Chapter 64

Mentre nel raccontato modo si combatteva fra le due schiere superiori, Melas, che, sebbene fosse già molto innanzi cogli anni, era nondimeno uomo di gran cuore, assaltava col fiore de' suoi granatieri la testa di ponte sul canale Ritorto, e, ad onta che ne fosse parecchie volte ributtato, superava tutti gl'impedimenti e si rendeva padrone del passo. Istessamente fece del ponte sull'Adda, testa molto fortificata, dove i soldati freschi dei confederati, spingendosi avanti sui cadaveri dei loro compagni, che quasi pareggiavano il parapetto, con le baionette in canna superarono il passo, e fecero strage del nemico. Moreau, che in questa orribile mischia si era mescolato coi combattenti, comandava a' suoi, che, abbandonato e rotto il ponte, si ritirassero. Ristorava prestamente Melas il ponte, ed una nuova ed ugualmente aspra battaglia ingaggiava coi repubblicani, che, animati dalla presenza e dai conforti del loro generalissimo, virilmente si difendevano. Ma già tutte le schiere superiori erano o separate o volte in fuga, e già, oltre la schiera di Melas, una novella squadra urtava i Franzesi per fianco; già Moreau medesimo era in pericolo d'esser preso dai vincitori, che il cingevano d'ogni intorno.Pure, pel disperato valore de' suoi soldati, che amavano meglio perdere la vita che il loro capitano, Moreau si riscattava da quel duro passo, e, perduta intieramente la battaglia, e lasciato Milano sicura preda ai confederati, gli parve di condurre a presti passi l'esercito sulla destra sponda del Ticino. Melas e Suwarow si ricongiunsero a Gorgonzola. Così si vede che nissuna speranza di salute restava a Serrurier. Fu assaltato dai due corpi uniti di Rosemberg e di Wukassowich. Si difendeva con un valore degno di lui e de' suoi soldati; e, sebbene il combattimento fosse tanto disuguale pel numero, tanto fece che si condusse intero a Verderia, e quindi, affortificatosi con molta prestezza ed arte, attendeva a difendersi. Ma essendosi finalmente accorto dal continuo ingrossar del nemico dell'infelice successo della battaglia sulle altre parti, e tempestando da tutte le bande le artiglierie nemiche sopra uno spazio assai ristretto, chiese i patti e li conseguì molto onorevoli.La vittoria di Cassano, che compiva quelle di Verona e di Magnano, e faceva tanto crescere il nome imperiale in Italia, recò in poter degli alleati tutta la Lombardia ed il Piemonte.Le genti russe, più affaticate delle austriache per lungo viaggio, si riposarono dopo la battaglia. Fu commessa la cura a Melas di condurre quelle dell'imperatore Francesco in Milano, già vinto prima che occupato. Importava altresì che un paese austriaco fosse dagli Austriaci ritornato alla consueta obbedienza. Vivevasi in Milano con grandissima sospensione d'animi, perchè i reggitori della repubblica, con tutti gli addetti ed aderenti loro, non avevano altra speranza in tanta mutazione di fortuna, che quella di salvarsi esulando in Francia. I partigiani del governo antico sollevavano gli animi a grandi speranze, e si promettevano nella depressione altrui l'esaltazione propria. Ognuno pensava od a fuggire la tempesta che sovrastava, od a farla fruttificarein suo pro. Sapevano i capi della repubblica quale ruina sovrastasse, ma le cattive novelle si celavano al volgo, ed inorpellate cose dicevano, ora di vittorie franzesi, ora di alloggiamenti insuperabili da loro fatti, ora di fiumi impossibili a varcarsi, ora di mosse maestrevoli e sicure eseguite dai repubblicani, ora di una apprestata per arte e prossima ruina di tutte le genti imperiali: questa fama nutricavano diligentemente e con ogni studio. Con questo falso corrompevano il vero; i popoli si confondevano. In su questo, ecco arrivare a porta Orientale dalla parte di Cassano soldati repubblicani alla sbandata, carri di feriti, fastelli di munizioni e di bagaglie, armi sanguinose, ogni cosa retrograda. Principiava il popolo a fare discorsi ed adunanze: la sera cresceva il terrore degli uni, l'ansietà degli altri. Partivano, scortati da qualche squadra di cavalleria, alla volta di Torino i direttori della repubblica Marescalchi, Sopransi, Vertemati-Franchi, e con loro quasi tutti coloro che, o nei gradi fossero o no, avevano maggiormente partecipato del governo repubblicano. Portò il direttorio con sè denaro del pubblico, di cui una parte mandava a Novara; venne poco dopo in potere degli alleati.Arrivava il vincitore Melas il dì 28 aprile in cospetto della città. Gli andavano incontro sino a Cresenzano l'arcivescovo ed i municipali. Poco dopo entrava trionfando, accorrendo il popolo in folla, e con lietissime grida salutandolo. Cresceva ad ogni momento la calca; pareva che tutta la città si versasse a vedere ed a salutare le insegne dell'antico signore. La sera si accesero i lumi alle case, si fecero cantate, balli, fuochi d'allegrezza. La bontà del popolo milanese risplendette in questo importante fatto: non fece ingiuria nè minaccia ad alcuno. Ma quando arrivò la gente del contado, s'incominciarono le persecuzioni contro i giacobini, o veri o supposti, e andò a sacco il palazzo del duca Serbelloni. Per frenaril furore di questi uomini facinorosi in paese tanto reputato per dolcezza degli abitatori, l'amministrazione temporanea, che si era creata, esortava il popolo ad astenersi da ogni ingiuria, ed a non contaminare con insolenze e persecuzioni la allegrezza comune. Avvisava inoltre che chi non obbedisse sarebbe gastigato. Volendo Melas ed il commissario imperiale Castelli dare maggior nervo a queste esortazioni, avvertivano che al governo solo si apparteneva la punizione de' rei, e che chi s'arrogasse vendette private o turbasse il pubblico sarebbe senza remissione punito militarmente. A questo modo si frenarono in Milano le intemperanze popolari. Arrivava intanto Suwarow; il riguardavano come un nuovo uomo: disse all'arcivescovo essere venuto a rimettere la religione in fiore, il papa in seggio, i sovrani in onore. Soggiunse ai municipali venuti a fargli riverenza, che li vedeva volentieri; che solo desiderava che come suonavano le parole loro, così avessero i sentimenti.Restavano a compirsi da Suwarow due imprese, secondo che il consigliasse il procedere dell'avversario; o di premere a destra per disgiungere i Franzesi di Italia da quei della Svizzera, o d'incalzare sulla stanca, passando il Po per impedire la congiunzione di Macdonald con Moreau. Dal canto suo Moreau, essendo ridotto il suo esercito a quindici mila combattenti, stava in dubbio a quale parte gli convenisse condursi; perchè o doveva egli pensare a tenersi accosto alle Alpi per consentire con Massena che continuava a combattere aspramente in Isvizzera, o al piegarsi sulla destra del Po per dar la mano a Macdonald. Elesse questo secondo partito. Conduceva dunque lo esercito nei contorni d'Alessandria, alloggiandolo in un sito molto forte. Per tal modo non abbandonava del tutto le pianure, e si teneva la strada aperta verso gli Apennini. Per la qual deliberazione del capitano di Francia fu necessitato Suwarow a fermare la guerratra la destra del Po e la catena di questi monti.Venute in mano degli alleati Peschiera, Pizzighettone ed il castello di Milano, rimanevano in favor dei Franzesi Mantova, intorno alla quale, siccome piazza di maggiore importanza, Kray si affaticava, e con Mantova tutte le fortezze del Piemonte. Ingrossati gli alleati dai corpi che avevano oppugnate le fortezze conquistate, e fatti animosi delle sollevazioni dei popoli in loro favore, si accostavano a Moreau coll'intento di cacciarlo per forza da quel forte nido in cui si era ricoverato. Passarono i confederati, massimamente Russi, il dì 11 maggio, il Po a Bassignana; ma tentata invano con dimostrazioni parziali e con romoreggiare all'intorno l'ala sinistra di Moreau, avvisarono di far pruova se, minacciando sulla destra, il potessero sforzare alla ritirata. S'ingaggiava una battaglia molto viva, dopo cui tornando intero e minaccioso Moreau nel suo sicuro alloggiamento, dimostrava ch'era ancor vivo, e che gl'infortunii presenti non gli avevano tolto nè la mente nè la fortezza d'animo.Oramai la guerra che gli romoreggiava tutto all'intorno lo sforzava a far nuove deliberazioni. I popoli si erano levati a calca contro i repubblicani: commettevansi crudeltà, saccheggi, uccisioni. Le terre astigiane grondavano sangue, quasi in sul cospetto di Moreau. Pensava egli alla salute de' suoi: vedendo piena troppo grossa, e che non era più tempo di aspettar tempo, passando per Asti, Cherasco e Fossano, e lasciate ben guardate Alessandria e Tortona, andava a porsi alle stanze di Cuneo, per avere le strade libere verso Francia pel colle di Tenda o per la valle d'Argentera. Da Cuneo il generale della repubblica, lasciatovi un forte presidio, si conduceva, essendo oggimai stremo di gente, sul destro dorso degli ApenniniPartiti i Franzesi, ciò fu cagione che l'amministrazione del Piemonte creata da Moreau, passando per Torino, andassea far capo in Pinerolo, perchè le valli dei Valdesi, vicine a questa città, ed abitate da popoli quieti e nemici di ogni scandalo, davano un adito sicuro a ripararsi in Francia. Per la partenza medesima dei soldati di Francia si moltiplicavano a dismisura in Piemonte le sommosse popolari. La rabbia politica, il zelo, come pretendevano, della religione, spesso ancora l'amore del sacco e gli odii privati producevano questi effetti, cui venne ad accrescere un manifesto mandato da Suwarow ai Piemontesi dalle sue stanze di Voghera, incitandogli alle armi. Atroci falli seguitavano le parole.Frattanto Suwarow intendeva l'animo all'acquisto di Torino, perchè, essendo città capitale, si stimava che la possessione di lei, facendo risorgere l'immagine del regno, inviterebbe i popoli a tornare all'antica obbedienza. Oltre a questo, importavano agli alleati il suo sito, molto accomodato alla guerra, e la copia delle artiglierie e delle munizioni che vi si trovava ammassata. Non aveva potuto Moreau, per la debolezza delle genti che gli restavano, lasciar in Torino un presidio sufficiente, e, dalla guarnigione della città in fuori, non vi era forza che potesse preservar la città, quantunque fosse cinta di mura forti ed ordinate secondo l'arte a difesa. Arrivava Wukassovich con genti regolari e turbe paesane; faceva la chiamata. Rispondeva Fiorella volersi difendere. Principiava dai monte dei Cappuccini e dar la batteria; e non facendo frutto con le palle, provò le bombe. S'accesero alcune case vicine alla porta di Po. In questo punto la guardia urbana apriva la porta. Entrarono a furia i soldati corridori di Wukassovich: gli accompagnavano, cosa di grandissimo spavento, le turbe infami di Branda-Lucioni, famoso capo di briganti. Salvaronsi frettolosamente in cittadella i pochi soldati repubblicani che alloggiavano in città, dei quali alcuni furono presi, altri uccisi. Già Torino non era più in potere di Francia, ma non era ancora in poter d'Austriadel tutto, perchè su quel primo giungere le truppe contadinesche dominavano, uccidevano, davano il sacco; ed insomma la città piena di spavento aspettava qualche gran ruina, e, se i confederati non fossero stati presti ad accorrere ed a frenare questi uomini furibondi, sarebbero forse avvenuti mali peggiori di quelli che si temevano.Quando i tumulti che avevano conquassato il Piemonte alcun poco restarono, entrava, a guisa di trionfatore, il generalissimo Suwarow. Andava in sul giungere nella chiesa metropolitana di San Giovanni per ringraziare Iddio dell'acquistata vittoria. Intanto Fiorella, che governava la cittadella, traeva con le artiglierie; i confederati traevano contro di lui; era vicino un altro sterminio. Infine le due parti convennero, perchè altrimenti la sede del re ne andava in subbisso, che i confederati non assalterebbero la cittadella dalla parte della città, ed i Franzesi non infesterebbero la città dalla cittadella. Era Suwarow continuamente veduto e corteggiato dai nobili; i più savii consigliavano la moderazione, gli altri il rigore.Il Russo, quantunque fosse di natura molto risentita, ed anzi acerba, massime in queste faccende di Stato, più volentieri udiva i primi che i secondi, perchè giudicava secondo la ragione, non secondo la parzialità del luogo o i desiderii di vendetta. Chiamava a sè il marchese Thaon di Sant'Andrea, e gli dava carico di riordinare i reggimenti del re; ed il marchese pubblicava un suo manifesto, e alle sue parole senza tardità i soldati si raccoglievano. Poi Suwarow, consigliandosi col marchese medesimo e con gli altri capi del governo regio, creava, per dar forma alle cose sconvolte, un governo interinale sotto nome di consiglio supremo, insino al ritorno del re.Vedeva il consiglio che per confermare lo Stato del re, principalmente nella capitale, si rendeva necessario l'espugnare la cittadella; perchè non solamenteella era di sicurtà grande al Piemonte, ma non si giudicava nemmeno onorevole l'avere quel morso in bocca nella sede stessa della potestà suprema: laonde, acciocchè la faccenda camminasse con maggior diligenza, si offerse a far le spese dell'oppugnazione. Il dì 13 giugno principiarono i confederati a lavorare al fosso ed alla trincea della prima circonvallazione. Non mancarono gli assediati a sè medesimi nel volere impedire colle artigliere che i nemici tirassero a perfezione la trincea. Ma questi con le solite arti affaticandosi, ed aiutati con molto fervore dai contadini, che niuna fatica o pericolo ricusavano, apprestarono le batterie, e la mattina del 18 diedero mano a bersagliare la fortezza. Prodotti gravissimi danni, faceva Keim, che da Suwarow aveva avuto carico di questa oppugnazione, la intimata alla piazza. Fiorella rispondeva, volersi tuttavia difendere. Il bersaglio ricominciava più forte che per lo innanzi, e continuava sino al mezzodì del 19. La caserma, i magazzini, la casa stessa del governator Fiorella ardevano, una conserva di polvere aveva fatto scoppio; le casematte, per esservi trapelata molta acqua, non offerivano rifugio. Morti erano la maggior parte dei cannonieri; le batterie scavalcate, i parapetti distrutti; la piazza ridotta senza difese d'artiglieria. Già la seconda circonvallazione si cavava a gittata di pistola dalla strada scoperta, e gli oppugnatori la continuavano con la zappa per modo che già erano vicini a sboccare nel fosso.Il perseverare nella difesa sarebbe stato piuttosto temerità che valore; perciò Fiorella trattò della resa. Si fermarono, il dì 20, i capitoli, pei quali si pattuì che il presidio uscisse con gli onori di guerra; che deponesse le armi; che avesse libero ritorno in Francia coi cavalli e colle bagaglie; che desse fede di non servire contro i confederati sino agli scambi; Fiorella e gli altri ufficiali maggiori fossero, come prigionieri di guerra fino agli scambi, condotti in Germania. Uscirono i vintiin numero di circa tre mila; entrarono i vincitori il dì 22. Ottenuta la cittadella, se ne giva Keim ad ingrossare sulle sponde della Bormida Suwarow, al quale la fortuna stava preparando nuove fatiche e nuovi trionfi. Fecersi in Torino molti rallegramenti civili, militari e religiosi per la riacquistata cittadella. Ne pigliarono i regi felici augurii. Mandava Suwarow pregando il re, acciocchè se ne tornasse nel regno ricuperato. Ma l'Austria, che aveva altri pensieri, attraversava questo disegno.La guerra, che insanguinava le terre italiche, non risparmiava le greche. Ma noi non potremo dilungarci dalle cose nostre per narrare come le isole del mare Ionio ed altre terre circostanti, tolte sotto specie di amicizia dai repubblicani di Francia all'imperio dei Veneziani, venissero per forza d'armi sotto quello dei Turchi e dei Russi. Il termine fu, che dopo i fortunosi casi di questa guerra, piena di fatti altri alti e generosi, altri crudeli ed atroci, il consiglio generale di Corfù, convocato dai confederati, secondo gli ordini antichi, decretava che si ringraziasse santo Spiridione, e con annua processione si onorasse; si ringraziassero i comandanti russo e turco e l'ammiraglio d'Inghilterra Orazio Nelson; si ringraziassero Paolo I, Giorgio III, Selim III. Fu data la somma del governo non solo di Corfù, ma ancora di tutte le isole e territorii ionici, ad una delegazione di sei nobili. In tale forma si visse a Corfù finchè dai confederati fuvvi ordinato governo stabile di repubblicani sotto tutela della Porta Ottomana. A questo modo, per opera, prima dei Franzesi, poi dei confederati, fu alienato per sempre dall'imperio d'Italia all'imperio degli oltramontani o degli oltremarini il dominio del mare Ionio, che Venezia avea saputo conservare per tanti secoli contro tutte le forze dell'impero dei Turchi. Venuto Corfù in poter dei confederati, divenne ricovero sicuro a coloro, cui cacciava dall'Italia la presenza dei repubblicani.Vennervi le principesse esuli di Francia: vennervi i cardinali Braschi e Pignatelli, il principe Borghese, i marchesi Gabrielli e Massimi, il cavalier Ricci e molti altri personaggi. Le flotte russa e turca andarono ad altre fazioni nell'Adriatico e nel Mediterraneo, le quali siamo per vedere in progresso.Come prima ebbe Moreau il governo supremo dell'esercito italico, avea applicato i suoi pensieri a far venire sul campo delle nuove battaglie le genti che sotto l'impero di Macdonald custodivano il regno di Napoli. Per la qual cosa aveva speditamente mandato a Macdonald che partisse da Napoli con tutto l'esercito, solo lasciasse presidio nei castelli, nelle piazze più forti, e con esso lui venisse prestamente a congiungersi, determinando il luogo della congiunzione dei due eserciti nei contorni di Voghera. A questo fine, volendo dar mano più presto che fosse possibile alle genti vincitrici di Napoli, e considerato che Macdonald, per essere le strade del littorale della riviera di Levante troppo difficili e da non dar passo alle artiglierie, era necessitato a camminare fra l'Apennino e la sponda destra del Po; e temendo che fosse troppo debole a sostener l'impeto dei corpi sparsi dei confederati, che prevalevano di cavalleria nelle pianure di Bologna e di Modena, avea mandato Victor con la sua schiera ad incontrarlo sui confini della Toscana e del Genovesato. Partiva Macdonald, accompagnandolo Abrial, da Napoli, lasciati presidii franzesi, sebbene deboli, nei castelli di Napoli e nelle fortezze di Gaeta, di Capua e di Pescara. Grave e difficile carico gli era addossato, ma del pari glorioso, se il portasse a felice fine. Viaggiava con molto disfavore dei paesi per cui gli era necessità di passare, perchè le popolazioni sollevate a cose nuove, stavano in armi e pronte a contrastargli il passo. Tumultuava il regno sulle sponde del Garigliano, tumultava lo Stato romano, e da Roma in fuori non v'era luogo che fosse sicuro ai Franzesi. Tumultuavala Toscana molto furiosamente, già sì pacifica e dolce. Le strade, che davano il passo da una parte all'altra degli Apennini, specialmente Pontremoli, sito di non poca importanza, erano in possessione dei collegati. Nè egli aveva cavalleria bastante a spazzare i paesi, a procacciarsi le notizie, a far vittovaglie, a difendersi dagli assalti improvvisi. Nè è dubbio che l'impresa di Macdonald non fosse delle più malagevoli ed ardue che capitano di guerra sia stato mai obbligato di fornire.Si metteva in via, diviso il suo esercito in due parti. Marciava la destra guidata da Olivier accosto agli Apennini con l'intento di riuscire per la strada di San-Germano, Isola, Ferentino, Valmontone e Frascati, verso Roma. La sinistra, condotta da Macdonald, seguitava verso la capitale medesima dello Stato romano la strada più facile della marina. Erano con questa le più grosse artiglierie e le principali bagaglie. Fu la prima necessitata a combattere, non senza molto sangue, parecchie volte per condursi al suo destino. San-Germano si oppose con le armi; fu preso per forza e saccheggiato. Isola si persuase di poter arrestare con genti tumultuarie soldati regolari, agguerriti e bene armati: assaltarono i Franzesi, dopo di aver ricerco gl'Isolani del passo la terra: si difesero i terrazzani con tale ostinazione che un accanito combattimento durava già più di sei ore, e non se ne prevedeva il fine. All'ultimo, cacciati di casa in casa a viva forza, si ritirarono, lasciando la città in mano degli assalitori, i quali, sdegnati all'antica nimistà degl'Isolani, allo aver tratto al messo mandato avanti per trattare l'accordo del passo, e alla tanto ostinata resistenza, per cui non pochi dei loro erano stati morti, mandarono la terra a ruba ed a sangue. Quanti poterono aver nelle mani, tanti ammazzarono. Entrati nelle case, uccisi prima gli abitatori, facevano sacco. Poi si diedero in sul bere di quei vini generosi, per modo che il furore della presente ebbrezza, congiuntocol furore della precedente battaglia, li fece trascorrere in opere abbominevoli. Nè più davano retta ai loro ufficiali o generali, che li volevano frenare, che alla ragione od alla umanità. Sorse la notte; era una grande oscurità, pioveva a dirotto. Gl'infuriati repubblicani, dato mano alle facelle, incesero la città, che in poco d'ora fu da sè stessa tanto disforme che non era più che un ammasso spaventevole di sangue, di fango e di ruine.Passarono i Franzesi a Veroli senza difficoltà, passarono a Ferentino ed a Valmontone; finalmente congiuntisi entrarono il dì 16 maggio del presente anno 1799 nelle sicure stanze di Roma. Quivi Macdonald, dato animo con promesse e con discorsi, lasciate per marciare più spedito le artiglierie e gl'impedimenti più gravi, e guernite di presidii le piazze di Civitavecchia, di Ancona e di Perugia, s'incamminava alla volta di Toscana. Era in questa provincia succeduta una mutazione grandissima; eccettuati i luoghi in cui i Franzesi insistevano coi presidii, tutti gli altri si erano voltati in favor degli alleati, con gridare il nome di Ferdinando. Ma questa mutazione si era fatta con tanto tumulto, con tanto furore e con tanta ferocia, che tutt'altre cose si sarebbero aspettate dai Toscani che queste.La sede principale della sollevazione erano Arezzo e Cortona, le quali il sito rendeva sicure. Arezzo si era con ogni miglior modo fortificata, anzi ogni edifizio era fortezza. Numerose squadre di gente venuta dal contado e variamente armata custodivano le porte, e curiosamente e diligentemente esaminavano chi entrava e chi usciva. Movevansi sospetti ad ogni tratto in mezzo a quei contadini infuriati per voci date, o a ragione o a torlo, di giacobino. Era lo stare cattivo, il viaggiare peggiore. Tuttavia questi uomini, tanto sfrenati contro i Franzesi e contro coloro che avevano o che parevano aver odore di essi, mostravansi obbedienti, al nome di Ferdinando. Erasi in mezzo a questi tumulti creato in Arezzoun magistrato supremo, in cui entravano preti, nobili e notabili; uomini nè sfrenati nè feroci, ma non potevano impedire il furore del popolo; solo s'ingegnavano di dargli regola e legge. Questa fu la mossa di Arezzo, alla quale, come quasi un antiguardo, consuonava quella di Cortona. In grave pericolo si mettevano, perchè le cose dei Franzesi erano ancora in essere, e potevano risorgere, e Macdonald pensava a passare per la Toscana. Pure Arezzo si salvò, Cortona pagò qualche fio; l'una e l'altra furono cagione che il nome di Ferdinando risorgesse in Toscana innanzi che i confederati vi arrivassero. Fu Cortona messa a dura prova da' Polacchi venuti di Perugia; ma si difese sì valorosamente, che gli assalitori se ne rimasero, avviandosi a Firenze. Venne poscia una colonna franzese molto forte, ch'era l'antiguardo di Macdonald. Cortona si arrese con patto che fossero salve le sostanze e le persone; il che fu loro osservato.Avrebbe desiderato Macdonald, che arrivava verso il finir di maggio a Siena, sottomettere Arezzo, e gli faceva l'intimazione. Mandò contro gli Aretini un bando terribile. Ma tutto fu indarno: gli Aretini non si sbigottirono; il Franzese non si accinse a domarli, però che volea camminar veloce all'impresa. Si mosse Albiano, terra vicina al Genovesato, a sollevazione contro i Franzesi, non senza commettere i soliti atti di crudeltà. Andarono i Franzesi, saccheggiarono ed arsero la terra. Simili spaventi succedevano in altre parti della Toscana: ogni cosa sconvolta e sanguinosa. Marciava spedito al suo destino Macdonald, e perchè non avesse intoppi di ammutinamenti di truppe per mancanza dei soldi, Bertolio, che come ambasciadore di Francia reggeva a posta sua Roma, e Reinhard come commissario la Toscana, trovarono molti estremi di raccor denaro.Erano a questo tempo le genti dei confederati molto sparse. Una grossa parte attendeva all'oppugnazione di Mantova:Klenau correva il Ferrarese ed il Bolognese; il principe Hohenzollern il Modenese; Otto stava sugli Apennini, massime a Pontremoli; Bellegarde, venuto dai Grigioni, circondava d'assedio Alessandria e Cortona; Suwarow e Keim alloggiavano in Piemonte per dar sesto al governo, per ridurre a devozione alcune valli delle Alpi, e per osservare a che fine volesse Moreau incamminare le sue operazioni, o verso Cuneo o verso la riviera di Ponente. Guerra troppo spicciolata era questa, mentre Macdonald se ne veniva intero da Napoli, e Moreau poteva tornare più grosso da Francia.Moreau, dato voce che avesse avuto rinforzi di Francia, e che maggiori ne dovesse ricevere, essendo anche a quel tempo arrivata nel Mediterraneo una flotta franzese proveniente da Brest con qualche battaglione da sbarco, era andato a piantare i suoi alloggiamenti presso a Savona per accennare contro Suwarow in Piemonte; poi, speditamente marciando, si era condotto a Genova, verso la quale faceva concorrere le sue genti. Queste mosse apertamente indicavano in Moreau il pensiero di congiungersi con Macdonald, che già era arrivato in Toscana; nè Suwarow le poteva ignorare. Ciò nondimeno, ei se ne stava a consumarsi intorno alle fortezze ed alle montagne piemontesi. Ma non istette lungo tempo ad accorgersi che se per valore ei non era inferiore agli avversarii, gli avversarii