Chapter 58

Era il giorno 12 di maggio destinato da chi regge queste umane cose alla distruzione della veneta repubblica. Era adunato il maggior consiglio, gli arsenalotti, ma pochi, il custodivano; le navi difenditrici ritirate dall'estuario si accostavano vuote al lido; si vedeva un avviluppamento degli ultimi Schiavoni che s'imbarcavano; il popolo atterrito, nè ben sapendo che significassero que' tristi presagi, si raccoglieva in folla intorno al palazzo: i congiurati di dentro discorrevano per ridurre il maggior consiglio a spegnere l'antico governo; i congiurati di fuori spargevano mali semi. Aiutava le fraudi loro la risoluzione del primo maggio favorevole al modificare le antiche forme. La setta democratica trionfava.Orava il doge pallido e tremante sui pericoli presenti: parlava delle congiure, de' desiderii di Buonaparte, dell'inutile resistenza, e delle promesse date, se si riformasse: proponeva in fine il governo rappresentativo. Mentre si stava deliberando, ecco udirsi improvvisamente alcune scariche d'archibusi fatte per festa e per forma di saluto nell'atto del partire dagli Schiavoni, che nel sottoposto canale s'imbarcavano; rispondevano ugualmente per festa e per forma di saluto coi tiri loro i Bocchesi alloggiati a San Zaccheria. Un subito spavento prendeva gli adunati padri; credettero che fossero i congiurati intenti ad ammazzare il doge e tutto il ceto patrizio, siccome ne era corsa fama per le congiure; si aggiravano per la sala privi d'animo e di consiglio. Gridavano confusamente e con gran pressa, parte, parte, che in lingua veneziana significava, squittinisi, squittinisi. Posto il partito, si vinceva con 512 voti favorevoli, 20 contrari, 5 non sinceri. A fine di preservare incolumi, diceva il decreto, la religione, le vite e le sostanze degli amatissimi sudditi della città di Venezia, e di allontanare l'imminente pericolo di novità violente, ed altresì sulla fede che fossero i giusti riguardi avuti verso il ceto patrizio, e verso tutti i partecipi dello Stato, e con questo che la sicurtà della zecca e del banco fosse guarantita, conforme ai partiti già presi il primo e quarto giorno di maggio; accettava il maggior consiglio il governo rappresentativo, purchè a questo fossero conformi i desiderii del generalissimo di Francia; ed importando che in nissun modo senza tutela la patria comune restasse, si faceva carico ai magistrati di provvedervi. A questo modo i patrizii veneti dell'antichissima loro autorità si dispogliarono, non con dignità in una tanta disgrazia, ma minacciati da due sudditi di oscuro nome ed aggirati da due colleghi infedeli; non per armi perirono nè per assalto di un nemico aperto, ma per fraude di amici disleali. Non mancòil popolo al governo, ma il governo al popolo, e morì una pianta con le radici buone, perchè era la testa guasta; nè ebbero i patrizi il conforto dello aver perduto lo Stato per virtù superchiata, perchè coraggio non mostrarono e la cautela fu vizio. Epperò se i buoni ebbero compassione a Venezia pel destino, la biasimarono per debolezza; i tristi la schernirono. Ma certamente esempio terribile fu; il caso di Venezia turbò allora tutto il gius pubblico d'Europa.Poichè i patrizii ebbero preso il partito di rinunziare all'autorità propria e di rimettere lo Stato nelle mani di Buonaparte, tale un timore gli assalse in quelle stanze piene tuttavia delle immagini de' loro forti antenati e di quanto fu da essi fatto di grande e di glorioso sì in pace che in guerra, che, non sapendo più nè dove restassero nè dove gissero, si abbandonarono, come perduti ad ogni affetto più disperato. Si ritraevano alcuni alle stanze private del doge che, tutto smarrito, aveva dato ordine che di tutti i ducali segni si dispogliassero: altri usciti all'aperto per ritirarsi alle case loro, lagrimando e gridando: Non è più Venezia, non è più San Marco, facevano uno spettacolo miserabile in mezzo alle turbe affollate, che ancora non ben sapevano chè alla patria sovrastasse. I novatori, che pensavano essere avvenuto quello che aspettavano, trepidando dall'allegrezza gridavano: Viva la libertà. Ma il popolo, che prima era stato incerto, nè poteva recarsi nell'animo tanta abbiezione dalla parte de' patrizii, saputo il fatto, si accendeva di una furia incredibile ed incominciava minaccioso a fare una gran tumultuazione, chiamando unitamente il nome di San Marco. Cresceva la folla, a cui si erano fatti compagni pochi Dalmati non ancora imbarcati. Accorrevano le donne, i vecchi ed i fanciulli. Cominciavano le turbe rabbiose a correre gridando e schiamazzando. Ma non può il popolo sollevato star lungo tempo sui generali, anzi tosto dà nei particolario d'amore o d'odio. Correva alle case d'un pizzicagnolo che aveva fatto certe dimostrazioni a favor di uno uscito dai piombi, ed, in men che non si dice, sperdeva e rompeva ogni mobile: poi trovatagli una nappa di tre colori addosso gliela conficcava in fronte; già uno Schiavone stava in atto di mozzargli il capo, quando il mal arrivato, per iscampo della vita, prometteva di palesare i rei della congiura. Nè così tosto usciva dalla sua bocca il nome di qualcuno, che una mano di popolo partiva per mettere a sacco la casa del nominato. Saccheggiavansi per tale modo Zorzi, Gallino, Spada, Zatta libraio. Fu avuto rispetto ai palazzi de' ministri, anche a quello di Francia. Villetard, non sapendo fino a qual termine potesse trascorrere quel furor popolare, si era nascosto dal ministro di Spagna: là scriveva a quel governo ch'egli medesimo aveva distrutto, che frenasse quell'impeto. Poi egli e Donato, ai quali più d'ogni altro importava il calmar quel furore, facevano opera che si adunassero alcune compagnie di soldati italiani, e ne presidiavano il ponte di Rialto. Vi conduceva Bernardino Renier due cannoni, coi quali tratto ed ucciso tre o quattro popolani, poneva fine a quello incomposto accidente. Usavano Villetard, Donato e Battaglia la occasione, e, preparato e mandato il navilio a Mestre, la notte del 16 al 17 maggio, levavano, sotto il comandamento di Baraguey d'Hilliers, quattro mila soldati franzesi. La mattina molto per tempo si scoprivano schierati sulla piazza di San Marco soldati ed armi forastiere non mai viste in Venezia da quindici secoli. Creossi il municipio, si promisero cose che non si attennero, lusingossi con le parole, gravitossi coi fatti, e tanto si continuò l'inganno che la ricca e potente Venezia rimase spogliata del tutto ed inerme.Avevano Buonaparte ed i legati veneziani, ai quali, come si è narrato, erano state ampliate le commissioni, in Milano le preste novelle degli accidenti diVenezia, specialmente della rinunzia fatta nel giorno 12 dai patrizi e della dissoluzione dell'antico governo aristocratico. Evidente cosa era, che avendo cessato di sussistere chi aveva dato il mandato, non vi era più luogo nè a negoziati nè a conclusione di trattato. Ciò nondimeno le pratiche si continuarono pei loro fini, tanto per parte dei Veneziani come del generalissimo. Adunque si stipulava da ambe le parti il giorno 16 maggio in Milano un trattato di pace e di amicizia tra la repubblica Franzese e la Veneziana: cessassero tra di loro tutte le offese; rinunziasse da parte sua il gran consiglio al suo diritto di sovranità, ordinasse la annullazione dell'aristocrazia ereditaria, riconoscesse la sovranità dello Stato consistere nella universalità dei cittadini: a tutte queste cose consentisse con patto che il nuovo governo guarentisse il debito pubblico, il vivere dei patrizi poveri, le provvisioni a vita: la repubblica Franzese concedesse, siccome n'era stata richiesta, una schiera di soldati a Venezia, acciocchè vi conservasse intero l'ordine e la tranquillità, vi tutelasse le persone e le proprietà, procurasse la esecuzione delle prime risoluzioni del governo nuovo; questi soldati partissero da Venezia tostochè il nuovo governo dichiarasse non averne più bisogno; le altre truppe franzesi sgombrassero gli altri territorii veneti, tostochè la pace del continente fosse conchiusa: si facesse sollecitamente il processo agl'inquisitori di Stato, ed al comandante del Lido; la repubblica Franzese perdonasse ad ogni altro Veneziano. Questi erano i capitoli mostrabili: i segreti contenevano altri effetti importanti: si accorderebbero le due repubbliche pel cambio di territorii, la Veneziana pagasse alla Franzese tre milioni di tornesi, somministrasse una valuta di altrettanti in arnesi di marineria, le desse tre navi di fila con due fregate fornite di tutto punto, consegnasse a' commissarii a ciò destinati venti quadri, e cinquecento manoscritti a scelta del generalissimo: larepubblica Franzese si interponesse a pace comune tra la Veneziana e la reggenza di Algeri.Di tale forma furono i capitoli del trattato concluso in Milano tra Buonaparte e i Veneziani. A loro fu aggiunto quest'altro, che le due parti ratificassero nel più breve spazio il trattato. Il ratificarono in fatti i municipali di Venezia, persuadendosi, non si vede come nè perchè, che tutta l'autorità della repubblica e del maggior consiglio in loro fosse investita. Negava Buonaparte la ratificazione, allegando essere da parte dei mandatarii veneziani cessato il mandato, perchè era estinto il mandatore.La forza aveva insidiato Venezia, le chimere di una libertà fallace le diedero il tracollo. La medesima forza e le chimere medesime usando contro Genova, la si tirava ancor essa all'ultimo eccidio. Laonde, non ancora terminata, ma già prossima a terminarsi la tragedia di Venezia, scriveva Buonaparte, a Faipoult, ministro di Francia a Genova, ed operatore attivo dei disegni franzesi, che la rovina di Venezia doveva partorire necessariamente la rovina di Genova. Sapeva che il governo genovese non avrebbe gagliardamente contrastato, quantunque in lui fosse più vigore che in quello di Venezia, sì perchè alcuni dei senatori erano abbacinati dai fantasmi dei tempi, e sì perchè nel ceto medio era molta opinione contraria, credendo molti che la democrazia fosse da anteporsi all'aristocrazia, come se democratici fossero i modi di reggimento politico indotti in Italia in quei tempi. Aggiungevansi i capitali genovesi investiti in gran parte in Francia, ed i traffichi tra Francia e Genova frequentissimi, cose molto tenere e capaci a far calare i Genovesi ad un primo rumore d'armi. Infine pei passi frequenti delle genti di Francia sulle riviere, erano sorte in esse le opinioni nuove. Savona titubava e per questo e per le antiche emulazioni. Alcune fortezze e molti siti del Genovesato erano in mano dei buonapartiani.Nè a questo contento il direttorio, aveva operato che Rusca e Serrurier appoco appoco e sotto altri colori le schiere loro accostassero a Genova, e che l'ammiraglio Brueys comparisse con navi grosse e sottili nelle acque delle riviere.Genova pericolava; ma molte erano le insidie interne. Spargevansi artifiziosamente voci che la Francia voleva dare la riviera di Ponente al re di Sardegna, e si affermava che una tale calamità sola si poteva allontanare con ridurre il governo a forma più consimile a quella di Francia. Queste voci Faipoult, magnificando la fede della sua repubblica e quasi sdegnandosi, asseverava essere false e calunniose. Buonaparte ed egli richiedevano nuovi prestiti di parecchi milioni alla signoria, consumata ed odiosa ai popoli se li concedesse, accusata d'inimicizia verso Francia se li negasse. Il farla vile fu anche parte dell'insidia: perchè un consiglio militare franzese, adunatosi nella sede stessa della repubblica, processava e condannava al bando da tutti i territorii di Genova il marchese Agostino Spinola, come reo delle turbazioni sorte contro i Franzesi nei feudi imperiali. Non era più sovranità dove un tribunale forestiero dannava un cittadino: mancava col buon concetto la forza dello stato. Nè l'opera dei novatori di dentro si trascurava. A questi erano capi alcuni Genovesi, alcuni forastieri: fra i primi osservabile era massimamente lo speziale Morando, uomo precipitoso e di estremi pensieri; fra' secondi più vivo e più operativo si mostrava un Vitaliani da Napoli. Erano costoro favoriti da Faipoult più nascostamente per la sua qualità pubblica, da Saliceti, a questi fini venuto a Genova, più apertamente. Vociferava Saliceti, doversi, poichè l'aristocrazia in Venezia si era spenta, spegnere anche quella di Genova. I novatori, sicuri omai dello esito, si adunavano, s'indettavano, s'accordavano, s'apprestavano; più il termine si avvicinava e più palesemente operavano. Avvertito il governo, creava inquisitoridi Stato con ampia facoltà, e per opera loro carcerava Vitaliani. Se ne risentiva gravemente Faipoult; richiedeva la sua indennità come di Franzese, perchè addetto all'ambasciata. La signoria essendo sforzata, rimetteva il Napolitano in libertà. Vitaliani e Morando con somma attività si adoperavano. A loro si faceva compagno un Filippo Doria, o per ambizione o per opinione. Si pruovava all'estremo caso ad insorgere; gl'inquisitori di Stato facevano carcerare due dei più audaci e temerarii novatori, sperando che il timore potesse frenare quella gente incitatrice. Fu indarno, poichè tanto favore l'aiutava dentro e fuori. Questa fu scintilla a suscitare ad incendio il fuoco che covava. Non così tosto giungeva ai congiurati la novella della carcerazione dei compagni, che furiosamente dato alle armi, e proprie od a questo fine apprestate in casa Morando, ed avendo Morando medesimo con Vitaliani e con Filippo Doria a guida, facevano improvvisamente, era il giorno 21 maggio, un tumulto terribile. Si rallegrava Faipoult che la rivoluzione nascesse in Genova per opera dei Genovesi, perchè in quella rivoluzione ei voleva ben essere, ma non parere. Venuti a lui due legati del senato, Gian Luca Durazzo e Francesco Cataneo, il pregavano che facesse dimostrazione di non secondare i novatori, ed operasse che la frenesia dei giornali milanesi contro Genova cessasse. Dava loro la volta sotto sulla prima richiesta, speranza per la seconda. Si metteva poscia sull'esortargli a riformare essi medesimi lo Stato ed a biasimarli dei tridui e delle novene come di dimostrazioni dirette ad odio dei Franzesi: cercava di temporeggiare, perchè gli accidenti di Venezia finissero. I congiurati con ischiamazzi orribili e con grida spaventose, cantando a tratto la marsigliese, s'incamminavano al palazzo ducale. Aggiungevansi per istrada, come suole avvenire, nuovi congiurati, e fra il popolo i più tristi e chi più ambiva il sangue o il sacco. A tanto rumore si adunavauna calca incredibile fra quelle strette vie di Genova; serravansi a furia le botteghe; i buoni fuggivano, od erano tratti dalla tempesta. La folla tumultuosa giunta al palazzo, dov'era raccolto il senato, con minacciose grida addomandava i carcerati. Rispondevano con molta costanza i padri, a buona ragione sostenersi, si farebbe giustizia, fra breve paleserebbero al popolo l'intento loro. I sollevati avrebbero voluto sforzare il palazzo; il vietavano le guardie; si rimanevano perchè in quel primo impeto non avevano nè armi sufficienti, nè accordo, nè numero che bastasse. Riscaldati dal vino e dalle cose fatte, passavano la notte fra l'allegrezza dei piaceri presenti e la cupidigia dei tumulti avvenire.Sorgeva ai 22 l'alba che doveva addurre a Genova un giorno funestissimo. Prorompevano dai ritrovi loro i congiurati, e, ad ogni passo ingrossandosi per l'accostamento di nuovi compagni, facevano una turba assai numerosa, con non pochi Lombardi ed alquanti Franzesi ancora. Il senato senza difese pel caso improvviso, si era perduto d'animo ed aspettava invece di operare.Il popolo fedele al principe non si moveva. Andando loro il moto a seconda, i sollevati ardivano cose maggiori ed orrende. Traevano alle prigioni della Malpaga, sentina infame d'indebitati e di falliti, e rotte le porte non senza qualche violenza sanguinosa, e liberati ed armati i prigionieri, se li facevano compagni ai disegni loro. Cresceva il furore. Impadronitisi della darsena, davano la libertà ai condannati, e poste loro l'armi in mano correvano con l'infame satellizio di ladri e d'assassini a disfare uno dei più illustri governi del mondo.Fatto indi concorso sulla piazza, e preso maggior animo da quei primi successi, bandivano con allegria e romore incredibile, essere spenta l'aristocrazia, Genova libera, i poveri esenti da' tributi, cassi gli antichi magistrati, creati i nuovi. Ma ancora temevano le porte in manodel governo, i popoli di Bisagno e della Polcevera deditissimi al nome del principe ed all'antica repubblica. Però, credendo non esser compiuta l'opera se allo aver acquistato l'interno non aggiungevano l'assicurarsi delle porte e delle mura, spedivano, a ciò consigliati da Morando e da Doria, i più audaci ed i meglio armati ed occupar l'arsenale, il ponte reale, la lanterna, le porte di San Tommaso e di San Benigno. Il che veniva agevolmente fatto, sorpresi essendo e pochi i difensori.Intanto s'era il senato raccolto timoroso e non pari tanto estremo. Consultavano discordi, statuivano spaventati. Mandavano legati a Faipoult, perchè lo pregassero s'interponesse a concordia ed offerissero riforme negli ordini antichi. Piaceva la profferta al Franzese, per essergli aperta l'occasione, e, condottosi al senato, con efficacissime parole esortava i padri, cedessero al tempo, s'accomodassero al secolo, riformassero lo Stato, verso gli ordini democratici l'allargassero, questa sola via di salute restare. Stanziavano, si traessero quattro patrizi, i quali, convenendo con quattro deputati del popolo, fra di loro accordassero come e quanto la forma antica dovesse scendere alla democrazia. S'eleggevano i patrizii, gli eletti del popolo non comparivano; riuscì vano il tentativo. La massa de' novatori infuriata correva al ducale palazzo e contro di lui piantava un cannone, sforzandosi di entrarvi; ma cessava vedutolo ben custodito. Tuttavia pareva che più rimedio non vi fosse per reprimere la ribellione.Ma ciò che non aveva fatto il senato senz'animo e senza forza, il faceva il popolo. Si adunava, correndo da ogni lato, principalmente dal porto, una gran massa di popolo minuto, carbonari, e facchini massimamente, ed opponendo allo improvviso grida a grida, nappe a nappe, armi ad armi, rendevano dubbia una vittoria che già pareva certa. Facevano risuonare per tutta la città voce festose adun tempo e minacciose. Gli amatori del governo antico, siccome quelli che avevano a combattere coi libertini bene armati, anche di artiglierie a cagione della presa dell'arsenale, avvisavano d'impadronirsi dell'armeria, nella quale essendo entrati, distribuite a ciascuno l'armi, con ardore inestimabile si mettevano a correre contro la parte contraria. A loro si accostavano i soldati regolari rimasti fedeli alla repubblica, e fra questi alcuni che sapevano maneggiar le artiglierie. Si attaccava una battaglia asprissima, dove i padri combattevano contro i figliuoli, i fratelli contro i fratelli, ed il suono delle armi civili, già da lungo tempo insolito, si udiva da lungi ne' più segreti recessi de' liguri Apennini. Durava la battaglia parecchie ore; prevaleva finalmente la parte del senato, ricuperati, non senza molta fatica e sangue, dagli uomini fedeli a lui tutti i posti. Il quale fatto saputosi da' Morandiani, era cagione che precipitosamente abbandonassero l'impresa. La maggior parte fuggirono o nelle private case si nascosero: i più animosi, ristrettisi insieme, si facevano sforzatamente strada al ponte reale, che si teneva ancora per loro mediante il valore di Filippo Doria. Li seguitavano i vincitori, e s'accendeva a questo ponte una battaglia ostinatissima, combattendo dall'un dei lati la disperazione, dall'altro il furore, ed il numero ognor crescente delle genti. Erano finalmente oppressi i Morandiani con ferite e morte di molti: morì Doria medesimo. Usavano i vincitori molta crudeltà come nelle guerre civili: il cadavere di Doria fu lunga pezza ludibrio a quegli uomini infieriti.In mezzo a quella furia perirono parecchi Franzesi, parte mescolati coi sollevati, parte non mescolati. Ciò fu in mal punto, perchè Buonaparte ne prese occasione per disfare il governo. Si vegliava la notte fra il dolore de' morti, il terrore de' vivi: s'accendevano i lumi alle case da chi per gioia, da chi per paura, perchè i carbonari minacciavano. Il senatovincitore per opera altrui, di nuovo si adunava per consultare sulle turbate cose. Mostravasi Giacomo Brignole doge al popolo, da cui era veduto e salutato con grandissimi segni di allegrezza. Faipoult, veduto che la forza de' novatori era stato indarno, tornava sull'esortare e più accesamente di prima insisteva sulla necessità delle riforme.Si stava intanto per la signoria in grandissima apprensione del come l'avrebbe sentita Buonaparte. Gli scriveva il doge in nome del senato lettere molto sommesse di rammarico e di scusa pei Franzesi uccisi. Arrivavano, portate da Lavallette, aiutante del generalissimo, risposte funestissime: non potere, scriveva, la repubblica franzese tollerare gli assassinii e le vie di fatto di ogni sorte commesse contro i Franzesi in Genova da un popolo senza freno, suscitato da coloro che avevano fatto ardere la Modesta e maltrattare i Franzesi cittadini: se fra ventiquattr'ore i carcerati non si liberassero, se coloro che il popolo contro di loro avevano provocato non si carcerassero, se la feccia di quel popolazzo non disarmasse, aver vissuto la genovese aristocrazia e partirsi da Genova il ministro della repubblica: stare la vita de' senatori per quella de' Franzesi in Genova, tutto lo Stato per le proprietà loro. Del resto tale fu la forza della verità che Faipoult attestava ed affermava a Buonaparte, che il governo genovese aveva fatto in quell'accidente quanto per lui si era potuto per evitar i disordini; che in facoltà sua non era di comandare a coloro che, non che gli obbedissero, gli comandavano ed il difendevano; che delle uccisioni de' Franzesi i patriotti erano stati cagione per aver inalberato i tre colori; che senza questa insolenza democratica, nissun Franzese avrebbe perduto la vita; che i democrati soli avevano messo in pericolo i Franzesi; ch'essi avevano fatto oltraggio alla repubblica Franzese per aver usurpato i suoi colori nazionali: ch'essi finalmente avevano operato pazzamenteper l'impeto sregolato, infamemente per l'apertura delle carceri e delle galere.Quest'era la condizione di Genova: il senato sbigottito, e servo della moltitudine, e diviso per le opinioni, tra il non poter inveire contro il popolo perchè lo avea salvato, ed il dover inveire perchè gli agenti del direttorio gridavano vendetta. La moltitudine armata, fatta la buona opera di redimere il principe, prorompeva, come suole, in opere ree, oltraggiando e manomettendo gli onesti cittadini, solo perchè gli aveva per sospetti. Già la casa di Morando spogliata da capo a fondo, incomiciavano a spogliar le case con solo degl'innocenti, ma ancora dei benemeriti. Ogni cosa piena di terrore. Insisteva più acerbo che mai Faipoult, perchè si scarcerassero i Franzesi, si arrestassero gli uccisori, si dichiarasse non aver i Franzesi avuto parte nella ribellione. Infuriava Lavallette e secondava Faipoult. Affermava che i carbonari erano stati pagati perchè uccidessero i Franzesi, e che per ordine espresso erano stati assassinati. Orrore, dolore, terrore prendeva i senatori alla richiesta. Resistevano in prima, poi, spinti dall'ultima necessità, arrendendosi facilmente quei della parte franzese, a loro malgrado consentirono.Il fine principale a cui miravano tutte le arti, gli spaventi e le minacce, non era punto la liberazione di pochi carcerati, nè l'incarcerazione di pochi magistrati. Volevasi la mutazione. Perilchè, vintesi dagli agenti repubblicani le prime domande, insorgevano con maggior calore, richiedendo il senato riducesse lo stato a forma più democratica e facesse abilità ai legati che si volevano mandar al generalissimo, di accordar con lui il cambiamento che si desiderava; e alla richiesta aggiungendo rappresentazioni, considerazioni ed esortazioni calorosissime.Cotali esortazioni fortissime in sè stesse, operavano gagliardamente. Pure trovava non poca difficoltà; perchè moltidei senatori vedevano in quei reggimenti democratici, non amore nè gratitudine per la rinunziazione dei privilegii, ma scherni e persecuzione, nè cambiando era andare dall'aristocrazia alla democrazia, ma bensì dal dominio consueto al dominio di una parte prepotente. Atterriva anche l'esempio di Venezia, che già si vedeva non avere, pel cambiamento fatto, trovato nè la libertà nè la concordia. Così si stava in pendente, e come accade nei casi dubbii e pericolosi, si amava lo stare solo perchè lo stare era consueto.Mentre si deliberava nel piccolo consiglio di quanto si dovesse fare in quella occorrenza di suprema anzi di unica importanza per la patria, comparivano le prime squadre di Rusca, le quali, sparsesi prima per la Polcevera, si distendevano poscia insino alle porte di Genova. Si udiva eziandio che Serrurier poco lontano succedeva con le sue, e che da Cremona si muovevano nuovi soldati per dar rinforzo a Rusca ed a Serrurier ove da per sè non bastassero. Erasi alcuni giorni innanzi appresentata alla bocca del porto l'armata di Brueys; ma per la istanza del Senato e per la tempera del popolo, che non l'avrebbe lasciata entrare quietamente, aveva Faipoult operato, che l'ammiraglio se ne tornasse verso Tolone. Sebbene però