MDCCC

MDCCCAnno diCristoMDCCC. IndizioneIII.PioVII papa 1.FrancescoII imperadore 9.Gli Austriaci, che molto prevalevano in numero a Massena, erano per modo alloggiati, che tutto il territorio ligure fasciando, da Sestri di Levante per le sommità degli Apennini opposte a quelle che occupavano i Franzesi, si distendevano fino al colle di Tenda. Governavano a sinistra Otto, poi, seguitando a destra, Hohenzollern, il generalissimo Melas, Esnitz, e finalmente sulla estrema punta destra Morzin. Accingendosi Melas ad invadere il Genovesato, mandata prima una grida ai Genovesi piena di generose parole, aveva condotto il grosso de' suoi alle stanze delle Cercare, intendimento suo essendo di spingersi avanti, cacciando gli avversarii dai sommi gioghi a Savona, per separare e disgiugnere in tale modo l'ala sinistra dei Franzesi dalla mezza e dalla destra che combatteva nella riviera di Levante. Ottenuto il quale intento, gli si spianava la strada, essendo questo l'ultimo fine de' suoi pensieri, a serrare Massena dentro Genova ed a costringerlo alla dedizione.Spuntava appena il giorno 6 aprile che i Tedeschi, partendo dalle Cercare divisi in tre schiere, s'incamminavano alle ordinate fazioni. La mezzana, condotta da Mitruschi, marciando per Altare e per Torre, si avvicinava a Cadibuona, posto molto fortificato dai Franzesi, e chiave e momento principale di tutta quella guerra. Il generale San Giuliano colla sinistra faceva opera d'impadronirsi di Montenotte, per quinci accennare contro Sassello, dove alloggiava un grosso corpo di repubblicani. Finalmente la destra, che obbediva ad Esnitz ed aMorzin, passando per le Mallare ed avvicinandosi alle fonti della destra Bormida, aveva carico di sforzare i passi del monte San Giacomo.Si combattè da prima da ambe le parti molto valorosamente a Torre, avendo gli Austriaci il vantaggio del numero, i Franzesi del luogo. Finalmente superarono i primi quell'antiguardo, e tutto lo sforzo si ridusse sotto le trincee di Cadibuona. Quivi fu molto duro l'incontro, e la battaglia si pareggiò lungo tempo; ma finalmente fe' dare il crollo in favore dell'armi imperiali la mossa di un valoroso battaglione di Reischi, il quale, assaltate di fianco le trincee, costrinse i repubblicani alla ritirata, non senza tale disordine delle ordinanze, che, se non fosse stato presto Soult a sopraggiungere con aiuti freschi, sarebbero stati condotti a molta ruina. Ma non potè nemmeno la presenza e l'opera di Soult ristorare la fortuna; perchè gli Austriaci, seguitando l'impeto della vittoria, obbligarono il nemico a ricoverarsi al monte Aiuto, munito ancor esso di qualche fortificazione. Volle Melas torre quel nuovo ricetto al nemico: mandò all'assalto Lattermann e Palfi, che, fortemente urtando da lato e da fronte, sloggiarono i Franzesi da quel forte sito, e se ne impadronirono. Fecero i repubblicani una nuova testa a Montemoro: Melas, combattendoli da fronte, e girando loro alle spalle ed ai fianchi, e dando perciò loro timore di essere tagliati fuori, li costrinse a dar indietro, col ritirarsi disordinatamente a Savona. Seguitaronli, pressandoli molto alla terga, i vincitori, e con essi alla mescolata entrarono nella città. Soult, non istandosene ad indugiare, introdotta nella fortezza quanta vettovaglia potè in quell'improvviso e pericoloso accidente, si ritirava a Varaggio. Riuscirono molto micidiali questi incontri alle due parti: i Franzesi patirono di vantaggio, trovandosi in minor numero.Frattanto Esnitz aveva assaltato monte San Giacomo custodito da Suchet, chevirilmente vi si difese qualche tempo; ma, vincendo gli Austriaci in varii punti, entrarono vittoriosi in Vado. Suchet per le terre di Finale, Gora, Bardino, la Pietra e Loano indietreggiava fino a Borghetto. Nè meno felicemente si era combattuto per gli Austriaci in riviera di Levante ed alla Bocchetta; perchè Otto, assaltando i diversi