villaggio delle Nove, finalmente il perdesse del tutto, seppe tanto acconciamente postarsi che si mantenne unito e rendè vano ogni sforzo del suo animoso avversario. Ma dall'altro lato non si combattè tanto felicemente per Provera contro Massena; perchè, sebbene l'Austriaco non fosse rotto, sentissi nonostante tanto gravemente pressato, che stimò miglior partito il ritirarsi sulla sinistra del fiume, rompendo anche il ponte di Fontaniva, acciocchè il nemico nol potesse seguitare. Fessi notte intanto; l'oscurità e la stanchezza pose fine al combattere che fu mortalissimo; perchè tra morti, feriti e prigionieri desiderò ciascuna delle parti circa quattro mila soldati.Il non aver potuto rompere gl'imperiali in questo fatto, diè a pensare a Buonaparte, il quale in fine, fatte sue considerazioni, si deliberava a levar il campo dalle rive della Brenta per andarlo a porre su quelle dell'Adige nel sito centrale di Verona. Per la qual cosa il dì 7 novembre molto per tempo mosse l'esercito verso Vicenza, e non fece fine al ritirarsi se non quando arrivò sotto le mura di Verona. Il seguitavano il giorno medesimo i Tedeschi; ed Alvinzi, cui erano pervenute le desideratissime novelle della vittoria di Calliano, ordinate varie mosse per dare diversi riguardi al nemico, ed apprestata eziandio quantità grande di scale, come se fosse per dare la scalata a Verona, già aveva mosso la vanguardia, e fatta posare nell'alloggiamento di Caldiero più vicino alla città.Minacciato Buonaparte a stanca ed alle spalle da un generale vittorioso, a fronte da un generale, se non vittorioso, almeno più forte di lui, aveva tutti i partiti difficili. Ma non istette lungo tempo in pendente, perchè sapeva che i consigli timidi fanno i Franzesi meno che femmine, i generosi più che uomini. Si risolveva dunque a voler pruovare la fortuna a Caldiero. Il giorno 12 novembre, non così tosto aggiornava andavano i repubblicani all'assalto. Già Augereau aveva conquistato Caldiero; già Massena si distendeva a sinistra ed aveva circuito la punta dritta degli Alemanni, quando il tempo, che già era freddo e piovoso, si cambiava improvvisamente in minutissima grandine, che spinta da un vento di levante assai gagliardo, percuoteva nel viso i Franzesi e gl'impediva di vedere e di combattere con quell'ordine e con quel valore che si richiedevano. Le cose erano in grave pericolo; già pareva disperata la fortuna franzese; ma Buonaparte spinse innanzi a combattere la sessagesimaquinta, che fin allora aveva tenuto in serbo; rinfrescava ella la battaglia e la teneva sospesa fino alla sera, instando però sempre gl'imperiali grossi ed ordinati. Finalmente, pruovato grave danno, levandosi i repubblicani con tutto l'esercito da Caldiero, si ritraevano di nuovo a Verona.Era a questo tempo caduta in grande declinazione e fatta molto pericolosa la condizione de' repubblicani. Poteva Davidowich prostrare improvvisamente i campi della Corona e di Rivoli e romoreggiare alle spalle di Buonaparte, mentre Alvinzi, grosso e vittorioso, lo assalirebbe di fronte, ed il manco che potesse avvenire era la liberazione di Mantova, scopo principale di tanti pensieri. L'animo stesso di Buonaparte, avvegnachè tanto vigoroso e forte fosse, da tristi pensieri annuvolato ed in gran malinconia venuto, incominciava a diffidar della vittoria. Ma se si era perduto in certo modo d'animo, non aveva perduto lamente e tosto trovava modo di riscuotersi; al che gli aprirono occasione le lentezze avversarie. Ebbe egli in questo ultimo punto un pensiero, si vede come da un solo concetto spesso pendano i destini degl'imperi, dal quale nacque inopinatamente la sua salute e quella de' suoi.Aveva Alvinzi, dopo la giornata del 12, in mano sua tutto il destino della guerra; ma, invece di correre contro il nemico declinante e di non dargli respitto, soprastava inoperoso due giorni nelle stanze di Caldiero a deliberare intorno a quello che fosse a farsi. Ora Buonaparte, usando assai maestrevolmente l'occasione, ordinava una mossa, che convertendo del tutto le sorti, fece che siccome Alvinzi era padrone della guerra, dopo fosse Buonaparte; ed il generale tedesco, che poteva dare l'indirizzo alle fazioni militari, come conveniente gli fosse paruto, fu costretto ad obbedire a quello che fosse per dare il generale franzese. La notte adunque del 13, ordinava Buonaparte, e questo fu il pensiero salutifero, a Massena e ad Augereau, varcassero con tutte le genti loro l'Adige a Verona, corressero frettolosamente la destra del fiume fino a Ronco, quivi il rivarcassero sopra un ponte estemporaneo di piatte, e, passando per Arcole e per San Bonifacio, sovraggiungessero improvvisamente addosso a Villanova, alloggiamento principale degl'imperiali. Riuscirono improvvisi e senza che gl'imperiali sentore ne avessero, a Ronco i repubblicani, e tosto fatto un ponte, varcarono. S'incamminava Massena a Porcile, Augereau s'addirizzava verso Arcole; l'uno e l'altro dovevano ricongiungersi per marciare unitamente contro Villanova. La natura del paese pose impedimento all'esecuzione dell'intiero intento di Buonaparte, ma però non tanto che ei non conseguisse una somma e gloriosa vittoria, e con essa il principal fine del suo proponimento; per giovare al quale erasi deliberato, subito dopo il ributtamento di Caldiero, di far venire al campo principale tre mila soldatidi quelli che stavano sopra l'assedio di Mantova. In fatti era il giorno medesimo in cui Massena ed Augereau avevano varcato l'Adige a Ronco, che fu il 15 del mese, arrivato a Verona Kilmaine, con la sua schiera dei tre mila. Utile pensiero nè ultimo fu questo a conseguire la vittoria.Intanto Augereau già era alle prese col nemico al ponte d'Arcole. Avevano gli Austriaci reso l'accostarsi difficile e micidiale. I primi repubblicani che si affacciarono, furono da un'immensa grandine di palle e di scaglia sfragellati. Disordinati e titubanti si allontanavano i Franzesi da un luogo di sì grave tempesta. Ma i capi, che sapevano di qual momento fosse e che l'impeto in tal caso era più sicuro dell'indugio, gli ricondussero allo sbaraglio; e per fargli andare avanti si fecero essi medesimi guidatori delle colonne. Ma nè il nobile coraggio loro potè operare in modo che si superasse quel mortalissimo intoppo: i granatieri stessi, scelta ed invitta gente, cedettero. Ricordavasi in questo punto Augereau del ponte di Lodi, e dato, di mano ad un'insegna, si piantava in mezzo al ponte, invitando i compagni a seguitarlo. Il seguitavano laceri e sanguinosi come erano. Ma i Tedeschi gli sfolgoravano novellamente per tal maniera, che tra morti e feriti l'abbattuta fu in poco d'istante sì grande che i superstiti spaventati, ed Augerau medesimo a tutta fretta si ritiravano. Seguitava un silenzio nelle genti, segno di scoraggiamento; già i capi temevano che succedessero grida assai peggiori del silenzio. Pressava il tempo; la fortuna di Francia inclinava ad una fatale rovina. Nè poteva dubitarsi che Alvinzi, subito che avesse avuto avviso del fatto, non fosse per venire con tutta la sua mole in aiuto de' suoi; e come potevano sperar i repubblicani di superar tutti quando una sola e piccola parte si mostrava insuperabile? Queste cose riandava in mente Buonaparte, nè curando la vita, nè curando la sicurezza dell'esercitoin sì estremo frangente, venuto là dove i più animosi lo potevano udire, disse loro ad alta voce:Or non siete voi più i soldati di Lodi? or dov'è il vostro coraggio?Questo parlare di Buonaparte a Franzesi non potava non partorire un grandissimo effetto; si rianimavano anche i più timorosi: tutti gridavano, comandasse pure, li guidasse alla battaglia. Cominciava a sperar bene, si avventava egli il primo, attorniato dai principali verso il formidabil ponte. Ma primachè si muovesse al cimento fatale, comandava a Guyeux, che se ne gisse a varcar l'Adige al passo di Albaredo, ed evitato per tal modo l'Alpone, desse dentro alla impensata al fianco sinistro d'Arcole. Egli intanto, smontato da cavallo, e dato di mano ad un'insegna, e postosi in capo alla stretta fila, che sull'argine insistendo, si avviava al ponte, animava i suoi a seguitarlo. Nè furono lenti, anzi coi corpi loro serrandosi attorno a lui, i granatieri massimamente, coraggiosi per indole, furibondi per la resistenza, già facevano tremare coi tiri e col calpestio numeroso la destra sponda del contrastato ponte. Procedeva avanti quel globo formidabile; già metteva piede sul ponte, quando gli sopraggiunse adosso da fronte e dai fianchi un nugolo sì fitto di tedesche palle, tanto grosse quanto minute, che rotto e trafitto nelle più vitali parti, fu costretto a dare frettolosamente indietro. Sboccavano allora gli Austriaci dal ponte, e seguitando la vittoria, menavano con l'armi corte e bianche, strage di coloro che scampati alla furia delle artiglierie e degli archibusi si ritiravano. In quella feroce mischia era Buonaparte, per esortazione de' suoi rimontato a cavallo, e già cedeva all'impeto del nemico, quando un furioso caricare di scaglia rotti avendo, lacerati ed uccisi tutti coloro che gli stavano intorno, trovossi solo esposto al furore di tutte le armi nemiche. Ma il generale Belliard, accortosi del fatto, coi granatieri amatori del loro capitano supremo,voltato subitamente il viso e dato uo forte rincalzo ai Tedeschi, gli ributtavano di nuovo fino al ponte e impedivano un caso ponderosissimo; ricondotto Buonaparte dai soldati pieni di allegrezza ad un sicuro alloggiamento.Non così tosto aveva Alvinzi avuto le novelle di un fatto tanto straordinario che costretto ad obbedire a quel nuovo corso di guerra, che con tanta audacia e perizia aveva il suo avversario aperto, dirizzava sei battaglioni di fanti sotto la condotta di Provera a Porcile, e quattordici battaglioni di fanti con sedici squadroni di cavalleria fidati a Mitruski a San Bonifacio per alla via di Arcole. Viaggiavano queste nuove schiere con molta prestezza, mentre si combatteva al ponte, e qualunque avesse a riuscire l'effetto della presenza loro sul campo di battaglia, già si comprendeva, che Buonaparte avea conseguito il suo intento di rompere ad Alvinzi il disegno di conquistare Verona e di unirsi con Davidowich.Mentre in tal modo si combatteva ad Arcole ed a Porcile, dove Provera avea incontrato Massena che lo risospinse fin oltre Porcile stesso, erasi Guyeux, passato l'Adige ad Albaredo e comparso improvvisamente sotto le mura d'Arcole nel punto stesso in cui i difensori n'erano usciti per dar addosso alla risospinta schiera di Augereau, reso padrone facilmente della terra. Ma gli Austriaci, che ne conoscevano l'importanza, si muovevano col grosso delle loro forze da San Bonifacio e prestamente la ricuperavano. Già annottava: Buonaparte, perduta ogni speranza di acquistare Arcole in quel giorno, e temendo, giacchè era vicino lo esercito tedesco, di essere condotto a mal partito in mezzo all'oscurità della notte, riduceva tutte le sue genti sulla destra dell'Adige, lasciando solamente la duodecima alla guardia del ponte e la sessagesima quinta alloggiata in un bosco a destra dell'argine per cui si va ad Arcole.Sorgeva appena il giorno 16 novembre,quando e Franzesi e Tedeschi givano di nuovo con animi infestissimi ad incontrarsi. Fu come quello del giorno precedente durissimo l'incontro dell'armi, combattendosi assai virilmente da ambe le parti. Fu il primo Massena a far piegare la fortuna in favore dei repubblicani risospingendo Provera sin dentro Porcile; il generale Robert assaltava i Tedeschi sull'argine di mezzo, e molti ne buttava nel pantano. Nè se ne stava Augereau ozioso; che anzi, opponendo valore a valore, già aveva risospinto gli Alemanni fin dentro ad Arcole e dava nuovo assalto al ponte. Ma quivi accadeva quello che era accaduto prima; che con tal furia menarono le mani gl'imperiali, condotti da Alvinzi medesimo, che i Franzesi se ne tornarono indietro dopo di aver patito un orribile macello. Parecchie volte andava alla carica Augereau, altrettante era costretto a cedere con istrazio maggiore.Finalmente la sorte declinante della battaglia faceva accorto Buonaparte di quel che avesse a fare: si metteva alla opera del far gettare in copia fascine nell'alveo dell'Alpone verso la sua foce, con isperanza che avrebbero fatto un sodo sufficiente, perchè i suoi soldati potessero passare a man salva. Ma riusciva vano l'intento, perchè la corrente dell'acqua diveniva per quell'ostacolo tanto impetuosa, che il passare si trovò più difficile di prima. In questo mentre Alvinzi, volendo usar la occasione della diminuzione d'animo prodotta necessariamente nel nemico da tanti e sì mortali ribadimenti, usciva grosso da San Bonifacio, con intento di pruovare se gli venisse fatto di cacciar i Franzesi nell'Adige, od almeno costringerli a ripassare il ponte di Ronco. Ma fu pronto al riparo Buonaparte, e con alcune artiglierie piantate da lui in un luogo opportuno, faceva stare addietro i Tedeschi. Sopraggiungeva in fine la seconda notte, che faceva sosta al sangue ed alle morti.Si avvicinava il giorno in cui dovevadefinirsi a chi dei due possenti nemici avesse a rimanere la possessione d'Italia. Non isbigottitosi Buonaparte a tante infelici pruove, usando l'oscurità della notte e la cessazione dell'armi, aveva fatto dar opera all'edificar del ponte con cavalletti ed assi sopra l'Alpone in poca distanza dal luogo dove mette nell'Adige. Si erano accorti i Tedeschi del disegno, e però, la mattina del 17, erano usciti di Arcole con intenzione di rituffare la duodecima nell'Adige. Ma le artiglierie franzesi trassero sì aggiustatamente che fu fatto abilità ai soldati di Buonaparte di racconciar il ponte, di conservare la duodecima e di varcare. Andavasi adunque alla battaglia terminativa.Incominciava a colorirsi il disegno di Buonaparte: le cose succedevano come egli le aveva ordinate; perchè Provera non potè far frutto da Porcile, Augereau varcava l'Alpone, e la sessagesima quinta, condotta da Robert, rincacciava, marciando sull'argine, i Tedeschi sino al ponte d'Arcole. Ma gl'imperiali si scagliavano poi con tanto impeto contro di lei, che non solo fu risospinta fin là donde si era mossa, ma, disordinatamente fuggendo, già aveva dato indietro fino al ponte di Ronco. Seguitavano i Tedeschi questa parte di Franzesi che fuggiva, credendo di possedere la vittoria, mentre ella effettivamente già loro usciva di mano; imperciocchè Massena, che sapeva bene corre i tempi ed usarli con vigore, compariva improvvisamente sulla destra loro, la diciottesima li percuoteva di fronte, Gardanne, uscito dall'agguato in cui se ne stava, gli urtava sul fianco sinistro. Tanti contemporanei assalti disordinava la schiera tedesca, di cui parte si ritirava più che di passo verso Arcole, parte fu spinta nella palude vicina, dove divenne miserabile bersaglio e dell'artiglieria e dell'archibuseria di Francia.Alvinzi manteneva tuttavia la battaglia contro Augereau che, varcato il ponte, si era condotto sulla sinistra dell'Alpone; ned era facile a Buonaparte disforzarlo, quando gli sovvenne uno stratagemma, e fu di mandare una compagnia di soldati a cavallo, acciocchè girando velocemente dietro il fianco degli austriaci, andasse a romoreggiar loro alle spalle con le trombe e con quel maggiore strepito che potesse. Un luogotenente Ercole, cui fu dato questo carico, lo condusse con quella celerità ed avvedutezza che meglio si potevano desiderare. Certo è intanto che, o che il romore improvviso di quest'Ercole o gli altri casi del conflitto sel facessero, gli Austriaci incominciavano a declinare manifestamente, ed infine a cedere il campo, se non con fuga, almeno con ritirata molto presta. Occupavano con infinita allegrezza i Franzesi il tanto combattuto Arcole e vi pernottavano. Ritirava Alvinzi le sue genti ad Altavilla, poscia a Montebello sul Vicentino.La battaglia d'Arcole pose per allora in sicuro la fortuna franzese in Italia. Aveva bene Davidowich, calatosi da Ala il dì medesimo in cui Buonaparte vinceva ad Arcole, rotto e fugato Vaubois da Corona, poscia da Rivoli; scacciatolo dai monti di Campara con presa di undici cannoni e di due mila prigionieri, fra i quali si noveravano Fiorella e Lavallette; finalmente minacciato di riuscire alle spalle di Verona e di correre al riscatto di Mantova. Ma quello che sarebbe stato fatale ai Franzesi se fosse stato effettuato sei giorni avanti, non poteva partorire se non la ruina di Davidowich, effettuato essendo a questo tempo. E infatti, non così tosto ebbe Buonaparte vinto ad Arcole, che si rivoltava con le sue schiere vincitrici contro Davidowich, e, trovatolo a Campara, lo debellava. Si conduceva l'Austriaco prima a Dolcè, poi ad Ala, seguitato velocemente dai Franzesi che lo danneggiarono nella retroguardia. Essendo diventati novellamente i Franzesi padroni di tutto il Veronese, e la stagione correndo molto sinistra, condussero i due avversarii i soldati loro alle stanze. Fermossi Davidowich in Ala, Alvinzi inBassano con la vanguardia a Vicenza ed a Padova, ed il grosso sulle rive della Brenta. Stanziò Buonaparte nel Veronese, rimandata però la schiera di Kilmaine al campo di Mantova per istringere viemaggiormente l'assedio, della piazza che, siccome priva dell'aiuto d'Alvinzi, credeva aver tosto a venir in sua possanza.Le armi infelicemente usate dall'Alvinzi non avevano tanto sbigottito l'imperatore, che non confidasse di poter soccorrere con frutto le cose d'Italia. Perocchè le sue genti erano tuttavia quasi intere, e la devozione dei popoli grande, e la somma della guerra consisteva in una vittoria, alla quale la volubile fortuna avrebbe, quando meno si pensava, potuto aprire il varco.Il pontefice che volea piuttosto incontrare una guerra pericolosa che accettare condizioni inonorate e contrarie alla purità delle fede; Napoli che se fortuna voltasse il viso più benigno a coloro ai quali fino allora era stata avversa, non si dubitava che non fosse per mutar fede, confortavano l'Austria a fare un nuovo sforzo anche prima che la stagione si fosse intiepidita. Solo dava timore la piazza di Mantova, che si sapeva essere ridotta agli estremi. Ma Wurmser non indugiava a torre in questo proposito ogni dubbio: assaltava i giorni 19 e 25 novembre con quasi tutto il presidio i repubblicani a Sant'Antonio ed alla Favorita, ed, avendoli fatti piegare, predava ed introduceva dentro la piazza non poca quantità di viveri; ed avendo poi avuto avviso che erano arrivate nel porto alcune barche cariche di munizioni da bocca ad uso dei Franzesi, usciva nuovamente molto grosso l'11 e 14 dicembre, e le predava: prezioso sussidio alla sue affamate genti.L'imperatore, cui era gravemente spiaciuta la tardità di Davidovich, lo richiamava e gli dava lo scambio nel principe di Reuss. Malgrado l'infelice successo della guerra testè terminata con la sconfitta d'Arcole, serbava fede ad Alvinzi, il quale si deliberava a nuovi disegni,e che, per arrivare a' suoi, fini aveva cinquanta mila combattenti, se non tutti sperimentati, almeno tutti ardenti. Maravigliosa cosa è il pensare come l'Austria, dopo tante rotte, abbia potuto raccorre in sì breve tempo un esercito sì grosso. Ma dal Reno erano venuti più di tre mila soldati, quattro mila dall'Ungheria: gli altri Stati ereditarii fornivano a proporzione. Risplendè principalmente la fedeltà e l'ardore dei Viennesi, perchè quattro mila giovani delle prime famiglie, lasciati, in sì grave pericolo della patria, gli agi e le morbidezze, e prese le armi, accorrevano bramosamente fra le nevi del Tirolo, e fra i veterani dell'esercito al voler riconquistare al loro signore la perduta Italia; e benchè i maligni si facessero beffe di questa gente, giovinastri chiamandoli e ciamberlani, si vide alla pruova ch'erano valenti soldati.