quell'armata si fosse ritirata, si sapeva che andava volteggiandosi ora a vista ed ora poco lontana dalla riviera di ponente, e poteva dare animo e fare spalla facilmente ai novatori della riviera ed a quei della metropoli. Nè fu l'esito diverso dal prevedere; perchè tra la presenza di Rusca nella Polcevera, alcune squadre di soldati franzesi sparsi nella riviera e la prossimità di Brueys, si tumultuava in vari luoghi, non senza sangue; gli abitanti delle ville e delle montagne combattevano acremente i novatori. Ciò nonostante questi ultimi erano rimasti superiori in Savona, e già in essa e nel Finale e nel porto Maurizio avevano piantato l'albero che chiamavano della libertà. Il senato, minacciato dauna setta potente nella sua sede medesima, attorniato da soldati forastieri, lacerato dalla guerra civile, stretto continuamente dagli agenti di Francia, che sempre parlavano dello sdegno del direttorio e di Buonaparte, non aveva più libertà di deliberare.Cedevano i padri, perchè il contrastare era impossibile. Statuivano, si riformerebbe lo Stato; la mutazione, quantunque in termini generali, al popolo si annunzierebbe. Mandavano poi legati a Buonaparte, con facoltà di accordare con lui la forma futura degli ordini politici, i nobili Michiel Angelo Cambiaso, Luigi Carbonara, Gerolamo Serra. Partivano i deputati per Montebello, alloggiamento di Buonaparte. Partivano anche, conseguito l'intento, per alla volta medesima Faipoult e Lavallette, per informare il generale dell'adempimento delle commissioni loro, e per consigliarlo intorno alle persone che per gl'interessi della Francia si convenisse introdurre nel nuovo reggimento.Il doge, i governatori ed i procuratori della repubblica avvertivano del fatto il pubblico; esortando se ne vivessero intanto quieti e non corrompessero con moti inopportuni un'occasione dalla quale dipendevano il riposo e la felicità di tutti. Spedivano al tempo stesso il nobile Stefano Rivarola a Parigi, comandandogli in una faccenda di tanto momento per la repubblica s'ingegnasse con ogni possibil modo di fare, che la forma antica il meno che fare si potesse si alterasse e la integrità dei territorii in sicuro si ponesse.Il direttorio di Francia era per le cose d'Italia piuttosto servo che padrone di Buonaparte, e però a Montebello piuttosto che a Parigi si doveva definire il destino di Genova. Quivi consuonando i pensieri di Buonaparte, che la somma delle cose si confidasse non a gente fanatica e spaventevole ai re, ma bensì ad uomini temperati e savii, che o per necessità consentivano al cambiamento o volevano lademocrazia mista con leggi, non pura e senza leggi, con quelli dei legati, ed anche la volontà del vincitore non essendo contrastabile, non fu lungo il negoziare, e a dì 5 giugno si concludeva un accordo per mezzo loro tra la repubblica di Francia e quella di Genova, pei principali capitoli del quale si statuiva: che il governo rimettesse alla nazione, così richiedendo la felicità della medesima, il deposito della sovranità che gli aveva confidato; ch'ei riconoscesse la sovranità stare nella universalità dei cittadini; che l'autorità legislativa si commettesse a due consigli rappresentativi, uno di trecento, l'altro di cencinquanta consiglieri; che la potestà esecutiva fosse investita in un senato di dodici e a cui presiedesse un doge; il doge ed i senatori dai consigli si eleggessero; ogni comune avesse ad esser retto da ufficiali municipali, ogni distretto da ufficiali distrettuali; le potestà giudiziali e militari, e così pure le divisioni dei territorii secondo il modello da farsi in una congregazione a posta si ordinassero, con ciò però che la religione cattolica salva ed intera si serbasse; i debiti dei pubblico si guarentissero; il porto franco ed il banco di San Giorgio si conservassero; ai nobili poveri, per quanto possibil fosse, si provvedesse; che ogni privilegio per abolito si avesse; che intanto si creasse un reggimento temporaneo di ventidue, ed a cui il doge presiedesse; che questo reggimento prendesse il magistrato il dì 14 di giugno. Statuisse delle indennità dei Franzesi offesi nei giorni 22 e 23 maggio; finalmente la repubblica perdonasse a tutti che l'avessero offesa nei giorni suddetti, e mantenesse l'integrità dei territorii della repubblica genovese.Mandava Buonaparte questi capitoli al doge con lettere portatrici di dolci parole mostrando, molta affezione verso la repubblica e consigliando fossero savi, fossero uniti e non dubitassero della protezione della Francia. Eleggeva al reggimento temporale Giacomo Brignole,doge, ed altri soggetti a lui piacenti, e col pensiero, non solamente di dare autorità ad uomini prudenti e lontani da voglie estreme, ma ancora, mescolando uomini di diverse condizioni, di mostrare che la sovranità non cadeva già in pochi, ma bensì in tutti, cosa che avrebbe dovuto far quietare, contentando le ambizioni, molli mali umori. Ma nelle rivoluzioni le ambizioni sono incontentabili, e come se le faccende pubbliche potessero maneggiarsi continuamente dalla moltitudine, il restringerle in pochi magistrati era riputato aristocrazia; gli esclusi gridavano tirannide, gente pericolosissima perchè pretendeva parole d'amore di patria.Incominciava appena a farsi giorno, che già le piazze e le contrade erano piene di gente, accorrendo da una parte il popolo tratto dalla novità del caso, dall'altra i libertini portati dall'allegrezza e dal desiderio di far certe dimostrazioni che credevano libertà; ed era uno spettacolo mirabile il vedere tutta quella città mossa a gioia, che, ancora non faceva un mese, si era veduta mossa a sangue. «Viva la libertà, muoia l'aristocrazia, viva Francia, viva Buonaparte,» gridavano le genovesi voci; in ogni angolo piantavansi gli alberi della libertà; i balli, i canti ed i discorsi che si facevano loro intorno erano eccessivi. Morando era fuori di sè dalla contentezza, sebbene non del tutto si soddisfacesse dei membri del governo temporaneo, parendogli aristocrati anzi che no. Vitaliani predicava. I nobili o si nascondevano nelle più segrete case o fuggivano dalla città, e ne avevano ben anche il perchè; che ad un primo trarre il popolo mosso e stimolato dai novatori più vivi, gli avrebbe manomessi.La servile imitazione verso la tragicomedia della rivoluzione franzese dominava; ed ecco una calca di gente trarre con grida al ducale palazzo, i patriotti li guidavano, con animo di levarne il libro d'oro, infame catalogo, come dicevano, volume esecrato dell'antica aristocrazia.La plebe, rotte a forza le porte dell'archivio, se lo portava con incredibili scede e giullerie sulla piazza dell'Acquaverde, e quivi, acceso un fuoco, lo ardeva, e le grida e le risa e gli scherni furono molti. Ardevano col libro d'oro anche la bussola del doge e l'urna dove s'imborsavano i nomi dei senatori pegli squittinii. Vi si aggiunsero altri stemmi gentilizii raccolti a furia di popolo da diversi luoghi; poi piantavano sulle ceneri delle reliquie aristocratiche, come dicevano, il solito fusto, e gli applausi e le musiche e i discorsi andavano al colmo.Arso il libro d'oro, trascorreva il popolo, ed anche i carbonari vi si mescolavano, ad un atto assai più biasimevole, e questo fu di rompere ed atterrare la statua di Andrea Doria, che per memoria ed onore delle sue virtù e de' suoi meriti verso la patria, i Genovesi antichi avevano eretto nella corte del palazzo ducale. Dalle ingiurie si trapassava ad insolenze criminose; perchè, sospettando che fossero ancora sostenuti nelle carceri alcuni fra coloro che erano stati arrestati nei giorni 22 e 23 maggio, vi correvano a folla, ed, avendole sforzate, davano comodità di fuggirsi a parecchi malfattori contaminando a questo modo il nuovo governo con lo stesso fatto col quale avevano già assaltato l'antico; tristi principii di libertà e di stato civile.Come prima ebbero i nuovi magistrati preso l'ufficio, mandavano fuori un manifesto, ringraziando Buonaparte della benevolenza mostrata verso la repubblica, lodando i privilegiati della rinunziazione dei privilegii, commendando i preti dello aver usato l'autorità loro a stabilimento della libertà; invitavano i popoli della riviera ad unirsi e ad affratellarsi con Genova; esortavano tutti a vivere quieti e concordi. Venivano a congratularsi ed a parlare encomii dell'acquistata libertà le città principali delle riviere; l'allegrezza si diffondeva; la fratellanza e la concordia fra le varieparti della dizione genovese parevano pigliar radice. Accresceva l'allegrezza il sentire che i feudi imperiali avevano fatto dedizione di sè medesimi a Genova e mandato deputati. Poi, per esser allora odioso quel nome di feudi, li chiamavano Monti Liguri. Erano volontieri accettati nella società genovese, lodati e ringraziati i deputati.Ordinavasi intanto il corpo municipale di Genova, soggetto molto geloso. Prendevano i municipali il magistrato il dì primo luglio con non mediocre apparato, e non mancavano i soliti discorsi. Ma l'affare più importante che si esaminava nelle consulte genovesi, era quello di formar il modello della nuova costituzione. Perlochè, conformandosi ai patti di Montebello, creava il governo la stabilita congregazione, chiamando e dalla città e dalla riviera e d'oltremonti uomini di riputato valore. S'adunavano bene spesso, ma servilmente procedendo, modellavano alla franzese e secondo i comandamenti di Buonaparte. Serra, un di loro, s'intendeva col generalissimo ed aveva più dominio degli altri. N'era imputato dai patriotti che incominciavano a mostrarsi mal soddisfatti di lui, chiamandolo aristocrata. Piacevano a Buonaparte quasi tutti i pensieri di Serra, e, come se fossero suoi, ne scriveva lettere al governo genovese.Incominciavano a prepararsi i semi delle future discordie. Si faceva principio della religione, non che toccassero le opinioni dogmatiche, ma soltanto la disciplina. I popoli confondevano l'una coll'altra; i chierici non che li disingannassero, li mantenevano nel falso concetto. Comandava il governo che non fosse lecito ai vescovi di promuovere, senza sua licenza, alcuno agli ordini sacri, se non coloro, che, già suddiaconi o diaconi essendo, desiderassero ricevere il diaconato o il pretato, e parimente, senza suo beneplacito, nessuno potesse, o uomo o donna si fosse, vestir l'abito di nessuna regola di frati o di monache;ordinamenti presi in mala parte dai più, perchè la setta contraria al nuovo Stato se ne prevaleva. Poi decretava che ogni cherico, o regolare o secolare che si fosse, se forastiero, dovesse fra certo termine e con certe condizioni uscire dai territorii. Parevano questi stanziamenti molto insoliti; ma bene più insolito e più strano appariva quell'altro precetto, col quale si ordinava che uomini deputati dal governo a tempo e dopo i divini uffici predicassero la democrazia alle genti. Fu questo un gran tentativo; non succedeva bene, perchè in molti luoghi i deputati non fecero frutto, in altri furono scherniti, in alcuni scacciati. Si sollevarono universalmente gli animi religiosi contro questa novità: i nemici dello Stato crescevano.Questo quanto alla religione; si moltiplicavano per altre ragioni gli sdegni. Oltrechè con gl'incessabili discorsi e scritti non si lasciavano mai quietare i nobili, fu preso decreto, che si mandasse a Parigi, come ministro della repubblica, l'avvocato Boccardi, e si richiamasse Stefano Rivarola: si richiamasse ancora Cristoforo Spinola, ministro a Londra: se non obbedissero, i beni loro fossero posti al fisco, intanto si sequestrassero. L'atto rigoroso offendeva i nobili; vieppiù gli animi s'inasprivano. Questo era riprensibile; ma bene del tutto intollerabile fu un altro atto, con cui si ordinava che i principali autori della convenzione fatta a Parigi da Vincenzo Spinola, per la quale la repubblica si era obbligata a pagare quattro milioni di tornesi alla Francia, fossero tenuti in solido a restituire la detta somma all'erario, e se non la restituissero, fossero i beni loro posti al fisco. Erano in questa faccenda interessate le principali famiglie, specialmente i Doria, i Pallavicini, i Durazzo, i Fieschi, i Gentili, i Carega, gli Spinola, i Lomellini, i Grimaldi, i Catanei, personaggi che tiravano con loro una dipendenza grandissima. Ciò faceva maggiormente inviperire gli animi degli scontenti,i quali, vedendo di non trovare dopo la mutazione alcun riposo nè per le sostanze nè per le persone, pensavano a vendicarsi; non che si consigliassero di far congiure o moti popolari perchè troppo erano sbigottiti a voler ciò tentare, ma spargevano ad arte voci sinistre nel popolo, ed aspettavano le prime occasioni per insorgere. Mescolavano il falso col vero: vero era che il generalissimo aveva domandato parecchi milioni pel vivere delle sue genti: questo anzi era stato uno dei principali motivi della mutazione. Il governo poi, trovandosi ancor debole in quei principii e non avendo altre radici che i discorsi vani dei democrati e il patrocinio forastiero, andava lento alle tasse, e perciò aveva trovato il rimedio di quell'ingiusto balzello. A tutto questo si aggiungevano le rapine dei Barbareschi tanto più moleste, quanto più si aveva avuto la speranza data espressamente che, cambiato il reggimento, la Francia avrebbe tutelato dagli assalti dei Barbari le navigazioni dei Genovesi.Motivo potente di malumore era altresì quello che due generali franzesi, Casabianca e Duphot, fossero venuti a reggere e ad ordinare i soldati, segno certo essere perita l'indipendenza. Ciò significava inoltre che Buonaparte, o non si fidava dei Genovesi, o gli stimava inabili alle cose militari: dal che nasceva che chi pensava altamente, si teneva mal soddisfatto. Udivasi che si voleva si smantellassero le fortezze di Savona e di San Remo, soli propugnacoli dell'indipendenza verso Francia. Vedevano anche levarsi dalle porte della metropoli i cannoni, il che interpretavano come voglia di aprir l'adito più facile e più sicuro ai forastieri per invadere il cuore stesso della repubblica. Gridavano, doversi insorgere contro reggitori fatti servi dei forastieri. I nobili, i preti e gli aderenti loro, che non erano pochi, fomentavano questi mali umori. Frano allora i reggitorii divisi in due sette, dell'una delle quali comparivacapo Serra, dell'altra Corvetto, Ruzza e Carbonara; quello per un reggimento più stretto e pendente all'aristocrazia: questi s'intendevano meglio con Faipoult, alcuni per ambizione, altri a buon fine, credendo che, poichè i cieli avevano destinato che i Franzesi divenissero padroni di Genova, miglior partito era per arrivar a bene il vezzeggiarli che l'aspreggiarli, perchè, volere o non volere, i Franzesi dominavano. Ma la maggior dipendenza di questa parte verso Francia, dall'un canto la faceva odiosa, dall'altro la rendeva dipendente, più che non sarebbe stato necessario, dai democrati più ardenti, i quali non amavano Serra, anzi il chiamavano tiranno e nuovo duca di Orleans. Questi semi pestiferi erano pullulati, ne prendevano animo i nemici della mutazione e si apprestavano a far novità. Già si udivano sinistri suoni dalle valli di Bisagno e di Polcevera. Era la cagione od il pretesto la nuova costituzione, violatrice, come spargevano, della religione, e che, come si era data intenzione, si doveva accettare il dì 14 settembre. Per far posare gli animi, annunziavano essere prorogata l'accettazione, e si torrebbe quanto potesse offendere la coscienza dei fedeli.In questo mezzo tempo Corvetto e Ruzza erano stati mandati a Buonaparte per consultar con lui degli articoli che avevano fatto adombrare i popoli. Ma gli umori popolari più presto si muovono che s'arrestano. Dava loro l'ultima pinta di essersi fatto arrestare tanto in città quanto nel contado alcuni nobili che si credevano pericolosi; cinque Durazzi, due Doria, due Pallavicini, tre Spinola, un Ferrari, uomini per nome e per ricchezza di molta dipendenza. Incominciavano il dì 4 settembre a tumultuare le popolazioni di Bisagno. Suonavano le campane a martello, i curati esortavano e guidavano i sollevati, si facevano adunanze nelle ville dei nobili, poi, crescendo il numero ed il furore, armati di armi diverse ma con animi concordi, fattauna gran massa, s'incamminavano infuriati verso la capitale. Duphot con una squadra di Franzesi e di democrati andava loro all'incontro; il principal nervo consisteva nelle artiglierie, di cui i sollevati mancavano. Seguitava una mischia molto aspra in Albaro. Prevalevano finalmente l'arte e la disciplina, contro il numero ed il furore: andavano in fuga i sollevati; alcuni furono presi, altri in mezzo alla mescolata fuga crudelmente uccisi. Tornavano i soldati di Duphot in Genova vincitori, sanguinosi e non senza preda.Non ancora del tutto spenta la sedizione di Bisagno, un nuovo rumore di guerra già si faceva sentire nella Polcevera. Gli abitatori di questa valle, mossi dall'esempio dei Bisagnani e dalle instigazioni di alcuni ecclesiastici, si levavano ancor essi in gran numero e correvano contro la capitale. Accostatisi a loro non pochi degli avanzati alle stragi di Binasco, la moltitudine armata s'impadroniva per una battaglia di mano del forte della Sperona; poi, più avanti procedendo, occupava tutto il secondo cinto delle mura, restando solo esente la batteria di San Benigno. Una prima squadra di soldati liguri e franzesi mandata in quel primo tumulto contro di loro, vedutigli bene armati e bene fortificati, se ne rimaneva e tornavasene. Poi si negoziava e si fermava un accordo. Ma ecco che dai più ardenti Polceverini si spargeva che i giacobini erano gente infida, e che solo avevano promesso il perdono per meglio far le vendette. Novellamente s'inferocivano, e, prese impetuosamente le armi, assaltavano il posto principalissimo di San Benigno. In questo punto Duphot, vincitore di Albaro, che per l'indugiarsi del trattato, aveva avuto tempo di raccorre e di ordinare tutti i suoi, aiutato fortemente dal colonello Seras, soldato molto animoso, traversava la città e correva contro la turba degli insorti. Seguitava una feroce mischia, come di guerra civile. Combattevano valorosamente Duphote Seras, vecchi soldati: non resistevano meno valorosamente i paesani, nuovi soldati; durava quattro ore la battaglia; furono non pochi i morti, non pochi i feriti; superava infine la veterana disciplina: i paesani scacciati dai posti, voltavano le spalle e seguitati con molta pressa dai repubblicani, perdevano gran gente. Cinquecento, essendo presi, empievano le carceri di Genova.La fama della doppia vittoria di Albero e di San Benigno, e le forze mandate sedavano i moti, che già erano sorti a Chiavari ed in altre terre della riviera di levante, come altresì nei feudi imperiali, o Monti Liguri che si voglian nominare. Ogni cosa si ricomponeva in quiete, ma per terrore, non per amore; truce e minacciosa, non lieta e consenziente.Avuta la vittoria, si pensava alla vendetta. Creavasi un consiglio militare, perchè nelle forme più pronte e più sommarie avesse a giudicare i ribelli. Sette ad otto, ma di oscuro nome, dannati a morte tingevano col sangue loro il suolo dell'atterrita Genova: non pochi erano mandati al remo. Si apprestava il destino medesimo ad altri. Faipoult avvertiva Buonaparte che si dannavano soltanto gli ignobili: mettevagli in sospetto Serra; chiamavalo uomo pericoloso, dissimulatore, ambizioso: stimava la quiete del pubblico in pericolo, finchè Serra stesse al governo. I due Serra, giuntosi Gerolamo col fratello, dal canto loro accusavano Faipoult e Duphot di essersi fatti protettori di una parte turbatrice e pervertitrice di ogni buon ordine politico, e d'impedire che la quiete tornasse in Genova. Niuno altro mezzo di salute e di riposo esservi, dicevano, che quello di mandar via Duphot, e di contenere nelle funzioni del suo ufficio Faipoult; senza ciò nascerebbero necessariamente la debolezza dello Stato, l'anarchia, i disordini, il sangue. Per tal guisa gli animi si invelenivano; ed era vero che Faipoult addomandava imperiosamente al governo che annullasse il decreto, pel quale avevaordinato che la commissione militare terminasse al più presto le sue operazioni. Addomandava oltre a ciò che i nobili carcerati, anche innocenti, quali ostaggi si conducessero nel castello di Milano.In questo arrivava a Genova con nuovi soldati mandati da Buonaparte, a cui le turbazioni genovesi davano sospetto, il generale Lannes, il quale, non curandosi nè di governo nè di Faipoult, nè di preti nè di frati, nè di nobili nè di plebei, nè di patriotti nè di aristocrati, e solo alla forza mirando, si alloggiava alla soldatesca nella città e se ne faceva padrone.Intanto i legati, accordatisi con Buonaparte intorno ai cambiamenti della costituzione della repubblica Ligure, la conducevano a compimento e, lui permettente, era pubblicata. Fossevi un consiglio dei giovani, uno degli anziani, e un direttorio; dividessesi la repubblica in quindici dipartimenti; dei magistrati giudiziali, distrettuali e municipali si statuisse a modo di Francia. Fu questo un modello tutto franzese; e insomma la genovese costituzione fu data, non presa. Pure fra le armi serrate ed i soldati apprestati fu sottoposta ai comizii popolari. L'approvavano cento mila voti favorevoli, diciassette mila contrarii. Facevansi feste, cantavansi inni, erano nel teatro allegrie assai. Nominavansi i due consigli e dai consigli il direttorio. Eleggevansi a questo Luigi Corvetto, Agostino Maglione, Niccolò Littardi, Ambrogio Molfino, Paolo Costa; creavano Corvetto presidente. Sul principiare dell'anno seguente prendevano il magistrato tutti i nuovi ordini e s'instituiva la costituzione. Poi, partitosi Faipoult, gli veniva sostituito un Soltin. A questo modo periva l'antica repubblica di Genova, feroce, animosa, sanguinosa ed impaziente.Periva per mano dei vincitori Genova, perchè ricca e con pochi soldati; si conservava il Piemonte, perchè povero e con soldati. Essendo ancora le cose dubbie coll'imperatore, importava alla Francial'avere in suo favore i soldati del re se di nuovo si dovesse tornare sull'armi. Poi, quantunque il direttorio molto l'avesse in odio, Buonaparte se ne compiaceva, invaghito per indole propria dei governi assoluti ed allettato dalle adulazioni dei nobili piemontesi. Pure non era possibile che le massime che correvano, i rivoltamenti della vicina Genova, i giornali, le predicazioni, le trame di Milano non partorissero in Piemonte effetti pregiudiziali alla quiete dello Stato.Quanto prima fu fermata la tregua di Cherasco tra la Francia ed il Piemonte, i ministri del re ed il re medesimo, anteponendo la salute dello Stato all'inclinazione propria, posero ogni cura nel nodrire l'amicizia con Francia, ed a questo fine indirizzavano tutti i loro pensieri. La principale difficoltà a superarsi però in questo consisteva, che si persuadesse al direttorio che il re per interesse proprio doveva star aderente colla Francia, e che la Francia, anche per interesse proprio, doveva avere per aderente il re.A questo fine, e perchè un trattato di alleanza si stipulasse, aveva, come già si è narrato, Carlo Emmanuele mandato suo ambasciadore a Parigi il conte Balbo. Perchè poi potesse il conte più facilmente entrar di sotto, aveva fra le mani molto denaro. Del che molto sagacemente valendosi, si aveva acquistato molta entratura. Poi facendosi avanti con progetti politici, massimamente di ordinamenti delle cose italiane, insisteva e dimostrava, esser necessario contentare il re di Sardegna, compensargli con nuovi acquisti Savoia e Nizza, farlo insomma polente e grande; ma perchè non fosse scemata autorità alle sue parole, come d'uomo che parlasse per sè, aveva operato che Franzesi de' primi, coi quali si era accordato, queste medesime cose per bocca e come per motivo proprio rappresentassero. Per tal modo si proponeva al direttorio, fra gli altri, per mossa del Balbo, ma per mezzo di Franzesi che avevano parte nello Stato, un ordinamentoper l'Italia superiore, pel quale l'Austria sarebbe stata od intieramente esclusa dall'Italia, desiderio principale della Francia, o frenata in quei termini che le si stabilissero per la pace. L'ambasciatore piemontese, avendo trovato la materia tenera, e volendo dimostrare che con la grandezza del re era congiunta la sicurtà e il benefizio di Francia, procedeva più innanzi forse poco prudentemente, perchè in ciò andava a ferire l'edifizio prediletto di Buonaparte. Argomentava, e certamente con verità, che le nuove repubbliche italiane non potevano di per sè stesse sussistere. Necessaria cosa essere adunque che si compensassero al re le perdite fatte, e che se gli assicurassero gli Stati; il che meglio e più fermamente non si poteva fare che col metterlo in possesso della Lombardia.Queste piemontesi insinuazioni erano astutissime, siccome quelle che sempre toccavano quel tasto prediletto alle orecchie de' Franzesi tanto desiderosi della declinazione dell'Austria in Italia e dell'aumento della potenza propria. Perciò erano udite volontieri, non già dal direttorio, sempre invasato dai suoi pensieri di rivoluzione, ma da chi stava allato a lui e molto con lui poteva. Le avvalorava anche con sue lettere Buonaparte. Scriveva egli al ministro degli affari esteri, male conoscersi i popoli Cisalpini a Parigi; non portar la spesa che si facessero ammazzare quaranta mila Franzesi per loro; errare il ministro in pensando che la libertà potesse far fare gran cose ad un popolo, come affermava, molle, superstizioso, commediante