posti, aveva costretto i Franzesi alla ritirata. La Sturla sotto, il Bisagno sopra separavano in fine i due nemici, e gli Austriaci dall'eminenza del monte delle Fascie vedevano ed erano veduti da Genova.Fortissimo era l'alloggiamento dei Franzesi alla Bocchetta e molto ardua la sua espugnazione, avendo voluto assicurarsi di quella strada facile ed aperta contro il nemico che venisse dai piani della Lombardia. Gli assaltava Hohenzollern coi due reggimenti di Kray e d'Alvinzi condotti dal generale Rousseau, e l'una dopo l'altra, non senza però molto contrasto e sangue, si recava in mano, conquistando tutte le trincee e le artiglierie che le guernivano. Per la quale fazione acquistarono gli Austriaci il passo delle valle della Polcevera con la facoltà di stringere più da vicino Genova. Rannodaronsi i Franzesi a Pontedecimo.Massena, che prevedeva che non avrebbe potuto tenersi lungamente in Genova, se gl'imperiali fossero troppo vicini alle mura, perchè più presto gli sarebbero mancate le vettovaglie, fece pensiero di allargarsi. Siccome poi era uomo generoso e d'animo invitto, non contentandosi al volersi acquistare un campo più largo, benchè fosse molto inferiore pel numero dei soldati al nemico, si delibera a far opera di rompere gli Austriaci sulle alture di sopra Savona, per ricongiungersi con l'ala governata da Suchet. Ma l'evento della guerra ed il destino di Genova erano per giudicarsi sulla riviera di Ponente. Marciava Massena inferiormente più accosto al mare per assaltar Montenotte, Soult superiormente e a destra per impadronirsi di Sassello, quindidel monte dell'Armetta, poi di Mioglio e del ponte Invrea. Quivi avrebbe potuto unirsi a Massena venuto da Montenotte, per indi marciare uniti verso il Cairo, confidando anche di trovarvi Suchet. Soult, combattendo il nemico, restava superiore, nè più altro impedimento gli restava a superare per arrivar al compimento del suo disegno per al Cairo, se non se i posti di Moglio e di ponte Invrea. Vi sarebbe anche riuscito, se la fortuna si fosse scoperta tanto favorevole a Massena quanto si era scoperta a lui. Ma le cose succedettero sinistramente nella parte condotta dal generalissimo; poichè Melas in questo pericoloso punto, non turbata la mente nè diminuito l'animo, si appigliava prestamente ad un partito; ed avvisando che l'evento della battaglia pendeva appunto dalla schiera di Massena, e che se gli fosse venuto di obbligarla a ritirarsi rotta e sconquassata, sarebbe stato obbligato Soult a tornare addietro, la fazione riuscì come l'aveva preveduta. Assaltati i Franzesi da ultimo con molta forza a Cogoletto; bersagliati al punto stesso dagl'Inglesi accostatisi al lido colle loro barche armate di artiglierie; finalmente venne a precipitarsi contro di loro la cavalleria austriaca. Pressati da tutte bande, non poterono resistere, e disordinati si ritirarono precipitosamente ad Arenzano, ma piuttosto per modo di posata che d'alloggiamento stabile.Massena, non credendosi sicuro in questa terra, si ritirava più indietro fino a Voltri, soltanto per aspettarvi Soult, che percossi in vano con assalto ponte Invrea e Mioglio, e udito il caso sinistro di Massena, si ritirava a presti passi. Infatti si raccozzarono i due generali della repubblica a Voltri. Melas, riunite tutte le sue forze, ne li cacciava, e perseguitandoli aspramente con faci accese, perchè era sopraggiunta la notte, li costringeva a varcare la Polcevera sul ponte di Cornigliano, a ripararsi del tutto dentro le mura di Genova ed a desistere da qualunque assalto alla campagna.Mentre che le cose dell'armi procedevano in questa forma a Voltri, Otto aveva ricacciato Miollis dai monti Cornua e delle Fascie, per modo che il francese, impotente al resistere, aveva preso partito di ritirarsi nella valle del Bisagno e sulla destra sponda della Sturla. Così Massena privato della campagna si era ridotto a difender