Tali furono i vicendevoli parlari tra Francia e Sardegna. Quantunque il re non potesse amare un governo che l'opprimeva, la sua amicizia politica verso di lui era nondimeno sincera, perchè credeva che ciò importasse alla salute ed agl'interessi del suo reame. Dall'altro lato il direttorio mostrava il viso benigno al re, per aver seco congiunte le sue armi, sebbene avesse disegni di distruzione del governo regio in Piemonte.

Ma quel che faceva ricercare il re della sua amicizia in questo momento cagionava il pericolo della repubblica di Genova. Vennesi pertanto in sui cavilli e sulle superbe parole. Ricominciaronsi le querele pel fatto della Modesta già composto tante volte. Esortava Faipoult Buonaparte a venire armato a Genova per cacciare dai magistrati gli avversi a Francia, a bandirli, a cambiare le forme delle deliberazioni del governo.

Mandava la signoria all'alloggiamento di Buonaparte Francesco Cattaneo, uno dei più gravi e più riputati cittadini della repubblica, affinchè s'ingegnasse di mitigare quella superbia; ma si tiravapiù su colle richieste: serrassero, imponeva, tutti i porti agli Inglesi, sei mila Franzesi il golfo della Spezia occupassero, apprestasse la repubblica quanto abbisognasse alla Francia; venti milioni pagasse a compenso dei danni inferiti dagl'Inglesi e dagli Austriaci sui mari; per impedire l'entrata agl'Inglesi nel porto di Genova, un presidio franzese la lanterna munisse, gli abitatori della Polcevera si disarmassero. Il senato, siccome quello, a cui le condizioni parevano intollerabili, mandava con autorità d'inviato straordinario a Parigi Vincenzo Spinola patrizio veduto volontieri dagli agenti franzesi. Si faceva lo Spinola avanti, parte con le parole, parte con fatti più efficaci delle parole.

Intanto il dì 11 settembre venivano gl'Inglesi ad un fatto che fece precipitar Genova alla parte franzese. Nelson, viceammiraglio d'Inghilterra, rapì sulla spiaggia di San Pier d'Arena una nave franzese: fu il caso tanto improvviso, che nè le artiglierie della Lanterna furono a tempo di romperne il disegno. Faipoult, usando l'occasione, ed acceso in gravissima indegnazione, domandava che Genova, dal cui porto era uscito Nelson per quella prepotente fazione, intercludesse i porti agl'Inglesi e desse, in compenso della nave rapita, in mano di Francia tutte le navi loro sorte ne' suoi porti: quando no, sarebbe tenuta del fatto verso la repubblica.

Le insolenze d'Inghilterra e le minaccie di Francia fecero facilmente andar innanzi la mutazione nelle deliberazioni di Genova. Per la qual cosa, tacendo o poco contrastando nelle consulte coloro che inclinavano alla parte inglese, sorse più potente la parte franzese. Però fu risoluto nel consiglio grande, ed approvato nel piccolo, che si chiudessero tutti i porti ai bastimenti inglesi sì da guerra che da commercio; si ritenessero quelli che nei porti stanziassero.

Il serenissimo governo, datosi tutto alla parte del nome franzese, pubblicava,per giustificare la sua deliberazione, un manifesto, in cui, raccontate tutte le ingiurie ricevute, da poi che aveva incominciato la guerra, dagl'Inglesi, concludeva che poichè la lunga pazienza ed i frequenti ricorsi erano stati indarno, nè alcuna speranza si aveva che gl'Inglesi fossero per venirne a termini più temperati, si era risoluto ad escludere infino a nuova deliberazione dai porti genovesi le navi britanniche, la presenza delle quali, sotto colore di non adempita neutralità per gli altrui fatti violenti, aveva dato occasione a tanti incomodi ed a tanti pericoli.