e vile; volere il ministro ch'egli, Buonaparte, facesse miracoli, ma non saperne fare; non avere nel suo esercito un solo Italiano, se non forse quindici centinaia di piazzaruoli raggranellati a stento sulle piazze di diverse città d'Italia, ribaldaglia piuttosto atta a rubare che a far guerra; il re di Sardegna solo con un suo reggimento esser più forte di tutta la Cisalpina; non permettesse, che qualcheavventuriere, o forse anche qualche ministro, gli desse a credere che ottanta mila italiani fossero in armi; bugiardi essere i giornalisti parigini, bugiarda la opinione in Francia rispetto agl'italiani: se i ministri cisalpini gli dicessero, aggiungeva Buonaparte, ch'egli avesse allo esercito più di quindici centinaia de' loro e più di due mila destinati a mantenere il buon ordine in Milano; rispondesse loro che dicevano bugia, e gli sgridasse, che lo meritavano; certe cose esser buone a dirsi ne' caffè e nei discorsi, ma non ai governi; romanzi esser quelle, che son buone a dirsi ne' manifesti e ne' discorsi stampati; doversi ai governi parlare di un altro suono, perchè le falsità gli sviano, e le male strade li fan rovinare; non l'amore degl'italiani per la libertà e per l'equalità aver aiutato i Franzesi in Italia, ma sì la disciplina dello esercito, il valore de' soldati, il rispetto per la repubblica, il contenere i sospetti, il castigare gli avversi; aver ad essere un abile legislatore quello che potesse invogliar dell'armi i cisalpini; esser loro una nazione snervata e codarda: forse col tempo si ordinerebbe bene la loro repubblica infino a metter su trenta mila soldati di tollerabil gente, massime se conducessero qualche polso di Svizzeri, ma per allora non vi si poter far su fondamento. Nè maggior capitale potersi fare de' patrioti cisalpini e genovesi; doversi aver per certo, che se i Franzesi se ne gissero, il popolo gli ammazzerebbe tutti. Adunque, concludeva, se ausiliarii di niun conto sono e Genovesi e cisalpini, nissun miglior partito restare alla Francia, per avere un ausiliario buono in Italia a diminuzione della potenza austriaca, che stringere amicizia col re di Sardegna e fermare con lui un trattato di alleanza.Infatti un trattato di tal sorte tra Francia e Sardegna già si era negoziato quando ancora l'imperadore combatteva in Italia e tuttavia erano gli eventi della guerra dubbii. Infine era stato conclusoil dì 5 aprile da parte della Francia pel generale Clarke, da quella della Sardegna pel ministro Priocca. I primi e principali capitoli erano, fosse l'alleanza offensiva e difensiva prima della pace del continente, solamente difensiva dopo; non obbligasse il re a far guerra ad altro principe che all'imperadore di Germania, ed il re se ne stesse neutrale colla Inghilterra; guarentivansi reciprocamente le due parti i loro Stati d'Europa e si obbligavano a non dar soccorso ai nemici sì esterni che interni; fornisse il re nove mila fanti, mille cavalli, quaranta cannoni; obbedissero questi soldati al generalissimo di Francia, partecipassero nelle taglie poste in sui paesi vinti in proporzione del numero loro; quelle poste sugli Stati del re cessassero; niuna parte potesse fare accordo col nemico comune se non comune: si stipulasse un trattato di commercio; la repubblica di Francia, come più possibil fosse, avvantaggiasse alla pace generale, o del continente, le condizioni del re di Sardegna.Questo trattato conteneva una condizione principalissima e di tutto momento pel re, e quest'era la guarentigia degli Stati contro i nemici sì esterni che interni, gli uni agli altri pericolosi, i primi per la forza, i secondi per quella sequela delle cose milanesi e genovesi. Restava che i consigli di Francia ratificassero il trattato, perchè già il direttorio l'aveva approvato. Qui sorsero parecchie cagioni d'indugio, prima da parte del governo regio, che desiderava che la ratificazione fosse susseguente alla pace con Roma, e che il suo ministro a Vienna ne fosse uscito e condotto in salvo; poi per parte della Francia, perchè a questo tempo stesso erano stati fermati i preliminari di Leoben; e siccome la principal condizione dell'alleanza consisteva nel far guerra di concerto contro l'Austria, pareva che il ratificare ed il pubblicare il trattato potesse sturbare le pratiche di fresco aperte con l'imperadore. Ma il re, sentiti i preliminari di Leoben,insisteva ostinatissimamente per la ratificazione, perchè aveva timore delle turbazioni interne, e sospettava, giacchè lo imperadore era sceso agli accordi, che il direttorio si ritirasse da lui e si stipulassero ne' sorti negoziati cose contrarie ai suoi interessi. Temeva di restar solo esposto ai risentimenti dell'Austria, tanto più formidabili, quanto egli con maggior sincerità e calore si era gettato dalla parte franzese. Per questo Balbo usava ogni opera a Parigi, e con ragioni forti e con mezzi più forti ancora che le ragioni, acciocchè il trattato si appresentasse per la ratificazione dal direttorio ai consigli. Secondava Buonaparte con le lettere i tentativi del conte.Alle cose dette da Buonaparte, rispondeva dal canto suo Carlo Maurizio di Talleyrand, non volere il direttorio ratificare il trattato conchiuso col re di Sardegna, per molte ragioni che venia specificando. Ma o che Balbo avesse trovato modo di ammollire queste durezze, forse mostrate appunto perch'ei trovasse modo di ammollire, o che le cose di guerra pressassero, e prevedesse il direttorio una nuova rottura coll'Austria, il trattato d'alleanza con Sardegna era mandato dal direttorio ai consigli, e questi il ratificarono.Mentre così il governo repubblicano di Francia studiava modo di usare le forze del re di Sardegna durante la guerra e di distruggerlo durante la pace, i semi venuti di Francia e pullulati con tanto vigore in Milano ed in Genova, incominciavano a partorire i frutti loro in Piemonte. Principiavasi dalle congiure segrete, procedevasi alle ribellioni aperte. Davano incentivo a queste mosse, oltre le opinioni de' tempi, le condizioni infelici di quel paese; imposizioni gravissime, quantità esorbitante di carta monetata che scapitava del cinquanta per cento, moneta erosomista anch'essa in copia eccessiva e disavanzante del dieci per cento; a questo i gravami de' soldati repubblicani, o di stanza nel paese, o di passo, le levedi genti, sì pei regolari che per le milizie, molto onerose, l'orgoglioso procedere de' nobili, certamente intempestivo, stantechè da esso principalmente nasceva la mala contentezza de' popoli e contro di loro specialmente si dirizzavano le opinioni. A tutto questo non portava rimedio nè la natura temperata del re, nè la santità della regina, nè i consigli prudenti de' ministri. Era la quiete di Torino raccomandata al conte di Castellengo, uomo tanto deforme di corpo quanto svegliato d'animo. Della nobiltà non si curava, de' re poco, della libertà si rideva, della non libertà parimenti, i patriotti perseguitava piuttosto per vanagloria dell'arte che per opinione. Un Bonino, cameriere del marchese di Cravanzana, ed un Pafio, materassaio, furono sostenuti come di aver voluto assaltare a mano armata il re sulla strada per alla Veneria a fine di fare una rivoluzione. Credevano trovar molta gente; non trovarono nissuno. Intanto l'astio delle due parti vieppiù s'inacerbiva. Insolentivano i soldati regi a Novara con lacerar di forza certe nappe d'oro che i giovani Novaresi portavano sui cappelli: fuvvi qualche tumulto e qualche ferita. Tumultuava il popolo a Fossano, pretendendo il caro de' viveri, faceva oltraggio alle case del conte di San Paolo, uomo dotto e buono, ma lo chiamavano usuraio: poi i sollevati prendevano certi cannoni; il che non era più tumulto per le vettovaglie, ma ribellione: a Torino s'incominciava a gridar il nome di libertà, preso principio dalla bottega d'un panattiere che non voleva vender pane. Questi erano cattivi segni d'un peggior avvenire; ed appunto in Genova era nata la rivoluzione. Accresceva il terrore ed il livore un caso molto lagrimevole: che un medico Boyer con un compagno Berteux si arrestavano come rei di congiure. Era Boyer giovane virtuoso e di famiglia ornata ancor essa di tutte le virtù che possano capire in mortali uomini. Amici e nemici piangevano le suedisgrazie: tanto amore lasciava nell'estremo supplizio.I tumulti intanto si dilatavano. Già Racconigi, Carignano, Chiari e Moretta, terre vicine a Torino, contro il dominio regio si muovevano. In Asti soprattutto succedeva un fatto terribile, perchè fatti prigioni i mille cinquecento soldati regi che vi stanziavano, insignorivansi intieramente non solo della città, ma ancora del castello. Molti altri luoghi vi aderivano. Al tempo medesimo nella già tentata Novara prevalevano i regi, ma più per insidia che per onorevole vittoria. Poi i soldati correndo alla scapestrata, incominciavano a mettere a sacco le case di coloro che erano in voce di desiderar le novità; poi saccheggiavano le case degli aristocrati, e stava per poco che la città non andasse tutta a ruba.Così con varia fortuna ardeva la guerra civile in Piemonte, accesa dal popolo pel timore delle vettovaglie, dai novatori per amore di libertà o per odio dei nobili, dai nobili per fede verso il re o per odio ai novatori. Si trepidava in ogni luogo, perchè in ogni luogo si faceva sangue o si temeva che si facesse. Già si sospettava di Torino; ma otto mila fanti e due mila cavalli, chiamati in fretta per sussidio della regia sede e posti a campo sullo spaldo della cittadella minacciosamente, erano mantenitori di quiete. Ed ecco sulle porte stesse della città regia udirsi un rumor confuso d'armi e d'armati: erano i Moncalieresi, che levatisi a rumore e sovvertita in Moncalieri l'autorità regia, già si mostravano sulle rive del Sangone con animo d'andar più oltre a tentar Torino. Sogliono i popoli sollevati nei primi impeti loro, prima che i tristi abbiano fatto i lor maneggi per tirare le cose a sè, ricorrere e far capo a personaggi autorevoli per dottrina e per virtù. Viveva a questi tempi in Moncalieri un uomo dottissimo e tanto buono quanto dotto, Carlo Tenivelli, autore elegante di storie piemontesi. Questi, alieno dalle opinioni dei tempi, avverso per naturaa quanto venia di fuori, ed oltre a ciò di costume molto indolente e non curante, non avendo attività alcuna se non per iscrivere istorie, non aveva a niun modo mente a muover cose nuove, e molto meno quelle che si assomigliassero alle franzesi. Devoto alle casa di Savoia, dedito, anche con singolare compiacenza, ai nobili, non era uomo, non che a fare, sognar rivoluzioni. Suonavano l'armi e le grida tutto all'intorno, e dentro della mossa Moncalieri, che Tenivelli non se ne addava, tutto con la mente immerso nelle solite lucubrazioni. Ma i sollevati lo andavano a levare di casa e per forza il portavano in piazza, senza che egli ancora si avvedesse che cosa volesse significare tanta novità. Insomma condottolo sulla piazza e fattolo montar sulle panche, gli dicevano: «Fa, Tenivelli, un discorso in lode del popolo,» ed egli, che eloquentissimo era, faceva un discorso in lode del popolo: poi gli dicevano: «Tenivelli, tassa le grasce che son troppo care,» ed ei tassava le grasce con tanta bontà, con tanta innocenza, che vien le lagrime in pensando al fine che il fato gli apprestava. Tassate le grasce ed usatosene anche copiosamente dai sollevati, s'incamminavano, come dicemmo, verso il Sangone per alla volta di Torino.In sì pericoloso frangente, in cui quasi tutto il Piemonte romoreggiava per la guerra civile e che il suono dell'armi contrarie si udiva perfin dalle mura della real Torino, il governo non si perdeva d'animo. Il giorno stesso in cui Moncalieri si muoveva contro Torino, creava il re, con un'apposita legge, giunte militari, le quali con l'assistenza dei giudici ordinarii sommariamente e militarmente giudicassero i ribelli. Poi premendo che si mettesse tosto il piede su quelle prime faville di Moncalieri, il che era più facile e più pronto per la vicinanza e pel gagliardo presidio che alloggiava nella capitale, ordinava ai soldati andassero contro i ribelli e li vincessero. Non poterono i sollevati sostenere l'impeto delle compagnieregie ed in poco d'ora si disperdettero; tornava Moncalieri sotto la consueta divozione.Il buon Tenivelli, non solo non pensando, ma nemmeno sospettando che quel che aveva fatto fosse male, non che delitto, se ne veniva quietamente a Torino, e quivi tornava sui soliti studi, come se gli accidenti di Moncalieri fossero cose dell'altro mondo o di un altro secolo. Ma gli amici gli dicevano: «Tenivelli, che hai fatto? o fuggi o ti nascondi, se no tu sei morto.» Non la sapeva capire: tornava nella solita astrazione. In fine il nascondevano in casa di un soldato urbano, che faceva professione di libertà: il soldato, per prezzo di trecento lire, il tradiva. Fu arrestato, condotto a Moncalieri e condannato a morire dalla giunta militare. Lettagli la sentenza, non cambiava nè viso nè parole. Condotto sulla piazza di Moncalieri, gli fu rotto l'intemerato petto dalle palle soldatesche.Continuavano intanto nelle città sommosse gl'insulti al governo regio. Il re, per rimediare ad un male tanto pericoloso e per temperare un furore che ogni ora più andava crescendo, comandava, volendo dar adito al pentimento e forza contro i renitenti, che si perdonassero le offese a chi ritornasse alla quiete ed alla fedeltà, e che i sudditi si armassero contro i ribelli. Riusciva questo rimedio utile per l'effetto, feroce per l'esecuzione. Sanguinosa era per ogni parte la terra del Piemonte. Siccome poi per pretesto principale di tanti movimenti sfrenati si allegava la carestia dei viveri, ed anche era andata la stagione molto sinistra pel grano e per le biade, si facevano provvisioni sull'annona, e, fra le altre, che nissuno potesse negar grano o qualunque biada al pubblico, ove la volesse comprare al prezzo comune.Oltre la scarsezza, principal cagione del caro che si pruovava, era il disavanzo dei biglietti di credito verso le finanze e della cartamoneta, e così ancora quello della moneta erosa ed erosomista, gli unie le altre cresciute in quantità soprabbondante, vera peste del Piemonte. Si sforzava il governo, premendo i tempi, a rimediare ad un pregiudizio sì grave con obbligare infino alla somma di cento milioni ai possessori dei biglietti i beni degli ordini di Malta, di San Maurizio e Lazzaro, e quei del clero sì secolare che regolare, eccettuati i benefizi vescovili e parrocchiali. Nè questo bastando a tanta pernicie, diminuiva poco dopo il valore della moneta erosa ed erosomista e al tempo medesimo creava, con autorità del papa, una tassa di cinquanta milioni sul clero; ed altre cose ancora ordinava a queste consonanti. Miravano cotali provvedimenti alle rendite dello Stato ed al far tollerabile il vitto del popolo: altri se ne facevano per mansuefar le opinioni, buoni in sè perchè giusti, ma insufficienti perchè i novatori a niuna cosa che venisse dal re, volevano star contenti.Con tali consigli sperava di poter fare appoggio allo Stato che pericolava. Ma due rimedii assai più efficaci di questi gli apprestava il cielo che voleva che la monarchia piemontese non cadesse se non dopo che avesse provato tutte le amarezze di una lunga e penosa agonia. Fu il primo l'aiuto dai propri soldati, l'altro l'amicizia di Buonaparte. Le truppe regie virilmente combattendo e condotte dal conte Frinco, ricuperavano Asti. Già Biella, Alba, Mondovì, Fossano e Racconigi nell'antica obbedienza rimettevano: già Carignano, Moretta ed altri luoghi vicini a Torino ritornavano per forza al consueto dominio, e, già non si aveva più timore che le valli di Pinerolo abitate dai Valdesi, sulle quali non si stava senza qualche sospetto, tumultuassero; solo alcune teste di novatori più ostinati o più coraggiosi facevano qua e là qualche resistenza. Ma toglievano loro intieramente l'animo le lettere di Buonaparte scritte al marchese di San Marsano mandato a Milano ad implorare aiuto alle cose pericolanti, e che a considerato fine furono pubblicate dal governo regio. Il generalissimoscriveva di essere parato a fare quanto sapesse il re, desiderare per assicurarne la quiete, e lo avvertiva che già aveva fatto arrestare quel Ranza, promovitore di scandali in Piemonte co' suoi scritti.Le lettere di Buonaparte partorirono l'effetto che se ne aspettava. I novatori, già rotti dai soldati regi ed ora caduti dalle speranze degli aiuti di Francia, posarono interamente. Domati i democrati, si faceva passo dalle battaglie ai suplizii: erano giusti, perchè contro i ribelli, ma sì frequenti che pareano piuttosto vendetta che giustizia. Di quattordici si prendeva l'estremo supplizio a Biella; di più di trenta in Asti; nè Moncalieri stava senza sangue, oltre quel di Tenivelli. Vidersi più di dieci giustiziati a Racconigi; poi si soprastava per intercessione del principe di Carignano, dolente di veder quella sua terra piena di sangue. Notossi fra i giustiziati un giovine Goveano, di natali onesti ed apparentato con famiglie di buona condizione. A questo tratto fu molto biasimato, anzi lacerato il governo, come di una cosa enorme, e questa fu che il re, avendo ordinato che si perdonassero ed in dimenticanza si mandassero i fatti di Racconigi, fu il supplizio susseguente al perdono. A Chiari le palle soldatesche ammazzarono venti persone in un giorno. Tanti supplizii frenavano pel presente, preparavano rivoluzioni per l'avvenire; avrebbero raffermo uno Stato intatto, indebolivano uno Stato scosso, insidiato e circondato da ogni parte da esempi pestiferi.La moltiplicità dei supplizii non isvoglieva gli animi dall'infelice Boyer, perchè chiaro per la santità dei costumi, chiaro per le dipendenze della famiglia, faceva tutta la generazione intenta a lui. Una giunta mezzana tra militare e civile il processava. S'offerivano testimonii pronti al carcere per le difese. Non furono ammessi, perchè si sospettava che amassero meglio servire alle amicizie ed alle opinioni che alla verità. Pure quelloaver negato le difese parve cosa incomportabile. Castellango fra i giudici, Priocca fra i ministri, opinavano per la mansuetudine, il primo perchè gli pareva che il sangue di quel giovane non importasse, il secondo per questo stesso ed anche per compassione. Fu Boyer col suo compagno Berteux sentenziato a morte, e ambedue giustiziati sugli spaldi della cittadella. La morte sua contristava tutta la città e la rendeva attonita e paventosa lungo tempo.Buonaparte vincitore desiderava che un testimonio solenne si fondasse in Italia, il quale, oltre gli scritti, che morti sono, tramandasse ai posteri la memoria viva de' suoi illustri fatti e del suo valore. Questo era, come si è narrato, uno Stato nuovo, che fosse a lui obbligato della sua origine e della sua conservazione. Oltre a ciò, non essendo ancora le cose della pace del tutto ferme, poichè ad ogni momento si poteva prorompere nuovamente all'armi, voleva che sorgesse in mezzo alle monarchie d'Italia e contro l'imperatore medesimo una repubblica che, fondata sui principii nuovi, desse loro cagione continua d'inquietudine. Parevagli ancora che la fondazione della nuova repubblica avesse nella opinione dei popoli a compensare la distruzione di una vecchia, e che la Cisalpina potesse in lui cancellare il biasimo incorso per la Veneziana. Forse in questo, come alcuni pensarono, oltre la gloria e le minacce, covava un pensiero più recondito nel caso in cui, per opera o di altrui o sua, venisse a mutarsi la forma del governo in Francia, riducendosi di nuovo all'antica, cioè alla monarchia; poichè quel nuovo Stato italiano avrebbe potuto divenire per esso lui o asilo o ricompensa.Per le quali cose, come prima ebbe fermato i patti di Leoben e dato ordine a quanto più pressava nel suo esercito, se n'era tornato a Montebello, donde poteva e svegliar le pratiche della pace e dar moto alle faccende cisalpine. Continuavanonella Cisalpina le provocazioni di moti incomposti nei paesi circonvicini, le quali erano o palesi nei giornali, nei ritrovi politici, nelle condotte ai soldi cisalpini di soldati piemontesi, austriaci, polacchi, papali e napolitani, che nelle legioni lombarda e polacca si descrivevano, o segrete per gli uomini mandati a posta, per lettere, per arti di ogni sorta, in cui vivamente si travagliavano i fuorusciti di ogni contrada d'Italia, massimamente i Piemontesi ed i Napolitani, i primi pericolosi, per la natura tenace, i secondi pericolosi per la natura loquace. Le cose che si scrivevano a quei tempi in Milano contro il re e contro il papa, sarebbe lunga faccenda raccontare. Erano esorbitanze pazze e stravaganti, l'esagerazione stessa serviva di rimedio. Ma era in Milano un motivo assai più efficace, e quest'era un ritrovo pubblico, che chiamavano società di pubblica instruzione, dove con appositi discorsi, si ammaestravano i popoli, che concorrevano ad ascoltare, nelle nuove dottrine, e donde scritti innumerevoli partivano al medesimo fine e nella Cisalpina largamente si diffondevano. Apparivano e risplendevano molto principalmente in questo ritrovo politico uomini dotti e leali operatori per fin di bene, ma servi ancor essi delle illusioni dei tempi. In un discorso, e basti dir di questo, di un giovane dotto, che aveva l'animo buono e come buono non sospettava in altrui quel male che non aveva in sè, esposti prima con molto acume i modi con cui gli uomini s'aggregavano primitivamente in società, favellava egli la domenica dei 7 maggio, paragonando le antiche epoche colla presente, descrivendo la libertà siciliana data da Timoleonte ed esortando gl'Italiani a vivere lontani dall'ozio e dalle discordie, con queste voci la sua orazione terminava: «Conosci, o popolo, la tua forza; la lega che dagl'Italiani si organizzò contro Brenno e contro il Barbarossa, te ne darà l'idea vantaggiosa. Vivi alla libertà, a quella libertà che, abbandonate le amene sponde delCeso e del Peneo e fermatasi per qualche secolo sulle mal sicure rive del Tebro, dopo essere stata sì lungamente ne' boschi, e ne' deserti nascosta, comparve di nuovo per grandeggiar sulla Senna e per brillar con successo intorno al Po, da dove tutto scorrerà un giorno il bel paese,che Apennin parte e 'l mar circonda e l'Alpe.»Quali effetti partorissero questi incentivi in Piemonte e nel Genovesato, si è già raccontato. Il ducato di Parma, a grave stento si manteneva per la protezione di Spagna, alla quale per allora la Francia non voleva pregiudicare. Continuava la Toscana nel suo tranquillo stato, sebbene la presenza dei soldati repubblicani, la pressa insolita per le contribuzioni, e le arti cisalpine vi avessero prodotto qualche impressione. Lucca, corrotti con denari e fattisi benevoli alcuni agenti repubblicani dei primi, si manteneva negli ordini antichi, non senza grandissime querele dei patriotti cisalpini che quella aristocrazia ardentemente detestavano. Del resto si contaminava Roma stessa, dove si scoversero congiure per cambiar lo Stato, ed in cui si mescolarono Franzesi ed Italiani, nobili e plebei, cristiani ed ebrei. Condotti dall'occupamento del secolo, avevano parlato molte cose e nessuna operato, per modo che Giuseppe Buonaparte, che a quei tempi sedeva in Roma, gli ebbe a chiamare Bruti in pensiero, femminelle in atto. Certo non avevano nè seguito sufficiente, nè mezzo di esecuzione. Nondimeno il pontificio governo se ne sbigottiva e gli animi si sollevavano. A Napoli covavano crudi fatti sotto velame quieto; oltre a ciò mandavansi truppe di soldati verso le frontiere romane: il governo macchinava ingrandimento; e voleva per sè e domandava con molta istanza ai Franzesi Fermo ed Ancona in Italia, Corfù, Cefalonia e Zante nella Grecia. Le quali richieste erano non senza riso udite dal direttorio e da Buonaparte, più inchinati a sovvertire gli Stati deboli che ad ingrandirli. Nella Valtellina, provinciasuddita ai Grigioni, nascevano più che parole o congiure o desiderii; i popoli vi tumultuavano a mano armata, protestando voler essere uniti alla Cisalpina. Fuvvi qualche sangue: poi dai Grigioni e dai Valtellini fu fatto compromesso nella repubblica Franzese. Pronunziò Buonaparte il lodo, stante che non erano comparsi a dir le loro ragioni i legati dei Grigioni che avessero i popoli della Valtellina a divenir parte della cisalpina. Per tale sentenza Chiavenna, Sondrio, Morbegno, Tirano e Bormio, terre principali di quella valle con tutti i distretti, sottratte dalla divozione di gente tedesca si congiungevano con gente italiana. Così dalla parte d'Italia si apriva ai repubblicani la strada nelle sedi più recondite delle nazioni elvetiche, grande aiuto ai disegni che si avevano.Buonaparte intanto, al quale piacevano le dicerie dei patriotti per sommuovere gli Stati altrui, ma non erano ugualmente a grado per fondare un suo governo, perchè sapeva che con modi di simil forma non si reggono i popoli, aveva applicato l'animo ad ordinare la Cisalpina con una costituzione regolare. Erasi fino allora retta la Lombardia col freno d'una amministrazione generale, potestà non solo serva del generalissimo, ma ancora di qualunque più sottoposto commissario o comandante, ed il raccontare tutte le sue condiscendenze sarebbe lunga bisogna. Non era padrona dei tempi, ma i tempi la dominavano. Quello non era governo nè civile, nè libero, nè comune; ma bensì un reggimento incomposto, difforme ed a volontà di forastieri; perciò era veduto non senza disprezzo e indegnazione dei popoli.