Genova ed i luoghi più vicini. Intanto le frontiere della repubblica sull'Alpi Marittime restavano esposte all'impeto tedesco.Piantava il generalissimo d'Austria il suo alloggiamento in Sestri di Ponente; ma non volendo lasciar indebolire la fama dei recenti fatti, nè dare tempo a Suchet di ricevere rinforzi, si accingeva a cacciare per forza il generale di Francia da tutta la riviera di Ponente. Vinselo in una fazione improvvisa a Torìa: recatosi in mano il colle di Tenda, il minacciava alle spalle e sul fianco sinistro. Suchet, ch'era capitano esperto, avendo fatto quanto per lui si poteva con le poche forze che gli restavano, per ritardare il corso al nemico, si ritirava sulle terre dell'antica Francia oltre il Varo. Il seguitava l'Alemanno, ed impossessatosi di tutta la contea di Nizza, compariva sulla sinistra del fiume. La principale forza dei Franzesi era a San Lorenzo. Vennero quivi ad annodarsi alcuni reggimenti, sebbene deboli, di regolari; chiamavano le guardie nazionali della Provenza. Aveva Suchet provveduto che un telegrafo piantato sul forte di Montalbano lo informasse ad ora ad ora delle mosse di Melas. Ciò fu cagione che non così tosto il Tedesco faceva un apparecchio, il Franzese si apprestasse a combatterlo. Intanto si combatteva aspramente sulle rive del Varo. Due volte i Tedeschi assaltarono con singolare audacia il ponte; due volte furono con uguale valore risospinti. In tal modo con somma sua lode, ed utilità grande della repubblica difendeva Suchet il territorio di Francia, e secondava l'opera immensa concetta dal consolo.Già il canuto e vittorioso Melas si accorgeva che era caduto nell'insidia tesagli dal giovane guerriero, e che, non che fosse tempo di conquistar la Provenza lasciatagli a bella posta quasi in preda, gli era forza pensare di conservar, se ancora potesse, l'Italia. Erangli giunti i primi avvisi del calarsi Buonaparte dalle Pennine Alpi: ebbe sulle prime il fatto in poco conto; errò nel credere che il consolo fosse uomo da comparir debole sulle sommità delle Alpi; avrebbe anzi dovuto persuadersi che dov'era Buonaparte, là fosse tutta la fortuna della guerra, là covasse la rovina sua. Mandava sui primi romori una schiera in Piemonte pel colle di Tenda; ma quando s'accorse che se la fama era stata grande, il fatto era più grande ancora, si risolveva a torsi velocemente da quell'estremo ed infruttuoso campo, dove combatteva per condursi in quei luoghi nei quali vincitore avrebbe a fare con vincitore. Ordinava Melas ad Esnitz, che aveva lasciato alla guerra contro Suchet, prestamente si tirasse indietro, e venisse a raggiunger Otto, che instava contro Genova, se Genova ancora si tenesse, o lui stesso nei piani d'Alessandria, se la capitale della Liguria già avesse ceduto all'armi d'Austria. Ritiravasi Esnitz, seguitavalo velocemente Suchet. Serratogli il passo pel Genovesato, si riparava l'Alemanno per la valle di Ormea nelle piemontesi contrade; il Franzese, spintosi avanti, stringeva il castello di Savona.A questo tempo consisteva la guerra in due accidenti principalissimi: l'assedio di Genova e la scesa di Buonaparte in Italia: l'uno era strettamente congiunto all'altro. Otto faceva ogni sforzo per impadronirsi della piazza, bramando di poter correre alla guerra definitiva nei campi d'Alessandria. Massena, che per coraggio e per l'arte de' suoi ufficiali e dei patriotti fuorusciti del Piemonte, che andavano e venivano a portar novelle, traversando con estremo pericololoro gli alloggiamenti dei Tedeschi, era bene informato di quanto accadesse sulle Alpi Pennine, desiderava, più lungamente che possibil fosse tenerla per la ragione contraria. Nacquero da questa sua ostinazione fatti molto memorandi e tali che raramente si leggono nei ricordi delle storie. La città capitale della Liguria, posta a guisa di anfiteatro, donde ella fa magnifica mostra, sul dorso dell'Apennino tra