lo avanzavano per arte. Già Victor, camminando per la riviera di Levante, appariva vicino a congiungersi con Macdonald, e già gli avvisamenti dei generali di Francia si approssimavano al loro compimento. Macdonald s'incamminava alle accordate fazioni, per le quali si prometteva l'assicurazione d'Italia. L'ala sua dritta, condotta da Montrichard, marciava contro Bologna; la sinistra si conduceva nella valle del Taro. Victor faceva il suo alloggiamento in Fornuovo. Dambrowski s'incamminava a Reggio. Macdonald si era calato col grosso dell'esercitoper la valle del Panaro, e inoltrato sino al casino Brunetti a piccola distanza do Modena. Moreau dal suo lato si era ingrossato sulla Bocchetta col pensiero di correre contro Cortona ed Alessandria. Già aveva mandato, per dar la mano più verso il piano e più da vicino a Macdonald, il generale Lapoype con una schiera di Liguri a Bobbio.Queste mosse dei capitani della repubblica fecero accorti i generali de' due imperi ch'era loro mestiero di rannodarsi con molta prestezza, a tale strettezza essendo condotte le cose, che un giorno solo d'indugio poteva aprir l'occasione di una totale vittoria ai Franzesi. Per la qual cosa Kray, che stringeva Mantova, convertita la oppugnazione in assedio, andava a porsi con dieci mila soldati a Borgoforte sulla riva del Po, rompendo tutti i ponti. Un grosso di queste genti passarono anche il Po per fare spalla a Klenau ed a Hohenzollern, ch'erano in pericolo d'essere pressati da Macdonald. Il principale sforzo del generale franzese accennava contro Hohenzollern; però Klenau se gli accostava sulla destra. Per tal modo Montrichard colla destra dei Franzesi andava a ferire Klenau, il grosso Hohenzollern, Victor con la sinistra Otto, e tutto il pondo della guerra si riduceva nei ducati di Modena e di Parma. Ma i raccontati rimedii usati dagli alleati non erano bastanti per distornare la tempesta, perchè Macdonald solo era più forte di Klenau, Hohenzollern ed Otto uniti insieme; Moreau assai più di Bellegarde.Adunque l'importanza dell'impresa era posta nell'esercito proprio di Suwarow, che insisteva in Piemonte. Se lo vide il generalissimo di Paolo, e si mise senza indugio a correre con prestissimi passi a Piacenza, sperando di poter combattere Macdonald prima che si fosse congiunto con Moreau, e di arrivare a tempo perchè il Franzese non rompesse del tutto le schiere unite dei tre generali austriaci. Intanto fortemente già si combatteva sulle rive del Panaro. Il giorno 10giugno succedeva un grosso affronto tra i soldati armati alla leggiera delle due parti, ed i Franzesi furono costretti a ritirarsi con grave perdita verso le montagne. Si combattè il giorno seguente con uguale ardore da ambe le parti, e la terra di Sassuolo rimase in poter dei Tedeschi. Non erano questi moti di molta importanza, e dimostravano piuttosto un ardore inestimabile di combattere in ambe le parti che un evento terminativo di battaglie. Ma il 12 giugno fece Macdonald un motivo assai più grosso per isbrigarsi da quei corpi nemici, che, sebbene meno grossi de' suoi, il molestavano e gl'impedivano il passo a' suoi disegni ulteriori. Ordiva per tal modo la forma della fazione che Hohenzollern ne venisse non solamente rotto, ma ancora impossibilitato al ritirarsi.Fecero egregiamente i Franzesi l'opera del loro perito ed audace capitano. Fu la zuffa sostenuta con grandissimo valore dai Franzesi e dai Tedeschi, e durò molte ore; i cavalli massimamente andarono alle prese parecchie volte, e sempre se ne spiccarono laceri e sanguinosi. Le fanterie vennero replicatamente alla pruova delle baionette. La sinistra ala dei repubblicani riusciva nell'intento, perchè, cacciati i Tedeschi ed occupata la strada che dà a Reggio, s'intrometteva fra Hohenzollern e Otto. La mezza schiera medesimamente del generale tedesco, dove egli medesimo combatteva animando i suoi, fu obbligata a piegare e lasciare, fuggendo, Modena in potestà del vincitore. Sarebbe stato tutto questo corpo austriaco, secondo il disegno ordito dal generale franzese, circondato o preso se Montrichard avesse vinto sulla destra come Macdonald aveva sulla mezza e sulla sinistra. Ma Klenau, non aspettando che il nemico venisse a lui, era uscito a combattere, ed aveva rotto i repubblicani. La resistenza di Klenau fu la salute di Hohenzollern; perchè questi, trovate le strade aperte, si ritirava alla Mirandola; poi, non credendosi sicurosulla riva sinistra del Po, venuto a San Benedetto e quivi lasciato un piccolo presidio, varcava sopra un ponte di barche a San-Nicolò per andarsene ad aspettare sulla sinistra quello che i fati portassero. Klenau, vittorioso, poi vinto per le nuove genti mandate da Macdonald contro di lui, si condusse celeremente alle sue prime stanze di Cento; poscia vieppiù dilungandosi, andò a posarsi a Vigarano della Mainerba, sito poco distante da Ferrara. Già Ferrara era piena di spavento, e Klenau vi faceva provvisioni d'armi e di munizioni, come se il nemico fosse fra breve per arrivare.Perdettero gli Austriaci in tutte le raccontate fazioni quindici centinaia di prigionieri è forse pari numero, tra morti e feriti. Dei Franzesi mancarono, fra morti e feriti, circa un migliaio; pochi vennero in poter de' vinti. Macdonald fu ferito non da Tedeschi nè nella mischia, ma dopo la vittoria da' Franzesi del reggimento Bussy che militava sotto le insegne austriache. Cinquanta di questi vollero aprirsi il varco con le armi in mano a traverso i nemici per raggiungere i compagni; e riuscirono, ridotti da cinquanta a sette.Era la sorte d'Italia in pendente e doveva fra breve giudicarsi. Marciava celeremente Macdonald per unirsi a Moreau; Moreau mandava, come già fu detto, una squadra di Liguri sotto il governo di Lapoype a Bobbio, perchè servisse di scala alla congiunzione. Egl'intanto si apparecchiava a sboccare con tutto il suo esercito dalla Bocchetta per andar all'incontro di Macdonald. Suwarow marciava a gran passi da Torino per trovare o Moreau o Macdonald innanzi che fra di loro si fossero congiunti.Erasi Macdonald, dopo i fatti d'armi combattuti contro Hohenzollern, condotto in Piacenza, nella quale era entrato il dì 15 di giugno. Quindi gli si era accostato Victor, che, mandato da Moreau ad ingrossare l'esercito del compagno, era arrivato al suo destino. Macdonald,volendo prevenire il nemico e romperlo prima che fosse fatto più grosso, nè forse sapendo che Suwarow già fosse arrivato con l'esercito sul campo, incominciava la guerra. Trovavasi il generale tedesco Otto, come antiguardo, alloggiato fra la Trebbia ed il Tidone. In questo antiguardo urtando Macdonald, lo sforzava a ritirarsi, a passar il Tidone ed a correre fino a Castel San Giovanni, inseguendolo passo passo i cavalleggieri della repubblica. Ma Otto, indietreggiando, aveva fatto abilità alle prime genti di Suwarow d'arrivare correndo in suo soccorso; imperciocchè primamente Melas, udito il pericolo di Otto, aveva celeremente spinto avanti la schiera di Froelich, che sostenne la impressione dei Franzesi; poscia sopraggiunse opportunamente la vanguardia russa, e tutte queste genti insieme unite fecero un tale sforzo che i repubblicani, quantunque con molta costanza contrastassero, furono rincacciati sulla destra del Tidone. Sopraggiunse la notte: cessavasi per poche ore dagli sdegni e dalle ferite. Erano i due eserciti separati dal torrente Tidone.Avevano i due forti capitani della repubblica e dell'impero preparato, durante la notte, i soldati loro alla battaglia: erano le due parti ostinate alla vittoria o alla morte. Comandava Suwarow a' suoi che venissero in sul primo scontrarsi all'arma bianca, non dessero quartiere a nissuno e scannassero gridandourrà, urrà. Ma nel fatto i soldati mostrarono maggiore umanità del loro generale. Era l'esercito repubblicano schierato sulla sinistra della Trebbia, più vicino a questo fiume che al Tidone. Dalla parte sua Suwarow aveva ordinato l'esercito per guisa che fosse diviso in quattro parti. Passato il giorno 18 di giugno il Tidone a guazzo, venivano avanti gli alleati ad affrontare i repubblicani, che stavano preparati a ricevere l'urto loro. Avevano i primi fatto pensiero di urtare principalmente la sinistra del nemico; Bagrazione guidava la vanguardia; ma,essendo la campagna piena di fossi e di siepi, non arrivava se non tardi al cimento. I Franzesi, vedutolo a venire, impazienti di aspettarlo, si scagliarono furiosamente contro di lui. L'impeto loro fu tale che già i soldati del principe si crollavano e sarebbero anche andati in rotta s'ei non fosse stato presto a soccorrerli, ordinando una fortissima carica di cavalleria. Ne seguitò che non solo la fortuna della battaglia si ristorò dal canto degli alleati, ma ancora i Franzesi erano rincacciati fino agli alloggiamenti loro. Il quale accidente veduto da Macdonald, mandava alcuni reggimenti di Victor che frenarono Bagrazione, e facevano di nuovo piegare la fortuna in loro favore. In questo punto Rosemberg muoveva Schweicuschi in soccorso di Bagrazione, e per l'impeto di tante genti si attaccava in questa parte un'asprissima battaglia che durò molte ore. Al tempo stesso Forster con la sua vanguardia, composta massimamente di Cosacchi e di uno squadrone austriaco, si attaccava con la vanguardia repubblicana, e, dopo un ostinato conflitto, la sforzava a piegare. Sopravvenne il colonnello Lawarow con alcune compagnie, ed urtando a forza la vanguardia franzese che già si ritirava, la ruppe. L'impeto delle genti rotte, che disordinate urtarono nel centro dei repubblicani, lo scompigliarono, sforzandolo a ritirarsi, acremente perseguitato, oltre la Trebbia.Macdonald, che vedeva che in questo fatto andava la fama propria e la fortuna della battaglia, rannodò i suoi di nuovo, facendo in questo tutte le veci di capitano esperto, valoroso e forte. Indi, bene ordinato e di nuovo confidente, marciava al riscatto della battaglia. Ne sorse una mischia molto feroce: Forster era molto pressato, e sarebbe eziandio stato vinto se Froelich, veduto il caso, non gli avesse mandato nuove genti in soccorso. Questo avviso di Froelich ristorò la pugna dalla parte degli alleati; la fortuna si pareggiava. Sulla destra dei Franzesi, cioè verso il Po, si combatteva ancheegregiamente per la repubblica e per l'impero. Così durò lunga pezza la battaglia, succedendo molto strazio e molte morti da ambe le parti. Vinse finalmente la fortuna dei confederati, che prevalevano di fanterie e di cavalleria. Fu rotto Dambrowski sulla sinistra, Macdonald sul centro, Olivier sulla destra: tutti furono obbligati a cercar ricovero, straziati dalle ferite e bruttati di sangue, sulla destra della Trebbia. Era il campo di battaglia orrido e doloroso a vedersi: in ogni parte uomini e cavalli morti o moribondi; in ogni parte gemiti e spaventi; in ogni parte armi e munizioni rotte e sparse; gli arbusti gocciavano, la Trebbia menava sangue. Sopraggiunse la notte, che rinvolse nelle sue ombre la miseranda strage, gli sdegni ancor vivi delle tre forti schiatte, e la cupidigia non ancora satolla d'umano sangue.Era intento di Suwarow d'ingaggiare il seguente giorno una nuova battaglia, perchè voleva rompere del tutto quella testa di repubblicani innanzi che Moreau gli romoreggiasse alla spalle. Pensava medesimamente Macdonald, per la sua pertinacia insolita ad esser vinta od a piegarsi, di assaltare alla nuova luce quel nemico che già per due volte aveva tentato con tanto danno de' suoi e con sì poco frutto.Intanto le sorti di Francia in Italia andarono in precipizio. Risolutosi Macdonald a non aspettare di essere assaltato, ma ad assaltare, muoveva alle 11 della mattina del 19 di giugno le sue genti contro l'esercito imperiale. Era l'ordinanza dei due nemici la medesima che ne' giorni precedenti. Con singolare intrepidezza passarono i repubblicani la Trebbia, ancorchè fossero aspramente bersagliati dalle artiglierie nemiche sì grosse che minute, principalmente da quelle che ferivano a scaglia. Nissuno creda che maggior valore nelle più aspre battaglie si sia mostrato mai di quello che in questa mostrarono e Franzesi, e Polacchi, e Russi, ed Austriaci. Senza scendere ai particolariè da notare che bene fu combattuta questa battaglia dalle due ale dell'esercito franzese sul principio, male sulla fine; il che fu cagione che se esse si ritirarono intiere sulla destra della Trebbia, la mezza vi si ricoverò fuggendo disordinata e rotta.Avevano i Franzesi passato il fiume, ed essendosi ordinati sulla sponda sinistra assaltavano con l'antiguardo loro il nemico: ma questi, bravamente resistendo, li rincacciava. Venuta la seconda fila repubblicana in soccorso della prima, rinfrescava la battaglia, che fra breve divenne orribile. Impazienti l'una parte e l'altra di combattere di lontano, vennero tosto alle prese con le baionette: fu quest'urto tanto micidiale sostenuto quindi e quinci con un valore inestimabile. Quando pei cadenti, feriti o morti qualche spazio vuoto appariva nelle file, i viventi vi si gettavano e facevano battaglia con le sciabole, e quando non potevano con le sciabole, la facevano coi graffi, coi morsi e coi cozzi. Non fu questa battaglia generale, ma miscuglio di duelli fatti corpo a corpo, nè si vedeva chi avesse ad essere il primo a ritirare il passo. Ma mentre la fortuna stava per tale modo in pendente, ecco arrivare a corsa un reggimento di Tedeschi che diede animo ai Russi, lo scemò ai Franzesi; caricando e smagliando la cavalleria che fiancheggiava la schiera di Montrichard. Un reggimento di fanti leggieri, preso spavento da questo accidente, cesse fuggendo disordinatamente; la fuga e lo scompiglio invasero tutta la schiera, nè Montrichard ebbe potestà di rannodarla, malgrado che se ne desse tanto pensiero e molto vi si sforzasse. La rotta di Montrichard fu cagione del doversi ritirare Victor; perchè Suwarow, accortosi della favorevole occasione, che la fortuna ed il valore de' suoi gli avevano aperta, si cacciava dentro ai luoghi abbandonati col suo corpo di riserbo, ed assaliva il generale franzese per fianco. Pensò allora Victor al ritirarsi sulla destra riva, e il fece ordinatamente, perquanto quell'accidente improvviso il comportava. Così tutta la mezza dei repubblicani, parte rotta intieramente, parte poco intera e fieramente seguitata dalla cavalleria nemica, si era ritirata a salvamento oltre quel fiume che con tanta speranza di vittoria aveva poche ore prima passato.Sopraggiunse la notte: era estrema la stanchezza dei combattenti; fuvvi riposo, se non d'animi, almeno di corpi. Pensava Suwarow, tosto che aggiornasse, di perseguitar il nemico, Macdonald di ritirarsi, quantunque a ciò di mala voglia e costretto dal parere dei compagni si risolvesse, perchè avrebbe desiderato di fare una quarta volta esperienza della fortuna; tanto si era ostinato in questa faccenda del combattere. Per la qual cosa, lasciato sulla sponda del fiume alcune genti delle più spedite per occultare al nemico la sua partita, s'incamminava celeremente col restante esercito, prima che la luce illustrasse l'italiche contrade, alla volta di Parma. Dal canto suo Suwarow, come prima vide sorgere l'aurora, passava il fiume per dar l'assalto al nemico ne' suoi propri alloggiamenti. Nè avendolo trovato ed accortosi della sua levata, si mise tosto a perseguitarlo, egli per la strada vicina ai monti, Melas per la prossimana al Po. Giunsero i Russi a Zema il retroguardo franzese governato da Victor e l'assalirono con molto valore e con ugual valore fu loro risposto dai Franzesi, cosa maravigliosa dopo gli infortuni recenti: la sola diciassettesima dovè darsi prigioniera. Dall'altro lato i Tedeschi arrivarono addosso ai Franzesi presso a Piacenza, e ne fecero molti prigionieri, massime feriti, fra i quali notaronsi principalmente Rusca, Salm e Cambray.Avrebbe voluto Suwarow seguitare più oltre i repubblicani; ma udiva ad un tratto che Moreau, uscito dal suo sicuro nido di Genova, era sboccato dalla Bocchetta, minacciava trarre a mal partito gli assediatori di Tortona e di Alessandria.Deliberossi pertanto a tornarsene indietro, dando carico a Otto, a Hohenzollern ed a Klenau che perseguitando facessero a Macdonald tutto quel maggior male che potessero.Restava a Macdonald un'impresa difficile a compirsi; quest'era di ritirarsi a salvamento in Toscana, per poter quindi per la riviera di Levante condurre le sue genti all'unione di Genova con quelle di Moreau. Ei ne venne, ciò nonostante, a capo con uguale e perizia e felicità. Ordinava a Victor che salisse per la valle del Taro, e che, varcati i sommi gioghi dello Apennino, calasse per quello della Magra nel Genovesato. Egli poi con la sinistra, ora combattendo alle terga, ora sul fianco sinistro, ed ora di fronte, e sempre animosamente e felicemente più che da vinto si potesse sperare, se ne viaggiava alla volta di Bologna per condursi di nuovo a Pistoia. Disperse le genti leggieri di Hohenzollern e di Klenau, che gli volevano contrastare il viaggio, passò per Reggio e per Rubiera, passò per Modena, che pose a grossa taglia, mandò presidii a Bologna ed al forte Urbano: poscia salendo s'internava nelle valle del Panaro ed arrivava al suo alloggiamento di Pistoia. Poco stettero Bologna ed il forte ad arrendersi ai confederati. Nè il generale franzese voleva pei disegni avvenire e per le molte sollevazioni dei popoli fermarsi in Toscana. Perlochè, chiamate a sè le guernigioni di Livorno e dell'isola d'Elba, che avevano capitolato, e poste sulle navi per a Genova le artiglierie e le bagaglie, si avviava per la strada di Lucca alla volta dei territorii Liguri, e quivi conduceva a salvamento i suoi stanchi soldati. Poi stanco egli stesso dalle fatiche e dalle ferite, se n'andava a Parigi piuttosto in sembianza di vincitore che di vinto per lo smisurato valore dimostrato. Con l'esercito di Macdonald si ritirarono ancora le genti franzesi che tenevano Firenze; tutta la Toscana tornava all'obbedienza di Ferdinando.Il giorno medesimo, in cui Macdonaldcombatteva sulle rive del Tidone, Moreau scendeva con circa venticinque mila soldati dalla Bocchetta, e passando per Gavi e Novi, fatto anche sicuro dalla fortezza di Serravalle, che si trovava in potere de' suoi, se ne giva all'impresa di divertire i confederati dalle offese di Tortona, che già pericolava, essendo stata aspramente bersagliata da bombe ai giorni precedenti. Il giorno 18 assaltava gli Austriaci nel campo loro sotto Tortona, e, quantunque si difendessero da uomini forti, tuttavia, prevalendo i Franzesi in numero, furono costretti a cedere, e perdettero San Giuliano, disordinati e rotti ritirandosi oltre la Bormida.Questa, vittoria liberava Tortona dall'assedio, e fu fatto abilità a Moreau di rinfrescarla di viveri e di munizioni. Scaramucciossi il giorno 19 ed il 20 sulle rive della Bormida. Il 21, messosi Bellegarde all'ordine, raccolte quante genti potè dal campo sotto Alessandria e da altre terre vicine, facendo stima non piccola di questo moto, nè volendo che Moreau si alloggiasse in quei luoghi, mandava Seckendorf con un grosso antiguardo ad assaltar i repubblicani sulla destra del fiume. Attaccossi Seckendorf con Grouchy a San Giuliano. Accorreva Bellegarde, accorreva Moreau. Divenne allora molto aspro il conflitto: da ambe le parti si facevano gli ultimi sforzi per uscirne con la vittoria. Alfine Grouchy, serrandosi addosso con molto impeto agli Austriaci, li rompeva e gli sforzava ad andarsene frettolosamente a cercar ricovero sulla sponda sinistra della Bormida. Quivi Moreau ebbe le novelle dei sinistri accidenti della Trebbia. Perlochè conoscendo che per allora non restava speranza di far risorgere la fortuna, e che la sola strada che gli rimanesse aperta per riparo del suo esercito era quella di ritirarlo prestamente là donde era venuto, condottosi con frettolosi passi per la strada di Novi e di Gavi a Genova, spartiva i soldati nelle stanze di Voltri, Savona, Vado e Loano. Munì Genovacon un sufficiente presidio; la strada di sboccar di nuovo nelle pianure tortonesi gli rimaneva libera pei forti di Gavi e di Serravalle. Oltre a ciò aveva per maggior sicurezza ordinato un forte campo con trincee tra la Bocchetta e Serravalle che aveva raccomandato alla fede del marchese Colli, assunto al grado di generale ed a lui congiunto d'amicizia. Le altre valli dei monti Apennini, per le quali si aprono le strade delle piauure bagnate dalle acque del Po, furono anche dal generale di Francia fortificate e munite con buoni presidii.Tale fu la ruina ed il precipizio delle cose dei Franzesi in Italia che non ancora trascorsi quattro mesi da quando la guerra aveva avuto principio in questo anno, perdute sette battaglie campali e le fortezze di Peschiera e di Pizzighettone, il castello di Milano, la cittadella di Torino, perduta tutta l'Italia da Napoli fino al Piemonte, la cadente loro fortuna altro sostegno più non aveva che i gioghi dei monti liguri ed alcune fortezze. Conoscevano gli alleati che l'impero d'Italia non si rimarrebbe in mano loro sicuro se non quando tutte quelle fortezze conquistate avessero. Ma principale pensier loro era quello dell'acquisto di Mantova e delle fortezze del Piemonte. Per la qual cosa non così Moreau si era riparato nel suo sicuro seggio di Genova, che i confederati andarono col campo alla cittadella d'Alessandria con potentissimi apparecchi, sperando per l'efficacia del batterla, ch'ella avesse presto, quantunque molto fosse forte per arte, ad essere sforzata alla dedizione.Era dentro Alessandria un presidio di circa tre mila soldati sottomessi al generale Gardanne, soldato che, pel suo valore in queste guerre italiche, era tostamente salito dai minori gradi della milizia ai maggiori. Risolutosi egli a difendersi fino agli estremi, animava continuamente il presidio con la voce e con la mano, sopravvedeva ogni cosa, ordinava con somma diligenza quanto fosse necessarioalla difesa. Dal canto suo Bellegarde niuna diligenza o fatica risparmiava per venire a capo dell'espugnazione. Aveva con sè venti mila soldati tra Austriaci e Russi, più di centotrenta pezzi d'artiglierie assai grosse, con obici e mortai in giusta proporzione. Si convenne da ambe le parti che gli alleati non molesterebbero la fortezza dal lato della città e che ella la città in nissun modo offenderebbe. Scavata ed alzata la prima trincea di circonvallazione, fece Bellegarde la chiamata a Gardanne. Rispose, essergli stato comandato che difendesse la fortezza e volerla difendere. La folgoravano con tiri spessissimi centotrentanove cannoni, quarantacinque obici, cinquantaquattro mortai. Nè se ne stava Gardanne ozioso, fulminando ancor esso con tutto il pondo delle sue artiglierie. Ma la tempesta scagliata dagli alleati fu sì grande che in poco d'ora, o per proprio colpo o per riverberazione ruppe la maggior parte dei letti delle artiglierie, sboccò le restanti, uccise non pochi cannonieri, arse una caserma ed una conserva di polvere con orribile fracasso: tacque per un tempo o debolmente trasse la piazza. Usarono gli assedianti l'accidente, e si spinsero avanti coi lavori; tentava Gardanne di impedirgli. Ciò non ostante tanto fecero che si condussero fin sotto ai bastioni. Sorgevano i segni della vicina dedizione. Già erano alzate le batterie per battere in breccia, già le scale pronte, già le artiglierie della piazza più non rispondevano. Di tanti, quattro cannoni soli si mantenevano in grado di trarre; le armi missili, oggimai consumate tutte, mancavano; un assalto al nascente giorno si preparava; una presa di soldati fortissimi trascelti a questo mortale ufficio già stavano pronti ad eseguirlo: le ruine stesse delle mura facilitavano la salita. Il resistere più lungo tempo sarebbe stato per Gardanne, non che temerità verso la fortuna, crudeltà verso i soldati; però inclinando l'animo alla concordia, chiese ed ottenne patti molto onorevoli il dì 21 luglio. Uscisseil presidio con tutti i segni d'onore che danno i vincitori ai vinti; si conducesse negli stati ereditarii e vi stesse fino agli scambi; avesse Gardanne facoltà di tornarsene in Francia sotto fede di non militare contro i confederati sino allo scambio. Fu celebrata la conquista d'Alessandria con ogni maniera di pubblica dimostrazione.Non si era ancora acquetata l'allegrezza concetta per la conquista d'Alessandria dai collegati, ch'ebbero occasione d'un'altra maggiore prosperità per l'espugnazione di Mantova. Avea Buonaparte due anni innanzi conquistato questa fortezza piuttosto col consumarla per carestia di viveri che con lo sforzarla per oppugnazione. La domò Kray piuttosto per forza che per assedio, perciocchè si arresero i repubblicani alle armi imperiali, quando ancora avevano nelle conserve loro di che cibarsi ancora per lungo tempo; ma le mura sfasciate ed il cinto della piazza rotto li costrinsero in breve a quella risoluzione cui il fare ed il non fare tanto importava a loro ed agli alleati. Si era Kray, già fin quando Suwarow era arrivato al supremo governo dell'esercito, messo intorno a Mantova, ma non si era fatto molto avanti con le trincee, perchè non aveva forze sufficienti a circuire ed a sforzare una piazza di tanta vastità e difesa da una guernigione di dieci mila soldati. Ma quando, dopo le rotte di Macdonald, Suwarow fatto più sicuro ebbe mandato novelle genti all'assedio per forma che l'esercito di Kray ascendeva, se non passava, il novero di quaranta mila soldati, il generale tedesco, nel quale non si poteva desiderare nè maggior animo nè miglior arte, si accinse a voler fare quello che fino allora avea solamente accennato. Trovossi egli in grado di fulminare la piazza con più di seicento bocche da fuoco. Nè stette lungo tempo in dubbio circa la elezione del dove far la breccia per aprirsi l'adito dentro la piazza, se il nemico, ostinato oltre il dovere resistesse, perchè la partedi porta Pradella gli si appresentò tostamente come la più debole. Ma a volere che gli approcci si potessero fare più facilmente, si rendeva necessario per gli oppugnatori l'impadronirsi del