Era il giorno 12 di maggio destinato da chi regge queste umane cose alla distruzione della veneta repubblica. Era adunato il maggior consiglio, gli arsenalotti, ma pochi, il custodivano; le navi difenditrici ritirate dall'estuario si accostavano vuote al lido; si vedeva un avviluppamento degli ultimi Schiavoni che s'imbarcavano; il popolo atterrito, nè ben sapendo che significassero que' tristi presagi, si raccoglieva in folla intorno al palazzo: i congiurati di dentro discorrevano per ridurre il maggior consiglio a spegnere l'antico governo; i congiurati di fuori spargevano mali semi. Aiutava le fraudi loro la risoluzione del primo maggio favorevole al modificare le antiche forme. La setta democratica trionfava.

Orava il doge pallido e tremante sui pericoli presenti: parlava delle congiure, de' desiderii di Buonaparte, dell'inutile resistenza, e delle promesse date, se si riformasse: proponeva in fine il governo rappresentativo. Mentre si stava deliberando, ecco udirsi improvvisamente alcune scariche d'archibusi fatte per festa e per forma di saluto nell'atto del partire dagli Schiavoni, che nel sottoposto canale s'imbarcavano; rispondevano ugualmente per festa e per forma di saluto coi tiri loro i Bocchesi alloggiati a San Zaccheria. Un subito spavento prendeva gli adunati padri; credettero che fossero i congiurati intenti ad ammazzare il doge e tutto il ceto patrizio, siccome ne era corsa fama per le congiure; si aggiravano per la sala privi d'animo e di consiglio. Gridavano confusamente e con gran pressa, parte, parte, che in lingua veneziana significava, squittinisi, squittinisi. Posto il partito, si vinceva con 512 voti favorevoli, 20 contrari, 5 non sinceri. A fine di preservare incolumi, diceva il decreto, la religione, le vite e le sostanze degli amatissimi sudditi della città di Venezia, e di allontanare l'imminente pericolo di novità violente, ed altresì sulla fede che fossero i giusti riguardi avuti verso il ceto patrizio, e verso tutti i partecipi dello Stato, e con questo che la sicurtà della zecca e del banco fosse guarantita, conforme ai partiti già presi il primo e quarto giorno di maggio; accettava il maggior consiglio il governo rappresentativo, purchè a questo fossero conformi i desiderii del generalissimo di Francia; ed importando che in nissun modo senza tutela la patria comune restasse, si faceva carico ai magistrati di provvedervi. A questo modo i patrizii veneti dell'antichissima loro autorità si dispogliarono, non con dignità in una tanta disgrazia, ma minacciati da due sudditi di oscuro nome ed aggirati da due colleghi infedeli; non per armi perirono nè per assalto di un nemico aperto, ma per fraude di amici disleali. Non mancòil popolo al governo, ma il governo al popolo, e morì una pianta con le radici buone, perchè era la testa guasta; nè ebbero i patrizi il conforto dello aver perduto lo Stato per virtù superchiata, perchè coraggio non mostrarono e la cautela fu vizio. Epperò se i buoni ebbero compassione a Venezia pel destino, la biasimarono per debolezza; i tristi la schernirono. Ma certamente esempio terribile fu; il caso di Venezia turbò allora tutto il gius pubblico d'Europa.

