MDCCXCVII

MDCCXCVIIAnno diCristoMDCCXCVII. Indiz.XV.PioVI papa 23.FrancescoII imperatore 6.Erasi il generale repubblicano ingrossato per nuove genti venute di Francia: nonostante non arrivava il suo esercito al novero di quello d'Alvinzi, perchè, passando quarantacinque mila non arrivava ai cinquanta. L'aveva egli spartito in cinque, schiere principali, una delle quali, governata da Serrurier, teneva il campo sotto Mantova; l'altra con Augereau stanziava a Verona, distendendosi verso le regioni inferiori dell'Adige; la terza, retta da Massena, alloggiava pure in Verona, ma spingeva le sue genti innanzi per sopravvedere quello che fosse per annunziare la guerra dalle sponde della Brenta; la quarta, che obbediva a Joubert, surrogato a Vaubois, guardava le fauci del Tirolo, avendo il campo alla Corona, a Rivoli e nei luoghi intermezzi; la quinta finalmente, quale corpo di ricuperazione, e per assicurare la destra del lago, aveva le sue stanze a Brescia, Peschiera, Desenzano, Salò e Lonato.Da tutto questo si può conoscere che Buonaparte si era persuaso che lo sforzo dei Tedeschi avesse a indirizzarsi contro Verona; ma però, siccome astuto e prudente capitano, aveva ordinato i suoi per forma, che, se la tempesta si scagliasse dal Tirolo, fossero in grado di resisterle, perchè e Joubert era grosso di dieci mila soldati, ed Augereau e Massena potevano arrivare prestamente in soccorso di lui a Verona. Il primo a dar le mosse alla sanguinosa guerra che siam per vedere fu Provera, che, partito da Padova il dì 7 gennaio, si dirizzava verso Bevilacqua, terra posta sul rivo che chiamano la Fratta. Era in Bevilacqua il generale Duphot con una squadra che servia come antiguardo al presidio di Porto Legnago. Il dì 8 sul far del giorno il principe Hohenzollern marciava contro Bevilacqua difesa da un picciolo castello; trovato per istrada un grosso corpo repubblicano, che gli voleva far contrasto, dopo un aspro combattimento lo fugava. Al tempo medesimo il colonnello Placseck sulla sinistra s'impadroniva del posto di Caselle, e sulla destra un capitano Giulay occupava i passi di Merlara e di San Salvaro. Frattanto i Franzesi si erano rinforzati a Bevilacqua; ma assaliti in diverse parti dagli Alemanni, fu loro forza di pensare al ritirarsi, e si ridussero a Bonavigo, ed a Porto Legnago, non senza grave danno. Conseguiti questi primi vantaggi, confidava Provera di poter presto passar l'Adige tra Ronco e Porto Legnago. Era, quando seguirono queste prime battaglie, Buonaparte a Bologna, intento ad ordinar la guerra contro il papa, e non così tosto ne ebbe avviso, che, giudicando bene del tempo, comandava a due mila soldati, che già aveva indirizzato contro gli Stati della Chiesa, retrocedessero e gissero a congiungersi con Augereau, che difendeva le rive dell'Adige assaltate da Provera.Buonaparte, poichè tanto stringeva il tempo, e le cose se gli dimostravano pericolose, condottosi celeremente, e soprastatoalquanto al campo di Mantova per ordinar quello che fosse a farsi in tanto pericolo, s'avviava a Verona la mattina del 12, dove trovava Massena alle mani coi Tedeschi venuti a Bassano. Trovavasi l'antiguardo di Massena a San Michele, poco distante da Verona, quando, assalito dai Tedeschi, fu costretto a ritirarsi. Ma Massena, uscito fuori con tutti i suoi, attaccava la battaglia che fu molto aspra e sanguinosa; rimasto il campo ai Franzesi.Non insistevano maggiormente gl'imperiali, contenti all'aver fatto credere al nemico che lo volessero assalire fortemente e grossi in questa parte. Si ritraevano per iscaltrimento indietro alle montagne; anzi una parte, guidata da Quosnadowich, si conduceva celeremente e con molta prestezza per la valle della Brenta a rinforzare Alvinzi in Tirolo. Nè qui si arrestavano gli Austriaci, perchè sulle due ali estreme Provera varcava l'Adige il dì 13, non senza molta difficoltà. Alvinzi sforzava le strette della Corona con avere obbligato Joubert a ritirarsi sull'alloggiamento forte e fortificato di Rivoli. Pendeva in tal modo incerto Buonaparte del vero intento dell'avversario; nè sapendo a qual parte volgersi, se ne stava tuttavia a Verona, aspettando che il tempo e più aperte dimostrazioni degli Austriaci gli dessero maggior lume. Nè tardava ad essere appagato del suo desiderio; perchè, in primo luogo, un Veronese, amatore dei Franzesi e congiunto d'antica amicizia con Alvinzi, si era segretamente condotto a Trento per visitarlo, ed ivi soprastato essendo tre giorni, ebbe trovato modo di copiare tutto il disegno di guerra del generale austriaco, il quale disegno, tornatosene a Verona, consegnava ad un Pico, Piemontese, che incontanente lo dava in mano del generalissimo di Francia. Giungevano, in secondo luogo, lettere espresse di Joubert, che portavano quanto grossi fossero comparsi gli Austriaci alla Corona.Buonaparte allora, solito a spingerecon incredibile celerità sempre innanzi le occasioni, comandava a Massena corresse con tutta la sua schiera a Rivoli più prestamente che potesse. Lo stesso ordine mandava a Rey, che se ne stava alle stanze di Desenzano e di Lonato. Egli poi, la notte medesima del 15, si incamminava frettolosamente a Rivoli per ivi sostenere la fortuna vacillante. Alvinzi aveva ordinato talmente i suoi, che una parte urtasse contro il forte passo di San Marco occupato dalla vanguardia di Joubert, e che è la chiave di chi scende dal Tirolo verso Verona; l'altra, condotta da Liptay, girasse sui monti per andar a ferir alla schiena il rimanente corpo di Joubert, che alloggiava in Rivoli. Un'altra colonna grossa di quattro mila soldati, e governata dal generale Lusignano, girando più alla larga, doveva riuscire più alle spalle dei Franzesi per la valle del Tasso. Arrivava intanto Quosnadowich e romoreggiava alla sinistra dell'Adige. Aveva infatti Alvinzi con un urto gagliardo acquistato il passo di San Marco. Ma non era ancora spuntato il giorno 14, che Buonaparte già ingrossato dalle genti più leggieri di Massena, aveva dato dentro a San Marco, e dopo un grave conflitto se n'era impossessato. Si accorgeva allora Alvinzi che i suoi pensieri erano stati penetrati, e che, invece di avere a combattere col solo Joubert, gli era forza di sostenere l'impeto della maggior parte dell'esercito repubblicano. Ciò cambiava le sue sorti. Tuttavia, non diminuendo per questa difficoltà della speranza di vincere, ed essendo già presente il nemico, non aveva più comodità di cambiare l'ordine incominciato della battaglia, e dovette far fronte con mosse non acconcie ad un caso inaspettato.Già si combatteva asprissimamente dalle due parti alle cinque della mattina, e siccome gli Austriaci, per ordine del loro generale, puntavano massimamente contro la sinistra dei Franzesi, per secondare le colonne che giravano alle spalle, così quest'ala franzese ed anche la mezzanapativano grandemente, e già, crollandosi, si ritiravano indietro disordinate. Pareva la fortuna inclinare a favore dei Tedeschi; mosso Buonaparte dall'estremo pericolo, comandava a Berthier sostenesse l'inimico in mezzo. Egli poi accorreva alla sinistra, che tuttavia sempre più piegava e pericolava. Sosteneva Berthier un urto ferocissimo. Questo sforzo e la terribile trigesimaseconda, che arrivava, ristoravano in questo luogo la battaglia che inclinava. Ma la sinistra continuava a cedere del campo: era sempre il rischio estremo, quando ecco arrivare a gran tempesta Massena, ed entrare su questa parte nella battaglia. Quivi risvegliatasi in lui la solita caldezza, e combattendo con grandissimo valore, fe' strage orribile del nemico, e ricuperò alcuni dei siti perduti sulle eminenze. Mentre Massena reintegrava la fortuna e guadagnava del campo a sinistra, il mezzo e la destra dei repubblicani acremente incalzati si ritiravano, e già gli Austriaci erano in punto d'impadronirsi dell'eminenza di Rivoli ch'era, a chi l'avesse in poter suo, la vittoria della giornata. In questo momento compariva sulle alture Liptay, e mettendosi alla scesa, già era vicino a ferire l'ala sinistra dei repubblicani. Quest'era il momento determinativo della fortuna. Benchè Alvinzi si trovasse colle schiere divise, perchè le aveva ordinate piuttosto a circondare che a combattere, tuttavia, spingendosi avanti con mirabile coraggio, avevano recato in poter loro il fatal Rivoli; ma Buonaparte, veduto che poteva, per la separazione delle colonne nemiche, riunire i suoi in un grosso corpo senza pericolo, il fece, e ricuperava con breve battaglia Rivoli. Spinsero di nuovo avanti i Tedeschi, e dopo, una mischia spaventevole, se lo pigliavano una seconda volta. Buonaparte, che vedeva stare ad un punto la fama e la fortuna sua, comandato a Berthier che trattenesse con la cavalleria i Tedeschi nel piano che fra le alture a sinistra e Rivoli a destra si apre, acciocchè non potessero aiutare i difensoridi Rivoli, adunava in un solo sforzo tutti gli squadroni che potè raccorre in quel momento, ed uniti e grossi li conduceva contro Alvinzi, occupatore per la seconda volta del contrastato passo. Là erano le sorti d'Italia e di tutta la guerra, là di Mantova si definiva. Mai più ostinatamente o più coraggiosamente come in questo fatto si combattè. Ebbero l'uno assalto e l'altro felice fine pei buonapartiani, perchè Berthier frenava il nemico nel piano, e Joubert, cacciato a forza il nemico da Rivoli, se ne impossessava.Intanto già si era per modo accostato Liptay, che incominciava a percuotere l'ala sinistra de' Franzesi non ancor del tutto rimessa in ordine dal precedente scompiglio; e tra per questo e per Lusignano, che già si approssimava, a grande repentaglio eran ridotte le franzesi sorti. Ma le ristorava, secondo il solito, quel Massena, che sforzava Liptay a ritirarsi e ricovrare a Caprino. Prevedendo poi l'arrivo di Lusignano, andava a porre alcune sue genti su certi colli pei quali si poteva riuscire dietro a Rivoli. A questo modo la fortuna, che sul principio e per parecchie ore aveva inclinato a favor degl'imperiali, voltato il viso, guardava propizia i repubblicani, per opera principalmente di Buonaparte. Rimaneva Lusignano, che poteva ancor disordinare la vittoria, se non avesse avuto con la rotta di lui la sua perfezione. Infatti compariva, già erano le nove della mattina, con terribile mostra, dopo di aver varcato i monti, nella terra di Pesena, e già s'incamminava più sotto, verso Affi. Nè il frenava il presidio alloggiato a Rocca di Garda; ma dopo un grosso affronto a Calcina, aveva continuato il suo viaggio, e già pervenuto sul monte Fiffaro a fianco ed alle spalle di Rivoli, rendeva dubbia la vittoria.Mentre così in una battaglia già tante volte vinta e perduta stavano ancora sospese le sorti, arrivava Rey, che, come abbiamo narrato, per ordine di Buonaparte veniva da Desenzano e Lonato inluogo donde già poteva essere di sussidio a' suoi. Velocemente marciando, superati i monti di Cavaglione colla rotta de' Croati, che li guardavano, aveva trovato modo di aprirsi la strada fino a Massena. Si avventavano allora tutti ad un tempo contro Lusignano, Massena da una parte, Mounier dall'altra, Rey alle spalle per forma che, attorniato da tutte le bande, soperchiato dal numero soprabbondante de' nemici, fu costretto a cedere, deponendo l'armi e dandosi con tutti i suoi prigionieri in poter de' repubblicani. Dava questo fatto piena vittoria a Buonaparte, il quale, ritirandosi tutta la restante oste d'Alvinzi rapidamente verso la parte più alta e più aspra del Tirolo, ed avute le novelle dell'accostarsi di Provera a Mantova, con celerità eguale a quella con cui aveva camminato da Verona a Rivoli correva da Rivoli a Mantova, conducendo con sè Massena e la sua schiera, tanto sicuro fondamento alle vittorie.Intanto Joubert, al quale partendo aveva dato il carico di perseguitar l'inimico, mandava sui monti a sinistra Murat coi soldati più veloci, i quali, dato dentro negli Austriaci, li rompevano con grande terrore. Fu generale la sconfitta, e, se si eccettuino dieci battaglioni ed otto squadroni che il giorno innanzi aveva Alvinzi spedito a Bassano per assicurare quel passo, nissun reggimento si ritirava che intero ed ordinato fosse. Entrava poi Joubert in Trento con bella e lieta mostra guerriera.Spente le speranze dell'Austria nei campi di Rivoli, si ravvivavano alcun poco, ma per breve tempo, nelle regioni vicine a Mantova. Erasi Provera accostato all'Adige coll'intento di varcarlo per accorrere prestamente al sussidio di Mantova. Simulava, per ingannare Augereau che stava schierato sull'altra riva, ora accennando a Ronco, ora a Porto Legnago. Ma finalmente, gittatosi improvvisamente ad Anghiari, e fatto star indietro con le artiglierie i Franzesiche dall'opposta riva lo oppugnavano, vi piantava il ponte, e varcava, come abbiam detto, il giorno 13 di gennaio. Non così tosto ebbe Provera effettuato il passo, che, chiamate a sè le bande spartite, marciava velocemente alla volta di Mantova; perciocchè nella celerità era riposta la vittoria. Passava per Cerea, Sanguineto e Nogara: alloggiava in questa ultima terra la notte del 14. Il dì 15, continuando a viaggiare molto per tempo e prestamente, passato Castellara, compariva in cospetto di San Giorgio, sobborgo di Mantova. Il seguitavano più che di passo Guyeux ed Augereau, e sebbene non potessero giungere il corpo principale, davano nondimeno addosso al retroguardo, e tutto lo ridussero, armi, soldati e munizioni, in potestà loro. Tuttavia era ancor Provera grosso di più di cinque mila soldati. Ma Buonaparte, con celerità, unica quasi nelle storie, marciando, arrivava contra di lui la notte del 15, e da ogni parte il circondava. Splendeva il giorno 16: Wurmser e Provera assaltavano la Favorita e Sant'Antonio. Fu tanto impetuoso l'assalto del maresciallo, che Dumas posto alla guardia di Sant'Antonio fu costretto a piegare, lasciando le trincee in mano dei Tedeschi. Mandava Buonaparte un rinforzo di genti fresche a Dumas, con le quali potè raffrenare l'impeto del nemico, ma non tanto che Wurmser non arrivasse sino in cospetto della Favorita; già anzi si accingeva ad assaltar alle terga i repubblicani che guardavano quelle fortificazioni. Ma non era passato con la medesima felicità l'assalto dato alla fronte della Favorita da Provera, perchè, ributtato aspramente da Serrurier, che stava dentro, non potè far frutto. Wurmser, combattuto validamente da Victor venuto con le genti da Rivoli, temendo di esser tagliato fuori da Miollis, che poteva uscire da San Giorgio, ed assalito a mano manca da Massena, si riduceva prontamente in Mantova.I Franzesi, liberati dagli assalti di Wurmser, stringevano viemmaggiormenteProvera. Percuotevanlo a fronte Serrurier, a stanca Victor, a destra Miollis, e già tempestando alle spalle Augereau, che arrivava da Castellare, gli faceva segno che l'arrendersi era più sicuro del combattere. Pure perseverava, volendo, se la malvagità della fortuna lo sforzava a depor le armi, averle almeno usate da guerriero franco e valoroso. Finalmente, costretto dalla forza sopravanzante, chiedeva i patti, e gli otteneva. Fecero conspicua la vittoria meglio di cinque mila prigionieri, dei quali non poca parte erano i volontarii di Vienna. Grave ed importante vittoria, perchè Mantova restava senza rimedio; tutta l'Italia in balia dei repubblicani: di una parte erano padroni per la presenza, dell'altra pel terrore.Combatterono gli Austriaci in tutte le fazioni raccontate con molto valore; nè si può negare che i disegni dei capitani loro fossero bene ordinati; ma mancarono di effetto, primieramente perchè penetrati, secondariamente per l'incredibile celerità di Buonaparte e de' suoi soldati. Perdettero gl'imperiali in tutte le descritte battaglie, inclusa quella di Provera, tra morti, feriti e prigionieri circa venti mila soldati, con sessanta bocche da fuoco e ventiquattro bandiere. Tutti i volontarii viennesi furono o morti o presi. Scriveva Buonaparte essere mancati de' suoi, tra morti e feriti, solamente due mila; ma furono assai più, e se si noveravano i prigionieri, che però montavano a poca gente, fu perdita di più di sei mila soldati.In modo tanto misero si terminava il quarto sforzo dell'Austria a difesa e a ricuperazione de' suoi Stati italiani. Ma Buonaparte non era di natura tale che volesse lasciare l'opera imperfetta. Per la qual cosa, risolutosi a non dar posa al nemico, se non quando ei fosse giunto in luoghi del tutto insuperabili, e volendo anche avere un campo più largo a cibare i soldati nelle veneziane pianure, si spingeva oltre, perseguitando le reliquie dei vinti, i quali, incalzati da tutte le parti,più non ebbero altro rimedio che di ritirarsi, come fecero, alle regioni più rotte e quasi del tutto chiuse appresso a Bolzano. I soldati dell'imperatore, abbandonate intieramente le rive della Brenta, e financo le sue sorgenti, si riposarono nelle invernali stanze, avendo la fronte loro distesa dai luoghi più alti della riva destra del Lavisio, passando per le fonti della Piave vicino a Cadore e per la sinistra di questo fiume fino alla sua foce. Quivi stavano aspettando ciò che fossero per portare con sè la stagione migliore e la fortuna fino allora vittoriosa dello arciduca Carlo, che già si vociferava avere ad essere fra breve capo dell'esercito italico. I Franzesi, signori di Bassano e di Treviso, attendevano anch'essi, essendo, pel sopravvenire della vernata, divenuti i tempi sinistri, dall'un de' lati a riposarsi, dall'altro a ridurre in potestà loro Mantova, a soggezione il papa.Buonaparte, conoscendo che dopo la rotta tanto compiuta degli Austriaci, era Mantova divenuta sua certa preda, si voltava incontanente contro il pontefice per condurre a fine con l'armi quello che aveva incominciato col terrore per la rivoluzione di Modena e delle due legazioni di Bologna e di Ferrara. Era entrato in Roma uno spavento grande dopo la sconfitta degl'imperiali; se ne stava dubbio il pontefice del partito che avesse ad abbracciare. Pure si deliberava a mostrar il viso alla fortuna, perchè con un vincitore fantastico forse la pace non sarebbe stata peggiore dopo che prima del combattimento. Colli dava speranza di poter opporsi con qualche frutto, prendendo i luoghi e fortificando gli alloggiamenti. Fors'anche credeva Pio che Buonaparte non si sarebbe ardito di precipitar Roma agli estremi. Oltre a tutto questo, non si ingnorava pel pontefice che, quantunque il governo da Francia fosse divenuto tanto potente per le armi, una debolezza interna il rendeva vacillante, e questa consisteva nelle credenze cattoliche, che per le persecuzioni e per le disgrazie, eranoripullulate in Francia: il che rendeva necessario il venire ad una composizione con Roma.I consiglieri del Vaticano si prevalevano dell'efficacia di queste opinioni, e si mettevano al fermo di non voler accettare le condizioni proposte dal direttorio. Ma a Buonaparte, che ora obbediva al suo governo ed ora no, piaceva la guerra col pontefice, per ampliazione di fama, malgrado le dolci parole che indirizzava ora al cardinal Mattei, ora al pontefice medesimo. E se si considerano le scritture in numero quasi infinito che ogni giorno si pubblicavano nei paesi conquistati contro il papa e contro