la Polcevera e il Bisagno, è chiusa da due procinti di mura, uno più largo, l'altro più stretto. Sono questi due procinti muniti di bastioni e di cortine consenzienti alla natura del luogo, aspra, scoscesa e disuguale. Le difese di Genova, quando stava in propria balia, bastavano, perchè con un breve assedio non si poteva prendere, i lunghi erano impossibili per le emulazioni delle potenze.Consistevano le difese vive di Massena in dieci mila soldati franzesi; aveva con sè Soult, Gazan, Clauzel, Miollis, Darnaud. Accostavansi a queste forze circa due mila Italiani di nazione diversa, ordinati da Massena in corpo regolare sotto la condotta di un Rossignoli Piemontese, uomo di natura molto generosa e di gran cuore. Le corroborava la guardia nazionale di Genova, fedele, parte per amore di Francia, parte per odio ai nemici, parte per paura del sacco, se qualche accidente contrario alla quiete sorgesse. Queste genti unite insieme non componevano certamente un presidio sufficiente per un sì vasto circuito. Inoltre vi si viveva in molta apprensione per le vettovaglie, massime di grani. Gl'Inglesi, governati da Keit, impedivano le provvisioni di Corsica e di Marsiglia.La forzo che investiva Genova era molto varia. Il principal nervo consisteva in Tedeschi; ma con essi andavano congiunte torme numerose di villani sì Genovesi delle due riviere, che Monferrini, i quali, non mossi da alcun desiderio buono, ma dall'odio, dalla vendetta e dall'amor del sacco, erano accorsi allevoci di un Azzeretto, uomo ch'era stato incomposto e rotto quando militava coi Franzesi, ed ora si mostrava incomposto e rotto militando coi Tedeschi. Nè piccolo momento recavano alla oppugnazione le navi inglesi e napolitane, non con solamente intraprendere i viveri sul mare, ma ancora coll'aiutare, fulminando le spiaggie, gli sforzi degli Austriaci, principalmente verso il Bisagno, dove i luoghi avevano contro il mare minore difesa che verso la Polcevera. Fece Otto, che soprantendeva all'assedio, il dì 23 aprile, una grossa fazione sulla sinistra della Polcevera. Il reggimento di Nadasti, cacciati prima i Franzesi da Rivarolo, si impadroniva anche di San Pier d'Arena. Ma uscito Massena colla vigesimaquinta, li rincacciava. Sapevano gli assalitori che la parte più debole della piazza era verso levante; però si deliberarono a darvi un assalto, tentando di occupar le eminenze. Il dì 30 aprile, prima che aggiornasse, givano all'assalto da quella parte, e per consuonar con tutti quei moti, Otto attaccava Rivarolo a ponente. Riuscirono a buon fine quasi tutti gli assalti dei Tedeschi, ed era un gran pericolo pei Franzesi, perchè, se avessero conservati i luoghi conquistati, Genova non aveva più rimedio. Massena si metteva al punto di rimettere la fortuna. Mandava Soult al conquisto del monte dei Due Fratelli, Daruaud al rincalzo di Grottesheim, Miollis contro Santa Tecla e Quezzi. Vinsero tutti. Massena infaticabile, invitto, impaziente, animato dal prospero successo, usciva nuovamente alla campagna il dì 11 maggio. Il suo fine era di cacciar i Tedeschi dal monte delle Fascie. Soult recava in sua mano, dopo una battaglia molto feroce, il conteso monte. Nol conservarono lungamente i repubblicani, perchè Hohenzollern e Frimont, mandati da Otto, il ricuperavano. Massena intanto raccoglieva i viveri alla campagna, breve ed insufficiente ristoro. Volle quindi acquistare il monte Creto; i Tedeschi fortificati stavanoa diligente guardia. Fu furioso l'assalto, valorosa la resistenza; pure andava superando la fortuna dei Franzesi, quando sopravvenne un temporale grossissimo; abbuiossi l'aria, straordinariamente piovve; i combattenti sforzati a ristarsi. Rasserenato il cielo, ricominciarono a menar le mani; l'accidente diè tempo ad Hohenzollern d'arrivare con genti fresche: ruppe i repubblicani, e gli sforzò a tornar dentro le mura. Combattessi in questa fazione