Poichè i patrizii ebbero preso il partito di rinunziare all'autorità propria e di rimettere lo Stato nelle mani di Buonaparte, tale un timore gli assalse in quelle stanze piene tuttavia delle immagini de' loro forti antenati e di quanto fu da essi fatto di grande e di glorioso sì in pace che in guerra, che, non sapendo più nè dove restassero nè dove gissero, si abbandonarono, come perduti ad ogni affetto più disperato. Si ritraevano alcuni alle stanze private del doge che, tutto smarrito, aveva dato ordine che di tutti i ducali segni si dispogliassero: altri usciti all'aperto per ritirarsi alle case loro, lagrimando e gridando: Non è più Venezia, non è più San Marco, facevano uno spettacolo miserabile in mezzo alle turbe affollate, che ancora non ben sapevano chè alla patria sovrastasse. I novatori, che pensavano essere avvenuto quello che aspettavano, trepidando dall'allegrezza gridavano: Viva la libertà. Ma il popolo, che prima era stato incerto, nè poteva recarsi nell'animo tanta abbiezione dalla parte de' patrizii, saputo il fatto, si accendeva di una furia incredibile ed incominciava minaccioso a fare una gran tumultuazione, chiamando unitamente il nome di San Marco. Cresceva la folla, a cui si erano fatti compagni pochi Dalmati non ancora imbarcati. Accorrevano le donne, i vecchi ed i fanciulli. Cominciavano le turbe rabbiose a correre gridando e schiamazzando. Ma non può il popolo sollevato star lungo tempo sui generali, anzi tosto dà nei particolario d'amore o d'odio. Correva alle case d'un pizzicagnolo che aveva fatto certe dimostrazioni a favor di uno uscito dai piombi, ed, in men che non si dice, sperdeva e rompeva ogni mobile: poi trovatagli una nappa di tre colori addosso gliela conficcava in fronte; già uno Schiavone stava in atto di mozzargli il capo, quando il mal arrivato, per iscampo della vita, prometteva di palesare i rei della congiura. Nè così tosto usciva dalla sua bocca il nome di qualcuno, che una mano di popolo partiva per mettere a sacco la casa del nominato. Saccheggiavansi per tale modo Zorzi, Gallino, Spada, Zatta libraio. Fu avuto rispetto ai palazzi de' ministri, anche a quello di Francia. Villetard, non sapendo fino a qual termine potesse trascorrere quel furor popolare, si era nascosto dal ministro di Spagna: là scriveva a quel governo ch'egli medesimo aveva distrutto, che frenasse quell'impeto. Poi egli e Donato, ai quali più d'ogni altro importava il calmar quel furore, facevano opera che si adunassero alcune compagnie di soldati italiani, e ne presidiavano il ponte di Rialto. Vi conduceva Bernardino Renier due cannoni, coi quali tratto ed ucciso tre o quattro popolani, poneva fine a quello incomposto accidente. Usavano Villetard, Donato e Battaglia la occasione, e, preparato e mandato il navilio a Mestre, la notte del 16 al 17 maggio, levavano, sotto il comandamento di Baraguey d'Hilliers, quattro mila soldati franzesi. La mattina molto per tempo si scoprivano schierati sulla piazza di San Marco soldati ed armi forastiere non mai viste in Venezia da quindici secoli. Creossi il municipio, si promisero cose che non si attennero, lusingossi con le parole, gravitossi coi fatti, e tanto si continuò l'inganno che la ricca e potente Venezia rimase spogliata del tutto ed inerme.

Avevano Buonaparte ed i legati veneziani, ai quali, come si è narrato, erano state ampliate le commissioni, in Milano le preste novelle degli accidenti diVenezia, specialmente della rinunzia fatta nel giorno 12 dai patrizi e della dissoluzione dell'antico governo aristocratico. Evidente cosa era, che avendo cessato di sussistere chi aveva dato il mandato, non vi era più luogo nè a negoziati nè a conclusione di trattato. Ciò nondimeno le pratiche si continuarono pei loro fini, tanto per parte dei Veneziani come del generalissimo. Adunque si stipulava da ambe le parti il giorno 16 maggio in Milano un trattato di pace e di amicizia tra la repubblica Franzese e la Veneziana: cessassero tra di loro tutte le offese; rinunziasse da parte sua il gran consiglio al suo diritto di sovranità, ordinasse la annullazione dell'aristocrazia ereditaria, riconoscesse la sovranità dello Stato consistere nella universalità dei cittadini: a tutte queste cose consentisse con patto che il nuovo governo guarentisse il debito pubblico, il vivere dei patrizi poveri, le provvisioni a vita: la repubblica Franzese concedesse, siccome n'era stata richiesta, una schiera di soldati a Venezia, acciocchè vi conservasse intero l'ordine e la tranquillità, vi tutelasse le persone e le proprietà, procurasse la esecuzione delle prime risoluzioni del governo nuovo; questi soldati partissero da Venezia tostochè il nuovo governo dichiarasse non averne più bisogno; le altre truppe franzesi sgombrassero gli altri territorii veneti, tostochè la pace del continente fosse conchiusa: si facesse sollecitamente il processo agl'inquisitori di Stato, ed al comandante del Lido; la repubblica Franzese perdonasse ad ogni altro Veneziano. Questi erano i capitoli mostrabili: i segreti contenevano altri effetti importanti: si accorderebbero le due repubbliche pel cambio di territorii, la Veneziana pagasse alla Franzese tre milioni di tornesi, somministrasse una valuta di altrettanti in arnesi di marineria, le desse tre navi di fila con due fregate fornite di tutto punto, consegnasse a' commissarii a ciò destinati venti quadri, e cinquecento manoscritti a scelta del generalissimo: larepubblica Franzese si interponesse a pace comune tra la Veneziana e la reggenza di Algeri.

Di tale forma furono i capitoli del trattato concluso in Milano tra Buonaparte e i Veneziani. A loro fu aggiunto quest'altro, che le due parti ratificassero nel più breve spazio il trattato. Il ratificarono in fatti i municipali di Venezia, persuadendosi, non si vede come nè perchè, che tutta l'autorità della repubblica e del maggior consiglio in loro fosse investita. Negava Buonaparte la ratificazione, allegando essere da parte dei mandatarii veneziani cessato il mandato, perchè era estinto il mandatore.

La forza aveva insidiato Venezia, le chimere di una libertà fallace le diedero il tracollo. La medesima forza e le chimere medesime usando contro Genova, la si tirava ancor essa all'ultimo eccidio. Laonde, non ancora terminata, ma già prossima a terminarsi la tragedia di Venezia, scriveva Buonaparte, a Faipoult, ministro di Francia a Genova, ed operatore attivo dei disegni franzesi, che la rovina di Venezia doveva partorire necessariamente la rovina di Genova. Sapeva che il governo genovese non avrebbe gagliardamente contrastato, quantunque in lui fosse più vigore che in quello di Venezia, sì perchè alcuni dei senatori erano abbacinati dai fantasmi dei tempi, e sì perchè nel ceto medio era molta opinione contraria, credendo molti che la democrazia fosse da anteporsi all'aristocrazia, come se democratici fossero i modi di reggimento politico indotti in Italia in quei tempi. Aggiungevansi i capitali genovesi investiti in gran parte in Francia, ed i traffichi tra Francia e Genova frequentissimi, cose molto tenere e capaci a far calare i Genovesi ad un primo rumore d'armi. Infine pei passi frequenti delle genti di Francia sulle riviere, erano sorte in esse le opinioni nuove. Savona titubava e per questo e per le antiche emulazioni. Alcune fortezze e molti siti del Genovesato erano in mano dei buonapartiani.Nè a questo contento il direttorio, aveva operato che Rusca e Serrurier appoco appoco e sotto altri colori le schiere loro accostassero a Genova, e che l'ammiraglio Brueys comparisse con navi grosse e sottili nelle acque delle riviere.

Genova pericolava; ma molte erano le insidie interne. Spargevansi artifiziosamente voci che la Francia voleva dare la riviera di Ponente al re di Sardegna, e si affermava che una tale calamità sola si poteva allontanare con ridurre il governo a forma più consimile a quella di Francia. Queste voci Faipoult, magnificando la fede della sua repubblica e quasi sdegnandosi, asseverava essere false e calunniose. Buonaparte ed egli richiedevano nuovi prestiti di parecchi milioni alla signoria, consumata ed odiosa ai popoli se li concedesse, accusata d'inimicizia verso Francia se li negasse. Il farla vile fu anche parte dell'insidia: perchè un consiglio militare franzese, adunatosi nella sede stessa della repubblica, processava e condannava al bando da tutti i territorii di Genova il marchese Agostino Spinola, come reo delle turbazioni sorte contro i Franzesi nei feudi imperiali. Non era più sovranità dove un tribunale forestiero dannava un cittadino: mancava col buon concetto la forza dello stato. Nè l'opera dei novatori di dentro si trascurava. A questi erano capi alcuni Genovesi, alcuni forastieri: fra i primi osservabile era massimamente lo speziale Morando, uomo precipitoso e di estremi pensieri; fra' secondi più vivo e più operativo si mostrava un Vitaliani da Napoli. Erano costoro favoriti da Faipoult più nascostamente per la sua qualità pubblica, da Saliceti, a questi fini venuto a Genova, più apertamente. Vociferava Saliceti, doversi, poichè l'aristocrazia in Venezia si era spenta, spegnere anche quella di Genova. I novatori, sicuri omai dello esito, si adunavano, s'indettavano, s'accordavano, s'apprestavano; più il termine si avvicinava e più palesemente operavano. Avvertito il governo, creava inquisitoridi Stato con ampia facoltà, e per opera loro carcerava Vitaliani. Se ne risentiva gravemente Faipoult; richiedeva la sua indennità come di Franzese, perchè addetto all'ambasciata. La signoria essendo sforzata, rimetteva il Napolitano in libertà. Vitaliani e Morando con somma attività si adoperavano. A loro si faceva compagno un Filippo Doria, o per ambizione o per opinione. Si pruovava all'estremo caso ad insorgere; gl'inquisitori di Stato facevano carcerare due dei più audaci e temerarii novatori, sperando che il timore potesse frenare quella gente incitatrice. Fu indarno, poichè tanto favore l'aiutava dentro e fuori. Questa fu scintilla a suscitare ad incendio il fuoco che covava. Non così tosto giungeva ai congiurati la novella della carcerazione dei compagni, che furiosamente dato alle armi, e proprie od a questo fine apprestate in casa Morando, ed avendo Morando medesimo con Vitaliani e con Filippo Doria a guida, facevano improvvisamente, era il giorno 21 maggio, un tumulto terribile. Si rallegrava Faipoult che la rivoluzione nascesse in Genova per opera dei Genovesi, perchè in quella rivoluzione ei voleva ben essere, ma non parere. Venuti a lui due legati del senato, Gian Luca Durazzo e Francesco Cataneo, il pregavano che facesse dimostrazione di non secondare i novatori, ed operasse che la frenesia dei giornali milanesi contro Genova cessasse. Dava loro la volta sotto sulla prima richiesta, speranza per la seconda. Si metteva poscia sull'esortargli a riformare essi medesimi lo Stato ed a biasimarli dei tridui e delle novene come di dimostrazioni dirette ad odio dei Franzesi: cercava di temporeggiare, perchè gli accidenti di Venezia finissero. I congiurati con ischiamazzi orribili e con grida spaventose, cantando a tratto la marsigliese, s'incamminavano al palazzo ducale. Aggiungevansi per istrada, come suole avvenire, nuovi congiurati, e fra il popolo i più tristi e chi più ambiva il sangue o il sacco. A tanto rumore si adunavauna calca incredibile fra quelle strette vie di Genova; serravansi a furia le botteghe; i buoni fuggivano, od erano tratti dalla tempesta. La folla tumultuosa giunta al palazzo, dov'era raccolto il senato, con minacciose grida addomandava i carcerati. Rispondevano con molta costanza i padri, a buona ragione sostenersi, si farebbe giustizia, fra breve paleserebbero al popolo l'intento loro. I sollevati avrebbero voluto sforzare il palazzo; il vietavano le guardie; si rimanevano perchè in quel primo impeto non avevano nè armi sufficienti, nè accordo, nè numero che bastasse. Riscaldati dal vino e dalle cose fatte, passavano la notte fra l'allegrezza dei piaceri presenti e la cupidigia dei tumulti avvenire.

Sorgeva ai 22 l'alba che doveva addurre a Genova un giorno funestissimo. Prorompevano dai ritrovi loro i congiurati, e, ad ogni passo ingrossandosi per l'accostamento di nuovi compagni, facevano una turba assai numerosa, con non pochi Lombardi ed alquanti Franzesi ancora. Il senato senza difese pel caso improvviso, si era perduto d'animo ed aspettava invece di operare.

Il popolo fedele al principe non si moveva. Andando loro il moto a seconda, i sollevati ardivano cose maggiori ed orrende. Traevano alle prigioni della Malpaga, sentina infame d'indebitati e di falliti, e rotte le porte non senza qualche violenza sanguinosa, e liberati ed armati i prigionieri, se li facevano compagni ai disegni loro. Cresceva il furore. Impadronitisi della darsena, davano la libertà ai condannati, e poste loro l'armi in mano correvano con l'infame satellizio di ladri e d'assassini a disfare uno dei più illustri governi del mondo.

Fatto indi concorso sulla piazza, e preso maggior animo da quei primi successi, bandivano con allegria e romore incredibile, essere spenta l'aristocrazia, Genova libera, i poveri esenti da' tributi, cassi gli antichi magistrati, creati i nuovi. Ma ancora temevano le porte in manodel governo, i popoli di Bisagno e della Polcevera deditissimi al nome del principe ed all'antica repubblica. Però, credendo non esser compiuta l'opera se allo aver acquistato l'interno non aggiungevano l'assicurarsi delle porte e delle mura, spedivano, a ciò consigliati da Morando e da Doria, i più audaci ed i meglio armati ed occupar l'arsenale, il ponte reale, la lanterna, le porte di San Tommaso e di San Benigno. Il che veniva agevolmente fatto, sorpresi essendo e pochi i difensori.

Intanto s'era il senato raccolto timoroso e non pari tanto estremo. Consultavano discordi, statuivano spaventati. Mandavano legati a Faipoult, perchè lo pregassero s'interponesse a concordia ed offerissero riforme negli ordini antichi. Piaceva la profferta al Franzese, per essergli aperta l'occasione, e, condottosi al senato, con efficacissime parole esortava i padri, cedessero al tempo, s'accomodassero al secolo, riformassero lo Stato, verso gli ordini democratici l'allargassero, questa sola via di salute restare. Stanziavano, si traessero quattro patrizi, i quali, convenendo con quattro deputati del popolo, fra di loro accordassero come e quanto la forma antica dovesse scendere alla democrazia. S'eleggevano i patrizii, gli eletti del popolo non comparivano; riuscì vano il tentativo. La massa de' novatori infuriata correva al ducale palazzo e contro di lui piantava un cannone, sforzandosi di entrarvi; ma cessava vedutolo ben custodito. Tuttavia pareva che più rimedio non vi fosse per reprimere la ribellione.

Ma ciò che non aveva fatto il senato senz'animo e senza forza, il faceva il popolo. Si adunava, correndo da ogni lato, principalmente dal porto, una gran massa di popolo minuto, carbonari, e facchini massimamente, ed opponendo allo improvviso grida a grida, nappe a nappe, armi ad armi, rendevano dubbia una vittoria che già pareva certa. Facevano risuonare per tutta la città voce festose adun tempo e minacciose. Gli amatori del governo antico, siccome quelli che avevano a combattere coi libertini bene armati, anche di artiglierie a cagione della presa dell'arsenale, avvisavano d'impadronirsi dell'armeria, nella quale essendo entrati, distribuite a ciascuno l'armi, con ardore inestimabile si mettevano a correre contro la parte contraria. A loro si accostavano i soldati regolari rimasti fedeli alla repubblica, e fra questi alcuni che sapevano maneggiar le artiglierie. Si attaccava una battaglia asprissima, dove i padri combattevano contro i figliuoli, i fratelli contro i fratelli, ed il suono delle armi civili, già da lungo tempo insolito, si udiva da lungi ne' più segreti recessi de' liguri Apennini. Durava la battaglia parecchie ore; prevaleva finalmente la parte del senato, ricuperati, non senza molta fatica e sangue, dagli uomini fedeli a lui tutti i posti. Il quale fatto saputosi da' Morandiani, era cagione che precipitosamente abbandonassero l'impresa. La maggior parte fuggirono o nelle private case si nascosero: i più animosi, ristrettisi insieme, si facevano sforzatamente strada al ponte reale, che si teneva ancora per loro mediante il valore di Filippo Doria. Li seguitavano i vincitori, e s'accendeva a questo ponte una battaglia ostinatissima, combattendo dall'un dei lati la disperazione, dall'altro il furore, ed il numero ognor crescente delle genti. Erano finalmente oppressi i Morandiani con ferite e morte di molti: morì Doria medesimo. Usavano i vincitori molta crudeltà come nelle guerre civili: il cadavere di Doria fu lunga pezza ludibrio a quegli uomini infieriti.