Intanto si stipulava, il dì 9 ottobre, a Parigi tra il direttorio ed il plenipotenziario Spinola una convenzione, con la quale si fermarono le condizioni, a norma delle quali i due Stati dovevano vivere tra di loro. L'accettarono i Genovesi, sperando che con lei sarebbe confermato lo Stato. L'accettarono il direttorio e Buonaparte, perchè procurava loro denaro. Fu convenuto fra i due Stati che il decreto del governo di Genova, per cui si serravano i porti agl'Inglesi, avesse la sua esecuzione fino alla pace; proibisse Genova il soccorrere di viveri e di munizioni gl'Inglesi; presidiasse sufficientemente i porti; se non potesse, la Francia la servirebbe di presidii; se la Gran Bretagna intimasse la guerra a Genova, la difenderebbe la Francia; annullasse Genova i processi fatti ai sudditi per opinioni, discorsi o scritti politici; i nobili processati nel grande e nel piccolo consiglio si redintegrassero; la Francia promettesse di conservar intero il territorio della repubblica, di agevolarle la pace con le potenze barbaresche, di far libere e franche le terre vincolate per dritti di feudo all'impero germanico; i Genovesi accettassero la mediazione della Francia per comporre le loro differenze colla Sardegna; pagassero alla Francia, per prezzo dell'amicizia e della conservazione dei territorii, due milioni di franchi, e le facessero un prestito di altri due milioni.Furono i due milioni di taglia estratti dal banco di San Giorgio, i due del prestito pagati dai più ricchi.

Genova debole e lacerata da due nemici potenti fu obbligata a comporsi con uno di loro: il che non fu la sua salute. Venezia anch'essa tra due nemici potentissimi, ma più forte, più padrona di sè medesima, più tenace nella neutralità, non volle comporsi, nè ciò fu la sua salvezza. Bisogna premettere che principal mira del governo di Francia, alla quale tutte le altre subordinavansi, era sempre la pace con l'imperatore non solamente per la sua potenza, ma ancora per la dignità e pel grado. Parevagli che, ove Francesco avesse accettato le condizioni, la repubblica riconosciuta da un tanto principe sarebbesi bene radicata e, per così dire, naturata in Europa. Sola l'Inghilterra sarebbe rimasta nemica; ma non avendo più speranza di muovere l'Europa contro la Francia, si conghietturava che anch'essa sarebbe sforzata di venire agli accordi. Chiaro appariva che dalle condizioni dell'Italia, essendo già i Paesi-Bassi austriaci posti in possessione della Francia, pendeva principalmente la pace con l'imperatore. A questo principal fine dirizzando i suoi pensieri il direttorio, aveva mandato in Italia il generale Clarke, personaggio molto dipendente da Carnot, col mandato di veder vicino le cose e di fare convenienti proposte all'Austria. Era Clarke uomo molto atto a questo atto, non solo per la sua destrezza, ma ancora perchè detestava, e sapevasi, le esagerazioni dei tempi. Inoltre egli pare che il direttorio, od almeno qualche membro di lui, avesse concepito sospetto di pensieri ambiziosi in Buonaparte, e però si era risoluto a mandare in Italia un uomo, quale gli sembrava Clarke, molto fidato, affinchè investigasse ed accuratamente rapportasse gli andari del generale italico. Del che o accortosi o sospettando Buonaparte, quando se lo vide comparire innanzi, siccome quegli che non amava gl'imperii dimezzati, gli disse a viso scopertoche se veniva ad accordarsi con lui, il vedrebbe volentieri, e l'accetterebbe; quando no, se ne poteva tornare. Questa insolenza o non seppe il direttorio, o saputa, per lo meno male, la passò. Clarke, che uomo accorto era, avvisò facilmente dov'era e dove aveva a rimanere la potenza; si piegava perciò facilmente, e da inviato del governo divenne fidato di Buonaparte. Da quel punto nacque fra ambidue quella benevolenza e quella intrinsichezza che si mantennero in tanti e sì diversi tempi ed in tante rivoluzioni d'uomini e di cose.

Ma venendo al mandato politico di Clarke, quantunque ei dovesse principalmente indrizzarsi all'imperatore, fece opera per viaggio di racconciar le faccende colla Sardegna. Offeriva, in nome della repubblica, di dare al re Genova co' suoi territorii con patto ch'egli cedesse alla Francia l'isola di Sardegna e si unisse in lega con la repubblica, obbligandosi a congiungere all'esercito italico un numero determinato di soldati. Disordinò anche questo pensiero il rifiuto di Carlo Emmanuele del voler entrare in questa lega; perchè, come già rapportammo, detestava grandemente di voltar le sue armi contro il papa. Allora fu fatto il trattato con Genova, col quale il direttorio, non potendo più farla cosa del re, la fece cosa sua.

A questo succedeva ne' consigli dei reggitori della Francia un altro disegno per opera principalmente di Buonaparte; ma alle loro proposizioni se ne stava dubbiosa l'Austria, perchè non aveva ancora perduto la speranza di ricuperare per forza d'armi gli Stati d'Italia; questi negoziati correndo prima delle ultime rotte di Wurmser. Però Clarke e Buonaparte, non ostante le vittorie contro Wurmser, insistevano sempre maggiormente.

Conoscendo il direttorio la renitenza dell'Austria, aveva mosso, per vincerla, altre pratiche lontane, per le quali sperava di operare che il timore superassea Vienna ogni ostacolo. Dipendeva intieramente la Spagna, pei consigli e per la autorità del principe della Pace, dalla Francia. Dipendeva anche da lei per la necessità delle cose la Porta Ottomana. Venne adunque il direttorio in pensiero, condotto da quel suo fine principalissimo di aver amicizia con l'imperadore, di far proposizioni di lega difensiva tra la Spagna, la Porta Ottomana, la Francia e la repubblica di Venezia contro l'Austria: presumeva il direttorio, oltre il timore da darsi all'imperadore, che Venezia, stante la costanza del senato a volersene star neutrale, avrebbe ricusato d'entrar nella lega, e però che se gli sarebbe porta più colorita cagione di pigliarsi la repubblica. Il Reis Effendi, favellando a Costantinopoli col dragomanno di Venezia, si era lasciato intendere che in quel totale sovvertimento d'Europa il senato veneziano non poteva e non doveva più starsene isolato e da sè, ma sì consentire a quelle congiunzioni che per la sicurtà dei suoi Stati fossero necessarie, e che nissuna congiunzione migliore poteva essere che un'alleanza con la Porta, la Francia e la Spagna. Poco dopo Verninac, ministro di Francia a Costantinopoli, avuto un segreto colloquio con Ferigo Foscari, bailo della repubblica, gli aveva significato le medesime cose, protestando della amicizia della sua repubblica verso quella di Venezia, e non solamente promettendo sicurtà per tutto il territorio veneto, ma ancora dando speranza di considerabile ingrandimento. Infine, in qualità di persona pubblica procedendo, l'ambasciatore dava al bailo uno scritto, acciocchè lo tramandasse al senato, in cui veniva ragionando che la repubblica franzese, oltremodo tenera della quiete generale e della preservazione degli Stati contro gli altrui disegni ambiziosi, si era risoluta a non istarsene da sè, in mezzo all'Europa commossa; che a questo fine desiderava congiungere a quella d'altrui tutta la forza sua; che confidava che i governi interessati sarebbero disposti a secondarla;che sperava che specialmente il senato veneto si mostrerebbe pronto a concorrere a questo fine; che perciò proponeva al senato per mezzo del bailo e per comandamento espresso del direttorio un'alleanza fra le due repubbliche. Quindi, più apertamente spiegandosi, dicea sue ragioni, perchè si avesse ad accettare la lega che il direttorio veniva proponendo. Non avendo il bailo mandato per trattare una sì importante materia, rispondeva pe' generali, offrendosi solamente di trasmettere lo scritto di Verninac al senato.

Le medesime mosse diedero a Madrid il principe della Pace ai nobili Bartolammeo Gradenigo e Almorò Pisani, a Parigi il ministro degli affari esteri Lacroix al nobile Alvise Querini, finalmente a Brescia Buonaparte al provveditor generale Francesco Battaglia. Quest'era un concerto per maggiormente muovere la repubblica. Ma il senato non avendo ancora deliberato, perchè i savi non gli avevano participato affare di tanta importanza, il 27 settembre, quando appunto più vive bollivano le pratiche di Clarke, si appresentava in Venezia al serenissimo principe con un memoriale il ministro di Francia Lallemand, col quale, annunziando che la repubblica franzese, desiderosa di stringersi vieppiù in amicizia con l'antica sua amica la repubblica di Venezia, le proponeva di nuovo per mezzo suo quello che già le era stato proposto e da lui medesimo e da altri ministri di Francia, cioè un'alleanza a difesa ed assicurazione de' suoi Stati; e caldamente ragionando in acconcio della proposta, seguitava: offerirle il direttorio la alleanza del popolo franzese; essere questo popolo, fatto potentissimo per le sue vittorie in grado di dare al mondo, e per quiete sua, quell'aspetto che gli piacerebbe, stipulerebbe patti proficui e nobili per una nazione alleata; obbligherebbe tutte le sue forze a difenderla, se i suoi vicini si attentassero di molestarla; le mandasse il senato un negoziatore a Parigi,si concluderebbe un trattato ad unione de' due popoli fondato sulla sincerità e sulla buona fede, sole basi della politica franzese; già prepararsi la pace del continente, già esser vicine a definirsi le sorti d'Italia; ogni cosa dovere sperar Venezia congiunta in alleanza con Francia.

In tale modo instava con molta pressa Lallemand in cospetto del serenissimo principe, e per aprir l'adito alle future cose, aggiungeva altri discorsi ancora ed altri motivi, cui aiutava presso al senato il provveditore Battaglia, il quale, non si sa bene perchè, si era discostato, accettando le nuove, dalle antiche consuetudini del governo veneziano.

Grave al certo deliberazione era questa e che importava alla somma tutta della repubblica; perchè se da una parte si vedeva, che il collegarsi con la Francia in mezzo a tanta vertigine di cose avrebbe necessariamente condotto Venezia per sentieri insoliti, non mai battuti da lei, e pieni d'un dubbioso avvenire, dall'altra il non collegarsi poteva portare con sè una immediata pernicie; ed in questo non si era infinto il ministro di Francia, avendo accennato a quale pericolo si esporrebbe Venezia se a starsene scollegata e da sè continuasse. Questa materia fu maturamente esaminata in una consulta di tutti i savi di collegio, e, sebbene la sentenza in cui entrarono sia stata da molti biasimata e da alcuni allegata come pretesto valevole di fare a Venezia quello che le fu fatto; come se uno Stato independente fosse obbligato, sotto pena di eccidio, di opinare come uno Stato forastiero vorrebbe che opinasse, non si dubita di affermare che fu giusta, onorevole e conveniente ai tempi. Concludevano adunque che se la fortuna franzese preponderante non permetteva che si pendesse di più verso l'Austria, la maggior fede dell'Austria non permetteva che si pendesse di più verso la Francia. Pensarono finalmente, che se era destinato da' cieli che la repubblica perisse,doveva ella perire piuttosto innocente che rea, piuttosto per violenza altrui che per colpa propria, piuttosto con compassione che con biasimo del mondo, e senza che ne fosse diminuita la maestà del suo nome.

Serbando l'antica consuetudine di Venezia, come opinarono i Savi così fu approvato dal senato, che signora di sè medesima, e da ogni vincolo libera, si serbasse la repubblica. Rispondeva il senato gravemente a Lallemand, che grate ed accette gli erano le dimostrazioni amichevoli fatte dal governo della repubblica franzese, che appunto per queste stesse disposizioni amichevoli sperava il senato che il direttorio non avrebbe voluto condurlo a deliberazioni che verrebbero a produrre effetti contrari all'intento; che per antico instituto la repubblica di Venezia, lontana dall'ambizione e solita a temperare sè medesima, aveva riposto il fondamento dell'esser suo politico nella felicità e nell'affezione de' sudditi e nella sincera amicizia verso tutti i potentati di Europa; del quale giusto ed immacolato procedere si erano sempre, malgrado degl'inviti e delle sollecitazioni contrarie in vari tempi fatte, essi potentati mostrati contenti; che per esso ancora era stata la quiete conservata ai veneti dominii con utile costante e contentezza inestimabile dei sudditi; che questa condotta del senato, confermata dal corso di tanti secoli felici, non poteva abbandonarsi senza incontrare inevitabilmente il pericolo di guerra; che erano le guerre calamitose a tutte le nazioni, ma assolutamente insopportabili al senato pel suo amore paterno verso i sudditi, per la costituzione fisica e politica de' suoi Stati e per la sicurezza delle nazionali navigazioni. Alle quali cose s'aggiungeva il pericolo funesto di sconvolgere le basi del proprio governo, senzachè derivar ne potesse alcun rilevante appoggio alle grandi nazioni alle quali egli strettamente si unisse. Terminava il suo grave ragionamento con dire, sperare che il direttorio,conosciuta la ingenuità e la verità di queste considerazioni, le avrebbe per accette e non sarebbe per alienare l'animo, nè in qualunque evento, dalla innocente Venezia, da Venezia risoluta a conservare con ogni studio l'amicizia con Francia.