con incredibile rabbia a corpo a corpo: fu Soult, mentre animosamente confortava i suoi alla carica, ferito sconciamente nella gamba destra e fatto prigione.Questa infelice spedizione pose fine al sortire di Massena; perchè, perduti i suoi migliori soldati, era troppo indebolito per uscire alla campagna. Pure tanto ancora gli restava di forza che gli alleati nol potessero sforzare; ma quello che le armi degli avversarli non potevano, operava la fame. Keit per mare non lasciava entrar viveri, Otto per terra; le provvisioni fatte scarse, le scarse dissipate.Fuvvi fame prima che mancassero i viveri: prima si scorciarono i cibi, poi si corruppero, infine si mangiarono i più schifi e sozzi, non solo i cavalli ed i cani, ma ancora i gatti, i sorci, i pipistrelli, i vermi, e beato chi ne aveva. Eransi gli Austriaci impadroniti dei molini di Bisagno, di Voltri e di Pegli, nè si poteva più macinare. Rimediossi per un tempo coi molini a mano, con quei del caffè massimamente, perchè erano presti; l'accademia consultò dei migliori: s'inventarono ingegni, ruote e molini nuovi. Con certi più grossi un uomo solo poteva macinare uno staio di grano al giorno. In ogni strada, su per ogni bottega si vedevano girar molini. Nelle case private, fra le adunanze famigliari, si macinava; le donne il facevano per vezzo. Infine mancò del tutto il grano: cercaronsi altri semi per supplirvi. Quei di lino, di panico, di caccao, di mandorlo furono i primi; riso ed orzo più non se netrovava. Gli stritolati e strani semi, prima abbrustoliti, poi misti col miele e cotti parvero delicatura. Rallegravansi i parenti e gli amici con chi avesse potuto sostentare un giorno di più sè e la famiglia con lino, o panico, o tre granelli di caccao. La crusca, materia tanto ribelle alla nutrizione, si macinava ancora essa e cotta con miele serviva di cibo, non per ispegnere, ma per ingannare la fame; le fave stimate preziosissime; felice non chi viveva, ma chi moriva. Erano i giorni tristi per la fame e per le lamentazioni degli affamati; le notti più tristi ancora per la fame e per le spaventate fantasie. Mancati i semi, pensossi alle erbe. I romici, i lapazi, le malve, le bismalve, le cicorie salvatiche, i raperonzoli diligentemente si ricercavano e cupidamente, come piacevolezze di gola, si mangiavano. Si vedevano lunghe file di gente, uomini d'ogni condizione, donne nobili e donne plebee, visitare ogui verde sito, massime i fertili orti di Bisagno e le amene colline di Albaro, per cavarne quegli alimenti cui la natura ha solamente alle ruminanti bestie destinati. Sopperì un tempo il zucchero: zuccheri rosati, zuccheri violati, zuccheri canditi, ogni maniera di confetti andavano attorno, rivenditori e rivenditrici pubblicamente li vendevano, con fiori e con serti gli eleganti loro cestellini adornando: erano spettacolo in mezzo a quei volti pallidi, scarni e moribondi. Tanto possente cosa è l'immaginazione dell'uomo che si compiace in abbellire eziandio quanto havvi di più lagrimevole e di più terribile; rimedio di provvidenza che non ci vuol disperati. Basta: e' furono viste donne e gentil donne, nutritesi con sorci la mattina, mangiarsi tregge delicate la sera. L'aspetto della miseria estrema non ispegne la malvagità in chi è malvagio; del che troppo manifesto e troppo orribile esempio si ebbe in quelle ultime strette di Genova; conciossiachè uomini privi d'ogni senso di umanità, per un vile guadagno, non abborrirono dal mescolar gessi inluogo di farine nei commestibili che vendevano, per modo che non pochi avventori ne restarono avvelenati, morendosene con dolori mescolati di fame e di veleno.Durante l'assedio, ma prima della fine ultima, una libbra di riso si pagava lire sette, una di vitello quattro, una di cavallo soldi trentadue, una di farina lire dieci o dodici, le uova lire quattordici la serqua, la crusca soldi trenta ciascuna libbra. Poi, venendo