Ma mentre affermava Buonaparte, essere in potestà del senato il fare quanto gli parrebbe conveniente per ridurre allo ordine i ribelli, pubblicava Landrieux a Bergamo, forse volendo ricoprire, con mostrar severità i sospetti, che potevano concepirsi di lui dai repubblicani di Francia e d'Italia, che nissuna gente armata sarebbe lasciata entrare nè in Brescia nè in Bergamo, e che se alcuna vi si appresentasse, questa avrebbe assalito, come nemico, con tutte le sue forze. Le cose però da più alta sede pendevano che da Landrieux, perchè visitato a Parigi dalnobile Querini uno dei cinque del direttorio, e dettogli, che poichè i Franzesi protestavano non volersi mescolare nel governo interno delle città venete, doveva riuscire cosa indifferente al direttorio se il senato rimettesse nel dovere i Bergamaschi, rispondeva risolutamente il quinqueviro, non lo sperasse e che finchè fossero in Bergamo truppe franzesi, non l'avrebbe mai il direttorio permesso. E terminava dicendo, che infine non toccava alla repubblica di Venezia a comandare alla Franzese, e che vedeva bene che i discorsi del Querini dimostravano che il governo veneto non si fidava della lealtà del direttorio, ma che se così fosse, avrebbe potuto farlo pentire. Da ciò si vede quale concetto si dovesse fare della condiscendenza di Buonaparte.Alle gravissime proposte del capitano di Francia si scuotevano i legati, parendo loro cosa enorme, pericolosa e di pessimo esempio, che soldati forastieri si adoperassero per tornare a devozione i ribelli della repubblica. Per la qual cosa negavano l'offerta, restringendosi con dire che, poichè i castelli erano in mano dei Franzesi e servivano di appoggio ai turbatori dell'antico Stato, ragion voleva, acciocchè si pareggiassero le partite, ch'ei facesse qualche dimostrazione pubblica per disapprovare i moti che si erano suscitati. Al che non consentendo rispondeva, che in mezzo all'ardore di quelle nuove opinioni che molto avevano aiutato le sue armi, sarebbe certamente incolpato se ora si dimostrasse avverso a coloro che si erano scoperti fautori del nome e delle massime di Francia; che solo a ciò fare si sarebbe piegato, quando il direttorio precisamente comandato glie l'avesse. Tornava poscia sul parlare di più stretti vincoli d'amicizia colla Francia, proponendo per esempio il re di Sardegna, ed affermava esser questo il mezzo migliore per frenar le rivoluzioni. Rispondevano i legati della repubblica, volere il senato l'amicizia di Francia; dell'alleanza risolverebbe quando, ritrattal'Europa da quell'immenso disordine e ricomposta in questo Stato, potrebbe con sicurezza di consiglio deliberare. A queste parole si alterava gravemente il vincitore: poi tornando sulle antiche querele, acerbamente rimproverava ai Veneziani il ricovero dato al conte di Provenza ed al duca di Modena, e l'aver ricettato i tesori di Modena e d'Inghilterra; a questo passo dimostrava voglia di por mano su di questi tesori; il che palesava quanto fosse in lui lo sprezzo della neutralità.Mentre il generalissimo di Francia, parte accarezzava, parte minacciava a Gorizia i legati di Venezia, lusinghiere parole pubblicava Kilmaine, generale che reggeva la Lombardia, biasimando il comandante di Bergamo. Ma come i fatti rispondessero alle parole di Kilmaine, o vere o finte che fossero, perchè la lettera che gli si attribuisce è di data incerta, il dimostrava pochi giorni dopo la rivoluzione di Crema, opera non solo certa, ma anche evidente delle truppe Franzesi. Occupavano violentemente la città, e, distrutta per la forza e per l'inganno l'autorità sovrana di Venezia sopra Crema, se ne givano affermando che i Franzesi erano buoni amici della repubblica di Venezia. Creavasi il municipio, piantavasi l'albero, ballavavisi intorno, appiccavasi una fune al collo del Lione di San Marco come se fosse tempo da ridere; facevasi la luminaria, gridavasi libertà. Il podestà fu lasciato partire senza offesa.Le rivoluzioni di Bergamo, di Brescia e di Crema facevano sorgere nuovi pensieri tanto nei capi franzesi, quanto nel senato veneziano, così come ancora fra i sudditi che si conservavano fedeli. Vedevano i primi che l'accessione di quelle tre principali città d'Oltremincio era di somma importanza ai loro ulteriori disegni. Principale fondamento ad ogni moto era Brescia, città ricca, popolosa, abbondante d'uomini fieri e bellicosi. Quivi pur accorrevano Dombrowski co' suoi Polacchi, Lahoz co' suoi Italiani, e davanoincentivi con le parole, animo con le forze, esempio con l'ordinate schiere. Pavesi, Lodigiani, Milanesi, Bergamaschi, Napolitani vi arrivavano continuatamente, chi con lingue pronte per orare, chi con penne per iscrivere, chi con armi per combattere. La sollevazione, l'impeto, la concitazione andavano al colmo; le minacce e gli scherni che facevano contro i patrizi erano incredibili. Già si persuadevano, che alla loro prima giunta dovesse andar sossopra tutta ed a ruina la veneziana repubblica. Lahoz, Gambara, Lecchi ed un Mallet, generale di Francia, anch'egli mescolato in questi moti, trionfavano.Preparata la strada alla rivoluzione delle altre parti della terraferma veneta situate sulla destra del Mincio, per mezzo massimamente della potente Brescia, innalzavano i sollevati l'animo a maggiori cose, proponendosi di turbare anche i paesi posti sulla riva destra dell'Adige, principalmente Verona tanto importante per la sua grandezza e per essere passo del fiume. Mentre ne tramavano gl'inganni, non erano le cose sicure pei Franzesi, che tuttavia si trovavano a fronte dell'arciduca sulle rive del Tagliamento. Il capitano Pico, che aveva anche avuto al medesimo tempo carico da Buonaparte di macchinare in Verona contro i Veneziani, gli rappresentava che il moto di lei sarebbe riuscito pericoloso e di esito molto incerto, stantechè l'arciduca gli stava ancora davanti molto poderoso: esortava pertanto, aspettasse tempo più propizio. Rispondeva, gisse pure e sommuovesse Verona. Nè in Brescia stavano oziosi i novatori rispetto a quella città.Le insidie ordite per ribellar Verona erano venute a notizia del governo veneto, non solamente per le dimostrazioni tanto palesi dei Bresciani sollevati, ma ancora per segreti avvisi di alcuni fra quegli stessi che macchinavano. Pensava pertanto al rimedio contro sì grave pericolo. Vi mandava, con dar voce di cagioni diverse dai sospetti, parecchi reggimentidi Schiavoni; vi mandava due provveditori straordinarii, Giuseppe Giovanelli, giovane animoso e prudente, e Nicolò Erizzo, uomo di natura molto calda ed amantissimo del nome veneziano. Ma perchè le radici della forza erano nel paese, dava facoltà amplissima al conte Francesco degli Emilii, personaggio ricchissimo e di molto seguito, acciocchè armasse la gente del contado, promettesse e desse soldi, ogni e qualunque cosa che in poter suo fosse, facesse per isventare le macchinazioni dei repubblicani. Accettava volentieri il carico il conte Emilii, e tra per l'autorità del suo nome e l'efficacia delle sue ricchezze faceva non poco frutto, soldando gente, provvedendo armi, ammassando munizioni, traendo a sè buoni e cattivi per tenere in piedi la insidiata repubblica. Faceva compagni alla sua impresa il conte Verità ed il conte Malenza co' suoi due figliuoli, uomini anch'essi molto infiammati nel difendere l'antico dominio dei Veneziani. Il secondavano efficacemente i preti ed i frati con le esortazioni loro, alle quali maggior forza accrescevano lo strazio testè fatto del papa, e lo spoglio di Loreto: gli animi, già infieriti per tante ingiurie, di maggior veleno s'imbevevano per l'oltraggiata religione. Accresceva lo sdegno lo orribile governo che facevano delle provincie le truppe repubblicane, sì quelle che stanziavano, come quelle che viaggiavano. Vieppiù inaspriva i popoli una ingiustizia manifesta, perchè i bagagli rapiti dai Tedeschi in guerra erano fatti pagare dai comuni.Dava nuovo animo ai Veronesi il fatto di Salò; perchè andata contro questa terra una grossa squadra di Bresciani, mista di Polacchi e di qualche Franzese, fu rotta con non poca strage dai Salodiani aiutati dagli abitatori della valle di Sabbia. Queste erano le masse ordinate dall'Ottolini ai tempi del suo ufficio in Bergamo. Lodevole esempio di fedeltà e di ardire dava nello fazione di Salò il provveditore Francesco Cicogna. I prigionifatti a Salò, che arrivarono a più di cento, furono condotti a trionfo per Verona; i sudditi, carcerati come rei di Stato. La vittoria dei Salodiani rinvigoriva gli animi sbigottiti in tutta la terra ferma. Armavansi a gara i popoli e protestavano della fede loro verso il senato. E questo moto fu apposto a delitto ai Veneziani dai Franzesi e da' lor partigiani.Le insidie contro Venezia alle raccontate cose non si rimanevano. I moti della terraferma erano spontanei e solo cagionati dalla rabbia concetta dai popoli infastiditi delle insolenze e sdegnati dalle ingiurie dei forastieri. Perciò il senato li poteva qualificare come opera non sua e sempre protestare, quanto spetta alla direzione dei governo, della perfetta neutralità. Ma i capi delle rivoluzioni in Italia, secondando il talento proprio, e, credendo di far cosa grata al generalissimo, pensarono di fabbricare una menzogna, ed apponendo un atto falso ad uno dei magistrati più principali, far in modo che il governo veneziano egli medesimo paresse colpevole di ree instigazioni contro i Franzesi. Inventarono adunque e pubblicarono un manifesto attribuendolo a Battaglia, provveditore straordinario per la repubblica in terra ferma, col quale si stimolavano i popoli a correre contro i Franzesi e ad ucciderli. Fu questo manifesto composto per opera di un Salvadori, novatore molto operativo di Milano e rapportatore palese e segreto di Buonaparte, poi caduto in miseria tale che, gittatosi in fiume a Parigi, terminò con fine disperato una vita poco onorevole. Tornando al manifesto, fu egli stampato in un giornale che si scriveva in casa del Salvadori da patriotti molto migliori di lui, ma portati ancor essi dalla illusione e dalle vertigini di quell'età. Quantunque astutamente gli sia stata apposta la data del 20 marzo, uscì veramente al 5 aprile, tempo opportuno perchè Buonaparte arrivato a Judenburgo a questo tempo, e già fatto sicuro della pace con l'imperadore, non aveva piùtimore delle masse veneziane. Non daremo nè il manifesto nè le parole gravissime nelle quali in tale proposito proruppe uno storico famoso; ma dobbiam dire che il manifesto si spargeva in copia dai patriotti e dai capi franzesi, massimamente da Landrieux. Nè credendo i macchinatori di questa fraude, che tutto l'operato fin qui bastasse, perchè i popoli vi prestassero fede, Lahoz, capo e guida di tutte le genti Lombarde e Polacche, gli avvertiva con bando pubblico che la neutralità era stata rotta dai tradimenti di Battaglia, il quale, soggiungeva, si era pazzamente persuaso che «Voi altri contadini, privi in tutto di arte militare, sareste, i vincitori dei Franzesi, la prima nazione dell'universo pel coraggio e la scienza della guerra. Sappiate adunque che il generale Buonaparte ha ordinato che Battaglia sia messo in ferri ed impiccato; che saranno pure impiccati coloro che v'inciteranno alla ribellione; le vostre case saranno arse, le famiglie desolate; uscite d'errore e presto; deponete le armi, portatele al comando di Brescia, mandategli deputati; quando no, perirete tutti.»Queste ingannevoli dimostrazioni si facevano dagli autori stessi del manifesto per far vedere ai popoli ch'ei fosse vero; e que' ferri e quelle forche erano trovati bugiardissimi, perchè Battaglia, trovandosi allora in Venezia, non era in podestà loro nè di farlo arrestare nè di farlo impiccare. Allontanava da sè Battaglia l'infamia del manifesto con ismentirlo; lo smentiva solennemente il senato. Ma nulla giovava; perchè i tempi erano più forti delle protestazioni.Rivoltate le regioni d'oltre Mincio dall'antico dominio de' Veneziani, era spianata la strada alla distruzione di quel nobile ed innocente Stato. Restava che le condizioni divenissero tanto sicure rispetto agli Austriaci, che si potesse senza pericolo mandar fuori quello che già da lungo tempo si era il generalissimo nell'animo concetto. A questo gli davaoccasione la tregua sottoscritta coi legali dell'imperadore il dì 7 aprile a Judenburgo. Ed in fatti non così tosto l'ebbe firmata, che incominciò le dimostrazioni ostili contro i Veneziani; il che mandò ad esecuzione in varii modi, ma che tutti tendevamo al meedesimo fine. Primieramente mandò il suo aiutante Junot con amare condizioni a fare un violento ufficio a Venezia non senza grave ferita alla dignità della repubblica. Arrivato Junot, altieramente richiedeva per parte del generalissimo di essere udito incontanente in pien collegio dal serenissimo principe. Correvano allora i giorni santi; era il sabbato, in cui per antico costume non sedevano i magistrati, intenti in quel giorno a celebrar nelle chiese i divini misteri. Ne avvertivano Junot; ma egli, giovane impaziente mandato da un giovane impazientissimo, insisteva dicendo o l'udissero subito o appiccherebbe le cedole della guerra ai muri. Credettero i padri che il derogare all'uso antico fosse minore scandalo di quanto era capace di commettere quel soldato, e consentirono ad udirlo la mattina del sabbato. Introdotto in collegio, dov'erano adunati il doge, i suoi sei consiglieri, i tre capi della quarantia criminale, i sei savi grandi, i cinque di terraferma ed i cinque agli ordini, leggeva una lettera che scriveva Buonaparte al doge il dì 9 aprile da Judenburgo, ed era questa: «Tutta la terraferma della serenissima repubblica di Venezia è in armi: in ogni parte sollevati ed armati gridano i paesani morte ai Franzesi; molte centinaia di soldati dell'esercito Italico già sono stati uccisi, invano voi disapprovate le turbe raccolte pei vostri ordini. Credete voi che nel momento in cui mi trovo nel cuore della Germania, io non possa far rispettare il primo popolo dell'universo? Credete voi che le legioni d'Italia sopporteranno pazientemente le stragi che voi eccitate? Il sangue de' miei compagni sarà vendicato: a sì nobile ufficio sentirà moltiplicarsi amolti doppii il coraggio ogni battaglione, ogni soldato franzese. Con empia perfidia corrispose il senato di Venezia ai generosi modi usati da noi con lui. Il mio aiutante, che vi reca la presente, è portatore o di pace o di guerra. Se voi subito non dissolvete le masse, se non arrestate e non date in mia mano gli autori degli omicidii, la guerra è dichiarata. Non è già il Turco sulle frontiere vostre, nissun nemico vi minaccia, d'animo deliberato voi avete inventato pretesti per giustificar le masse armate contro l'esercito: ma ventiquattr'ore di tempo e non saran più: non siamo più ai tempi di Carlo VIII. Se, contro il chiaro intendimento del governo franzese, voi mi sforzate alla guerra, non pensate per questo che, ad esempio degli assassini che voi avete armati, i soldati franzesi siano per devastar le campagne del popolo innocente e sfortunato della terraferma. Io lo proteggerò, ed egli benedirà un giorno sino i delitti che avranno obbligato l'esercito franzese a liberarlo dal vostro tirannico governo.»Qui non è bisogno d'aggiugner discorsi per giudicare di così fatta intimazione. Solo si debbe avvertire che i paesani, che difendevano il loro sovrano, non si sarebbero mossi e non avrebbero ucciso i soldati franzesi se gl'insidiatori non avessero seminato la ribellione. Del resto alcuni pur troppo furono uccisi, ma non a centinaia come la solita gonfiezza ebbe allegato. Ridotto il principe di sì antica e nobile repubblica a condizione tanto abbietta, rispose pacatamente, delibererebbe il senato; avere sempre nodrito sentimenti di lealtà e di amicizia verso la nazione franzese. Intanto le crudeli calunnie, l'incredibile insulto, le disgrazie imminenti avevano riempito l'animo de' circostanti di orrore e di terrore.Acerbe lettere scriveva il dì medesimo del 9 aprile il generalissimo a Lallemand: non potersi più dubitare che loarmarsi de' Veneziani non avesse per fine di serrare alle spalle l'esercito di Francia; non aver mai potuto restar capace del come Bergamo, città fra tutte le altre degli Stati di Venezia dedita al senato, si fosse armata contro di lui; meno ancora potuto comprendere come per calmare quel piccolo ammutinamento abbisognassero venticinque mila armati, nè perchè quando si era Pesaro abboccato con lui in Gorizia, avesse rifiutato la mediazione di Francia per ridurre ad obbedienza i paesi sollevati; gli atti dei provveditori di Brescia, Bergamo e Crema, in cui si affermava essere la sollevazione opera de' Franzesi, esser bugie inventate a disegno per giustificare in cospetto dell'Europa la perfidia del senato veneziano; avere il senato usato la occasione in cui egli, inoltratosi nelle fauci della Carintia, aveva a fronte il principe Carlo, per mandar ad effetto una fraude che sarebbe priva d'esempio se non fossero quelle ordite contro Carlo VIII ed i Vespri Siciliani; essere stati i Veneziani più accorti di Roma, poichè avevano usato il momento in cui i soldati erano alle mani con gli Austriaci; ma non aver ad essere i Veneziani più fortunati di Roma; la fortuna della repubblica Franzese, stata a fronte di tutta Europa, non si romperebbe nelle lagune veneziane.Dette queste cose, annunziava le accuse contro i Veneziani: avere una nave veneziana, a fine di tutelare una conserva tedesca, combattuto la fregata franzese la Bruna; essere stata arsa la casa del console a Zante, insultato il console stesso; averne mostrato allegrezza il governatore; dieci mila paesani armati e pagati dai senato aver ucciso tra Milano e Bergamo cinquanta Franzesi; piene essere, malgrado delle promesse di Pesaro, di soldati Verona, Padova e Treviso; arrestarsi in ogni luogo gli amici della Francia; gridarsi per ogni parte morte ai Franzesi; furibondi i predicatori pubblicare da ogni cattedra la volontà del senato, stimolare contro la Francia; veraed effettiva condizione di guerra essere tra Francia e Venezia; saperlo Venezia stessa, che altro modo non trovava di giustificarsi, che il disapprovare con parole quelle masse che coi fatti armava e pagava: domandasse adunque Lallemand, conchiudeva, a Venezia, che risolutamente rispondesse se avesse pace o guerra con Francia: se guerra, partisse incontanente; se pace, domandasse che i carcerati per opinione e di non altro rei che di amare i Franzesi, fossero rimessi in libertà; che tutti i presidii, salvo gli ordinarii quali erano sei mesi prima, uscissero dalle piazze di terraferma; che tutti i paesani si disarmassero e si riducessero alla condizione di un mese prima; provvedesse il senato, che le cose fossero in terraferma tranquille e sicure, e non pensasse solo alle lagune: gl'incenditori della casa del console a Zante si punissero, e la casa si ristorasse a spese della repubblica; il capitano, che aveva combattuto la Bruna, si punisse, ed il costo della conserva nemica, protetta contro i patti della neutralità, si rimborsasse: quanto alle turbazioni di Bergamo e di Brescia, offerisse la mediazione della Francia per ridur di nuovo le cose allo stato quieto.Faceva Lallemand l'ufficio, i comandamenti di Buonaparte al senato rappresentando. Rispondeva per bocca del doge il senato a Buonaparte: «Nella somma amaritudine che ha sentito il senato nel conoscere dalle vostre lettere avere l'animo vostro concetto sinistre impressioni sulla ingenuità della nostra condotta, ci riesce di qualche conforto il vederci aperta la via di poterle pienamente dileguare con le pronte e precise nostre risposte. Vuole il senato ed ha sempre voluto vivere in pace ed amicizia con la repubblica di Francia, e piacergli in questo punto ratificare solennemente questa sua risolutissima volontà. Nè potrebbe certamente una così aperta e così solenne dichiarazione venir oscurata da accidenti, che conlei non hanno correlazione alcuna: poichè, sorta la fatale e del tutto inaspettata rivoluzione nelle città nostre oltre Mincio, la fede e l'amore delle popolazioni le fece correre spontaneamente all'armi col solo intento di frenar la ribellione, e di respingere le violenze dei sollevati. A questo unico fine implorarono esse dal proprio governo assistenza e presidii; che se in tanto turbamento di cose sorsero alcuni accidenti disgustosi, alla confusione inevitabile debbono unicamente non alla volontà del governo attribuirsi. Tanto è alieno da essi il senato che, per allontanare anche il più rimoto pericolo, ha con recente manifesto comandato ai sudditi, che contro i sollevati non istessero ad usar le armi, se non nel caso della propria difesa. Ma essendo noi su tale argomento disposti a secondare con le opportune risoluzioni i vostri desiderii, bene conoscerà l'equità vostra che al tempo medesimo diventa necessario che l'amore volontario delle popolazioni fedeli verso di noi e la comune nostra tranquillità siano guarentite da insulti esterni e da perturbazioni interne. Vuole ed è pronto il senato a soddisfarvi dell'altra richiesta, per castigo e consegna di coloro che han commesso uccisioni sulle persone dei vostri soldati, e sarà per noi diligentemente ordinato che siano conosciuti, arrestati, secondo i meriti loro, castigati. Per conseguire più acconciamente ed a contentezza d'ambe le parti tutti i raccontati effetti, mandiamo due legati a voi, dai quali intenderete la somma compiacenza nostra e quanto grato ci sarebbe, che voi interponeste l'efficace vostra autorità verso il vostro governo per ricondurre all'ordine ed al primiero stato le città d'oltre Mincio che si sono da noi allontanate. Con questo vi confermiamo di nuovo e protestiamo la costanza e la sincerità dei nostri sentimenti verso la vostra repubblica, in un con la molta osservanza in cuiabbiamo la vostra illustre e riputata persona.»Deputava il senato per alleggerire i sospetti e per intrattenere Buonaparte dall'estremo fato della patria, Francesco Donato e Leonardo Giustiniani. Intanto funeste novelle, consentanee all'aspetto delle cose presenti ed annunziatrici di ultima ruina, arrivavano da Vienna e da Parigi. Simili cose scriveva il nobile Querini pur da Parigi, ma come se velate da maggior dissimulazione alle orecchie sue pervenissero; perchè ora erano minacciose le parole del direttorio ed ora dolci; ora accusava Venezia ed ora la scusava; e da tante ambagi niuna cosa certa poteva ritrarre l'ambasciatore veneto, se non che si macchinava qualche gran trama contro la repubblica. Ma perchè non mancasse alcuna lagrimevole condizione in così grave e così vicino pericolo, fu provato da gente vendereccia di sottrarle denaro sotto promessa di salute. Un certo Viscovich, di nazione Dalmata, si appresentava al nobile Querini, dicendo che era in mano sua il salvare la repubblica; che in quel punto stava deliberando il direttorio se convenisse spegnere le rivoluzioni della terraferma con dar mano forte al senato, o di condurle a compimento con dare fomento ed aiuto ai ribelli; che due Direttori erano in favore della repubblica, due contro, il quinto in pendente; che quello era il tempo di spendere per la salute comune; che ove il senato volesse dar sette milioni di franchi, Venezia sarebbe preservata; che di presente abbisognavano seicentomila franchi pel direttore titubante con altri centomila pei beveraggi agl'intromettitori. Rispondeva Querini, non avere autorità di obbligare il pubblico per tanta somma. E brevemente, pressato poi dal Viscovich, che la cosa era alle strette, che quello non era tempo da perdere, che se non prometteva, in quel giorno stesso si statuiva la morte della repubblica, si lasciava tirare al dir del sì per somma sua divozione verso la patria e sottoscrivevabiglietti per seicentomila franchi sopra Pallavicini di Genova, con patto che stessero in deposito finchè non avesse in sua mano una lettera scritta dal direttorio a Buonaparte, intimatrice del dover frenare i faziosi della terraferma e ridurre le città sotto il dominio. La lettera non potè avere Querini; bensì gli fu consegnata una carta col titolo in fronte e con la marca del direttorio esecutivo e sottoscrizione del segretario di Barras, per cui si affermava, che la lettera del descritto tenore era stata scritta dal direttorio a Buonaparte. Fu il trattato approvato dal governo a Venezia: mandavasi al console di Genova, s'intendesse con Pallavicini perchè obbedisse le cambiali del Querini. Stava in aspettazione l'ambasciadore di quello che avesse a succedere: ma, vedendo le cose della terraferma andar sempre di male in peggio, richiedeva Viscovich della restituzione dei biglietti. Negava il Dalmata la restituzione. Furono presentati a Querini nel mese di luglio in Venezia, dopo il cambiamento dello Stato, acciocchè ne effettuasse il pagamento: li protestava; fu carcerato ed esaminato per ordine del direttorio per querela di aver voluto corrompere il governo franzese. Questa fu veramente un'arte cupa; perchè se vi fu corruzione, e certamente in qualcuno fu, ella non andò già da Querini ad altri, ma da altri a Querini.Intanto un accidente, frutto di una vituperevol fraude da una parte, accompagnato da un'estrema crudeltà dall'altra, famoso al mondo per l'importanza sua e pel paragone di un altro fatto rinomato nelle storie, era vicino a sorgere nella principale città della veneta terraferma. Abbiamo già raccontato come i repubblicani si erano messi in punto di far rivoltare contro il senato lo Stato veneto. Insidiarono principalmente Verona. I suoi agenti non lasciavano alcuna cosa intentata, e la popolazione veronese contaminavano con promesse agli avidi, con istimoli agli ambiziosi, con mostradi libertà, con abbominazione di tirannide agli amatori del vivere libero. Il senato, all'incontro, avendo avuto sentore anzi certezza delle trame di Verona, vi aveva mandato, come già dicemmo, provveditori straordinari, uomini di fede e di virtù, con un forte polso di genti schiavone. Vi arrivavano oltre a ciò i villani dei contorni, ai quali erano state messe in mano le armi: erano una massa considerabile. Stavano anche le parti vigilanti, l'una per impedire gli effetti delle suggestioni e delle sommosse d'oltre Mincio, l'altra per aiutarli. Gli animi infiammati dall'un canto, arrabbiati dall'altro, insospettiti tutti, si mostravano pronti non solo ad usare le prime occasioni gravi, ma ancora a prorompere per le più leggieri, ed una voce, un suono, un segno che uscisse, potevano partorir una generale commozione. In tanta concitazione reciproca le cagioni potevano nascere egualmente dall'una e dall'altra parte.Era debole il presidio franzese in Verona nè atto per sè a tanta mole: ma si sperava nei maneggi segreti e nell'opera de' novatori, ed, oltre a ciò, incominciava a scoprirsi nel Padovano la schiera di Victor. Si accostava inoltre Lahoz coi Lombardi e Polacchi, accostavansi le masse repubblicane di Brescia e di Bergamo ed il forte presidio di Mantova poteva dare da luogo vicino nervo all'impresa. Intanto il capitano Carrere, comandante di Verona, soldato amantissimo della repubblica, ma probo e religioso, vedendo il pericolo, tratteneva ogni Franzese che da Francia venisse o in Francia ritornasse, per modo che riuscì a raccorre circa ottocento soldati. Arrivavano poco stante duecento Cisalpini, valorosa gente capitanata in gran parte da Franzesi ed assai disposta a secondarli. Già segni annunziatori di quanto doveva succedere si spargevano per le campagne; erano in ogni luogo minaccie, mischie ed uccisioni. Incessantemente si predicava, volere i Franzesi fare una rivoluzione per impadronirsidelle sostanze de' popoli, e singolarmente del monte di pietà, dov'erano grandissime ricchezze. Succedevano in Verona stessa ad ogni momento minaccie tra Franzesi e Schiavoni, succedevano altercazioni frequenti tra Franzesi e Veronesi, ed allora gli Schiavoni si allontanavano. Godeva il provveditore nel vedere animi sì pronti e tante difese apprestate; raccomandava l'ordine e la quiete, comandava non offendessero persona; solo stessero armati e pronti. Preparavansi i magistrati a propulsare qualunque assalto; il generale Balland, surrogato a Kilmaine nel governo militare di Verona, sollevato d'animo a tanti romori, scriveva al provveditore, esortandolo a provvedere che i disordini cessassero. Rispondeva il Veneziano che il farebbe, sempre anzi averlo fatto, ma toccava rimproverando i maneggi degl'insidiatori, mandati a posta per sommuovere le provincie.Era il dì 17 aprile, secondo giorno di Pasqua, quando, alle ore quattro meridiane, scoppiava ad un tratto la terribil sollevazione veronese. Incominciava da insulti e da minori fatti da' soldati veneziani e da' Veronesi armati, contro le guardie franzesi sparse in varii luoghi della città. Il comandante Carrere, veduto quanto il tempo fosse minaccioso, ristringeva i suoi sulla piazza d'armi, pronto a correre dove bisogna fosse. In cotal guisa stava armato e raccolto lo spazio di un'ora, quando Balland fece trarre, erano le cinque della sera, qual segno di guerra, cannonate da' castelli. A quel rimbombo si conduceva spacciatamente Carrere con la sua schiera nel Castel-Vecchio, contro il quale già combattevano i Veronesi dalle case vicine. Il rumore inaspettato delle artiglierie franzesi diè cagione di credere ai Veronesi già tanto infiammati che fosse intenzione di Balland di trattare ostilmente Verona. Nè s'ingannarono punto; perchè poco dopo traeva furiosamente contro il palazzo pubblico, che ne fu laceroe guasto in molte parti. Diroccarono al primo trarre le creste del palazzo degli Scaligeri. Cambiavasi in un momento lo aspetto della città; perchè vi sorgeva una rabbia, un gridare, un correre contro i Franzesi da non potersi raccontare degnamente con parole. Un suonare di campana a martello continuo e precipitoso accresceva terrore alla cosa. Dei Franzesi, coloro che si trovavano più vicini ai castelli, massime al Castel-Vecchio, in loro si ricoveravano a tutta fretta: ma non fu senza pericolo, perchè rabbiosamente li seguitava il popolo che li voleva ammazzare e bersagliandoli dalle finestre con palle, con sassi, con ogni sorta d'armi faceva loro il ritirarsi difficile e mortale. Il furore aveva preso non solo gli uomini ed i forti, ma ancora i vecchi, le donne, i fanciulli, ognuno volendo ricompensare con un sangue odiato le ingiurie ed i patimenti. Molti de' Franzesi in tal modo fuggenti restarono uccisi, plaudendo all'intorno il popolo inferocito. Chi non potè ripararsi a tempo nei castelli, cercava salvezza ne' più segreti nascondigli delle case; ma non però tutte, anzi poche erano loro sicure; perciocchè non pochi, rottasi da' padroni la ospitalità, vi restarono miseramente uccisi. Alcuni furono gittati ne' pozzi, altri trafitti da' pugnali, altri risospinti fuori delle porte, perchè fossero segno alla rabbia popolare, che tuttavia fra le grida orribili, fra il rimbombo delle artiglierie dei castelli, fra i tocchi incessanti del suonare a stormo andava crescendo. Molti amministratori dell'esercito, molte donne, molti fanciulli, molti erano ammalati in Verona, e questi furono, la maggior parte, condotti a miserabil morte da un popolo che pagava con eccessiva crudeltà contro gl'innocenti le ingiurie, le ruberie, le fraudi, i tradimenti usati da chi aveva contro di lui contaminato il nome di Francia. Ma la pressa, le minaccie, la crudeltà, che il cielo serbi condegno castigo agli autori veri di tanta infinita barbarie, erano intorno all'ospedal militare. Degli ammalatialcuni furono uccisi, parecchi malconci e spogliati. Nè le preghiere, nè la debolezza, nè l'aspetto medesimo della morte già vicina in un ferocissimo morbo potevano piegare a misericordia questi uomini, nei quali null'altra cosa di uomo restava che il volto. Se per assenza di vittime pareva un poco acquetarsi il furore, tosto si riaccendeva più fiero di prima ove fosse scoperto un Franzese; e di nuovo si dava mano alle stragi. Non in meno pericolosa condizione si ritrovavano i patriotti o veronesi o forastieri: che anzi maggiore contro di loro si mostrava la rabbia del popolo che con più diligenza li cercava, e quanti potè aver nelle mani, tanti uccise. Ma i più si erano ricoverati ne' castelli, altri conficcati ne' nascondigli passarono fra la speranza ed il timore parecchi giorni.Ma non tutto fu barbarie in questo lagrimevole accidente. Non pochi Veronesi, ed il conte Nogarola medesimo, quantunque fosse uno dei capi degli insorti, conservarono, nascondendoli, a molti Franzesi, la vita, atto tanto più degno di commendazione quanto nel salvare la vita altrui correvano pericolo della propria. Spargevasi intanto per le campagne il grido del caso di Verona: incominciavasi a toccar lo stormo; i villici accorrevano a torme armate nella tormentata città; e se il vecchio furore già languiva, l'accostamento del nuovo il rinfrescava. Le grida e le stragi ricominciavano, nè cessarono le uccisioni se non quando non vi fu più uomo da uccidere. Mancata la materia dello ammazzare, si veniva in sul saccheggiare. Già il ghetto, essendo gli Ebrei, oltre l'antico rancore, riputati partigiani di Francia, andava a ruba: già i fondachi del pubblico pericolavano; e non fu poco che i provveditori potessero impedire che coloro i quali sì ferocemente combattevano per Venezia le sostanze pubbliche di Venezia non rubassero. Correva il sangue per le case, correva per le contrade, i castellituonavano, gli Schiavoni infuriavano: anzi uniti al popolo, volevano dar l'assalto a quei nidi, come dicevano, dove si erano confinati i tiranni d'Italia.Il provveditor Giovanelli, in mezzo a tanta confusione e tanti sdegni, avrebbe voluto, non far deporre le armi, perchè nè la tempera degli animi veronesi nè il trarre continuo dei castelli il comportavano, ma frenare la barbarie ed introdurre ordine e misura là dov'era solamente confusione e trascorso. Tanto si adoperava in questo lodevole pensiero, che per poco il popolo non l'aveva per sospetto e si proponeva, posposta l'autorità di lui, di voler fare da sè. Importava intanto l'impadronirsi, per aprir l'adito agli aiuti esterni, delle porte che tuttavia si trovavano in possessione dei Franzesi. Il maggior presidio era in quella di San Zeno. Il conte Francesco degli Emilii, che alloggiava nella terra di Castel Nuovo con due pezzi di cannone, seicento Schiavoni, due mila cinquecento contadini, e fronteggiava un grosso corpo di Franzesi e d'Italiani affinchè non corressero contro Verona, udito il pericolo della sua patria, correva subitamente in suo aiuto, e dopo un sanguinoso conflitto, fatto prigioniero il presidio, recava in sua potestà la porta di San Zeno, entrando con tutti i suoi, il che dava nuovo animo ai cittadini. Facevano lo stesso della porta Vescovo il capitano Caldogno, e di quella di San Giorgio il conte Nogarola. Così gli abitatori del contado potevano entrare liberamente e soccorrere Verona. Giunto il rinforzo del conte degli Emilii, assalivano i Veronesi più fortemente i castelli, massimamente il Vecchio, e più fortemente dentro di essi si difendevano i Franzesi, certi essendo, che in tanta rabbia popolare, per cui già erano stati morti i non combattenti, da quella difesa non solo dipendeva la possessione dei luoghi, ma ancora la salute e la vita loro.Il maggior propugnacolo che avessero era il castello montano di San Felice.Per questo i Veronesi, principalmente contadini, avevano fatto un grosso alloggio a Pescantina, luogo opportuno per recarsi a battere quel castello; che anzi, più oltre procedendo, avevano piantato due cannoni in San Leonardo, donde per essere il sito sopraeminente al castello, continuamente il fulminavano. Dalla parte loro i Franzesi uscivano frequentemente a combattere fuori dei castelli. Seguivano stragi, incendii, ruine. I villici avevano di volontà propria spedito corrieri al generale austriaco Laudon; Balland aveva dato avviso a Chabran, a Brescia, ed a Kilmaine, in Mantova; Victor medesimo era stato da lui avvertito del pericolo: anche da Bologna s'accostava una schiera per istringere la città combattente. Giovanelli, considerato il nembo che da ogni parte gli veniva addosso, aveva aperto una pratica d'accordo con Balland, la quale però non ebbe effetto, perchè il generale di Francia richiedeva, per prima ed indispensabile condizione, che i villani deponessero le armi, si riaprissero le strade alle comunicazioni dello esercito, il presidio veneziano alle poche genti di prima si riducesse. Non erano alieni i magistrati della repubblica dallo accettar queste condizioni; ma le turbe di campagna, tuttavia infiammate, non volevano a patto nissuno udire che avessero a deporre le armi: viemmaggiormente s'infuriavano.Nè erano senza frutto le esortazioni degli uomini di chiesa che rappresentavano essere mescolata con la causa dello Stato la causa della religione. Generavano i discorsi loro effetti incredibili. Stupivano massimamente e s'infiammavano le genti ad uno spettacolo maraviglioso che sorse in mezzo a quella avviluppata tempesta, e questo fu di un frate cappuccino che predicava ogni giorno sulla piazza, stando attentissimo il popolo affollato ad ascoltarlo. Le parole sue, dette e replicate più volte, destavano negli animi già tanto concitati degli ascoltanti uno sdegno incredibile. Provocavansi gli unigli altri; già i castelli stessi parevano debole ritegno al loro furore. Mentre tanto disperatamente si combatteva in Verona, succedeva in Venezia un caso pieno di insolenza ad un tempo e di crudele risentimento.Aveva il senato comandato, seguendo un antichissimo istituto ed a cagione dei romori presenti, che nissuna nave forestiera, che fosse armata, potesse entrare nell'estuario; il quale divieto era stato significato a tutti i ministri delle potenze estere residenti in Venezia, ed il Franzese ne aveva come tutti gli altri avuto notizia. Eranvisi uniformati gl'Inglesi stessi, parendo a tutti giusta e conveniente cosa, com'era veramente, che non si dovesse turbare con la presenza d'armi forastiere la sede del governo. Ma ecco la sera del 20 aprile avvicinarsi al Lido di san Nicolò un legno armato in forma di corsaro con intenzione evidente di entrar nel porto. Si scoverse legno Franzese condotto dal capitano Laugier. Domenico Pizzamano, deputato alla custodia del Lido, gli mandava significando il divieto del senato e lo esortava a non rompere una legge sovrana, alla quale l'Inghilterra medesima aveva obbedito. Il capitano, o per insolenza propria o altrimenti che fosse, non curando le esortazioni del Pizzamano e seguitando il suo cammino, sforzava la bocca del porto e vi poneva l'ancora con violazione manifesta