Rifiutata dal senato l'alleanza, con la Francia, restava a considerarsi se non sarebbe stato utile e sicuro alla repubblica il collegarsi con l'Austria. Ma a tutte le considerazioni prevalsero i consigli quieti, perchè il senato non voleva pendere più da questa parte che da quella e non voleva soverchiamente irritare contro di sè i repubblicani già padroni di buona porzione de' suoi territorii. Nondimeno, poichè non era da credere che l'Austria si tirasse indietro, potendo in mezzo alla fortuna avversa l'accessione di Venezia aver recato peso nella somma delle facende militari, se i Veneziani avessero congiunto le loro armi con quelle dell'imperatore, massimamente quando erano queste cose ancora minacciose e forti, avrebbero i Franzesi potuto ricevere grave danno.

Ma patti pieni di molta sicurtà venne offerendo a questo tempo medesimo a Venezia una potenza forte per proteggerla, lontana per non darle ombra; la Prussia. Il barone di Sandoz-Rollin, ministro plenipotenziario di Prussia a Parigi, in un abboccamento avuto col nobile Querini, si fece avanti dicendo che con dolore infinito vedeva la condizione del senato e delle venete provincie divenute campo e bersaglio di una crudele guerra; lodò il consiglio del senato dello aver saputo conservare in mezzo a tanto turbine e con tanto costo la sincera neutralità; che migliore contegno non poteva nè immaginare nè tenere il senato: soggiunse poi però che non doveva il senato aspettare i tempi sprovveduto d'amici e collegato con nissuno, nè abbandonare gl'interessi dello Stato ad un avvenire certamente molto incerto e probabilmente tempestoso; che il governo che facevano i Franzesidelle terre veneziane, con aver violato le leggi le più sante della neutralità, poteva facilmente dar pretesto agli altri di turbare l'attuale quiete e sicurezza della repubblica; che perciò gli pareva, che la prudenza del senato il dovesse indurre a premunirsi di qualche sostegno valevole a guarentire le sue possessioni contro qualunque tentativo. Detto tutto questo, passava Sandoz-Rollin a dire che ei credeva che la sola potenza con la quale la repubblica avrebbe utilmente e sicuramente potuto stringersi in alleanza, fosse la Prussia, perchè gl'interessi politici del re tanto erano lontani da quei di Venezia, che il senato non poteva a modo nissuno sospettare ch'ei volesse una tale alleanza procurarsi per qualche sua mira particolare; che anzi era la Prussia la sola potenza che potesse conservare l'incolumità e l'integrità dei dominii veneti; che a lui pareva, tale essere l'opportunità e la necessità di questa alleanza, che non fosse nemmeno da tenersi segreta; perchè la casa d'Austria non poteva recarsi a male che la repubblica cercasse di guarentirsi dai sinistri effetti delle correnti cose. Insistè finalmente il prussiano ministro affermando, che doveva il senato con la sapienza e prudenza sua internar la vista in un avvenire che non si poteva ben prevedere qual fosse per essere, poichè fatalmente la presente guerra poteva aver dato motivo a più d'uno di chiamarsi scontento dei Veneziani e di recar loro col tempo qualche grave molestia.

Questo parlare e questa proferta tanto secondo il bisogno potevano essere la salvazione di Venezia, ed ogni motivo di Stato concorreva a far deliberare che si accettasse. Ben si era fino allora consigliato il senato, seguitando il suo antico costume, di non congiungersi nè con questa nè con quella parte; ma certamente fu pur troppo timorosa risoluzione quella di non aver voluto accettare la lega tanto necessaria e tanto opportunamente esibita dalla Prussia; abbenchè, come trovasiscritto, questo rifiuto non sia stato colpa del senato, ma sì piuttosto degl'inquisitori di Stato, checchè a ciò fare li movesse, e dei savii, che avuto il dispaccio del Querini, nol rappresentarono, avendo da loro medesimi deliberato di scrivergli che non entrasse in questo trattato.

Intanto si laceravano dai belligeranti i sudditi veneziani con ogni maniera di più immoderata barbarie. Pretendendo parole soavi di amicizia, rapivano nei miserandi territorii veneti, non solo per necessità, ma anche per capriccio, non solo per forza, ma anche con violenze, non solo con comando ma anche con ischerno, le vite, l'onore e le sostanze di coloro che amici chiamavano. Quello poi che era involato per forza era profuso per iscialacquo; il paese desolato, i soldati sì vincitori che vinti si consumavano per mancamento di ogni genere necessario; chi per ufficio o per grado aveva debito di provvedere ai soldati e di ritirarli dalia barbarie, si arricchiva; il perchè si vedevano capi ricchi, soldati squallidi. Le case s'incendevano, gli alberi fruttiferi si atterravano, le ricolte preziose si sperdevano da questi sfrenati. Pubblicavansi dai generali ordini e regole per frenare tanta rabbia; ma vano era il proposito, perchè quando si veniva alla esecuzione, si andava molto rimessamente, essendo i capi intinti. A questo tempo medesimo gli eserciti di Francia governati sul Reno da Moreau e da Jourdan, assai diversi erano dal buonapartiano per moderazione e per rispetto ai vinti. In fatti venne in Italia dal Reno la schiera di Bernadotte, che temperatamente portandosi, e con maggior disciplina delle altre procedendo, era cagione che a gara le città italiche in presidio la chiamassero. Per questo le compagne la chiamavano la schiera aristocratica, e vi furono delle male parole e dei peggiori fatti in questo proposito. Di tante enormità si lamentava il veneziano senato con tutti e da per tutto; le giustissime querele non facevano frutto.

Nè meglio erano rispettate da coloro che accusavano Venezia di non esser neutrale, le sostanze pubbliche che le private. Verona massimamente era segno della repubblicana furia. Vi rompeva a capriccio suo Buonaparte le porte delle fortificazioni, toglieva per forza le chiavi della porta di San Giorgio all'ufficiale veneto, portava via dalle mura le artiglierie di San Marco, poneva le sue là dove voleva, prendeva l'armi, prendeva le munizioni ammassate nell'armeria e nelle riposte veneziane, demoliva i molini, ardeva le ville della campagna quando credeva che a' suoi bisogni importasse; occupava finalmente i forti, vi ordinava mutazioni e lavori e vi piantava le insegne franzesi. Chiodava poi a Porto-Legnago le artiglierie veneziane, tagliava i ponti levatoi, rompeva i ponti del fiume; occupava forzatamente il castello di Brescia, e postovi presidio, a grado suo il fortificava. Quindi, mandato innanzi a Bergamo Cervoni per ispiare e per sopravvedere i luoghi, quantunque nessuna strada fosse aperta per quelle valli a calate di Tedeschi, occupava improvvisamente con sei mila soldati la città ed il castello di Bergamo, dove attese, come a Brescia, a fortificarsi. Involava, armata mano, una cassa dell'arciduca di Milano depositata in casa del marchese Terzi sul territorio bergamasco; e finalmente levava le lettere dalle poste veneziane, aprendole per vedere che cosa portassero.

Considerando l'aspro governo fatto degli Stati veneziani, non si sa con qual nome chiamare l'enormità di quel Rewbel, uno dei quinqueviri di Parigi, il quale si lamentava che i Veneziani non amassero i Franzesi.

Trattati a questo modo gli Stati della repubblica di Venezia, apparivano interamente mutati da quello che erano prima che quella feroce illuvie li sobbissasse. Intanto gli atroci fatti inasprivano gli animi e gli riempivano di sdegno parte contro il senato, come se senza difesadesse in preda i popoli a nemici crudeli, porle contro i commettitori di tanti scandali. Da tutto questo ne nacque, che le popolazioni della terra ferma, tocche da quel turbine insopportabile, domandavano al senato ordini, armi e munizioni per difendersi con la forza da coloro, presso ai quali l'amicizia era mezzo, non impedimento, al danneggiare. Il senato piuttosto rispettivo che prudente cercava di mitigar gli animi, e quanto all'armi, andava temporeggiando, sperava che qualche caso di fortuna libererebbe i dominii da ospiti tanto importuni, e perchè temeva che chiamati i popoli all'armi, non fosse più padrone di regolare e frenare i moti incominciati, con grave pregiudizio e pericolo della repubblica.

Peraltro non così tosto il senato ebbe avviso delle minacce fatte da Buonaparte il di 31 maggio in Peschiera al provveditor generale Foscarini, si accorse che non vi era più tempo da perdere per apprestar le difese, non già per la terra ferma quasi tutta disarmata ed occupata dai repubblicani, ma almeno pel cuore stesso della repubblica, con assicurare tutte le parti dell'estuario con armi sì terrestri che marittime. Si è narrato, come il generale repubblicano avesse affermato, con modi peggio che amichevoli, che aveva ordine dal direttorio di ardere Verona e d'intimare la guerra ai Veneziani. A tale gravissimo annunzio, pervenuto celerissimamente per messo apposta spedito da Foscarini, si adunava il senato a tutta fretta e con voti unanimi decretava, si comandasse al capitano del golfo che si riducesse tosto con tutta l'armata della repubblica nelle acque di Venezia; si levassero incontanente in Istria, in Dalmazia ed in Albania in quanto maggior numero si potessero le cerne ed ai veneziani lidi si avviassero; i reggimenti stessi già ordinati, che avevano le stanze in quelle province, senza indugio alla volta di Venezia s'indrizzassero; si chiamassero nelle acque dell'Istria tutte le navi che si trovavanonell'Ionio sotto il governo del provveditor generale da mare e con queste anche le due destinate a portare il nuovo bailo della repubblica a Costantinopoli. Queste deliberazioni furono prese il dì primo di giugno. Siccome poi l'unità dei consigli è il principale fondamento dei casi prosperi, così trasse il senato, il dì 2 dello stesso mese, provveditor delle lagune e lidi Giacomo Nani, dandogli autorità e carico di armare nel modo che più acconcio gli paresse tutto l'estuario. Gli diede per luogotenente Tommaso Condulmer, affinchè avesse cura particolare delle navi sottili allestite per custodia dei lidi e delle bocche dei fiumi. Ebbero queste provvisioni del senato presto effetto; perchè in poco tempo si videro fortificati e presidiati i posti principali di Brondolo, Chiozza, Portosecco, San Pietro in Volta, San Nicolò di Lido, Malamocco. A Brondolo specialmente, dove mettono foce i fiumi Adige, Canalbianco e Brenta, furono fatti stanziare i bastimenti più sottili. Già arrivavano, siccome quelle che erano state mandate con molta sollecitudine, in Venezia e nei circonvicini luoghi le soldatesche del mare Ionio, dell'Albania, e della Dalmazia; piene ne erano le case, pieni i conventi dei lidi, piene le isole vicine alla metropoli. Perchè poi l'erario potesse bastare a questo nuovo stipendio, fu posta una tassa sui beni stabili di Venezia e del dogado a cui diedero il nome dicasatico. Per cotal modo Venezia, spinta dalla vicina guerra, si apprestava a difendere l'estuario, nel quale consisteva la vita della repubblica.