maggiore la stretta, una fava si vendeva due soldi, un pane biscotto di oncie tre dodici franchi, e non se ne trovava. Maggiori agevolezze dei particolari non vollero Massena nè gli altri generali; apparecchiavano come i plebei; lodevole fatto, e molto efficace a fare star forti gli altri a tanta sventura. Poco cacio, legumi rari erano quanto nutrimento si dava a chi languiva per malattia o per ferite negli ospedali. Uomini e donne tormentate dalle ultime angosce della fame e della disperazione empievano l'aria dei loro gemiti e delle loro strida. Talvolta, così gridando, e le fameliche viscere con le rabbiose mani di lacerare tentando, morti per le contrade cadevano. Nissuno gli aiutava, perchè ognuno pensava a sè; nissuno anche a loro abbadava, perchè la frequenza aveva tolto orrore al fatto. Pure alcuni tra gli spasimi e stridi spaventevoli, e con iscosse e contorte membra davano l'ultimo sospiro in mezzo alle popolari folle. Fanciulli abbandonati da parenti morti o da parenti disperati imploravano con atti con pianti e con voci miserabili, la pietà di chi passava. Nissuno gli aiutava ed aveva di loro compassione, perchè il dolore proprio aveva spento il compassionare l'altrui. Razzolavano quelle innocenti creature bramosamente nei rivoletti delle contrade, nelle fogne, negli sfoghi dei lavatoi, per vedere se qualche rimasuglio di bestia morta o qualche avanzo di pasto di bestia vi si trovasse, e trovatone, se lo mangiavano. Spesso chi si corcava vivo la sera, era trovato morto la mattina,i fanciulli più frequentemente degli attempati. Accusavano i padri la tarda morte, ed alcuni con le proprie mani violentemente se la davano. Ciò facevano i cittadini, ciò facevano i soldati. Dei Franzesi, alcuni, anteponendo la morte alla fame, da per sè stessi si ammazzavano, altri le armi a terra sdegnosamente gettavano, protestando non più esser abili, per la perduta forza, a portarle. Altri, una disperata dimora abbandonando, nel nemico campo se ne andavano, Inglesi ed Austriaci di quella pietà e di quei cibi richiedendo, che tra Franzesi e Genovesi più non ritrovavano. Crudo poi ed oltre ogni dire orribile spettacolo era quello dei prigionieri di guerra tedeschi ditenuti su certe barcacce sorte nel porto; perchè la necessità ultima delle cose aveva operato che ad essi nutrimento di sorte alcuna già da alcuni giorni non si compartisse. Mangiarono le scarpe loro, le pelli dei soldateschi zaini; già con occhi torvi guardavano se non avessero a mangiarsi i loro compagni. Si venne a tale, che si tolsero loro le guardie franzesi, perchè si temette che, sforzati del famelico furore, non si avventassero contro di loro, e sbranatele, non se le divorassero. Tanta era la disperazion loro, che tentarono di forar le barche per andar a fondo, amando meglio perire affogati dalle acque che straziati dalla fame. S'aggiunse, come accadde, alla orrenda fame la mortalità pestilenziale. Febbri pessime le genti all'altra vita con morti spessissime si portavano sì negli ospedali del pubblico, sì negli ultimi casolari dei poveri, e sì nei superbi palazzi dei ricchi. Mescolavansi sotto il medesimo tetto i generi delle morti: chi moriva arrabbiato dalla fame, chi stupido dalla febbre, chi pallido per difetto di nutritiva sostanza, chi livido per petecchiali macchie. Niuna cosa esente da dolore, niuna da paura; chi viveva, o aspettava la morte o vedeva morire i suoi. Tal era lo stato dell'una volta ricca ed allegra Genova, del quale il pensier peggiore era questo,che il soffrir presente non poteva riuscire ad alcun utile suo.Era rotta la costanza di tutti: solo Massena non si piegava, perchè aveva la mente fissa nel pensiero di aiutar la impresa del consolo e di serbare intatta la fama acquistata di guerriero indomabile. Infine, venendogli onorevoli proposte da Keit, e non potendo più bastare quei sozzi e velenosi cibi che per due