le romane cose, non si potrà in alcun modo dubitare dei pensieri sinistri che il generale repubblicano nutriva contro Roma. Anzi procedeva tanto oltre in questo la sfrenatezza, che sul gran teatro di Milano, a ciò stimolando i capi franzesi che comandavano in questa città, si dava un ballo in cui erano sconciamente scherniti il papa ed i cardinali. Costoro adunque, che per tutti i modi s'ingegnavano d'ingannare e di distruggere il papa, si recavano poi a male ch'egli tentasse di assicurarsi per mezzo di un'alleanza coll'Austria. Una lettera che il cardinal Busca, segretario di Stato, scriveva al prelato Albani mandato dal papa a Vienna, ed intrapresa da Buonaparte, dava occasione al generalissimo di levar rumore.Buonaparte, usando la occasione della lettera intercetta, e liberato dal timore delle armi austriache, sdegnosamente dichiarava a Bologna: essere rotta la tregua col papa; si apparecchiava a fargli la guerra. Allegava, avere il pontefice ricusato l'esecuzione de' capitoli ottavo e nono della tregua; gridato la crociata contro i Franzesi; mandato le sue genti a minacciar Bologna; intavolato un trattato con l'Austria; condotto generali ed ufficiali austriaci al suo soldo; ricusato di rispondere alle proposizioni di Cacault, ministro di Francia a Roma. Delle quali cose si può dire che se Buonaparte pretendevache il pontefice fosse in condizione ostile contro i Franzesi, aveva ogni ragione, ed anche aveva ragione di correre alle armi contro il pontefice, giacchè il pontefice se ne stava armato contro Francia. Ma accusarlo di non aver mandato ad esecuzione certi capitoli della tregua, non può esser altro se non una seduzione d'intelletto o un abuso di forza; perchè que' capitoli in ciò consistevano: che il pontefice desse milioni di denari e vettovaglie ai repubblicani. Ora il trattato proposto o, per meglio dire, imposto dal direttorio al pontefice, non essendo stato accettato, non si sa comprendere com'ei dovesse somministrar mezzi al suo nemico di nuocere a sè medesimo. Delle altre accuse date a Pio questo si può affermare, che, poichè l'immoderanza del direttorio avea fatto la pace impossibile, e la guerra inevitabile, non solo poteva, ma doveva usare ogni modo per restare assicurato delle cose contro la prepotenza altrui.Intanto Buonaparte intendeva alle sue preparazioni: circa venti mila soldati stavano pronti a correre contro il papa; e fra i buonapartiani erano molti soldati italiani delle due repubbliche transpadana e cispadana. Buonaparte richiamava da Roma Cacault. Erano nell'oste destinata a far la guerra al papa cinque legioni di fanti franzesi, due di cavalli, tre battaglioni di fanti lombardi, altrettanti di cispadani, con pochi cavalleggieri delle due repubbliche. Comparivano inoltre due compagnie di fanti polacchi, raccolte di disertori e prigionieri austriaci: questo fu il primo principio di quella legione polacca che condotta da Dombrowsky, si acquistò poscia nome nelle guerre italiche. Adunato il generalissimo tutte queste genti in Bologna, le spingeva oltre contro lo Stato ecclesiastico, partite in tre schiere, alle quali aveva preposto Victor, testè fatto chiaro per la vittoria della Favorita. Guidava la prima Lannes, la seconda Fiorella, la terza La-Salcette. Ordinavasi una banda di corridori e feritorialla leggiera, che, composta di Lombardi, aveva, sotto il colonnello Robillard, carico di sopravvedere il paese ed ingaggiare le prime battaglie. Marciavano il dì primo febbraio; occupata facilmente Imola, si avviavano alla volta di Faenza per combattere i pontificii che stavano accampati sulle rive del Senio. Tenevano Lannes e Fiorella la strada maestra per a Castelbolognese, La-Salcette i colli a destra. L'intento loro era d'assaltar di fronte il nemico, e nel tempo medesimo, esplorando i luoghi sul fiume, riuscirgli alle spalle. Ma siccome Buonaparte più temeva i popoli che i soldati, così mandava fuori un bando, parte amichevole, parte minaccioso, col quale dall'un canto annunziava alle terre pacifiche pace ed amicizia, dall'altro alle ostili rigore e vendetta.Intanto a Mantova l'infelice battaglia della Favorita aveva persuaso a Wurmser che, per la carestia de' viveri, la dedizione era inevitabile. Ciò nonostante, quel suo invitto animo non ancora si sgomentava, deliberato a patire qualunque estremità, prima di arrendersi. Eppure le cose sue erano ridotte in angustissimo luogo: il presidio scemato per morti frequenti, infievolito da febbri mortalissime gli ospedali, le case tutte piene di soldati moribondi, chi non inabilitato dalla malattia, inabilitato dalla disperazione; la ultima fame già tormentava, oggimai erano consumati tutti gli alimenti, gl'infermi si moltiplicavano ogni momento, mancavano per loro i rimedii. A tale era giunta la penuria della piazza, che un uovo si vendeva uno scudo, un pollo quattro, e non se ne trovava; solo pane era di saggina, sola carne di cavallo, fresca e poca pei ricchi, salata e poca pei poveri. Si appiccavano i morbi dai soldati ai cittadini: era in ogni luogo uno squallore, un fetore, una miseria, che male si potrebbe con le parole descrivere. Ecco intanto arrivare le acerbe novelle a Wurmser, essere state predate sul lago trentadue barche cariche di vettovaglie,che Alvinzi, quand'era in possessione delle rive, aveva inviato in soccorso della travagliata Mantova. Questo accidente, che toglieva al capitano dell'Austria la speranza con la quale si sostentava nella estremità della fame, il fece accorto che gli era oggimai necessità di mandar a prendere accordo co' Franzesi, poichè certamente il poteva fare senza macchia dell'onor suo. Mandò dunque dicendo a Serrurier che darebbe la piazza con certe condizioni che non volle il generale repubblicano consentire, parendogli troppo alte; pure finalmente si convenne tra Wurmser e Serrurier in questa sentenza: darebbe il maresciallo ai Franzesi la città, la fortezza e la cittadella; uscirebbe il presidio onoratamente secondo gli usi di guerra, deporrebbe le armi fuori della barriera, restasse prigioniero fino agli scambii; uscisse libero Wurmser, e con lui liberi i suoi aiutanti, duecento soldati a cavallo, cinquecento altre persone a sua elezione; solo contro la Francia per tre mesi non militassero; gissene securamente il presidio a Gorizia per Legnago, Padova e Treviso; curassersi umanamente i malati ed i feriti; fosse data venia a ciascuno delle cose fatte, e niun Mantovano potesse esser ricerco, nè molestato per opinioni o per fatti a favor dell'imperadore: condizioni onorate conformi all'onorata difesa.Usciva Wurmser circondato da' suoi liberi soldati: ammiravano in lui la fortezza e la volontà egregia con un corso di fortuna troppo indegnamente contraria. Debbonsi lodare i vincitori che con più cortese dimostrazione il vecchio prode ed infelice guerriero onorarono. Buonaparte stesso non ommise di esaltare il guerriero austriaco, scrivendo al direttorio, con altre cose, avere con intento proprio voluto dimostrare la franzese generosità verso il vecchio Wurmser, generale di settant'anni, segno d'avversa fortuna, d'animo invitto. Così Mantova, combattuta dalla forza e dalla fame, venne in potestà della repubblica.Torniamo ai travagli ch'erano in Roma. L'esercito pontificio si era, come abbiam narrato, accampato sulla destra dei Senio, pronto a difendersi, non ad offendere. Avevano i soldati del pontefice, in numero di sei in sette mila fanti e cinquecento cavalli, munito il ponte del Senio sopra e sotto con buoni ridotti e con quattordici pezzi di artiglieria. Un altro pezzo assicurava il ponte medesimo che guarda quasi per diritto la strada di Faenza. Avevano pur fatto un fosso ed altre fortificazioni ancora. Il generale di Francia, come prima giunse ad un quarto di miglio da Caslelbolognese, arrestava il passo a Lannes ed a Fiorella, e mandava avanti Junot con un buon reggimento di cavalleria ad ordinarsi in battaglia a sinistra della strada vicino al ponte, ma oltre il tiro delle artigliere pontificie. Robillard schierava, non fitti, ma larghi, duecento feritori alla leggiera lungo il fiume sulla riva sinistra. Voleva Victor che costoro facessero opera di passare a qualche agevole guado, poichè pei tempi secchi era il fiume guadoso in molti luoghi. Non così tosto si affacciarono al fiume, che pioveva loro addosso una tempesta di palle; già piegavano: ma incuorati dai capi, erano tutti soldati di Lombardia, tornavano al cimento, e non solamente sostenevano quel duro bersaglio, ma cacciatisi nel fiume, che correva molto rapido, il passarono. Del quale ardimento sbigottiti i soldati del papa, abbandonavano il fosso per ricoverarsi nei ridotti; al che tanto più volontieri ne vennero, quanto più Victor, accortosi del fatto, e non volendo lasciar soli al pericolo i primi feritori, aveva ordinato alla quinta dei leggieri che varcasse ancor essa. Ma i pontificii, siccome il fosso era stato scavato per diritto e perpendicolarmente ai ridotti, nè l'avevano munito con le necessarie traverse, si trovavano esposti a tutto il bersaglio dei feritori nemici; il che li fece disordinare e sbigottire vieppiù. In questo la cavalleria del papa, mossa da uno spavento repentino, si mettevain fuga. Victor, conosciuto che quello era il tempo buono per vincere, mandava a dar la carica al ponte due compagnie di Lombardi, due di Polacchi. Non contrastarono più a lungo le truppe pontificali il passo, e si ritirarono con grave disordine e precipitosamente a Faenza. Non poterono tostamente seguitarle i repubblicani per la difficoltà delle strade.Superato il Senio, s'appresentavano i repubblicani alle porte di Faenza, le quali atterravano coi cannoni, ed entrarono nella terra abbandonata dal presidio pontificio. Fu notabile in Faenza, città nobile e ricca, la moderazione del vincitore; conservò intatte ed inviolate le proprietà e le persone; anzi Buonaparte, fatti venire a sè i preti ed i frati, li confortava a star di buona voglia, dimostrando volere che da tutti la religion si rispettasse ed i suoi ministri si beneficassero. Davansi facilmente, discorrendo i Franzesi per tutto il paese come folgore, Forlì, Cesena, Rimini, Pesaro, Fano, Sinigaglia, quantunque il passo di quest'ultima fosse munito di buoni difensori. Si era Colli tirato indietro fino ad Ancona, sperando di poter quivi fare qualche resistenza. Prevedendo intanto il pericolo della Casa di Loreto, intorno alla quale non ignorava i pensieri rapaci manifestati già fin dal principio dell'anno precedente dal direttorio, aveva spacciatamente comandato che, posti sui carri gli arredi e le reliquie più preziose, s'indrizzassero alla volta di Roma. Stava Colli accampato sulla Montagnola con cinquemila soldati e sette pezzi di buone artiglierie. Ordinava Victor agl'Italiani ed ai Polacchi andassero all'assalto: le genti grosse, girando a destra, facevano sembianza di voler riuscire alle spalle dei pontificii. Fu debole la difesa, perchè i soldati di Colli, spaventati dalla rotta precedente, si ritirarono in gran fretta: appena Colli fu a tempo di vuotare Ancona e la cittadella. Se ne impadronirono i repubblicani. Il generale della Chiesa, come prima potè raccorre i soldati disordinati, anduva a porre il campo tra Foligno eSpoleto. La Marca, tutto il ducato di Urbino, eccettuata la metropoli, la più gran parte dell'Umbria venivano sotto l'obbedienza della repubblica. Espilavasi Loreto. La statua della Madonna, con alcuni altri capi più singolari trascelti dai commissari Monge, Villetard e Moscati, si avviavano alla volta di Parigi. Del resto si mostrava assai continente Buonaparte, minacciando morte ai soldati che facessero sacco. Piantava Victor il suo principale alloggiamento a Foligno.Andando tanto impetuosamente in precipizio lo Stato pontificio, un alto terrore assaliva Roma. Già pareva ai Romani che quel primo seggio della cristianità dovesse andare a sacco ed a fuoco. L'erario, le suppellettili preziose, le lauretane ricchezze si avviavano a gran pressa verso Terracina. Nè i ricchi se ne stavano, perchè ancor essi incamminavano le suppellettili più nobili e più care, e così le persone al medesimo viaggio. In mezzo a sì grave precipizio, uscivano ad ora ad ora, come suol accadere in simili casi, voci più spaventose ancora, che già i nemici fossero alle porte, e chi diceva di averli uditi, e chi di averli veduti. Raddoppiavansi il terrore, le grida, la confusione, la fuga: pareva ad ognuno che già spenta fosse ogni salute, che già Roma, l'antica madre, rovinasse.In caso tanto lagrimevole e spaventoso, potendo i Franzesi a volontà loro correre per tutto lo Stato ecclesiastico, non era più luogo ad altra deliberazione se non di piegarsi a quella dura necessità. Si mostrava costante il pontefice nel non voler consentire a quelle condizioni che nel modello del trattato imposto dal direttorio erano a lui parute contrarie alle dottrine della sedia apostolica ed alla consuetudine della Chiesa. Quanto agl'interessi temporali, preponendo il titolo della salvezza di Roma a qualunque altro rispetto, si preservasse con opportune concessioni, sclamava, la città; alla concordia con Buonaparte si provvedesse. Aveva sempre il generale dellarepubblica veduto molto volontieri il cardinale Mattei: parve mediatore opportuno a piegare lo sdegno del vincitore. Cresceva tuttavia il pericolo, cresceva il terrore. Destinava il pontefice quattro legati al generale; il cardinale Mattei, monsignor Galeppi, il duca Luigi Braschi, il marchese Camillo Massimi; concludessero ad ogni modo la pace, salva però la religione e la sedia apostolica. Incontravano per viaggio il corriere portatore delle lettere di Buonaparte al cardinale: erano molto benigne, recatrici di tregua, promettitrici d'accordo; questa fu la consolazione di Roma. Arrivarono i legati a Tolentino, dove Buonaparte aveva le sue stanze. Accolti con dimostrazioni cortesi dal generale, si restringevano tostamente con lui a negoziare in una faccenda che oggimai non aveva più in sè difficoltà di importanza, perchè nè Buonaparte voleva toccare lo spirituale, nè il papa aveva più, pel terrore e per l'estremità del caso, arbitrio del temporale, essendo già posto in balia del vincitore.Si concludeva il giorno 19 febbraio a Tolentino il trattato di pace fra il papa e la repubblica di Francia. Si obbligava il pontefice a recedere da qualunque lega segreta o palese contro la repubblica; a non dar soccorsi nè d'armi, nè di soldati, nè di viveri, nè di denaro, nè di navi a chi nemico ne fosse; a licenziare i reggimenti nuovi; a serrare i porti ai nemici di Francia, ad aprirgli ai Franzesi; al cedere alla Francia Avignone, il contado e le dipendenze; al cedere ugualmente le legazioni di Bologna e di Ferrara, con ciò però che non vi si facessero novità pregiudiziali alla religione cattolica; al consentire che la città, la cittadella ed il territorio d'Ancona sino alla pace si depositassero in mano della repubblica. Oltre a questo si obbligava il papa a pagare fra un mese ai Franzesi quindici milioni di tornesi, dieci in contanti e cinque in diamanti; fra due mesi altrettanti, parte pure in pecunia numerata, parte in diamanti. Consentiva inoltre a somministrareottocento cavalli, bestie da tiro altrettante, buoi, bufali ed altri animali dello Stato della Chiesa; a dare i manoscritti, i quadri, le statue pattuite nel trattato di Bologna; a disapprovare la uccisione di Basseville, ed a pagare pel ristoro dei danni alla famiglia dell'ucciso trecento mila tornesi; a liberare i prigionieri per cause di Stato; a restituire ai Franzesi la scuola delle arti in Roma; volle finalmente il vincitore, e consentiva il papa, che il trattato fosse obbligatorio per lui e pei successori nella cattedra di San Pietro per sempre.Così finiva la romana guerra.Il generale fortunato, domati i grandi, volle far mostra di onorare e rispettare i piccoli. Mandò, trovandosi agli alloggiamenti di Pesaro, a dì 7 febbraio, Monge a certificare la repubblica di San Marino della fratellanza ed amicizia della repubblica franzese. Andò Monge sulla cima del monte Titano. Introdotto in cospetto dei padri, disse, enfaticamente parlando, dappoichè Atene, Tebe, Roma e Firenze avevano perduto la libertà, quasi tutta l'Europa essere venuta in servitù; solamente in San Marino essersi ricoverata la libertà; ma pur finalmente il popolo franzese, del proprio servaggio vergognandosi, essersi vendicato in libertà: l'Europa, posti in non cale i proprii interessi, posti in non cale gl'interessi del genere umano, essere corsa all'armi contro di lui; la civil guerra avere aiutato la forestiera; pure essersi avventato lui alle frontiere, avere debellato i suoi nemici: avere trionfato, venuti i suoi eserciti in Italia, avervi vinto quattro eserciti austriaci, recatovi la libertà, acquistatosi gloria immortale quasi fin sotto gli occhi della sanmarinese repubblica; avere la repubblica di Francia, abborrente dal sangue, offerto pace, ma averla anche offerta indarno; perseguitare intanto i suoi nemici, passare presso a San Marino per perseguitarli; ma vivessero sicuri che Francia era amica a San Marino. A questo passo veniva Monge offerendo alla repubblicada parte del generalissimo territorii di stati vicini. Troppo squisito e magnifico parlare e troppo inconveniente offerta era questa a quegli uomini semplici ed ammisurati; nè si sa perchè Monge, che uomo temperato era anch'egli, la facesse. Il torre e l'accettare erano ugualmente brutti e pericolosi per una repubblica che era vissa sì lunga età innocente e pura da quel d'altrui. Buonaparte venne poscia in sull'offerire egli stesso: darebbe quattro cannoni, darebbe fromenti; riceverebbe in sua protezione San Marino, e farebbe portar rispetto ovunque e quandunque a' suoi cittadini.Rispose il consiglio, accetterebbe i cannoni volontieri, accetterebbe anche i fromenti, ma pagandoli; dei territorii contento agli antichi, non volerne nuovi; solo pregare qualche maggior larghezza di commercio, e di ciò richiedere l'eroe invincibile. Il seguito fu che i cannoni non furono dati e che non si parlò più di San Marino. Continuò nella solita quiete e libertà; continuò a rispettare i diritti degli uomini senza vantarli, il che è meglio che il vantarli, senza rispettarli; continuarono dall'altra parte intorno al felice monte gli strepiti e la licenza dei popoli e dei soldati.Rimoveva Buonaparte appoco appoco le sue genti dallo Stato ecclesiastico: poscia si conduceva a Bologna intento a nuove imprese, perchè già l'Austria un'altra volta ingrossava.Due pensieri operavano massimamente a questo tempo nella mente di Buonaparte, sicuro ormai di poter fare, o buon grado o mal grado del suo governo, ciò che più volesse. Siccome la fortuna tanto se gli era dimostrata prospera, così intendimento suo era, posti in non cale i pensieri del re di Sardegna, di creare un nuovo Stato in Lombardia, acciocchè egli fosse della sua potenza e del suo nome testimonio perpetuo. Ma il direttorio, che aveva anche capriccio in questo nuovo Stato, desiderava tuttavia temporeggiarsi pel desiderio che aveva della pacecoll'imperadore. Si proponeva oltre a ciò Buonaparte, solito a fabbricare ne' suoi concetti grandissimi disegni, tostochè si