Un famoso storico franzese dei nostri tempi, lasciandosi trasportare ad una parzialità tanto più degna di riprensione quanto è diretta contro il misero, si lasciò uscir dalla penna, troppo incomportabilmente scrivendo, che queste provvisioni del senato veneziano furono fatte prima delle minaccie dei Franzesi. Al che un altro non men famoso storico italiano giustamente si oppone in questo modo:«Eppure è chiaro e manifesto a chi vorrà solamente riscontrare le date che le provvisioni medesime furono fatte dopo ed a cagione delle minaccie intimate da Buonaparte al provveditor generale Foscarini: imperciocchè minacciò Buonaparte il dì 31 maggio, deliberò il senato il dì primo e secondo di giugno. Il perchè l'allegazione dello storico è contraria alla verità, e crudele a Venezia; che se poi egli pretendesse che Venezia, sentite le mortali minaccie di Buonaparte, non doveva armarsi, staremo a vedere s'ei dirà che la Francia non doveva armarsi sentite le minaccie di Brunswick e di Suwarow. Quanto poi ai sommi geografi così franzesi come italiani, i quali sostengono l'opinione del citato storico, saria bene che ci dicessero quale maggiore distanza vi sia, o qual maggiore difficoltà di strade tra Peschiera e Venezia che tra Parigi e Roano. Saria anche bene che ci dicessero, caso che nascesse oggi in Roano un accidente che minacciasse di totale ruina lo Stato della Francia, se il governo non delibererebbe in proposito il dimane a Parigi. Veramente quando l'uomo vuol impugnare la verità conosciuta, diventa ridicolo...........

«Il medesimo storico, a fine di pruovare la parzialità de' Veneziani verso l'Austria, narra come non così tosto dimostrò l'imperatore desiderio che la repubblica non conducesse a' suoi stipendii il principe di Nassau, il governo veneziano se ne rimase. Ma la verità è, che il consiglio di condurre il principe fu dato dal provveditor delle lagune Nani, e che questo consiglio era già stato rifiutato, non già dal senato, al quale non fu mai riferito dai Savi, ma sibbene dai Savi medesimi, molto innanzi che l'imperator d'Austria manifestasse il suo desiderio. Ma volontieri mi sono io indotto a parlare di questo fatto, perchè quando anche fosse vero, che è falso, non si vede come peruna condiscendenza di Venezia verso l'imperatore si dovesse venire alla distruzione di lei.»

Al tempo stesso in cui il senato ordinava l'apparato militare delle lagune, temendo che la Francia s'insospettisse con credere ch'ei pensasse di portar più oltre di una legittima difesa, in caso di assalto, i suoi provvedimenti, scriveva un dispaccio al governo franzese, col quale andava esponendo che mentre la repubblica di Venezia se ne viveva tranquilla all'ombra della più puntuale neutralità e della sincera e costante sua amicizia verso la repubblica Franzese, erano gli animi del senato rimasti vivamente trafitti dal colloquio avuto dal generale Buonaparte col provveditore generale Foscarini, dal quale si poteva argomentare un'alterazione nell'animo del direttorio contro Venezia; che dal canto suo il senato si persuadeva di non aver dato occasione a tale alterazione: che era conscio specialmente di non meritare alcun rimprovero per l'occupazione di Peschiera contro di cui non era restato alla repubblica disarmata e solo fondantesi sulla buona fede delle nazioni sue amiche, altro rimedio che la più ampia e solenne protesta e la più efficace domanda della restituzione, siccome infatti non aveva omesso nel momento stesso di fare; potere lo stesso generale Buonaparte rendere testimonio dello aver trovato inermi e tranquille le città veneziane, e della prontezza con la quale i governatori veneziani ed i sudditi somministravano, anche in mezzo alle angustie dei viveri, quanto era necessario al suo esercito. Aggiungeva a tutto questo il senato, essere suo costante volere il conservare la più sincera amicizia colla Francia, e pronto a dare quelle spiegazioni ed a fare quelle dimostrazioni dei sentimenti proprii, che fossero in suo potere per confermare quella perfetta armonia che felicemente sussisteva fra le due nazioni.

Frattanto il ministro Lallemand, e questa fu una nuova ingiuria fatta a Venezia,domandava al senato perchè ed a qual fine si apprestassero quelle armi, come s'ei non sapesse che il perchè erano le minacce di Buonaparte a Foscarini, e che il fine era il difendersi in una guerra che lo stesso Buonaparte aveva dichiarato dover fare fra pochi giorni a Venezia. Si maravigliava inoltre il ministro che simili apprestamenti guerrieri allora non si fossero fatti quando instavano presenti gli Austriaci sul territorio della repubblica, come se egli non sapesse, che l'Austria non aveva mai minacciato di guerra Venezia come la Francia per mezzo di Buonaparte aveva fatto. Richiedeva finalmente si cessassero quelle armi dimostratici di una diffidenza ingiuriosa e contraria agl'interessi ed alla dignità della repubblica Franzese; il che significava che si voleva far guerra a Venezia, e che non si voleva ch'ella si difendesse.

Rispondeva pacificamente il senato, le armi che si apprestavano essere a difesa, non ad offesa; voler solo tutelare l'estuario, non correre la terra ferma; pacifica esser Venezia, volere vivere amicizia con tutti; in mezzo ad opinioni tanto diverse, a discorsi tanto infiammativi, a moltitudine sì grande di forastieri che abbondavano nella città, dovere il governo pensare alla quiete ed alla sicurezza del pubblico: a questo fine essere indrizzati i nuovi presidii ed a fare che, siccome l'intento suo era di non offendere nissuno, così ancora nissuno il potesse offendere: sperare che il governo franzese meglio informato dei veri sensi della repubblica, deporrebbe qualunque pensiero ostile contro di lei e persevererebbe, ora che la Francia tanto era divenuta potente, in quella stessa amicizia che il senato le aveva costantemente ed a malgrado di tutte le suggestioni ed instigazioni contrarie conservata, quando la Francia medesima era pressata da tutte le potenze d'Europa; che finalmente pel senato non istarebbe che un sì desiderato fine si conseguisse: a questo tutti i suoi pensieri, a questo tutti i suoi consigli,a questo tutte le sue operazioni dirizzare.

Mostravasi il ministro di Francia appagato della risposta, avendo affermato a Francesco Pesaro, destinato dalla repubblica a conferire con esso lui sulle facende comuni, ch'egli era grato al senato per la gentile e soddisfacente risposta fattagli; ch'ella non poteva essere nè più sincera nè più appagante; che incontanente l'aveva spedita a Buonaparte, e che sperava che una sì solenne manifestazione dei pubblici sentimenti avesse ad essere una pruova irrefragabile di quanto egli aveva sempre rappresentato: insomma egli si chiamava contento intieramente e tranquillo. A questo modo parlava Lallemand il 10 luglio; eppure questo medesimo giorno egli scriveva al ministro degli affari esteri a Parigi, che il senato armava gli stagni col fine di far odiar dal popolo i Franzesi; che il generale Buonaparte, richiesto di rimborsi, aveva con ragione risposto che i Franzesi erano entrati nei diritti dei Ferraresi sopra i paesi della repubblica, e che avevano per cosa propria Peschiera, Brescia e gli altri luoghi occupati. Tanta poi è la forza della verità anche in coloro che vorrebbero servire ad interessi contrarii, che il medesimo Lallemand, scrivendo pochi giorni dopo a Buonaparte, affermava che era verissimo che il governo veneziano si era mostrato molto avverso alla rivoluzione franzese ed aveva nutrito con molta cura nel cuore dei sudditi l'odio contro i Franzesi; ma che in quel momento era vero del pari che sincere erano le sue protestazioni di neutralità e di buona amicizia verso la Francia; che le male impressioni lasciavano poi luogo alla considerazione de' suoi veri interessi; che quanto all'armare, quantunque dubbiosi potessero essere i motivi, pareva a lui che, tale qual era, non potesse far diffidare della fede veneziana; che troppo le armi apprestate erano deboli da dare giustificata cagione di temere; che con gli occhi suoi proprii vedeva, che i preparamentiche si facevano, non avevano altro fine che di custodire le lagune ed i lidi vicini, e che insomma tutto quell'apparato non aveva in sè cosa che fosse ostile contro la Francia. Quest'era il testimonio di Lallemand che ocularmente vedeva. Pure gridossi per questo medesimo fatto dell'armamento delle lagune, guerra e distruzione a Venezia. Così Venezia, segno di tanti inganni, se armava era stimata nemica, se non armava, perfida; i tempi tanto erano perversi che anche in chi conosceva la verità, si annidava la calunnia; la pace non le era più sicura della guerra, nè la guerra della pace; l'estremo fatto già la chiamava.

Tali erano i pensieri e le opere di Buonaparte e del direttorio verso la repubblica di Venezia; ma questi insidiosi disegni furono interrotti da una nuova calata d'armi imperiali in Italia.

Sempre più si scoprivano i pensieri del vincitore generale della repubblica indiritti a turbare tutta l'Italia. Si è già descritto, come per quel principal fine dell'aver la pace coll'imperadore il direttorio di Parigi e Buonaparte, mandato Clarke, offerivano patti di diversa natura ora all'imperadore medesimo, ora alla repubblica di Venezia, ora a quella di Genova, ed ora al re di Sardegna. L'Austria, inquieta per le calamità a cui era stata sottoposta, non si mostrava aliena se non di conchiudere, almeno di negoziare, e per questo aveva mandato a Vicenza il generale San Giuliano, acciocchè si abboccasse con Clarke. Anche l'Inghilterra, mossa dal pericolo dell'imperadore e dalla forza della repubblica franzese, che ogni di più pareva insuperabile, si era piegata, benchè mal volontieri, a voler trattare, ed aveva mandato a questo fine lord Malmesbury in Francia. Tutti pretendevano voci di voler rimuovere tanto incendio dalla Europa afflitta e di aver a cuore lo stato salutifero dell'umanità. Ruppero questi negoziati le vittorie dell'arciduca Carlo in Germania, che compensarono le sconfittedi Beaulieu e di Wurmser in Italia. Imperò gli alleati si fecero più renitenti, e di nuovo convenne venire al cimento delle armi. Solo la Sardegna, che era ridotta piuttosto in potestà della Francia che nella propria, aveva concluso un trattato di lega difensiva, avendo il re costantemente ripugnato ad una lega offensiva a motivo della guerra imminente col papa; il quale trattato il direttorio non volle ratificare.

Adunque il direttorio, trovata tanta fermezza nell'Austria, nell'Inghilterra e nel papa, che continuamente si preparava alla guerra, e dubitando che questo modo potesse estendersi più oltre, perchè non si fidava di Napoli, si consigliava di voler provare se il timore delle rivoluzioni potesse sforzare i potentati a far quello che il timore dell'armi non aveva potuto.

A questo fine erano indirizzati i moti dell'Emilia e le instigazioni di Trento. Ma, per parlar de' primi, si voleva da Buonaparte che a quello che da principio aveva potuto parere frutto disordinato della guerra succedesse uno stato regolato ed un assetto più giusto di costituzione. Anche sperava il generalissimo di accendere con questo allettativo d'independenza talmente que' popoli già di per sè stessi tanto accendibili, che un fanatismo politico avesse a pareggiare gli effetti di quell'ardore religioso che per difesa propria il pontefice facea sorgere in Italia contro i conquistatori.

Erasi inditto il congresso de' quattro popoli dell'Emilia, Modenesi, Reggiani, Bolognesi, Ferraresi il dì 27 dicembre, malgrado di Buonaparte, che avrebbe desiderato che più presto si adunassero per dar cagione di temere al papa in tempo, in cui bollendo ancora le pratiche, non aveva ancora il pontefice rifiutato la pace. Convennero in Reggio i legati dei quattro cispadani popoli, trentasei Bolognesi, venti Ferraresi, ventidue Modenesi, ventidue Reggiani. Avevano mandato amplissimo di fare quantoalla salute della repubblica si appartenesse; l'unione massimamente de' quattro popoli in un solo stato procurassero. Grande era il calore, grande l'entusiasmo di quegli spiriti repubblicani. Ordinarono, ad alta voce, non a voti segreti si squittinassi. Poi fecero una congregazione d'uomini eletti dalle quattro provincie, affinchè proponessero i capitoli della unione. Fu l'unione accettata con tutti i voti favorevoli. Accrebbero la giubbilazione gli uomini deputati di Lombardia Milanese venuti ad affratellarsi; erano Porro, Sommariva, Vismara da Milano, Visconti da Lodi, Gallinetti da Cremona, Mocchetti da Casalmaggiore, Lena da Como, Beccaria da Pavia. Orarono conforme all'occasione; fu fatto risposta da Facci presidente con gratissime parole.