torrione e del mulino di Ceresa. Quindi, senza starsene ad indugiare, alzarono le serrature del Paiolo; il che fu cagione che le acque del canale di questo nome, trovando uno scolo più facile, si abbassarono nelle parti superiori, e fu fatto abilità a Kray di spingersi avanti con le trincee contro la piazza. Spesseggiavano i Russi con tiri contro la cittadella, gli Austriaci contro San Giorgio. Ma la principale tempesta veniva da Osteria Alta, dai siti vicini alla strada per a Montanara, da Belfiore, da Casa Rossa, da Paiolo, da Valle e da Spanavera; quivi il generalissimo d'Austria avendo piantato le più grosse e più numerose artiglierie, per battere o per diritto o per fianco l'opera a corno di porta Pradella, i bastioni della porta medesima, il bastione di Sant'Alessio, con le fortificazioni dell'isola del Te e del Migliaretto.Mentre con tanto fracasso e con sì viva tempesta fulminava Kray la parte più debole della piazza, tempesta alla quale gagliardamente anche rispondevano gli assediati, intendeva ad approssimarsi con le trincee all'opera a corno di porta Pradella. Un numero grande di guastatori, di zappatori e di palaiuoli insistevano a scavare e ad ammontar terra. In breve tempo compirono, quantunque gli assediati facessero ogni sforzo per isturbarli, la prima parallela: poi con gli approcci o con le traverse avvicinandosi, piantarono sei batterie. Già i confederati erano arrivati a compire la seconda parallela, e da questa con maggior furore scagliavano nella piazza il giorno palle, la notte bombe: era infinito il terrore della città. Molti assalti e molti vantaggi diedero indi abilità al corpo principale degli assedianti d'avvicinarsi del tutto all'opera a corno, dove sull'orlo stesso dello spalto gli Austriaci scavarono edalzarono la loro terza circondazione. Non potendo più resistere, i Franzesi se ne ritirarono. Accortisi gl'imperiali dell'accidente, entrarono, vi si alloggiarono e voltando dal bastione acquistato, come da luogo più vicino, l'artiglierie contro la porta Pradella, se alcuna cosa ancora vi era rimasta intera, questa disfecero e rovinarono: già battevano in breccia. La tempesta continuava da ogni lato: più di dieci mila o palle o bombe si lanciavano ogni giorno contro la straziata Mantova; non si era mai per lo innanzi veduta una oppugnazione tanto vigorosa e tanto violenta.Tuttavia la guernigione, benchè assottigliata dalle stragi, indebolita dalle malattie, consunta dalle fatiche, ridotta a poco più di quattro mila abili alla battaglia, certo a gran pezza non più pari a tanta bisogna, tuttavia non pensava ancora a chiedere i patti e perseverava nelle difese, quando di tanto strazio increbbe a Kray. Mandava dentro il colonnello Orlandini, offerendo patti d'accordo onorevoli, e certificando a Latour-Foissac, comandante della piazza, la sconfitta delle genti franzesi sulla Trebbia e l'essersi Moreau del tutto ritirato per ultimo ricovero oltre i gioghi dell'Apennino. Adunò Latour-Foissac una dieta militare: tutti convennero in questo, che fosse necessità pel presidio di dare la piazza. Fu fermato l'accordo a' 28 di luglio; i capitoli di maggior momento furono i seguenti: onoratissimamente ad uso di guerra uscisse la guernigione; avessero i gregari facoltà di tornarsene in Francia sotto fede sino agli scambi: il comandante e gli ufficiali, soggiornato tre mesi negli Stati ereditarii, avessero facoltà di tornare nei paesi loro; i Cisalpini, Svizzeri, Piemontesi e Polacchi avessero come Franzesi a stimarsi, e come tali fossero trattati; avessero i Tedeschi cura degli ammalati e dei feriti; dessersi tre carri coperti al generale, due agli ufficiali; perdonerebbesi la vita ai disertori austriaci.Entrarono i confederati il dì 29 nella lacerata Mantova, e per questa espugnazione fu dimostrato al mondo che per viva forza si può espugnare in pochi giorni. Trovarono più di seicento bocche da fuoco, altre armi in abbondanza, magazzini ancor pieni di vettovaglia. Successe tosto alla dedizione di Mantova quella di Serravalle.Le rotte d'Italia e la presa di tante fortezze, massimamente quella di Mantova, avevano maravigliosamente sollevato gli animi in Francia, nè potevano restar capaci, siccome quelli che ancora avevano la memoria fresca di tante vittorie, del come soldati sì sovente ed in tanti segnalati fatti superati dai repubblicani fossero adesso e tutto ad un tratto divenuti sì forti, che avessero a venir a buon fine di qualunque fazione che tentassero contro Francia. Chi accusava l'oro corrompitore, chi i tradimenti per opinione. Si accusava Scherer, si accusava Latour-Foissac, si accusava Fiorella, si accusava Becaud, comandante che era stato del castello di Milano; nè trovava animi meglio inclinati verso di lui il valoroso Gardanne. Se non si dava carico di tradimento a Moreau, gli si dava quello dell'amministrare la guerra non con quella vigorìa che era richiesta alla repubblica. Gli ambiziosi accagionavano il direttorio delle calamità presenti e facevano ogni opera per espugnarlo, e insomma tanto si travagliarono con le parole e con gli scritti, e col subornare e col sobillare, che tre quinqueviri furono cambiati, surrogati nei seggi loro tre altri. Stettero contenti i zelatori alcuni giorni, forse un mese; poi ricominciarono a gridare contro i surrogati più fortemente di prima. Ma intanto, su quei primi calori dei nuovi quinqueviri sorsero nuove speranze; chè applicarono l'animo a riscaldare l'affezione della repubblica, l'amore del nome franzese, la ricordanza dei gloriosi fatti. Per tal modo diveniva, ogni giorno più la materia ben disposta; delle quali favorevoli inclinazionivalendosi, mandavano alle frontiere in Isvizzera, in Savoia, nel Delfinato, nelle Alpi Marittime, nella Liguria, quante genti regolari poteano risparmiare dei presidii interni. Poi per procurar nuove radici alle genti veterane, ordinavano nuove leve in ogni parte. I soldati nuovi marciavano volontieri, perchè le sconfitte recenti e le vittorie passate, con la necessità di mantener illibato il nome franzese, con accesi colori si rappresentavano dalle gazzette, dagli oratori, dai magistrati: poi le bellezze d'Italia maestrevolmente anche si dipingevano.Questi tentativi su quegli animi pronti efficacemente operavano, e già Francia si moveva confidente contro la lega europea. Pensiero era di assaltare al tempo stesso e Svizzera e Piemonte e Italia. A tanta mole erano richiesti capitani valorosi e di gran fama. Già nella Svizzera Massena animosamente combatteva contro l'arciduca Carlo. Restava che agli eserciti che dovevano far impeto contro il Piemonte e contro l'Italia venissero preposti generali di nome, accetti ai soldati, accetti agl'Italiani. Championnet e Joubert più di tutti maggiormente lodavansi di queste condizioni. Furono eletti.De' due eserciti che il direttorio aveva intenzione di mandare contro gli alleati in Italia, il primo, governato da Championnet, aveva carico di minacciar il Piemonte superiore e preservare le fortezze di Cuneo e Fenestrelle: il secondo più grosso doveva accennare, per le strade massimamente del Cairo e della Bocchetta, verso il Piemonte inferiore, con intento di liberar Tortona dall'assedio e di combattere su quel fianco gli alleati, donde poteva, se la fortuna si mostrasse favorevole, facilmente aprirsi il cammino sino a Milano. Era intenzione che questi due eserciti in uno e medesimo tempo calassero verso i luoghi a cui erano per volgersi; ma Championnet non aveva ancora messo insieme tante genti che fossero abbastanza a così grave bisogno, e quelle che aveva raccolto, la maggior parte soldatinuovi essendo, ignoravano l'arte ed il romore della guerra. Perlochè non poteva sperare di essere in grado di dar principio così presto, come sarebbe stato necessario, alle armi. Da un'altra parte Joubert aveva l'esercito pronto e capace di combattere; erano in lui i forti veterani di Moreau e di Macdonald, con altri reggimenti usi alla guerra della Vandea, stati trasportati dalla flotta di Brest nel Mediterraneo. Arrivava questo esercito a quaranta mila soldati, agguerriti uomini ed infiammatissimi nel voler vincere. Nè mancavano i sussidii necessarii, perchè abbondavano di artiglierie e munizioni; solo desideravano un maggior nervo di cavalleria. Temevano che Tortona, che dopo la perdita di Alessandria era il solo forte che potesse facilitare la strada ai repubblicani per Milano, non venisse in poter dei confederati, che con forti assalti la straziavano. Per la qual cosa, sebbene Championnet non potesse ancora concorrere alla fazione, Joubert si era deliberato a mostrarsi alle falde degli Apennini verso Tortona per combattere in battaglia campale il nemico, e, se ciò non gli venisse fatto, sperava almeno che la fortuna gli aprirebbe qualche occasione per soccorrere Tortona. Già era arrivato al campo. Trovatosi con Moreau, che se ne dovea partire per andare al governo della guerra del Reno: «Generale, gli disse, io vengo generalissimo di questo esercito, ed ecco che il primo uso ch'io voglio fare della mia autorità, quest'è di comandarvi che restiate con noi, e che governiate le genti come supremo duce voi medesimo: ciò mi fia caro oltremodo. Sarommi il primo ad obbedirvi e ad adoprarmi qual vostro primo aiutante.» Tant'era la venerazione che il giovane generale aveva per l'anziano, e tanta la temperanza del suo animo. Ciò fu cagione che Moreau restasse ed aiutasse col suo consiglio il compagno negli accidenti sì ponderosi che si preparavano. Le genti venute da Napoli con Macdonald e l'antico esercito di Moreau si calavanola maggior parte per la Bocchetta; le venute frescamente da Francia s'incamminavano per Dego e Spigno verso Aqui. Bellegarde fece qualche resistenza per quelle erte rupi; ma si ritirò, prima dai più alti luoghi per forza, poi dai più bassi per ordine di Suwarow, che, prevalendo di cavalleria, voleva aspettare i repubblicani al piano. Entrarono questi in Aqui: il mandarono a sacco per vendetta di compagni uccisi dai sollevati, quando Victor si ritirava ai monti liguri.Quando l'ala sinistra dei Franzesi, di cui abbiam favellato, e che era governata dal generale Perignon, col quale militavano Grouchy, Lemoine e Colli, fu arrivata a lato e sulla fronte della mezzana e della destra, ordinava Joubert il suo esercito ed il disponeva agli ulteriori disegni. La mezzana obbediva a Joubert; la destra era commessa al valore del generale Saint Cyr, che aveva con sè Vatrin, Laboissiere e Dambrowski. Questa ultima scesa dalla Bocchetta arrivava per Voltaggio e Gavi sino a Novi, donde cacciava gli Austriaci. Faceva intanto una fazione contro Serravalle per mezzo del generale polacco, il quale occupò la città, ma non potè entrar nel forte. La mezzana alloggiava sulla strada che da Genova porta ad Alessandria per Ovada nella valle d'Orba, spingendosi oltre insino a Capriata. La sinistra aveva le sue stanze verso Basalazzo. Così l'oste di Francia, nella quale si noveravano circa quaranta mila soldati, si distendeva dalla Bormida sin oltre alla Scrivia, signoreggiando le tre valli della Bormida, dell'Erro ed Orba, del Lemmo e Scrivia. Nè contento Joubert alla fortezza naturale di quei luoghi erti e montuosi, con trincee, con fossi e con batterie di cannoni, piantate nei siti più acconci alle difese, gli affortificava. Per tal modo i Franzesi sovrastavano dai monti alla sottoposta pianura.Aveva dalla parte sua Suwarow ordinato le genti per forma che l'ala sua dritta, composta massimamente di queiTedeschi che Kray aveva condotto dal campo di Mantova dopo la resa della piazza, e da lui medesimo governata, si distendeva nei campi vicini a Fresonara: la mezzana, a cui soprantendeva il generalissimo col generale Derfelden, e quasi tutta consisteva in soldati russi, alloggiava in Pozzuolo all'incontro di Novi. Finalmente la sinistra, in cui era il nervo dei granatieri austriaci e si trovava retta da Melas, stanziava a Rivalta, col fine di fare che i repubblicani non gli potessero impedire la ricuperazione di Tortona, e di combattere d'accordo coi compagni, se d'uopo ne fosse: erano nel novero di circa settanta mila soldati. Apparivano l'uno all'altro molto vicini i due eserciti nemici, nè la battaglia poteva differirsi, battaglia ardentemente desiderata da Joubert sì per ardimento proprio, sì per comandamento del direttorio, che volea che non si stesse ad indugiare, per far inclinar del tutto le sorti dall'un de' lati in quell'aspra guerra. Ma in una dieta convocata a posta pullulò grande varietà di opinioni. Una parte, alla testa dei quali era il generalissimo, voleano dar dentro immediatamente e menare le mani; l'altra conchiudeva i suoi ragionamenti sostenendo che miglior partito era l'aspettar il nemico ne' proprii alloggiamenti, che l'andarlo ad assaltare ne' suoi. Prevalse nel consiglio questa sentenza: raffrenava Joubert i suoi spiriti, e si riduceva, quantunque mal volentieri, a questa deliberazione, di aspettare che il nemico venisse a tentarlo negli apprestati alloggiamenti.Variavano anche molto gli animi fra gli alleati intorno a quello che loro convenisse di fare. I generali austriaci, non soliti a commettersi all'arbitrio della fortuna, dissuadevano la battaglia. Ma le loro buone ragioni non furono capaci a Suwarow, che si consigliava piuttosto con l'ardire che con la prudenza, e che per le vittorie dell'Adda e della Trebbia era venuto in grandissima confidenza di sè medesimo: opinava perciò diversamente, nè poteva pazientemente udire che si fuggisseil combattere, e che il vincere fosse posto in dubbio e differito. Molte ragioni adduceva egli e conchiudeva doversi per onore, per debito, per sicurezza, dar dentro ed affrontare senza indugio l'inimico; perchè il tempo dava forza ai repubblicani, e qualche improvvisa fazione avrebbe soccorso Tortona.A tali parole di quel vecchio risolato, vittorioso, nudrito nelle armi e negli esercizii della guerra, s'acquetarono i generali austriaci, e fu deliberata quella battaglia, in cui si contenevano tutte le sorti future dell'Italia. Appena era sorto il giorno 15 agosto, che i confederati givano all'assalto. Kray fu il primo a ingaggiar la battaglia con l'ala dei Franzesi, in cui il generalissimo della repubblica si trovava. Fu l'urto gagliardo, nè meno gagliardo il riurto. Molto sangue già si era fatto di lontano in questo primo congresso fra le truppe leggieri, molto sangue si faceva per conflitto delle genti più grosse; piegavano i soldati corridori di Francia. Joubert sotto speranza di rimetterli, si spingeva innanzi con le fanterie, gridando con la voce ed accennando col braccio,avanti,avanti. Quivi una palla mandata, dicesi, da un esperto cacciatore tirolese venne a por fine con una onorevole morte ad una delle vite più onorevoli che sieno state mai, ed a troncare le speranze degli amatori dell'indipendenza italiana. Fu percosso Joubert in mezzo del cuore, e senza poter mettere altra voce se ne morì. Recavasi Moreau in mano il governo dell'esercito. Non isbigottiva il funesto caso i Franzesi, che già si trovavano sul fervor della battaglia; che anzi, aggiungendo a valore furore e desiderio di vendetta, fecero pruove stupende e per sempre memorabili. Sforzavasi Kray, con cui militava anche Bellegarde, parecchie volte affrontando valorosissimamente il nemico, di sloggiarlo; ma sempre fu con perdita gravissima di morti e di feriti rincacciato: pareva disperata da questa parte la fortuna degli alleati. Nè con migliore auguriocombattevano sul mezzo. Aveva Suwarow mandato Bagrazione ad attaccar di fronte i Franzesi nel loro alloggiamento di Novi; ma si sforzò invano il principe, costretto anzi a tornarsene indietro sanguinoso e vinto. Mandava Suwarow, che pure la voleva spuntare, invece del generale respinto, ad assaltar una seconda volta Novi con una più grossa schiera Derfelden accompagnato da Miloradowic; ma quantunque l'uno e l'altro virilmente si adoperassero, non poterono venir a capo dell'impresa loro, e furono, come il primo ferocissimamente ributtati, tanta era la fortezza degli alloggiamenti franzesi, e tanto il valore che i difensori mostrarono in questa ostinata battaglia. Al primo sparare delle artiglierie e dell'archibuseria di Francia, andarono a terra o morti o rotti più di mille soldati di Russia.Ma Suwarow non era uomo da sgomentarsi per quell'atroce accidente, ed anche pensava ch'egli solo era stato pertinace a voler la battaglia. Si faceva egli medesimo innanzi da Rivalta con tutta la squadra di riscossa, avventandosi contro il conteso Novi. S'attaccò di nuovo la battaglia tra Russi e Franzesi più furiosa di prima: il coraggio era uguale da ambe le parti, la strage maggiore da quella dei Russi, perchè i Franzesi combattevano da luoghi più sicuri, i Russi all'aperto. Tuttavia si spinsero avanti con tanto singolare intrepidezza, che, puntando con le baionette, costrinsero a piegare una legione repubblicana. Ma accorsi i compagni, e rifatto, siccome quelli che erano esperti ed usi a simili casi, tostamente il pieno, rincacciarono i Russi, che da questa animosa fazione non ritrassero altro che ferite e morti. Animava Suwarow anche con pericolo della vita, in sì fitto bersaglio, i soldati, e nuovamente mandava alla carica gli squadroni ordinati e stabiliti. Ma non per questo cedevano i Franzesi; che anzi tanto più fieramente si difendevano quanto più fieramente erano assaltati. Melasintanto, con la sua sinistra schiera spintosi avanti, era venuto alle mani col nemico. Ma i repubblicani pur sempre prevalevano, nè muro tanto fu saldo mai in niuna battaglia, quanto i petti dei Franzesi in questa. Il generalissimo di Russia dal canto suo, quanto più duro incontro trovava, tanto più si ostinava a volerlo superare. Ordinava a Kray, a Bellegarde, a Derfelden, a Rosemberg, a Bagrazione, a Miloradowich, a Melas, raunassero le schiere, e sì di nuovo a fronti basse percuotessero l'inimico. Il percossero; furono con orribile macello ributtati e voltati in fuga manifesta. Già da più di otto ore si combatteva; la fronte dell'esercito di Francia tuttavia si conservava intera; gl'imperiali, se non rotti del tutto, certo disordinati ed in volta. Già si vedeva che la forza, la quale sola aveva voluto usare Suwarow, non aveva bastato a smuovere i repubblicani dai loro alloggiamenti. I confederati cominciavano a starne con molta dubitazione; già i Russi, fuggendo da quella terribile tempesta, traevano con sè, quantunque quel vecchio robusto ed ostinato fieramente contrastasse, il generalissimo loro.I generali austriaci intanto, dei quali questo accidente perturbava molto gli animi, e per cui quel conflitto era di estrema importanza pei dominii del loro signore, si studiavano a trovare qualche modo, poichè dove la forza non vale, vi abbisogna l'arte onde rinfrancare la fortuna afflitta. Ebbe in questo pericoloso punto Melas un fortunato pensiero che comprovò ch'egli era non solo d'animo invitto a non lasciarsi sgomentare in mezzo a tanto fracasso ed a tante morti, ma ancora di mente serena e di perfetto giudizio. Secondollo volentieri Suwarow, sperando che per arte altrui si salverebbe quello che o per eccessiva imprudenza o per eccessivo coraggio aveva egli perduto. Fece Melas avviso che non fosse impossibile di circuire l'ala destra dei repubblicani, e di riuscir loro allespalle, al che dava facilità la possessione di Serravalle. Per la qual cosa, volendo mandare ad effetto questo intento, lasciata solamente la prima fronte de' suoi a combattere contro i repubblicani, tirò indietro le altre squadre, alle quali ne aggiunse alcune altre testè arrivate da Rivalta. Fatto un grosso di tutte queste genti, erano otto battaglioni di granatieri, sei battaglioni di fanti, gli uni e gli altri austriaci, sollecitamente marciava sulla sinistra sponda della Scrivia ascendendo. Liberò d'assedio Serravalle; occupò Arquata. Perchè poi in mezzo a quella confusione di battaglia non si aprisse l'occasione al nemico, che già il tentava, di far correre una picciola squadra sulla destra del fiume sino a Tortona, comandava al conte Nobili che se ne andasse a Stazzano con una sufficiente squadra, e frenasse i Franzesi. Già era Melas giunto tra Serravalle e Novi, quando divideva i suoi in tre colonne, la prima con Froelich e Lusignano, perchè assaltasse la punta dell'ala destra dei Franzesi, la seconda, condotta da Laudon, che si sforzasse di spuntare e di circuire quella estremità medesima dell'esercito repubblicano; la terza, governata dal principe di Lichtenstein, che girasse più alla larga, arrivasse alle spalle dei Franzesi e troncasse loro la strada da Novi a Gavi. Intanto Suwarow, rannodate alla meglio le sue truppe disordinate, rinfrescava la battaglia. Lusignano, ferito di palla e di taglio, fu fatto prigione; tutta la colonna di Froelich pericolava; ma accorreva Laudon e recavasi in mano la vittoria. Nè potè Moreau, quantunque molto vi si affaticasse, riordinare i suoi a sostenere l'impressione dell'inimico. Questo fu il momento ed il combattimento decisivo della giornata. Piegarono sempre più i Franzesi; gli Austriaci, perseguitandoli, gli scacciarono, sebbene non senza grave strage dal canto loro, dal forte alloggiamento che avevano sulle alture dietro e a fianco di Novi. I fuggiaschi vi si ripararono: ma assaltata altempo stesso questa città dai Russi, fu da loro presa di viva forza a colpi di cannone che atterrarono le porte. I vincitori vi commisero molta e crudele uccisione, facendo man bassa ugualmente su chi si arrendeva e su chi non si arrendeva. Mentre così Melas vinceva con la sua prima e seconda colonna, e vincendo apriva anche il varco della vittoria a Suwarow, la sua terza, giunta sui gioghi di Monterosso, era riuscita sulla strada che da Novi porta a Gavi, e per tal modo aveva tagliato ai repubblicani la strada del potersi ritirare per la Bocchetta. Già era, quando queste cose succedevano, il giorno trascorso fino alle sei della sera, e, per conseguente, durava lo stupendo combattere già più da dieci ore. Vinta l'ala destra ed il centro dei repubblicani, non restava più per essi alcun modo di ristorare la fortuna della giornata; però fece Moreau andar attorno i suoni della ritirata. In questa guisa, per una ordinazione maestrevole del generale austriaco, fu tolta ai Franzesi la vittoria, che già tenevano in mano, di una lunga, grave, ostinata e terminativa battaglia.Tagliato il ritorno per Gavi, furono costretti i Franzesi a ritirarsi per la strada meno facile di Ovada. Marciavano prima ordinatamente; un accidente inopinato cambiò subitamente l'ordine in disordine, la ritirata in fuga. Fecero i generali Perignon, Grouchy, Colli, Partonneaux quanto per valorosi soldati si poteva per rannodare le genti loro sconvolte e spaventate, ma furono le loro fatiche sparse indarno. Pieni di spavento, ed incapaci di udire qual comandamento che si fosse, fuggivano a tutta corsa i repubblicani a destra, a stanca, e dove più il terrore che il consiglio li portava. Furono i generali suddetti feriti gravemente di arma bianca, e tutti fatti prigionieri. I gregarii, che per la fuga non si poterono salvare, furono per la rabbia concetta nella battaglia, e per comandamento di Suwarow, tutti uccisi inesorabilmentedai Russi: orribile macello da aggiungersi a quello di Novi!Finalmente i repubblicani giunsero a salvamento ai sicuri ricetti delle montagne genovesi. Niun campo di battaglia fu mai tanto spaventoso quanto questo pel sangue sparso, per le membra lacerate, pei cadaveri accumulati. Ne fu l'aria infetta; orribile tanfo durò molta pezza: spaventevoli terre fra Alessandria, Tortona e Novi, prima infami per gli assassinii, poscia contaminate dalle battaglie.L'assedio di Tortona, ora stretto, ora allargato più volte, secondo che i confederati ebbero comodità di adoperarvi le forze loro, o necessità di usarle altrove, s'incamminava dopo la vittoria di Novi al suo fine. Vi stava dentro il colonnello Gast, il quale con forse due mila Franzesi si difendeva molto virilmente. Fino dai primi giorni di luglio si erano cominciate dal conte Alcaini, uomo veneziano ai servigi d'Austria, a cui Suwarow aveva dato il carico dell'espugnazione, le trincee. Ma la bisogna lentamente procedeva per la resistenza degli assediati, per la natura del suolo, e per essere state le opere interrotte dalle vicine battaglie. Nondimeno, soprantendendo ai lavori della oppugnazione un ingegnere Lopez, fu tirata a perfezione nei primi giorni di agosto la prima trincea di circonvallazione. Ma si faceva poco frutto contro la piazza, perchè, stante il suo sito eminente, piuttosto con le bombe che con le palle si poteva espugnare. Laonde, continuando a lavorare indefessamente gli oppugnatori, tanto fecero che vennero a capo di ordinare la loro seconda trincea, e questa armarono di numero grande di cannoni e di mortai. Non si sbigottiva per questo Gast, perchè ed era uomo di gran cuore, e le casematte di grosse e triplicate volte non cedevano a quella orribile tempesta. Ciò non ostante, un guasto considerabile fu fatto dalle bombe negli artiglieri e nelle artiglierie della fortezza. I Franzesi con arte ecostanza somma le riattavano, e continuavano a tuonare contro gli assalitori. Si vedeva che molta fatica e molto sangue bisognava ancora spendere per espugnare Tortona. Ma per la giornata di Novi non vedendo Gast speranza di poter più allungare la difesa, convenne di arrendersi, se infra un certo tempo non fosse soccorso. Stipulossi adunque il dì 22 agosto fra le due parti un accordo, pel quale si sospesero per venti giorni le offese, obbligandosi il Franzese a dare la piazza, se nel detto termine l'esercito non arrivasse a liberarlo; uscirebbe a tempo pattuito la guernigione con armi e bagagli, con le bandiere all'aria, col suono dei tamburi; deporrebbe le armi sulla piazza di San Bernardino, e per la più breve se n'andrebbe in Francia sotto fede di non militare contro gli alleati per quattro mesi. Il dì 11 settembre non essendo comparso aiuto da nissuna parte, uscivano i repubblicani dalla fortezza, entravanvi gl'imperiali.