diminuisse l'asprezza della stagione, di varcare con tutto l'esercito le Alpi Giulie e di far sentire le sue armi nel cuore della Germania, a fine di obbligare l'imperadore alla pace, pensiero che già aveva concetto fin dai tempi delle sue prime vittorie in Italia, e che solo era stato interrotto dalla meravigliosa costanza dell'Austria nel sostituire nuovi eserciti ad eserciti vecchi. Confortavano massimamente questa sua deliberazione la singolarità e la grandezza dell'impresa, l'avere a cimentarsi con l'arciduca Carlo, fratello dell'imperadore, che aveva di recente combattuto vittoriosamente le armi repubblicane sulle sponde del Meno e del Reno, e che era stato preposto, come ultima speranza, all'esercito italiano. In questo poi era suo intento di affrettarsi, sì perchè, credendo di poter fare da sè, non voleva che Moreau, calandosi per le rive del Danubio, lo aiutasse, e sì perchè aveva a cuore di assaltare l'arciduca innanzi che le genti di nuova leva, che già marciavano, avessero ingrossato le reliquie dei vinti. A condurre a fine queste fazioni abbisognava principalmente di non lasciarsi nissun sospetto alle spalle, e questo fine conseguiva col far rivoluzione nei paesi veneti.Con questi pensieri si accostava Buonaparte alla guerra d'Alemagna. Reggeva cinquanta mila soldati fioritissimi e veterani tutti dell'esercito italico, ed a questi si erano congiunti venti mila venuti dal Reno, sotto la condotta di Bernadotte. Gli aveva per tal modo distribuiti nelle stanze, che l'ala sinistra, governata da Joubert e grossa di più di venti mila soldati molto agguerriti, guardava i passi del Tirolo; la mezza schiera condotta da Massena alloggiava a Bassano; l'ala destra, alla quale presiedeva Buonaparte stesso e che aveva un novero di trenta mila soldati, alloggiava nel Trevigiano sino alle rive della Piave. Così conle tre schiere sovrastava Buonaparte ai tre passi che dall'Italia danno l'adito all'Alemagna.Animava i suoi soldati per fargli star saldi alle nuove prove: badassero, diceva, che già avevano vinto quattordici campali battaglie, settanta minori, preso più di cento mila prigionieri, conquistato cinquecento cannoni leggieri, due mila grossi, piatte per quattro ponti; si ricordassero, avere senza spesa del pubblico vissuto un anno, mandato trenta milioni all'erario; per loro avere il museo di Parigi acquistato quanto di più bello avea penato trenta secoli l'antica e la moderna Italia a produrre; le più belle contrade dell'Europa essere in potestà della repubblica; a loro obbligate della libertà la Lombardia e la Cispadana repubbliche; vedere per la prima volta l'Adriatico le franzesi insegne; là oltre e poco distante mostrarsi la Macedonia antica; i re di Sardegna e di Napoli, il papa, il duca di Parma, abbandonata la lega, avere ricerco l'amicizia della repubblica; gl'Inglesi cacciati da Livorno, da Genova, da Corsica essere testimoni del loro valore; molto essersi per loro fatto, molto ancora restare a farsi; meritassero l'affezione della patria confidente nel loro coraggio; solo tra tanti nemici stare in piè ed in armi l'imperadore; gissero dunque, esortava, la pace cercando nel cuore stesso degli Stati ereditarii d'Austria; vedrebbero popoli valorosi; la religione onorassero, i costumi rispettassero, le proprietà proteggessero..... Voci molto incitatrici erano queste agli animi di soldati valorosi, vincitori, e che, non conoscendo qual fosse in tanta contesa il dritto, il giusto e l'onesto, non altro suono conoscevano che quello delle armi.Dalla parte dell'Austria, che mal volontieri si disponeva a lasciare del tutto le cose d'Italia abbandonate, le faccende passavano con maggior moderazione, ma non con minore coraggio, se si guardano le risoluzioni di chi reggeva lo stato; imperciocchè, oltre le reliquie de' soldativinti, si mandavano alla volta della Carintia, della Carniola e del Friuli circa trenta mila delle genti del Reno, nuove leve si ordinavano negli Stati ereditarii, la nazione ungara volonterosamente accorreva in aiuto del sovrano pericolante. Una massa di soldati vecchi e nuovi alloggiava a Salisburgo pronta a correre ai passi dell'Alpi; un campo si ordinava a Neustadt come antemurale alla capitale dello impero. Confortava l'oste il pensiero dell'avere a guidatore e capo delle nuove imprese l'arciduca Carlo, principe amatissimo, che recentemente aveva dato segni di non mediocre perizia e di singolare ardimento nelle guerre d'Alemagna.Alloggiavano nel Trentino, nel paese di Feltre e nella Marca Trivigiana, distendendo la fronte loro dai monti di Bormio insino alla foce della Piave. Ritirava sul principio di febbraio l'arciduca il grosso sulla sinistra riva del Tagliamento, e lo alloggiava nel Friuli e nella Carintia, lasciando tre schiere sulla fronte descritta. Trovavasi Liptay con una di esse a guardare lo spazio che corre dalla frontiera de' Grigioni a Salorno, terra posta sulla sinistra dell'Adige sopra al Lavisio, e per tal modo stava a difesa del superiore Tirolo. Spiegava la seconda le sue ordinanze da Salorno a Feltre a traverso i monti che spartono le acque dell'Adige da quelle della Piave. Obbediva questa al freno di Lusignano, ed era pronta a venire al cimento con que' soldati rischievoli di Massena. Finalmente il principe di Hohenzollern con sette mila soldati custodiva il paese da Feltre scendendo per la sinistra della Piave fin dove ella mette in mare. Fermava l'arciduca il suo principal alloggiamento in Udine, capitale del Friuli, perchè sapeva che il più forte sforzo dell'inimico si doveva indirizzare verso Gorizia.Il primo a dare il segnale delle nuove battaglie fu il generale di Francia: il 10 marzo si muoveva con la sua destrae con la mezzana schiera. Era suo primario intendimento di entrar framezzo agli Alemanni per modo che l'ala loro destra restasse separata dalle altre. Perciò aveva ordinato, che il principale sforzo di questa prima mossa fosse fatto dalla mezzana, che raunata sulle rive della Piave obbediva a Massena: nè mancava Massena del debito suo; perchè non così tosto si mosse, che gli Austriaci, abbandonata la fronte del Cordevole ed i luoghi più bassi, andavano a porsi in sito forte oltre Belluno, a fine di propulsare il nemico, se tentasse d'inoltrarsi nella valle di Cadore. Seguitavali tostamente il Franzese, e, quantunque Lusignano con grandissimo valore si difendesse, prevalendo i repubblicani di numero, fu alla fine obbligato, non giovandogli nè l'avere ordinato i suoi in globo per aprirsi il passo alla salute, nè un bravo menar di baionette, a por giù l'armi con tutta la sua schiera, e a darsi in potestà dei vincitore. Per tal modo meglio di seicento soldati, Lusignano con loro, vennero in poter de' Franzesi; ma fu maggiore il numero degli Austriaci uccisi in quell'ostinato conflitto. Al tempo medesimo Serrurier e Guyeux varcavano la Piave a Vidor e ad Ospidaletto, ed occupato Conegliano e Sacile, si avvicinavano al Tagliamento. Aveva l'arciduca munito la sponda sinistra di questo, piuttosto impetuoso torrente che giusto fiume, di trincee con averle afforzate con artiglierie. Stanziava anche numerose torme di cavalleggieri pronte a ributtare l'inimico ove passasse, ma queste erano meglio dimostrazioni per ritardare che per arrestare l'inimico, perchè le acque del Tagliamento, non ancora sciolta le nevi sui monti, si potevano guadare in molti luoghi. Per la qual cosa i Franzesi, schivando i passi muniti, riuscivano facilmente sulla sinistra. Fuvvi qualche incontro di cavalleria assai brava, ma i fanti tedeschi fecero poca resistenza quando la cavalleria dei repubblicani, varcato il fiume, gli ebbe assaltati. Al contrario i primi fantifranzesi che avevano passato, percossi vigorosamente dalla cavalleria tedesca, avevano contrastato con molta forza.Passato il Tagliamento ed assicurato Buonaparte sulla sinistra per la vittoria di Massena, che già da Cadore, valicando dai fonti della Piave a quei del Tagliamento, si accostava con presti alloggiamenti alla Ponteba, si stendeva per tutto il Friuli, cacciandosi avanti verso il Lisonzo le armi austriache che, debolmente combattendo, facilmente gli cedevano del campo. Già le fortezze di Palmanova e di Gradisca, e già Gorizia erano in poter suo venute. Quindi allargandosi a destra s'impadroniva di Trieste abbandonato dai suoi difensori, e fatta una subita correria sopra Idria, faceva sue quelle ricche miniere d'argento vivo, bottino ricchissimo, ma non tanto quanto portò la fama. Verso sinistra, procedendo altresì molto risolutamente, prendeva Cividale e s'incamminava a Chiavoretto, perchè voleva consuonare con Massena nel carico che questi aveva d'impossessarsi dell'importante passo della Ponteba. Grande era questo suo pensiero; conciossiachè se Massena guadagnava il passo della Ponteba, poi quello di Tarvisio, che gli succede, gli sarebbe venuto fatto di spuntare il fianco destro dell'arciduca, di separarlo da Kerpen e da Laudon, d'impedire i rinforzi che dal Reno gli pervenivano, e forse ancora di giungere a Clagenfurt sulla strada per a Vienna innanzi che il generalissimo austriaco vi arrivasse.Ma prima che si raccontino le importanti fazioni che ne seguirono, necessaria cosa è il descrivere come le cose passassero tra Joubert da un canto e Liptay, Kerpen e Laudon dall'altro, nel Tirolo. Come prima ebbe avviso Joubert dei prosperi fatti accaduti nel Friuli, si metteva all'ordine per eseguir le imprese che alla fede ed al valor suo aveva Buonaparte raccomandate. Varcava il Lavisio il dì 20 di marzo, nonostante che i cacciatori tirolesi posti ai passi con ispessi tiri ogni opera facessero per impedirlo:urtava Kerpen che aveva un forte campo sulle alture di Cembra, cercando di accerchiarlo a sinistra per Cavriana. Al tempo stesso per la strada di Bolzano e a destra marciarono Delmas e Baraguey d'Hilliers. Fu valida, ma non lunga la difesa, pel timore che ebbe Kerpen di essere circuito sulla destra della sua fronte, però con celeri passi si ritirava a San Michele, donde gagliardamente anche combattuto dai Franzesi, viemmaggiormente indietreggiando, andava a porsi più sopra a Bolzano. Entravano successivamente, benchè non senza nuove battaglie e molto sangue, i Franzesi in Salorno, in Peza ed in Newmarket. La ritirata tanto presta di Kerpen poneva in grave pericolo Laudon, che alloggiava sulla destra dell'Adige, perciocchè le raccontate fazioni accadevano sulla sinistra. Nè i Franzesi trasandavano la occasione; anzi varcato il fiume ai ponti di Salorno e di Newmarket, assalivano Laudon nel suo campo di Tranen e lo rompevano con uccisione di molti, e con circa novecento prigioni e parecchie artiglierie prese. Dopo questa rotta, che faceva impossibile a Laudon di ricongiungersi con Kerpen, non ebbe altro rimedio che di cercar ricovero nelle parti superiori della valle di Merano. Quivi stette aspettando che la fortuna gli offerisse nuova occasione di risorgere.Seguitavano i Franzesi il corso della fortuna vincitrice, ed urtato Kerpen, che aveva fatto un forte alloggiamento alla Chiusa, lo avevan sloggiato e percosso di modo che, abbandonato anche Brissio, pensava a ritirarsi a Sterzing, luogo molto scosceso, stretto, rotto, difficile e posto nelle montagne del Brenner presso al sommo giogo dell'Alpi, dove si spartono le acque dell'Adige e dell'Inn, ultima difesa d'Alemagna contro chi viene dalle terre d'Italia. I Franzesi lo assaltavano audacemente in quel fortissimo alloggiamento, fu dura e sanguinosa la battaglia; furono costretti a tornarsene indietro. Joubert adunque si fermava a Brissio, dove potevaa suo grado o stare osservando le cose del Tirolo o marciare per Bruneck e Toblach a Linz, e di là fino a Villaco per trovarvi Buonaparte. Ma non tardava a fare la fortuna che quello che era elezione per lui, diventasse necessità.Chiamava Laudon i Tirolesi all'armi, li chiamava Kerpen: secondava con ardenti esortazioni l'opera loro il conte di Lerback, personaggio di grande autorità e molto potente nelle cose del Tirolo. I bellicosi abitatori di quelle montagne al suono di voci tanto gradite correvano all'armi bramosamente contro i conculcatori della patria loro; nè il sesso nè l'età si rimanevano, perchè furono veduti e vecchi e donne e fanciulli, dato di mano alle armi che il caso od il furore parava loro davanti, mettersi in piè per difendere le antiche ed amate sedi loro. Nè la stagione sinistra, nè le alte nevi, nè i grossi ed impetuosi torrenti, nè ogni disagio di guerra o di vettovaglia gli impedivano. Passava tant'oltre questo improvviso tumulto, che sul principiar di aprile, risuonando quelle valli d'ogni intorno d'armi e di grida guerriere, meglio di ventimila combattenti erano in pronto contro quella gente venuta da lontani paesi per conquistarli. Intanto i generali tedeschi, che sapevano che le moltitudini disordinate sono piuttosto preda che danno ad un nemico bene ordinato, avevano distribuito in battaglioni giusti quella massa tumultante, e mescolatovi per dar polso e regola alcuni drappelli di regolari. Principale fondamento facevano nell'opera di costoro, perchè questi popoli accorsi, sapendo il paese, potevano acconciamente ferire alla leggiera, opprimere i traviati, mozzar le strade, riuscire improvvisi alle spalle, bersagliare da lungi e da luoghi erti, soprapprendere le bagaglie, impedire la vettovaglia, insomma fare ogni cosa, avanti, a' fianchi e addietro, sospetta e pericolosa.Kerpen e Laudon, fatti forti da questo accalorato stormo, ed ingrossati anche da qualche battaglione di regolarivenuti dall'esercito Renano, si consigliavano di voler cacciare del tutto dal Tirolo i repubblicani. Con questo pensiero Laudon calava minacciosamente da quei luoghi alti e dirupati ed andava a battere a mezza strada fra Brissio e Bolzano, col fine di tagliar il ritorno ai Franzesi, alle parti dissottane dell'Adige. Gli riusciva l'intento, perchè assaltate con impeto le vanguardie franzesi, le faceva piegare e s'impadroniva di Bolzano. Fatto poscia più audace dal fortunato successo, saliva per le rive dell'Adige per congiungersi con Kerpen e per istringere vieppiù Joubert, che tra l'una schiera e l'altra stanziava a Brissio. Occupava la Chiusa, poi Steben, tanto ritirandosi i Franzesi più in su quanto più avvicinava Laudon; già Brissio medesimo pericolava. Nè se ne stava neghittoso in questo mezzo tempo Kerpen, perchè calando con le sue genti miste di Tirolesi e di Tedeschi da Sterzing, rincacciava i repubblicani fin sotto le mura di Brissio. Per questo molto a Joubert accerchiato da tre parti non rimaneva più altro scampo che a levante per la valle del Puster, poscia per quella della Drava fino a Villaco. Partitosi da Brissio il dì 5 aprile, e ritardato l'impeto di Kerpen che lo voleva seguitare, con aver rotto il ponte sull'Eisac, arrivava il giorno 8 a salvamento a Linz, dove trovava alcuni squadroni di cavalleria che il generalissimo, geloso di quel passo mandava ad incontrarlo. Poscia, marciando sollecitamente in giù per la riva della Drava, e rotte alcune squadre collettizie all'Ospedale, che volevano serrargli il passo, conduceva ad effetto a Villaco la congiunzione dei due eserciti. Ma Laudon non si ristava; che anzi cacciando all'ingiù dell'Adige i Franzesi, entrava vittorioso in Trento e Roveredo, s'allargava anche sulle sponde del lago a Torbole ed a Riva. Questa mossa, che già faceva sentir il romore delle armi tedesche nella pianura trapposta tra l'Adige ed il Mincio, partoriva effetti importanti.La guerra si avvicinava sugli estremi confini d'Italia per opera di Massena ad un evento terminativo per quanto spetta alla difesa degli Stati ereditari d'Austria. Già per la molta importanza del passo della Ponteba, aveva comandato l'arciduca a Ocskay che lo custodiva, ostinatamente il difendesse. Confidando nel valore de' suoi, veniva in pensiero di sopraccorrere con forze superiori contro Massena e di conculcarlo prima che Buonaparte avesse tempo di soccorrerlo. Il quale intento se avesse avuto il suo effetto, l'arciduca avrebbe fatto a Buonaparte quello che Buonaparte voleva fare a lui, cioè separare l'ala sua destra dalle genti del Tirolo che erano la sua sinistra. A questo fine ebbe tostamente il generale austriaco adunato alcune truppe già venute dal Reno, e comandava al tempo medesimo ai generali Gontreuil e Bajalitsch, marciassero risolutamente a Tarvisio per a Ponteba; li seguitava di pari passo, conducendo con sè le artiglierie più grosse. L'accidente era importante, il momento fortunoso. Già marciava l'arciduca quasi sicurato della vittoria; ma quando più confidava di un prospero fine, gli sopravvenivano le novelle, certamente ingratissime, che Ocskay, non facendo alla Ponteba contro Massena quella sperienza che si aspettava di lui, si era tirato indietro fino a Tarvisio, che anzi, velocemente seguitato dal nemico, aveva anche abbandonato Tarvisio, ritirandosi più che di passo verso Wurtzen. Quest'accidente tanto impetuoso fece precipitar l'arciduca ai rimedi: comandava ad Ocskay che tornasse incontanente e cacciasse i repubblicani da Tarvisio. Ma il suo intento non ebbe effetto, perchè Ocskay, accelerando il cammino, era già arrivato a Wurtzen, terra troppo più lontana che abbisognasse, perchè ei potesse giungere a tempo alla fazione. Non si perdeva di animo per tanto sinistro l'arciduca, e, non lasciata indietro diligenza od opera alcuna, pensava a ricuperar col valore quello che la timidità aveva perduto. Aquesto fine ordinava a Gontreuil e Bajalitsch, seguitassero a marciare e restituissero ad ogni modo alle armi austriache il passo di Tarvisio. Tanto velocemente marciò il primo, guidatore dell'antiguardo, che, valicato il colle di Ober-Preth, urtava valorosamente in Tarvisio cacciavane i repubblicani, e perseguitandoli, li respingeva fin oltre al villaggio di Salfnitz, e se fosse stato presto Bajalitsch ad arrivare per fermare i suoi nella battaglia, l'impresa aveva il suo compimento. Ma egli, o fosse ritardato dai luoghi aspri o dagli impedimenti delle artiglierie che voleva condurre con sè, non potè arrivare a tempo alla fazione, per modo che il seguente giorno che fu ai 23 di marzo, Massena, raccolti ed adunati i suoi, e già prevalendo di forze contro Gontreuil, rimasto solo, dava dentro, prima a Salnitz, poscia a Tarvisio, e da ambi i luoghi cacciava gl'imperiali. Nè valsero il valore di Gontreuil, che fu molto notabile, nè quello delle sue genti che combatterono virilmente, nè la presenza dell'arciduca medesimo che era accorso e fece in questa battaglia le veci non meno di esperto capitano che di animoso soldato, ad arrestare il corso della fortuna contraria; perchè non solamente fu rotto e ferito Gontreuil, ma fu cagione che rotto ancora fosse poco dopo Baialitsch che arrivava; conciossiachè Massena vittorioso, rivoltosi contro questa seconda colonna, le dava l'assalto sui confini di Raibel. Al tempo medesimo Guyeux, che si era impossessato per una battaglia di mano del forte passo della Chiusa di Plezzo, accostatosi ancor esso, l'assaliva alla coda. La schiera, urtata da tutte le parti da un nemico vittorioso, ridotta ad un'estrema lassezza pel camminare frettoloso su per quei monti, nè avendo speranza di soccorso, deposte le