In mezzo a quella furia perirono parecchi Franzesi, parte mescolati coi sollevati, parte non mescolati. Ciò fu in mal punto, perchè Buonaparte ne prese occasione per disfare il governo. Si vegliava la notte fra il dolore de' morti, il terrore de' vivi: s'accendevano i lumi alle case da chi per gioia, da chi per paura, perchè i carbonari minacciavano. Il senatovincitore per opera altrui, di nuovo si adunava per consultare sulle turbate cose. Mostravasi Giacomo Brignole doge al popolo, da cui era veduto e salutato con grandissimi segni di allegrezza. Faipoult, veduto che la forza de' novatori era stato indarno, tornava sull'esortare e più accesamente di prima insisteva sulla necessità delle riforme.

Si stava intanto per la signoria in grandissima apprensione del come l'avrebbe sentita Buonaparte. Gli scriveva il doge in nome del senato lettere molto sommesse di rammarico e di scusa pei Franzesi uccisi. Arrivavano, portate da Lavallette, aiutante del generalissimo, risposte funestissime: non potere, scriveva, la repubblica franzese tollerare gli assassinii e le vie di fatto di ogni sorte commesse contro i Franzesi in Genova da un popolo senza freno, suscitato da coloro che avevano fatto ardere la Modesta e maltrattare i Franzesi cittadini: se fra ventiquattr'ore i carcerati non si liberassero, se coloro che il popolo contro di loro avevano provocato non si carcerassero, se la feccia di quel popolazzo non disarmasse, aver vissuto la genovese aristocrazia e partirsi da Genova il ministro della repubblica: stare la vita de' senatori per quella de' Franzesi in Genova, tutto lo Stato per le proprietà loro. Del resto tale fu la forza della verità che Faipoult attestava ed affermava a Buonaparte, che il governo genovese aveva fatto in quell'accidente quanto per lui si era potuto per evitar i disordini; che in facoltà sua non era di comandare a coloro che, non che gli obbedissero, gli comandavano ed il difendevano; che delle uccisioni de' Franzesi i patriotti erano stati cagione per aver inalberato i tre colori; che senza questa insolenza democratica, nissun Franzese avrebbe perduto la vita; che i democrati soli avevano messo in pericolo i Franzesi; ch'essi avevano fatto oltraggio alla repubblica Franzese per aver usurpato i suoi colori nazionali: ch'essi finalmente avevano operato pazzamenteper l'impeto sregolato, infamemente per l'apertura delle carceri e delle galere.

Quest'era la condizione di Genova: il senato sbigottito, e servo della moltitudine, e diviso per le opinioni, tra il non poter inveire contro il popolo perchè lo avea salvato, ed il dover inveire perchè gli agenti del direttorio gridavano vendetta. La moltitudine armata, fatta la buona opera di redimere il principe, prorompeva, come suole, in opere ree, oltraggiando e manomettendo gli onesti cittadini, solo perchè gli aveva per sospetti. Già la casa di Morando spogliata da capo a fondo, incomiciavano a spogliar le case con solo degl'innocenti, ma ancora dei benemeriti. Ogni cosa piena di terrore. Insisteva più acerbo che mai Faipoult, perchè si scarcerassero i Franzesi, si arrestassero gli uccisori, si dichiarasse non aver i Franzesi avuto parte nella ribellione. Infuriava Lavallette e secondava Faipoult. Affermava che i carbonari erano stati pagati perchè uccidessero i Franzesi, e che per ordine espresso erano stati assassinati. Orrore, dolore, terrore prendeva i senatori alla richiesta. Resistevano in prima, poi, spinti dall'ultima necessità, arrendendosi facilmente quei della parte franzese, a loro malgrado consentirono.

Il fine principale a cui miravano tutte le arti, gli spaventi e le minacce, non era punto la liberazione di pochi carcerati, nè l'incarcerazione di pochi magistrati. Volevasi la mutazione. Perilchè, vintesi dagli agenti repubblicani le prime domande, insorgevano con maggior calore, richiedendo il senato riducesse lo stato a forma più democratica e facesse abilità ai legati che si volevano mandar al generalissimo, di accordar con lui il cambiamento che si desiderava; e alla richiesta aggiungendo rappresentazioni, considerazioni ed esortazioni calorosissime.

Cotali esortazioni fortissime in sè stesse, operavano gagliardamente. Pure trovava non poca difficoltà; perchè moltidei senatori vedevano in quei reggimenti democratici, non amore nè gratitudine per la rinunziazione dei privilegii, ma scherni e persecuzione, nè cambiando era andare dall'aristocrazia alla democrazia, ma bensì dal dominio consueto al dominio di una parte prepotente. Atterriva anche l'esempio di Venezia, che già si vedeva non avere, pel cambiamento fatto, trovato nè la libertà nè la concordia. Così si stava in pendente, e come accade nei casi dubbii e pericolosi, si amava lo stare solo perchè lo stare era consueto.

Mentre si deliberava nel piccolo consiglio di quanto si dovesse fare in quella occorrenza di suprema anzi di unica importanza per la patria, comparivano le prime squadre di Rusca, le quali, sparsesi prima per la Polcevera, si distendevano poscia insino alle porte di Genova. Si udiva eziandio che Serrurier poco lontano succedeva con le sue, e che da Cremona si muovevano nuovi soldati per dar rinforzo a Rusca ed a Serrurier ove da per sè non bastassero. Erasi alcuni giorni innanzi appresentata alla bocca del porto l'armata di Brueys; ma per la istanza del Senato e per la tempera del popolo, che non l'avrebbe lasciata entrare quietamente, aveva Faipoult operato, che l'ammiraglio se ne tornasse verso Tolone. Sebbene però quell'armata si fosse ritirata, si sapeva che andava volteggiandosi ora a vista ed ora poco lontana dalla riviera di ponente, e poteva dare animo e fare spalla facilmente ai novatori della riviera ed a quei della metropoli. Nè fu l'esito diverso dal prevedere; perchè tra la presenza di Rusca nella Polcevera, alcune squadre di soldati franzesi sparsi nella riviera e la prossimità di Brueys, si tumultuava in vari luoghi, non senza sangue; gli abitanti delle ville e delle montagne combattevano acremente i novatori. Ciò nonostante questi ultimi erano rimasti superiori in Savona, e già in essa e nel Finale e nel porto Maurizio avevano piantato l'albero che chiamavano della libertà. Il senato, minacciato dauna setta potente nella sua sede medesima, attorniato da soldati forastieri, lacerato dalla guerra civile, stretto continuamente dagli agenti di Francia, che sempre parlavano dello sdegno del direttorio e di Buonaparte, non aveva più libertà di deliberare.

Cedevano i padri, perchè il contrastare era impossibile. Statuivano, si riformerebbe lo Stato; la mutazione, quantunque in termini generali, al popolo si annunzierebbe. Mandavano poi legati a Buonaparte, con facoltà di accordare con lui la forma futura degli ordini politici, i nobili Michiel Angelo Cambiaso, Luigi Carbonara, Gerolamo Serra. Partivano i deputati per Montebello, alloggiamento di Buonaparte. Partivano anche, conseguito l'intento, per alla volta medesima Faipoult e Lavallette, per informare il generale dell'adempimento delle commissioni loro, e per consigliarlo intorno alle persone che per gl'interessi della Francia si convenisse introdurre nel nuovo reggimento.

Il doge, i governatori ed i procuratori della repubblica avvertivano del fatto il pubblico; esortando se ne vivessero intanto quieti e non corrompessero con moti inopportuni un'occasione dalla quale dipendevano il riposo e la felicità di tutti. Spedivano al tempo stesso il nobile Stefano Rivarola a Parigi, comandandogli in una faccenda di tanto momento per la repubblica s'ingegnasse con ogni possibil modo di fare, che la forma antica il meno che fare si potesse si alterasse e la integrità dei territorii in sicuro si ponesse.

Il direttorio di Francia era per le cose d'Italia piuttosto servo che padrone di Buonaparte, e però a Montebello piuttosto che a Parigi si doveva definire il destino di Genova. Quivi consuonando i pensieri di Buonaparte, che la somma delle cose si confidasse non a gente fanatica e spaventevole ai re, ma bensì ad uomini temperati e savii, che o per necessità consentivano al cambiamento o volevano lademocrazia mista con leggi, non pura e senza leggi, con quelli dei legati, ed anche la volontà del vincitore non essendo contrastabile, non fu lungo il negoziare, e a dì 5 giugno si concludeva un accordo per mezzo loro tra la repubblica di Francia e quella di Genova, pei principali capitoli del quale si statuiva: che il governo rimettesse alla nazione, così richiedendo la felicità della medesima, il deposito della sovranità che gli aveva confidato; ch'ei riconoscesse la sovranità stare nella universalità dei cittadini; che l'autorità legislativa si commettesse a due consigli rappresentativi, uno di trecento, l'altro di cencinquanta consiglieri; che la potestà esecutiva fosse investita in un senato di dodici e a cui presiedesse un doge; il doge ed i senatori dai consigli si eleggessero; ogni comune avesse ad esser retto da ufficiali municipali, ogni distretto da ufficiali distrettuali; le potestà giudiziali e militari, e così pure le divisioni dei territorii secondo il modello da farsi in una congregazione a posta si ordinassero, con ciò però che la religione cattolica salva ed intera si serbasse; i debiti dei pubblico si guarentissero; il porto franco ed il banco di San Giorgio si conservassero; ai nobili poveri, per quanto possibil fosse, si provvedesse; che ogni privilegio per abolito si avesse; che intanto si creasse un reggimento temporaneo di ventidue, ed a cui il doge presiedesse; che questo reggimento prendesse il magistrato il dì 14 di giugno. Statuisse delle indennità dei Franzesi offesi nei giorni 22 e 23 maggio; finalmente la repubblica perdonasse a tutti che l'avessero offesa nei giorni suddetti, e mantenesse l'integrità dei territorii della repubblica genovese.

Mandava Buonaparte questi capitoli al doge con lettere portatrici di dolci parole mostrando, molta affezione verso la repubblica e consigliando fossero savi, fossero uniti e non dubitassero della protezione della Francia. Eleggeva al reggimento temporale Giacomo Brignole,doge, ed altri soggetti a lui piacenti, e col pensiero, non solamente di dare autorità ad uomini prudenti e lontani da voglie estreme, ma ancora, mescolando uomini di diverse condizioni, di mostrare che la sovranità non cadeva già in pochi, ma bensì in tutti, cosa che avrebbe dovuto far quietare, contentando le ambizioni, molli mali umori. Ma nelle rivoluzioni le ambizioni sono incontentabili, e come se le faccende pubbliche potessero maneggiarsi continuamente dalla moltitudine, il restringerle in pochi magistrati era riputato aristocrazia; gli esclusi gridavano tirannide, gente pericolosissima perchè pretendeva parole d'amore di patria.

Incominciava appena a farsi giorno, che già le piazze e le contrade erano piene di gente, accorrendo da una parte il popolo tratto dalla novità del caso, dall'altra i libertini portati dall'allegrezza e dal desiderio di far certe dimostrazioni che credevano libertà; ed era uno spettacolo mirabile il vedere tutta quella città mossa a gioia, che, ancora non faceva un mese, si era veduta mossa a sangue. «Viva la libertà, muoia l'aristocrazia, viva Francia, viva Buonaparte,» gridavano le genovesi voci; in ogni angolo piantavansi gli alberi della libertà; i balli, i canti ed i discorsi che si facevano loro intorno erano eccessivi. Morando era fuori di sè dalla contentezza, sebbene non del tutto si soddisfacesse dei membri del governo temporaneo, parendogli aristocrati anzi che no. Vitaliani predicava. I nobili o si nascondevano nelle più segrete case o fuggivano dalla città, e ne avevano ben anche il perchè; che ad un primo trarre il popolo mosso e stimolato dai novatori più vivi, gli avrebbe manomessi.

La servile imitazione verso la tragicomedia della rivoluzione franzese dominava; ed ecco una calca di gente trarre con grida al ducale palazzo, i patriotti li guidavano, con animo di levarne il libro d'oro, infame catalogo, come dicevano, volume esecrato dell'antica aristocrazia.La plebe, rotte a forza le porte dell'archivio, se lo portava con incredibili scede e giullerie sulla piazza dell'Acquaverde, e quivi, acceso un fuoco, lo ardeva, e le grida e le risa e gli scherni furono molti. Ardevano col libro d'oro anche la bussola del doge e l'urna dove s'imborsavano i nomi dei senatori pegli squittinii. Vi si aggiunsero altri stemmi gentilizii raccolti a furia di popolo da diversi luoghi; poi piantavano sulle ceneri delle reliquie aristocratiche, come dicevano, il solito fusto, e gli applausi e le musiche e i discorsi andavano al colmo.

Arso il libro d'oro, trascorreva il popolo, ed anche i carbonari vi si mescolavano, ad un atto assai più biasimevole, e questo fu di rompere ed atterrare la statua di Andrea Doria, che per memoria ed onore delle sue virtù e de' suoi meriti verso la patria, i Genovesi antichi avevano eretto nella corte del palazzo ducale. Dalle ingiurie si trapassava ad insolenze criminose; perchè, sospettando che fossero ancora sostenuti nelle carceri alcuni fra coloro che erano stati arrestati nei giorni 22 e 23 maggio, vi correvano a folla, ed, avendole sforzate, davano comodità di fuggirsi a parecchi malfattori contaminando a questo modo il nuovo governo con lo stesso fatto col quale avevano già assaltato l'antico; tristi principii di libertà e di stato civile.

Come prima ebbero i nuovi magistrati preso l'ufficio, mandavano fuori un manifesto, ringraziando Buonaparte della benevolenza mostrata verso la repubblica, lodando i privilegiati della rinunziazione dei privilegii, commendando i preti dello aver usato l'autorità loro a stabilimento della libertà; invitavano i popoli della riviera ad unirsi e ad affratellarsi con Genova; esortavano tutti a vivere quieti e concordi. Venivano a congratularsi ed a parlare encomii dell'acquistata libertà le città principali delle riviere; l'allegrezza si diffondeva; la fratellanza e la concordia fra le varieparti della dizione genovese parevano pigliar radice. Accresceva l'allegrezza il sentire che i feudi imperiali avevano fatto dedizione di sè medesimi a Genova e mandato deputati. Poi, per esser allora odioso quel nome di feudi, li chiamavano Monti Liguri. Erano volontieri accettati nella società genovese, lodati e ringraziati i deputati.

Ordinavasi intanto il corpo municipale di Genova, soggetto molto geloso. Prendevano i municipali il magistrato il dì primo luglio con non mediocre apparato, e non mancavano i soliti discorsi. Ma l'affare più importante che si esaminava nelle consulte genovesi, era quello di formar il modello della nuova costituzione. Perlochè, conformandosi ai patti di Montebello, creava il governo la stabilita congregazione, chiamando e dalla città e dalla riviera e d'oltremonti uomini di riputato valore. S'adunavano bene spesso, ma servilmente procedendo, modellavano alla franzese e secondo i comandamenti di Buonaparte. Serra, un di loro, s'intendeva col generalissimo ed aveva più dominio degli altri. N'era imputato dai patriotti che incominciavano a mostrarsi mal soddisfatti di lui, chiamandolo aristocrata. Piacevano a Buonaparte quasi tutti i pensieri di Serra, e, come se fossero suoi, ne scriveva lettere al governo genovese.

Incominciavano a prepararsi i semi delle future discordie. Si faceva principio della religione, non che toccassero le opinioni dogmatiche, ma soltanto la disciplina. I popoli confondevano l'una coll'altra; i chierici non che li disingannassero, li mantenevano nel falso concetto. Comandava il governo che non fosse lecito ai vescovi di promuovere, senza sua licenza, alcuno agli ordini sacri, se non coloro, che, già suddiaconi o diaconi essendo, desiderassero ricevere il diaconato o il pretato, e parimente, senza suo beneplacito, nessuno potesse, o uomo o donna si fosse, vestir l'abito di nessuna regola di frati o di monache;ordinamenti presi in mala parte dai più, perchè la setta contraria al nuovo Stato se ne prevaleva. Poi decretava che ogni cherico, o regolare o secolare che si fosse, se forastiero, dovesse fra certo termine e con certe condizioni uscire dai territorii. Parevano questi stanziamenti molto insoliti; ma bene più insolito e più strano appariva quell'altro precetto, col quale si ordinava che uomini deputati dal governo a tempo e dopo i divini uffici predicassero la democrazia alle genti. Fu questo un gran tentativo; non succedeva bene, perchè in molti luoghi i deputati non fecero frutto, in altri furono scherniti, in alcuni scacciati. Si sollevarono universalmente gli animi religiosi contro questa novità: i nemici dello Stato crescevano.

Questo quanto alla religione; si moltiplicavano per altre ragioni gli sdegni. Oltrechè con gl'incessabili discorsi e scritti non si lasciavano mai quietare i nobili, fu preso decreto, che si mandasse a Parigi, come ministro della repubblica, l'avvocato Boccardi, e si richiamasse Stefano Rivarola: si richiamasse ancora Cristoforo Spinola, ministro a Londra: se non obbedissero, i beni loro fossero posti al fisco, intanto si sequestrassero. L'atto rigoroso offendeva i nobili; vieppiù gli animi s'inasprivano. Questo era riprensibile; ma bene del tutto intollerabile fu un altro atto, con cui si ordinava che i principali autori della convenzione fatta a Parigi da Vincenzo Spinola, per la quale la repubblica si era obbligata a pagare quattro milioni di tornesi alla Francia, fossero tenuti in solido a restituire la detta somma all'erario, e se non la restituissero, fossero i beni loro posti al fisco. Erano in questa faccenda interessate le principali famiglie, specialmente i Doria, i Pallavicini, i Durazzo, i Fieschi, i Gentili, i Carega, gli Spinola, i Lomellini, i Grimaldi, i Catanei, personaggi che tiravano con loro una dipendenza grandissima. Ciò faceva maggiormente inviperire gli animi degli scontenti,i quali, vedendo di non trovare dopo la mutazione alcun riposo nè per le sostanze nè per le persone, pensavano a vendicarsi; non che si consigliassero di far congiure o moti popolari perchè troppo erano sbigottiti a voler ciò tentare, ma spargevano ad arte voci sinistre nel popolo, ed aspettavano le prime occasioni per insorgere. Mescolavano il falso col vero: vero era che il generalissimo aveva domandato parecchi milioni pel vivere delle sue genti: questo anzi era stato uno dei principali motivi della mutazione. Il governo poi, trovandosi ancor debole in quei principii e non avendo altre radici che i discorsi vani dei democrati e il patrocinio forastiero, andava lento alle tasse, e perciò aveva trovato il rimedio di quell'ingiusto balzello. A tutto questo si aggiungevano le rapine dei Barbareschi tanto più moleste, quanto più si aveva avuto la speranza data espressamente che, cambiato il reggimento, la Francia avrebbe tutelato dagli assalti dei Barbari le navigazioni dei Genovesi.