Mentre nel raccontato modo si combatteva fra le due schiere superiori, Melas, che, sebbene fosse già molto innanzi cogli anni, era nondimeno uomo di gran cuore, assaltava col fiore de' suoi granatieri la testa di ponte sul canale Ritorto, e, ad onta che ne fosse parecchie volte ributtato, superava tutti gl'impedimenti e si rendeva padrone del passo. Istessamente fece del ponte sull'Adda, testa molto fortificata, dove i soldati freschi dei confederati, spingendosi avanti sui cadaveri dei loro compagni, che quasi pareggiavano il parapetto, con le baionette in canna superarono il passo, e fecero strage del nemico. Moreau, che in questa orribile mischia si era mescolato coi combattenti, comandava a' suoi, che, abbandonato e rotto il ponte, si ritirassero. Ristorava prestamente Melas il ponte, ed una nuova ed ugualmente aspra battaglia ingaggiava coi repubblicani, che, animati dalla presenza e dai conforti del loro generalissimo, virilmente si difendevano. Ma già tutte le schiere superiori erano o separate o volte in fuga, e già, oltre la schiera di Melas, una novella squadra urtava i Franzesi per fianco; già Moreau medesimo era in pericolo d'esser preso dai vincitori, che il cingevano d'ogni intorno.