armi, si arrendeva.Perduta la speranza di offendere, pensava il generale dell'Austria ad ordinar le difese in modo che fosse fermato quel precipizio, e fatto abilità alle genti stanziali del Reno di arrivare, alle leve diCroazia, di Bosnia, d'Austria e di Ungheria d'ordinarsi, ed al campo di Neustadt di fortificarsi. Schierava a questo fine il generale Seckendorf sulla strada di Lubiana, acciocchè intendesse alla difesa della Carniola e delle rive dalla Sava; quest'era l'ala sua sinistra. Alloggiava il generale Mercantin sulle sponde della Drava per sicurezza di Clagenfurt; quest'era la mezza schiera. Finalmente il principe di Reuss, col generale Keim con l'ala destra avevano fermato le loro genti a San Vito e nella valle della Mura. Per tal modo si guardavano i tre principali aditi per cui si va dall'Italia nel cuore delle possessioni austriache in Alemagna. Sperava l'arciduca, abborrendo dal lasciarsi stringere a far giornata, che questi preparamenti di difesa, le genti del Reno che giungevano, i popoli che tumultuavano tutt'intorno, avrebbero dato cagione di pensare a Buonaparte, e frenato la sua audacia del volersi internare negli Stati ereditarii. Ma il capitano di Francia, che voleva pure che le sue armi romoreggiassero in Alemagna, parte per amore di gloria, parte per isperanza che chi parteggiava per la pace a Vienna si mostrerebbe tanto più vivo quanto più ei fosse vicino, non si rimaneva, che anzi spingendosi avanti, e già congiunto con lui Joubert, entrava vittorioso in Villaco, Lubiana e Clagenfurt. Così non restava a superarsi più altro ostacolo di luoghi a Buonaparte, perchè sulle sponde del Danubio vicine a Vienna facesse sentire la impressione delle sue armi, che la falda settentrionale delle Noriche Alpi, che la Drava dalla Mura dividono, debole impedimento per la facilità dei passi.La guerra d'Italia, che prima era picciola parte dei disegni franzesi, era divenuta, per tanto segnalate e tanto efficaci vittorie, parte principalissima; ed inaspettatamente il far forza all'imperadore, che si sperava pel direttorio dall'Alemagna, sorse dall'Italia; opera certamente che il direttorio medesimo, nè nissun governo, nè niuna persona al mondo, senon forse Buonaparte, avrebbe potuto, non che credere, immaginare, quando poco più di un anno avanti si combatteva nella riviera di Ponente sotto l'umile scoglio di Borghetto.Giunto a Clagenfurt, ed, avuto avviso che i partigiani della pace a Vienna facevano efficace opera per venire ai fini loro, pensava di usare il terrore impresso, perchè la parte loro prevalesse nelle consulte dell'imperadore. A questa deliberazione fu anche indotto dal sospetto di quello che potesse accadere alle sue spalle; perchè, sebbene il senato veneziano fosse debole, erano i popoli della terraferma gagliardi per lo sdegno concetto alle conculcazioni fatte dai repubblicani e minacciavano di far novità contro di loro. Al che erano anche incitati dalle rivoluzioni di Bergamo e di Brescia accadute per istigazioni segrete e palesi dei Franzesi e dei loro partigiani. Da un altro lato aveva Buonaparte sentito i primi romori di Kerpen e Laudon nel Tirolo e già la Croazia minacciava Trieste. Nè non gl'importava il simulare il desiderio della pace; perciocchè, se la pace seguiva a modo suo, otteneva l'intento, se non seguiva, sarebbe paruta la guerra opera dell'ostinazione altrui. Scriveva adunque il dì 31 marzo all'arciduca, l'Europa, sanguinosa desiderar la pace, desiderarla ed averne fatto dimostrazione il direttorio: «Voi foste, diceva all'arciduca, il salvatore dell'Alemagna, siate anche il benefattore dell'umanità: anche vincendo non potrete fare che non ne sia lacerata l'Alemagna; se questa mia proposta fosse per divenir cagione che la vita di un uomo solo si salvasse, bene sarei io più contento della meritata corona civica, che della fama acquistata in ulteriori vittorie.»Rispondeva l'arciduca, fare la guerra per debito, desiderare la pace per inclinazione; a nissuno più che a lui star a cuore la felicità dei popoli, ma non aver mandato per trattare intorno ad una faccenda di tanta importanza ed a sè noncompetente; aspetterebbe i comandamenti del suo signore. Data la risposta, mandava gli avvisi a Vienna, già molto turbata per l'avvicinarsi del nemico.Buonaparte intanto si faceva con prestezza avanti, sperando di far certo con la vittoria quello che tuttavia era incerto. Ma l'arciduca, che si era messo al fermo di voler temporeggiare, fuggendo la necessità del combattere, si tirava indietro, solo ritardando con grosse fazioni del retroguardo il perseguitar del nemico. Ritraevasi da San Vito, da Fraisach, da Newmarket; ritraevasi ancora da Unzmarket sulla Mura e da Judenburgo. Occupava Buonaparte i luoghi abbandonati, e si vedeva avanti le acque che dall'estrema falda dei norici monti se ne corrono per la dritta del Danubio; già le mura dell'antica ed invitta Vienna erano vicine a mostrarsi a' suoi soldati vincitori.Ma già da Vienna, ancorchè la condizione di Buonaparte fosse divenuta pericolosa per la subita comparsa di Laudon nella campagna di Brescia, per l'arrivo d'un colonnello Casimiro a Trieste mandatovi dall'arciduca, e per essere sul mezzo della fronte lo arciduca medesimo grosso e rannodato e con tutte le popolazioni all'intorno che dimostravano animo stabile nella divozione verso l'antico signore; arrivavano, all'alloggiamento di Judenburgo i generali Belegarde e Meerfelt con mandato di sospendere le offese e di comporre le differenze. Uditi benignamente dal generale di Francia, si accordarono, il giorno 7 aprile, che si sospendessero da ambe le parti le offese per sei giorni. Poi, scoprendosi sempre più inclinato Buonaparte a volere condizioni vantaggiose per l'Austria con offerire compensi, fu prolungata la tregua insino a che fossero accordati i preliminari di pace che, secondo il corso di quei negoziati, si vedevano non lontani. Infatti, essendosi dato perfezione a tutte le pratiche, si venne fra i plenipontenziari rispettivi alla conclusione dei preliminari nella terra di Leoben, il dì 18 del medesimomese. Alcuni dei capitoli furono palesi, altri segreti. Fra i primi contenevasi, cedesse l'imperador alla Francia i Paesi-Bassi, riconoscesse le frontiere della repubblica quali le avevano le leggi franzesi definite, consentisse alla creazione d'una repubblica in Lombardia. Parlavasi nei segreti dei compensi da darsi all'imperadore; ma, essendosi stipulato che Mantova si restituisse all'imperadore medesimo, il direttorio non volle consentire questa condizione, certamente gravissima in sè stessa, e per gli effetti che portava con sè. Il rifiuto del direttorio fe' sorgere nuovi negoziati, pei quali finalmente fu consentita Mantova alla repubblica traspadana o lombarda che la si voglia nominare.Già precedentemente si è veduto che Bergamo era stato occupato da Buonaparte come istrumento potente a volgere a sua devozione l'animo dei popoli della terraferma veneta. Fu del tutto violento il modo e contrario a tutti gli usi della neutralità. Entrarono i repubblicani in Bergamo, Baraguey d'Hilliers li guidava, con cannoni ordinati a modo di guerra, con le micce accese, s'impadronirono delle porte, recaronsi in mano le artiglierie veneziane, intimarono al podestà Ottolini, facesse sgombrar dalla terra tutte le truppe venete; se nol facesse userebbero la forza. In tale guisa s'insignorirono di Bergamo coloro che accusavano Venezia della violata neutralità. Ma questo non era che il principio ed il fondamento delle trame che si ordivano. Erasi per opera di Buonaparte creata in Milano una congregazione segreta, nella quale entravano in gran numero i repubblicani italiani, ed il cui fine era di operare rivoluzioni nel paese veneziano. Alcuni Franzesi vi erano mescolati che intendevano ai medesimi fini. Tra questi, un Landrieux, capo dello stato maggiore di cavalleria, era stato eletto dalla congregazione qual operator principale a turbare le cose venete.Ma Landrieux, o che egli avesse peronestà di natura realmente in odio queste opere pestifere, o che per motivo meno sincero, come ne lo sospettò Buonaparte, avesse occulto intendimento con gl'inquisitori di stato di Venezia, fe' sapere, o per mezzo loro o immediatamente, ad Ottolini, che, ove una persona fidata a Milano mandasse per conferir con lui, le svelerebbe cose che massimamente importavano alla salute della repubblica veneziana. Mandava il segretario Stefani; trovava questi in Milano un avvocato Serpieri, romano, trovava Andrieux, che alloggiavanlo segretamente in casa Albani: affermava Landrieux a Stefani, essere onest'uomo, per questo avere in abbominio le rivoluzioni; già averne impedito una in Ispagna, voler impedire quella dello Stato veneto: avere fra un mese ad esser pace con l'Austria se fosse impedita la rivoluzione degli Stati veneziani, nel caso contrario, non esservi più modo di conciliazione; abbracciare Buonaparte nell'ambizione sua la sovranità d'Italia. Soggiungeva poscia che la rivoluzione dello Stato veneto era opera della congregazione segreta di Milano; dovere aver principio in Brescia, poi dilatarsi in Bergamo e Crema; uomini apposta, seminatori di denaro e di ribellione, essere sparsi fra i contadini delle valli, matura non essere ancora la trama, avere ad essere fra otto o dieci giorni: erano i 9 di marzo. Trattenessesi, esortava, in Milano Stefani, svelasse il tutto per un procaccio fidato a Battaglia, provveditore straordinario di Brescia; perchè, affermava, impedita la rivoluzione in Brescia s'impedirebbe anche negli altri luoghi. Trovava modo Stefani di tornare a Bergamo; ebbe raccontato il fatto ad Ottolini. Scriveva il podestà prestamente al provveditore straordinario Battaglia. Ma i congiurati, forse per avere avuto sentore o lingua degli avvisi dati da Landrieux, furono più presti a fare, che Ottolini e Battaglia ad impedire.Era la mattina del 12 marzo, quando un moto insolito si manifestava in Bergamo;i congiurati chiamavano il popolo a libertà; predicavano, aiutare i Franzesi l'impresa; fermavansi tratto tratto ai capi delle strade, poi di nuovo marciavano; guardie franzesi raddoppiate alle porte, cannoni condotti dal castello in piazza, due rivolti al palazzo; interrogato il comandante franzese dal podestà che cosa volesse significare questo, accusava pattuglie insolite di soldati veneziani e della sbirraglia. Erano in Bergamo due compagnie di cavalleria croata, due di fanti d'oltremare, tre d'Italiani, forse, con tutto questo, trenta sbirri; non montavano fra tutti a quattrocento; i Franzesi quattromila, se non mentivano le polizze, perchè per altrettanti forniva i viveri la provincia. Di quei pochi, col castello in mano, con tutte le artiglierie in suo potere, temeva il comandante. Insomma nasceva il romore, atterriti gli amatori dello Stato vecchio, imbaldanziti gli amatori del nuovo. Lefevre, comandante per Francia, fatti chiamare a sè i deputati alle provvisioni, intimava loro, avessero a sottoscrivere il voto per la libertà ed unione del Bergamasco alla repubblica Cispadana: se nol facessero, andrebbe la vita. In questo mezzo, due uffiziali repubblicani, l'Hermite e Boussion, presiedevano ai voti per la libertà ed unione alla Cispadana. Sottoscrivevano alcuni per amore, molti per forza. Era un andare e venire, una confusione, un trambusto incredibile. Scendeva la notte intanto e rendeva più terribile l'aspetto delle cose. In questo mentre si creava il municipio; toglievano i repubblicani lo stendardo veneto che ancora sventolava sulle mura del castello. Era ancor libero Ottolini; instava presso a Lefevre, comandante, della santità dei neutri ammonendolo. Ma Lefevre, deposta in tutto la visiera, faceva udire questo suono che il popolo di Bergamo era libero, che per questo egli aveva fatto torre lo stendardo veneto; che le intraprese lettere del podestà (queste erano le lettere con le quali Ottolini mandava agl'inquisitori di stato la notadei congiurati, e che erano state intercette ed aperte da Lefevre) gli servivano di regola; che però egli, Ottolini, avesse a sgombrare tosto da Bergamo; quando no, il manderebbe carcerato a Milano. Mentre il comandante minacciava Ottolini, sopraggiungevano l'Hermite e Boussion, e con loro i conti Pesenti ed Alborghetti, in divisa e nappa franzese. Di bel nuovo intimavano ad Ottolini, partisse subito o sarebbe mandato a Milano. Partiva il podestà alla volta di Brescia, lasciando Bergamo in potere dei novatori; i soldati veneti, prima disarmati poi mandati a Brescia.Il nuovo magistrato municipale mandava fuori un manifesto per informare, come diceva, il popolo sovrano, che i municipali erano entrati in ufficio. Scriveva quindi il giorno medesimo in nome del popolo sovrano di Bergamo alla repubblica Cispadana, avere Bergamo conquistato la libertà, desiderare collegarla con quella della Cispadana; l'accettassero in amicizia, dessergli quella del popolo cispadano.Pubblicavansi frequenti scritti, parte seri, parte faceti, parte schernevoli sul lione di San Marco, sui piombi di Venezia, sugl'inquisitori di Stato, sulla tirannide di Ottolini, sull'aristocrazia, sull'oligarchia e simili altre parole greche: strana occupazione di menti nel condannare in altri ciò che era in sè.Quivi non si rimanevano le disgrazie della repubblica veneziana. Rivoltato Bergamo, volevano far mutazione a Brescia per vieppiù stabilire nella devozione altrui quelle provincie. Non aveva omesso Ottolini, quando era ancora in ufficio, d'informare il provveditore straordinario Battaglia della trama che si macchinava contro di questa città, e gli aveva mandato i nomi dei congiurati, dei quali non si era punto ingannato, consigliandolo ad aspettare che tutti fossero uniti, il che doveva accadere, secondo gli avvisi di Landrieux, il 21 del mese, e ad arrestarli e ad ucciderli. Inoltre, il rappresentanteveneto a Milano Vincenti scriveva continuamente al provveditore straordinario, stesse avvertito, perchè la congiura era vicina ad aver effetto: si armasse, non si fidasse del comandante franzese del castello di Brescia perchè s'intendeva coi congiurati. Tutte queste cose turbavano l'animo del provveditore, e lo tenevano sospeso; non sapeva a qual partito appigliarsi; le artiglierie in mano de' Franzesi; il castello poteva fulminare la città. Scriveva Battaglia a Buonaparte, col quale aveva qualche entratura d'amicizia, macchinarsi in Brescia, contro lo Stato, da gente scellerata sotto nome di protezione franzese; e stantechè tutte le artiglierie venete erano in poter suo, richiederlo che lo accomodasse di sei ad otto, perchè si potesse difendere; richiederlo, oltre a ciò, vietasse ai soldati lombardi il passo per la città, frenasse chi si vantava della protezione di Francia. Dei cannoni nulla rispondeva Buonaparte; dei Lombardi e del frenare rescriveva, non doversi perseguitare gli uomini in grazia delle loro opinioni, non essere delitto se uno inclinava più ai Franzesi che ai Tedeschi, come se in questo caso si trattasse tra Franzesi e Tedeschi, e non tra ribelli ed uno stato al quale egli aveva tolto i mezzi di difesa; e come se ancora si trattasse di opinioni e non di fatti e di congiure contro lo Stato. Desiderava finalmente di vedere il provveditore. Accrescevano il pericolo ed il terrore i moti di Bergamo. Le cose si avvicinavano all'estremo fine.Ecco la sera del 17 marzo arrivare improvvisamente le novelle, essere giunti a Cocaglio circa sessanta ufficiali franzesi condotti da un Antonio Nicolini, Bresciano, aiutanti di Kilmaine, ed impedire il passo ad una squadra di cavalleria che da Brescia mandava il provveditore a Chiari. S'aggiungevano poco stante altri perturbatori, perchè una massa di circa cinquecento tra lombardi e bergamaschi, guidati da capi franzesi, si erano congiunti coi primi, ed armati con duecannoni, certamente avuti da' Franzesi, perciocchè portavano lo stemma imperiale d'Austria, viaggiavano verso Brescia. La mattina del 18 già erano vicini: il comandante di Francia faceva in questo punto aprir le cannoniere del castello che miravano ai palazzo. Dei congiurati, quasi tutti nobili, chi si era ritirato in castello, chi andato all'incontro de' lombardi, e chi sparso in vari luoghi eccitava il popolo a ribellarsi. Voleva Mocenigo podestà che si armassero i soldati della repubblica e con la forza si resistesse ai ribelli; Battaglia titubava per paura dei Franzesi, de' nobili e di tutto: certo il minor male che si possa dire di lui è che ebbe paura. La somma fu, che sottomessi gli amatori dell'antica repubblica dal popolo tumultuante, dalla gente armata che veniva di fuori, dalla connivenza manifesta dei repubblicani di Francia, dall'attitudine minacciosa del castello pronto a fulminare; poche, chiuse, ed ordinate a non resistere le soldatesche veneziane, fu in poco d'ora Brescia ridotta in potestà de' novatori. Cercavano Mocenigo per maltrattarlo; ma non fu trovato, ch'era fuggito. Arrestarono Battaglia, e per poco stette che non lo uccidessero. Lo serravano poscia in castello, dov'era custodito da soldati franzesi.Udivansi con grandissimo terrore le novelle di Bergamo e di Brescia a Venezia. Scriveva il senato le sue querele al ministro Lallemand; le scriveva al nobile Querini in Francia. Si rispondeva che non si sapeva capire, che i Franzesi non s'ingerivano, che la Francia era amica a Venezia, che qualche cosa si doveva pur dare alla natura delle soldatesche. Ma la importanza era in Buonaparte, divenuto padrone della somma delle cose in Italia. Però mandava il senato appresso a lui i due savi del collegio, Francesco Pesaro e Giambattista Corner, affinchè gli dimostrassero quanto offendessero la neutralità e la sovranità della repubblica le cose accadute in Bergamo ed in Brescia per opera de' comandanti franzesi, e quantofossero contrarie alle protestazioni di amicizia che la repubblica di Francia continuamente ed anche recentemente aveva fatte a quella di Venezia. Oltre a ciò di nuovo ed asseverantemente protestassero dell'incorrotta fede e della costante amicizia del senato verso la Francia; stringesserlo a disapprovare pubblicamente la condotta de' comandanti delle due città ribellate ed a restituire i due castelli, fonti evidenti della ribellione; richiedesserlo infine che consentisse che il senato con le armi in mano rimettesse sotto la obbedienza i ribelli. Trovato in Gorizia il generale repubblicano, espostogli il fatto da' legati, rispondeva, non abbastanza ancora essere sicure le sorti della guerra, perchè potesse restituire alla repubblica i castelli occupati: potrebbe il senato fare quanto gli sarebbe a grado per sottomettere i ribelli, purchè le genti franzesi e gl'interessi loro non ne fossero offesi: del comandante di Bergamo, perchè questi più di quel di Brescia si era mescolato nella rivoluzione, ordinerebbe fosse condotto a Milano e processato; sarebbe, se colpevole, castigato: allegava, essere sincera la fede della Francia verso Venezia. Trapassando poscia più oltre, si offeriva ad usare le proprie forze per ridurre i novatori a devozione del senato, e che ove ne fosse richiesto, il farebbe. Toccava finalmente che sarebbe bene che Venezia più strettamente si congiungesse in amicizia colla Francia.