Motivo potente di malumore era altresì quello che due generali franzesi, Casabianca e Duphot, fossero venuti a reggere e ad ordinare i soldati, segno certo essere perita l'indipendenza. Ciò significava inoltre che Buonaparte, o non si fidava dei Genovesi, o gli stimava inabili alle cose militari: dal che nasceva che chi pensava altamente, si teneva mal soddisfatto. Udivasi che si voleva si smantellassero le fortezze di Savona e di San Remo, soli propugnacoli dell'indipendenza verso Francia. Vedevano anche levarsi dalle porte della metropoli i cannoni, il che interpretavano come voglia di aprir l'adito più facile e più sicuro ai forastieri per invadere il cuore stesso della repubblica. Gridavano, doversi insorgere contro reggitori fatti servi dei forastieri. I nobili, i preti e gli aderenti loro, che non erano pochi, fomentavano questi mali umori. Frano allora i reggitorii divisi in due sette, dell'una delle quali comparivacapo Serra, dell'altra Corvetto, Ruzza e Carbonara; quello per un reggimento più stretto e pendente all'aristocrazia: questi s'intendevano meglio con Faipoult, alcuni per ambizione, altri a buon fine, credendo che, poichè i cieli avevano destinato che i Franzesi divenissero padroni di Genova, miglior partito era per arrivar a bene il vezzeggiarli che l'aspreggiarli, perchè, volere o non volere, i Franzesi dominavano. Ma la maggior dipendenza di questa parte verso Francia, dall'un canto la faceva odiosa, dall'altro la rendeva dipendente, più che non sarebbe stato necessario, dai democrati più ardenti, i quali non amavano Serra, anzi il chiamavano tiranno e nuovo duca di Orleans. Questi semi pestiferi erano pullulati, ne prendevano animo i nemici della mutazione e si apprestavano a far novità. Già si udivano sinistri suoni dalle valli di Bisagno e di Polcevera. Era la cagione od il pretesto la nuova costituzione, violatrice, come spargevano, della religione, e che, come si era data intenzione, si doveva accettare il dì 14 settembre. Per far posare gli animi, annunziavano essere prorogata l'accettazione, e si torrebbe quanto potesse offendere la coscienza dei fedeli.

In questo mezzo tempo Corvetto e Ruzza erano stati mandati a Buonaparte per consultar con lui degli articoli che avevano fatto adombrare i popoli. Ma gli umori popolari più presto si muovono che s'arrestano. Dava loro l'ultima pinta di essersi fatto arrestare tanto in città quanto nel contado alcuni nobili che si credevano pericolosi; cinque Durazzi, due Doria, due Pallavicini, tre Spinola, un Ferrari, uomini per nome e per ricchezza di molta dipendenza. Incominciavano il dì 4 settembre a tumultuare le popolazioni di Bisagno. Suonavano le campane a martello, i curati esortavano e guidavano i sollevati, si facevano adunanze nelle ville dei nobili, poi, crescendo il numero ed il furore, armati di armi diverse ma con animi concordi, fattauna gran massa, s'incamminavano infuriati verso la capitale. Duphot con una squadra di Franzesi e di democrati andava loro all'incontro; il principal nervo consisteva nelle artiglierie, di cui i sollevati mancavano. Seguitava una mischia molto aspra in Albaro. Prevalevano finalmente l'arte e la disciplina, contro il numero ed il furore: andavano in fuga i sollevati; alcuni furono presi, altri in mezzo alla mescolata fuga crudelmente uccisi. Tornavano i soldati di Duphot in Genova vincitori, sanguinosi e non senza preda.

Non ancora del tutto spenta la sedizione di Bisagno, un nuovo rumore di guerra già si faceva sentire nella Polcevera. Gli abitatori di questa valle, mossi dall'esempio dei Bisagnani e dalle instigazioni di alcuni ecclesiastici, si levavano ancor essi in gran numero e correvano contro la capitale. Accostatisi a loro non pochi degli avanzati alle stragi di Binasco, la moltitudine armata s'impadroniva per una battaglia di mano del forte della Sperona; poi, più avanti procedendo, occupava tutto il secondo cinto delle mura, restando solo esente la batteria di San Benigno. Una prima squadra di soldati liguri e franzesi mandata in quel primo tumulto contro di loro, vedutigli bene armati e bene fortificati, se ne rimaneva e tornavasene. Poi si negoziava e si fermava un accordo. Ma ecco che dai più ardenti Polceverini si spargeva che i giacobini erano gente infida, e che solo avevano promesso il perdono per meglio far le vendette. Novellamente s'inferocivano, e, prese impetuosamente le armi, assaltavano il posto principalissimo di San Benigno. In questo punto Duphot, vincitore di Albaro, che per l'indugiarsi del trattato, aveva avuto tempo di raccorre e di ordinare tutti i suoi, aiutato fortemente dal colonello Seras, soldato molto animoso, traversava la città e correva contro la turba degli insorti. Seguitava una feroce mischia, come di guerra civile. Combattevano valorosamente Duphote Seras, vecchi soldati: non resistevano meno valorosamente i paesani, nuovi soldati; durava quattro ore la battaglia; furono non pochi i morti, non pochi i feriti; superava infine la veterana disciplina: i paesani scacciati dai posti, voltavano le spalle e seguitati con molta pressa dai repubblicani, perdevano gran gente. Cinquecento, essendo presi, empievano le carceri di Genova.

La fama della doppia vittoria di Albero e di San Benigno, e le forze mandate sedavano i moti, che già erano sorti a Chiavari ed in altre terre della riviera di levante, come altresì nei feudi imperiali, o Monti Liguri che si voglian nominare. Ogni cosa si ricomponeva in quiete, ma per terrore, non per amore; truce e minacciosa, non lieta e consenziente.

Avuta la vittoria, si pensava alla vendetta. Creavasi un consiglio militare, perchè nelle forme più pronte e più sommarie avesse a giudicare i ribelli. Sette ad otto, ma di oscuro nome, dannati a morte tingevano col sangue loro il suolo dell'atterrita Genova: non pochi erano mandati al remo. Si apprestava il destino medesimo ad altri. Faipoult avvertiva Buonaparte che si dannavano soltanto gli ignobili: mettevagli in sospetto Serra; chiamavalo uomo pericoloso, dissimulatore, ambizioso: stimava la quiete del pubblico in pericolo, finchè Serra stesse al governo. I due Serra, giuntosi Gerolamo col fratello, dal canto loro accusavano Faipoult e Duphot di essersi fatti protettori di una parte turbatrice e pervertitrice di ogni buon ordine politico, e d'impedire che la quiete tornasse in Genova. Niuno altro mezzo di salute e di riposo esservi, dicevano, che quello di mandar via Duphot, e di contenere nelle funzioni del suo ufficio Faipoult; senza ciò nascerebbero necessariamente la debolezza dello Stato, l'anarchia, i disordini, il sangue. Per tal guisa gli animi si invelenivano; ed era vero che Faipoult addomandava imperiosamente al governo che annullasse il decreto, pel quale avevaordinato che la commissione militare terminasse al più presto le sue operazioni. Addomandava oltre a ciò che i nobili carcerati, anche innocenti, quali ostaggi si conducessero nel castello di Milano.

In questo arrivava a Genova con nuovi soldati mandati da Buonaparte, a cui le turbazioni genovesi davano sospetto, il generale Lannes, il quale, non curandosi nè di governo nè di Faipoult, nè di preti nè di frati, nè di nobili nè di plebei, nè di patriotti nè di aristocrati, e solo alla forza mirando, si alloggiava alla soldatesca nella città e se ne faceva padrone.

Intanto i legati, accordatisi con Buonaparte intorno ai cambiamenti della costituzione della repubblica Ligure, la conducevano a compimento e, lui permettente, era pubblicata. Fossevi un consiglio dei giovani, uno degli anziani, e un direttorio; dividessesi la repubblica in quindici dipartimenti; dei magistrati giudiziali, distrettuali e municipali si statuisse a modo di Francia. Fu questo un modello tutto franzese; e insomma la genovese costituzione fu data, non presa. Pure fra le armi serrate ed i soldati apprestati fu sottoposta ai comizii popolari. L'approvavano cento mila voti favorevoli, diciassette mila contrarii. Facevansi feste, cantavansi inni, erano nel teatro allegrie assai. Nominavansi i due consigli e dai consigli il direttorio. Eleggevansi a questo Luigi Corvetto, Agostino Maglione, Niccolò Littardi, Ambrogio Molfino, Paolo Costa; creavano Corvetto presidente. Sul principiare dell'anno seguente prendevano il magistrato tutti i nuovi ordini e s'instituiva la costituzione. Poi, partitosi Faipoult, gli veniva sostituito un Soltin. A questo modo periva l'antica repubblica di Genova, feroce, animosa, sanguinosa ed impaziente.

Periva per mano dei vincitori Genova, perchè ricca e con pochi soldati; si conservava il Piemonte, perchè povero e con soldati. Essendo ancora le cose dubbie coll'imperatore, importava alla Francial'avere in suo favore i soldati del re se di nuovo si dovesse tornare sull'armi. Poi, quantunque il direttorio molto l'avesse in odio, Buonaparte se ne compiaceva, invaghito per indole propria dei governi assoluti ed allettato dalle adulazioni dei nobili piemontesi. Pure non era possibile che le massime che correvano, i rivoltamenti della vicina Genova, i giornali, le predicazioni, le trame di Milano non partorissero in Piemonte effetti pregiudiziali alla quiete dello Stato.

Quanto prima fu fermata la tregua di Cherasco tra la Francia ed il Piemonte, i ministri del re ed il re medesimo, anteponendo la salute dello Stato all'inclinazione propria, posero ogni cura nel nodrire l'amicizia con Francia, ed a questo fine indirizzavano tutti i loro pensieri. La principale difficoltà a superarsi però in questo consisteva, che si persuadesse al direttorio che il re per interesse proprio doveva star aderente colla Francia, e che la Francia, anche per interesse proprio, doveva avere per aderente il re.

A questo fine, e perchè un trattato di alleanza si stipulasse, aveva, come già si è narrato, Carlo Emmanuele mandato suo ambasciadore a Parigi il conte Balbo. Perchè poi potesse il conte più facilmente entrar di sotto, aveva fra le mani molto denaro. Del che molto sagacemente valendosi, si aveva acquistato molta entratura. Poi facendosi avanti con progetti politici, massimamente di ordinamenti delle cose italiane, insisteva e dimostrava, esser necessario contentare il re di Sardegna, compensargli con nuovi acquisti Savoia e Nizza, farlo insomma polente e grande; ma perchè non fosse scemata autorità alle sue parole, come d'uomo che parlasse per sè, aveva operato che Franzesi de' primi, coi quali si era accordato, queste medesime cose per bocca e come per motivo proprio rappresentassero. Per tal modo si proponeva al direttorio, fra gli altri, per mossa del Balbo, ma per mezzo di Franzesi che avevano parte nello Stato, un ordinamentoper l'Italia superiore, pel quale l'Austria sarebbe stata od intieramente esclusa dall'Italia, desiderio principale della Francia, o frenata in quei termini che le si stabilissero per la pace. L'ambasciatore piemontese, avendo trovato la materia tenera, e volendo dimostrare che con la grandezza del re era congiunta la sicurtà e il benefizio di Francia, procedeva più innanzi forse poco prudentemente, perchè in ciò andava a ferire l'edifizio prediletto di Buonaparte. Argomentava, e certamente con verità, che le nuove repubbliche italiane non potevano di per sè stesse sussistere. Necessaria cosa essere adunque che si compensassero al re le perdite fatte, e che se gli assicurassero gli Stati; il che meglio e più fermamente non si poteva fare che col metterlo in possesso della Lombardia.

Queste piemontesi insinuazioni erano astutissime, siccome quelle che sempre toccavano quel tasto prediletto alle orecchie de' Franzesi tanto desiderosi della declinazione dell'Austria in Italia e dell'aumento della potenza propria. Perciò erano udite volontieri, non già dal direttorio, sempre invasato dai suoi pensieri di rivoluzione, ma da chi stava allato a lui e molto con lui poteva. Le avvalorava anche con sue lettere Buonaparte. Scriveva egli al ministro degli affari esteri, male conoscersi i popoli Cisalpini a Parigi; non portar la spesa che si facessero ammazzare quaranta mila Franzesi per loro; errare il ministro in pensando che la libertà potesse far fare gran cose ad un popolo, come affermava, molle, superstizioso, commediante e vile; volere il ministro ch'egli, Buonaparte, facesse miracoli, ma non saperne fare; non avere nel suo esercito un solo Italiano, se non forse quindici centinaia di piazzaruoli raggranellati a stento sulle piazze di diverse città d'Italia, ribaldaglia piuttosto atta a rubare che a far guerra; il re di Sardegna solo con un suo reggimento esser più forte di tutta la Cisalpina; non permettesse, che qualcheavventuriere, o forse anche qualche ministro, gli desse a credere che ottanta mila italiani fossero in armi; bugiardi essere i giornalisti parigini, bugiarda la opinione in Francia rispetto agl'italiani: se i ministri cisalpini gli dicessero, aggiungeva Buonaparte, ch'egli avesse allo esercito più di quindici centinaia de' loro e più di due mila destinati a mantenere il buon ordine in Milano; rispondesse loro che dicevano bugia, e gli sgridasse, che lo meritavano; certe cose esser buone a dirsi ne' caffè e nei discorsi, ma non ai governi; romanzi esser quelle, che son buone a dirsi ne' manifesti e ne' discorsi stampati; doversi ai governi parlare di un altro suono, perchè le falsità gli sviano, e le male strade li fan rovinare; non l'amore degl'italiani per la libertà e per l'equalità aver aiutato i Franzesi in Italia, ma sì la disciplina dello esercito, il valore de' soldati, il rispetto per la repubblica, il contenere i sospetti, il castigare gli avversi; aver ad essere un abile legislatore quello che potesse invogliar dell'armi i cisalpini; esser loro una nazione snervata e codarda: forse col tempo si ordinerebbe bene la loro repubblica infino a metter su trenta mila soldati di tollerabil gente, massime se conducessero qualche polso di Svizzeri, ma per allora non vi si poter far su fondamento. Nè maggior capitale potersi fare de' patrioti cisalpini e genovesi; doversi aver per certo, che se i Franzesi se ne gissero, il popolo gli ammazzerebbe tutti. Adunque, concludeva, se ausiliarii di niun conto sono e Genovesi e cisalpini, nissun miglior partito restare alla Francia, per avere un ausiliario buono in Italia a diminuzione della potenza austriaca, che stringere amicizia col re di Sardegna e fermare con lui un trattato di alleanza.

Infatti un trattato di tal sorte tra Francia e Sardegna già si era negoziato quando ancora l'imperadore combatteva in Italia e tuttavia erano gli eventi della guerra dubbii. Infine era stato conclusoil dì 5 aprile da parte della Francia pel generale Clarke, da quella della Sardegna pel ministro Priocca. I primi e principali capitoli erano, fosse l'alleanza offensiva e difensiva prima della pace del continente, solamente difensiva dopo; non obbligasse il re a far guerra ad altro principe che all'imperadore di Germania, ed il re se ne stesse neutrale colla Inghilterra; guarentivansi reciprocamente le due parti i loro Stati d'Europa e si obbligavano a non dar soccorso ai nemici sì esterni che interni; fornisse il re nove mila fanti, mille cavalli, quaranta cannoni; obbedissero questi soldati al generalissimo di Francia, partecipassero nelle taglie poste in sui paesi vinti in proporzione del numero loro; quelle poste sugli Stati del re cessassero; niuna parte potesse fare accordo col nemico comune se non comune: si stipulasse un trattato di commercio; la repubblica di Francia, come più possibil fosse, avvantaggiasse alla pace generale, o del continente, le condizioni del re di Sardegna.

Questo trattato conteneva una condizione principalissima e di tutto momento pel re, e quest'era la guarentigia degli Stati contro i nemici sì esterni che interni, gli uni agli altri pericolosi, i primi per la forza, i secondi per quella sequela delle cose milanesi e genovesi. Restava che i consigli di Francia ratificassero il trattato, perchè già il direttorio l'aveva approvato. Qui sorsero parecchie cagioni d'indugio, prima da parte del governo regio, che desiderava che la ratificazione fosse susseguente alla pace con Roma, e che il suo ministro a Vienna ne fosse uscito e condotto in salvo; poi per parte della Francia, perchè a questo tempo stesso erano stati fermati i preliminari di Leoben; e siccome la principal condizione dell'alleanza consisteva nel far guerra di concerto contro l'Austria, pareva che il ratificare ed il pubblicare il trattato potesse sturbare le pratiche di fresco aperte con l'imperadore. Ma il re, sentiti i preliminari di Leoben,insisteva ostinatissimamente per la ratificazione, perchè aveva timore delle turbazioni interne, e sospettava, giacchè lo imperadore era sceso agli accordi, che il direttorio si ritirasse da lui e si stipulassero ne' sorti negoziati cose contrarie ai suoi interessi. Temeva di restar solo esposto ai risentimenti dell'Austria, tanto più formidabili, quanto egli con maggior sincerità e calore si era gettato dalla parte franzese. Per questo Balbo usava ogni opera a Parigi, e con ragioni forti e con mezzi più forti ancora che le ragioni, acciocchè il trattato si appresentasse per la ratificazione dal direttorio ai consigli. Secondava Buonaparte con le lettere i tentativi del conte.

Alle cose dette da Buonaparte, rispondeva dal canto suo Carlo Maurizio di Talleyrand, non volere il direttorio ratificare il trattato conchiuso col re di Sardegna, per molte ragioni che venia specificando. Ma o che Balbo avesse trovato modo di ammollire queste durezze, forse mostrate appunto perch'ei trovasse modo di ammollire, o che le cose di guerra pressassero, e prevedesse il direttorio una nuova rottura coll'Austria, il trattato d'alleanza con Sardegna era mandato dal direttorio ai consigli, e questi il ratificarono.