Pure, pel disperato valore de' suoi soldati, che amavano meglio perdere la vita che il loro capitano, Moreau si riscattava da quel duro passo, e, perduta intieramente la battaglia, e lasciato Milano sicura preda ai confederati, gli parve di condurre a presti passi l'esercito sulla destra sponda del Ticino. Melas e Suwarow si ricongiunsero a Gorgonzola. Così si vede che nissuna speranza di salute restava a Serrurier. Fu assaltato dai due corpi uniti di Rosemberg e di Wukassowich. Si difendeva con un valore degno di lui e de' suoi soldati; e, sebbene il combattimento fosse tanto disuguale pel numero, tanto fece che si condusse intero a Verderia, e quindi, affortificatosi con molta prestezza ed arte, attendeva a difendersi. Ma essendosi finalmente accorto dal continuo ingrossar del nemico dell'infelice successo della battaglia sulle altre parti, e tempestando da tutte le bande le artiglierie nemiche sopra uno spazio assai ristretto, chiese i patti e li conseguì molto onorevoli.

La vittoria di Cassano, che compiva quelle di Verona e di Magnano, e faceva tanto crescere il nome imperiale in Italia, recò in poter degli alleati tutta la Lombardia ed il Piemonte.

Le genti russe, più affaticate delle austriache per lungo viaggio, si riposarono dopo la battaglia. Fu commessa la cura a Melas di condurre quelle dell'imperatore Francesco in Milano, già vinto prima che occupato. Importava altresì che un paese austriaco fosse dagli Austriaci ritornato alla consueta obbedienza. Vivevasi in Milano con grandissima sospensione d'animi, perchè i reggitori della repubblica, con tutti gli addetti ed aderenti loro, non avevano altra speranza in tanta mutazione di fortuna, che quella di salvarsi esulando in Francia. I partigiani del governo antico sollevavano gli animi a grandi speranze, e si promettevano nella depressione altrui l'esaltazione propria. Ognuno pensava od a fuggire la tempesta che sovrastava, od a farla fruttificarein suo pro. Sapevano i capi della repubblica quale ruina sovrastasse, ma le cattive novelle si celavano al volgo, ed inorpellate cose dicevano, ora di vittorie franzesi, ora di alloggiamenti insuperabili da loro fatti, ora di fiumi impossibili a varcarsi, ora di mosse maestrevoli e sicure eseguite dai repubblicani, ora di una apprestata per arte e prossima ruina di tutte le genti imperiali: questa fama nutricavano diligentemente e con ogni studio. Con questo falso corrompevano il vero; i popoli si confondevano. In su questo, ecco arrivare a porta Orientale dalla parte di Cassano soldati repubblicani alla sbandata, carri di feriti, fastelli di munizioni e di bagaglie, armi sanguinose, ogni cosa retrograda. Principiava il popolo a fare discorsi ed adunanze: la sera cresceva il terrore degli uni, l'ansietà degli altri. Partivano, scortati da qualche squadra di cavalleria, alla volta di Torino i direttori della repubblica Marescalchi, Sopransi, Vertemati-Franchi, e con loro quasi tutti coloro che, o nei gradi fossero o no, avevano maggiormente partecipato del governo repubblicano. Portò il direttorio con sè denaro del pubblico, di cui una parte mandava a Novara; venne poco dopo in potere degli alleati.

Arrivava il vincitore Melas il dì 28 aprile in cospetto della città. Gli andavano incontro sino a Cresenzano l'arcivescovo ed i municipali. Poco dopo entrava trionfando, accorrendo il popolo in folla, e con lietissime grida salutandolo. Cresceva ad ogni momento la calca; pareva che tutta la città si versasse a vedere ed a salutare le insegne dell'antico signore. La sera si accesero i lumi alle case, si fecero cantate, balli, fuochi d'allegrezza. La bontà del popolo milanese risplendette in questo importante fatto: non fece ingiuria nè minaccia ad alcuno. Ma quando arrivò la gente del contado, s'incominciarono le persecuzioni contro i giacobini, o veri o supposti, e andò a sacco il palazzo del duca Serbelloni. Per frenaril furore di questi uomini facinorosi in paese tanto reputato per dolcezza degli abitatori, l'amministrazione temporanea, che si era creata, esortava il popolo ad astenersi da ogni ingiuria, ed a non contaminare con insolenze e persecuzioni la allegrezza comune. Avvisava inoltre che chi non obbedisse sarebbe gastigato. Volendo Melas ed il commissario imperiale Castelli dare maggior nervo a queste esortazioni, avvertivano che al governo solo si apparteneva la punizione de' rei, e che chi s'arrogasse vendette private o turbasse il pubblico sarebbe senza remissione punito militarmente. A questo modo si frenarono in Milano le intemperanze popolari. Arrivava intanto Suwarow; il riguardavano come un nuovo uomo: disse all'arcivescovo essere venuto a rimettere la religione in fiore, il papa in seggio, i sovrani in onore. Soggiunse ai municipali venuti a fargli riverenza, che li vedeva volentieri; che solo desiderava che come suonavano le parole loro, così avessero i sentimenti.

Restavano a compirsi da Suwarow due imprese, secondo che il consigliasse il procedere dell'avversario; o di premere a destra per disgiungere i Franzesi di Italia da quei della Svizzera, o d'incalzare sulla stanca, passando il Po per impedire la congiunzione di Macdonald con Moreau. Dal canto suo Moreau, essendo ridotto il suo esercito a quindici mila combattenti, stava in dubbio a quale parte gli convenisse condursi; perchè o doveva egli pensare a tenersi accosto alle Alpi per consentire con Massena che continuava a combattere aspramente in Isvizzera, o al piegarsi sulla destra del Po per dar la mano a Macdonald. Elesse questo secondo partito. Conduceva dunque lo esercito nei contorni d'Alessandria, alloggiandolo in un sito molto forte. Per tal modo non abbandonava del tutto le pianure, e si teneva la strada aperta verso gli Apennini. Per la qual deliberazione del capitano di Francia fu necessitato Suwarow a fermare la guerratra la destra del Po e la catena di questi monti.

Venute in mano degli alleati Peschiera, Pizzighettone ed il castello di Milano, rimanevano in favor dei Franzesi Mantova, intorno alla quale, siccome piazza di maggiore importanza, Kray si affaticava, e con Mantova tutte le fortezze del Piemonte. Ingrossati gli alleati dai corpi che avevano oppugnate le fortezze conquistate, e fatti animosi delle sollevazioni dei popoli in loro favore, si accostavano a Moreau coll'intento di cacciarlo per forza da quel forte nido in cui si era ricoverato. Passarono i confederati, massimamente Russi, il dì 11 maggio, il Po a Bassignana; ma tentata invano con dimostrazioni parziali e con romoreggiare all'intorno l'ala sinistra di Moreau, avvisarono di far pruova se, minacciando sulla destra, il potessero sforzare alla ritirata. S'ingaggiava una battaglia molto viva, dopo cui tornando intero e minaccioso Moreau nel suo sicuro alloggiamento, dimostrava ch'era ancor vivo, e che gl'infortunii presenti non gli avevano tolto nè la mente nè la fortezza d'animo.

Oramai la guerra che gli romoreggiava tutto all'intorno lo sforzava a far nuove deliberazioni. I popoli si erano levati a calca contro i repubblicani: commettevansi crudeltà, saccheggi, uccisioni. Le terre astigiane grondavano sangue, quasi in sul cospetto di Moreau. Pensava egli alla salute de' suoi: vedendo piena troppo grossa, e che non era più tempo di aspettar tempo, passando per Asti, Cherasco e Fossano, e lasciate ben guardate Alessandria e Tortona, andava a porsi alle stanze di Cuneo, per avere le strade libere verso Francia pel colle di Tenda o per la valle d'Argentera. Da Cuneo il generale della repubblica, lasciatovi un forte presidio, si conduceva, essendo oggimai stremo di gente, sul destro dorso degli Apennini

Partiti i Franzesi, ciò fu cagione che l'amministrazione del Piemonte creata da Moreau, passando per Torino, andassea far capo in Pinerolo, perchè le valli dei Valdesi, vicine a questa città, ed abitate da popoli quieti e nemici di ogni scandalo, davano un adito sicuro a ripararsi in Francia. Per la partenza medesima dei soldati di Francia si moltiplicavano a dismisura in Piemonte le sommosse popolari. La rabbia politica, il zelo, come pretendevano, della religione, spesso ancora l'amore del sacco e gli odii privati producevano questi effetti, cui venne ad accrescere un manifesto mandato da Suwarow ai Piemontesi dalle sue stanze di Voghera, incitandogli alle armi. Atroci falli seguitavano le parole.

Frattanto Suwarow intendeva l'animo all'acquisto di Torino, perchè, essendo città capitale, si stimava che la possessione di lei, facendo risorgere l'immagine del regno, inviterebbe i popoli a tornare all'antica obbedienza. Oltre a questo, importavano agli alleati il suo sito, molto accomodato alla guerra, e la copia delle artiglierie e delle munizioni che vi si trovava ammassata. Non aveva potuto Moreau, per la debolezza delle genti che gli restavano, lasciar in Torino un presidio sufficiente, e, dalla guarnigione della città in fuori, non vi era forza che potesse preservar la città, quantunque fosse cinta di mura forti ed ordinate secondo l'arte a difesa. Arrivava Wukassovich con genti regolari e turbe paesane; faceva la chiamata. Rispondeva Fiorella volersi difendere. Principiava dai monte dei Cappuccini e dar la batteria; e non facendo frutto con le palle, provò le bombe. S'accesero alcune case vicine alla porta di Po. In questo punto la guardia urbana apriva la porta. Entrarono a furia i soldati corridori di Wukassovich: gli accompagnavano, cosa di grandissimo spavento, le turbe infami di Branda-Lucioni, famoso capo di briganti. Salvaronsi frettolosamente in cittadella i pochi soldati repubblicani che alloggiavano in città, dei quali alcuni furono presi, altri uccisi. Già Torino non era più in potere di Francia, ma non era ancora in poter d'Austriadel tutto, perchè su quel primo giungere le truppe contadinesche dominavano, uccidevano, davano il sacco; ed insomma la città piena di spavento aspettava qualche gran ruina, e, se i confederati non fossero stati presti ad accorrere ed a frenare questi uomini furibondi, sarebbero forse avvenuti mali peggiori di quelli che si temevano.

Quando i tumulti che avevano conquassato il Piemonte alcun poco restarono, entrava, a guisa di trionfatore, il generalissimo Suwarow. Andava in sul giungere nella chiesa metropolitana di San Giovanni per ringraziare Iddio dell'acquistata vittoria. Intanto Fiorella, che governava la cittadella, traeva con le artiglierie; i confederati traevano contro di lui; era vicino un altro sterminio. Infine le due parti convennero, perchè altrimenti la sede del re ne andava in subbisso, che i confederati non assalterebbero la cittadella dalla parte della città, ed i Franzesi non infesterebbero la città dalla cittadella. Era Suwarow continuamente veduto e corteggiato dai nobili; i più savii consigliavano la moderazione, gli altri il rigore.

Il Russo, quantunque fosse di natura molto risentita, ed anzi acerba, massime in queste faccende di Stato, più volentieri udiva i primi che i secondi, perchè giudicava secondo la ragione, non secondo la parzialità del luogo o i desiderii di vendetta. Chiamava a sè il marchese Thaon di Sant'Andrea, e gli dava carico di riordinare i reggimenti del re; ed il marchese pubblicava un suo manifesto, e alle sue parole senza tardità i soldati si raccoglievano. Poi Suwarow, consigliandosi col marchese medesimo e con gli altri capi del governo regio, creava, per dar forma alle cose sconvolte, un governo interinale sotto nome di consiglio supremo, insino al ritorno del re.

Vedeva il consiglio che per confermare lo Stato del re, principalmente nella capitale, si rendeva necessario l'espugnare la cittadella; perchè non solamenteella era di sicurtà grande al Piemonte, ma non si giudicava nemmeno onorevole l'avere quel morso in bocca nella sede stessa della potestà suprema: laonde, acciocchè la faccenda camminasse con maggior diligenza, si offerse a far le spese dell'oppugnazione. Il dì 13 giugno principiarono i confederati a lavorare al fosso ed alla trincea della prima circonvallazione. Non mancarono gli assediati a sè medesimi nel volere impedire colle artigliere che i nemici tirassero a perfezione la trincea. Ma questi con le solite arti affaticandosi, ed aiutati con molto fervore dai contadini, che niuna fatica o pericolo ricusavano, apprestarono le batterie, e la mattina del 18 diedero mano a bersagliare la fortezza. Prodotti gravissimi danni, faceva Keim, che da Suwarow aveva avuto carico di questa oppugnazione, la intimata alla piazza. Fiorella rispondeva, volersi tuttavia difendere. Il bersaglio ricominciava più forte che per lo innanzi, e continuava sino al mezzodì del 19. La caserma, i magazzini, la casa stessa del governator Fiorella ardevano, una conserva di polvere aveva fatto scoppio; le casematte, per esservi trapelata molta acqua, non offerivano rifugio. Morti erano la maggior parte dei cannonieri; le batterie scavalcate, i parapetti distrutti; la piazza ridotta senza difese d'artiglieria. Già la seconda circonvallazione si cavava a gittata di pistola dalla strada scoperta, e gli oppugnatori la continuavano con la zappa per modo che già erano vicini a sboccare nel fosso.

Il perseverare nella difesa sarebbe stato piuttosto temerità che valore; perciò Fiorella trattò della resa. Si fermarono, il dì 20, i capitoli, pei quali si pattuì che il presidio uscisse con gli onori di guerra; che deponesse le armi; che avesse libero ritorno in Francia coi cavalli e colle bagaglie; che desse fede di non servire contro i confederati sino agli scambi; Fiorella e gli altri ufficiali maggiori fossero, come prigionieri di guerra fino agli scambi, condotti in Germania. Uscirono i vintiin numero di circa tre mila; entrarono i vincitori il dì 22. Ottenuta la cittadella, se ne giva Keim ad ingrossare sulle sponde della Bormida Suwarow, al quale la fortuna stava preparando nuove fatiche e nuovi trionfi. Fecersi in Torino molti rallegramenti civili, militari e religiosi per la riacquistata cittadella. Ne pigliarono i regi felici augurii. Mandava Suwarow pregando il re, acciocchè se ne tornasse nel regno ricuperato. Ma l'Austria, che aveva altri pensieri, attraversava questo disegno.

La guerra, che insanguinava le terre italiche, non risparmiava le greche. Ma noi non potremo dilungarci dalle cose nostre per narrare come le isole del mare Ionio ed altre terre circostanti, tolte sotto specie di amicizia dai repubblicani di Francia all'imperio dei Veneziani, venissero per forza d'armi sotto quello dei Turchi e dei Russi. Il termine fu, che dopo i fortunosi casi di questa guerra, piena di fatti altri alti e generosi, altri crudeli ed atroci, il consiglio generale di Corfù, convocato dai confederati, secondo gli ordini antichi, decretava che si ringraziasse santo Spiridione, e con annua processione si onorasse; si ringraziassero i comandanti russo e turco e l'ammiraglio d'Inghilterra Orazio Nelson; si ringraziassero Paolo I, Giorgio III, Selim III. Fu data la somma del governo non solo di Corfù, ma ancora di tutte le isole e territorii ionici, ad una delegazione di sei nobili. In tale forma si visse a Corfù finchè dai confederati fuvvi ordinato governo stabile di repubblicani sotto tutela della Porta Ottomana. A questo modo, per opera, prima dei Franzesi, poi dei confederati, fu alienato per sempre dall'imperio d'Italia all'imperio degli oltramontani o degli oltremarini il dominio del mare Ionio, che Venezia avea saputo conservare per tanti secoli contro tutte le forze dell'impero dei Turchi. Venuto Corfù in poter dei confederati, divenne ricovero sicuro a coloro, cui cacciava dall'Italia la presenza dei repubblicani.Vennervi le principesse esuli di Francia: vennervi i cardinali Braschi e Pignatelli, il principe Borghese, i marchesi Gabrielli e Massimi, il cavalier Ricci e molti altri personaggi. Le flotte russa e turca andarono ad altre fazioni nell'Adriatico e nel Mediterraneo, le quali siamo per vedere in progresso.

Come prima ebbe Moreau il governo supremo dell'esercito italico, avea applicato i suoi pensieri a far venire sul campo delle nuove battaglie le genti che sotto l'impero di Macdonald custodivano il regno di Napoli. Per la qual cosa aveva speditamente mandato a Macdonald che partisse da Napoli con tutto l'esercito, solo lasciasse presidio nei castelli, nelle piazze più forti, e con esso lui venisse prestamente a congiungersi, determinando il luogo della congiunzione dei due eserciti nei contorni di Voghera. A questo fine, volendo dar mano più presto che fosse possibile alle genti vincitrici di Napoli, e considerato che Macdonald, per essere le strade del littorale della riviera di Levante troppo difficili e da non dar passo alle artiglierie, era necessitato a camminare fra l'Apennino e la sponda destra del Po; e temendo che fosse troppo debole a sostener l'impeto dei corpi sparsi dei confederati, che prevalevano di cavalleria nelle pianure di Bologna e di Modena, avea mandato Victor con la sua schiera ad incontrarlo sui confini della Toscana e del Genovesato. Partiva Macdonald, accompagnandolo Abrial, da Napoli, lasciati presidii franzesi, sebbene deboli, nei castelli di Napoli e nelle fortezze di Gaeta, di Capua e di Pescara. Grave e difficile carico gli era addossato, ma del pari glorioso, se il portasse a felice fine. Viaggiava con molto disfavore dei paesi per cui gli era necessità di passare, perchè le popolazioni sollevate a cose nuove, stavano in armi e pronte a contrastargli il passo. Tumultuava il regno sulle sponde del Garigliano, tumultava lo Stato romano, e da Roma in fuori non v'era luogo che fosse sicuro ai Franzesi. Tumultuavala Toscana molto furiosamente, già sì pacifica e dolce. Le strade, che davano il passo da una parte all'altra degli Apennini, specialmente Pontremoli, sito di non poca importanza, erano in possessione dei collegati. Nè egli aveva cavalleria bastante a spazzare i paesi, a procacciarsi le notizie, a far vittovaglie, a difendersi dagli assalti improvvisi. Nè è dubbio che l'impresa di Macdonald non fosse delle più malagevoli ed ardue che capitano di guerra sia stato mai obbligato di fornire.