Erasi il generale repubblicano ingrossato per nuove genti venute di Francia: nonostante non arrivava il suo esercito al novero di quello d'Alvinzi, perchè, passando quarantacinque mila non arrivava ai cinquanta. L'aveva egli spartito in cinque, schiere principali, una delle quali, governata da Serrurier, teneva il campo sotto Mantova; l'altra con Augereau stanziava a Verona, distendendosi verso le regioni inferiori dell'Adige; la terza, retta da Massena, alloggiava pure in Verona, ma spingeva le sue genti innanzi per sopravvedere quello che fosse per annunziare la guerra dalle sponde della Brenta; la quarta, che obbediva a Joubert, surrogato a Vaubois, guardava le fauci del Tirolo, avendo il campo alla Corona, a Rivoli e nei luoghi intermezzi; la quinta finalmente, quale corpo di ricuperazione, e per assicurare la destra del lago, aveva le sue stanze a Brescia, Peschiera, Desenzano, Salò e Lonato.

Da tutto questo si può conoscere che Buonaparte si era persuaso che lo sforzo dei Tedeschi avesse a indirizzarsi contro Verona; ma però, siccome astuto e prudente capitano, aveva ordinato i suoi per forma, che, se la tempesta si scagliasse dal Tirolo, fossero in grado di resisterle, perchè e Joubert era grosso di dieci mila soldati, ed Augereau e Massena potevano arrivare prestamente in soccorso di lui a Verona. Il primo a dar le mosse alla sanguinosa guerra che siam per vedere fu Provera, che, partito da Padova il dì 7 gennaio, si dirizzava verso Bevilacqua, terra posta sul rivo che chiamano la Fratta. Era in Bevilacqua il generale Duphot con una squadra che servia come antiguardo al presidio di Porto Legnago. Il dì 8 sul far del giorno il principe Hohenzollern marciava contro Bevilacqua difesa da un picciolo castello; trovato per istrada un grosso corpo repubblicano, che gli voleva far contrasto, dopo un aspro combattimento lo fugava. Al tempo medesimo il colonnello Placseck sulla sinistra s'impadroniva del posto di Caselle, e sulla destra un capitano Giulay occupava i passi di Merlara e di San Salvaro. Frattanto i Franzesi si erano rinforzati a Bevilacqua; ma assaliti in diverse parti dagli Alemanni, fu loro forza di pensare al ritirarsi, e si ridussero a Bonavigo, ed a Porto Legnago, non senza grave danno. Conseguiti questi primi vantaggi, confidava Provera di poter presto passar l'Adige tra Ronco e Porto Legnago. Era, quando seguirono queste prime battaglie, Buonaparte a Bologna, intento ad ordinar la guerra contro il papa, e non così tosto ne ebbe avviso, che, giudicando bene del tempo, comandava a due mila soldati, che già aveva indirizzato contro gli Stati della Chiesa, retrocedessero e gissero a congiungersi con Augereau, che difendeva le rive dell'Adige assaltate da Provera.

Buonaparte, poichè tanto stringeva il tempo, e le cose se gli dimostravano pericolose, condottosi celeremente, e soprastatoalquanto al campo di Mantova per ordinar quello che fosse a farsi in tanto pericolo, s'avviava a Verona la mattina del 12, dove trovava Massena alle mani coi Tedeschi venuti a Bassano. Trovavasi l'antiguardo di Massena a San Michele, poco distante da Verona, quando, assalito dai Tedeschi, fu costretto a ritirarsi. Ma Massena, uscito fuori con tutti i suoi, attaccava la battaglia che fu molto aspra e sanguinosa; rimasto il campo ai Franzesi.

Non insistevano maggiormente gl'imperiali, contenti all'aver fatto credere al nemico che lo volessero assalire fortemente e grossi in questa parte. Si ritraevano per iscaltrimento indietro alle montagne; anzi una parte, guidata da Quosnadowich, si conduceva celeremente e con molta prestezza per la valle della Brenta a rinforzare Alvinzi in Tirolo. Nè qui si arrestavano gli Austriaci, perchè sulle due ali estreme Provera varcava l'Adige il dì 13, non senza molta difficoltà. Alvinzi sforzava le strette della Corona con avere obbligato Joubert a ritirarsi sull'alloggiamento forte e fortificato di Rivoli. Pendeva in tal modo incerto Buonaparte del vero intento dell'avversario; nè sapendo a qual parte volgersi, se ne stava tuttavia a Verona, aspettando che il tempo e più aperte dimostrazioni degli Austriaci gli dessero maggior lume. Nè tardava ad essere appagato del suo desiderio; perchè, in primo luogo, un Veronese, amatore dei Franzesi e congiunto d'antica amicizia con Alvinzi, si era segretamente condotto a Trento per visitarlo, ed ivi soprastato essendo tre giorni, ebbe trovato modo di copiare tutto il disegno di guerra del generale austriaco, il quale disegno, tornatosene a Verona, consegnava ad un Pico, Piemontese, che incontanente lo dava in mano del generalissimo di Francia. Giungevano, in secondo luogo, lettere espresse di Joubert, che portavano quanto grossi fossero comparsi gli Austriaci alla Corona.

Buonaparte allora, solito a spingerecon incredibile celerità sempre innanzi le occasioni, comandava a Massena corresse con tutta la sua schiera a Rivoli più prestamente che potesse. Lo stesso ordine mandava a Rey, che se ne stava alle stanze di Desenzano e di Lonato. Egli poi, la notte medesima del 15, si incamminava frettolosamente a Rivoli per ivi sostenere la fortuna vacillante. Alvinzi aveva ordinato talmente i suoi, che una parte urtasse contro il forte passo di San Marco occupato dalla vanguardia di Joubert, e che è la chiave di chi scende dal Tirolo verso Verona; l'altra, condotta da Liptay, girasse sui monti per andar a ferir alla schiena il rimanente corpo di Joubert, che alloggiava in Rivoli. Un'altra colonna grossa di quattro mila soldati, e governata dal generale Lusignano, girando più alla larga, doveva riuscire più alle spalle dei Franzesi per la valle del Tasso. Arrivava intanto Quosnadowich e romoreggiava alla sinistra dell'Adige. Aveva infatti Alvinzi con un urto gagliardo acquistato il passo di San Marco. Ma non era ancora spuntato il giorno 14, che Buonaparte già ingrossato dalle genti più leggieri di Massena, aveva dato dentro a San Marco, e dopo un grave conflitto se n'era impossessato. Si accorgeva allora Alvinzi che i suoi pensieri erano stati penetrati, e che, invece di avere a combattere col solo Joubert, gli era forza di sostenere l'impeto della maggior parte dell'esercito repubblicano. Ciò cambiava le sue sorti. Tuttavia, non diminuendo per questa difficoltà della speranza di vincere, ed essendo già presente il nemico, non aveva più comodità di cambiare l'ordine incominciato della battaglia, e dovette far fronte con mosse non acconcie ad un caso inaspettato.

Già si combatteva asprissimamente dalle due parti alle cinque della mattina, e siccome gli Austriaci, per ordine del loro generale, puntavano massimamente contro la sinistra dei Franzesi, per secondare le colonne che giravano alle spalle, così quest'ala franzese ed anche la mezzanapativano grandemente, e già, crollandosi, si ritiravano indietro disordinate. Pareva la fortuna inclinare a favore dei Tedeschi; mosso Buonaparte dall'estremo pericolo, comandava a Berthier sostenesse l'inimico in mezzo. Egli poi accorreva alla sinistra, che tuttavia sempre più piegava e pericolava. Sosteneva Berthier un urto ferocissimo. Questo sforzo e la terribile trigesimaseconda, che arrivava, ristoravano in questo luogo la battaglia che inclinava. Ma la sinistra continuava a cedere del campo: era sempre il rischio estremo, quando ecco arrivare a gran tempesta Massena, ed entrare su questa parte nella battaglia. Quivi risvegliatasi in lui la solita caldezza, e combattendo con grandissimo valore, fe' strage orribile del nemico, e ricuperò alcuni dei siti perduti sulle eminenze. Mentre Massena reintegrava la fortuna e guadagnava del campo a sinistra, il mezzo e la destra dei repubblicani acremente incalzati si ritiravano, e già gli Austriaci erano in punto d'impadronirsi dell'eminenza di Rivoli ch'era, a chi l'avesse in poter suo, la vittoria della giornata. In questo momento compariva sulle alture Liptay, e mettendosi alla scesa, già era vicino a ferire l'ala sinistra dei repubblicani. Quest'era il momento determinativo della fortuna. Benchè Alvinzi si trovasse colle schiere divise, perchè le aveva ordinate piuttosto a circondare che a combattere, tuttavia, spingendosi avanti con mirabile coraggio, avevano recato in poter loro il fatal Rivoli; ma Buonaparte, veduto che poteva, per la separazione delle colonne nemiche, riunire i suoi in un grosso corpo senza pericolo, il fece, e ricuperava con breve battaglia Rivoli. Spinsero di nuovo avanti i Tedeschi, e dopo, una mischia spaventevole, se lo pigliavano una seconda volta. Buonaparte, che vedeva stare ad un punto la fama e la fortuna sua, comandato a Berthier che trattenesse con la cavalleria i Tedeschi nel piano che fra le alture a sinistra e Rivoli a destra si apre, acciocchè non potessero aiutare i difensoridi Rivoli, adunava in un solo sforzo tutti gli squadroni che potè raccorre in quel momento, ed uniti e grossi li conduceva contro Alvinzi, occupatore per la seconda volta del contrastato passo. Là erano le sorti d'Italia e di tutta la guerra, là di Mantova si definiva. Mai più ostinatamente o più coraggiosamente come in questo fatto si combattè. Ebbero l'uno assalto e l'altro felice fine pei buonapartiani, perchè Berthier frenava il nemico nel piano, e Joubert, cacciato a forza il nemico da Rivoli, se ne impossessava.

Intanto già si era per modo accostato Liptay, che incominciava a percuotere l'ala sinistra de' Franzesi non ancor del tutto rimessa in ordine dal precedente scompiglio; e tra per questo e per Lusignano, che già si approssimava, a grande repentaglio eran ridotte le franzesi sorti. Ma le ristorava, secondo il solito, quel Massena, che sforzava Liptay a ritirarsi e ricovrare a Caprino. Prevedendo poi l'arrivo di Lusignano, andava a porre alcune sue genti su certi colli pei quali si poteva riuscire dietro a Rivoli. A questo modo la fortuna, che sul principio e per parecchie ore aveva inclinato a favor degl'imperiali, voltato il viso, guardava propizia i repubblicani, per opera principalmente di Buonaparte. Rimaneva Lusignano, che poteva ancor disordinare la vittoria, se non avesse avuto con la rotta di lui la sua perfezione. Infatti compariva, già erano le nove della mattina, con terribile mostra, dopo di aver varcato i monti, nella terra di Pesena, e già s'incamminava più sotto, verso Affi. Nè il frenava il presidio alloggiato a Rocca di Garda; ma dopo un grosso affronto a Calcina, aveva continuato il suo viaggio, e già pervenuto sul monte Fiffaro a fianco ed alle spalle di Rivoli, rendeva dubbia la vittoria.

Mentre così in una battaglia già tante volte vinta e perduta stavano ancora sospese le sorti, arrivava Rey, che, come abbiamo narrato, per ordine di Buonaparte veniva da Desenzano e Lonato inluogo donde già poteva essere di sussidio a' suoi. Velocemente marciando, superati i monti di Cavaglione colla rotta de' Croati, che li guardavano, aveva trovato modo di aprirsi la strada fino a Massena. Si avventavano allora tutti ad un tempo contro Lusignano, Massena da una parte, Mounier dall'altra, Rey alle spalle per forma che, attorniato da tutte le bande, soperchiato dal numero soprabbondante de' nemici, fu costretto a cedere, deponendo l'armi e dandosi con tutti i suoi prigionieri in poter de' repubblicani. Dava questo fatto piena vittoria a Buonaparte, il quale, ritirandosi tutta la restante oste d'Alvinzi rapidamente verso la parte più alta e più aspra del Tirolo, ed avute le novelle dell'accostarsi di Provera a Mantova, con celerità eguale a quella con cui aveva camminato da Verona a Rivoli correva da Rivoli a Mantova, conducendo con sè Massena e la sua schiera, tanto sicuro fondamento alle vittorie.

Intanto Joubert, al quale partendo aveva dato il carico di perseguitar l'inimico, mandava sui monti a sinistra Murat coi soldati più veloci, i quali, dato dentro negli Austriaci, li rompevano con grande terrore. Fu generale la sconfitta, e, se si eccettuino dieci battaglioni ed otto squadroni che il giorno innanzi aveva Alvinzi spedito a Bassano per assicurare quel passo, nissun reggimento si ritirava che intero ed ordinato fosse. Entrava poi Joubert in Trento con bella e lieta mostra guerriera.

Spente le speranze dell'Austria nei campi di Rivoli, si ravvivavano alcun poco, ma per breve tempo, nelle regioni vicine a Mantova. Erasi Provera accostato all'Adige coll'intento di varcarlo per accorrere prestamente al sussidio di Mantova. Simulava, per ingannare Augereau che stava schierato sull'altra riva, ora accennando a Ronco, ora a Porto Legnago. Ma finalmente, gittatosi improvvisamente ad Anghiari, e fatto star indietro con le artiglierie i Franzesiche dall'opposta riva lo oppugnavano, vi piantava il ponte, e varcava, come abbiam detto, il giorno 13 di gennaio. Non così tosto ebbe Provera effettuato il passo, che, chiamate a sè le bande spartite, marciava velocemente alla volta di Mantova; perciocchè nella celerità era riposta la vittoria. Passava per Cerea, Sanguineto e Nogara: alloggiava in questa ultima terra la notte del 14. Il dì 15, continuando a viaggiare molto per tempo e prestamente, passato Castellara, compariva in cospetto di San Giorgio, sobborgo di Mantova. Il seguitavano più che di passo Guyeux ed Augereau, e sebbene non potessero giungere il corpo principale, davano nondimeno addosso al retroguardo, e tutto lo ridussero, armi, soldati e munizioni, in potestà loro. Tuttavia era ancor Provera grosso di più di cinque mila soldati. Ma Buonaparte, con celerità, unica quasi nelle storie, marciando, arrivava contra di lui la notte del 15, e da ogni parte il circondava. Splendeva il giorno 16: Wurmser e Provera assaltavano la Favorita e Sant'Antonio. Fu tanto impetuoso l'assalto del maresciallo, che Dumas posto alla guardia di Sant'Antonio fu costretto a piegare, lasciando le trincee in mano dei Tedeschi. Mandava Buonaparte un rinforzo di genti fresche a Dumas, con le quali potè raffrenare l'impeto del nemico, ma non tanto che Wurmser non arrivasse sino in cospetto della Favorita; già anzi si accingeva ad assaltar alle terga i repubblicani che guardavano quelle fortificazioni. Ma non era passato con la medesima felicità l'assalto dato alla fronte della Favorita da Provera, perchè, ributtato aspramente da Serrurier, che stava dentro, non potè far frutto. Wurmser, combattuto validamente da Victor venuto con le genti da Rivoli, temendo di esser tagliato fuori da Miollis, che poteva uscire da San Giorgio, ed assalito a mano manca da Massena, si riduceva prontamente in Mantova.

I Franzesi, liberati dagli assalti di Wurmser, stringevano viemmaggiormenteProvera. Percuotevanlo a fronte Serrurier, a stanca Victor, a destra Miollis, e già tempestando alle spalle Augereau, che arrivava da Castellare, gli faceva segno che l'arrendersi era più sicuro del combattere. Pure perseverava, volendo, se la malvagità della fortuna lo sforzava a depor le armi, averle almeno usate da guerriero franco e valoroso. Finalmente, costretto dalla forza sopravanzante, chiedeva i patti, e gli otteneva. Fecero conspicua la vittoria meglio di cinque mila prigionieri, dei quali non poca parte erano i volontarii di Vienna. Grave ed importante vittoria, perchè Mantova restava senza rimedio; tutta l'Italia in balia dei repubblicani: di una parte erano padroni per la presenza, dell'altra pel terrore.

Combatterono gli Austriaci in tutte le fazioni raccontate con molto valore; nè si può negare che i disegni dei capitani loro fossero bene ordinati; ma mancarono di effetto, primieramente perchè penetrati, secondariamente per l'incredibile celerità di Buonaparte e de' suoi soldati. Perdettero gl'imperiali in tutte le descritte battaglie, inclusa quella di Provera, tra morti, feriti e prigionieri circa venti mila soldati, con sessanta bocche da fuoco e ventiquattro bandiere. Tutti i volontarii viennesi furono o morti o presi. Scriveva Buonaparte essere mancati de' suoi, tra morti e feriti, solamente due mila; ma furono assai più, e se si noveravano i prigionieri, che però montavano a poca gente, fu perdita di più di sei mila soldati.

In modo tanto misero si terminava il quarto sforzo dell'Austria a difesa e a ricuperazione de' suoi Stati italiani. Ma Buonaparte non era di natura tale che volesse lasciare l'opera imperfetta. Per la qual cosa, risolutosi a non dar posa al nemico, se non quando ei fosse giunto in luoghi del tutto insuperabili, e volendo anche avere un campo più largo a cibare i soldati nelle veneziane pianure, si spingeva oltre, perseguitando le reliquie dei vinti, i quali, incalzati da tutte le parti,più non ebbero altro rimedio che di ritirarsi, come fecero, alle regioni più rotte e quasi del tutto chiuse appresso a Bolzano. I soldati dell'imperatore, abbandonate intieramente le rive della Brenta, e financo le sue sorgenti, si riposarono nelle invernali stanze, avendo la fronte loro distesa dai luoghi più alti della riva destra del Lavisio, passando per le fonti della Piave vicino a Cadore e per la sinistra di questo fiume fino alla sua foce. Quivi stavano aspettando ciò che fossero per portare con sè la stagione migliore e la fortuna fino allora vittoriosa dello arciduca Carlo, che già si vociferava avere ad essere fra breve capo dell'esercito italico. I Franzesi, signori di Bassano e di Treviso, attendevano anch'essi, essendo, pel sopravvenire della vernata, divenuti i tempi sinistri, dall'un de' lati a riposarsi, dall'altro a ridurre in potestà loro Mantova, a soggezione il papa.

Buonaparte, conoscendo che dopo la rotta tanto compiuta degli Austriaci, era Mantova divenuta sua certa preda, si voltava incontanente contro il pontefice per condurre a fine con l'armi quello che aveva incominciato col terrore per la rivoluzione di Modena e delle due legazioni di Bologna e di Ferrara. Era entrato in Roma uno spavento grande dopo la sconfitta degl'imperiali; se ne stava dubbio il pontefice del partito che avesse ad abbracciare. Pure si deliberava a mostrar il viso alla fortuna, perchè con un vincitore fantastico forse la pace non sarebbe stata peggiore dopo che prima del combattimento. Colli dava speranza di poter opporsi con qualche frutto, prendendo i luoghi e fortificando gli alloggiamenti. Fors'anche credeva Pio che Buonaparte non si sarebbe ardito di precipitar Roma agli estremi. Oltre a tutto questo, non si ingnorava pel pontefice che, quantunque il governo da Francia fosse divenuto tanto potente per le armi, una debolezza interna il rendeva vacillante, e questa consisteva nelle credenze cattoliche, che per le persecuzioni e per le disgrazie, eranoripullulate in Francia: il che rendeva necessario il venire ad una composizione con Roma.