giorni, tanta era l'estremità del vivere, inclinava l'animo ad un accordo, ma più da vincitore che da vinto. Si accordarono (volle Massena che l'accordo s'intitolasse convenzione, non capitolazione, e fu forza compiacerlo della sua domanda) che uscisse Massena, che uscissero i suoi ufficiali e soldati, in numero di circa otto mila, liberi della fede e delle persone loro; per la via di terra potessero tornare in Francia, e chi non potesse per terra, fosse trasportato dagl'Inglesi per mare ad Antibo o nel golfo di Juan; i prigionieri tedeschi si restituissero, nissun potesse essere riconosciuto pei fatti passati, e chi se ne volesse andare, fosse in libertà di farlo; dessersi viveri, si avesse cura degl'infermi; Genova a' dì 4 giugno si consegnasse alle forze austriache ed inglesi.Infatti il nominato giorno le prime occuparono la porta della Lanterna, le seconde la bocca del porto. Poi entravano trionfando con tutto l'esercito Otto, con tutta l'armata Keit. I democrati più vivi se ne andarono coi Franzesi. Suonaronsi le campane a festa, cantaronsi gl'inni, accesersi i fuochi dai partigiani per amore, più ancora dagli avversi per paura, tutto secondo il solito. Ricomparvero in copia il pane, le carni, gli ortaggi, le grasce, e chi vi si abbandonò senza freno, in quel primo fervor della fame, se ne morì. Pruovaronsi i villani dell'Azzeretto a porsi in sul sacco contro i democrati, come dicevano, perchè saccheggiavano anche gli aristocrati; ma Hohenzollern, posto a guardia della città da Otto, con militare imperio li frenava.Creava il capitano tedesco una reggenza imperiale e reale; frenava la reggenza le vendette prossime a prorompere, comandamento lodevole; veniva sul toccar le borse, comandamento inevitabile, ma duro nella misera Genova.Buonaparte intanto, cambiatore di sorti, si avvicinava. Aveva il consolo con meravigliosa celerità ed arte adunato il suo esercito di riserva a Digione, donde accennava ugualmente al Reno ed all'Italia. Ma avendo Moreau combattuto prosperamente in Germania contro Kray, gli fu fatto abilità di condursi su quei campi in cui tuttavia vivevano i segni e le memorie delle sue fresche vittorie; cosa che gli era cagione di somma incitazione, perchè la gloria lo stimolava, ed era sicuro di trovarvi forti aderenze. Adunque, mentre Melas se ne stava martirizzandosi contro le sterili rocche dell'estrema Liguria, si avvicinava Buonaparte alle Alpi, tutto intento alle fazioni d'Italia. Varii, molti e potenti modi aveva di condurre a prospero fine la sua impresa: i soldati prontissimi a volere qualunque cosa egli volesse, generali esperti e valorosi, artiglierie formidabili, cavalleria sufficiente. Aveva apprestato, per pascere i soldati sull'erme solitudini delle Alpi, biscotto in grande abbondanza, e per tirar su e giù, secondo i casi, le artiglierie per quei sentieri rotti, stretti ed ingombri di nevi e di ghiacci, certi carretti a modo dei traini sdrucciolevoli che si usano in quei paesi per iscendere dai nevosi gioghi. Nè questo fu il solo trovato di Buonaparte e di Marmont, che soprantendeva alle artiglierie, per facilitar loro il passo per luoghi fino allora alle medesime inaccessi, perchè scavarono, a guisa di truogoli, tronchi d'alberi grossissimi, a fine di potervele posar dentro, come in un letto proprio, e per tal modo trasportarle a dorso di muli a traverso le montagne. Denaro sufficiente aveva rammassato per le necessità de' suoi fin oltre l'Alpi; poi, si confidava nell'Italia. Per muovere leopinioni degl'Italiani, aveva chiamato a sè la legione italiana capitanata da un Lecchi, la quale, fuggendo il furore nemico per le rotte di Scherer, si era riparata in Francia, bella e buona gente. Per conoscere poi i luoghi, conduceva con sè gl'Italiani che più ne erano pratici; e siccome l'intento suo era di varcare il gran San Bernardo, così si consigliava specialmente con un Pavetti di Romano