Aprivansi in questo le porte del consesso; il reggiano popolo, bramoso di vedere e di udire, lietamente entrava. Gravemente Fava da Bologna a nome della congregazione degli uomini eletti intorno all'unione de' quattro popoli favellava. Chiamarono di nuovo con segni d'inudita allegrezza la cispadana confederazione, chiamarono la unità della repubblica. Fu piena la città di giubbilo; credevano che quel giorno fosse per essere principio di felici sorti. Ed ecco in mezzo a tanta allegrezza sopraggiungere l'aiutante generale Marmont, mandato da Buonaparte ad incitare ed a sopravvedere. Introdotto al cospetto del congresso, gli applausi, le grida, le esultazioni montarono al colmo. Postergata la dignità, tanta era l'ardenza, avevano i legati piuttosto sembianza di energumeni che di uomini gravi chiamati a far leggi.

L'entusiasmo de' Cispadani piaceva a Buonaparte, perchè sperava di cavarne denaro, gente armata, spavento al papa. Infatti aveva il congresso statuito, che una prima legione italica si formasse; nè questa truppa oziosamente si ordinava: correvano gli uomini volentieri sotto le insegne; il generalissimo gli squadronava e faceva reggere da' suoi ufficiali. Ma sedall'un lato egli era contento della disposizione degli animi nella repubblica Cispadana, dall'altro non si soddisfaceva della composizione del congresso; perchè avrebbe voluto vedere in lui, per quel suo intento di far paura al papa, nobili, preti, cardinali ed altri cittadini di maggior condizione, che patriotti fossero stimati; e quantunque alcuni e nobili e preti vi sedessero, non era il numero nè il nome di quella importanza ch'egli desiderava. Per questo, si lamentava che Garreau e Saliceti, commissarii del direttorio, gli guastassero i suoi disegni, procedendo con soverchio calore in queste instigazioni, e chiamando al reggimento dello Stato uomini di poca entità, o troppo risentitamente repubblicani. Spesso ei si querelava con questi commissarii e gli ammoniva con forti riprensioni, ma essi, se non apertamente, almeno nascostamente continuavano ad incitare ogni sorte di persone.

Scriveva il congresso il di 30 dicembre a Buonaparte, essersi i cispadani popoli costituiti in repubblica, e ne lo invocava padre, protettore. A queste lettere, ricevute con lieta fronte dal conquistatore, rispondeva egli, aver udito con molto contento l'unione delle quattro repubbliche, ma inculcare loro soprattutto d'ordinarsi alle armi, perchè senza la forza le leggi non valgono. Il congresso annunziava quindi ai popoli la creazione della repubblica, lodando Francia, lodando Marmont, lodando Buonaparte vincitore.

L'esempio della Cispadana partoriva mutazioni notabili in Lombardia; perchè i Milanesi, non volendo parer da meno che i popoli dell'Emilia, facevano un moto, correndo sulla piazza ed intorno allo albero della libertà affollandosi, gridavano sovranità e independenza, e volevano costituirsi in repubblica Traspadana. Ma Baruguay d'Hilliers, generale che comandava alla piazza di Milano e che conosceva la mente di Buonaparte, ne faceva carcerare gli autori principali, che erano i patriotti più ardenti.

Intanto ogni dì più cresceva lo squallore dei soldati vincitori d'Italia, tanta era la voragine, non diremo della guerra, ma dei depredatori. Per rimediarvi andava Buonaparte immaginando nuovi modi per trar denaro dai popoli già sì grandemente smunti ed impoveriti; scosse l'Emilia, scosse la Lombardia; traeva le intime sostanze dalle viscere delle nazioni: pure il peculato era più forte di queste estreme fonti di denaro.

In fatti i rubatori, gente fraudolenta ed avara, erano una peste invincibile. Buonaparte che, per la mancanza delle cose necessarie, vedeva in pericolo le sue operazioni, ne arrabbiava: li chiamava ladri, traditori, spie; ora ne faceva pigliare uno, ora cacciare un altro; ma nulla giovava. L'Italia pativa, i soldati pativano, gli amministratori infedeli trionfavano. «Potè, sclamava dispettosamente Buonaparte, il marasciallo di Berwick far impiccare l'amministratore supremo del suo esercito, perchè vi erano mancati i viveri, ed io non potrò in mezzo all'Italia, paese di tanta abbondanza, quando i miei soldati sono perniciosi e stremi di ogni cosa, spaventar con le opere, perchè le parole non giovano, questo nugolo di ladri?» Così dentro sè stesso si rodeva; ma eran novelle, perchè l'oro d'Italia si dispensava anche a Parigi; perciò i rubatori erano indenni. Riempiva Buonaparte di querele Italia e Francia; intanto andava a ruba l'Italia. Cuocevano infinitamente a lui gli infiniti e in infinite guise diversificati ladronecci, e faceva formare ai rei gravissimi processi dalle diete militari, instando perchè fossero dannati a morte, a motivo, come diceva, che non erano ladri ordinari, ma tali che con le malvagie opere loro interrompevano il corso alle vittorie, od erano almeno cagione che con più sangue si acquistassero. Ma si lamentava che vi fossero in queste diete dei segreti maneggi onde i rei se ne andavano od assoluti o condannati a pene nè proporzionateal delitto nè capaci di spaventare i compagni.

Or è da far passaggio dall'avarizia degl'involatori al furore degli armati: incominciarono le armi a suonare più orribilmente che prima sulle italiane terre. Non aveva il direttorio pretermesso alcun ufficio per inclinare l'imperadore alla pace: Buonaparte scriveva all'imperadore Francesco, che s'ei non si risolvesse alla pace, colmerebbe, per ordine del direttorio, il porto di Trieste e guasterebbe tutte le sue possessioni dell'Adriatico. Ma i prosperi successi dell'arciduca Carlo in Germania avevano ridesto nell'Austria la fiducia di sostenere le cose d'Italia, ed anzi di riconquistare gli Stati perduti; però non volle consentire agli accordi.

Il fondamento di questo nuovo moto era Mantova. Non era ignoto a Vienna che il presidio era ridotto all'estremo, e che solo si sosteneva per la costanza veramente maravigliosa dell'antico Wurmser. Nè solo il maresciallo vinceva con l'animo invitto l'urto delle armi nemiche, ma ancora la minaccia barbara e vile fattagli dal direttorio, che se non desse la piazza in mano della repubblica, sarebbe, quando si arrendesse, condotto a Parigi e giudicato qual fuoruscito franzese. Vide l'Austria che non era tempo da aspettar tempo, e che il pericolo di Mantova ricercava prestissima espedizione; perciò adunava con celerità ammirabile un nuovo esercito di più di cinquanta mila combattenti, pronto a calare per mettere di nuovo in forse la fortuna franzese che già tanto pareva stabile e sicura. Di tanta mole si mandavano venticinque mila soldati freschi nel Tirolo e nel Friuli, e, tanto era l'ardore loro, che davano speranza di vittoria. Infatti nelle battaglie che poco dopo seguirono, combatterono non solo con valore, ma ancora con furore, siccome quelli che erano cupidi, non solo di ricuperare i paesi perduti, ma ancora di scancellare l'offesa fatta alle armi imperiali dalle precedenti sconfitte. L'emolazionealtresì verso i soldati di Germania operava efficacemente nelle menti loro e le vittorie dell'arciduca gli stimolavano. Fu posto al governo di queste fiorite genti il generale d'artiglieria Alvinzi, già pratico delle guerre d'Italia e nel colmo della riputazione; e siccome quegli che era di natura pronta e speditiva, si sperava che fosse per allontanare da sè ogni lentezza. Alvinzi ordinava che una parte guidata da Davidowich scendesse dal Tirolo con venti mila soldati, e conculcati i Franzesi che colà stanziavano alla difesa dei passi, se ne venisse a sboccare per Castelnuovo fra l'Adige e il Mincio. Egli poi con trenta mila combattenti venuti dalla Carniola e dal Cadorino, si proponeva di varcare il Tagliamento, la Piave e la Brenta, combattendo i repubblicani ovunque li trovasse, e quindi varcato, il fiume più grosso dell'Adige, dove l'occasione migliore si appresentasse, di congiungersi con Davidovich e di marciare unitamente alla liberazione di Mantova. Già varcati con fatica incredibile i monti della Carniola e traversati torrenti grossi ed impetuosi, erano, quando il mese di ottobre si avvicinava al suo fine, giunti gl'imperiali sulle sponde della Piave, e si accingevano a dar principio alla terza guerra.

Non erano a tanta mole pari pel numero i Franzesi, perchè certamente non passavano i quaranta mila noverati gli assediatori di Mantova. A questi nondimeno debbonsi aggiungere gl'Italiani ed i Polacchi ordinati a Milano e nella Cispadana, che, sebbene Buonaparte non se ne servisse nelle battaglie giuste, erano a lui di grandissima utilità ed accrescevano la sua forza, perchè tenevano i presidii nelle piazze, contenevano il papa, e facevano il paese sicuro infino alla Romagna ed al Veneziano. Trovavansi allora i Franzesi raccolti nelle stanze, perchè Kilmaine con otto mila soldati stava attorno a Mantova, Augereau con altrettanti custodiva le sponde dell'Adige; Massena, sempre il primo ad essere esposto allepercosse del nemico, alloggiava sulla Brenta, Vaubois assicurava il Tirolo con dieci mila soldati. In fine, una schiera di riserbo, in cui si noveravano circa tre mila soldati tra fanti e cavalli, era distribuita negli alloggiamenti di Brescia sotto la condotta dei generali Macquart e Beaumont.

Aveva Buonaparte comandato a Vaubois, impedisse ad ogni modo il passo a Davidowich, e volle che, ancorchè inferiore di forze, non aspettasse il nemico, ma lo andasse ad assaltare nei proprii alloggiamenti: soprattutto il cacciasse dei luoghi tra il Lavisio e la Brenta. Egli intanto si apprestava ad arrestare con Massena ed Augereau l'impeto di Alvinzi che, già arrivato sulle rive della Brenta ed avendola passata, faceva le viste di volersi incamminare verso Verona. Guyeux, obbedendo agli ordini di Vaubois, assaltava San Michele, terra posta al Livisio, con intento, se la battaglia riuscisse prospera, di correre contro Newmark. Fu grande la resistenza che incontrava: tre volte andarono alla carica con grandissima animosità i Franzesi, e tre volte erano con grave uccisione risospinti. Era la fazione di grande importanza, perchè dall'esito dipendeva la conservazione o la conquista del Tirolo, e soprattutto la congiunzione o non congiunzione delle due schiere alemanne, capo principalissimo dei disegni fermati a Vienna per la ricuperazione d'Italia. In fine, fattosi dai Franzesi un ultimo sforzo, entravano in S. Michele e se ne impadronivano.

Bene auguravano i Franzesi dei fatti loro in Tirolo, ma non fu loro ugualmente favorevole la fortuna a destra verso Segonzano; il che interruppe tutti i pensieri loro, e da vincitori diventarono vinti. Aveva bene Fiorella espugnato il castello di Segonzano; ma, non avendo sloggiato prima l'inimico da Bedole, questi, scendendo improvvisamente, lo assaliva sul fianco destro ed alla coda, talmente che fu commessa non poca strage dei suoi, e fu costretto a ritirarli più chedi passo verso Trento. S'aggiunse che Davidowich medesimo, udite le novelle dell'assalto dato ai Franzesi, si era calato col grosso de' suoi a soccorrere la vanguardia; di modo che non fu lasciato altro scampo ai repubblicani, se non volevano essere tagliati tutti fuori ed a pezzi, che quello di ritirarsi più sotto, lasciando, dopo breve contrasto sotto le mura, la città stessa di Trento in balia degli antichi signori. Successe questo fatto a' 2 di novembre; due giorni dopo entrava Davidowich in Trento.