I consiglieri del Vaticano si prevalevano dell'efficacia di queste opinioni, e si mettevano al fermo di non voler accettare le condizioni proposte dal direttorio. Ma a Buonaparte, che ora obbediva al suo governo ed ora no, piaceva la guerra col pontefice, per ampliazione di fama, malgrado le dolci parole che indirizzava ora al cardinal Mattei, ora al pontefice medesimo. E se si considerano le scritture in numero quasi infinito che ogni giorno si pubblicavano nei paesi conquistati contro il papa e contro le romane cose, non si potrà in alcun modo dubitare dei pensieri sinistri che il generale repubblicano nutriva contro Roma. Anzi procedeva tanto oltre in questo la sfrenatezza, che sul gran teatro di Milano, a ciò stimolando i capi franzesi che comandavano in questa città, si dava un ballo in cui erano sconciamente scherniti il papa ed i cardinali. Costoro adunque, che per tutti i modi s'ingegnavano d'ingannare e di distruggere il papa, si recavano poi a male ch'egli tentasse di assicurarsi per mezzo di un'alleanza coll'Austria. Una lettera che il cardinal Busca, segretario di Stato, scriveva al prelato Albani mandato dal papa a Vienna, ed intrapresa da Buonaparte, dava occasione al generalissimo di levar rumore.

Buonaparte, usando la occasione della lettera intercetta, e liberato dal timore delle armi austriache, sdegnosamente dichiarava a Bologna: essere rotta la tregua col papa; si apparecchiava a fargli la guerra. Allegava, avere il pontefice ricusato l'esecuzione de' capitoli ottavo e nono della tregua; gridato la crociata contro i Franzesi; mandato le sue genti a minacciar Bologna; intavolato un trattato con l'Austria; condotto generali ed ufficiali austriaci al suo soldo; ricusato di rispondere alle proposizioni di Cacault, ministro di Francia a Roma. Delle quali cose si può dire che se Buonaparte pretendevache il pontefice fosse in condizione ostile contro i Franzesi, aveva ogni ragione, ed anche aveva ragione di correre alle armi contro il pontefice, giacchè il pontefice se ne stava armato contro Francia. Ma accusarlo di non aver mandato ad esecuzione certi capitoli della tregua, non può esser altro se non una seduzione d'intelletto o un abuso di forza; perchè que' capitoli in ciò consistevano: che il pontefice desse milioni di denari e vettovaglie ai repubblicani. Ora il trattato proposto o, per meglio dire, imposto dal direttorio al pontefice, non essendo stato accettato, non si sa comprendere com'ei dovesse somministrar mezzi al suo nemico di nuocere a sè medesimo. Delle altre accuse date a Pio questo si può affermare, che, poichè l'immoderanza del direttorio avea fatto la pace impossibile, e la guerra inevitabile, non solo poteva, ma doveva usare ogni modo per restare assicurato delle cose contro la prepotenza altrui.

Intanto Buonaparte intendeva alle sue preparazioni: circa venti mila soldati stavano pronti a correre contro il papa; e fra i buonapartiani erano molti soldati italiani delle due repubbliche transpadana e cispadana. Buonaparte richiamava da Roma Cacault. Erano nell'oste destinata a far la guerra al papa cinque legioni di fanti franzesi, due di cavalli, tre battaglioni di fanti lombardi, altrettanti di cispadani, con pochi cavalleggieri delle due repubbliche. Comparivano inoltre due compagnie di fanti polacchi, raccolte di disertori e prigionieri austriaci: questo fu il primo principio di quella legione polacca che condotta da Dombrowsky, si acquistò poscia nome nelle guerre italiche. Adunato il generalissimo tutte queste genti in Bologna, le spingeva oltre contro lo Stato ecclesiastico, partite in tre schiere, alle quali aveva preposto Victor, testè fatto chiaro per la vittoria della Favorita. Guidava la prima Lannes, la seconda Fiorella, la terza La-Salcette. Ordinavasi una banda di corridori e feritorialla leggiera, che, composta di Lombardi, aveva, sotto il colonnello Robillard, carico di sopravvedere il paese ed ingaggiare le prime battaglie. Marciavano il dì primo febbraio; occupata facilmente Imola, si avviavano alla volta di Faenza per combattere i pontificii che stavano accampati sulle rive del Senio. Tenevano Lannes e Fiorella la strada maestra per a Castelbolognese, La-Salcette i colli a destra. L'intento loro era d'assaltar di fronte il nemico, e nel tempo medesimo, esplorando i luoghi sul fiume, riuscirgli alle spalle. Ma siccome Buonaparte più temeva i popoli che i soldati, così mandava fuori un bando, parte amichevole, parte minaccioso, col quale dall'un canto annunziava alle terre pacifiche pace ed amicizia, dall'altro alle ostili rigore e vendetta.

Intanto a Mantova l'infelice battaglia della Favorita aveva persuaso a Wurmser che, per la carestia de' viveri, la dedizione era inevitabile. Ciò nonostante, quel suo invitto animo non ancora si sgomentava, deliberato a patire qualunque estremità, prima di arrendersi. Eppure le cose sue erano ridotte in angustissimo luogo: il presidio scemato per morti frequenti, infievolito da febbri mortalissime gli ospedali, le case tutte piene di soldati moribondi, chi non inabilitato dalla malattia, inabilitato dalla disperazione; la ultima fame già tormentava, oggimai erano consumati tutti gli alimenti, gl'infermi si moltiplicavano ogni momento, mancavano per loro i rimedii. A tale era giunta la penuria della piazza, che un uovo si vendeva uno scudo, un pollo quattro, e non se ne trovava; solo pane era di saggina, sola carne di cavallo, fresca e poca pei ricchi, salata e poca pei poveri. Si appiccavano i morbi dai soldati ai cittadini: era in ogni luogo uno squallore, un fetore, una miseria, che male si potrebbe con le parole descrivere. Ecco intanto arrivare le acerbe novelle a Wurmser, essere state predate sul lago trentadue barche cariche di vettovaglie,che Alvinzi, quand'era in possessione delle rive, aveva inviato in soccorso della travagliata Mantova. Questo accidente, che toglieva al capitano dell'Austria la speranza con la quale si sostentava nella estremità della fame, il fece accorto che gli era oggimai necessità di mandar a prendere accordo co' Franzesi, poichè certamente il poteva fare senza macchia dell'onor suo. Mandò dunque dicendo a Serrurier che darebbe la piazza con certe condizioni che non volle il generale repubblicano consentire, parendogli troppo alte; pure finalmente si convenne tra Wurmser e Serrurier in questa sentenza: darebbe il maresciallo ai Franzesi la città, la fortezza e la cittadella; uscirebbe il presidio onoratamente secondo gli usi di guerra, deporrebbe le armi fuori della barriera, restasse prigioniero fino agli scambii; uscisse libero Wurmser, e con lui liberi i suoi aiutanti, duecento soldati a cavallo, cinquecento altre persone a sua elezione; solo contro la Francia per tre mesi non militassero; gissene securamente il presidio a Gorizia per Legnago, Padova e Treviso; curassersi umanamente i malati ed i feriti; fosse data venia a ciascuno delle cose fatte, e niun Mantovano potesse esser ricerco, nè molestato per opinioni o per fatti a favor dell'imperadore: condizioni onorate conformi all'onorata difesa.

Usciva Wurmser circondato da' suoi liberi soldati: ammiravano in lui la fortezza e la volontà egregia con un corso di fortuna troppo indegnamente contraria. Debbonsi lodare i vincitori che con più cortese dimostrazione il vecchio prode ed infelice guerriero onorarono. Buonaparte stesso non ommise di esaltare il guerriero austriaco, scrivendo al direttorio, con altre cose, avere con intento proprio voluto dimostrare la franzese generosità verso il vecchio Wurmser, generale di settant'anni, segno d'avversa fortuna, d'animo invitto. Così Mantova, combattuta dalla forza e dalla fame, venne in potestà della repubblica.

Torniamo ai travagli ch'erano in Roma. L'esercito pontificio si era, come abbiam narrato, accampato sulla destra dei Senio, pronto a difendersi, non ad offendere. Avevano i soldati del pontefice, in numero di sei in sette mila fanti e cinquecento cavalli, munito il ponte del Senio sopra e sotto con buoni ridotti e con quattordici pezzi di artiglieria. Un altro pezzo assicurava il ponte medesimo che guarda quasi per diritto la strada di Faenza. Avevano pur fatto un fosso ed altre fortificazioni ancora. Il generale di Francia, come prima giunse ad un quarto di miglio da Caslelbolognese, arrestava il passo a Lannes ed a Fiorella, e mandava avanti Junot con un buon reggimento di cavalleria ad ordinarsi in battaglia a sinistra della strada vicino al ponte, ma oltre il tiro delle artigliere pontificie. Robillard schierava, non fitti, ma larghi, duecento feritori alla leggiera lungo il fiume sulla riva sinistra. Voleva Victor che costoro facessero opera di passare a qualche agevole guado, poichè pei tempi secchi era il fiume guadoso in molti luoghi. Non così tosto si affacciarono al fiume, che pioveva loro addosso una tempesta di palle; già piegavano: ma incuorati dai capi, erano tutti soldati di Lombardia, tornavano al cimento, e non solamente sostenevano quel duro bersaglio, ma cacciatisi nel fiume, che correva molto rapido, il passarono. Del quale ardimento sbigottiti i soldati del papa, abbandonavano il fosso per ricoverarsi nei ridotti; al che tanto più volontieri ne vennero, quanto più Victor, accortosi del fatto, e non volendo lasciar soli al pericolo i primi feritori, aveva ordinato alla quinta dei leggieri che varcasse ancor essa. Ma i pontificii, siccome il fosso era stato scavato per diritto e perpendicolarmente ai ridotti, nè l'avevano munito con le necessarie traverse, si trovavano esposti a tutto il bersaglio dei feritori nemici; il che li fece disordinare e sbigottire vieppiù. In questo la cavalleria del papa, mossa da uno spavento repentino, si mettevain fuga. Victor, conosciuto che quello era il tempo buono per vincere, mandava a dar la carica al ponte due compagnie di Lombardi, due di Polacchi. Non contrastarono più a lungo le truppe pontificali il passo, e si ritirarono con grave disordine e precipitosamente a Faenza. Non poterono tostamente seguitarle i repubblicani per la difficoltà delle strade.

Superato il Senio, s'appresentavano i repubblicani alle porte di Faenza, le quali atterravano coi cannoni, ed entrarono nella terra abbandonata dal presidio pontificio. Fu notabile in Faenza, città nobile e ricca, la moderazione del vincitore; conservò intatte ed inviolate le proprietà e le persone; anzi Buonaparte, fatti venire a sè i preti ed i frati, li confortava a star di buona voglia, dimostrando volere che da tutti la religion si rispettasse ed i suoi ministri si beneficassero. Davansi facilmente, discorrendo i Franzesi per tutto il paese come folgore, Forlì, Cesena, Rimini, Pesaro, Fano, Sinigaglia, quantunque il passo di quest'ultima fosse munito di buoni difensori. Si era Colli tirato indietro fino ad Ancona, sperando di poter quivi fare qualche resistenza. Prevedendo intanto il pericolo della Casa di Loreto, intorno alla quale non ignorava i pensieri rapaci manifestati già fin dal principio dell'anno precedente dal direttorio, aveva spacciatamente comandato che, posti sui carri gli arredi e le reliquie più preziose, s'indrizzassero alla volta di Roma. Stava Colli accampato sulla Montagnola con cinquemila soldati e sette pezzi di buone artiglierie. Ordinava Victor agl'Italiani ed ai Polacchi andassero all'assalto: le genti grosse, girando a destra, facevano sembianza di voler riuscire alle spalle dei pontificii. Fu debole la difesa, perchè i soldati di Colli, spaventati dalla rotta precedente, si ritirarono in gran fretta: appena Colli fu a tempo di vuotare Ancona e la cittadella. Se ne impadronirono i repubblicani. Il generale della Chiesa, come prima potè raccorre i soldati disordinati, anduva a porre il campo tra Foligno eSpoleto. La Marca, tutto il ducato di Urbino, eccettuata la metropoli, la più gran parte dell'Umbria venivano sotto l'obbedienza della repubblica. Espilavasi Loreto. La statua della Madonna, con alcuni altri capi più singolari trascelti dai commissari Monge, Villetard e Moscati, si avviavano alla volta di Parigi. Del resto si mostrava assai continente Buonaparte, minacciando morte ai soldati che facessero sacco. Piantava Victor il suo principale alloggiamento a Foligno.

Andando tanto impetuosamente in precipizio lo Stato pontificio, un alto terrore assaliva Roma. Già pareva ai Romani che quel primo seggio della cristianità dovesse andare a sacco ed a fuoco. L'erario, le suppellettili preziose, le lauretane ricchezze si avviavano a gran pressa verso Terracina. Nè i ricchi se ne stavano, perchè ancor essi incamminavano le suppellettili più nobili e più care, e così le persone al medesimo viaggio. In mezzo a sì grave precipizio, uscivano ad ora ad ora, come suol accadere in simili casi, voci più spaventose ancora, che già i nemici fossero alle porte, e chi diceva di averli uditi, e chi di averli veduti. Raddoppiavansi il terrore, le grida, la confusione, la fuga: pareva ad ognuno che già spenta fosse ogni salute, che già Roma, l'antica madre, rovinasse.

In caso tanto lagrimevole e spaventoso, potendo i Franzesi a volontà loro correre per tutto lo Stato ecclesiastico, non era più luogo ad altra deliberazione se non di piegarsi a quella dura necessità. Si mostrava costante il pontefice nel non voler consentire a quelle condizioni che nel modello del trattato imposto dal direttorio erano a lui parute contrarie alle dottrine della sedia apostolica ed alla consuetudine della Chiesa. Quanto agl'interessi temporali, preponendo il titolo della salvezza di Roma a qualunque altro rispetto, si preservasse con opportune concessioni, sclamava, la città; alla concordia con Buonaparte si provvedesse. Aveva sempre il generale dellarepubblica veduto molto volontieri il cardinale Mattei: parve mediatore opportuno a piegare lo sdegno del vincitore. Cresceva tuttavia il pericolo, cresceva il terrore. Destinava il pontefice quattro legati al generale; il cardinale Mattei, monsignor Galeppi, il duca Luigi Braschi, il marchese Camillo Massimi; concludessero ad ogni modo la pace, salva però la religione e la sedia apostolica. Incontravano per viaggio il corriere portatore delle lettere di Buonaparte al cardinale: erano molto benigne, recatrici di tregua, promettitrici d'accordo; questa fu la consolazione di Roma. Arrivarono i legati a Tolentino, dove Buonaparte aveva le sue stanze. Accolti con dimostrazioni cortesi dal generale, si restringevano tostamente con lui a negoziare in una faccenda che oggimai non aveva più in sè difficoltà di importanza, perchè nè Buonaparte voleva toccare lo spirituale, nè il papa aveva più, pel terrore e per l'estremità del caso, arbitrio del temporale, essendo già posto in balia del vincitore.

Si concludeva il giorno 19 febbraio a Tolentino il trattato di pace fra il papa e la repubblica di Francia. Si obbligava il pontefice a recedere da qualunque lega segreta o palese contro la repubblica; a non dar soccorsi nè d'armi, nè di soldati, nè di viveri, nè di denaro, nè di navi a chi nemico ne fosse; a licenziare i reggimenti nuovi; a serrare i porti ai nemici di Francia, ad aprirgli ai Franzesi; al cedere alla Francia Avignone, il contado e le dipendenze; al cedere ugualmente le legazioni di Bologna e di Ferrara, con ciò però che non vi si facessero novità pregiudiziali alla religione cattolica; al consentire che la città, la cittadella ed il territorio d'Ancona sino alla pace si depositassero in mano della repubblica. Oltre a questo si obbligava il papa a pagare fra un mese ai Franzesi quindici milioni di tornesi, dieci in contanti e cinque in diamanti; fra due mesi altrettanti, parte pure in pecunia numerata, parte in diamanti. Consentiva inoltre a somministrareottocento cavalli, bestie da tiro altrettante, buoi, bufali ed altri animali dello Stato della Chiesa; a dare i manoscritti, i quadri, le statue pattuite nel trattato di Bologna; a disapprovare la uccisione di Basseville, ed a pagare pel ristoro dei danni alla famiglia dell'ucciso trecento mila tornesi; a liberare i prigionieri per cause di Stato; a restituire ai Franzesi la scuola delle arti in Roma; volle finalmente il vincitore, e consentiva il papa, che il trattato fosse obbligatorio per lui e pei successori nella cattedra di San Pietro per sempre.

Così finiva la romana guerra.

Il generale fortunato, domati i grandi, volle far mostra di onorare e rispettare i piccoli. Mandò, trovandosi agli alloggiamenti di Pesaro, a dì 7 febbraio, Monge a certificare la repubblica di San Marino della fratellanza ed amicizia della repubblica franzese. Andò Monge sulla cima del monte Titano. Introdotto in cospetto dei padri, disse, enfaticamente parlando, dappoichè Atene, Tebe, Roma e Firenze avevano perduto la libertà, quasi tutta l'Europa essere venuta in servitù; solamente in San Marino essersi ricoverata la libertà; ma pur finalmente il popolo franzese, del proprio servaggio vergognandosi, essersi vendicato in libertà: l'Europa, posti in non cale i proprii interessi, posti in non cale gl'interessi del genere umano, essere corsa all'armi contro di lui; la civil guerra avere aiutato la forestiera; pure essersi avventato lui alle frontiere, avere debellato i suoi nemici: avere trionfato, venuti i suoi eserciti in Italia, avervi vinto quattro eserciti austriaci, recatovi la libertà, acquistatosi gloria immortale quasi fin sotto gli occhi della sanmarinese repubblica; avere la repubblica di Francia, abborrente dal sangue, offerto pace, ma averla anche offerta indarno; perseguitare intanto i suoi nemici, passare presso a San Marino per perseguitarli; ma vivessero sicuri che Francia era amica a San Marino. A questo passo veniva Monge offerendo alla repubblicada parte del generalissimo territorii di stati vicini. Troppo squisito e magnifico parlare e troppo inconveniente offerta era questa a quegli uomini semplici ed ammisurati; nè si sa perchè Monge, che uomo temperato era anch'egli, la facesse. Il torre e l'accettare erano ugualmente brutti e pericolosi per una repubblica che era vissa sì lunga età innocente e pura da quel d'altrui. Buonaparte venne poscia in sull'offerire egli stesso: darebbe quattro cannoni, darebbe fromenti; riceverebbe in sua protezione San Marino, e farebbe portar rispetto ovunque e quandunque a' suoi cittadini.

Rispose il consiglio, accetterebbe i cannoni volontieri, accetterebbe anche i fromenti, ma pagandoli; dei territorii contento agli antichi, non volerne nuovi; solo pregare qualche maggior larghezza di commercio, e di ciò richiedere l'eroe invincibile. Il seguito fu che i cannoni non furono dati e che non si parlò più di San Marino. Continuò nella solita quiete e libertà; continuò a rispettare i diritti degli uomini senza vantarli, il che è meglio che il vantarli, senza rispettarli; continuarono dall'altra parte intorno al felice monte gli strepiti e la licenza dei popoli e dei soldati.

Rimoveva Buonaparte appoco appoco le sue genti dallo Stato ecclesiastico: poscia si conduceva a Bologna intento a nuove imprese, perchè già l'Austria un'altra volta ingrossava.