Si metteva in via, diviso il suo esercito in due parti. Marciava la destra guidata da Olivier accosto agli Apennini con l'intento di riuscire per la strada di San-Germano, Isola, Ferentino, Valmontone e Frascati, verso Roma. La sinistra, condotta da Macdonald, seguitava verso la capitale medesima dello Stato romano la strada più facile della marina. Erano con questa le più grosse artiglierie e le principali bagaglie. Fu la prima necessitata a combattere, non senza molto sangue, parecchie volte per condursi al suo destino. San-Germano si oppose con le armi; fu preso per forza e saccheggiato. Isola si persuase di poter arrestare con genti tumultuarie soldati regolari, agguerriti e bene armati: assaltarono i Franzesi, dopo di aver ricerco gl'Isolani del passo la terra: si difesero i terrazzani con tale ostinazione che un accanito combattimento durava già più di sei ore, e non se ne prevedeva il fine. All'ultimo, cacciati di casa in casa a viva forza, si ritirarono, lasciando la città in mano degli assalitori, i quali, sdegnati all'antica nimistà degl'Isolani, allo aver tratto al messo mandato avanti per trattare l'accordo del passo, e alla tanto ostinata resistenza, per cui non pochi dei loro erano stati morti, mandarono la terra a ruba ed a sangue. Quanti poterono aver nelle mani, tanti ammazzarono. Entrati nelle case, uccisi prima gli abitatori, facevano sacco. Poi si diedero in sul bere di quei vini generosi, per modo che il furore della presente ebbrezza, congiuntocol furore della precedente battaglia, li fece trascorrere in opere abbominevoli. Nè più davano retta ai loro ufficiali o generali, che li volevano frenare, che alla ragione od alla umanità. Sorse la notte; era una grande oscurità, pioveva a dirotto. Gl'infuriati repubblicani, dato mano alle facelle, incesero la città, che in poco d'ora fu da sè stessa tanto disforme che non era più che un ammasso spaventevole di sangue, di fango e di ruine.

Passarono i Franzesi a Veroli senza difficoltà, passarono a Ferentino ed a Valmontone; finalmente congiuntisi entrarono il dì 16 maggio del presente anno 1799 nelle sicure stanze di Roma. Quivi Macdonald, dato animo con promesse e con discorsi, lasciate per marciare più spedito le artiglierie e gl'impedimenti più gravi, e guernite di presidii le piazze di Civitavecchia, di Ancona e di Perugia, s'incamminava alla volta di Toscana. Era in questa provincia succeduta una mutazione grandissima; eccettuati i luoghi in cui i Franzesi insistevano coi presidii, tutti gli altri si erano voltati in favor degli alleati, con gridare il nome di Ferdinando. Ma questa mutazione si era fatta con tanto tumulto, con tanto furore e con tanta ferocia, che tutt'altre cose si sarebbero aspettate dai Toscani che queste.

La sede principale della sollevazione erano Arezzo e Cortona, le quali il sito rendeva sicure. Arezzo si era con ogni miglior modo fortificata, anzi ogni edifizio era fortezza. Numerose squadre di gente venuta dal contado e variamente armata custodivano le porte, e curiosamente e diligentemente esaminavano chi entrava e chi usciva. Movevansi sospetti ad ogni tratto in mezzo a quei contadini infuriati per voci date, o a ragione o a torlo, di giacobino. Era lo stare cattivo, il viaggiare peggiore. Tuttavia questi uomini, tanto sfrenati contro i Franzesi e contro coloro che avevano o che parevano aver odore di essi, mostravansi obbedienti, al nome di Ferdinando. Erasi in mezzo a questi tumulti creato in Arezzoun magistrato supremo, in cui entravano preti, nobili e notabili; uomini nè sfrenati nè feroci, ma non potevano impedire il furore del popolo; solo s'ingegnavano di dargli regola e legge. Questa fu la mossa di Arezzo, alla quale, come quasi un antiguardo, consuonava quella di Cortona. In grave pericolo si mettevano, perchè le cose dei Franzesi erano ancora in essere, e potevano risorgere, e Macdonald pensava a passare per la Toscana. Pure Arezzo si salvò, Cortona pagò qualche fio; l'una e l'altra furono cagione che il nome di Ferdinando risorgesse in Toscana innanzi che i confederati vi arrivassero. Fu Cortona messa a dura prova da' Polacchi venuti di Perugia; ma si difese sì valorosamente, che gli assalitori se ne rimasero, avviandosi a Firenze. Venne poscia una colonna franzese molto forte, ch'era l'antiguardo di Macdonald. Cortona si arrese con patto che fossero salve le sostanze e le persone; il che fu loro osservato.

Avrebbe desiderato Macdonald, che arrivava verso il finir di maggio a Siena, sottomettere Arezzo, e gli faceva l'intimazione. Mandò contro gli Aretini un bando terribile. Ma tutto fu indarno: gli Aretini non si sbigottirono; il Franzese non si accinse a domarli, però che volea camminar veloce all'impresa. Si mosse Albiano, terra vicina al Genovesato, a sollevazione contro i Franzesi, non senza commettere i soliti atti di crudeltà. Andarono i Franzesi, saccheggiarono ed arsero la terra. Simili spaventi succedevano in altre parti della Toscana: ogni cosa sconvolta e sanguinosa. Marciava spedito al suo destino Macdonald, e perchè non avesse intoppi di ammutinamenti di truppe per mancanza dei soldi, Bertolio, che come ambasciadore di Francia reggeva a posta sua Roma, e Reinhard come commissario la Toscana, trovarono molti estremi di raccor denaro.

Erano a questo tempo le genti dei confederati molto sparse. Una grossa parte attendeva all'oppugnazione di Mantova:Klenau correva il Ferrarese ed il Bolognese; il principe Hohenzollern il Modenese; Otto stava sugli Apennini, massime a Pontremoli; Bellegarde, venuto dai Grigioni, circondava d'assedio Alessandria e Cortona; Suwarow e Keim alloggiavano in Piemonte per dar sesto al governo, per ridurre a devozione alcune valli delle Alpi, e per osservare a che fine volesse Moreau incamminare le sue operazioni, o verso Cuneo o verso la riviera di Ponente. Guerra troppo spicciolata era questa, mentre Macdonald se ne veniva intero da Napoli, e Moreau poteva tornare più grosso da Francia.

Moreau, dato voce che avesse avuto rinforzi di Francia, e che maggiori ne dovesse ricevere, essendo anche a quel tempo arrivata nel Mediterraneo una flotta franzese proveniente da Brest con qualche battaglione da sbarco, era andato a piantare i suoi alloggiamenti presso a Savona per accennare contro Suwarow in Piemonte; poi, speditamente marciando, si era condotto a Genova, verso la quale faceva concorrere le sue genti. Queste mosse apertamente indicavano in Moreau il pensiero di congiungersi con Macdonald, che già era arrivato in Toscana; nè Suwarow le poteva ignorare. Ciò nondimeno, ei se ne stava a consumarsi intorno alle fortezze ed alle montagne piemontesi. Ma non istette lungo tempo ad accorgersi che se per valore ei non era inferiore agli avversarii, gli avversarii lo avanzavano per arte. Già Victor, camminando per la riviera di Levante, appariva vicino a congiungersi con Macdonald, e già gli avvisamenti dei generali di Francia si approssimavano al loro compimento. Macdonald s'incamminava alle accordate fazioni, per le quali si prometteva l'assicurazione d'Italia. L'ala sua dritta, condotta da Montrichard, marciava contro Bologna; la sinistra si conduceva nella valle del Taro. Victor faceva il suo alloggiamento in Fornuovo. Dambrowski s'incamminava a Reggio. Macdonald si era calato col grosso dell'esercitoper la valle del Panaro, e inoltrato sino al casino Brunetti a piccola distanza do Modena. Moreau dal suo lato si era ingrossato sulla Bocchetta col pensiero di correre contro Cortona ed Alessandria. Già aveva mandato, per dar la mano più verso il piano e più da vicino a Macdonald, il generale Lapoype con una schiera di Liguri a Bobbio.

Queste mosse dei capitani della repubblica fecero accorti i generali de' due imperi ch'era loro mestiero di rannodarsi con molta prestezza, a tale strettezza essendo condotte le cose, che un giorno solo d'indugio poteva aprir l'occasione di una totale vittoria ai Franzesi. Per la qual cosa Kray, che stringeva Mantova, convertita la oppugnazione in assedio, andava a porsi con dieci mila soldati a Borgoforte sulla riva del Po, rompendo tutti i ponti. Un grosso di queste genti passarono anche il Po per fare spalla a Klenau ed a Hohenzollern, ch'erano in pericolo d'essere pressati da Macdonald. Il principale sforzo del generale franzese accennava contro Hohenzollern; però Klenau se gli accostava sulla destra. Per tal modo Montrichard colla destra dei Franzesi andava a ferire Klenau, il grosso Hohenzollern, Victor con la sinistra Otto, e tutto il pondo della guerra si riduceva nei ducati di Modena e di Parma. Ma i raccontati rimedii usati dagli alleati non erano bastanti per distornare la tempesta, perchè Macdonald solo era più forte di Klenau, Hohenzollern ed Otto uniti insieme; Moreau assai più di Bellegarde.

Adunque l'importanza dell'impresa era posta nell'esercito proprio di Suwarow, che insisteva in Piemonte. Se lo vide il generalissimo di Paolo, e si mise senza indugio a correre con prestissimi passi a Piacenza, sperando di poter combattere Macdonald prima che si fosse congiunto con Moreau, e di arrivare a tempo perchè il Franzese non rompesse del tutto le schiere unite dei tre generali austriaci. Intanto fortemente già si combatteva sulle rive del Panaro. Il giorno 10giugno succedeva un grosso affronto tra i soldati armati alla leggiera delle due parti, ed i Franzesi furono costretti a ritirarsi con grave perdita verso le montagne. Si combattè il giorno seguente con uguale ardore da ambe le parti, e la terra di Sassuolo rimase in poter dei Tedeschi. Non erano questi moti di molta importanza, e dimostravano piuttosto un ardore inestimabile di combattere in ambe le parti che un evento terminativo di battaglie. Ma il 12 giugno fece Macdonald un motivo assai più grosso per isbrigarsi da quei corpi nemici, che, sebbene meno grossi de' suoi, il molestavano e gl'impedivano il passo a' suoi disegni ulteriori. Ordiva per tal modo la forma della fazione che Hohenzollern ne venisse non solamente rotto, ma ancora impossibilitato al ritirarsi.

Fecero egregiamente i Franzesi l'opera del loro perito ed audace capitano. Fu la zuffa sostenuta con grandissimo valore dai Franzesi e dai Tedeschi, e durò molte ore; i cavalli massimamente andarono alle prese parecchie volte, e sempre se ne spiccarono laceri e sanguinosi. Le fanterie vennero replicatamente alla pruova delle baionette. La sinistra ala dei repubblicani riusciva nell'intento, perchè, cacciati i Tedeschi ed occupata la strada che dà a Reggio, s'intrometteva fra Hohenzollern e Otto. La mezza schiera medesimamente del generale tedesco, dove egli medesimo combatteva animando i suoi, fu obbligata a piegare e lasciare, fuggendo, Modena in potestà del vincitore. Sarebbe stato tutto questo corpo austriaco, secondo il disegno ordito dal generale franzese, circondato o preso se Montrichard avesse vinto sulla destra come Macdonald aveva sulla mezza e sulla sinistra. Ma Klenau, non aspettando che il nemico venisse a lui, era uscito a combattere, ed aveva rotto i repubblicani. La resistenza di Klenau fu la salute di Hohenzollern; perchè questi, trovate le strade aperte, si ritirava alla Mirandola; poi, non credendosi sicurosulla riva sinistra del Po, venuto a San Benedetto e quivi lasciato un piccolo presidio, varcava sopra un ponte di barche a San-Nicolò per andarsene ad aspettare sulla sinistra quello che i fati portassero. Klenau, vittorioso, poi vinto per le nuove genti mandate da Macdonald contro di lui, si condusse celeremente alle sue prime stanze di Cento; poscia vieppiù dilungandosi, andò a posarsi a Vigarano della Mainerba, sito poco distante da Ferrara. Già Ferrara era piena di spavento, e Klenau vi faceva provvisioni d'armi e di munizioni, come se il nemico fosse fra breve per arrivare.

Perdettero gli Austriaci in tutte le raccontate fazioni quindici centinaia di prigionieri è forse pari numero, tra morti e feriti. Dei Franzesi mancarono, fra morti e feriti, circa un migliaio; pochi vennero in poter de' vinti. Macdonald fu ferito non da Tedeschi nè nella mischia, ma dopo la vittoria da' Franzesi del reggimento Bussy che militava sotto le insegne austriache. Cinquanta di questi vollero aprirsi il varco con le armi in mano a traverso i nemici per raggiungere i compagni; e riuscirono, ridotti da cinquanta a sette.

Era la sorte d'Italia in pendente e doveva fra breve giudicarsi. Marciava celeremente Macdonald per unirsi a Moreau; Moreau mandava, come già fu detto, una squadra di Liguri sotto il governo di Lapoype a Bobbio, perchè servisse di scala alla congiunzione. Egl'intanto si apparecchiava a sboccare con tutto il suo esercito dalla Bocchetta per andar all'incontro di Macdonald. Suwarow marciava a gran passi da Torino per trovare o Moreau o Macdonald innanzi che fra di loro si fossero congiunti.

Erasi Macdonald, dopo i fatti d'armi combattuti contro Hohenzollern, condotto in Piacenza, nella quale era entrato il dì 15 di giugno. Quindi gli si era accostato Victor, che, mandato da Moreau ad ingrossare l'esercito del compagno, era arrivato al suo destino. Macdonald,volendo prevenire il nemico e romperlo prima che fosse fatto più grosso, nè forse sapendo che Suwarow già fosse arrivato con l'esercito sul campo, incominciava la guerra. Trovavasi il generale tedesco Otto, come antiguardo, alloggiato fra la Trebbia ed il Tidone. In questo antiguardo urtando Macdonald, lo sforzava a ritirarsi, a passar il Tidone ed a correre fino a Castel San Giovanni, inseguendolo passo passo i cavalleggieri della repubblica. Ma Otto, indietreggiando, aveva fatto abilità alle prime genti di Suwarow d'arrivare correndo in suo soccorso; imperciocchè primamente Melas, udito il pericolo di Otto, aveva celeremente spinto avanti la schiera di Froelich, che sostenne la impressione dei Franzesi; poscia sopraggiunse opportunamente la vanguardia russa, e tutte queste genti insieme unite fecero un tale sforzo che i repubblicani, quantunque con molta costanza contrastassero, furono rincacciati sulla destra del Tidone. Sopraggiunse la notte: cessavasi per poche ore dagli sdegni e dalle ferite. Erano i due eserciti separati dal torrente Tidone.

Avevano i due forti capitani della repubblica e dell'impero preparato, durante la notte, i soldati loro alla battaglia: erano le due parti ostinate alla vittoria o alla morte. Comandava Suwarow a' suoi che venissero in sul primo scontrarsi all'arma bianca, non dessero quartiere a nissuno e scannassero gridandourrà, urrà. Ma nel fatto i soldati mostrarono maggiore umanità del loro generale. Era l'esercito repubblicano schierato sulla sinistra della Trebbia, più vicino a questo fiume che al Tidone. Dalla parte sua Suwarow aveva ordinato l'esercito per guisa che fosse diviso in quattro parti. Passato il giorno 18 di giugno il Tidone a guazzo, venivano avanti gli alleati ad affrontare i repubblicani, che stavano preparati a ricevere l'urto loro. Avevano i primi fatto pensiero di urtare principalmente la sinistra del nemico; Bagrazione guidava la vanguardia; ma,essendo la campagna piena di fossi e di siepi, non arrivava se non tardi al cimento. I Franzesi, vedutolo a venire, impazienti di aspettarlo, si scagliarono furiosamente contro di lui. L'impeto loro fu tale che già i soldati del principe si crollavano e sarebbero anche andati in rotta s'ei non fosse stato presto a soccorrerli, ordinando una fortissima carica di cavalleria. Ne seguitò che non solo la fortuna della battaglia si ristorò dal canto degli alleati, ma ancora i Franzesi erano rincacciati fino agli alloggiamenti loro. Il quale accidente veduto da Macdonald, mandava alcuni reggimenti di Victor che frenarono Bagrazione, e facevano di nuovo piegare la fortuna in loro favore. In questo punto Rosemberg muoveva Schweicuschi in soccorso di Bagrazione, e per l'impeto di tante genti si attaccava in questa parte un'asprissima battaglia che durò molte ore. Al tempo stesso Forster con la sua vanguardia, composta massimamente di Cosacchi e di uno squadrone austriaco, si attaccava con la vanguardia repubblicana, e, dopo un ostinato conflitto, la sforzava a piegare. Sopravvenne il colonnello Lawarow con alcune compagnie, ed urtando a forza la vanguardia franzese che già si ritirava, la ruppe. L'impeto delle genti rotte, che disordinate urtarono nel centro dei repubblicani, lo scompigliarono, sforzandolo a ritirarsi, acremente perseguitato, oltre la Trebbia.

Macdonald, che vedeva che in questo fatto andava la fama propria e la fortuna della battaglia, rannodò i suoi di nuovo, facendo in questo tutte le veci di capitano esperto, valoroso e forte. Indi, bene ordinato e di nuovo confidente, marciava al riscatto della battaglia. Ne sorse una mischia molto feroce: Forster era molto pressato, e sarebbe eziandio stato vinto se Froelich, veduto il caso, non gli avesse mandato nuove genti in soccorso. Questo avviso di Froelich ristorò la pugna dalla parte degli alleati; la fortuna si pareggiava. Sulla destra dei Franzesi, cioè verso il Po, si combatteva ancheegregiamente per la repubblica e per l'impero. Così durò lunga pezza la battaglia, succedendo molto strazio e molte morti da ambe le parti. Vinse finalmente la fortuna dei confederati, che prevalevano di fanterie e di cavalleria. Fu rotto Dambrowski sulla sinistra, Macdonald sul centro, Olivier sulla destra: tutti furono obbligati a cercar ricovero, straziati dalle ferite e bruttati di sangue, sulla destra della Trebbia. Era il campo di battaglia orrido e doloroso a vedersi: in ogni parte uomini e cavalli morti o moribondi; in ogni parte gemiti e spaventi; in ogni parte armi e munizioni rotte e sparse; gli arbusti gocciavano, la Trebbia menava sangue. Sopraggiunse la notte, che rinvolse nelle sue ombre la miseranda strage, gli sdegni ancor vivi delle tre forti schiatte, e la cupidigia non ancora satolla d'umano sangue.

Era intento di Suwarow d'ingaggiare il seguente giorno una nuova battaglia, perchè voleva rompere del tutto quella testa di repubblicani innanzi che Moreau gli romoreggiasse alla spalle. Pensava medesimamente Macdonald, per la sua pertinacia insolita ad esser vinta od a piegarsi, di assaltare alla nuova luce quel nemico che già per due volte aveva tentato con tanto danno de' suoi e con sì poco frutto.

Intanto le sorti di Francia in Italia andarono in precipizio. Risolutosi Macdonald a non aspettare di essere assaltato, ma ad assaltare, muoveva alle 11 della mattina del 19 di giugno le sue genti contro l'esercito imperiale. Era l'ordinanza dei due nemici la medesima che ne' giorni precedenti. Con singolare intrepidezza passarono i repubblicani la Trebbia, ancorchè fossero aspramente bersagliati dalle artiglierie nemiche sì grosse che minute, principalmente da quelle che ferivano a scaglia. Nissuno creda che maggior valore nelle più aspre battaglie si sia mostrato mai di quello che in questa mostrarono e Franzesi, e Polacchi, e Russi, ed Austriaci. Senza scendere ai particolariè da notare che bene fu combattuta questa battaglia dalle due ale dell'esercito franzese sul principio, male sulla fine; il che fu cagione che se esse si ritirarono intiere sulla destra della Trebbia, la mezza vi si ricoverò fuggendo disordinata e rotta.