d'una legge veneziana in Venezia. Mentre passava per la bocca, traeva di nove colpi di cannone, come per salutare, secondo gli usi di mare, la bandiera veneziana; pensiero veramente strano del volere, con pubblica dimostrazione, render onore ad una potenza nel momento stesso in cui sotto gli occhi del suo principe la sua sovranità si oltraggiava, ed una sua principalissima legge apertamente si violava. Il tiro dei cannoni franzesi, giunto alla violenta entrata nel porto, diè motivo di credere al comandante veneziano che si covasse qualche macchinazione o dentro o fuori. Perilchè, allestiti ancoresso i suoi cannoni, traeva rendendo fuoco per fuoco, contro il legno franzese. Era da arrestarsi il legno, ed obbligarlo, senza fargli altro danno, ad uscir del porto. Ma le cose non si rimasero a queste prime dimostrazioni, nè poteva essere che più oltre non procedessero a cagione degl'incredibili sdegni che allora passavano tra una nazione e l'altra; imperciocchè trovatosi Laugier tra legni di Schiavoni, gente avversa al nome di Francia e devota a Venezia, assaltavano con grandissima forza e con arma bianca la nave del capitano franzese, nella quale sfogando, troppo più che all'umanità si converrebbe, l'odio loro, commettevano atti di un'estrema ferocia. Morirono in questa sanguinosa avvisaglia cinque Franzesi, fra i quali il capitano medesimo: otto restarono feriti; che anzi se gli ufficiali degli Schiavoni non avessero frenato il furore dei soldati loro, i marinari del legno sarebbero stati fino all'estremo uccisi. Il legno divenne preda degli assalitori. Lodava il senato con pubblico decreto Pizzamano e gli ufficiali; largiva di un caposoldo i gregari; mandava un sunto del fatto ai legati Donato e Giustiniani acciocchè il rappresentassero a Buonaparte, temendo, non senza cagione, che da altri gli fosse annunziato con esagerati rapportamenti. Il ministro di Francia, mostrandosi sdegnato, ricercava il senato che cercasse Pizzamano, arrestasse i complici, restituisse gli arnesi, risarcisse il legno. Restituissi, risarcissi; delle carcerazioni si soprassedette fino alla risposta di Buonaparte.Terrore era in Venezia e terrore in Verona. Le cose in quest'ultima si avvicinavano da un funesto mezzo ad una funesta conclusione. Combattevano tuttavia i Veronesi col medesimo ardore; ma appunto perchè questo ardore era estremo, si doveva temere che non tardasse a raffreddarsi. Già i Franzesi ingrossavano tutto all'intorno. S'accostava Kilmaine venuto da Mantova. Chabran compariva sotto le mura verso la portadi San Zeno; le prime squadre di Victor arrivavano in luogo donde presto potevano cooperare alla vittoria. La tregua di Judenborgo toglieva ogni speranza di Laudon. Si risolvevano adunque i provveditori a venire a parlamento, prima con Balland per mezzo del colonnello Beaupoil; ma la pratica non ebbe perfezione, perchè il popolo non volle udire che avesse a depor l'armi e non fossero esclusi i Franzesi dai castelli; poi con Chabran, col quale andava ad abboccarsi fuori della porta San Zeno il provveditore Giovanelli. Erano col primo il generale Chevalier e Landrieux, col secondo il conte degli Emilii, il conte Giusti ed un Merighi, personaggio molto amato dai Sanzenati. Pervenivano intanto le novelle che Lahoz con una banda di tre mila soldati tra Italiani e Polacchi, al soldo della repubblica Cisalpina, aveva tra Peschiera e Verona conseguito una vittoria contra le leve campagnuole di quel distretto.Fu l'abboccamento pieno di risentimento da ambe le parti. Rimproverava Chabran a Giovanelli i villani armati per disegno espresso del governo veneto contro i Franzesi, quando stavano a fronte di un nimico potente; che per questo era stato costretto Buonaparte a far la tregua; che i Veneziani se ne pentirebbero. Aggiungeva Landrieux (e qui ognuno pensi da sè), che i rei disegni del senato contro i Franzesi erano pruovati dal manifesto di Battaglia. Rispondeva Giovanelli allegando l'amicizia de' Veneziani dimostrata a tante pruove; solo essersi armati i sudditi per amore verso il principe e per opporsi ai ribelli apertamente incitati e protetti dai Franzesi; l'intervenzione dei Franzesi in tutti questi moti viemmaggiormente dimostrarsi da ciò che i turbatori della pace pubblica si ricoveravano in casa del generale Balland come in luogo di sicurezza; quando la città era quieta, avere contro di lei tratto, prima a polvere, poscia a palla i castelli; per questo aver voluto i Veronesi difenderele sedi loro e vendicare il loro principe in tale violenta guisa oltraggiato. Passavano dai risentimenti ai negoziati; non si trovava modo di concordia. Chabran sdegnato minacciava che entrerebbe per forza, arderebbe e saccheggerebbe Verona. Già s'impadroniva di San Leonardo, con che assicurava il castello San Felice: già batteva fortemente la porta di San Zeno, dove solo il fosso il separava dal corpo della piazza. Instavano al tempo medesimo i castelli contro la porta di San Giorgio; e dal Castel-Vecchio uscivano spesso i Franzesi con gran terrore e ruina dei cittadini. Kilmaine si approssimava da Mantova, sbaragliando le turbe armate che gli contrastavano il passo. Già il rumore della victoriana schiera ormai vicina si udiva nella desolata città. I primi corridori di Lahoz si facevano vedere alle porte esteriori del Castel-Vecchio, e niuna cosa poteva impedire che vi entrassero.Ebbersi in quel momento le novelle dei preliminari di pace; il qual accidente faceva abilità a Buonaparte di correre con tutto il suo esercito contro lo Stato Veneziano. Accresceva il terrore la sconfitta delle genti stanziali governate dal Maffei, e che poste alla Croce Bianca ed a San Massimo vietavano da quella parte il passo al nemico. Da tutto questo si vedeva che era già vinta Verona quando ancora combatteva. Perlocchè i provveditori pensarono ad accordarsi ad ogni modo. Convenivasi nelle seguenti condizioni: deponessero i villani l'armi e sgombrassero da Verona; i Franzesi la occupassero; tutte le armi e munizioni si dessero in mano loro; fossero consegnati in castello, come ostaggi per la sicurtà dei patti, Giovanelli, Erizzo, Giuliari, Emilii, il vescovo Maffei, i quattro fratelli Miniscalchi, Filiberi, i due fratelli Carlotti, San-Fermo e Garavetta: eseguiti i capitoli si rendessero gli ostaggi. Volevano i provveditori aggiugnere il capitolo che fossero salve le vite e le proprietà dei Veronesi, delle truppe e dei capi loro;ma Kilmaine, ch'era sopraggiunto, non volle ratificarlo. E però, sebbene fossero accettati gli altri capitoli, si rendeva Verona quasi a discrezione. La qual cosa vedutasi dai provveditori, si deliberarono di ritirarsi a Padova, lasciando che i magistrati municipali, quanto fosse in poter loro, alla salute di lei provvedessero. Fu grande in questi negozii il dolore e lo spavento dei provveditori; perchè non solamente vedevano una popolazione fedele al nome veneziano abbandonata a discrezione di un nemico offeso, ma udivano anche parole espresse e funeste della vicina distruzione della repubblica; perciocchè Beaupoil, dalle solite ambagi uscendo, ed almeno più sincerità degli altri mostrando, disse apertamente, che la repubblica di Venezia aveva sussistito bastantemente per quattordici secoli, e che conveniva adattarsi ai tempi.Entravano i Franzesi nella sanguinosa Verona. Ci è forza raccontare un fatto orribile, e quest'è che i patriotti italiani, che pretendevano parole di libertà e d'indipendenza alle imprese loro, cercavano diligentemente, secondando il furore dei capi dei repubblicani di Francia, per le case gli autori della resistenza veronese, e trovati, li davano loro in mano perchè fossero percossi coll'ultimo supplizio. Scoprivano fra gli altri il frate cappuccino e lo consegnavano ai percussori. Gli trovavano in casa la predica, la quale, siccome pareva scritta in istile più polito che a cappuccino si appartenesse, veniva attribuita al vescovo di Parma Turchi, che era allora in grido di predicatore eccellente. Creossi un consiglio militare per giudicarlo. Sostenne il frate in cospetto de' suoi giudici la medesima sentenza che aveva sostenuto predicando. Condannato nel capo, incontrò la morte con quella medesima costanza con la quale aveva vissuto. Conservò la storia il nome di questo forte Italiano, quantunque per la malvagità dei tempi sia stata la sua morte piuttosto apposta ad ignominia che ad onore. Si chiamava frate Luigi da Colloredo;e dopo la venuta dei Tedeschi gli fu posta nella sua chiesa dei cappuccini una lapide tramandatrice ai posteri della sua eroica costanza. Furono con lui condotti a morte i conti Francesco degli Emilii, Verità e Malenza, con alcuni altri di minor nome. Tale fu l'esito della veronese sollevazione: la chiamarono le pasque veronesi a confronto dei vespri siciliani; ma se ugualmente crudi ne furono gli effetti, bene le cagioni ne furono peggiori; perchè a Verona si aggiunse la perfidia alla tirannide.Era la città esposta alla vendetta del vincitore. Le si toglievano le armi; seguitavano minaccie crudeli e fatti peggiori; si viveva dai soldati a discrezione; fu espilato il monte di pietà; le più preziose gioie mandate al generalissimo. Gridavano i popoli a fatti tanto sacrileghi; Buonaparte ordinava, si restituissero i pegni di minor prezzo, ma fu indarno, perchè i più erano involati, e chi fu preposto alla bisogna, per render meno, ne accoppiava due in uno; nè si perdonava alle doti delle figliuole povere, perchè anche queste furono preda dei rapitori. Il commissario di guerra Bouquet, eletto commissario sopra il monte, fu carcerato e condotto in Francia per esser processato, ma non si udì mai di pena, o perchè fosse innocente o che altro si fosse. Decretava Buonaparte, pagasse Verona centoventi mila zecchini, e di più cinquanta mila per capo-soldo ai soldati dei castelli, risarcisse i danni dei soldati e degli ospedali, i cavalli dei Veronesi si dessero alle artiglierie ed alla cavalleria; ancora desse Verona nel più breve spazio fornimenti da vestire i soldati in quantità considerabile; gli ori e gli argenti sì delle chiese che del pubblico si confiscasse in pro della repubblica; i quadri, gli erbarii, i musei tanto del pubblico, quanto dei particolari fossero ancor essi posti al fisco della repubblica; i privati che meritassero di esser fatti indenni, si compensassero coi beni dei condannati.Ma già la espilazione, prima che sieseguisse per ordine, era stata mandata ad effetto per disordine. Scriveva Augereau, la confusione dei poteri, l'esercizio abusivo fattone da parecchi uffiziali superiori aver colmo l'anarchia e la dissipazione; infatti il monte di pietà di Verona, in cui erano più di cinquanta milioni di preziose suppellettili, e così ancora quel di Vicenza (Lahoz aveva fatto rivoltar Vicenza) essere stati con tale prestezza vuotati, che gli espilatori impazienti all'indugio dell'aprir le porte, le avevano sforzate; e vero fu, quantunque Augereau non lo scriva, che vi entrarono con le scuri e coi sacchi. Sapere, continuava a scrivere, che Victor aveva fatto arrestare il commissario Bouquet, autore di questo dilapidare; non dubitare che se si venisse a processo contro di lui, non mettesse in compromesso cittadini che erano nei superiori gradi dell'esercito; non essere le campagne in miglior condizione della città; gl'incendii, i furti, le rapine generali e particolari fatte d'arbitrio e senza legale autorità, avere spopolato parecchi villaggi e ridotto famiglie ad errare disperatamente alla ventura; giunta essere a tal colmo questa peste, che uffiziali adescati dall'amor del sacco si erano fatti comandanti di piazza da sè medesimi, ed avevano commesso atti, cui la giustizia, l'onore e la severità della disciplina militare condannavano; gli arbitrii di Verona essere ancora più orribili; tolte sforzate esservi state fatte per iscritto fino a franchi sessanta mila, e negate le ricevute; rubatevi per otto giorni intieri le botteghe; regnarvi il terrore; esservi cessato ogni commercio; essere Verona deserta; alcuni uffiziali essersi impadroniti di merci spettanti a' negozianti sotto colore che calasser per l'Adige; le migliori case saccheggiate attestare il furore dei saccheggiatori. Nissuno più di lui, continuava Augereau, odiare i Veneziani, nissuno più di lui desiderar di vendicare il sangue franzese; ma nissuno più di lui odiare l'ingiustizia e la persecuzione; se i Franzesi erano stati rei diingiustizia e di persecuzione, a lui toccare il consolar i Veneziani, a lui toccar fare ch'essi dimenticassero ch'erano obbligati d'una parte dei loro mali a' suoi compatriotti. Fatte queste querele, richiedeva Augereau da Buonaparte, moderasse le contribuzioni, ne rendesse il contado partecipe.Giunte a Buonaparte le novelle di Verona e del Lido, dava in un grandissimo sdegno, con acerbissime parole lamentandosi del sangue franzese sparso e protestando volerne aver vendetta. Adunque scriveva al ministro Lallemand queste furiose parole: «S'insultano a Venezia i colori nazionali, e voi vi siete ancora! Pubblicamente vi si assassinano i Franzesi, e voi vi siete ancora! Per me, io dichiaro e protesto non voler udire proposta di conciliazione se prima non sono arrestati i tre inquisitori di stato ed il comandante del Lido: si carcerino, e poi venite a trovarmi.»Faceva Lallemand l'ufficio. La serva Venezia arrestava i tre inquisitori ed il comandante; posersi in fortezza in una delle isole della laguna: gli avvogadori del comune incominciavano a far loro il processo. Liberavansi (perchè anche questo esigeva il generalissimo) i carcerati per opinioni o fatti politici, fra gli altri i ribelli di Salò, Verona, Bergamo, Brescia e Padova. Partivane Lallemand, partivano i Franzesi; solo restava Villetard, segretario della legazione, come agente eletto ad operare la mutazione di governo.Viaggiavano intanto i due legati Francesco Donato e Leonardo Giustiniani alla volta degli alloggiamenti di Buonaparte. Il trovarono in Gradisca: introdotti, escusavano la repubblica: aver voluto Venezia amicizia colla Francia repubblicana già prima che gli eserciti di lei inondassero l'Italia; averla riconosciuta quand'era pericolo il riconoscerla: avere costantemente rifiutato ogni proposta fattale dai confederati a' danni della Francia; avere aperto spontaneamente aglieserciti di lei, e senza che a ciò fosse astretta da alcun trattato com'era con l'imperatore gli Stati suoi; averle fatto copia delle sue fortezze, delle armi, delle munizioni; avere obbligato i sudditi a somministrare per somme grandissime quanto fosse necessario al vivere dei soldati, ed avere in questo anche sopperito l'erario. Come esser probabile, affermavano, che uno Stato illanguidito da danni sì gravosi, consumato da dispendii sì enormi, mutilato per l'alterazione di tante città, volesse far guerra alla Francia tanto potente, ora ch'ella avea obbligato alla pace quasi tutta l'Europa? Volere il veneziano governo la pace, ma bene non volerla i sediziosi ed i ribelli, perchè trovavano nella guerra immensi profitti ed il compimento dei loro fatali disegni: da ciò derivare le tante invenzioni di supposti fatti, le carte false, come quella di Battaglia, le gelosie dei comandanti franzesi, l'alterazione dei popoli. Del rimanente, non venir loro per muover querele, ma bensì per purgarle, e fare tutte quelle opere che si appartenevano all'incorrotta fede: ad ogni sua richiesta pruoverebbero tutti i sospetti dei comandanti essere opera dei raggiri e delle fraudi dei sollevati: rispetto poi all'avvenire, esser pronto il senato a punire i rei d'assassinio, purchè gli fossero dati indizii dei fatti, dei luoghi e delle persone: essere ugualmente pronto ad accettar la mediazione per ridurre le città ribellate all'obbedienza, e a disarmare i sudditi, purchè si disarmassero anche le popolazioni sollevate e si preservassero le fedeli dagl'insulti loro.Non valsero le escusazioni o le profferte a vincere il generalissimo. Rispose che volea che tutti i carcerati si liberassero, anche quei di Verona, perchè erano addetti a Francia; che non voleva più piombi, ed anderebbe egli a romperli; che non voleva più inquisizione, barbarie dei tempi antichi; che le opinioni dovevano esser libere; che i Franzesi erano stati assassinati in Venezia e nella terraferma,e che i Veneziani gli avevano fatti assassinare; che i soldati gridavano vendetta e ch'ei la doveva fare; che bene aveva il senato tante spie che bastassero per potere scoprire i rei; che se il senato non aveva mezzi per frenare i popoli, era imbecille e non doveva più sussistere; che non voleva alleanze con Venezia nè progetti; che voleva comandare; che non temeva gli Schiavoni; che sarebbe andato in Dalmazia; che insomma; se il senato non puniva i rei, non cacciava il ministro d'Inghilterra, non disarmava i popoli, non liberava i prigionieri, non eleggeva tra Francia ed Inghilterra, egli intimerebbe la guerra a Venezia; che al postutto i nobili di provincia dovevano partecipare all'autorità suprema; che il governo veneziano era vecchio e doveva cessare; ch'ei sarebbe un Attila per lo stato veneto; se non avevano altro a dire, se n'andassero.Udivano per soprassoma delle angustie loro in questo tempo i legati le novelle del fatto del Lido e con accomodate parole il rappresentarono a Buonaparte. Rispondeva che non li voleva vedere, che non li voleva udire, bruttati com'erano di sangue franzese, se prima non gli davano in mano l'ammiraglio, il comandante del Lido e gl'inquisitori di Stato. Aggiungeva, che erano mentitori per aver cercato di colorir con menzogne un fatto atroce: se gli togliessero d'avanti, sgombrassero tosto dalla terraferma; quando no, avrebbero a far con lui.Adunque dichiarava il dì 2 maggio la guerra a Venezia. Avere, intimava, il governo veneto usato la occasione della settimana santa, mentre l'esercito franzese era impegnato nelle fauci della Stiria, per mettere in armi e col fine di tagliargli le strade, quaranta mila Schiavoni; mandar Venezia armi e commissarii straordinarii in terraferma, arrestare gli amici di Francia, fomentare i nemici; risuonare la piazza, i caffè, ogni luogo pubblico di male parole, di mali fatti contro i Franzesi; chiamarvisi giacobini, regicidi,atei; avere ordine i popoli di Padova, Vicenza e Verona di armarsi a stormo per rinnovare i Vespri Siciliani; gridare gli ufficiali veneti che si aspettava al Lione veneto di verificare il proverbio, che l'Italia fosse la tomba dei Franzesi; predicare i preti dai pulpiti, gli scrittori con le stampe la crociata; assassinarsi in Castiglione dei Mori; assassinarsi sulle strade postali da Mantova a Legnago, da Cassano a Verona; impedire i soldati Veneti il libero passo alle truppe della Francia; suonarsi campana a martello a Verona; trucidarvisi i convalescenti; assaltare i Veronesi con l'armi in mano i presidii franzesi ritirati ai castelli; ardersi la casa del console a Zante; trarsi da una nave veneziana contro la fregata di Francia la Bruna per salvare una conserva austriaca; fumare il Lido di Venezia del sangue del giovine Laugier: per tutte queste cose voleva ed ordinava, che il ministro di Francia partisse da Venezia; che gli agenti di Venezia sgombrassero dalla Lombardia e dalla terraferma; che i suoi generali trattassero come nemiche le truppe veneziane ed atterrassero il Lione di San Marco da tutte le città