Vaubois, dopo di aver combattuto infelicemente a Segonzano, andava a porsi alla bocca delle strette di Calliano, alloggiamento intorno al quale si era persuaso, per la sua fortezza, doversi fermare l'impeto de' vincitori. Tenevano in guardia questo forte luogo quattro mila soldati eletti, che aspettavano confidentemente l'incontro del nemico. Marciava Davidowich, sospinto dalla prosperità della fortuna, grosso e minaccioso, dopo l'occupazione di Trento, all'ingiù dello Adige. Avrebbe potuto, invece di assaltar di fronte quel luogo tanto munito di Calliano, girato prima alla larga per le eminenze, scendere poscia e riuscire per la valle di Leno alle spalle del nemico. Ma qual si fosse la cagione, amò meglio venirne alle mani in una battaglia giusta. Combattessi il giorno 6 di novembre con incredibile audacia e vario evento da ambe le parti, sforzandosi gl'imperiali di superare il passo: restarono i repubblicani superiori, fu l'assalto degli Alemanni infruttuoso. Ricominciavasi il giorno 7 una ferocissima battaglia, in cui, come fu il valore uguale da ambe le parti, così fu varia la fortuna. Venne verso le 5 ore della sera il castello di Bezeno in poter de' Croati; il presidio, parte preso, parte tagliato a pezzi. Poco stante cedeva anche il castello della Pietra; ma di nuovo i Franzesi se ne impadronivano e di nuovo ancora lo perdevano. Con lo stesso furore si combatteva ne' luoghi più bassi verso Calliano, e fu quel forte passo, presoripreso, perduto riconquistato più volte, ora da questi, ora da quelli. Era tuttavia dubbia la vittoria, quando improvvisamente udissi fra i Franzesi un gridare, salva, salva, per cui ad un tratto si scompigliava tutto il campo e si metteva in rotta. Non si perdeva per questo d'animo Vaubois, e raccolti meglio che potè i suoi, e calatosi vieppiù per le rive dell'Adige, andava ad alloggiare ne' siti forti della Corona e di Rivoli. Roveredo intanto e tutte le terre circostanti tornarono sotto la devozione dell'antico signore. Questa fu la seconda battaglia di Calliano, non inferiore alla prima, nè a nissuna, pel valore e per l'ostinazione mostrata da ambe le parti.

Questa vittoria avrebbe potuto partorire la ruina de' repubblicani, se Davidowich tanto fosse stato pronto a seguitare il corso della fortuna prospera, quanto erano stati valorosi i suoi soldati al combattere. Ma per una tardità o negligenza certamente inescusabile, se ne stava più di dieci giorni alle stanze di Roveredo, con lasciare quasi quiete l'armi, e non si moveva per alle fazioni del Mincio se non quando la fortuna, per la perizia e velocità di Buonaparte, aveva già fatto una grandissima variazione tra la Brenta e l'Adige.

Erasi il generalissimo Alvinzi fatto signore del passo della Brenta con occupare Bassano, Cittadella e Fontaniva, ed avendo avuto avviso delle prime vittorie di Davidowich nel Tirolo, aveva ordinato che i suoi varcassero il fiume. Buonaparte, confidando di compensare con la celerità quello che gli mancava per la forza, aveva fatto venire a sè, oltre le schiere tanto valorose di Massena e di Augereau, le guarnigioni di Ferrara, Verona, Montebello e Legnago. Era suo pensiero di assaltare Alvinzi, di romperlo, e, camminando quindi con somma celerità per la valle verso le fonti della Brenta, di riuscire alle spalle di Davidowich, e di sgombrare per tal modo e al tempo stesso l'Italia ed il Tirolo dallapresenza degli Austriaci; pensiero certamente molto audace e da non venir in capo che a lui, che tutto era, per la gioventù e pel vigor d'animo, coraggio e prestezza. Urtava Augereau Quosnadowich, Massena Provera: ne nasceva il dì 6 novembre una sanguinosa zuffa. Dure furono le prime italiche battaglie, ma questa è stata molto più: il valore degno della fama austriaca e franzese. Quosnadowich, benchè, dopo perduto e ripreso più volte il villaggio delle Nove, finalmente il perdesse del tutto, seppe tanto acconciamente postarsi che si mantenne unito e rendè vano ogni sforzo del suo animoso avversario. Ma dall'altro lato non si combattè tanto felicemente per Provera contro Massena; perchè, sebbene l'Austriaco non fosse rotto, sentissi nonostante tanto gravemente pressato, che stimò miglior partito il ritirarsi sulla sinistra del fiume, rompendo anche il ponte di Fontaniva, acciocchè il nemico nol potesse seguitare. Fessi notte intanto; l'oscurità e la stanchezza pose fine al combattere che fu mortalissimo; perchè tra morti, feriti e prigionieri desiderò ciascuna delle parti circa quattro mila soldati.

Il non aver potuto rompere gl'imperiali in questo fatto, diè a pensare a Buonaparte, il quale in fine, fatte sue considerazioni, si deliberava a levar il campo dalle rive della Brenta per andarlo a porre su quelle dell'Adige nel sito centrale di Verona. Per la qual cosa il dì 7 novembre molto per tempo mosse l'esercito verso Vicenza, e non fece fine al ritirarsi se non quando arrivò sotto le mura di Verona. Il seguitavano il giorno medesimo i Tedeschi; ed Alvinzi, cui erano pervenute le desideratissime novelle della vittoria di Calliano, ordinate varie mosse per dare diversi riguardi al nemico, ed apprestata eziandio quantità grande di scale, come se fosse per dare la scalata a Verona, già aveva mosso la vanguardia, e fatta posare nell'alloggiamento di Caldiero più vicino alla città.

Minacciato Buonaparte a stanca ed alle spalle da un generale vittorioso, a fronte da un generale, se non vittorioso, almeno più forte di lui, aveva tutti i partiti difficili. Ma non istette lungo tempo in pendente, perchè sapeva che i consigli timidi fanno i Franzesi meno che femmine, i generosi più che uomini. Si risolveva dunque a voler pruovare la fortuna a Caldiero. Il giorno 12 novembre, non così tosto aggiornava andavano i repubblicani all'assalto. Già Augereau aveva conquistato Caldiero; già Massena si distendeva a sinistra ed aveva circuito la punta dritta degli Alemanni, quando il tempo, che già era freddo e piovoso, si cambiava improvvisamente in minutissima grandine, che spinta da un vento di levante assai gagliardo, percuoteva nel viso i Franzesi e gl'impediva di vedere e di combattere con quell'ordine e con quel valore che si richiedevano. Le cose erano in grave pericolo; già pareva disperata la fortuna franzese; ma Buonaparte spinse innanzi a combattere la sessagesimaquinta, che fin allora aveva tenuto in serbo; rinfrescava ella la battaglia e la teneva sospesa fino alla sera, instando però sempre gl'imperiali grossi ed ordinati. Finalmente, pruovato grave danno, levandosi i repubblicani con tutto l'esercito da Caldiero, si ritraevano di nuovo a Verona.

Era a questo tempo caduta in grande declinazione e fatta molto pericolosa la condizione de' repubblicani. Poteva Davidowich prostrare improvvisamente i campi della Corona e di Rivoli e romoreggiare alle spalle di Buonaparte, mentre Alvinzi, grosso e vittorioso, lo assalirebbe di fronte, ed il manco che potesse avvenire era la liberazione di Mantova, scopo principale di tanti pensieri. L'animo stesso di Buonaparte, avvegnachè tanto vigoroso e forte fosse, da tristi pensieri annuvolato ed in gran malinconia venuto, incominciava a diffidar della vittoria. Ma se si era perduto in certo modo d'animo, non aveva perduto lamente e tosto trovava modo di riscuotersi; al che gli aprirono occasione le lentezze avversarie. Ebbe egli in questo ultimo punto un pensiero, si vede come da un solo concetto spesso pendano i destini degl'imperi, dal quale nacque inopinatamente la sua salute e quella de' suoi.

Aveva Alvinzi, dopo la giornata del 12, in mano sua tutto il destino della guerra; ma, invece di correre contro il nemico declinante e di non dargli respitto, soprastava inoperoso due giorni nelle stanze di Caldiero a deliberare intorno a quello che fosse a farsi. Ora Buonaparte, usando assai maestrevolmente l'occasione, ordinava una mossa, che convertendo del tutto le sorti, fece che siccome Alvinzi era padrone della guerra, dopo fosse Buonaparte; ed il generale tedesco, che poteva dare l'indirizzo alle fazioni militari, come conveniente gli fosse paruto, fu costretto ad obbedire a quello che fosse per dare il generale franzese. La notte adunque del 13, ordinava Buonaparte, e questo fu il pensiero salutifero, a Massena e ad Augereau, varcassero con tutte le genti loro l'Adige a Verona, corressero frettolosamente la destra del fiume fino a Ronco, quivi il rivarcassero sopra un ponte estemporaneo di piatte, e, passando per Arcole e per San Bonifacio, sovraggiungessero improvvisamente addosso a Villanova, alloggiamento principale degl'imperiali. Riuscirono improvvisi e senza che gl'imperiali sentore ne avessero, a Ronco i repubblicani, e tosto fatto un ponte, varcarono. S'incamminava Massena a Porcile, Augereau s'addirizzava verso Arcole; l'uno e l'altro dovevano ricongiungersi per marciare unitamente contro Villanova. La natura del paese pose impedimento all'esecuzione dell'intiero intento di Buonaparte, ma però non tanto che ei non conseguisse una somma e gloriosa vittoria, e con essa il principal fine del suo proponimento; per giovare al quale erasi deliberato, subito dopo il ributtamento di Caldiero, di far venire al campo principale tre mila soldatidi quelli che stavano sopra l'assedio di Mantova. In fatti era il giorno medesimo in cui Massena ed Augereau avevano varcato l'Adige a Ronco, che fu il 15 del mese, arrivato a Verona Kilmaine, con la sua schiera dei tre mila. Utile pensiero nè ultimo fu questo a conseguire la vittoria.

Intanto Augereau già era alle prese col nemico al ponte d'Arcole. Avevano gli Austriaci reso l'accostarsi difficile e micidiale. I primi repubblicani che si affacciarono, furono da un'immensa grandine di palle e di scaglia sfragellati. Disordinati e titubanti si allontanavano i Franzesi da un luogo di sì grave tempesta. Ma i capi, che sapevano di qual momento fosse e che l'impeto in tal caso era più sicuro dell'indugio, gli ricondussero allo sbaraglio; e per fargli andare avanti si fecero essi medesimi guidatori delle colonne. Ma nè il nobile coraggio loro potè operare in modo che si superasse quel mortalissimo intoppo: i granatieri stessi, scelta ed invitta gente, cedettero. Ricordavasi in questo punto Augereau del ponte di Lodi, e dato, di mano ad un'insegna, si piantava in mezzo al ponte, invitando i compagni a seguitarlo. Il seguitavano laceri e sanguinosi come erano. Ma i Tedeschi gli sfolgoravano novellamente per tal maniera, che tra morti e feriti l'abbattuta fu in poco d'istante sì grande che i superstiti spaventati, ed Augerau medesimo a tutta fretta si ritiravano. Seguitava un silenzio nelle genti, segno di scoraggiamento; già i capi temevano che succedessero grida assai peggiori del silenzio. Pressava il tempo; la fortuna di Francia inclinava ad una fatale rovina. Nè poteva dubitarsi che Alvinzi, subito che avesse avuto avviso del fatto, non fosse per venire con tutta la sua mole in aiuto de' suoi; e come potevano sperar i repubblicani di superar tutti quando una sola e piccola parte si mostrava insuperabile? Queste cose riandava in mente Buonaparte, nè curando la vita, nè curando la sicurezza dell'esercitoin sì estremo frangente, venuto là dove i più animosi lo potevano udire, disse loro ad alta voce:Or non siete voi più i soldati di Lodi? or dov'è il vostro coraggio?