Mentre così il governo repubblicano di Francia studiava modo di usare le forze del re di Sardegna durante la guerra e di distruggerlo durante la pace, i semi venuti di Francia e pullulati con tanto vigore in Milano ed in Genova, incominciavano a partorire i frutti loro in Piemonte. Principiavasi dalle congiure segrete, procedevasi alle ribellioni aperte. Davano incentivo a queste mosse, oltre le opinioni de' tempi, le condizioni infelici di quel paese; imposizioni gravissime, quantità esorbitante di carta monetata che scapitava del cinquanta per cento, moneta erosomista anch'essa in copia eccessiva e disavanzante del dieci per cento; a questo i gravami de' soldati repubblicani, o di stanza nel paese, o di passo, le levedi genti, sì pei regolari che per le milizie, molto onerose, l'orgoglioso procedere de' nobili, certamente intempestivo, stantechè da esso principalmente nasceva la mala contentezza de' popoli e contro di loro specialmente si dirizzavano le opinioni. A tutto questo non portava rimedio nè la natura temperata del re, nè la santità della regina, nè i consigli prudenti de' ministri. Era la quiete di Torino raccomandata al conte di Castellengo, uomo tanto deforme di corpo quanto svegliato d'animo. Della nobiltà non si curava, de' re poco, della libertà si rideva, della non libertà parimenti, i patriotti perseguitava piuttosto per vanagloria dell'arte che per opinione. Un Bonino, cameriere del marchese di Cravanzana, ed un Pafio, materassaio, furono sostenuti come di aver voluto assaltare a mano armata il re sulla strada per alla Veneria a fine di fare una rivoluzione. Credevano trovar molta gente; non trovarono nissuno. Intanto l'astio delle due parti vieppiù s'inacerbiva. Insolentivano i soldati regi a Novara con lacerar di forza certe nappe d'oro che i giovani Novaresi portavano sui cappelli: fuvvi qualche tumulto e qualche ferita. Tumultuava il popolo a Fossano, pretendendo il caro de' viveri, faceva oltraggio alle case del conte di San Paolo, uomo dotto e buono, ma lo chiamavano usuraio: poi i sollevati prendevano certi cannoni; il che non era più tumulto per le vettovaglie, ma ribellione: a Torino s'incominciava a gridar il nome di libertà, preso principio dalla bottega d'un panattiere che non voleva vender pane. Questi erano cattivi segni d'un peggior avvenire; ed appunto in Genova era nata la rivoluzione. Accresceva il terrore ed il livore un caso molto lagrimevole: che un medico Boyer con un compagno Berteux si arrestavano come rei di congiure. Era Boyer giovane virtuoso e di famiglia ornata ancor essa di tutte le virtù che possano capire in mortali uomini. Amici e nemici piangevano le suedisgrazie: tanto amore lasciava nell'estremo supplizio.

I tumulti intanto si dilatavano. Già Racconigi, Carignano, Chiari e Moretta, terre vicine a Torino, contro il dominio regio si muovevano. In Asti soprattutto succedeva un fatto terribile, perchè fatti prigioni i mille cinquecento soldati regi che vi stanziavano, insignorivansi intieramente non solo della città, ma ancora del castello. Molti altri luoghi vi aderivano. Al tempo medesimo nella già tentata Novara prevalevano i regi, ma più per insidia che per onorevole vittoria. Poi i soldati correndo alla scapestrata, incominciavano a mettere a sacco le case di coloro che erano in voce di desiderar le novità; poi saccheggiavano le case degli aristocrati, e stava per poco che la città non andasse tutta a ruba.

Così con varia fortuna ardeva la guerra civile in Piemonte, accesa dal popolo pel timore delle vettovaglie, dai novatori per amore di libertà o per odio dei nobili, dai nobili per fede verso il re o per odio ai novatori. Si trepidava in ogni luogo, perchè in ogni luogo si faceva sangue o si temeva che si facesse. Già si sospettava di Torino; ma otto mila fanti e due mila cavalli, chiamati in fretta per sussidio della regia sede e posti a campo sullo spaldo della cittadella minacciosamente, erano mantenitori di quiete. Ed ecco sulle porte stesse della città regia udirsi un rumor confuso d'armi e d'armati: erano i Moncalieresi, che levatisi a rumore e sovvertita in Moncalieri l'autorità regia, già si mostravano sulle rive del Sangone con animo d'andar più oltre a tentar Torino. Sogliono i popoli sollevati nei primi impeti loro, prima che i tristi abbiano fatto i lor maneggi per tirare le cose a sè, ricorrere e far capo a personaggi autorevoli per dottrina e per virtù. Viveva a questi tempi in Moncalieri un uomo dottissimo e tanto buono quanto dotto, Carlo Tenivelli, autore elegante di storie piemontesi. Questi, alieno dalle opinioni dei tempi, avverso per naturaa quanto venia di fuori, ed oltre a ciò di costume molto indolente e non curante, non avendo attività alcuna se non per iscrivere istorie, non aveva a niun modo mente a muover cose nuove, e molto meno quelle che si assomigliassero alle franzesi. Devoto alle casa di Savoia, dedito, anche con singolare compiacenza, ai nobili, non era uomo, non che a fare, sognar rivoluzioni. Suonavano l'armi e le grida tutto all'intorno, e dentro della mossa Moncalieri, che Tenivelli non se ne addava, tutto con la mente immerso nelle solite lucubrazioni. Ma i sollevati lo andavano a levare di casa e per forza il portavano in piazza, senza che egli ancora si avvedesse che cosa volesse significare tanta novità. Insomma condottolo sulla piazza e fattolo montar sulle panche, gli dicevano: «Fa, Tenivelli, un discorso in lode del popolo,» ed egli, che eloquentissimo era, faceva un discorso in lode del popolo: poi gli dicevano: «Tenivelli, tassa le grasce che son troppo care,» ed ei tassava le grasce con tanta bontà, con tanta innocenza, che vien le lagrime in pensando al fine che il fato gli apprestava. Tassate le grasce ed usatosene anche copiosamente dai sollevati, s'incamminavano, come dicemmo, verso il Sangone per alla volta di Torino.

In sì pericoloso frangente, in cui quasi tutto il Piemonte romoreggiava per la guerra civile e che il suono dell'armi contrarie si udiva perfin dalle mura della real Torino, il governo non si perdeva d'animo. Il giorno stesso in cui Moncalieri si muoveva contro Torino, creava il re, con un'apposita legge, giunte militari, le quali con l'assistenza dei giudici ordinarii sommariamente e militarmente giudicassero i ribelli. Poi premendo che si mettesse tosto il piede su quelle prime faville di Moncalieri, il che era più facile e più pronto per la vicinanza e pel gagliardo presidio che alloggiava nella capitale, ordinava ai soldati andassero contro i ribelli e li vincessero. Non poterono i sollevati sostenere l'impeto delle compagnieregie ed in poco d'ora si disperdettero; tornava Moncalieri sotto la consueta divozione.

Il buon Tenivelli, non solo non pensando, ma nemmeno sospettando che quel che aveva fatto fosse male, non che delitto, se ne veniva quietamente a Torino, e quivi tornava sui soliti studi, come se gli accidenti di Moncalieri fossero cose dell'altro mondo o di un altro secolo. Ma gli amici gli dicevano: «Tenivelli, che hai fatto? o fuggi o ti nascondi, se no tu sei morto.» Non la sapeva capire: tornava nella solita astrazione. In fine il nascondevano in casa di un soldato urbano, che faceva professione di libertà: il soldato, per prezzo di trecento lire, il tradiva. Fu arrestato, condotto a Moncalieri e condannato a morire dalla giunta militare. Lettagli la sentenza, non cambiava nè viso nè parole. Condotto sulla piazza di Moncalieri, gli fu rotto l'intemerato petto dalle palle soldatesche.

Continuavano intanto nelle città sommosse gl'insulti al governo regio. Il re, per rimediare ad un male tanto pericoloso e per temperare un furore che ogni ora più andava crescendo, comandava, volendo dar adito al pentimento e forza contro i renitenti, che si perdonassero le offese a chi ritornasse alla quiete ed alla fedeltà, e che i sudditi si armassero contro i ribelli. Riusciva questo rimedio utile per l'effetto, feroce per l'esecuzione. Sanguinosa era per ogni parte la terra del Piemonte. Siccome poi per pretesto principale di tanti movimenti sfrenati si allegava la carestia dei viveri, ed anche era andata la stagione molto sinistra pel grano e per le biade, si facevano provvisioni sull'annona, e, fra le altre, che nissuno potesse negar grano o qualunque biada al pubblico, ove la volesse comprare al prezzo comune.

Oltre la scarsezza, principal cagione del caro che si pruovava, era il disavanzo dei biglietti di credito verso le finanze e della cartamoneta, e così ancora quello della moneta erosa ed erosomista, gli unie le altre cresciute in quantità soprabbondante, vera peste del Piemonte. Si sforzava il governo, premendo i tempi, a rimediare ad un pregiudizio sì grave con obbligare infino alla somma di cento milioni ai possessori dei biglietti i beni degli ordini di Malta, di San Maurizio e Lazzaro, e quei del clero sì secolare che regolare, eccettuati i benefizi vescovili e parrocchiali. Nè questo bastando a tanta pernicie, diminuiva poco dopo il valore della moneta erosa ed erosomista e al tempo medesimo creava, con autorità del papa, una tassa di cinquanta milioni sul clero; ed altre cose ancora ordinava a queste consonanti. Miravano cotali provvedimenti alle rendite dello Stato ed al far tollerabile il vitto del popolo: altri se ne facevano per mansuefar le opinioni, buoni in sè perchè giusti, ma insufficienti perchè i novatori a niuna cosa che venisse dal re, volevano star contenti.

Con tali consigli sperava di poter fare appoggio allo Stato che pericolava. Ma due rimedii assai più efficaci di questi gli apprestava il cielo che voleva che la monarchia piemontese non cadesse se non dopo che avesse provato tutte le amarezze di una lunga e penosa agonia. Fu il primo l'aiuto dai propri soldati, l'altro l'amicizia di Buonaparte. Le truppe regie virilmente combattendo e condotte dal conte Frinco, ricuperavano Asti. Già Biella, Alba, Mondovì, Fossano e Racconigi nell'antica obbedienza rimettevano: già Carignano, Moretta ed altri luoghi vicini a Torino ritornavano per forza al consueto dominio, e, già non si aveva più timore che le valli di Pinerolo abitate dai Valdesi, sulle quali non si stava senza qualche sospetto, tumultuassero; solo alcune teste di novatori più ostinati o più coraggiosi facevano qua e là qualche resistenza. Ma toglievano loro intieramente l'animo le lettere di Buonaparte scritte al marchese di San Marsano mandato a Milano ad implorare aiuto alle cose pericolanti, e che a considerato fine furono pubblicate dal governo regio. Il generalissimoscriveva di essere parato a fare quanto sapesse il re, desiderare per assicurarne la quiete, e lo avvertiva che già aveva fatto arrestare quel Ranza, promovitore di scandali in Piemonte co' suoi scritti.

Le lettere di Buonaparte partorirono l'effetto che se ne aspettava. I novatori, già rotti dai soldati regi ed ora caduti dalle speranze degli aiuti di Francia, posarono interamente. Domati i democrati, si faceva passo dalle battaglie ai suplizii: erano giusti, perchè contro i ribelli, ma sì frequenti che pareano piuttosto vendetta che giustizia. Di quattordici si prendeva l'estremo supplizio a Biella; di più di trenta in Asti; nè Moncalieri stava senza sangue, oltre quel di Tenivelli. Vidersi più di dieci giustiziati a Racconigi; poi si soprastava per intercessione del principe di Carignano, dolente di veder quella sua terra piena di sangue. Notossi fra i giustiziati un giovine Goveano, di natali onesti ed apparentato con famiglie di buona condizione. A questo tratto fu molto biasimato, anzi lacerato il governo, come di una cosa enorme, e questa fu che il re, avendo ordinato che si perdonassero ed in dimenticanza si mandassero i fatti di Racconigi, fu il supplizio susseguente al perdono. A Chiari le palle soldatesche ammazzarono venti persone in un giorno. Tanti supplizii frenavano pel presente, preparavano rivoluzioni per l'avvenire; avrebbero raffermo uno Stato intatto, indebolivano uno Stato scosso, insidiato e circondato da ogni parte da esempi pestiferi.

La moltiplicità dei supplizii non isvoglieva gli animi dall'infelice Boyer, perchè chiaro per la santità dei costumi, chiaro per le dipendenze della famiglia, faceva tutta la generazione intenta a lui. Una giunta mezzana tra militare e civile il processava. S'offerivano testimonii pronti al carcere per le difese. Non furono ammessi, perchè si sospettava che amassero meglio servire alle amicizie ed alle opinioni che alla verità. Pure quelloaver negato le difese parve cosa incomportabile. Castellango fra i giudici, Priocca fra i ministri, opinavano per la mansuetudine, il primo perchè gli pareva che il sangue di quel giovane non importasse, il secondo per questo stesso ed anche per compassione. Fu Boyer col suo compagno Berteux sentenziato a morte, e ambedue giustiziati sugli spaldi della cittadella. La morte sua contristava tutta la città e la rendeva attonita e paventosa lungo tempo.

Buonaparte vincitore desiderava che un testimonio solenne si fondasse in Italia, il quale, oltre gli scritti, che morti sono, tramandasse ai posteri la memoria viva de' suoi illustri fatti e del suo valore. Questo era, come si è narrato, uno Stato nuovo, che fosse a lui obbligato della sua origine e della sua conservazione. Oltre a ciò, non essendo ancora le cose della pace del tutto ferme, poichè ad ogni momento si poteva prorompere nuovamente all'armi, voleva che sorgesse in mezzo alle monarchie d'Italia e contro l'imperatore medesimo una repubblica che, fondata sui principii nuovi, desse loro cagione continua d'inquietudine. Parevagli ancora che la fondazione della nuova repubblica avesse nella opinione dei popoli a compensare la distruzione di una vecchia, e che la Cisalpina potesse in lui cancellare il biasimo incorso per la Veneziana. Forse in questo, come alcuni pensarono, oltre la gloria e le minacce, covava un pensiero più recondito nel caso in cui, per opera o di altrui o sua, venisse a mutarsi la forma del governo in Francia, riducendosi di nuovo all'antica, cioè alla monarchia; poichè quel nuovo Stato italiano avrebbe potuto divenire per esso lui o asilo o ricompensa.

Per le quali cose, come prima ebbe fermato i patti di Leoben e dato ordine a quanto più pressava nel suo esercito, se n'era tornato a Montebello, donde poteva e svegliar le pratiche della pace e dar moto alle faccende cisalpine. Continuavanonella Cisalpina le provocazioni di moti incomposti nei paesi circonvicini, le quali erano o palesi nei giornali, nei ritrovi politici, nelle condotte ai soldi cisalpini di soldati piemontesi, austriaci, polacchi, papali e napolitani, che nelle legioni lombarda e polacca si descrivevano, o segrete per gli uomini mandati a posta, per lettere, per arti di ogni sorta, in cui vivamente si travagliavano i fuorusciti di ogni contrada d'Italia, massimamente i Piemontesi ed i Napolitani, i primi pericolosi, per la natura tenace, i secondi pericolosi per la natura loquace. Le cose che si scrivevano a quei tempi in Milano contro il re e contro il papa, sarebbe lunga faccenda raccontare. Erano esorbitanze pazze e stravaganti, l'esagerazione stessa serviva di rimedio. Ma era in Milano un motivo assai più efficace, e quest'era un ritrovo pubblico, che chiamavano società di pubblica instruzione, dove con appositi discorsi, si ammaestravano i popoli, che concorrevano ad ascoltare, nelle nuove dottrine, e donde scritti innumerevoli partivano al medesimo fine e nella Cisalpina largamente si diffondevano. Apparivano e risplendevano molto principalmente in questo ritrovo politico uomini dotti e leali operatori per fin di bene, ma servi ancor essi delle illusioni dei tempi. In un discorso, e basti dir di questo, di un giovane dotto, che aveva l'animo buono e come buono non sospettava in altrui quel male che non aveva in sè, esposti prima con molto acume i modi con cui gli uomini s'aggregavano primitivamente in società, favellava egli la domenica dei 7 maggio, paragonando le antiche epoche colla presente, descrivendo la libertà siciliana data da Timoleonte ed esortando gl'Italiani a vivere lontani dall'ozio e dalle discordie, con queste voci la sua orazione terminava: «Conosci, o popolo, la tua forza; la lega che dagl'Italiani si organizzò contro Brenno e contro il Barbarossa, te ne darà l'idea vantaggiosa. Vivi alla libertà, a quella libertà che, abbandonate le amene sponde delCeso e del Peneo e fermatasi per qualche secolo sulle mal sicure rive del Tebro, dopo essere stata sì lungamente ne' boschi, e ne' deserti nascosta, comparve di nuovo per grandeggiar sulla Senna e per brillar con successo intorno al Po, da dove tutto scorrerà un giorno il bel paese,che Apennin parte e 'l mar circonda e l'Alpe.»

Quali effetti partorissero questi incentivi in Piemonte e nel Genovesato, si è già raccontato. Il ducato di Parma, a grave stento si manteneva per la protezione di Spagna, alla quale per allora la Francia non voleva pregiudicare. Continuava la Toscana nel suo tranquillo stato, sebbene la presenza dei soldati repubblicani, la pressa insolita per le contribuzioni, e le arti cisalpine vi avessero prodotto qualche impressione. Lucca, corrotti con denari e fattisi benevoli alcuni agenti repubblicani dei primi, si manteneva negli ordini antichi, non senza grandissime querele dei patriotti cisalpini che quella aristocrazia ardentemente detestavano. Del resto si contaminava Roma stessa, dove si scoversero congiure per cambiar lo Stato, ed in cui si mescolarono Franzesi ed Italiani, nobili e plebei, cristiani ed ebrei. Condotti dall'occupamento del secolo, avevano parlato molte cose e nessuna operato, per modo che Giuseppe Buonaparte, che a quei tempi sedeva in Roma, gli ebbe a chiamare Bruti in pensiero, femminelle in atto. Certo non avevano nè seguito sufficiente, nè mezzo di esecuzione. Nondimeno il pontificio governo se ne sbigottiva e gli animi si sollevavano. A Napoli covavano crudi fatti sotto velame quieto; oltre a ciò mandavansi truppe di soldati verso le frontiere romane: il governo macchinava ingrandimento; e voleva per sè e domandava con molta istanza ai Franzesi Fermo ed Ancona in Italia, Corfù, Cefalonia e Zante nella Grecia. Le quali richieste erano non senza riso udite dal direttorio e da Buonaparte, più inchinati a sovvertire gli Stati deboli che ad ingrandirli. Nella Valtellina, provinciasuddita ai Grigioni, nascevano più che parole o congiure o desiderii; i popoli vi tumultuavano a mano armata, protestando voler essere uniti alla Cisalpina. Fuvvi qualche sangue: poi dai Grigioni e dai Valtellini fu fatto compromesso nella repubblica Franzese. Pronunziò Buonaparte il lodo, stante che non erano comparsi a dir le loro ragioni i legati dei Grigioni che avessero i popoli della Valtellina a divenir parte della cisalpina. Per tale sentenza Chiavenna, Sondrio, Morbegno, Tirano e Bormio, terre principali di quella valle con tutti i distretti, sottratte dalla divozione di gente tedesca si congiungevano con gente italiana. Così dalla parte d'Italia si apriva ai repubblicani la strada nelle sedi più recondite delle nazioni elvetiche, grande aiuto ai disegni che si avevano.

Buonaparte intanto, al quale piacevano le dicerie dei patriotti per sommuovere gli Stati altrui, ma non erano ugualmente a grado per fondare un suo governo, perchè sapeva che con modi di simil forma non si reggono i popoli, aveva applicato l'animo ad ordinare la Cisalpina con una costituzione regolare. Erasi fino allora retta la Lombardia col freno d'una amministrazione generale, potestà non solo serva del generalissimo, ma ancora di qualunque più sottoposto commissario o comandante, ed il raccontare tutte le sue condiscendenze sarebbe lunga bisogna. Non era padrona dei tempi, ma i tempi la dominavano. Quello non era governo nè civile, nè libero, nè comune; ma bensì un reggimento incomposto, difforme ed a volontà di forastieri; perciò era veduto non senza disprezzo e indegnazione dei popoli.


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