della terraferma.La dichiarazione di guerra fatta da Buonaparte non pareva poter bastare per arrivare al fine del cambiar la forma del governo veneziano. Per arrivarvi aveva con tanto veementi parole intimorito i legati veneziani, toccato loro il capitolo del cambiamento di governo: a questo medesimo fine aveva ordinato a Baraguey d'Hilliers che si accostasse coi soldati alle rive dell'estuario e d'ogni intorno tempestasse, come se volesse farsi strada alla sede stessa della repubblica: a questo fine ancora Villetard e gli altri repubblicani rimasti a Venezia menavano un rumore incredibile contro l'aristocrazia, esaltavano la democrazia, accennavano che il solo mezzo di placare lo sdegno di Buonaparte era di ridurre il governo democratico: a questo fine altresì dai medesimi continuamente si animavano e siconcitavano contro le antiche forme gli amatori di novità, ed eglino, confortati dall'aspetto delle cose ai disegni loro tanto favorevoli, più apertamente insidiavano e minacciavano lo Stato: al medesimo intento finalmente si spargevano ad arte voci di congreghe segrete, di congiure occulte, d'armi preparate. Il terrore era grande, le fazioni accese, i malvagi trionfavano; dei buoni i più ristavano per timore dell'avvenire, volendo accomodarsi al cambiamento che si vedeva in aria; pochi coraggiosi procuravano la salute della repubblica.Non ostante tutto questo, le trame ordite facevano poco frutto nel senato in cui sedeva la somma dell'autorità, perchè egli era, o per prudenza o per consuetudine o per ostinazione, risoluto a voler perseverare nelle massime dell'antico Stato; già aveva ordinato che diligentemente e fortemente si munisse l'estuario. Prevedevano i novatori che, ove fosse commesso al senato di proporre alterazioni negli antichi ordini della costituzione al consiglio grande, in cui si era investita la sovranità e dal quale solo simili alterazioni dipendevano, non mai il senato vi si sarebbe risoluto. Per la qual cosa coloro che indrizzavano tutti questi consigli segreti, si deliberarono di trovar modo per evitare l'autorità del senato, allegando che ad accidenti straordinarii abbisognavano rimedii straordinarii. I savi attuali, dei quali Pietro Donato aveva qualche entratura con Villetard, operarono in modo che si facesse un'adunanza insolita nelle stanze private del doge, la sera del 30 aprile. Interveniva il doge Manin, i suoi consiglieri, i tre capi delle quarantie, i savii attuali, i savii di terraferma, i savii usciti ed i tre capi del consiglio dei Dieci. Si trattava in questa adunanza di ciò che si convenisse fare in sì luttuosa occorenza per la salute della repubblica. Il principal fine era di rappresentar le cose in maniera che il consiglio grande autorizzasse l'alterazione degli ordini antichi.Il doge, venezianamente favellando, cominciava il suo discorso in questi termini: «La gravità e l'angustia delle presenti circostanze chiama tutte elle a proponer il miglior mezzo possibile per presentar al supremo maggior conseio el stato nel qual se trovemo per le notizie che sta sera ne avanza Alessandro Marcello, savio de settimana. Prima peraltro ch'elle fazza palese la loro opinion, le abbia la bontà de raccoglier brevemente quel che xe per espornerghe el cavalier Dolfin.»Assumendo le parole il cavalier Dolfin, ragionava che fosse molto a proposito alle cose della repubblica l'obbligarsi Haller, col quale egli aveva amicizia ed era, secondo ch'egli opinava, molto innanzi nello animo di Buonaparte, per mitigare il vincitore. La quale proposta dimostra a quanto abbassamento fosse condotta quell'antica e gloriosa repubblica; poichè ero parere di uno de' principali statuali, già ambasciadore in Parigi, che si aspettasse la sua salute in sì ponderoso momento dall'intercessione di un pubblicano.Non erano ancora gli animi de' circostanti tanto abietti che non deridessero la vanità del partito posto dal Dolfin. Seguitavano diversi pareri. Voleva Francesco Pesaro che non si alterasse a modo alcuno la costituzione e si facessero le più efficaci risoluzioni per difender fino all'estremo quell'ultimo ridotto della potenza veneziana. Disputava dall'altra parte Zaccaria Vallaresso, si desse autorità ai legati di trattare con Buonaparte dell'alterazione degli ordini. Mentre si stavano esaminando i partiti posti, ecco per Tommaso Condulmer, soprantendente alle difese dell'estuario, arriva novelle che già i Franzesi dalle rive dell'estuario tentavano di avvicinarsi a Venezia. Parve si udisse il romor de' cannoni. Si suscitava gran terrore fra gli adunati; il serenissimo principe, tutto paventoso, più volte e su e giù per la camera passeggiando, lasciava intendere queste parole:«Sta notte no semo sicuri neanche nel nostro letto». Per poco stava che per suggerimento di Pietro Donato ed Antonio Ruzzini non si cedesse e non si trattasse della dedizione. Vinceva peraltro ancora in questo la fortuna della repubblica; perchè opponendosi gagliardamente al partito Giuseppe Priuli e Nicolò Erizzo, si mandava al Condulmer resistesse alla forza con la forza. Non ostante, operando il timore e le instanze dei novatori, fu preso partito che il doge medesimo esponesse al maggior consiglio la condizione della repubblica; proponesse la facoltà di alterar la costituzione, si convocasse il maggior consiglio il dì seguente, primo di maggio. Fatta questa risoluzione, e mentre ella tuttavia si stava dal segretario Alberti distendendo, il procurator Pesaro lagrimando disse in dialetto veneziano queste parole: «Vedo che per la mia patria la xe finia; mi no posso sicuramente prestarghe verun aiuto; ogni paese per un galantomo xe patria; nei Svizzeri se pol facilmente occuparse.» Poi cesse da Venezia.Era la mattina del primo maggio, quando la repubblica veneta doveva cadere da per sè stessa. Era il palazzo pubblico circondato per ogni parte da genti armate, i cannoni presti, le micce accese, apparato insolito da tanti secoli in quella quieta repubblica. Custodivano, per antico rito gli arsenalotti le interiori stanze del palazzo; i capi di strada pieni di uomini in armi. Si maravigliava il popolo, ignaro della cagione, a quel romor soldatesco; la città tutta occupava un grandissimo terrore; quei luoghi medesimi che per sapienza di governo, per benignità di cielo, per fortezza di sito erano stati sempre pieni di gente, allegrissima per natura, civilissima per costumi, ora risuonava d'armi e d'armati, e quelle armi e quegli armati accennavano, non a salvamento, ma a distruzione della patria.Convocati i padri al suono delle solite campane e adunatisi in maggior consiglio,rappresentava con gravissime parole il doge la funesta condizione a cui era ridotta la repubblica; e dopo ch'ebbe nel patetico suo discorso annoverate le vicissitudini precorse; «Cedessero adunque, cedessero, esortava, ad una necessità ineluttabile, e poichè l'estremo de' tempi era giunto, in quell'estremo tempo pensassero che meglio era recidere qualche ramo, sebbene essenziale, che l'albero tutto; che cosa di poco momento era una modificazione, purchè si conservasse la repubblica; che bisognava, a guisa di provvidi marinari, far getto di una parte del carico per salvare la nave. Li pregava pertanto e scongiurava, per quanto avessero cara la patria, per quanto avessero care le famiglie, per quelle mura stesse tanto magnifiche e tanto dilette, per la nobile Venezia, per la salute di lei, per quanto aveva in sè di dolce, di augusto e di reverendo un'antica congiunzione d'amore e d'interessi, udissero benignamente quello ch'erano per proporre alla sapienza loro i savii, a fine di far abilità ai zelanti legati eletti a trattare col supremo dispositore delle cose franzesi in Italia, di qualche alterazione negli ordini fondamentali della repubblica.»Queste compassionevoli parole del doge ingenerarono terrore, dolore e pianto negli ascoltanti. Favellava nella medesima sentenza Pietro Antonio Bembo, che fu poi uno de' municipali eletti da Villetard. Posto il partito e raccolti i voti, fu approvato con 598 favorevoli e 21 contrarii. Lodava il doge la virtù del maggior consiglio, esortava ad aver costanza, a non disperare della repubblica, a tener credenza del partito deliberato; poscia tra il dolore, la mestizia ed il terribile aspetto dell'avvenire si scioglieva il consiglio.Il capitano in tanto perseguitava Venezia. Calava Buonaparte dalle noriche Alpi e la circuiva d'ogni intorno. Villetard l'insidiava dentro. Ma in tanta depressionedi spiriti e viltà d'animi, costanza somma mostrava in Treviso, in cospetto del generalissimo, Angelo Giustiniani, provveditore di quella provincia, mentre sdegnato quegli accusava i Veneziani di perfidie, di tradimenti, di assassinii; minacciava sterminio, domandava il sangue di Pesaro, degl'inquisitori, del comandante del Lido.Intanto i macchinatori non si ristavano in Venezia, non contenti al cambiamento parziale autorizzato dal consiglio grande. Spargevano voci insidiose, non potersi resistere, dovere lo Stato accomodarsi al secolo con un totale cambiamento negli ordini primitivi; potere Venezia vivere ancora gloriosa lungo tempo; antiquate essere le sue forme, alcune inutili, alcune dannose, alcune ridicole; popolo, popolo vuol essere; non patriziato, non aristocrazia; la ragione aver a governare gli Stati; i diritti essere per natura uguali, dover essere uguale l'autorità; nuovi secoli sorgere alla rigenerata umanità; nuova libertà nascere, non di pochi potenti, comandanti a molti schiavi, ma di tutti sovrani comandanti a nessuno schiavo. Quindi la cosa ritraevano a Venezia: detestavano Pietro Gradenigo, lodavano Baiamonte Tiepolo; i piombi, i molinelli, il canale Orfano con frequenti discorsi memoravano, gl'inquisitori di Stato abbominavano. Capi a costoro erano un Giovanni Andrea Spada, di fresco uscito dai piombi, antico daziero, e, come troviamo scritto, antico esploratore e rapportatore degl'inquisitori, ed un Tommaso Pietro Zorzi, di professione droghiere. Seguitavano, ma più celatamente e più con desiderii dimostrati che con opere attive, un Gallino da Padova, un Giuliani da Desenzano, un Sordina da Corfù, finalmente un Dandolo da Venezia, uomo assai chiaro per fama, per dottrina, per eloquenza e per un certo splendore d'animo e di corpo che molto il rendevano osservabile. S'aggiungevano, come suol avvenire, donne amatrici d'una politica libertà che non intendevano; masiccome elle avevano l'animo volto al bene, così formavano nelle facili fantasie loro una immagine di libertà piena di ogni bene, spoglia di ogni male.Ma trattando di coloro che tenevano lo Stato, alcuni per debolezza non erano capaci di risoluzione generosa ed obbedivano al tempo. Altri per ambizione o per opinione secondavano il moto. S'accostavano ai promotori di novità, parte ingannati, parte ingannatori; non pochi altri che credevano che una mutazione nelle forme politiche avesse a ritrar la repubblica da quell'abisso in cui era precipitata. Aveva contrastato a tutti questi gagliardamente Francesco Pesaro; poi quando cesse dalle faccende della patria, anzi dalla patria stessa, contrastava la maggior parte dei savi di terraferma, fra di loro più animosi mostrandosi e più vivi Giuseppe Priuli e Nicolò Erizzo.Principalissimo fondamento ai disegni dei novatori era Villetard, segretario del ministro di Francia, il quale, sebbene fosse stata dal generalissimo intimata solennemente la guerra ai Veneziani, continuava a starsene come persona pubblica a Venezia; ed anzi teneva alzato alla sua porta lo stemma della repubblica di Francia, testimonianza sensibile della rotta irregolarità di quei tempi e della debolezza del governo veneziano. Era Villetard giovane molto infiammato nelle opinioni di quei tempi, ma d'animo integerrimo: i suoi maneggi in Venezia piuttosto da un grande errore di mente che da perversità di cuore procedevano; le geometrie politiche gli avevano stravolto lo intelletto.Adunati ed ordinati in tal modo tutti gli amminicoli di distruzione, restava ad ordinarsi il modo di usargli, perchè sortissero l'effetto proposto; del che i capi non istavano lungo tempo in forse. Villetard, Donato e Battaglia continuamente istavano presso il governo, acciocchè riformando gli ordini e riducendoli alla forma democratica, pensasse finalmente alla salute sua. Spaventavano rapportandoche il numero degli scontenti e dei novatori era incredibile, che cresceva ogni dì più, che già erano sedici mila, che già si congiurava alla rovina dello Stato, e molte altre cose aggiungendo.Tutte queste rapportazioni partorivano effetti maravigliosi in animi ammolliti da lunga pace ed insoliti a sì terribili rimescolamenti. I raggiratori, veduto il tempo propizio e temendo che la riforma si arrestasse a mezza strada, e che solo il governo si allargasse, ma non scendesse fino alla forma democratica, si misero in sul fare maggiori spaventi e in sul volere che del tutto il patriziato si abolisse. Di questo negozio arrivavano cenni da Milano, dove Buonaparte si era condotto coi due legati veneti, ai quali era stato aggiunto per terzo Alvise Mocenigo. Recavano le Milanesi novelle, la salute della repubblica consistere nella abolizione del patriziato e nella creazione della democrazia pura. Di questo scrivevano i veneti legati; di questo quell'Haller che si era fatto da pubblicano uomo di Stato. Perchè poi non mancasse a questa fraude anche la parte del ladroneccio, si dava voce che sei mila zecchini di beveraggio, senza dir per chi, avrebbero fatto gran forza. Adunque tra gli spaventi e le speranze, tra le minaccie e le promesse, si piegava la consulta del doge, e con lei il maggior consiglio, il dì 4 di maggio, ad ampliare il mandato ai legati, acciocchè potessero consentire all'annullamento del patriziato ed alla creazione della democrazia. Fu anche fatto abilità al savio cassiere di rimettere all'ebreo Vivante, perchè li trasmettesse a Milano, i sei mila zecchini in tante paste d'oro e d'argento che ancora si ritrovavano nella zecca.Avendo Venezia ceduto, vieppiù insorgevano i repubblicani. Non si soddisfacevano del tutto del mandato fatto ai legati di consentire al cambiamento totale della forma del governo; desideravano che il maggior consiglio di per sè stesso rinunziasse alla sovranità, abolisse il patriziatoe creasse la democrazia. Pareva questa mutazione più solenne e più sicura. Desideravano al tempo stesso di occupare co' soldati franzesi Venezia, e far apparire che l'occupazione di una città tanto nobile e tanto importante in Europa fosse spontaneamente chiamata da dentro, non violentemente prodotta da fuori. In questo si proponevano mille altri fini di non poco momento, ed erano l'entrare di queto, l'avere intiero ed intatto l'arsenale e tutto che fosse del pubblico, il poter volgere tutte le forze del territorio veneto contro l'imperatore, se la pace non si effettuasse, e contro l'Inghilterra, che tuttavia perseverava in condizione ostile. Per la qual cosa, mentre Villetard e chi operava con lui tendevano insidie al governo in Venezia per ispegnerlo, Buonaparte negoziava molto apertamente fra i conviti e le feste un trattato coi legati della repubblica in Milano.All'indurre il gran consiglio a cambiare lui medesimo la forma del governo, ed all'introduzione di un presidio franzese indirizzavano Villetard ed i Veneti che il secondavano, tutti i loro pensieri. Per questo si rendeva necessario il privare Venezia delle sue difese con disarmare i legni e con allontanare gli Schiavoni che vi alloggiavano in numero di circa dodicimila. Per questo Morosini, che aveva il carico di preservare quell'antica sede della sua patria, spargeva che i congiurati crescevano di numero e di forza, che oggimai non si potevano più frenare, che nuovi soldati abbisognavano. Intanto da persone apposta si accusava la fede degli Schiavoni, si affermava, voler loro fare un moto per saccheggiare. Dava favore a questi spaventi Condulmer, affermando non essere le difese apprestate nelle lagune abili ad arrestare i Franzesi, ove si risolvessero a passarle per assaltar Venezia; già esser grossi a Mestre, già da Fusina minacciare, già Brondolo e Chioggia pericolare dalle armi loro.Quando più operava nell'animo deipatrizii il terrore, parendo ai congiurati che fosse il momento propizio, si appresentavano per suggestione di Villetard, alle camere del doge Spada e Zorzi, facendo una gran pressa di essere uditi per cosa che, come dicevano, importava alla salute della repubblica. Furono destinati ad udirli Pietro Donato e Francesco Battaglia, e quindi, sulle loro rapportazioni, ad intendere dal segretario di Francia quello che vero fosse dei detti di Spada e di Zorzi. Tornati riferivano, Villetard, non per modo di richiesta, ma di consiglio, avere dimostrato, importare alla salute della repubblica che si abolisse nel giorno stesso il patriziato, s'instituisse la democrazia e di più le seguenti condizioni si effettuassero: si carcerasse il conte d'Entraigues, agente del re Luigi, e tutti i suoi ricordi si dessero in mano del generalissimo; si liberassero i carcerati per opinione; gli Schiavoni partissero; si surrogasse una guardia nazionale; si pubblicasse un manifesto per voce del governo; si creasse un municipio di trentasei Veneziani di ogni classe; le città di terraferma e delle isole venete s'invitassero a mandar deputati in Venezia a fine di comporvi un consesso generale di governo temporaneo; tutti i delitti politici si condonassero; vi fosse libertà di stampare, sì veramente che del passato nè quanto alle persone nè quanto al governo non si parlasse; si chiamassero i Franzesi a presidiar la città con quattromila soldati, ed occupassero l'arsenale, il castello Sant'Andrea, Chioggia e tutte le isole circonvicine che fossero a grado del generalissimo; con questo l'assedio si togliesse; la guardia nazionale custodisse la camera ed altri posti d'onore. Il doge Manin fosse presidente del municipio, Andrea Spada vicepresidente; Querini si richiamasse da Parigi; si mandassero deputati a Buonaparte per annunziar la nuova forma del governo; si spacciasse col fine medesimo alle repubbliche Batava, Cispadana, Transpadana e Genovese.Accordati tutti questi capitoli fra i deputati della consulta del doge ed il segretario di Francia, che altri ne volea aggiungere, ma fu dissuaso da Battaglia, restava che il maggior consiglio gli approvasse. Per questo Donato e Battaglia avevano persuaso a Villetard, il quale voleva che senza soprastamento si mettesse mano all'opera, aspettasse tre o quattro giorni, affinchè potessero fare le pratiche necessarie per indurre il maggior consiglio alla risoluzione. Incominciavano il maneggio con le solite promesse e coi soliti spaventi; fra le altre insidie si mandava attorno una lettera di Haller, apportatrice delle risoluzioni di Buonaparte, che cessassero i diritti ereditarii, che si creasse la democrazia, che si fondasse il governo rappresentativo: se nol facessero volontariamente, verrebbe egli a farlo per forza. Di notte tempo Spada svegliava all'improvviso Battaglia, e gli mostrava la lettera, la mattina molto per tempo la recava alla signoria. Intanto gli Schiavoni, sola sicurezza contro gli assalti e forastieri ed interni, erano stati fatti imbarcare, e già se ne stavano sulle navi aspettando il vento prospero per alla volta di Zara; le lagune disarmate da Condulmer.