Questo parlare di Buonaparte a Franzesi non potava non partorire un grandissimo effetto; si rianimavano anche i più timorosi: tutti gridavano, comandasse pure, li guidasse alla battaglia. Cominciava a sperar bene, si avventava egli il primo, attorniato dai principali verso il formidabil ponte. Ma primachè si muovesse al cimento fatale, comandava a Guyeux, che se ne gisse a varcar l'Adige al passo di Albaredo, ed evitato per tal modo l'Alpone, desse dentro alla impensata al fianco sinistro d'Arcole. Egli intanto, smontato da cavallo, e dato di mano ad un'insegna, e postosi in capo alla stretta fila, che sull'argine insistendo, si avviava al ponte, animava i suoi a seguitarlo. Nè furono lenti, anzi coi corpi loro serrandosi attorno a lui, i granatieri massimamente, coraggiosi per indole, furibondi per la resistenza, già facevano tremare coi tiri e col calpestio numeroso la destra sponda del contrastato ponte. Procedeva avanti quel globo formidabile; già metteva piede sul ponte, quando gli sopraggiunse adosso da fronte e dai fianchi un nugolo sì fitto di tedesche palle, tanto grosse quanto minute, che rotto e trafitto nelle più vitali parti, fu costretto a dare frettolosamente indietro. Sboccavano allora gli Austriaci dal ponte, e seguitando la vittoria, menavano con l'armi corte e bianche, strage di coloro che scampati alla furia delle artiglierie e degli archibusi si ritiravano. In quella feroce mischia era Buonaparte, per esortazione de' suoi rimontato a cavallo, e già cedeva all'impeto del nemico, quando un furioso caricare di scaglia rotti avendo, lacerati ed uccisi tutti coloro che gli stavano intorno, trovossi solo esposto al furore di tutte le armi nemiche. Ma il generale Belliard, accortosi del fatto, coi granatieri amatori del loro capitano supremo,voltato subitamente il viso e dato uo forte rincalzo ai Tedeschi, gli ributtavano di nuovo fino al ponte e impedivano un caso ponderosissimo; ricondotto Buonaparte dai soldati pieni di allegrezza ad un sicuro alloggiamento.

Non così tosto aveva Alvinzi avuto le novelle di un fatto tanto straordinario che costretto ad obbedire a quel nuovo corso di guerra, che con tanta audacia e perizia aveva il suo avversario aperto, dirizzava sei battaglioni di fanti sotto la condotta di Provera a Porcile, e quattordici battaglioni di fanti con sedici squadroni di cavalleria fidati a Mitruski a San Bonifacio per alla via di Arcole. Viaggiavano queste nuove schiere con molta prestezza, mentre si combatteva al ponte, e qualunque avesse a riuscire l'effetto della presenza loro sul campo di battaglia, già si comprendeva, che Buonaparte avea conseguito il suo intento di rompere ad Alvinzi il disegno di conquistare Verona e di unirsi con Davidowich.

Mentre in tal modo si combatteva ad Arcole ed a Porcile, dove Provera avea incontrato Massena che lo risospinse fin oltre Porcile stesso, erasi Guyeux, passato l'Adige ad Albaredo e comparso improvvisamente sotto le mura d'Arcole nel punto stesso in cui i difensori n'erano usciti per dar addosso alla risospinta schiera di Augereau, reso padrone facilmente della terra. Ma gli Austriaci, che ne conoscevano l'importanza, si muovevano col grosso delle loro forze da San Bonifacio e prestamente la ricuperavano. Già annottava: Buonaparte, perduta ogni speranza di acquistare Arcole in quel giorno, e temendo, giacchè era vicino lo esercito tedesco, di essere condotto a mal partito in mezzo all'oscurità della notte, riduceva tutte le sue genti sulla destra dell'Adige, lasciando solamente la duodecima alla guardia del ponte e la sessagesima quinta alloggiata in un bosco a destra dell'argine per cui si va ad Arcole.

Sorgeva appena il giorno 16 novembre,quando e Franzesi e Tedeschi givano di nuovo con animi infestissimi ad incontrarsi. Fu come quello del giorno precedente durissimo l'incontro dell'armi, combattendosi assai virilmente da ambe le parti. Fu il primo Massena a far piegare la fortuna in favore dei repubblicani risospingendo Provera sin dentro Porcile; il generale Robert assaltava i Tedeschi sull'argine di mezzo, e molti ne buttava nel pantano. Nè se ne stava Augereau ozioso; che anzi, opponendo valore a valore, già aveva risospinto gli Alemanni fin dentro ad Arcole e dava nuovo assalto al ponte. Ma quivi accadeva quello che era accaduto prima; che con tal furia menarono le mani gl'imperiali, condotti da Alvinzi medesimo, che i Franzesi se ne tornarono indietro dopo di aver patito un orribile macello. Parecchie volte andava alla carica Augereau, altrettante era costretto a cedere con istrazio maggiore.

Finalmente la sorte declinante della battaglia faceva accorto Buonaparte di quel che avesse a fare: si metteva alla opera del far gettare in copia fascine nell'alveo dell'Alpone verso la sua foce, con isperanza che avrebbero fatto un sodo sufficiente, perchè i suoi soldati potessero passare a man salva. Ma riusciva vano l'intento, perchè la corrente dell'acqua diveniva per quell'ostacolo tanto impetuosa, che il passare si trovò più difficile di prima. In questo mentre Alvinzi, volendo usar la occasione della diminuzione d'animo prodotta necessariamente nel nemico da tanti e sì mortali ribadimenti, usciva grosso da San Bonifacio, con intento di pruovare se gli venisse fatto di cacciar i Franzesi nell'Adige, od almeno costringerli a ripassare il ponte di Ronco. Ma fu pronto al riparo Buonaparte, e con alcune artiglierie piantate da lui in un luogo opportuno, faceva stare addietro i Tedeschi. Sopraggiungeva in fine la seconda notte, che faceva sosta al sangue ed alle morti.

Si avvicinava il giorno in cui dovevadefinirsi a chi dei due possenti nemici avesse a rimanere la possessione d'Italia. Non isbigottitosi Buonaparte a tante infelici pruove, usando l'oscurità della notte e la cessazione dell'armi, aveva fatto dar opera all'edificar del ponte con cavalletti ed assi sopra l'Alpone in poca distanza dal luogo dove mette nell'Adige. Si erano accorti i Tedeschi del disegno, e però, la mattina del 17, erano usciti di Arcole con intenzione di rituffare la duodecima nell'Adige. Ma le artiglierie franzesi trassero sì aggiustatamente che fu fatto abilità ai soldati di Buonaparte di racconciar il ponte, di conservare la duodecima e di varcare. Andavasi adunque alla battaglia terminativa.

Incominciava a colorirsi il disegno di Buonaparte: le cose succedevano come egli le aveva ordinate; perchè Provera non potè far frutto da Porcile, Augereau varcava l'Alpone, e la sessagesima quinta, condotta da Robert, rincacciava, marciando sull'argine, i Tedeschi sino al ponte d'Arcole. Ma gl'imperiali si scagliavano poi con tanto impeto contro di lei, che non solo fu risospinta fin là donde si era mossa, ma, disordinatamente fuggendo, già aveva dato indietro fino al ponte di Ronco. Seguitavano i Tedeschi questa parte di Franzesi che fuggiva, credendo di possedere la vittoria, mentre ella effettivamente già loro usciva di mano; imperciocchè Massena, che sapeva bene corre i tempi ed usarli con vigore, compariva improvvisamente sulla destra loro, la diciottesima li percuoteva di fronte, Gardanne, uscito dall'agguato in cui se ne stava, gli urtava sul fianco sinistro. Tanti contemporanei assalti disordinava la schiera tedesca, di cui parte si ritirava più che di passo verso Arcole, parte fu spinta nella palude vicina, dove divenne miserabile bersaglio e dell'artiglieria e dell'archibuseria di Francia.

Alvinzi manteneva tuttavia la battaglia contro Augereau che, varcato il ponte, si era condotto sulla sinistra dell'Alpone; ned era facile a Buonaparte disforzarlo, quando gli sovvenne uno stratagemma, e fu di mandare una compagnia di soldati a cavallo, acciocchè girando velocemente dietro il fianco degli austriaci, andasse a romoreggiar loro alle spalle con le trombe e con quel maggiore strepito che potesse. Un luogotenente Ercole, cui fu dato questo carico, lo condusse con quella celerità ed avvedutezza che meglio si potevano desiderare. Certo è intanto che, o che il romore improvviso di quest'Ercole o gli altri casi del conflitto sel facessero, gli Austriaci incominciavano a declinare manifestamente, ed infine a cedere il campo, se non con fuga, almeno con ritirata molto presta. Occupavano con infinita allegrezza i Franzesi il tanto combattuto Arcole e vi pernottavano. Ritirava Alvinzi le sue genti ad Altavilla, poscia a Montebello sul Vicentino.

La battaglia d'Arcole pose per allora in sicuro la fortuna franzese in Italia. Aveva bene Davidowich, calatosi da Ala il dì medesimo in cui Buonaparte vinceva ad Arcole, rotto e fugato Vaubois da Corona, poscia da Rivoli; scacciatolo dai monti di Campara con presa di undici cannoni e di due mila prigionieri, fra i quali si noveravano Fiorella e Lavallette; finalmente minacciato di riuscire alle spalle di Verona e di correre al riscatto di Mantova. Ma quello che sarebbe stato fatale ai Franzesi se fosse stato effettuato sei giorni avanti, non poteva partorire se non la ruina di Davidowich, effettuato essendo a questo tempo. E infatti, non così tosto ebbe Buonaparte vinto ad Arcole, che si rivoltava con le sue schiere vincitrici contro Davidowich, e, trovatolo a Campara, lo debellava. Si conduceva l'Austriaco prima a Dolcè, poi ad Ala, seguitato velocemente dai Franzesi che lo danneggiarono nella retroguardia. Essendo diventati novellamente i Franzesi padroni di tutto il Veronese, e la stagione correndo molto sinistra, condussero i due avversarii i soldati loro alle stanze. Fermossi Davidowich in Ala, Alvinzi inBassano con la vanguardia a Vicenza ed a Padova, ed il grosso sulle rive della Brenta. Stanziò Buonaparte nel Veronese, rimandata però la schiera di Kilmaine al campo di Mantova per istringere viemaggiormente l'assedio, della piazza che, siccome priva dell'aiuto d'Alvinzi, credeva aver tosto a venir in sua possanza.

Le armi infelicemente usate dall'Alvinzi non avevano tanto sbigottito l'imperatore, che non confidasse di poter soccorrere con frutto le cose d'Italia. Perocchè le sue genti erano tuttavia quasi intere, e la devozione dei popoli grande, e la somma della guerra consisteva in una vittoria, alla quale la volubile fortuna avrebbe, quando meno si pensava, potuto aprire il varco.

Il pontefice che volea piuttosto incontrare una guerra pericolosa che accettare condizioni inonorate e contrarie alla purità delle fede; Napoli che se fortuna voltasse il viso più benigno a coloro ai quali fino allora era stata avversa, non si dubitava che non fosse per mutar fede, confortavano l'Austria a fare un nuovo sforzo anche prima che la stagione si fosse intiepidita. Solo dava timore la piazza di Mantova, che si sapeva essere ridotta agli estremi. Ma Wurmser non indugiava a torre in questo proposito ogni dubbio: assaltava i giorni 19 e 25 novembre con quasi tutto il presidio i repubblicani a Sant'Antonio ed alla Favorita, ed, avendoli fatti piegare, predava ed introduceva dentro la piazza non poca quantità di viveri; ed avendo poi avuto avviso che erano arrivate nel porto alcune barche cariche di munizioni da bocca ad uso dei Franzesi, usciva nuovamente molto grosso l'11 e 14 dicembre, e le predava: prezioso sussidio alla sue affamate genti.

L'imperatore, cui era gravemente spiaciuta la tardità di Davidovich, lo richiamava e gli dava lo scambio nel principe di Reuss. Malgrado l'infelice successo della guerra testè terminata con la sconfitta d'Arcole, serbava fede ad Alvinzi, il quale si deliberava a nuovi disegni,e che, per arrivare a' suoi, fini aveva cinquanta mila combattenti, se non tutti sperimentati, almeno tutti ardenti. Maravigliosa cosa è il pensare come l'Austria, dopo tante rotte, abbia potuto raccorre in sì breve tempo un esercito sì grosso. Ma dal Reno erano venuti più di tre mila soldati, quattro mila dall'Ungheria: gli altri Stati ereditarii fornivano a proporzione. Risplendè principalmente la fedeltà e l'ardore dei Viennesi, perchè quattro mila giovani delle prime famiglie, lasciati, in sì grave pericolo della patria, gli agi e le morbidezze, e prese le armi, accorrevano bramosamente fra le nevi del Tirolo, e fra i veterani dell'esercito al voler riconquistare al loro signore la perduta Italia; e benchè i maligni si facessero beffe di questa gente, giovinastri chiamandoli e ciamberlani, si vide alla pruova ch'erano valenti soldati.


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