Due pensieri operavano massimamente a questo tempo nella mente di Buonaparte, sicuro ormai di poter fare, o buon grado o mal grado del suo governo, ciò che più volesse. Siccome la fortuna tanto se gli era dimostrata prospera, così intendimento suo era, posti in non cale i pensieri del re di Sardegna, di creare un nuovo Stato in Lombardia, acciocchè egli fosse della sua potenza e del suo nome testimonio perpetuo. Ma il direttorio, che aveva anche capriccio in questo nuovo Stato, desiderava tuttavia temporeggiarsi pel desiderio che aveva della pacecoll'imperadore. Si proponeva oltre a ciò Buonaparte, solito a fabbricare ne' suoi concetti grandissimi disegni, tostochè si diminuisse l'asprezza della stagione, di varcare con tutto l'esercito le Alpi Giulie e di far sentire le sue armi nel cuore della Germania, a fine di obbligare l'imperadore alla pace, pensiero che già aveva concetto fin dai tempi delle sue prime vittorie in Italia, e che solo era stato interrotto dalla meravigliosa costanza dell'Austria nel sostituire nuovi eserciti ad eserciti vecchi. Confortavano massimamente questa sua deliberazione la singolarità e la grandezza dell'impresa, l'avere a cimentarsi con l'arciduca Carlo, fratello dell'imperadore, che aveva di recente combattuto vittoriosamente le armi repubblicane sulle sponde del Meno e del Reno, e che era stato preposto, come ultima speranza, all'esercito italiano. In questo poi era suo intento di affrettarsi, sì perchè, credendo di poter fare da sè, non voleva che Moreau, calandosi per le rive del Danubio, lo aiutasse, e sì perchè aveva a cuore di assaltare l'arciduca innanzi che le genti di nuova leva, che già marciavano, avessero ingrossato le reliquie dei vinti. A condurre a fine queste fazioni abbisognava principalmente di non lasciarsi nissun sospetto alle spalle, e questo fine conseguiva col far rivoluzione nei paesi veneti.

Con questi pensieri si accostava Buonaparte alla guerra d'Alemagna. Reggeva cinquanta mila soldati fioritissimi e veterani tutti dell'esercito italico, ed a questi si erano congiunti venti mila venuti dal Reno, sotto la condotta di Bernadotte. Gli aveva per tal modo distribuiti nelle stanze, che l'ala sinistra, governata da Joubert e grossa di più di venti mila soldati molto agguerriti, guardava i passi del Tirolo; la mezza schiera condotta da Massena alloggiava a Bassano; l'ala destra, alla quale presiedeva Buonaparte stesso e che aveva un novero di trenta mila soldati, alloggiava nel Trevigiano sino alle rive della Piave. Così conle tre schiere sovrastava Buonaparte ai tre passi che dall'Italia danno l'adito all'Alemagna.

Animava i suoi soldati per fargli star saldi alle nuove prove: badassero, diceva, che già avevano vinto quattordici campali battaglie, settanta minori, preso più di cento mila prigionieri, conquistato cinquecento cannoni leggieri, due mila grossi, piatte per quattro ponti; si ricordassero, avere senza spesa del pubblico vissuto un anno, mandato trenta milioni all'erario; per loro avere il museo di Parigi acquistato quanto di più bello avea penato trenta secoli l'antica e la moderna Italia a produrre; le più belle contrade dell'Europa essere in potestà della repubblica; a loro obbligate della libertà la Lombardia e la Cispadana repubbliche; vedere per la prima volta l'Adriatico le franzesi insegne; là oltre e poco distante mostrarsi la Macedonia antica; i re di Sardegna e di Napoli, il papa, il duca di Parma, abbandonata la lega, avere ricerco l'amicizia della repubblica; gl'Inglesi cacciati da Livorno, da Genova, da Corsica essere testimoni del loro valore; molto essersi per loro fatto, molto ancora restare a farsi; meritassero l'affezione della patria confidente nel loro coraggio; solo tra tanti nemici stare in piè ed in armi l'imperadore; gissero dunque, esortava, la pace cercando nel cuore stesso degli Stati ereditarii d'Austria; vedrebbero popoli valorosi; la religione onorassero, i costumi rispettassero, le proprietà proteggessero..... Voci molto incitatrici erano queste agli animi di soldati valorosi, vincitori, e che, non conoscendo qual fosse in tanta contesa il dritto, il giusto e l'onesto, non altro suono conoscevano che quello delle armi.

Dalla parte dell'Austria, che mal volontieri si disponeva a lasciare del tutto le cose d'Italia abbandonate, le faccende passavano con maggior moderazione, ma non con minore coraggio, se si guardano le risoluzioni di chi reggeva lo stato; imperciocchè, oltre le reliquie de' soldativinti, si mandavano alla volta della Carintia, della Carniola e del Friuli circa trenta mila delle genti del Reno, nuove leve si ordinavano negli Stati ereditarii, la nazione ungara volonterosamente accorreva in aiuto del sovrano pericolante. Una massa di soldati vecchi e nuovi alloggiava a Salisburgo pronta a correre ai passi dell'Alpi; un campo si ordinava a Neustadt come antemurale alla capitale dello impero. Confortava l'oste il pensiero dell'avere a guidatore e capo delle nuove imprese l'arciduca Carlo, principe amatissimo, che recentemente aveva dato segni di non mediocre perizia e di singolare ardimento nelle guerre d'Alemagna.

Alloggiavano nel Trentino, nel paese di Feltre e nella Marca Trivigiana, distendendo la fronte loro dai monti di Bormio insino alla foce della Piave. Ritirava sul principio di febbraio l'arciduca il grosso sulla sinistra riva del Tagliamento, e lo alloggiava nel Friuli e nella Carintia, lasciando tre schiere sulla fronte descritta. Trovavasi Liptay con una di esse a guardare lo spazio che corre dalla frontiera de' Grigioni a Salorno, terra posta sulla sinistra dell'Adige sopra al Lavisio, e per tal modo stava a difesa del superiore Tirolo. Spiegava la seconda le sue ordinanze da Salorno a Feltre a traverso i monti che spartono le acque dell'Adige da quelle della Piave. Obbediva questa al freno di Lusignano, ed era pronta a venire al cimento con que' soldati rischievoli di Massena. Finalmente il principe di Hohenzollern con sette mila soldati custodiva il paese da Feltre scendendo per la sinistra della Piave fin dove ella mette in mare. Fermava l'arciduca il suo principal alloggiamento in Udine, capitale del Friuli, perchè sapeva che il più forte sforzo dell'inimico si doveva indirizzare verso Gorizia.

Il primo a dare il segnale delle nuove battaglie fu il generale di Francia: il 10 marzo si muoveva con la sua destrae con la mezzana schiera. Era suo primario intendimento di entrar framezzo agli Alemanni per modo che l'ala loro destra restasse separata dalle altre. Perciò aveva ordinato, che il principale sforzo di questa prima mossa fosse fatto dalla mezzana, che raunata sulle rive della Piave obbediva a Massena: nè mancava Massena del debito suo; perchè non così tosto si mosse, che gli Austriaci, abbandonata la fronte del Cordevole ed i luoghi più bassi, andavano a porsi in sito forte oltre Belluno, a fine di propulsare il nemico, se tentasse d'inoltrarsi nella valle di Cadore. Seguitavali tostamente il Franzese, e, quantunque Lusignano con grandissimo valore si difendesse, prevalendo i repubblicani di numero, fu alla fine obbligato, non giovandogli nè l'avere ordinato i suoi in globo per aprirsi il passo alla salute, nè un bravo menar di baionette, a por giù l'armi con tutta la sua schiera, e a darsi in potestà dei vincitore. Per tal modo meglio di seicento soldati, Lusignano con loro, vennero in poter de' Franzesi; ma fu maggiore il numero degli Austriaci uccisi in quell'ostinato conflitto. Al tempo medesimo Serrurier e Guyeux varcavano la Piave a Vidor e ad Ospidaletto, ed occupato Conegliano e Sacile, si avvicinavano al Tagliamento. Aveva l'arciduca munito la sponda sinistra di questo, piuttosto impetuoso torrente che giusto fiume, di trincee con averle afforzate con artiglierie. Stanziava anche numerose torme di cavalleggieri pronte a ributtare l'inimico ove passasse, ma queste erano meglio dimostrazioni per ritardare che per arrestare l'inimico, perchè le acque del Tagliamento, non ancora sciolta le nevi sui monti, si potevano guadare in molti luoghi. Per la qual cosa i Franzesi, schivando i passi muniti, riuscivano facilmente sulla sinistra. Fuvvi qualche incontro di cavalleria assai brava, ma i fanti tedeschi fecero poca resistenza quando la cavalleria dei repubblicani, varcato il fiume, gli ebbe assaltati. Al contrario i primi fantifranzesi che avevano passato, percossi vigorosamente dalla cavalleria tedesca, avevano contrastato con molta forza.

Passato il Tagliamento ed assicurato Buonaparte sulla sinistra per la vittoria di Massena, che già da Cadore, valicando dai fonti della Piave a quei del Tagliamento, si accostava con presti alloggiamenti alla Ponteba, si stendeva per tutto il Friuli, cacciandosi avanti verso il Lisonzo le armi austriache che, debolmente combattendo, facilmente gli cedevano del campo. Già le fortezze di Palmanova e di Gradisca, e già Gorizia erano in poter suo venute. Quindi allargandosi a destra s'impadroniva di Trieste abbandonato dai suoi difensori, e fatta una subita correria sopra Idria, faceva sue quelle ricche miniere d'argento vivo, bottino ricchissimo, ma non tanto quanto portò la fama. Verso sinistra, procedendo altresì molto risolutamente, prendeva Cividale e s'incamminava a Chiavoretto, perchè voleva consuonare con Massena nel carico che questi aveva d'impossessarsi dell'importante passo della Ponteba. Grande era questo suo pensiero; conciossiachè se Massena guadagnava il passo della Ponteba, poi quello di Tarvisio, che gli succede, gli sarebbe venuto fatto di spuntare il fianco destro dell'arciduca, di separarlo da Kerpen e da Laudon, d'impedire i rinforzi che dal Reno gli pervenivano, e forse ancora di giungere a Clagenfurt sulla strada per a Vienna innanzi che il generalissimo austriaco vi arrivasse.

Ma prima che si raccontino le importanti fazioni che ne seguirono, necessaria cosa è il descrivere come le cose passassero tra Joubert da un canto e Liptay, Kerpen e Laudon dall'altro, nel Tirolo. Come prima ebbe avviso Joubert dei prosperi fatti accaduti nel Friuli, si metteva all'ordine per eseguir le imprese che alla fede ed al valor suo aveva Buonaparte raccomandate. Varcava il Lavisio il dì 20 di marzo, nonostante che i cacciatori tirolesi posti ai passi con ispessi tiri ogni opera facessero per impedirlo:urtava Kerpen che aveva un forte campo sulle alture di Cembra, cercando di accerchiarlo a sinistra per Cavriana. Al tempo stesso per la strada di Bolzano e a destra marciarono Delmas e Baraguey d'Hilliers. Fu valida, ma non lunga la difesa, pel timore che ebbe Kerpen di essere circuito sulla destra della sua fronte, però con celeri passi si ritirava a San Michele, donde gagliardamente anche combattuto dai Franzesi, viemmaggiormente indietreggiando, andava a porsi più sopra a Bolzano. Entravano successivamente, benchè non senza nuove battaglie e molto sangue, i Franzesi in Salorno, in Peza ed in Newmarket. La ritirata tanto presta di Kerpen poneva in grave pericolo Laudon, che alloggiava sulla destra dell'Adige, perciocchè le raccontate fazioni accadevano sulla sinistra. Nè i Franzesi trasandavano la occasione; anzi varcato il fiume ai ponti di Salorno e di Newmarket, assalivano Laudon nel suo campo di Tranen e lo rompevano con uccisione di molti, e con circa novecento prigioni e parecchie artiglierie prese. Dopo questa rotta, che faceva impossibile a Laudon di ricongiungersi con Kerpen, non ebbe altro rimedio che di cercar ricovero nelle parti superiori della valle di Merano. Quivi stette aspettando che la fortuna gli offerisse nuova occasione di risorgere.

Seguitavano i Franzesi il corso della fortuna vincitrice, ed urtato Kerpen, che aveva fatto un forte alloggiamento alla Chiusa, lo avevan sloggiato e percosso di modo che, abbandonato anche Brissio, pensava a ritirarsi a Sterzing, luogo molto scosceso, stretto, rotto, difficile e posto nelle montagne del Brenner presso al sommo giogo dell'Alpi, dove si spartono le acque dell'Adige e dell'Inn, ultima difesa d'Alemagna contro chi viene dalle terre d'Italia. I Franzesi lo assaltavano audacemente in quel fortissimo alloggiamento, fu dura e sanguinosa la battaglia; furono costretti a tornarsene indietro. Joubert adunque si fermava a Brissio, dove potevaa suo grado o stare osservando le cose del Tirolo o marciare per Bruneck e Toblach a Linz, e di là fino a Villaco per trovarvi Buonaparte. Ma non tardava a fare la fortuna che quello che era elezione per lui, diventasse necessità.

Chiamava Laudon i Tirolesi all'armi, li chiamava Kerpen: secondava con ardenti esortazioni l'opera loro il conte di Lerback, personaggio di grande autorità e molto potente nelle cose del Tirolo. I bellicosi abitatori di quelle montagne al suono di voci tanto gradite correvano all'armi bramosamente contro i conculcatori della patria loro; nè il sesso nè l'età si rimanevano, perchè furono veduti e vecchi e donne e fanciulli, dato di mano alle armi che il caso od il furore parava loro davanti, mettersi in piè per difendere le antiche ed amate sedi loro. Nè la stagione sinistra, nè le alte nevi, nè i grossi ed impetuosi torrenti, nè ogni disagio di guerra o di vettovaglia gli impedivano. Passava tant'oltre questo improvviso tumulto, che sul principiar di aprile, risuonando quelle valli d'ogni intorno d'armi e di grida guerriere, meglio di ventimila combattenti erano in pronto contro quella gente venuta da lontani paesi per conquistarli. Intanto i generali tedeschi, che sapevano che le moltitudini disordinate sono piuttosto preda che danno ad un nemico bene ordinato, avevano distribuito in battaglioni giusti quella massa tumultante, e mescolatovi per dar polso e regola alcuni drappelli di regolari. Principale fondamento facevano nell'opera di costoro, perchè questi popoli accorsi, sapendo il paese, potevano acconciamente ferire alla leggiera, opprimere i traviati, mozzar le strade, riuscire improvvisi alle spalle, bersagliare da lungi e da luoghi erti, soprapprendere le bagaglie, impedire la vettovaglia, insomma fare ogni cosa, avanti, a' fianchi e addietro, sospetta e pericolosa.

Kerpen e Laudon, fatti forti da questo accalorato stormo, ed ingrossati anche da qualche battaglione di regolarivenuti dall'esercito Renano, si consigliavano di voler cacciare del tutto dal Tirolo i repubblicani. Con questo pensiero Laudon calava minacciosamente da quei luoghi alti e dirupati ed andava a battere a mezza strada fra Brissio e Bolzano, col fine di tagliar il ritorno ai Franzesi, alle parti dissottane dell'Adige. Gli riusciva l'intento, perchè assaltate con impeto le vanguardie franzesi, le faceva piegare e s'impadroniva di Bolzano. Fatto poscia più audace dal fortunato successo, saliva per le rive dell'Adige per congiungersi con Kerpen e per istringere vieppiù Joubert, che tra l'una schiera e l'altra stanziava a Brissio. Occupava la Chiusa, poi Steben, tanto ritirandosi i Franzesi più in su quanto più avvicinava Laudon; già Brissio medesimo pericolava. Nè se ne stava neghittoso in questo mezzo tempo Kerpen, perchè calando con le sue genti miste di Tirolesi e di Tedeschi da Sterzing, rincacciava i repubblicani fin sotto le mura di Brissio. Per questo molto a Joubert accerchiato da tre parti non rimaneva più altro scampo che a levante per la valle del Puster, poscia per quella della Drava fino a Villaco. Partitosi da Brissio il dì 5 aprile, e ritardato l'impeto di Kerpen che lo voleva seguitare, con aver rotto il ponte sull'Eisac, arrivava il giorno 8 a salvamento a Linz, dove trovava alcuni squadroni di cavalleria che il generalissimo, geloso di quel passo mandava ad incontrarlo. Poscia, marciando sollecitamente in giù per la riva della Drava, e rotte alcune squadre collettizie all'Ospedale, che volevano serrargli il passo, conduceva ad effetto a Villaco la congiunzione dei due eserciti. Ma Laudon non si ristava; che anzi cacciando all'ingiù dell'Adige i Franzesi, entrava vittorioso in Trento e Roveredo, s'allargava anche sulle sponde del lago a Torbole ed a Riva. Questa mossa, che già faceva sentir il romore delle armi tedesche nella pianura trapposta tra l'Adige ed il Mincio, partoriva effetti importanti.

La guerra si avvicinava sugli estremi confini d'Italia per opera di Massena ad un evento terminativo per quanto spetta alla difesa degli Stati ereditari d'Austria. Già per la molta importanza del passo della Ponteba, aveva comandato l'arciduca a Ocskay che lo custodiva, ostinatamente il difendesse. Confidando nel valore de' suoi, veniva in pensiero di sopraccorrere con forze superiori contro Massena e di conculcarlo prima che Buonaparte avesse tempo di soccorrerlo. Il quale intento se avesse avuto il suo effetto, l'arciduca avrebbe fatto a Buonaparte quello che Buonaparte voleva fare a lui, cioè separare l'ala sua destra dalle genti del Tirolo che erano la sua sinistra. A questo fine ebbe tostamente il generale austriaco adunato alcune truppe già venute dal Reno, e comandava al tempo medesimo ai generali Gontreuil e Bajalitsch, marciassero risolutamente a Tarvisio per a Ponteba; li seguitava di pari passo, conducendo con sè le artiglierie più grosse. L'accidente era importante, il momento fortunoso. Già marciava l'arciduca quasi sicurato della vittoria; ma quando più confidava di un prospero fine, gli sopravvenivano le novelle, certamente ingratissime, che Ocskay, non facendo alla Ponteba contro Massena quella sperienza che si aspettava di lui, si era tirato indietro fino a Tarvisio, che anzi, velocemente seguitato dal nemico, aveva anche abbandonato Tarvisio, ritirandosi più che di passo verso Wurtzen. Quest'accidente tanto impetuoso fece precipitar l'arciduca ai rimedi: comandava ad Ocskay che tornasse incontanente e cacciasse i repubblicani da Tarvisio. Ma il suo intento non ebbe effetto, perchè Ocskay, accelerando il cammino, era già arrivato a Wurtzen, terra troppo più lontana che abbisognasse, perchè ei potesse giungere a tempo alla fazione. Non si perdeva di animo per tanto sinistro l'arciduca, e, non lasciata indietro diligenza od opera alcuna, pensava a ricuperar col valore quello che la timidità aveva perduto. Aquesto fine ordinava a Gontreuil e Bajalitsch, seguitassero a marciare e restituissero ad ogni modo alle armi austriache il passo di Tarvisio. Tanto velocemente marciò il primo, guidatore dell'antiguardo, che, valicato il colle di Ober-Preth, urtava valorosamente in Tarvisio cacciavane i repubblicani, e perseguitandoli, li respingeva fin oltre al villaggio di Salfnitz, e se fosse stato presto Bajalitsch ad arrivare per fermare i suoi nella battaglia, l'impresa aveva il suo compimento. Ma egli, o fosse ritardato dai luoghi aspri o dagli impedimenti delle artiglierie che voleva condurre con sè, non potè arrivare a tempo alla fazione, per modo che il seguente giorno che fu ai 23 di marzo, Massena, raccolti ed adunati i suoi, e già prevalendo di forze contro Gontreuil, rimasto solo, dava dentro, prima a Salnitz, poscia a Tarvisio, e da ambi i luoghi cacciava gl'imperiali. Nè valsero il valore di Gontreuil, che fu molto notabile, nè quello delle sue genti che combatterono virilmente, nè la presenza dell'arciduca medesimo che era accorso e fece in questa battaglia le veci non meno di esperto capitano che di animoso soldato, ad arrestare il corso della fortuna contraria; perchè non solamente fu rotto e ferito Gontreuil, ma fu cagione che rotto ancora fosse poco dopo Baialitsch che arrivava; conciossiachè Massena vittorioso, rivoltosi contro questa seconda colonna, le dava l'assalto sui confini di Raibel. Al tempo medesimo Guyeux, che si era impossessato per una battaglia di mano del forte passo della Chiusa di Plezzo, accostatosi ancor esso, l'assaliva alla coda. La schiera, urtata da tutte le parti da un nemico vittorioso, ridotta ad un'estrema lassezza pel camminare frettoloso su per quei monti, nè avendo speranza di soccorso, deposte le armi, si arrendeva.