Ma mentre affermava Buonaparte, essere in potestà del senato il fare quanto gli parrebbe conveniente per ridurre allo ordine i ribelli, pubblicava Landrieux a Bergamo, forse volendo ricoprire, con mostrar severità i sospetti, che potevano concepirsi di lui dai repubblicani di Francia e d'Italia, che nissuna gente armata sarebbe lasciata entrare nè in Brescia nè in Bergamo, e che se alcuna vi si appresentasse, questa avrebbe assalito, come nemico, con tutte le sue forze. Le cose però da più alta sede pendevano che da Landrieux, perchè visitato a Parigi dalnobile Querini uno dei cinque del direttorio, e dettogli, che poichè i Franzesi protestavano non volersi mescolare nel governo interno delle città venete, doveva riuscire cosa indifferente al direttorio se il senato rimettesse nel dovere i Bergamaschi, rispondeva risolutamente il quinqueviro, non lo sperasse e che finchè fossero in Bergamo truppe franzesi, non l'avrebbe mai il direttorio permesso. E terminava dicendo, che infine non toccava alla repubblica di Venezia a comandare alla Franzese, e che vedeva bene che i discorsi del Querini dimostravano che il governo veneto non si fidava della lealtà del direttorio, ma che se così fosse, avrebbe potuto farlo pentire. Da ciò si vede quale concetto si dovesse fare della condiscendenza di Buonaparte.
Alle gravissime proposte del capitano di Francia si scuotevano i legati, parendo loro cosa enorme, pericolosa e di pessimo esempio, che soldati forastieri si adoperassero per tornare a devozione i ribelli della repubblica. Per la qual cosa negavano l'offerta, restringendosi con dire che, poichè i castelli erano in mano dei Franzesi e servivano di appoggio ai turbatori dell'antico Stato, ragion voleva, acciocchè si pareggiassero le partite, ch'ei facesse qualche dimostrazione pubblica per disapprovare i moti che si erano suscitati. Al che non consentendo rispondeva, che in mezzo all'ardore di quelle nuove opinioni che molto avevano aiutato le sue armi, sarebbe certamente incolpato se ora si dimostrasse avverso a coloro che si erano scoperti fautori del nome e delle massime di Francia; che solo a ciò fare si sarebbe piegato, quando il direttorio precisamente comandato glie l'avesse. Tornava poscia sul parlare di più stretti vincoli d'amicizia colla Francia, proponendo per esempio il re di Sardegna, ed affermava esser questo il mezzo migliore per frenar le rivoluzioni. Rispondevano i legati della repubblica, volere il senato l'amicizia di Francia; dell'alleanza risolverebbe quando, ritrattal'Europa da quell'immenso disordine e ricomposta in questo Stato, potrebbe con sicurezza di consiglio deliberare. A queste parole si alterava gravemente il vincitore: poi tornando sulle antiche querele, acerbamente rimproverava ai Veneziani il ricovero dato al conte di Provenza ed al duca di Modena, e l'aver ricettato i tesori di Modena e d'Inghilterra; a questo passo dimostrava voglia di por mano su di questi tesori; il che palesava quanto fosse in lui lo sprezzo della neutralità.
Mentre il generalissimo di Francia, parte accarezzava, parte minacciava a Gorizia i legati di Venezia, lusinghiere parole pubblicava Kilmaine, generale che reggeva la Lombardia, biasimando il comandante di Bergamo. Ma come i fatti rispondessero alle parole di Kilmaine, o vere o finte che fossero, perchè la lettera che gli si attribuisce è di data incerta, il dimostrava pochi giorni dopo la rivoluzione di Crema, opera non solo certa, ma anche evidente delle truppe Franzesi. Occupavano violentemente la città, e, distrutta per la forza e per l'inganno l'autorità sovrana di Venezia sopra Crema, se ne givano affermando che i Franzesi erano buoni amici della repubblica di Venezia. Creavasi il municipio, piantavasi l'albero, ballavavisi intorno, appiccavasi una fune al collo del Lione di San Marco come se fosse tempo da ridere; facevasi la luminaria, gridavasi libertà. Il podestà fu lasciato partire senza offesa.
Le rivoluzioni di Bergamo, di Brescia e di Crema facevano sorgere nuovi pensieri tanto nei capi franzesi, quanto nel senato veneziano, così come ancora fra i sudditi che si conservavano fedeli. Vedevano i primi che l'accessione di quelle tre principali città d'Oltremincio era di somma importanza ai loro ulteriori disegni. Principale fondamento ad ogni moto era Brescia, città ricca, popolosa, abbondante d'uomini fieri e bellicosi. Quivi pur accorrevano Dombrowski co' suoi Polacchi, Lahoz co' suoi Italiani, e davanoincentivi con le parole, animo con le forze, esempio con l'ordinate schiere. Pavesi, Lodigiani, Milanesi, Bergamaschi, Napolitani vi arrivavano continuatamente, chi con lingue pronte per orare, chi con penne per iscrivere, chi con armi per combattere. La sollevazione, l'impeto, la concitazione andavano al colmo; le minacce e gli scherni che facevano contro i patrizi erano incredibili. Già si persuadevano, che alla loro prima giunta dovesse andar sossopra tutta ed a ruina la veneziana repubblica. Lahoz, Gambara, Lecchi ed un Mallet, generale di Francia, anch'egli mescolato in questi moti, trionfavano.
Preparata la strada alla rivoluzione delle altre parti della terraferma veneta situate sulla destra del Mincio, per mezzo massimamente della potente Brescia, innalzavano i sollevati l'animo a maggiori cose, proponendosi di turbare anche i paesi posti sulla riva destra dell'Adige, principalmente Verona tanto importante per la sua grandezza e per essere passo del fiume. Mentre ne tramavano gl'inganni, non erano le cose sicure pei Franzesi, che tuttavia si trovavano a fronte dell'arciduca sulle rive del Tagliamento. Il capitano Pico, che aveva anche avuto al medesimo tempo carico da Buonaparte di macchinare in Verona contro i Veneziani, gli rappresentava che il moto di lei sarebbe riuscito pericoloso e di esito molto incerto, stantechè l'arciduca gli stava ancora davanti molto poderoso: esortava pertanto, aspettasse tempo più propizio. Rispondeva, gisse pure e sommuovesse Verona. Nè in Brescia stavano oziosi i novatori rispetto a quella città.
Le insidie ordite per ribellar Verona erano venute a notizia del governo veneto, non solamente per le dimostrazioni tanto palesi dei Bresciani sollevati, ma ancora per segreti avvisi di alcuni fra quegli stessi che macchinavano. Pensava pertanto al rimedio contro sì grave pericolo. Vi mandava, con dar voce di cagioni diverse dai sospetti, parecchi reggimentidi Schiavoni; vi mandava due provveditori straordinarii, Giuseppe Giovanelli, giovane animoso e prudente, e Nicolò Erizzo, uomo di natura molto calda ed amantissimo del nome veneziano. Ma perchè le radici della forza erano nel paese, dava facoltà amplissima al conte Francesco degli Emilii, personaggio ricchissimo e di molto seguito, acciocchè armasse la gente del contado, promettesse e desse soldi, ogni e qualunque cosa che in poter suo fosse, facesse per isventare le macchinazioni dei repubblicani. Accettava volentieri il carico il conte Emilii, e tra per l'autorità del suo nome e l'efficacia delle sue ricchezze faceva non poco frutto, soldando gente, provvedendo armi, ammassando munizioni, traendo a sè buoni e cattivi per tenere in piedi la insidiata repubblica. Faceva compagni alla sua impresa il conte Verità ed il conte Malenza co' suoi due figliuoli, uomini anch'essi molto infiammati nel difendere l'antico dominio dei Veneziani. Il secondavano efficacemente i preti ed i frati con le esortazioni loro, alle quali maggior forza accrescevano lo strazio testè fatto del papa, e lo spoglio di Loreto: gli animi, già infieriti per tante ingiurie, di maggior veleno s'imbevevano per l'oltraggiata religione. Accresceva lo sdegno lo orribile governo che facevano delle provincie le truppe repubblicane, sì quelle che stanziavano, come quelle che viaggiavano. Vieppiù inaspriva i popoli una ingiustizia manifesta, perchè i bagagli rapiti dai Tedeschi in guerra erano fatti pagare dai comuni.
Dava nuovo animo ai Veronesi il fatto di Salò; perchè andata contro questa terra una grossa squadra di Bresciani, mista di Polacchi e di qualche Franzese, fu rotta con non poca strage dai Salodiani aiutati dagli abitatori della valle di Sabbia. Queste erano le masse ordinate dall'Ottolini ai tempi del suo ufficio in Bergamo. Lodevole esempio di fedeltà e di ardire dava nello fazione di Salò il provveditore Francesco Cicogna. I prigionifatti a Salò, che arrivarono a più di cento, furono condotti a trionfo per Verona; i sudditi, carcerati come rei di Stato. La vittoria dei Salodiani rinvigoriva gli animi sbigottiti in tutta la terra ferma. Armavansi a gara i popoli e protestavano della fede loro verso il senato. E questo moto fu apposto a delitto ai Veneziani dai Franzesi e da' lor partigiani.
Le insidie contro Venezia alle raccontate cose non si rimanevano. I moti della terraferma erano spontanei e solo cagionati dalla rabbia concetta dai popoli infastiditi delle insolenze e sdegnati dalle ingiurie dei forastieri. Perciò il senato li poteva qualificare come opera non sua e sempre protestare, quanto spetta alla direzione dei governo, della perfetta neutralità. Ma i capi delle rivoluzioni in Italia, secondando il talento proprio, e, credendo di far cosa grata al generalissimo, pensarono di fabbricare una menzogna, ed apponendo un atto falso ad uno dei magistrati più principali, far in modo che il governo veneziano egli medesimo paresse colpevole di ree instigazioni contro i Franzesi. Inventarono adunque e pubblicarono un manifesto attribuendolo a Battaglia, provveditore straordinario per la repubblica in terra ferma, col quale si stimolavano i popoli a correre contro i Franzesi e ad ucciderli. Fu questo manifesto composto per opera di un Salvadori, novatore molto operativo di Milano e rapportatore palese e segreto di Buonaparte, poi caduto in miseria tale che, gittatosi in fiume a Parigi, terminò con fine disperato una vita poco onorevole. Tornando al manifesto, fu egli stampato in un giornale che si scriveva in casa del Salvadori da patriotti molto migliori di lui, ma portati ancor essi dalla illusione e dalle vertigini di quell'età. Quantunque astutamente gli sia stata apposta la data del 20 marzo, uscì veramente al 5 aprile, tempo opportuno perchè Buonaparte arrivato a Judenburgo a questo tempo, e già fatto sicuro della pace con l'imperadore, non aveva piùtimore delle masse veneziane. Non daremo nè il manifesto nè le parole gravissime nelle quali in tale proposito proruppe uno storico famoso; ma dobbiam dire che il manifesto si spargeva in copia dai patriotti e dai capi franzesi, massimamente da Landrieux. Nè credendo i macchinatori di questa fraude, che tutto l'operato fin qui bastasse, perchè i popoli vi prestassero fede, Lahoz, capo e guida di tutte le genti Lombarde e Polacche, gli avvertiva con bando pubblico che la neutralità era stata rotta dai tradimenti di Battaglia, il quale, soggiungeva, si era pazzamente persuaso che «Voi altri contadini, privi in tutto di arte militare, sareste, i vincitori dei Franzesi, la prima nazione dell'universo pel coraggio e la scienza della guerra. Sappiate adunque che il generale Buonaparte ha ordinato che Battaglia sia messo in ferri ed impiccato; che saranno pure impiccati coloro che v'inciteranno alla ribellione; le vostre case saranno arse, le famiglie desolate; uscite d'errore e presto; deponete le armi, portatele al comando di Brescia, mandategli deputati; quando no, perirete tutti.»
Queste ingannevoli dimostrazioni si facevano dagli autori stessi del manifesto per far vedere ai popoli ch'ei fosse vero; e que' ferri e quelle forche erano trovati bugiardissimi, perchè Battaglia, trovandosi allora in Venezia, non era in podestà loro nè di farlo arrestare nè di farlo impiccare. Allontanava da sè Battaglia l'infamia del manifesto con ismentirlo; lo smentiva solennemente il senato. Ma nulla giovava; perchè i tempi erano più forti delle protestazioni.
Rivoltate le regioni d'oltre Mincio dall'antico dominio de' Veneziani, era spianata la strada alla distruzione di quel nobile ed innocente Stato. Restava che le condizioni divenissero tanto sicure rispetto agli Austriaci, che si potesse senza pericolo mandar fuori quello che già da lungo tempo si era il generalissimo nell'animo concetto. A questo gli davaoccasione la tregua sottoscritta coi legali dell'imperadore il dì 7 aprile a Judenburgo. Ed in fatti non così tosto l'ebbe firmata, che incominciò le dimostrazioni ostili contro i Veneziani; il che mandò ad esecuzione in varii modi, ma che tutti tendevamo al meedesimo fine. Primieramente mandò il suo aiutante Junot con amare condizioni a fare un violento ufficio a Venezia non senza grave ferita alla dignità della repubblica. Arrivato Junot, altieramente richiedeva per parte del generalissimo di essere udito incontanente in pien collegio dal serenissimo principe. Correvano allora i giorni santi; era il sabbato, in cui per antico costume non sedevano i magistrati, intenti in quel giorno a celebrar nelle chiese i divini misteri. Ne avvertivano Junot; ma egli, giovane impaziente mandato da un giovane impazientissimo, insisteva dicendo o l'udissero subito o appiccherebbe le cedole della guerra ai muri. Credettero i padri che il derogare all'uso antico fosse minore scandalo di quanto era capace di commettere quel soldato, e consentirono ad udirlo la mattina del sabbato. Introdotto in collegio, dov'erano adunati il doge, i suoi sei consiglieri, i tre capi della quarantia criminale, i sei savi grandi, i cinque di terraferma ed i cinque agli ordini, leggeva una lettera che scriveva Buonaparte al doge il dì 9 aprile da Judenburgo, ed era questa: «Tutta la terraferma della serenissima repubblica di Venezia è in armi: in ogni parte sollevati ed armati gridano i paesani morte ai Franzesi; molte centinaia di soldati dell'esercito Italico già sono stati uccisi, invano voi disapprovate le turbe raccolte pei vostri ordini. Credete voi che nel momento in cui mi trovo nel cuore della Germania, io non possa far rispettare il primo popolo dell'universo? Credete voi che le legioni d'Italia sopporteranno pazientemente le stragi che voi eccitate? Il sangue de' miei compagni sarà vendicato: a sì nobile ufficio sentirà moltiplicarsi amolti doppii il coraggio ogni battaglione, ogni soldato franzese. Con empia perfidia corrispose il senato di Venezia ai generosi modi usati da noi con lui. Il mio aiutante, che vi reca la presente, è portatore o di pace o di guerra. Se voi subito non dissolvete le masse, se non arrestate e non date in mia mano gli autori degli omicidii, la guerra è dichiarata. Non è già il Turco sulle frontiere vostre, nissun nemico vi minaccia, d'animo deliberato voi avete inventato pretesti per giustificar le masse armate contro l'esercito: ma ventiquattr'ore di tempo e non saran più: non siamo più ai tempi di Carlo VIII. Se, contro il chiaro intendimento del governo franzese, voi mi sforzate alla guerra, non pensate per questo che, ad esempio degli assassini che voi avete armati, i soldati franzesi siano per devastar le campagne del popolo innocente e sfortunato della terraferma. Io lo proteggerò, ed egli benedirà un giorno sino i delitti che avranno obbligato l'esercito franzese a liberarlo dal vostro tirannico governo.»
Qui non è bisogno d'aggiugner discorsi per giudicare di così fatta intimazione. Solo si debbe avvertire che i paesani, che difendevano il loro sovrano, non si sarebbero mossi e non avrebbero ucciso i soldati franzesi se gl'insidiatori non avessero seminato la ribellione. Del resto alcuni pur troppo furono uccisi, ma non a centinaia come la solita gonfiezza ebbe allegato. Ridotto il principe di sì antica e nobile repubblica a condizione tanto abbietta, rispose pacatamente, delibererebbe il senato; avere sempre nodrito sentimenti di lealtà e di amicizia verso la nazione franzese. Intanto le crudeli calunnie, l'incredibile insulto, le disgrazie imminenti avevano riempito l'animo de' circostanti di orrore e di terrore.
Acerbe lettere scriveva il dì medesimo del 9 aprile il generalissimo a Lallemand: non potersi più dubitare che loarmarsi de' Veneziani non avesse per fine di serrare alle spalle l'esercito di Francia; non aver mai potuto restar capace del come Bergamo, città fra tutte le altre degli Stati di Venezia dedita al senato, si fosse armata contro di lui; meno ancora potuto comprendere come per calmare quel piccolo ammutinamento abbisognassero venticinque mila armati, nè perchè quando si era Pesaro abboccato con lui in Gorizia, avesse rifiutato la mediazione di Francia per ridurre ad obbedienza i paesi sollevati; gli atti dei provveditori di Brescia, Bergamo e Crema, in cui si affermava essere la sollevazione opera de' Franzesi, esser bugie inventate a disegno per giustificare in cospetto dell'Europa la perfidia del senato veneziano; avere il senato usato la occasione in cui egli, inoltratosi nelle fauci della Carintia, aveva a fronte il principe Carlo, per mandar ad effetto una fraude che sarebbe priva d'esempio se non fossero quelle ordite contro Carlo VIII ed i Vespri Siciliani; essere stati i Veneziani più accorti di Roma, poichè avevano usato il momento in cui i soldati erano alle mani con gli Austriaci; ma non aver ad essere i Veneziani più fortunati di Roma; la fortuna della repubblica Franzese, stata a fronte di tutta Europa, non si romperebbe nelle lagune veneziane.
Dette queste cose, annunziava le accuse contro i Veneziani: avere una nave veneziana, a fine di tutelare una conserva tedesca, combattuto la fregata franzese la Bruna; essere stata arsa la casa del console a Zante, insultato il console stesso; averne mostrato allegrezza il governatore; dieci mila paesani armati e pagati dai senato aver ucciso tra Milano e Bergamo cinquanta Franzesi; piene essere, malgrado delle promesse di Pesaro, di soldati Verona, Padova e Treviso; arrestarsi in ogni luogo gli amici della Francia; gridarsi per ogni parte morte ai Franzesi; furibondi i predicatori pubblicare da ogni cattedra la volontà del senato, stimolare contro la Francia; veraed effettiva condizione di guerra essere tra Francia e Venezia; saperlo Venezia stessa, che altro modo non trovava di giustificarsi, che il disapprovare con parole quelle masse che coi fatti armava e pagava: domandasse adunque Lallemand, conchiudeva, a Venezia, che risolutamente rispondesse se avesse pace o guerra con Francia: se guerra, partisse incontanente; se pace, domandasse che i carcerati per opinione e di non altro rei che di amare i Franzesi, fossero rimessi in libertà; che tutti i presidii, salvo gli ordinarii quali erano sei mesi prima, uscissero dalle piazze di terraferma; che tutti i paesani si disarmassero e si riducessero alla condizione di un mese prima; provvedesse il senato, che le cose fossero in terraferma tranquille e sicure, e non pensasse solo alle lagune: gl'incenditori della casa del console a Zante si punissero, e la casa si ristorasse a spese della repubblica; il capitano, che aveva combattuto la Bruna, si punisse, ed il costo della conserva nemica, protetta contro i patti della neutralità, si rimborsasse: quanto alle turbazioni di Bergamo e di Brescia, offerisse la mediazione della Francia per ridur di nuovo le cose allo stato quieto.