Avevano i Franzesi passato il fiume, ed essendosi ordinati sulla sponda sinistra assaltavano con l'antiguardo loro il nemico: ma questi, bravamente resistendo, li rincacciava. Venuta la seconda fila repubblicana in soccorso della prima, rinfrescava la battaglia, che fra breve divenne orribile. Impazienti l'una parte e l'altra di combattere di lontano, vennero tosto alle prese con le baionette: fu quest'urto tanto micidiale sostenuto quindi e quinci con un valore inestimabile. Quando pei cadenti, feriti o morti qualche spazio vuoto appariva nelle file, i viventi vi si gettavano e facevano battaglia con le sciabole, e quando non potevano con le sciabole, la facevano coi graffi, coi morsi e coi cozzi. Non fu questa battaglia generale, ma miscuglio di duelli fatti corpo a corpo, nè si vedeva chi avesse ad essere il primo a ritirare il passo. Ma mentre la fortuna stava per tale modo in pendente, ecco arrivare a corsa un reggimento di Tedeschi che diede animo ai Russi, lo scemò ai Franzesi; caricando e smagliando la cavalleria che fiancheggiava la schiera di Montrichard. Un reggimento di fanti leggieri, preso spavento da questo accidente, cesse fuggendo disordinatamente; la fuga e lo scompiglio invasero tutta la schiera, nè Montrichard ebbe potestà di rannodarla, malgrado che se ne desse tanto pensiero e molto vi si sforzasse. La rotta di Montrichard fu cagione del doversi ritirare Victor; perchè Suwarow, accortosi della favorevole occasione, che la fortuna ed il valore de' suoi gli avevano aperta, si cacciava dentro ai luoghi abbandonati col suo corpo di riserbo, ed assaliva il generale franzese per fianco. Pensò allora Victor al ritirarsi sulla destra riva, e il fece ordinatamente, perquanto quell'accidente improvviso il comportava. Così tutta la mezza dei repubblicani, parte rotta intieramente, parte poco intera e fieramente seguitata dalla cavalleria nemica, si era ritirata a salvamento oltre quel fiume che con tanta speranza di vittoria aveva poche ore prima passato.

Sopraggiunse la notte: era estrema la stanchezza dei combattenti; fuvvi riposo, se non d'animi, almeno di corpi. Pensava Suwarow, tosto che aggiornasse, di perseguitar il nemico, Macdonald di ritirarsi, quantunque a ciò di mala voglia e costretto dal parere dei compagni si risolvesse, perchè avrebbe desiderato di fare una quarta volta esperienza della fortuna; tanto si era ostinato in questa faccenda del combattere. Per la qual cosa, lasciato sulla sponda del fiume alcune genti delle più spedite per occultare al nemico la sua partita, s'incamminava celeremente col restante esercito, prima che la luce illustrasse l'italiche contrade, alla volta di Parma. Dal canto suo Suwarow, come prima vide sorgere l'aurora, passava il fiume per dar l'assalto al nemico ne' suoi propri alloggiamenti. Nè avendolo trovato ed accortosi della sua levata, si mise tosto a perseguitarlo, egli per la strada vicina ai monti, Melas per la prossimana al Po. Giunsero i Russi a Zema il retroguardo franzese governato da Victor e l'assalirono con molto valore e con ugual valore fu loro risposto dai Franzesi, cosa maravigliosa dopo gli infortuni recenti: la sola diciassettesima dovè darsi prigioniera. Dall'altro lato i Tedeschi arrivarono addosso ai Franzesi presso a Piacenza, e ne fecero molti prigionieri, massime feriti, fra i quali notaronsi principalmente Rusca, Salm e Cambray.

Avrebbe voluto Suwarow seguitare più oltre i repubblicani; ma udiva ad un tratto che Moreau, uscito dal suo sicuro nido di Genova, era sboccato dalla Bocchetta, minacciava trarre a mal partito gli assediatori di Tortona e di Alessandria.Deliberossi pertanto a tornarsene indietro, dando carico a Otto, a Hohenzollern ed a Klenau che perseguitando facessero a Macdonald tutto quel maggior male che potessero.

Restava a Macdonald un'impresa difficile a compirsi; quest'era di ritirarsi a salvamento in Toscana, per poter quindi per la riviera di Levante condurre le sue genti all'unione di Genova con quelle di Moreau. Ei ne venne, ciò nonostante, a capo con uguale e perizia e felicità. Ordinava a Victor che salisse per la valle del Taro, e che, varcati i sommi gioghi dello Apennino, calasse per quello della Magra nel Genovesato. Egli poi con la sinistra, ora combattendo alle terga, ora sul fianco sinistro, ed ora di fronte, e sempre animosamente e felicemente più che da vinto si potesse sperare, se ne viaggiava alla volta di Bologna per condursi di nuovo a Pistoia. Disperse le genti leggieri di Hohenzollern e di Klenau, che gli volevano contrastare il viaggio, passò per Reggio e per Rubiera, passò per Modena, che pose a grossa taglia, mandò presidii a Bologna ed al forte Urbano: poscia salendo s'internava nelle valle del Panaro ed arrivava al suo alloggiamento di Pistoia. Poco stettero Bologna ed il forte ad arrendersi ai confederati. Nè il generale franzese voleva pei disegni avvenire e per le molte sollevazioni dei popoli fermarsi in Toscana. Perlochè, chiamate a sè le guernigioni di Livorno e dell'isola d'Elba, che avevano capitolato, e poste sulle navi per a Genova le artiglierie e le bagaglie, si avviava per la strada di Lucca alla volta dei territorii Liguri, e quivi conduceva a salvamento i suoi stanchi soldati. Poi stanco egli stesso dalle fatiche e dalle ferite, se n'andava a Parigi piuttosto in sembianza di vincitore che di vinto per lo smisurato valore dimostrato. Con l'esercito di Macdonald si ritirarono ancora le genti franzesi che tenevano Firenze; tutta la Toscana tornava all'obbedienza di Ferdinando.

Il giorno medesimo, in cui Macdonaldcombatteva sulle rive del Tidone, Moreau scendeva con circa venticinque mila soldati dalla Bocchetta, e passando per Gavi e Novi, fatto anche sicuro dalla fortezza di Serravalle, che si trovava in potere de' suoi, se ne giva all'impresa di divertire i confederati dalle offese di Tortona, che già pericolava, essendo stata aspramente bersagliata da bombe ai giorni precedenti. Il giorno 18 assaltava gli Austriaci nel campo loro sotto Tortona, e, quantunque si difendessero da uomini forti, tuttavia, prevalendo i Franzesi in numero, furono costretti a cedere, e perdettero San Giuliano, disordinati e rotti ritirandosi oltre la Bormida.

Questa, vittoria liberava Tortona dall'assedio, e fu fatto abilità a Moreau di rinfrescarla di viveri e di munizioni. Scaramucciossi il giorno 19 ed il 20 sulle rive della Bormida. Il 21, messosi Bellegarde all'ordine, raccolte quante genti potè dal campo sotto Alessandria e da altre terre vicine, facendo stima non piccola di questo moto, nè volendo che Moreau si alloggiasse in quei luoghi, mandava Seckendorf con un grosso antiguardo ad assaltar i repubblicani sulla destra del fiume. Attaccossi Seckendorf con Grouchy a San Giuliano. Accorreva Bellegarde, accorreva Moreau. Divenne allora molto aspro il conflitto: da ambe le parti si facevano gli ultimi sforzi per uscirne con la vittoria. Alfine Grouchy, serrandosi addosso con molto impeto agli Austriaci, li rompeva e gli sforzava ad andarsene frettolosamente a cercar ricovero sulla sponda sinistra della Bormida. Quivi Moreau ebbe le novelle dei sinistri accidenti della Trebbia. Perlochè conoscendo che per allora non restava speranza di far risorgere la fortuna, e che la sola strada che gli rimanesse aperta per riparo del suo esercito era quella di ritirarlo prestamente là donde era venuto, condottosi con frettolosi passi per la strada di Novi e di Gavi a Genova, spartiva i soldati nelle stanze di Voltri, Savona, Vado e Loano. Munì Genovacon un sufficiente presidio; la strada di sboccar di nuovo nelle pianure tortonesi gli rimaneva libera pei forti di Gavi e di Serravalle. Oltre a ciò aveva per maggior sicurezza ordinato un forte campo con trincee tra la Bocchetta e Serravalle che aveva raccomandato alla fede del marchese Colli, assunto al grado di generale ed a lui congiunto d'amicizia. Le altre valli dei monti Apennini, per le quali si aprono le strade delle piauure bagnate dalle acque del Po, furono anche dal generale di Francia fortificate e munite con buoni presidii.

Tale fu la ruina ed il precipizio delle cose dei Franzesi in Italia che non ancora trascorsi quattro mesi da quando la guerra aveva avuto principio in questo anno, perdute sette battaglie campali e le fortezze di Peschiera e di Pizzighettone, il castello di Milano, la cittadella di Torino, perduta tutta l'Italia da Napoli fino al Piemonte, la cadente loro fortuna altro sostegno più non aveva che i gioghi dei monti liguri ed alcune fortezze. Conoscevano gli alleati che l'impero d'Italia non si rimarrebbe in mano loro sicuro se non quando tutte quelle fortezze conquistate avessero. Ma principale pensier loro era quello dell'acquisto di Mantova e delle fortezze del Piemonte. Per la qual cosa non così Moreau si era riparato nel suo sicuro seggio di Genova, che i confederati andarono col campo alla cittadella d'Alessandria con potentissimi apparecchi, sperando per l'efficacia del batterla, ch'ella avesse presto, quantunque molto fosse forte per arte, ad essere sforzata alla dedizione.

Era dentro Alessandria un presidio di circa tre mila soldati sottomessi al generale Gardanne, soldato che, pel suo valore in queste guerre italiche, era tostamente salito dai minori gradi della milizia ai maggiori. Risolutosi egli a difendersi fino agli estremi, animava continuamente il presidio con la voce e con la mano, sopravvedeva ogni cosa, ordinava con somma diligenza quanto fosse necessarioalla difesa. Dal canto suo Bellegarde niuna diligenza o fatica risparmiava per venire a capo dell'espugnazione. Aveva con sè venti mila soldati tra Austriaci e Russi, più di centotrenta pezzi d'artiglierie assai grosse, con obici e mortai in giusta proporzione. Si convenne da ambe le parti che gli alleati non molesterebbero la fortezza dal lato della città e che ella la città in nissun modo offenderebbe. Scavata ed alzata la prima trincea di circonvallazione, fece Bellegarde la chiamata a Gardanne. Rispose, essergli stato comandato che difendesse la fortezza e volerla difendere. La folgoravano con tiri spessissimi centotrentanove cannoni, quarantacinque obici, cinquantaquattro mortai. Nè se ne stava Gardanne ozioso, fulminando ancor esso con tutto il pondo delle sue artiglierie. Ma la tempesta scagliata dagli alleati fu sì grande che in poco d'ora, o per proprio colpo o per riverberazione ruppe la maggior parte dei letti delle artiglierie, sboccò le restanti, uccise non pochi cannonieri, arse una caserma ed una conserva di polvere con orribile fracasso: tacque per un tempo o debolmente trasse la piazza. Usarono gli assedianti l'accidente, e si spinsero avanti coi lavori; tentava Gardanne di impedirgli. Ciò non ostante tanto fecero che si condussero fin sotto ai bastioni. Sorgevano i segni della vicina dedizione. Già erano alzate le batterie per battere in breccia, già le scale pronte, già le artiglierie della piazza più non rispondevano. Di tanti, quattro cannoni soli si mantenevano in grado di trarre; le armi missili, oggimai consumate tutte, mancavano; un assalto al nascente giorno si preparava; una presa di soldati fortissimi trascelti a questo mortale ufficio già stavano pronti ad eseguirlo: le ruine stesse delle mura facilitavano la salita. Il resistere più lungo tempo sarebbe stato per Gardanne, non che temerità verso la fortuna, crudeltà verso i soldati; però inclinando l'animo alla concordia, chiese ed ottenne patti molto onorevoli il dì 21 luglio. Uscisseil presidio con tutti i segni d'onore che danno i vincitori ai vinti; si conducesse negli stati ereditarii e vi stesse fino agli scambi; avesse Gardanne facoltà di tornarsene in Francia sotto fede di non militare contro i confederati sino allo scambio. Fu celebrata la conquista d'Alessandria con ogni maniera di pubblica dimostrazione.

Non si era ancora acquetata l'allegrezza concetta per la conquista d'Alessandria dai collegati, ch'ebbero occasione d'un'altra maggiore prosperità per l'espugnazione di Mantova. Avea Buonaparte due anni innanzi conquistato questa fortezza piuttosto col consumarla per carestia di viveri che con lo sforzarla per oppugnazione. La domò Kray piuttosto per forza che per assedio, perciocchè si arresero i repubblicani alle armi imperiali, quando ancora avevano nelle conserve loro di che cibarsi ancora per lungo tempo; ma le mura sfasciate ed il cinto della piazza rotto li costrinsero in breve a quella risoluzione cui il fare ed il non fare tanto importava a loro ed agli alleati. Si era Kray, già fin quando Suwarow era arrivato al supremo governo dell'esercito, messo intorno a Mantova, ma non si era fatto molto avanti con le trincee, perchè non aveva forze sufficienti a circuire ed a sforzare una piazza di tanta vastità e difesa da una guernigione di dieci mila soldati. Ma quando, dopo le rotte di Macdonald, Suwarow fatto più sicuro ebbe mandato novelle genti all'assedio per forma che l'esercito di Kray ascendeva, se non passava, il novero di quaranta mila soldati, il generale tedesco, nel quale non si poteva desiderare nè maggior animo nè miglior arte, si accinse a voler fare quello che fino allora avea solamente accennato. Trovossi egli in grado di fulminare la piazza con più di seicento bocche da fuoco. Nè stette lungo tempo in dubbio circa la elezione del dove far la breccia per aprirsi l'adito dentro la piazza, se il nemico, ostinato oltre il dovere resistesse, perchè la partedi porta Pradella gli si appresentò tostamente come la più debole. Ma a volere che gli approcci si potessero fare più facilmente, si rendeva necessario per gli oppugnatori l'impadronirsi del torrione e del mulino di Ceresa. Quindi, senza starsene ad indugiare, alzarono le serrature del Paiolo; il che fu cagione che le acque del canale di questo nome, trovando uno scolo più facile, si abbassarono nelle parti superiori, e fu fatto abilità a Kray di spingersi avanti con le trincee contro la piazza. Spesseggiavano i Russi con tiri contro la cittadella, gli Austriaci contro San Giorgio. Ma la principale tempesta veniva da Osteria Alta, dai siti vicini alla strada per a Montanara, da Belfiore, da Casa Rossa, da Paiolo, da Valle e da Spanavera; quivi il generalissimo d'Austria avendo piantato le più grosse e più numerose artiglierie, per battere o per diritto o per fianco l'opera a corno di porta Pradella, i bastioni della porta medesima, il bastione di Sant'Alessio, con le fortificazioni dell'isola del Te e del Migliaretto.

Mentre con tanto fracasso e con sì viva tempesta fulminava Kray la parte più debole della piazza, tempesta alla quale gagliardamente anche rispondevano gli assediati, intendeva ad approssimarsi con le trincee all'opera a corno di porta Pradella. Un numero grande di guastatori, di zappatori e di palaiuoli insistevano a scavare e ad ammontar terra. In breve tempo compirono, quantunque gli assediati facessero ogni sforzo per isturbarli, la prima parallela: poi con gli approcci o con le traverse avvicinandosi, piantarono sei batterie. Già i confederati erano arrivati a compire la seconda parallela, e da questa con maggior furore scagliavano nella piazza il giorno palle, la notte bombe: era infinito il terrore della città. Molti assalti e molti vantaggi diedero indi abilità al corpo principale degli assedianti d'avvicinarsi del tutto all'opera a corno, dove sull'orlo stesso dello spalto gli Austriaci scavarono edalzarono la loro terza circondazione. Non potendo più resistere, i Franzesi se ne ritirarono. Accortisi gl'imperiali dell'accidente, entrarono, vi si alloggiarono e voltando dal bastione acquistato, come da luogo più vicino, l'artiglierie contro la porta Pradella, se alcuna cosa ancora vi era rimasta intera, questa disfecero e rovinarono: già battevano in breccia. La tempesta continuava da ogni lato: più di dieci mila o palle o bombe si lanciavano ogni giorno contro la straziata Mantova; non si era mai per lo innanzi veduta una oppugnazione tanto vigorosa e tanto violenta.

Tuttavia la guernigione, benchè assottigliata dalle stragi, indebolita dalle malattie, consunta dalle fatiche, ridotta a poco più di quattro mila abili alla battaglia, certo a gran pezza non più pari a tanta bisogna, tuttavia non pensava ancora a chiedere i patti e perseverava nelle difese, quando di tanto strazio increbbe a Kray. Mandava dentro il colonnello Orlandini, offerendo patti d'accordo onorevoli, e certificando a Latour-Foissac, comandante della piazza, la sconfitta delle genti franzesi sulla Trebbia e l'essersi Moreau del tutto ritirato per ultimo ricovero oltre i gioghi dell'Apennino. Adunò Latour-Foissac una dieta militare: tutti convennero in questo, che fosse necessità pel presidio di dare la piazza. Fu fermato l'accordo a' 28 di luglio; i capitoli di maggior momento furono i seguenti: onoratissimamente ad uso di guerra uscisse la guernigione; avessero i gregari facoltà di tornarsene in Francia sotto fede sino agli scambi: il comandante e gli ufficiali, soggiornato tre mesi negli Stati ereditarii, avessero facoltà di tornare nei paesi loro; i Cisalpini, Svizzeri, Piemontesi e Polacchi avessero come Franzesi a stimarsi, e come tali fossero trattati; avessero i Tedeschi cura degli ammalati e dei feriti; dessersi tre carri coperti al generale, due agli ufficiali; perdonerebbesi la vita ai disertori austriaci.

Entrarono i confederati il dì 29 nella lacerata Mantova, e per questa espugnazione fu dimostrato al mondo che per viva forza si può espugnare in pochi giorni. Trovarono più di seicento bocche da fuoco, altre armi in abbondanza, magazzini ancor pieni di vettovaglia. Successe tosto alla dedizione di Mantova quella di Serravalle.

Le rotte d'Italia e la presa di tante fortezze, massimamente quella di Mantova, avevano maravigliosamente sollevato gli animi in Francia, nè potevano restar capaci, siccome quelli che ancora avevano la memoria fresca di tante vittorie, del come soldati sì sovente ed in tanti segnalati fatti superati dai repubblicani fossero adesso e tutto ad un tratto divenuti sì forti, che avessero a venir a buon fine di qualunque fazione che tentassero contro Francia. Chi accusava l'oro corrompitore, chi i tradimenti per opinione. Si accusava Scherer, si accusava Latour-Foissac, si accusava Fiorella, si accusava Becaud, comandante che era stato del castello di Milano; nè trovava animi meglio inclinati verso di lui il valoroso Gardanne. Se non si dava carico di tradimento a Moreau, gli si dava quello dell'amministrare la guerra non con quella vigorìa che era richiesta alla repubblica. Gli ambiziosi accagionavano il direttorio delle calamità presenti e facevano ogni opera per espugnarlo, e insomma tanto si travagliarono con le parole e con gli scritti, e col subornare e col sobillare, che tre quinqueviri furono cambiati, surrogati nei seggi loro tre altri. Stettero contenti i zelatori alcuni giorni, forse un mese; poi ricominciarono a gridare contro i surrogati più fortemente di prima. Ma intanto, su quei primi calori dei nuovi quinqueviri sorsero nuove speranze; chè applicarono l'animo a riscaldare l'affezione della repubblica, l'amore del nome franzese, la ricordanza dei gloriosi fatti. Per tal modo diveniva, ogni giorno più la materia ben disposta; delle quali favorevoli inclinazionivalendosi, mandavano alle frontiere in Isvizzera, in Savoia, nel Delfinato, nelle Alpi Marittime, nella Liguria, quante genti regolari poteano risparmiare dei presidii interni. Poi per procurar nuove radici alle genti veterane, ordinavano nuove leve in ogni parte. I soldati nuovi marciavano volontieri, perchè le sconfitte recenti e le vittorie passate, con la necessità di mantener illibato il nome franzese, con accesi colori si rappresentavano dalle gazzette, dagli oratori, dai magistrati: poi le bellezze d'Italia maestrevolmente anche si dipingevano.