Perduta la speranza di offendere, pensava il generale dell'Austria ad ordinar le difese in modo che fosse fermato quel precipizio, e fatto abilità alle genti stanziali del Reno di arrivare, alle leve diCroazia, di Bosnia, d'Austria e di Ungheria d'ordinarsi, ed al campo di Neustadt di fortificarsi. Schierava a questo fine il generale Seckendorf sulla strada di Lubiana, acciocchè intendesse alla difesa della Carniola e delle rive dalla Sava; quest'era l'ala sua sinistra. Alloggiava il generale Mercantin sulle sponde della Drava per sicurezza di Clagenfurt; quest'era la mezza schiera. Finalmente il principe di Reuss, col generale Keim con l'ala destra avevano fermato le loro genti a San Vito e nella valle della Mura. Per tal modo si guardavano i tre principali aditi per cui si va dall'Italia nel cuore delle possessioni austriache in Alemagna. Sperava l'arciduca, abborrendo dal lasciarsi stringere a far giornata, che questi preparamenti di difesa, le genti del Reno che giungevano, i popoli che tumultuavano tutt'intorno, avrebbero dato cagione di pensare a Buonaparte, e frenato la sua audacia del volersi internare negli Stati ereditarii. Ma il capitano di Francia, che voleva pure che le sue armi romoreggiassero in Alemagna, parte per amore di gloria, parte per isperanza che chi parteggiava per la pace a Vienna si mostrerebbe tanto più vivo quanto più ei fosse vicino, non si rimaneva, che anzi spingendosi avanti, e già congiunto con lui Joubert, entrava vittorioso in Villaco, Lubiana e Clagenfurt. Così non restava a superarsi più altro ostacolo di luoghi a Buonaparte, perchè sulle sponde del Danubio vicine a Vienna facesse sentire la impressione delle sue armi, che la falda settentrionale delle Noriche Alpi, che la Drava dalla Mura dividono, debole impedimento per la facilità dei passi.

La guerra d'Italia, che prima era picciola parte dei disegni franzesi, era divenuta, per tanto segnalate e tanto efficaci vittorie, parte principalissima; ed inaspettatamente il far forza all'imperadore, che si sperava pel direttorio dall'Alemagna, sorse dall'Italia; opera certamente che il direttorio medesimo, nè nissun governo, nè niuna persona al mondo, senon forse Buonaparte, avrebbe potuto, non che credere, immaginare, quando poco più di un anno avanti si combatteva nella riviera di Ponente sotto l'umile scoglio di Borghetto.

Giunto a Clagenfurt, ed, avuto avviso che i partigiani della pace a Vienna facevano efficace opera per venire ai fini loro, pensava di usare il terrore impresso, perchè la parte loro prevalesse nelle consulte dell'imperadore. A questa deliberazione fu anche indotto dal sospetto di quello che potesse accadere alle sue spalle; perchè, sebbene il senato veneziano fosse debole, erano i popoli della terraferma gagliardi per lo sdegno concetto alle conculcazioni fatte dai repubblicani e minacciavano di far novità contro di loro. Al che erano anche incitati dalle rivoluzioni di Bergamo e di Brescia accadute per istigazioni segrete e palesi dei Franzesi e dei loro partigiani. Da un altro lato aveva Buonaparte sentito i primi romori di Kerpen e Laudon nel Tirolo e già la Croazia minacciava Trieste. Nè non gl'importava il simulare il desiderio della pace; perciocchè, se la pace seguiva a modo suo, otteneva l'intento, se non seguiva, sarebbe paruta la guerra opera dell'ostinazione altrui. Scriveva adunque il dì 31 marzo all'arciduca, l'Europa, sanguinosa desiderar la pace, desiderarla ed averne fatto dimostrazione il direttorio: «Voi foste, diceva all'arciduca, il salvatore dell'Alemagna, siate anche il benefattore dell'umanità: anche vincendo non potrete fare che non ne sia lacerata l'Alemagna; se questa mia proposta fosse per divenir cagione che la vita di un uomo solo si salvasse, bene sarei io più contento della meritata corona civica, che della fama acquistata in ulteriori vittorie.»

Rispondeva l'arciduca, fare la guerra per debito, desiderare la pace per inclinazione; a nissuno più che a lui star a cuore la felicità dei popoli, ma non aver mandato per trattare intorno ad una faccenda di tanta importanza ed a sè noncompetente; aspetterebbe i comandamenti del suo signore. Data la risposta, mandava gli avvisi a Vienna, già molto turbata per l'avvicinarsi del nemico.

Buonaparte intanto si faceva con prestezza avanti, sperando di far certo con la vittoria quello che tuttavia era incerto. Ma l'arciduca, che si era messo al fermo di voler temporeggiare, fuggendo la necessità del combattere, si tirava indietro, solo ritardando con grosse fazioni del retroguardo il perseguitar del nemico. Ritraevasi da San Vito, da Fraisach, da Newmarket; ritraevasi ancora da Unzmarket sulla Mura e da Judenburgo. Occupava Buonaparte i luoghi abbandonati, e si vedeva avanti le acque che dall'estrema falda dei norici monti se ne corrono per la dritta del Danubio; già le mura dell'antica ed invitta Vienna erano vicine a mostrarsi a' suoi soldati vincitori.

Ma già da Vienna, ancorchè la condizione di Buonaparte fosse divenuta pericolosa per la subita comparsa di Laudon nella campagna di Brescia, per l'arrivo d'un colonnello Casimiro a Trieste mandatovi dall'arciduca, e per essere sul mezzo della fronte lo arciduca medesimo grosso e rannodato e con tutte le popolazioni all'intorno che dimostravano animo stabile nella divozione verso l'antico signore; arrivavano, all'alloggiamento di Judenburgo i generali Belegarde e Meerfelt con mandato di sospendere le offese e di comporre le differenze. Uditi benignamente dal generale di Francia, si accordarono, il giorno 7 aprile, che si sospendessero da ambe le parti le offese per sei giorni. Poi, scoprendosi sempre più inclinato Buonaparte a volere condizioni vantaggiose per l'Austria con offerire compensi, fu prolungata la tregua insino a che fossero accordati i preliminari di pace che, secondo il corso di quei negoziati, si vedevano non lontani. Infatti, essendosi dato perfezione a tutte le pratiche, si venne fra i plenipontenziari rispettivi alla conclusione dei preliminari nella terra di Leoben, il dì 18 del medesimomese. Alcuni dei capitoli furono palesi, altri segreti. Fra i primi contenevasi, cedesse l'imperador alla Francia i Paesi-Bassi, riconoscesse le frontiere della repubblica quali le avevano le leggi franzesi definite, consentisse alla creazione d'una repubblica in Lombardia. Parlavasi nei segreti dei compensi da darsi all'imperadore; ma, essendosi stipulato che Mantova si restituisse all'imperadore medesimo, il direttorio non volle consentire questa condizione, certamente gravissima in sè stessa, e per gli effetti che portava con sè. Il rifiuto del direttorio fe' sorgere nuovi negoziati, pei quali finalmente fu consentita Mantova alla repubblica traspadana o lombarda che la si voglia nominare.

Già precedentemente si è veduto che Bergamo era stato occupato da Buonaparte come istrumento potente a volgere a sua devozione l'animo dei popoli della terraferma veneta. Fu del tutto violento il modo e contrario a tutti gli usi della neutralità. Entrarono i repubblicani in Bergamo, Baraguey d'Hilliers li guidava, con cannoni ordinati a modo di guerra, con le micce accese, s'impadronirono delle porte, recaronsi in mano le artiglierie veneziane, intimarono al podestà Ottolini, facesse sgombrar dalla terra tutte le truppe venete; se nol facesse userebbero la forza. In tale guisa s'insignorirono di Bergamo coloro che accusavano Venezia della violata neutralità. Ma questo non era che il principio ed il fondamento delle trame che si ordivano. Erasi per opera di Buonaparte creata in Milano una congregazione segreta, nella quale entravano in gran numero i repubblicani italiani, ed il cui fine era di operare rivoluzioni nel paese veneziano. Alcuni Franzesi vi erano mescolati che intendevano ai medesimi fini. Tra questi, un Landrieux, capo dello stato maggiore di cavalleria, era stato eletto dalla congregazione qual operator principale a turbare le cose venete.

Ma Landrieux, o che egli avesse peronestà di natura realmente in odio queste opere pestifere, o che per motivo meno sincero, come ne lo sospettò Buonaparte, avesse occulto intendimento con gl'inquisitori di stato di Venezia, fe' sapere, o per mezzo loro o immediatamente, ad Ottolini, che, ove una persona fidata a Milano mandasse per conferir con lui, le svelerebbe cose che massimamente importavano alla salute della repubblica veneziana. Mandava il segretario Stefani; trovava questi in Milano un avvocato Serpieri, romano, trovava Andrieux, che alloggiavanlo segretamente in casa Albani: affermava Landrieux a Stefani, essere onest'uomo, per questo avere in abbominio le rivoluzioni; già averne impedito una in Ispagna, voler impedire quella dello Stato veneto: avere fra un mese ad esser pace con l'Austria se fosse impedita la rivoluzione degli Stati veneziani, nel caso contrario, non esservi più modo di conciliazione; abbracciare Buonaparte nell'ambizione sua la sovranità d'Italia. Soggiungeva poscia che la rivoluzione dello Stato veneto era opera della congregazione segreta di Milano; dovere aver principio in Brescia, poi dilatarsi in Bergamo e Crema; uomini apposta, seminatori di denaro e di ribellione, essere sparsi fra i contadini delle valli, matura non essere ancora la trama, avere ad essere fra otto o dieci giorni: erano i 9 di marzo. Trattenessesi, esortava, in Milano Stefani, svelasse il tutto per un procaccio fidato a Battaglia, provveditore straordinario di Brescia; perchè, affermava, impedita la rivoluzione in Brescia s'impedirebbe anche negli altri luoghi. Trovava modo Stefani di tornare a Bergamo; ebbe raccontato il fatto ad Ottolini. Scriveva il podestà prestamente al provveditore straordinario Battaglia. Ma i congiurati, forse per avere avuto sentore o lingua degli avvisi dati da Landrieux, furono più presti a fare, che Ottolini e Battaglia ad impedire.

Era la mattina del 12 marzo, quando un moto insolito si manifestava in Bergamo;i congiurati chiamavano il popolo a libertà; predicavano, aiutare i Franzesi l'impresa; fermavansi tratto tratto ai capi delle strade, poi di nuovo marciavano; guardie franzesi raddoppiate alle porte, cannoni condotti dal castello in piazza, due rivolti al palazzo; interrogato il comandante franzese dal podestà che cosa volesse significare questo, accusava pattuglie insolite di soldati veneziani e della sbirraglia. Erano in Bergamo due compagnie di cavalleria croata, due di fanti d'oltremare, tre d'Italiani, forse, con tutto questo, trenta sbirri; non montavano fra tutti a quattrocento; i Franzesi quattromila, se non mentivano le polizze, perchè per altrettanti forniva i viveri la provincia. Di quei pochi, col castello in mano, con tutte le artiglierie in suo potere, temeva il comandante. Insomma nasceva il romore, atterriti gli amatori dello Stato vecchio, imbaldanziti gli amatori del nuovo. Lefevre, comandante per Francia, fatti chiamare a sè i deputati alle provvisioni, intimava loro, avessero a sottoscrivere il voto per la libertà ed unione del Bergamasco alla repubblica Cispadana: se nol facessero, andrebbe la vita. In questo mezzo, due uffiziali repubblicani, l'Hermite e Boussion, presiedevano ai voti per la libertà ed unione alla Cispadana. Sottoscrivevano alcuni per amore, molti per forza. Era un andare e venire, una confusione, un trambusto incredibile. Scendeva la notte intanto e rendeva più terribile l'aspetto delle cose. In questo mentre si creava il municipio; toglievano i repubblicani lo stendardo veneto che ancora sventolava sulle mura del castello. Era ancor libero Ottolini; instava presso a Lefevre, comandante, della santità dei neutri ammonendolo. Ma Lefevre, deposta in tutto la visiera, faceva udire questo suono che il popolo di Bergamo era libero, che per questo egli aveva fatto torre lo stendardo veneto; che le intraprese lettere del podestà (queste erano le lettere con le quali Ottolini mandava agl'inquisitori di stato la notadei congiurati, e che erano state intercette ed aperte da Lefevre) gli servivano di regola; che però egli, Ottolini, avesse a sgombrare tosto da Bergamo; quando no, il manderebbe carcerato a Milano. Mentre il comandante minacciava Ottolini, sopraggiungevano l'Hermite e Boussion, e con loro i conti Pesenti ed Alborghetti, in divisa e nappa franzese. Di bel nuovo intimavano ad Ottolini, partisse subito o sarebbe mandato a Milano. Partiva il podestà alla volta di Brescia, lasciando Bergamo in potere dei novatori; i soldati veneti, prima disarmati poi mandati a Brescia.

Il nuovo magistrato municipale mandava fuori un manifesto per informare, come diceva, il popolo sovrano, che i municipali erano entrati in ufficio. Scriveva quindi il giorno medesimo in nome del popolo sovrano di Bergamo alla repubblica Cispadana, avere Bergamo conquistato la libertà, desiderare collegarla con quella della Cispadana; l'accettassero in amicizia, dessergli quella del popolo cispadano.

Pubblicavansi frequenti scritti, parte seri, parte faceti, parte schernevoli sul lione di San Marco, sui piombi di Venezia, sugl'inquisitori di Stato, sulla tirannide di Ottolini, sull'aristocrazia, sull'oligarchia e simili altre parole greche: strana occupazione di menti nel condannare in altri ciò che era in sè.

Quivi non si rimanevano le disgrazie della repubblica veneziana. Rivoltato Bergamo, volevano far mutazione a Brescia per vieppiù stabilire nella devozione altrui quelle provincie. Non aveva omesso Ottolini, quando era ancora in ufficio, d'informare il provveditore straordinario Battaglia della trama che si macchinava contro di questa città, e gli aveva mandato i nomi dei congiurati, dei quali non si era punto ingannato, consigliandolo ad aspettare che tutti fossero uniti, il che doveva accadere, secondo gli avvisi di Landrieux, il 21 del mese, e ad arrestarli e ad ucciderli. Inoltre, il rappresentanteveneto a Milano Vincenti scriveva continuamente al provveditore straordinario, stesse avvertito, perchè la congiura era vicina ad aver effetto: si armasse, non si fidasse del comandante franzese del castello di Brescia perchè s'intendeva coi congiurati. Tutte queste cose turbavano l'animo del provveditore, e lo tenevano sospeso; non sapeva a qual partito appigliarsi; le artiglierie in mano de' Franzesi; il castello poteva fulminare la città. Scriveva Battaglia a Buonaparte, col quale aveva qualche entratura d'amicizia, macchinarsi in Brescia, contro lo Stato, da gente scellerata sotto nome di protezione franzese; e stantechè tutte le artiglierie venete erano in poter suo, richiederlo che lo accomodasse di sei ad otto, perchè si potesse difendere; richiederlo, oltre a ciò, vietasse ai soldati lombardi il passo per la città, frenasse chi si vantava della protezione di Francia. Dei cannoni nulla rispondeva Buonaparte; dei Lombardi e del frenare rescriveva, non doversi perseguitare gli uomini in grazia delle loro opinioni, non essere delitto se uno inclinava più ai Franzesi che ai Tedeschi, come se in questo caso si trattasse tra Franzesi e Tedeschi, e non tra ribelli ed uno stato al quale egli aveva tolto i mezzi di difesa; e come se ancora si trattasse di opinioni e non di fatti e di congiure contro lo Stato. Desiderava finalmente di vedere il provveditore. Accrescevano il pericolo ed il terrore i moti di Bergamo. Le cose si avvicinavano all'estremo fine.

Ecco la sera del 17 marzo arrivare improvvisamente le novelle, essere giunti a Cocaglio circa sessanta ufficiali franzesi condotti da un Antonio Nicolini, Bresciano, aiutanti di Kilmaine, ed impedire il passo ad una squadra di cavalleria che da Brescia mandava il provveditore a Chiari. S'aggiungevano poco stante altri perturbatori, perchè una massa di circa cinquecento tra lombardi e bergamaschi, guidati da capi franzesi, si erano congiunti coi primi, ed armati con duecannoni, certamente avuti da' Franzesi, perciocchè portavano lo stemma imperiale d'Austria, viaggiavano verso Brescia. La mattina del 18 già erano vicini: il comandante di Francia faceva in questo punto aprir le cannoniere del castello che miravano ai palazzo. Dei congiurati, quasi tutti nobili, chi si era ritirato in castello, chi andato all'incontro de' lombardi, e chi sparso in vari luoghi eccitava il popolo a ribellarsi. Voleva Mocenigo podestà che si armassero i soldati della repubblica e con la forza si resistesse ai ribelli; Battaglia titubava per paura dei Franzesi, de' nobili e di tutto: certo il minor male che si possa dire di lui è che ebbe paura. La somma fu, che sottomessi gli amatori dell'antica repubblica dal popolo tumultuante, dalla gente armata che veniva di fuori, dalla connivenza manifesta dei repubblicani di Francia, dall'attitudine minacciosa del castello pronto a fulminare; poche, chiuse, ed ordinate a non resistere le soldatesche veneziane, fu in poco d'ora Brescia ridotta in potestà de' novatori. Cercavano Mocenigo per maltrattarlo; ma non fu trovato, ch'era fuggito. Arrestarono Battaglia, e per poco stette che non lo uccidessero. Lo serravano poscia in castello, dov'era custodito da soldati franzesi.

Udivansi con grandissimo terrore le novelle di Bergamo e di Brescia a Venezia. Scriveva il senato le sue querele al ministro Lallemand; le scriveva al nobile Querini in Francia. Si rispondeva che non si sapeva capire, che i Franzesi non s'ingerivano, che la Francia era amica a Venezia, che qualche cosa si doveva pur dare alla natura delle soldatesche. Ma la importanza era in Buonaparte, divenuto padrone della somma delle cose in Italia. Però mandava il senato appresso a lui i due savi del collegio, Francesco Pesaro e Giambattista Corner, affinchè gli dimostrassero quanto offendessero la neutralità e la sovranità della repubblica le cose accadute in Bergamo ed in Brescia per opera de' comandanti franzesi, e quantofossero contrarie alle protestazioni di amicizia che la repubblica di Francia continuamente ed anche recentemente aveva fatte a quella di Venezia. Oltre a ciò di nuovo ed asseverantemente protestassero dell'incorrotta fede e della costante amicizia del senato verso la Francia; stringesserlo a disapprovare pubblicamente la condotta de' comandanti delle due città ribellate ed a restituire i due castelli, fonti evidenti della ribellione; richiedesserlo infine che consentisse che il senato con le armi in mano rimettesse sotto la obbedienza i ribelli. Trovato in Gorizia il generale repubblicano, espostogli il fatto da' legati, rispondeva, non abbastanza ancora essere sicure le sorti della guerra, perchè potesse restituire alla repubblica i castelli occupati: potrebbe il senato fare quanto gli sarebbe a grado per sottomettere i ribelli, purchè le genti franzesi e gl'interessi loro non ne fossero offesi: del comandante di Bergamo, perchè questi più di quel di Brescia si era mescolato nella rivoluzione, ordinerebbe fosse condotto a Milano e processato; sarebbe, se colpevole, castigato: allegava, essere sincera la fede della Francia verso Venezia. Trapassando poscia più oltre, si offeriva ad usare le proprie forze per ridurre i novatori a devozione del senato, e che ove ne fosse richiesto, il farebbe. Toccava finalmente che sarebbe bene che Venezia più strettamente si congiungesse in amicizia colla Francia.


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