Faceva Lallemand l'ufficio, i comandamenti di Buonaparte al senato rappresentando. Rispondeva per bocca del doge il senato a Buonaparte: «Nella somma amaritudine che ha sentito il senato nel conoscere dalle vostre lettere avere l'animo vostro concetto sinistre impressioni sulla ingenuità della nostra condotta, ci riesce di qualche conforto il vederci aperta la via di poterle pienamente dileguare con le pronte e precise nostre risposte. Vuole il senato ed ha sempre voluto vivere in pace ed amicizia con la repubblica di Francia, e piacergli in questo punto ratificare solennemente questa sua risolutissima volontà. Nè potrebbe certamente una così aperta e così solenne dichiarazione venir oscurata da accidenti, che conlei non hanno correlazione alcuna: poichè, sorta la fatale e del tutto inaspettata rivoluzione nelle città nostre oltre Mincio, la fede e l'amore delle popolazioni le fece correre spontaneamente all'armi col solo intento di frenar la ribellione, e di respingere le violenze dei sollevati. A questo unico fine implorarono esse dal proprio governo assistenza e presidii; che se in tanto turbamento di cose sorsero alcuni accidenti disgustosi, alla confusione inevitabile debbono unicamente non alla volontà del governo attribuirsi. Tanto è alieno da essi il senato che, per allontanare anche il più rimoto pericolo, ha con recente manifesto comandato ai sudditi, che contro i sollevati non istessero ad usar le armi, se non nel caso della propria difesa. Ma essendo noi su tale argomento disposti a secondare con le opportune risoluzioni i vostri desiderii, bene conoscerà l'equità vostra che al tempo medesimo diventa necessario che l'amore volontario delle popolazioni fedeli verso di noi e la comune nostra tranquillità siano guarentite da insulti esterni e da perturbazioni interne. Vuole ed è pronto il senato a soddisfarvi dell'altra richiesta, per castigo e consegna di coloro che han commesso uccisioni sulle persone dei vostri soldati, e sarà per noi diligentemente ordinato che siano conosciuti, arrestati, secondo i meriti loro, castigati. Per conseguire più acconciamente ed a contentezza d'ambe le parti tutti i raccontati effetti, mandiamo due legati a voi, dai quali intenderete la somma compiacenza nostra e quanto grato ci sarebbe, che voi interponeste l'efficace vostra autorità verso il vostro governo per ricondurre all'ordine ed al primiero stato le città d'oltre Mincio che si sono da noi allontanate. Con questo vi confermiamo di nuovo e protestiamo la costanza e la sincerità dei nostri sentimenti verso la vostra repubblica, in un con la molta osservanza in cuiabbiamo la vostra illustre e riputata persona.»
Deputava il senato per alleggerire i sospetti e per intrattenere Buonaparte dall'estremo fato della patria, Francesco Donato e Leonardo Giustiniani. Intanto funeste novelle, consentanee all'aspetto delle cose presenti ed annunziatrici di ultima ruina, arrivavano da Vienna e da Parigi. Simili cose scriveva il nobile Querini pur da Parigi, ma come se velate da maggior dissimulazione alle orecchie sue pervenissero; perchè ora erano minacciose le parole del direttorio ed ora dolci; ora accusava Venezia ed ora la scusava; e da tante ambagi niuna cosa certa poteva ritrarre l'ambasciatore veneto, se non che si macchinava qualche gran trama contro la repubblica. Ma perchè non mancasse alcuna lagrimevole condizione in così grave e così vicino pericolo, fu provato da gente vendereccia di sottrarle denaro sotto promessa di salute. Un certo Viscovich, di nazione Dalmata, si appresentava al nobile Querini, dicendo che era in mano sua il salvare la repubblica; che in quel punto stava deliberando il direttorio se convenisse spegnere le rivoluzioni della terraferma con dar mano forte al senato, o di condurle a compimento con dare fomento ed aiuto ai ribelli; che due Direttori erano in favore della repubblica, due contro, il quinto in pendente; che quello era il tempo di spendere per la salute comune; che ove il senato volesse dar sette milioni di franchi, Venezia sarebbe preservata; che di presente abbisognavano seicentomila franchi pel direttore titubante con altri centomila pei beveraggi agl'intromettitori. Rispondeva Querini, non avere autorità di obbligare il pubblico per tanta somma. E brevemente, pressato poi dal Viscovich, che la cosa era alle strette, che quello non era tempo da perdere, che se non prometteva, in quel giorno stesso si statuiva la morte della repubblica, si lasciava tirare al dir del sì per somma sua divozione verso la patria e sottoscrivevabiglietti per seicentomila franchi sopra Pallavicini di Genova, con patto che stessero in deposito finchè non avesse in sua mano una lettera scritta dal direttorio a Buonaparte, intimatrice del dover frenare i faziosi della terraferma e ridurre le città sotto il dominio. La lettera non potè avere Querini; bensì gli fu consegnata una carta col titolo in fronte e con la marca del direttorio esecutivo e sottoscrizione del segretario di Barras, per cui si affermava, che la lettera del descritto tenore era stata scritta dal direttorio a Buonaparte. Fu il trattato approvato dal governo a Venezia: mandavasi al console di Genova, s'intendesse con Pallavicini perchè obbedisse le cambiali del Querini. Stava in aspettazione l'ambasciadore di quello che avesse a succedere: ma, vedendo le cose della terraferma andar sempre di male in peggio, richiedeva Viscovich della restituzione dei biglietti. Negava il Dalmata la restituzione. Furono presentati a Querini nel mese di luglio in Venezia, dopo il cambiamento dello Stato, acciocchè ne effettuasse il pagamento: li protestava; fu carcerato ed esaminato per ordine del direttorio per querela di aver voluto corrompere il governo franzese. Questa fu veramente un'arte cupa; perchè se vi fu corruzione, e certamente in qualcuno fu, ella non andò già da Querini ad altri, ma da altri a Querini.
Intanto un accidente, frutto di una vituperevol fraude da una parte, accompagnato da un'estrema crudeltà dall'altra, famoso al mondo per l'importanza sua e pel paragone di un altro fatto rinomato nelle storie, era vicino a sorgere nella principale città della veneta terraferma. Abbiamo già raccontato come i repubblicani si erano messi in punto di far rivoltare contro il senato lo Stato veneto. Insidiarono principalmente Verona. I suoi agenti non lasciavano alcuna cosa intentata, e la popolazione veronese contaminavano con promesse agli avidi, con istimoli agli ambiziosi, con mostradi libertà, con abbominazione di tirannide agli amatori del vivere libero. Il senato, all'incontro, avendo avuto sentore anzi certezza delle trame di Verona, vi aveva mandato, come già dicemmo, provveditori straordinari, uomini di fede e di virtù, con un forte polso di genti schiavone. Vi arrivavano oltre a ciò i villani dei contorni, ai quali erano state messe in mano le armi: erano una massa considerabile. Stavano anche le parti vigilanti, l'una per impedire gli effetti delle suggestioni e delle sommosse d'oltre Mincio, l'altra per aiutarli. Gli animi infiammati dall'un canto, arrabbiati dall'altro, insospettiti tutti, si mostravano pronti non solo ad usare le prime occasioni gravi, ma ancora a prorompere per le più leggieri, ed una voce, un suono, un segno che uscisse, potevano partorir una generale commozione. In tanta concitazione reciproca le cagioni potevano nascere egualmente dall'una e dall'altra parte.
Era debole il presidio franzese in Verona nè atto per sè a tanta mole: ma si sperava nei maneggi segreti e nell'opera de' novatori, ed, oltre a ciò, incominciava a scoprirsi nel Padovano la schiera di Victor. Si accostava inoltre Lahoz coi Lombardi e Polacchi, accostavansi le masse repubblicane di Brescia e di Bergamo ed il forte presidio di Mantova poteva dare da luogo vicino nervo all'impresa. Intanto il capitano Carrere, comandante di Verona, soldato amantissimo della repubblica, ma probo e religioso, vedendo il pericolo, tratteneva ogni Franzese che da Francia venisse o in Francia ritornasse, per modo che riuscì a raccorre circa ottocento soldati. Arrivavano poco stante duecento Cisalpini, valorosa gente capitanata in gran parte da Franzesi ed assai disposta a secondarli. Già segni annunziatori di quanto doveva succedere si spargevano per le campagne; erano in ogni luogo minaccie, mischie ed uccisioni. Incessantemente si predicava, volere i Franzesi fare una rivoluzione per impadronirsidelle sostanze de' popoli, e singolarmente del monte di pietà, dov'erano grandissime ricchezze. Succedevano in Verona stessa ad ogni momento minaccie tra Franzesi e Schiavoni, succedevano altercazioni frequenti tra Franzesi e Veronesi, ed allora gli Schiavoni si allontanavano. Godeva il provveditore nel vedere animi sì pronti e tante difese apprestate; raccomandava l'ordine e la quiete, comandava non offendessero persona; solo stessero armati e pronti. Preparavansi i magistrati a propulsare qualunque assalto; il generale Balland, surrogato a Kilmaine nel governo militare di Verona, sollevato d'animo a tanti romori, scriveva al provveditore, esortandolo a provvedere che i disordini cessassero. Rispondeva il Veneziano che il farebbe, sempre anzi averlo fatto, ma toccava rimproverando i maneggi degl'insidiatori, mandati a posta per sommuovere le provincie.
Era il dì 17 aprile, secondo giorno di Pasqua, quando, alle ore quattro meridiane, scoppiava ad un tratto la terribil sollevazione veronese. Incominciava da insulti e da minori fatti da' soldati veneziani e da' Veronesi armati, contro le guardie franzesi sparse in varii luoghi della città. Il comandante Carrere, veduto quanto il tempo fosse minaccioso, ristringeva i suoi sulla piazza d'armi, pronto a correre dove bisogna fosse. In cotal guisa stava armato e raccolto lo spazio di un'ora, quando Balland fece trarre, erano le cinque della sera, qual segno di guerra, cannonate da' castelli. A quel rimbombo si conduceva spacciatamente Carrere con la sua schiera nel Castel-Vecchio, contro il quale già combattevano i Veronesi dalle case vicine. Il rumore inaspettato delle artiglierie franzesi diè cagione di credere ai Veronesi già tanto infiammati che fosse intenzione di Balland di trattare ostilmente Verona. Nè s'ingannarono punto; perchè poco dopo traeva furiosamente contro il palazzo pubblico, che ne fu laceroe guasto in molte parti. Diroccarono al primo trarre le creste del palazzo degli Scaligeri. Cambiavasi in un momento lo aspetto della città; perchè vi sorgeva una rabbia, un gridare, un correre contro i Franzesi da non potersi raccontare degnamente con parole. Un suonare di campana a martello continuo e precipitoso accresceva terrore alla cosa. Dei Franzesi, coloro che si trovavano più vicini ai castelli, massime al Castel-Vecchio, in loro si ricoveravano a tutta fretta: ma non fu senza pericolo, perchè rabbiosamente li seguitava il popolo che li voleva ammazzare e bersagliandoli dalle finestre con palle, con sassi, con ogni sorta d'armi faceva loro il ritirarsi difficile e mortale. Il furore aveva preso non solo gli uomini ed i forti, ma ancora i vecchi, le donne, i fanciulli, ognuno volendo ricompensare con un sangue odiato le ingiurie ed i patimenti. Molti de' Franzesi in tal modo fuggenti restarono uccisi, plaudendo all'intorno il popolo inferocito. Chi non potè ripararsi a tempo nei castelli, cercava salvezza ne' più segreti nascondigli delle case; ma non però tutte, anzi poche erano loro sicure; perciocchè non pochi, rottasi da' padroni la ospitalità, vi restarono miseramente uccisi. Alcuni furono gittati ne' pozzi, altri trafitti da' pugnali, altri risospinti fuori delle porte, perchè fossero segno alla rabbia popolare, che tuttavia fra le grida orribili, fra il rimbombo delle artiglierie dei castelli, fra i tocchi incessanti del suonare a stormo andava crescendo. Molti amministratori dell'esercito, molte donne, molti fanciulli, molti erano ammalati in Verona, e questi furono, la maggior parte, condotti a miserabil morte da un popolo che pagava con eccessiva crudeltà contro gl'innocenti le ingiurie, le ruberie, le fraudi, i tradimenti usati da chi aveva contro di lui contaminato il nome di Francia. Ma la pressa, le minaccie, la crudeltà, che il cielo serbi condegno castigo agli autori veri di tanta infinita barbarie, erano intorno all'ospedal militare. Degli ammalatialcuni furono uccisi, parecchi malconci e spogliati. Nè le preghiere, nè la debolezza, nè l'aspetto medesimo della morte già vicina in un ferocissimo morbo potevano piegare a misericordia questi uomini, nei quali null'altra cosa di uomo restava che il volto. Se per assenza di vittime pareva un poco acquetarsi il furore, tosto si riaccendeva più fiero di prima ove fosse scoperto un Franzese; e di nuovo si dava mano alle stragi. Non in meno pericolosa condizione si ritrovavano i patriotti o veronesi o forastieri: che anzi maggiore contro di loro si mostrava la rabbia del popolo che con più diligenza li cercava, e quanti potè aver nelle mani, tanti uccise. Ma i più si erano ricoverati ne' castelli, altri conficcati ne' nascondigli passarono fra la speranza ed il timore parecchi giorni.
Ma non tutto fu barbarie in questo lagrimevole accidente. Non pochi Veronesi, ed il conte Nogarola medesimo, quantunque fosse uno dei capi degli insorti, conservarono, nascondendoli, a molti Franzesi, la vita, atto tanto più degno di commendazione quanto nel salvare la vita altrui correvano pericolo della propria. Spargevasi intanto per le campagne il grido del caso di Verona: incominciavasi a toccar lo stormo; i villici accorrevano a torme armate nella tormentata città; e se il vecchio furore già languiva, l'accostamento del nuovo il rinfrescava. Le grida e le stragi ricominciavano, nè cessarono le uccisioni se non quando non vi fu più uomo da uccidere. Mancata la materia dello ammazzare, si veniva in sul saccheggiare. Già il ghetto, essendo gli Ebrei, oltre l'antico rancore, riputati partigiani di Francia, andava a ruba: già i fondachi del pubblico pericolavano; e non fu poco che i provveditori potessero impedire che coloro i quali sì ferocemente combattevano per Venezia le sostanze pubbliche di Venezia non rubassero. Correva il sangue per le case, correva per le contrade, i castellituonavano, gli Schiavoni infuriavano: anzi uniti al popolo, volevano dar l'assalto a quei nidi, come dicevano, dove si erano confinati i tiranni d'Italia.
Il provveditor Giovanelli, in mezzo a tanta confusione e tanti sdegni, avrebbe voluto, non far deporre le armi, perchè nè la tempera degli animi veronesi nè il trarre continuo dei castelli il comportavano, ma frenare la barbarie ed introdurre ordine e misura là dov'era solamente confusione e trascorso. Tanto si adoperava in questo lodevole pensiero, che per poco il popolo non l'aveva per sospetto e si proponeva, posposta l'autorità di lui, di voler fare da sè. Importava intanto l'impadronirsi, per aprir l'adito agli aiuti esterni, delle porte che tuttavia si trovavano in possessione dei Franzesi. Il maggior presidio era in quella di San Zeno. Il conte Francesco degli Emilii, che alloggiava nella terra di Castel Nuovo con due pezzi di cannone, seicento Schiavoni, due mila cinquecento contadini, e fronteggiava un grosso corpo di Franzesi e d'Italiani affinchè non corressero contro Verona, udito il pericolo della sua patria, correva subitamente in suo aiuto, e dopo un sanguinoso conflitto, fatto prigioniero il presidio, recava in sua potestà la porta di San Zeno, entrando con tutti i suoi, il che dava nuovo animo ai cittadini. Facevano lo stesso della porta Vescovo il capitano Caldogno, e di quella di San Giorgio il conte Nogarola. Così gli abitatori del contado potevano entrare liberamente e soccorrere Verona. Giunto il rinforzo del conte degli Emilii, assalivano i Veronesi più fortemente i castelli, massimamente il Vecchio, e più fortemente dentro di essi si difendevano i Franzesi, certi essendo, che in tanta rabbia popolare, per cui già erano stati morti i non combattenti, da quella difesa non solo dipendeva la possessione dei luoghi, ma ancora la salute e la vita loro.
Il maggior propugnacolo che avessero era il castello montano di San Felice.Per questo i Veronesi, principalmente contadini, avevano fatto un grosso alloggio a Pescantina, luogo opportuno per recarsi a battere quel castello; che anzi, più oltre procedendo, avevano piantato due cannoni in San Leonardo, donde per essere il sito sopraeminente al castello, continuamente il fulminavano. Dalla parte loro i Franzesi uscivano frequentemente a combattere fuori dei castelli. Seguivano stragi, incendii, ruine. I villici avevano di volontà propria spedito corrieri al generale austriaco Laudon; Balland aveva dato avviso a Chabran, a Brescia, ed a Kilmaine, in Mantova; Victor medesimo era stato da lui avvertito del pericolo: anche da Bologna s'accostava una schiera per istringere la città combattente. Giovanelli, considerato il nembo che da ogni parte gli veniva addosso, aveva aperto una pratica d'accordo con Balland, la quale però non ebbe effetto, perchè il generale di Francia richiedeva, per prima ed indispensabile condizione, che i villani deponessero le armi, si riaprissero le strade alle comunicazioni dello esercito, il presidio veneziano alle poche genti di prima si riducesse. Non erano alieni i magistrati della repubblica dallo accettar queste condizioni; ma le turbe di campagna, tuttavia infiammate, non volevano a patto nissuno udire che avessero a deporre le armi: viemmaggiormente s'infuriavano.
Nè erano senza frutto le esortazioni degli uomini di chiesa che rappresentavano essere mescolata con la causa dello Stato la causa della religione. Generavano i discorsi loro effetti incredibili. Stupivano massimamente e s'infiammavano le genti ad uno spettacolo maraviglioso che sorse in mezzo a quella avviluppata tempesta, e questo fu di un frate cappuccino che predicava ogni giorno sulla piazza, stando attentissimo il popolo affollato ad ascoltarlo. Le parole sue, dette e replicate più volte, destavano negli animi già tanto concitati degli ascoltanti uno sdegno incredibile. Provocavansi gli unigli altri; già i castelli stessi parevano debole ritegno al loro furore. Mentre tanto disperatamente si combatteva in Verona, succedeva in Venezia un caso pieno di insolenza ad un tempo e di crudele risentimento.