Questi tentativi su quegli animi pronti efficacemente operavano, e già Francia si moveva confidente contro la lega europea. Pensiero era di assaltare al tempo stesso e Svizzera e Piemonte e Italia. A tanta mole erano richiesti capitani valorosi e di gran fama. Già nella Svizzera Massena animosamente combatteva contro l'arciduca Carlo. Restava che agli eserciti che dovevano far impeto contro il Piemonte e contro l'Italia venissero preposti generali di nome, accetti ai soldati, accetti agl'Italiani. Championnet e Joubert più di tutti maggiormente lodavansi di queste condizioni. Furono eletti.

De' due eserciti che il direttorio aveva intenzione di mandare contro gli alleati in Italia, il primo, governato da Championnet, aveva carico di minacciar il Piemonte superiore e preservare le fortezze di Cuneo e Fenestrelle: il secondo più grosso doveva accennare, per le strade massimamente del Cairo e della Bocchetta, verso il Piemonte inferiore, con intento di liberar Tortona dall'assedio e di combattere su quel fianco gli alleati, donde poteva, se la fortuna si mostrasse favorevole, facilmente aprirsi il cammino sino a Milano. Era intenzione che questi due eserciti in uno e medesimo tempo calassero verso i luoghi a cui erano per volgersi; ma Championnet non aveva ancora messo insieme tante genti che fossero abbastanza a così grave bisogno, e quelle che aveva raccolto, la maggior parte soldatinuovi essendo, ignoravano l'arte ed il romore della guerra. Perlochè non poteva sperare di essere in grado di dar principio così presto, come sarebbe stato necessario, alle armi. Da un'altra parte Joubert aveva l'esercito pronto e capace di combattere; erano in lui i forti veterani di Moreau e di Macdonald, con altri reggimenti usi alla guerra della Vandea, stati trasportati dalla flotta di Brest nel Mediterraneo. Arrivava questo esercito a quaranta mila soldati, agguerriti uomini ed infiammatissimi nel voler vincere. Nè mancavano i sussidii necessarii, perchè abbondavano di artiglierie e munizioni; solo desideravano un maggior nervo di cavalleria. Temevano che Tortona, che dopo la perdita di Alessandria era il solo forte che potesse facilitare la strada ai repubblicani per Milano, non venisse in poter dei confederati, che con forti assalti la straziavano. Per la qual cosa, sebbene Championnet non potesse ancora concorrere alla fazione, Joubert si era deliberato a mostrarsi alle falde degli Apennini verso Tortona per combattere in battaglia campale il nemico, e, se ciò non gli venisse fatto, sperava almeno che la fortuna gli aprirebbe qualche occasione per soccorrere Tortona. Già era arrivato al campo. Trovatosi con Moreau, che se ne dovea partire per andare al governo della guerra del Reno: «Generale, gli disse, io vengo generalissimo di questo esercito, ed ecco che il primo uso ch'io voglio fare della mia autorità, quest'è di comandarvi che restiate con noi, e che governiate le genti come supremo duce voi medesimo: ciò mi fia caro oltremodo. Sarommi il primo ad obbedirvi e ad adoprarmi qual vostro primo aiutante.» Tant'era la venerazione che il giovane generale aveva per l'anziano, e tanta la temperanza del suo animo. Ciò fu cagione che Moreau restasse ed aiutasse col suo consiglio il compagno negli accidenti sì ponderosi che si preparavano. Le genti venute da Napoli con Macdonald e l'antico esercito di Moreau si calavanola maggior parte per la Bocchetta; le venute frescamente da Francia s'incamminavano per Dego e Spigno verso Aqui. Bellegarde fece qualche resistenza per quelle erte rupi; ma si ritirò, prima dai più alti luoghi per forza, poi dai più bassi per ordine di Suwarow, che, prevalendo di cavalleria, voleva aspettare i repubblicani al piano. Entrarono questi in Aqui: il mandarono a sacco per vendetta di compagni uccisi dai sollevati, quando Victor si ritirava ai monti liguri.

Quando l'ala sinistra dei Franzesi, di cui abbiam favellato, e che era governata dal generale Perignon, col quale militavano Grouchy, Lemoine e Colli, fu arrivata a lato e sulla fronte della mezzana e della destra, ordinava Joubert il suo esercito ed il disponeva agli ulteriori disegni. La mezzana obbediva a Joubert; la destra era commessa al valore del generale Saint Cyr, che aveva con sè Vatrin, Laboissiere e Dambrowski. Questa ultima scesa dalla Bocchetta arrivava per Voltaggio e Gavi sino a Novi, donde cacciava gli Austriaci. Faceva intanto una fazione contro Serravalle per mezzo del generale polacco, il quale occupò la città, ma non potè entrar nel forte. La mezzana alloggiava sulla strada che da Genova porta ad Alessandria per Ovada nella valle d'Orba, spingendosi oltre insino a Capriata. La sinistra aveva le sue stanze verso Basalazzo. Così l'oste di Francia, nella quale si noveravano circa quaranta mila soldati, si distendeva dalla Bormida sin oltre alla Scrivia, signoreggiando le tre valli della Bormida, dell'Erro ed Orba, del Lemmo e Scrivia. Nè contento Joubert alla fortezza naturale di quei luoghi erti e montuosi, con trincee, con fossi e con batterie di cannoni, piantate nei siti più acconci alle difese, gli affortificava. Per tal modo i Franzesi sovrastavano dai monti alla sottoposta pianura.

Aveva dalla parte sua Suwarow ordinato le genti per forma che l'ala sua dritta, composta massimamente di queiTedeschi che Kray aveva condotto dal campo di Mantova dopo la resa della piazza, e da lui medesimo governata, si distendeva nei campi vicini a Fresonara: la mezzana, a cui soprantendeva il generalissimo col generale Derfelden, e quasi tutta consisteva in soldati russi, alloggiava in Pozzuolo all'incontro di Novi. Finalmente la sinistra, in cui era il nervo dei granatieri austriaci e si trovava retta da Melas, stanziava a Rivalta, col fine di fare che i repubblicani non gli potessero impedire la ricuperazione di Tortona, e di combattere d'accordo coi compagni, se d'uopo ne fosse: erano nel novero di circa settanta mila soldati. Apparivano l'uno all'altro molto vicini i due eserciti nemici, nè la battaglia poteva differirsi, battaglia ardentemente desiderata da Joubert sì per ardimento proprio, sì per comandamento del direttorio, che volea che non si stesse ad indugiare, per far inclinar del tutto le sorti dall'un de' lati in quell'aspra guerra. Ma in una dieta convocata a posta pullulò grande varietà di opinioni. Una parte, alla testa dei quali era il generalissimo, voleano dar dentro immediatamente e menare le mani; l'altra conchiudeva i suoi ragionamenti sostenendo che miglior partito era l'aspettar il nemico ne' proprii alloggiamenti, che l'andarlo ad assaltare ne' suoi. Prevalse nel consiglio questa sentenza: raffrenava Joubert i suoi spiriti, e si riduceva, quantunque mal volentieri, a questa deliberazione, di aspettare che il nemico venisse a tentarlo negli apprestati alloggiamenti.

Variavano anche molto gli animi fra gli alleati intorno a quello che loro convenisse di fare. I generali austriaci, non soliti a commettersi all'arbitrio della fortuna, dissuadevano la battaglia. Ma le loro buone ragioni non furono capaci a Suwarow, che si consigliava piuttosto con l'ardire che con la prudenza, e che per le vittorie dell'Adda e della Trebbia era venuto in grandissima confidenza di sè medesimo: opinava perciò diversamente, nè poteva pazientemente udire che si fuggisseil combattere, e che il vincere fosse posto in dubbio e differito. Molte ragioni adduceva egli e conchiudeva doversi per onore, per debito, per sicurezza, dar dentro ed affrontare senza indugio l'inimico; perchè il tempo dava forza ai repubblicani, e qualche improvvisa fazione avrebbe soccorso Tortona.

A tali parole di quel vecchio risolato, vittorioso, nudrito nelle armi e negli esercizii della guerra, s'acquetarono i generali austriaci, e fu deliberata quella battaglia, in cui si contenevano tutte le sorti future dell'Italia. Appena era sorto il giorno 15 agosto, che i confederati givano all'assalto. Kray fu il primo a ingaggiar la battaglia con l'ala dei Franzesi, in cui il generalissimo della repubblica si trovava. Fu l'urto gagliardo, nè meno gagliardo il riurto. Molto sangue già si era fatto di lontano in questo primo congresso fra le truppe leggieri, molto sangue si faceva per conflitto delle genti più grosse; piegavano i soldati corridori di Francia. Joubert sotto speranza di rimetterli, si spingeva innanzi con le fanterie, gridando con la voce ed accennando col braccio,avanti,avanti. Quivi una palla mandata, dicesi, da un esperto cacciatore tirolese venne a por fine con una onorevole morte ad una delle vite più onorevoli che sieno state mai, ed a troncare le speranze degli amatori dell'indipendenza italiana. Fu percosso Joubert in mezzo del cuore, e senza poter mettere altra voce se ne morì. Recavasi Moreau in mano il governo dell'esercito. Non isbigottiva il funesto caso i Franzesi, che già si trovavano sul fervor della battaglia; che anzi, aggiungendo a valore furore e desiderio di vendetta, fecero pruove stupende e per sempre memorabili. Sforzavasi Kray, con cui militava anche Bellegarde, parecchie volte affrontando valorosissimamente il nemico, di sloggiarlo; ma sempre fu con perdita gravissima di morti e di feriti rincacciato: pareva disperata da questa parte la fortuna degli alleati. Nè con migliore auguriocombattevano sul mezzo. Aveva Suwarow mandato Bagrazione ad attaccar di fronte i Franzesi nel loro alloggiamento di Novi; ma si sforzò invano il principe, costretto anzi a tornarsene indietro sanguinoso e vinto. Mandava Suwarow, che pure la voleva spuntare, invece del generale respinto, ad assaltar una seconda volta Novi con una più grossa schiera Derfelden accompagnato da Miloradowic; ma quantunque l'uno e l'altro virilmente si adoperassero, non poterono venir a capo dell'impresa loro, e furono, come il primo ferocissimamente ributtati, tanta era la fortezza degli alloggiamenti franzesi, e tanto il valore che i difensori mostrarono in questa ostinata battaglia. Al primo sparare delle artiglierie e dell'archibuseria di Francia, andarono a terra o morti o rotti più di mille soldati di Russia.

Ma Suwarow non era uomo da sgomentarsi per quell'atroce accidente, ed anche pensava ch'egli solo era stato pertinace a voler la battaglia. Si faceva egli medesimo innanzi da Rivalta con tutta la squadra di riscossa, avventandosi contro il conteso Novi. S'attaccò di nuovo la battaglia tra Russi e Franzesi più furiosa di prima: il coraggio era uguale da ambe le parti, la strage maggiore da quella dei Russi, perchè i Franzesi combattevano da luoghi più sicuri, i Russi all'aperto. Tuttavia si spinsero avanti con tanto singolare intrepidezza, che, puntando con le baionette, costrinsero a piegare una legione repubblicana. Ma accorsi i compagni, e rifatto, siccome quelli che erano esperti ed usi a simili casi, tostamente il pieno, rincacciarono i Russi, che da questa animosa fazione non ritrassero altro che ferite e morti. Animava Suwarow anche con pericolo della vita, in sì fitto bersaglio, i soldati, e nuovamente mandava alla carica gli squadroni ordinati e stabiliti. Ma non per questo cedevano i Franzesi; che anzi tanto più fieramente si difendevano quanto più fieramente erano assaltati. Melasintanto, con la sua sinistra schiera spintosi avanti, era venuto alle mani col nemico. Ma i repubblicani pur sempre prevalevano, nè muro tanto fu saldo mai in niuna battaglia, quanto i petti dei Franzesi in questa. Il generalissimo di Russia dal canto suo, quanto più duro incontro trovava, tanto più si ostinava a volerlo superare. Ordinava a Kray, a Bellegarde, a Derfelden, a Rosemberg, a Bagrazione, a Miloradowich, a Melas, raunassero le schiere, e sì di nuovo a fronti basse percuotessero l'inimico. Il percossero; furono con orribile macello ributtati e voltati in fuga manifesta. Già da più di otto ore si combatteva; la fronte dell'esercito di Francia tuttavia si conservava intera; gl'imperiali, se non rotti del tutto, certo disordinati ed in volta. Già si vedeva che la forza, la quale sola aveva voluto usare Suwarow, non aveva bastato a smuovere i repubblicani dai loro alloggiamenti. I confederati cominciavano a starne con molta dubitazione; già i Russi, fuggendo da quella terribile tempesta, traevano con sè, quantunque quel vecchio robusto ed ostinato fieramente contrastasse, il generalissimo loro.

I generali austriaci intanto, dei quali questo accidente perturbava molto gli animi, e per cui quel conflitto era di estrema importanza pei dominii del loro signore, si studiavano a trovare qualche modo, poichè dove la forza non vale, vi abbisogna l'arte onde rinfrancare la fortuna afflitta. Ebbe in questo pericoloso punto Melas un fortunato pensiero che comprovò ch'egli era non solo d'animo invitto a non lasciarsi sgomentare in mezzo a tanto fracasso ed a tante morti, ma ancora di mente serena e di perfetto giudizio. Secondollo volentieri Suwarow, sperando che per arte altrui si salverebbe quello che o per eccessiva imprudenza o per eccessivo coraggio aveva egli perduto. Fece Melas avviso che non fosse impossibile di circuire l'ala destra dei repubblicani, e di riuscir loro allespalle, al che dava facilità la possessione di Serravalle. Per la qual cosa, volendo mandare ad effetto questo intento, lasciata solamente la prima fronte de' suoi a combattere contro i repubblicani, tirò indietro le altre squadre, alle quali ne aggiunse alcune altre testè arrivate da Rivalta. Fatto un grosso di tutte queste genti, erano otto battaglioni di granatieri, sei battaglioni di fanti, gli uni e gli altri austriaci, sollecitamente marciava sulla sinistra sponda della Scrivia ascendendo. Liberò d'assedio Serravalle; occupò Arquata. Perchè poi in mezzo a quella confusione di battaglia non si aprisse l'occasione al nemico, che già il tentava, di far correre una picciola squadra sulla destra del fiume sino a Tortona, comandava al conte Nobili che se ne andasse a Stazzano con una sufficiente squadra, e frenasse i Franzesi. Già era Melas giunto tra Serravalle e Novi, quando divideva i suoi in tre colonne, la prima con Froelich e Lusignano, perchè assaltasse la punta dell'ala destra dei Franzesi, la seconda, condotta da Laudon, che si sforzasse di spuntare e di circuire quella estremità medesima dell'esercito repubblicano; la terza, governata dal principe di Lichtenstein, che girasse più alla larga, arrivasse alle spalle dei Franzesi e troncasse loro la strada da Novi a Gavi. Intanto Suwarow, rannodate alla meglio le sue truppe disordinate, rinfrescava la battaglia. Lusignano, ferito di palla e di taglio, fu fatto prigione; tutta la colonna di Froelich pericolava; ma accorreva Laudon e recavasi in mano la vittoria. Nè potè Moreau, quantunque molto vi si affaticasse, riordinare i suoi a sostenere l'impressione dell'inimico. Questo fu il momento ed il combattimento decisivo della giornata. Piegarono sempre più i Franzesi; gli Austriaci, perseguitandoli, gli scacciarono, sebbene non senza grave strage dal canto loro, dal forte alloggiamento che avevano sulle alture dietro e a fianco di Novi. I fuggiaschi vi si ripararono: ma assaltata altempo stesso questa città dai Russi, fu da loro presa di viva forza a colpi di cannone che atterrarono le porte. I vincitori vi commisero molta e crudele uccisione, facendo man bassa ugualmente su chi si arrendeva e su chi non si arrendeva. Mentre così Melas vinceva con la sua prima e seconda colonna, e vincendo apriva anche il varco della vittoria a Suwarow, la sua terza, giunta sui gioghi di Monterosso, era riuscita sulla strada che da Novi porta a Gavi, e per tal modo aveva tagliato ai repubblicani la strada del potersi ritirare per la Bocchetta. Già era, quando queste cose succedevano, il giorno trascorso fino alle sei della sera, e, per conseguente, durava lo stupendo combattere già più da dieci ore. Vinta l'ala destra ed il centro dei repubblicani, non restava più per essi alcun modo di ristorare la fortuna della giornata; però fece Moreau andar attorno i suoni della ritirata. In questa guisa, per una ordinazione maestrevole del generale austriaco, fu tolta ai Franzesi la vittoria, che già tenevano in mano, di una lunga, grave, ostinata e terminativa battaglia.

Tagliato il ritorno per Gavi, furono costretti i Franzesi a ritirarsi per la strada meno facile di Ovada. Marciavano prima ordinatamente; un accidente inopinato cambiò subitamente l'ordine in disordine, la ritirata in fuga. Fecero i generali Perignon, Grouchy, Colli, Partonneaux quanto per valorosi soldati si poteva per rannodare le genti loro sconvolte e spaventate, ma furono le loro fatiche sparse indarno. Pieni di spavento, ed incapaci di udire qual comandamento che si fosse, fuggivano a tutta corsa i repubblicani a destra, a stanca, e dove più il terrore che il consiglio li portava. Furono i generali suddetti feriti gravemente di arma bianca, e tutti fatti prigionieri. I gregarii, che per la fuga non si poterono salvare, furono per la rabbia concetta nella battaglia, e per comandamento di Suwarow, tutti uccisi inesorabilmentedai Russi: orribile macello da aggiungersi a quello di Novi!

Finalmente i repubblicani giunsero a salvamento ai sicuri ricetti delle montagne genovesi. Niun campo di battaglia fu mai tanto spaventoso quanto questo pel sangue sparso, per le membra lacerate, pei cadaveri accumulati. Ne fu l'aria infetta; orribile tanfo durò molta pezza: spaventevoli terre fra Alessandria, Tortona e Novi, prima infami per gli assassinii, poscia contaminate dalle battaglie.

L'assedio di Tortona, ora stretto, ora allargato più volte, secondo che i confederati ebbero comodità di adoperarvi le forze loro, o necessità di usarle altrove, s'incamminava dopo la vittoria di Novi al suo fine. Vi stava dentro il colonnello Gast, il quale con forse due mila Franzesi si difendeva molto virilmente. Fino dai primi giorni di luglio si erano cominciate dal conte Alcaini, uomo veneziano ai servigi d'Austria, a cui Suwarow aveva dato il carico dell'espugnazione, le trincee. Ma la bisogna lentamente procedeva per la resistenza degli assediati, per la natura del suolo, e per essere state le opere interrotte dalle vicine battaglie. Nondimeno, soprantendendo ai lavori della oppugnazione un ingegnere Lopez, fu tirata a perfezione nei primi giorni di agosto la prima trincea di circonvallazione. Ma si faceva poco frutto contro la piazza, perchè, stante il suo sito eminente, piuttosto con le bombe che con le palle si poteva espugnare. Laonde, continuando a lavorare indefessamente gli oppugnatori, tanto fecero che vennero a capo di ordinare la loro seconda trincea, e questa armarono di numero grande di cannoni e di mortai. Non si sbigottiva per questo Gast, perchè ed era uomo di gran cuore, e le casematte di grosse e triplicate volte non cedevano a quella orribile tempesta. Ciò non ostante, un guasto considerabile fu fatto dalle bombe negli artiglieri e nelle artiglierie della fortezza. I Franzesi con arte ecostanza somma le riattavano, e continuavano a tuonare contro gli assalitori. Si vedeva che molta fatica e molto sangue bisognava ancora spendere per espugnare Tortona. Ma per la giornata di Novi non vedendo Gast speranza di poter più allungare la difesa, convenne di arrendersi, se infra un certo tempo non fosse soccorso. Stipulossi adunque il dì 22 agosto fra le due parti un accordo, pel quale si sospesero per venti giorni le offese, obbligandosi il Franzese a dare la piazza, se nel detto termine l'esercito non arrivasse a liberarlo; uscirebbe a tempo pattuito la guernigione con armi e bagagli, con le bandiere all'aria, col suono dei tamburi; deporrebbe le armi sulla piazza di San Bernardino, e per la più breve se n'andrebbe in Francia sotto fede di non militare contro gli alleati per quattro mesi. Il dì 11 settembre non essendo comparso aiuto da nissuna parte, uscivano i repubblicani dalla fortezza, entravanvi gl'imperiali.


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