Aveva il senato comandato, seguendo un antichissimo istituto ed a cagione dei romori presenti, che nissuna nave forestiera, che fosse armata, potesse entrare nell'estuario; il quale divieto era stato significato a tutti i ministri delle potenze estere residenti in Venezia, ed il Franzese ne aveva come tutti gli altri avuto notizia. Eranvisi uniformati gl'Inglesi stessi, parendo a tutti giusta e conveniente cosa, com'era veramente, che non si dovesse turbare con la presenza d'armi forastiere la sede del governo. Ma ecco la sera del 20 aprile avvicinarsi al Lido di san Nicolò un legno armato in forma di corsaro con intenzione evidente di entrar nel porto. Si scoverse legno Franzese condotto dal capitano Laugier. Domenico Pizzamano, deputato alla custodia del Lido, gli mandava significando il divieto del senato e lo esortava a non rompere una legge sovrana, alla quale l'Inghilterra medesima aveva obbedito. Il capitano, o per insolenza propria o altrimenti che fosse, non curando le esortazioni del Pizzamano e seguitando il suo cammino, sforzava la bocca del porto e vi poneva l'ancora con violazione manifesta d'una legge veneziana in Venezia. Mentre passava per la bocca, traeva di nove colpi di cannone, come per salutare, secondo gli usi di mare, la bandiera veneziana; pensiero veramente strano del volere, con pubblica dimostrazione, render onore ad una potenza nel momento stesso in cui sotto gli occhi del suo principe la sua sovranità si oltraggiava, ed una sua principalissima legge apertamente si violava. Il tiro dei cannoni franzesi, giunto alla violenta entrata nel porto, diè motivo di credere al comandante veneziano che si covasse qualche macchinazione o dentro o fuori. Perilchè, allestiti ancoresso i suoi cannoni, traeva rendendo fuoco per fuoco, contro il legno franzese. Era da arrestarsi il legno, ed obbligarlo, senza fargli altro danno, ad uscir del porto. Ma le cose non si rimasero a queste prime dimostrazioni, nè poteva essere che più oltre non procedessero a cagione degl'incredibili sdegni che allora passavano tra una nazione e l'altra; imperciocchè trovatosi Laugier tra legni di Schiavoni, gente avversa al nome di Francia e devota a Venezia, assaltavano con grandissima forza e con arma bianca la nave del capitano franzese, nella quale sfogando, troppo più che all'umanità si converrebbe, l'odio loro, commettevano atti di un'estrema ferocia. Morirono in questa sanguinosa avvisaglia cinque Franzesi, fra i quali il capitano medesimo: otto restarono feriti; che anzi se gli ufficiali degli Schiavoni non avessero frenato il furore dei soldati loro, i marinari del legno sarebbero stati fino all'estremo uccisi. Il legno divenne preda degli assalitori. Lodava il senato con pubblico decreto Pizzamano e gli ufficiali; largiva di un caposoldo i gregari; mandava un sunto del fatto ai legati Donato e Giustiniani acciocchè il rappresentassero a Buonaparte, temendo, non senza cagione, che da altri gli fosse annunziato con esagerati rapportamenti. Il ministro di Francia, mostrandosi sdegnato, ricercava il senato che cercasse Pizzamano, arrestasse i complici, restituisse gli arnesi, risarcisse il legno. Restituissi, risarcissi; delle carcerazioni si soprassedette fino alla risposta di Buonaparte.
Terrore era in Venezia e terrore in Verona. Le cose in quest'ultima si avvicinavano da un funesto mezzo ad una funesta conclusione. Combattevano tuttavia i Veronesi col medesimo ardore; ma appunto perchè questo ardore era estremo, si doveva temere che non tardasse a raffreddarsi. Già i Franzesi ingrossavano tutto all'intorno. S'accostava Kilmaine venuto da Mantova. Chabran compariva sotto le mura verso la portadi San Zeno; le prime squadre di Victor arrivavano in luogo donde presto potevano cooperare alla vittoria. La tregua di Judenborgo toglieva ogni speranza di Laudon. Si risolvevano adunque i provveditori a venire a parlamento, prima con Balland per mezzo del colonnello Beaupoil; ma la pratica non ebbe perfezione, perchè il popolo non volle udire che avesse a depor l'armi e non fossero esclusi i Franzesi dai castelli; poi con Chabran, col quale andava ad abboccarsi fuori della porta San Zeno il provveditore Giovanelli. Erano col primo il generale Chevalier e Landrieux, col secondo il conte degli Emilii, il conte Giusti ed un Merighi, personaggio molto amato dai Sanzenati. Pervenivano intanto le novelle che Lahoz con una banda di tre mila soldati tra Italiani e Polacchi, al soldo della repubblica Cisalpina, aveva tra Peschiera e Verona conseguito una vittoria contra le leve campagnuole di quel distretto.
Fu l'abboccamento pieno di risentimento da ambe le parti. Rimproverava Chabran a Giovanelli i villani armati per disegno espresso del governo veneto contro i Franzesi, quando stavano a fronte di un nimico potente; che per questo era stato costretto Buonaparte a far la tregua; che i Veneziani se ne pentirebbero. Aggiungeva Landrieux (e qui ognuno pensi da sè), che i rei disegni del senato contro i Franzesi erano pruovati dal manifesto di Battaglia. Rispondeva Giovanelli allegando l'amicizia de' Veneziani dimostrata a tante pruove; solo essersi armati i sudditi per amore verso il principe e per opporsi ai ribelli apertamente incitati e protetti dai Franzesi; l'intervenzione dei Franzesi in tutti questi moti viemmaggiormente dimostrarsi da ciò che i turbatori della pace pubblica si ricoveravano in casa del generale Balland come in luogo di sicurezza; quando la città era quieta, avere contro di lei tratto, prima a polvere, poscia a palla i castelli; per questo aver voluto i Veronesi difenderele sedi loro e vendicare il loro principe in tale violenta guisa oltraggiato. Passavano dai risentimenti ai negoziati; non si trovava modo di concordia. Chabran sdegnato minacciava che entrerebbe per forza, arderebbe e saccheggerebbe Verona. Già s'impadroniva di San Leonardo, con che assicurava il castello San Felice: già batteva fortemente la porta di San Zeno, dove solo il fosso il separava dal corpo della piazza. Instavano al tempo medesimo i castelli contro la porta di San Giorgio; e dal Castel-Vecchio uscivano spesso i Franzesi con gran terrore e ruina dei cittadini. Kilmaine si approssimava da Mantova, sbaragliando le turbe armate che gli contrastavano il passo. Già il rumore della victoriana schiera ormai vicina si udiva nella desolata città. I primi corridori di Lahoz si facevano vedere alle porte esteriori del Castel-Vecchio, e niuna cosa poteva impedire che vi entrassero.
Ebbersi in quel momento le novelle dei preliminari di pace; il qual accidente faceva abilità a Buonaparte di correre con tutto il suo esercito contro lo Stato Veneziano. Accresceva il terrore la sconfitta delle genti stanziali governate dal Maffei, e che poste alla Croce Bianca ed a San Massimo vietavano da quella parte il passo al nemico. Da tutto questo si vedeva che era già vinta Verona quando ancora combatteva. Perlocchè i provveditori pensarono ad accordarsi ad ogni modo. Convenivasi nelle seguenti condizioni: deponessero i villani l'armi e sgombrassero da Verona; i Franzesi la occupassero; tutte le armi e munizioni si dessero in mano loro; fossero consegnati in castello, come ostaggi per la sicurtà dei patti, Giovanelli, Erizzo, Giuliari, Emilii, il vescovo Maffei, i quattro fratelli Miniscalchi, Filiberi, i due fratelli Carlotti, San-Fermo e Garavetta: eseguiti i capitoli si rendessero gli ostaggi. Volevano i provveditori aggiugnere il capitolo che fossero salve le vite e le proprietà dei Veronesi, delle truppe e dei capi loro;ma Kilmaine, ch'era sopraggiunto, non volle ratificarlo. E però, sebbene fossero accettati gli altri capitoli, si rendeva Verona quasi a discrezione. La qual cosa vedutasi dai provveditori, si deliberarono di ritirarsi a Padova, lasciando che i magistrati municipali, quanto fosse in poter loro, alla salute di lei provvedessero. Fu grande in questi negozii il dolore e lo spavento dei provveditori; perchè non solamente vedevano una popolazione fedele al nome veneziano abbandonata a discrezione di un nemico offeso, ma udivano anche parole espresse e funeste della vicina distruzione della repubblica; perciocchè Beaupoil, dalle solite ambagi uscendo, ed almeno più sincerità degli altri mostrando, disse apertamente, che la repubblica di Venezia aveva sussistito bastantemente per quattordici secoli, e che conveniva adattarsi ai tempi.
Entravano i Franzesi nella sanguinosa Verona. Ci è forza raccontare un fatto orribile, e quest'è che i patriotti italiani, che pretendevano parole di libertà e d'indipendenza alle imprese loro, cercavano diligentemente, secondando il furore dei capi dei repubblicani di Francia, per le case gli autori della resistenza veronese, e trovati, li davano loro in mano perchè fossero percossi coll'ultimo supplizio. Scoprivano fra gli altri il frate cappuccino e lo consegnavano ai percussori. Gli trovavano in casa la predica, la quale, siccome pareva scritta in istile più polito che a cappuccino si appartenesse, veniva attribuita al vescovo di Parma Turchi, che era allora in grido di predicatore eccellente. Creossi un consiglio militare per giudicarlo. Sostenne il frate in cospetto de' suoi giudici la medesima sentenza che aveva sostenuto predicando. Condannato nel capo, incontrò la morte con quella medesima costanza con la quale aveva vissuto. Conservò la storia il nome di questo forte Italiano, quantunque per la malvagità dei tempi sia stata la sua morte piuttosto apposta ad ignominia che ad onore. Si chiamava frate Luigi da Colloredo;e dopo la venuta dei Tedeschi gli fu posta nella sua chiesa dei cappuccini una lapide tramandatrice ai posteri della sua eroica costanza. Furono con lui condotti a morte i conti Francesco degli Emilii, Verità e Malenza, con alcuni altri di minor nome. Tale fu l'esito della veronese sollevazione: la chiamarono le pasque veronesi a confronto dei vespri siciliani; ma se ugualmente crudi ne furono gli effetti, bene le cagioni ne furono peggiori; perchè a Verona si aggiunse la perfidia alla tirannide.
Era la città esposta alla vendetta del vincitore. Le si toglievano le armi; seguitavano minaccie crudeli e fatti peggiori; si viveva dai soldati a discrezione; fu espilato il monte di pietà; le più preziose gioie mandate al generalissimo. Gridavano i popoli a fatti tanto sacrileghi; Buonaparte ordinava, si restituissero i pegni di minor prezzo, ma fu indarno, perchè i più erano involati, e chi fu preposto alla bisogna, per render meno, ne accoppiava due in uno; nè si perdonava alle doti delle figliuole povere, perchè anche queste furono preda dei rapitori. Il commissario di guerra Bouquet, eletto commissario sopra il monte, fu carcerato e condotto in Francia per esser processato, ma non si udì mai di pena, o perchè fosse innocente o che altro si fosse. Decretava Buonaparte, pagasse Verona centoventi mila zecchini, e di più cinquanta mila per capo-soldo ai soldati dei castelli, risarcisse i danni dei soldati e degli ospedali, i cavalli dei Veronesi si dessero alle artiglierie ed alla cavalleria; ancora desse Verona nel più breve spazio fornimenti da vestire i soldati in quantità considerabile; gli ori e gli argenti sì delle chiese che del pubblico si confiscasse in pro della repubblica; i quadri, gli erbarii, i musei tanto del pubblico, quanto dei particolari fossero ancor essi posti al fisco della repubblica; i privati che meritassero di esser fatti indenni, si compensassero coi beni dei condannati.
Ma già la espilazione, prima che sieseguisse per ordine, era stata mandata ad effetto per disordine. Scriveva Augereau, la confusione dei poteri, l'esercizio abusivo fattone da parecchi uffiziali superiori aver colmo l'anarchia e la dissipazione; infatti il monte di pietà di Verona, in cui erano più di cinquanta milioni di preziose suppellettili, e così ancora quel di Vicenza (Lahoz aveva fatto rivoltar Vicenza) essere stati con tale prestezza vuotati, che gli espilatori impazienti all'indugio dell'aprir le porte, le avevano sforzate; e vero fu, quantunque Augereau non lo scriva, che vi entrarono con le scuri e coi sacchi. Sapere, continuava a scrivere, che Victor aveva fatto arrestare il commissario Bouquet, autore di questo dilapidare; non dubitare che se si venisse a processo contro di lui, non mettesse in compromesso cittadini che erano nei superiori gradi dell'esercito; non essere le campagne in miglior condizione della città; gl'incendii, i furti, le rapine generali e particolari fatte d'arbitrio e senza legale autorità, avere spopolato parecchi villaggi e ridotto famiglie ad errare disperatamente alla ventura; giunta essere a tal colmo questa peste, che uffiziali adescati dall'amor del sacco si erano fatti comandanti di piazza da sè medesimi, ed avevano commesso atti, cui la giustizia, l'onore e la severità della disciplina militare condannavano; gli arbitrii di Verona essere ancora più orribili; tolte sforzate esservi state fatte per iscritto fino a franchi sessanta mila, e negate le ricevute; rubatevi per otto giorni intieri le botteghe; regnarvi il terrore; esservi cessato ogni commercio; essere Verona deserta; alcuni uffiziali essersi impadroniti di merci spettanti a' negozianti sotto colore che calasser per l'Adige; le migliori case saccheggiate attestare il furore dei saccheggiatori. Nissuno più di lui, continuava Augereau, odiare i Veneziani, nissuno più di lui desiderar di vendicare il sangue franzese; ma nissuno più di lui odiare l'ingiustizia e la persecuzione; se i Franzesi erano stati rei diingiustizia e di persecuzione, a lui toccare il consolar i Veneziani, a lui toccar fare ch'essi dimenticassero ch'erano obbligati d'una parte dei loro mali a' suoi compatriotti. Fatte queste querele, richiedeva Augereau da Buonaparte, moderasse le contribuzioni, ne rendesse il contado partecipe.
Giunte a Buonaparte le novelle di Verona e del Lido, dava in un grandissimo sdegno, con acerbissime parole lamentandosi del sangue franzese sparso e protestando volerne aver vendetta. Adunque scriveva al ministro Lallemand queste furiose parole: «S'insultano a Venezia i colori nazionali, e voi vi siete ancora! Pubblicamente vi si assassinano i Franzesi, e voi vi siete ancora! Per me, io dichiaro e protesto non voler udire proposta di conciliazione se prima non sono arrestati i tre inquisitori di stato ed il comandante del Lido: si carcerino, e poi venite a trovarmi.»
Faceva Lallemand l'ufficio. La serva Venezia arrestava i tre inquisitori ed il comandante; posersi in fortezza in una delle isole della laguna: gli avvogadori del comune incominciavano a far loro il processo. Liberavansi (perchè anche questo esigeva il generalissimo) i carcerati per opinioni o fatti politici, fra gli altri i ribelli di Salò, Verona, Bergamo, Brescia e Padova. Partivane Lallemand, partivano i Franzesi; solo restava Villetard, segretario della legazione, come agente eletto ad operare la mutazione di governo.
Viaggiavano intanto i due legati Francesco Donato e Leonardo Giustiniani alla volta degli alloggiamenti di Buonaparte. Il trovarono in Gradisca: introdotti, escusavano la repubblica: aver voluto Venezia amicizia colla Francia repubblicana già prima che gli eserciti di lei inondassero l'Italia; averla riconosciuta quand'era pericolo il riconoscerla: avere costantemente rifiutato ogni proposta fattale dai confederati a' danni della Francia; avere aperto spontaneamente aglieserciti di lei, e senza che a ciò fosse astretta da alcun trattato com'era con l'imperatore gli Stati suoi; averle fatto copia delle sue fortezze, delle armi, delle munizioni; avere obbligato i sudditi a somministrare per somme grandissime quanto fosse necessario al vivere dei soldati, ed avere in questo anche sopperito l'erario. Come esser probabile, affermavano, che uno Stato illanguidito da danni sì gravosi, consumato da dispendii sì enormi, mutilato per l'alterazione di tante città, volesse far guerra alla Francia tanto potente, ora ch'ella avea obbligato alla pace quasi tutta l'Europa? Volere il veneziano governo la pace, ma bene non volerla i sediziosi ed i ribelli, perchè trovavano nella guerra immensi profitti ed il compimento dei loro fatali disegni: da ciò derivare le tante invenzioni di supposti fatti, le carte false, come quella di Battaglia, le gelosie dei comandanti franzesi, l'alterazione dei popoli. Del rimanente, non venir loro per muover querele, ma bensì per purgarle, e fare tutte quelle opere che si appartenevano all'incorrotta fede: ad ogni sua richiesta pruoverebbero tutti i sospetti dei comandanti essere opera dei raggiri e delle fraudi dei sollevati: rispetto poi all'avvenire, esser pronto il senato a punire i rei d'assassinio, purchè gli fossero dati indizii dei fatti, dei luoghi e delle persone: essere ugualmente pronto ad accettar la mediazione per ridurre le città ribellate all'obbedienza, e a disarmare i sudditi, purchè si disarmassero anche le popolazioni sollevate e si preservassero le fedeli dagl'insulti loro.
Non valsero le escusazioni o le profferte a vincere il generalissimo. Rispose che volea che tutti i carcerati si liberassero, anche quei di Verona, perchè erano addetti a Francia; che non voleva più piombi, ed anderebbe egli a romperli; che non voleva più inquisizione, barbarie dei tempi antichi; che le opinioni dovevano esser libere; che i Franzesi erano stati assassinati in Venezia e nella terraferma,e che i Veneziani gli avevano fatti assassinare; che i soldati gridavano vendetta e ch'ei la doveva fare; che bene aveva il senato tante spie che bastassero per potere scoprire i rei; che se il senato non aveva mezzi per frenare i popoli, era imbecille e non doveva più sussistere; che non voleva alleanze con Venezia nè progetti; che voleva comandare; che non temeva gli Schiavoni; che sarebbe andato in Dalmazia; che insomma; se il senato non puniva i rei, non cacciava il ministro d'Inghilterra, non disarmava i popoli, non liberava i prigionieri, non eleggeva tra Francia ed Inghilterra, egli intimerebbe la guerra a Venezia; che al postutto i nobili di provincia dovevano partecipare all'autorità suprema; che il governo veneziano era vecchio e doveva cessare; ch'ei sarebbe un Attila per lo stato veneto; se non avevano altro a dire, se n'andassero.
Udivano per soprassoma delle angustie loro in questo tempo i legati le novelle del fatto del Lido e con accomodate parole il rappresentarono a Buonaparte. Rispondeva che non li voleva vedere, che non li voleva udire, bruttati com'erano di sangue franzese, se prima non gli davano in mano l'ammiraglio, il comandante del Lido e gl'inquisitori di Stato. Aggiungeva, che erano mentitori per aver cercato di colorir con menzogne un fatto atroce: se gli togliessero d'avanti, sgombrassero tosto dalla terraferma; quando no, avrebbero a far con lui.
Adunque dichiarava il dì 2 maggio la guerra a Venezia. Avere, intimava, il governo veneto usato la occasione della settimana santa, mentre l'esercito franzese era impegnato nelle fauci della Stiria, per mettere in armi e col fine di tagliargli le strade, quaranta mila Schiavoni; mandar Venezia armi e commissarii straordinarii in terraferma, arrestare gli amici di Francia, fomentare i nemici; risuonare la piazza, i caffè, ogni luogo pubblico di male parole, di mali fatti contro i Franzesi; chiamarvisi giacobini, regicidi,atei; avere ordine i popoli di Padova, Vicenza e Verona di armarsi a stormo per rinnovare i Vespri Siciliani; gridare gli ufficiali veneti che si aspettava al Lione veneto di verificare il proverbio, che l'Italia fosse la tomba dei Franzesi; predicare i preti dai pulpiti, gli scrittori con le stampe la crociata; assassinarsi in Castiglione dei Mori; assassinarsi sulle strade postali da Mantova a Legnago, da Cassano a Verona; impedire i soldati Veneti il libero passo alle truppe della Francia; suonarsi campana a martello a Verona; trucidarvisi i convalescenti; assaltare i Veronesi con l'armi in mano i presidii franzesi ritirati ai castelli; ardersi la casa del console a Zante; trarsi da una nave veneziana contro la fregata di Francia la Bruna per salvare una conserva austriaca; fumare il Lido di Venezia del sangue del giovine Laugier: per tutte queste cose voleva ed ordinava, che il ministro di Francia partisse da Venezia; che gli agenti di Venezia sgombrassero dalla Lombardia e dalla terraferma; che i suoi generali trattassero come nemiche le truppe veneziane ed atterrassero il Lione di San Marco da tutte le città della terraferma.
La dichiarazione di guerra fatta da Buonaparte non pareva poter bastare per arrivare al fine del cambiar la forma del governo veneziano. Per arrivarvi aveva con tanto veementi parole intimorito i legati veneziani, toccato loro il capitolo del cambiamento di governo: a questo medesimo fine aveva ordinato a Baraguey d'Hilliers che si accostasse coi soldati alle rive dell'estuario e d'ogni intorno tempestasse, come se volesse farsi strada alla sede stessa della repubblica: a questo fine ancora Villetard e gli altri repubblicani rimasti a Venezia menavano un rumore incredibile contro l'aristocrazia, esaltavano la democrazia, accennavano che il solo mezzo di placare lo sdegno di Buonaparte era di ridurre il governo democratico: a questo fine altresì dai medesimi continuamente si animavano e siconcitavano contro le antiche forme gli amatori di novità, ed eglino, confortati dall'aspetto delle cose ai disegni loro tanto favorevoli, più apertamente insidiavano e minacciavano lo Stato: al medesimo intento finalmente si spargevano ad arte voci di congreghe segrete, di congiure occulte, d'armi preparate. Il terrore era grande, le fazioni accese, i malvagi trionfavano; dei buoni i più ristavano per timore dell'avvenire, volendo accomodarsi al cambiamento che si vedeva in aria; pochi coraggiosi procuravano la salute della repubblica.
Non ostante tutto questo, le trame ordite facevano poco frutto nel senato in cui sedeva la somma dell'autorità, perchè egli era, o per prudenza o per consuetudine o per ostinazione, risoluto a voler perseverare nelle massime dell'antico Stato; già aveva ordinato che diligentemente e fortemente si munisse l'estuario. Prevedevano i novatori che, ove fosse commesso al senato di proporre alterazioni negli antichi ordini della costituzione al consiglio grande, in cui si era investita la sovranità e dal quale solo simili alterazioni dipendevano, non mai il senato vi si sarebbe risoluto. Per la qual cosa coloro che indrizzavano tutti questi consigli segreti, si deliberarono di trovar modo per evitare l'autorità del senato, allegando che ad accidenti straordinarii abbisognavano rimedii straordinarii. I savi attuali, dei quali Pietro Donato aveva qualche entratura con Villetard, operarono in modo che si facesse un'adunanza insolita nelle stanze private del doge, la sera del 30 aprile. Interveniva il doge Manin, i suoi consiglieri, i tre capi delle quarantie, i savii attuali, i savii di terraferma, i savii usciti ed i tre capi del consiglio dei Dieci. Si trattava in questa adunanza di ciò che si convenisse fare in sì luttuosa occorenza per la salute della repubblica. Il principal fine era di rappresentar le cose in maniera che il consiglio grande autorizzasse l'alterazione degli ordini antichi.
Il doge, venezianamente favellando, cominciava il suo discorso in questi termini: «La gravità e l'angustia delle presenti circostanze chiama tutte elle a proponer il miglior mezzo possibile per presentar al supremo maggior conseio el stato nel qual se trovemo per le notizie che sta sera ne avanza Alessandro Marcello, savio de settimana. Prima peraltro ch'elle fazza palese la loro opinion, le abbia la bontà de raccoglier brevemente quel che xe per espornerghe el cavalier Dolfin.»
Assumendo le parole il cavalier Dolfin, ragionava che fosse molto a proposito alle cose della repubblica l'obbligarsi Haller, col quale egli aveva amicizia ed era, secondo ch'egli opinava, molto innanzi nello animo di Buonaparte, per mitigare il vincitore. La quale proposta dimostra a quanto abbassamento fosse condotta quell'antica e gloriosa repubblica; poichè ero parere di uno de' principali statuali, già ambasciadore in Parigi, che si aspettasse la sua salute in sì ponderoso momento dall'intercessione di un pubblicano.
Non erano ancora gli animi de' circostanti tanto abietti che non deridessero la vanità del partito posto dal Dolfin. Seguitavano diversi pareri. Voleva Francesco Pesaro che non si alterasse a modo alcuno la costituzione e si facessero le più efficaci risoluzioni per difender fino all'estremo quell'ultimo ridotto della potenza veneziana. Disputava dall'altra parte Zaccaria Vallaresso, si desse autorità ai legati di trattare con Buonaparte dell'alterazione degli ordini. Mentre si stavano esaminando i partiti posti, ecco per Tommaso Condulmer, soprantendente alle difese dell'estuario, arriva novelle che già i Franzesi dalle rive dell'estuario tentavano di avvicinarsi a Venezia. Parve si udisse il romor de' cannoni. Si suscitava gran terrore fra gli adunati; il serenissimo principe, tutto paventoso, più volte e su e giù per la camera passeggiando, lasciava intendere queste parole:«Sta notte no semo sicuri neanche nel nostro letto». Per poco stava che per suggerimento di Pietro Donato ed Antonio Ruzzini non si cedesse e non si trattasse della dedizione. Vinceva peraltro ancora in questo la fortuna della repubblica; perchè opponendosi gagliardamente al partito Giuseppe Priuli e Nicolò Erizzo, si mandava al Condulmer resistesse alla forza con la forza. Non ostante, operando il timore e le instanze dei novatori, fu preso partito che il doge medesimo esponesse al maggior consiglio la condizione della repubblica; proponesse la facoltà di alterar la costituzione, si convocasse il maggior consiglio il dì seguente, primo di maggio. Fatta questa risoluzione, e mentre ella tuttavia si stava dal segretario Alberti distendendo, il procurator Pesaro lagrimando disse in dialetto veneziano queste parole: «Vedo che per la mia patria la xe finia; mi no posso sicuramente prestarghe verun aiuto; ogni paese per un galantomo xe patria; nei Svizzeri se pol facilmente occuparse.» Poi cesse da Venezia.
Era la mattina del primo maggio, quando la repubblica veneta doveva cadere da per sè stessa. Era il palazzo pubblico circondato per ogni parte da genti armate, i cannoni presti, le micce accese, apparato insolito da tanti secoli in quella quieta repubblica. Custodivano, per antico rito gli arsenalotti le interiori stanze del palazzo; i capi di strada pieni di uomini in armi. Si maravigliava il popolo, ignaro della cagione, a quel romor soldatesco; la città tutta occupava un grandissimo terrore; quei luoghi medesimi che per sapienza di governo, per benignità di cielo, per fortezza di sito erano stati sempre pieni di gente, allegrissima per natura, civilissima per costumi, ora risuonava d'armi e d'armati, e quelle armi e quegli armati accennavano, non a salvamento, ma a distruzione della patria.
Convocati i padri al suono delle solite campane e adunatisi in maggior consiglio,rappresentava con gravissime parole il doge la funesta condizione a cui era ridotta la repubblica; e dopo ch'ebbe nel patetico suo discorso annoverate le vicissitudini precorse; «Cedessero adunque, cedessero, esortava, ad una necessità ineluttabile, e poichè l'estremo de' tempi era giunto, in quell'estremo tempo pensassero che meglio era recidere qualche ramo, sebbene essenziale, che l'albero tutto; che cosa di poco momento era una modificazione, purchè si conservasse la repubblica; che bisognava, a guisa di provvidi marinari, far getto di una parte del carico per salvare la nave. Li pregava pertanto e scongiurava, per quanto avessero cara la patria, per quanto avessero care le famiglie, per quelle mura stesse tanto magnifiche e tanto dilette, per la nobile Venezia, per la salute di lei, per quanto aveva in sè di dolce, di augusto e di reverendo un'antica congiunzione d'amore e d'interessi, udissero benignamente quello ch'erano per proporre alla sapienza loro i savii, a fine di far abilità ai zelanti legati eletti a trattare col supremo dispositore delle cose franzesi in Italia, di qualche alterazione negli ordini fondamentali della repubblica.»
Queste compassionevoli parole del doge ingenerarono terrore, dolore e pianto negli ascoltanti. Favellava nella medesima sentenza Pietro Antonio Bembo, che fu poi uno de' municipali eletti da Villetard. Posto il partito e raccolti i voti, fu approvato con 598 favorevoli e 21 contrarii. Lodava il doge la virtù del maggior consiglio, esortava ad aver costanza, a non disperare della repubblica, a tener credenza del partito deliberato; poscia tra il dolore, la mestizia ed il terribile aspetto dell'avvenire si scioglieva il consiglio.
Il capitano in tanto perseguitava Venezia. Calava Buonaparte dalle noriche Alpi e la circuiva d'ogni intorno. Villetard l'insidiava dentro. Ma in tanta depressionedi spiriti e viltà d'animi, costanza somma mostrava in Treviso, in cospetto del generalissimo, Angelo Giustiniani, provveditore di quella provincia, mentre sdegnato quegli accusava i Veneziani di perfidie, di tradimenti, di assassinii; minacciava sterminio, domandava il sangue di Pesaro, degl'inquisitori, del comandante del Lido.
Intanto i macchinatori non si ristavano in Venezia, non contenti al cambiamento parziale autorizzato dal consiglio grande. Spargevano voci insidiose, non potersi resistere, dovere lo Stato accomodarsi al secolo con un totale cambiamento negli ordini primitivi; potere Venezia vivere ancora gloriosa lungo tempo; antiquate essere le sue forme, alcune inutili, alcune dannose, alcune ridicole; popolo, popolo vuol essere; non patriziato, non aristocrazia; la ragione aver a governare gli Stati; i diritti essere per natura uguali, dover essere uguale l'autorità; nuovi secoli sorgere alla rigenerata umanità; nuova libertà nascere, non di pochi potenti, comandanti a molti schiavi, ma di tutti sovrani comandanti a nessuno schiavo. Quindi la cosa ritraevano a Venezia: detestavano Pietro Gradenigo, lodavano Baiamonte Tiepolo; i piombi, i molinelli, il canale Orfano con frequenti discorsi memoravano, gl'inquisitori di Stato abbominavano. Capi a costoro erano un Giovanni Andrea Spada, di fresco uscito dai piombi, antico daziero, e, come troviamo scritto, antico esploratore e rapportatore degl'inquisitori, ed un Tommaso Pietro Zorzi, di professione droghiere. Seguitavano, ma più celatamente e più con desiderii dimostrati che con opere attive, un Gallino da Padova, un Giuliani da Desenzano, un Sordina da Corfù, finalmente un Dandolo da Venezia, uomo assai chiaro per fama, per dottrina, per eloquenza e per un certo splendore d'animo e di corpo che molto il rendevano osservabile. S'aggiungevano, come suol avvenire, donne amatrici d'una politica libertà che non intendevano; masiccome elle avevano l'animo volto al bene, così formavano nelle facili fantasie loro una immagine di libertà piena di ogni bene, spoglia di ogni male.
Ma trattando di coloro che tenevano lo Stato, alcuni per debolezza non erano capaci di risoluzione generosa ed obbedivano al tempo. Altri per ambizione o per opinione secondavano il moto. S'accostavano ai promotori di novità, parte ingannati, parte ingannatori; non pochi altri che credevano che una mutazione nelle forme politiche avesse a ritrar la repubblica da quell'abisso in cui era precipitata. Aveva contrastato a tutti questi gagliardamente Francesco Pesaro; poi quando cesse dalle faccende della patria, anzi dalla patria stessa, contrastava la maggior parte dei savi di terraferma, fra di loro più animosi mostrandosi e più vivi Giuseppe Priuli e Nicolò Erizzo.
Principalissimo fondamento ai disegni dei novatori era Villetard, segretario del ministro di Francia, il quale, sebbene fosse stata dal generalissimo intimata solennemente la guerra ai Veneziani, continuava a starsene come persona pubblica a Venezia; ed anzi teneva alzato alla sua porta lo stemma della repubblica di Francia, testimonianza sensibile della rotta irregolarità di quei tempi e della debolezza del governo veneziano. Era Villetard giovane molto infiammato nelle opinioni di quei tempi, ma d'animo integerrimo: i suoi maneggi in Venezia piuttosto da un grande errore di mente che da perversità di cuore procedevano; le geometrie politiche gli avevano stravolto lo intelletto.
Adunati ed ordinati in tal modo tutti gli amminicoli di distruzione, restava ad ordinarsi il modo di usargli, perchè sortissero l'effetto proposto; del che i capi non istavano lungo tempo in forse. Villetard, Donato e Battaglia continuamente istavano presso il governo, acciocchè riformando gli ordini e riducendoli alla forma democratica, pensasse finalmente alla salute sua. Spaventavano rapportandoche il numero degli scontenti e dei novatori era incredibile, che cresceva ogni dì più, che già erano sedici mila, che già si congiurava alla rovina dello Stato, e molte altre cose aggiungendo.
Tutte queste rapportazioni partorivano effetti maravigliosi in animi ammolliti da lunga pace ed insoliti a sì terribili rimescolamenti. I raggiratori, veduto il tempo propizio e temendo che la riforma si arrestasse a mezza strada, e che solo il governo si allargasse, ma non scendesse fino alla forma democratica, si misero in sul fare maggiori spaventi e in sul volere che del tutto il patriziato si abolisse. Di questo negozio arrivavano cenni da Milano, dove Buonaparte si era condotto coi due legati veneti, ai quali era stato aggiunto per terzo Alvise Mocenigo. Recavano le Milanesi novelle, la salute della repubblica consistere nella abolizione del patriziato e nella creazione della democrazia pura. Di questo scrivevano i veneti legati; di questo quell'Haller che si era fatto da pubblicano uomo di Stato. Perchè poi non mancasse a questa fraude anche la parte del ladroneccio, si dava voce che sei mila zecchini di beveraggio, senza dir per chi, avrebbero fatto gran forza. Adunque tra gli spaventi e le speranze, tra le minaccie e le promesse, si piegava la consulta del doge, e con lei il maggior consiglio, il dì 4 di maggio, ad ampliare il mandato ai legati, acciocchè potessero consentire all'annullamento del patriziato ed alla creazione della democrazia. Fu anche fatto abilità al savio cassiere di rimettere all'ebreo Vivante, perchè li trasmettesse a Milano, i sei mila zecchini in tante paste d'oro e d'argento che ancora si ritrovavano nella zecca.
Avendo Venezia ceduto, vieppiù insorgevano i repubblicani. Non si soddisfacevano del tutto del mandato fatto ai legati di consentire al cambiamento totale della forma del governo; desideravano che il maggior consiglio di per sè stesso rinunziasse alla sovranità, abolisse il patriziatoe creasse la democrazia. Pareva questa mutazione più solenne e più sicura. Desideravano al tempo stesso di occupare co' soldati franzesi Venezia, e far apparire che l'occupazione di una città tanto nobile e tanto importante in Europa fosse spontaneamente chiamata da dentro, non violentemente prodotta da fuori. In questo si proponevano mille altri fini di non poco momento, ed erano l'entrare di queto, l'avere intiero ed intatto l'arsenale e tutto che fosse del pubblico, il poter volgere tutte le forze del territorio veneto contro l'imperatore, se la pace non si effettuasse, e contro l'Inghilterra, che tuttavia perseverava in condizione ostile. Per la qual cosa, mentre Villetard e chi operava con lui tendevano insidie al governo in Venezia per ispegnerlo, Buonaparte negoziava molto apertamente fra i conviti e le feste un trattato coi legati della repubblica in Milano.
All'indurre il gran consiglio a cambiare lui medesimo la forma del governo, ed all'introduzione di un presidio franzese indirizzavano Villetard ed i Veneti che il secondavano, tutti i loro pensieri. Per questo si rendeva necessario il privare Venezia delle sue difese con disarmare i legni e con allontanare gli Schiavoni che vi alloggiavano in numero di circa dodicimila. Per questo Morosini, che aveva il carico di preservare quell'antica sede della sua patria, spargeva che i congiurati crescevano di numero e di forza, che oggimai non si potevano più frenare, che nuovi soldati abbisognavano. Intanto da persone apposta si accusava la fede degli Schiavoni, si affermava, voler loro fare un moto per saccheggiare. Dava favore a questi spaventi Condulmer, affermando non essere le difese apprestate nelle lagune abili ad arrestare i Franzesi, ove si risolvessero a passarle per assaltar Venezia; già esser grossi a Mestre, già da Fusina minacciare, già Brondolo e Chioggia pericolare dalle armi loro.
Quando più operava nell'animo deipatrizii il terrore, parendo ai congiurati che fosse il momento propizio, si appresentavano per suggestione di Villetard, alle camere del doge Spada e Zorzi, facendo una gran pressa di essere uditi per cosa che, come dicevano, importava alla salute della repubblica. Furono destinati ad udirli Pietro Donato e Francesco Battaglia, e quindi, sulle loro rapportazioni, ad intendere dal segretario di Francia quello che vero fosse dei detti di Spada e di Zorzi. Tornati riferivano, Villetard, non per modo di richiesta, ma di consiglio, avere dimostrato, importare alla salute della repubblica che si abolisse nel giorno stesso il patriziato, s'instituisse la democrazia e di più le seguenti condizioni si effettuassero: si carcerasse il conte d'Entraigues, agente del re Luigi, e tutti i suoi ricordi si dessero in mano del generalissimo; si liberassero i carcerati per opinione; gli Schiavoni partissero; si surrogasse una guardia nazionale; si pubblicasse un manifesto per voce del governo; si creasse un municipio di trentasei Veneziani di ogni classe; le città di terraferma e delle isole venete s'invitassero a mandar deputati in Venezia a fine di comporvi un consesso generale di governo temporaneo; tutti i delitti politici si condonassero; vi fosse libertà di stampare, sì veramente che del passato nè quanto alle persone nè quanto al governo non si parlasse; si chiamassero i Franzesi a presidiar la città con quattromila soldati, ed occupassero l'arsenale, il castello Sant'Andrea, Chioggia e tutte le isole circonvicine che fossero a grado del generalissimo; con questo l'assedio si togliesse; la guardia nazionale custodisse la camera ed altri posti d'onore. Il doge Manin fosse presidente del municipio, Andrea Spada vicepresidente; Querini si richiamasse da Parigi; si mandassero deputati a Buonaparte per annunziar la nuova forma del governo; si spacciasse col fine medesimo alle repubbliche Batava, Cispadana, Transpadana e Genovese.
Accordati tutti questi capitoli fra i deputati della consulta del doge ed il segretario di Francia, che altri ne volea aggiungere, ma fu dissuaso da Battaglia, restava che il maggior consiglio gli approvasse. Per questo Donato e Battaglia avevano persuaso a Villetard, il quale voleva che senza soprastamento si mettesse mano all'opera, aspettasse tre o quattro giorni, affinchè potessero fare le pratiche necessarie per indurre il maggior consiglio alla risoluzione. Incominciavano il maneggio con le solite promesse e coi soliti spaventi; fra le altre insidie si mandava attorno una lettera di Haller, apportatrice delle risoluzioni di Buonaparte, che cessassero i diritti ereditarii, che si creasse la democrazia, che si fondasse il governo rappresentativo: se nol facessero volontariamente, verrebbe egli a farlo per forza. Di notte tempo Spada svegliava all'improvviso Battaglia, e gli mostrava la lettera, la mattina molto per tempo la recava alla signoria. Intanto gli Schiavoni, sola sicurezza contro gli assalti e forastieri ed interni, erano stati fatti imbarcare, e già se ne stavano sulle navi aspettando il vento prospero per alla volta di Zara; le lagune disarmate da Condulmer.