nel Canavese, giovane di natura molto generosa, e che in queste bisogna con molto affetto camminava.Grande e magnifico era il disegno di Buonaparte per riconquistar l'Italia. Suo proponimento era di varcare col grosso dell'esercito il gran San Bernardo, col fine di calarsi per la valle di Aosta nelle pianure piemontesi. Ma perchè altre genti con questa parte consuonassero, e, giunte al piano, potessero e muovere i popoli a romore contro il nemico e congiungersi con lui a qualche importante fatto, aveva ordinato che il generale Thureau, pei passi dei monti Cenisio e Ginevra, con una squadra di tre in quattro mila soldati si calasse a Susa; al tempo medesimo comandava al generale Moncey che pel San Gottardo scendesse a Bellinzona con una eletta schiera di circa dodici mila soldati. Imponeva infine al generale Bethancourt che facesse opera di varcare il Sempione, e di precipitarsi per Domodossola sulle sponde del lago Maggiore. Siccome poi non ignorava quali e quante difficoltà ostassero al passo di un grosso esercito pel gran San Bernardo, commetteva ad un corpo di circa cinque mila soldati che passasse il piccolo San Bernardo, ed andasse a raccostarsi col grosso nella valle di Aosta. Tutte le raccontate genti insieme unite sommavano circa a sessanta mila combattenti. Così il consolo, tutta la regione dell'Alpi abbracciando che si distendeva dal San Gottardo al monte Ginevra, minacciava invasione al sottoposto piano del Piemonte e della Lombardia.Lusingati, per la città loro passando,con discorsi di umanità, di pace e di civiltà quei Ginevrini tanto ingentiliti, se ne giva il consolo alla stupenda guerra. Erano le genti già adunate tutte a Martigny di Vallese sul Rodano, terra posta alle falde estreme del San Bernardo. Guardavano con maraviglia e con desiderio quelle alte cime. Parlava loro Berthier, quartiermastro, ed il suo parlare di gloria e di Buonaparte infinitamente infiammava quegli animi già da per sè stessi tanto incitati e valorosi. Partivano il dì 17 maggio da Martigny per andarne a conquistar l'Italia. Maraviglioso l'ardore loro, maravigliosa l'allegria, maraviglioso ancora il moto ed il fervore delle opere. Casse, cassoni, truogoli, obici, cannoni, carretti ruotati, carrelli sdrucciolevoli, carrette, lettiche, cavalli, muli, bardature, arcioni, basti da bagaglie, basti da artiglierie, impedimenti di ogni sorte, e fra tutto questo soldati affaticantisi ed ufficiali affaticantisi al par dei soldati. S'aggiungevano le risa e le canzoni: i motti, gli scherzi, le piacevolezze alla franzese. Non a guerra terribile, ma a festa, non a casi dubbii, ma a vittoria certa pareva che andassero. Il romore si propagava da ogni banda: quei luoghi ermi, solitarii, e da tanti secoli muti, risuonavano insolitamente e ad un tratto per voci liete e guerriere. L'esercito strano e stranamente provvisto, al malagevole viaggio saliva per l'erta alla volta di San Pietro fin dove giunge la strada carreggiabile. Pure spesso erte ripidissime, fosse sassose, capi di valli sdrucciolanti si appresentavano; i carri, i carretti, le carrette pericolavano. Accorrevano presti i soldati a braccia, sostenevano, puntellavano, traevano, e più si affaticavano e più mettevano fuori motti, facezie e concetti, parte arguti, parte graziosi, parte frizzanti: così passavano il tempo e la fatica. I tardi Vallesani, che erano accorsi in folla dalle case, o piuttosto dai tugurii e dalle tane loro, vedendo gente sì affaticata e sì allegra, non sapevano darsi pace; pareva loro cosa dell'altromondo. Invitati e pagati per aiuto, il facevano volentieri. Ma più bisogna faceva un Franzese che tre Vallesani. Così arrivarono i repubblicani a San Pietro, Lannes con la sua schiera il primo, siccome quello che per l'incredibile ardimento il consolo sempre mandava, lui non solo volente, ma anche domandante, alle imprese più rischievoli e più pericolose. Quivi si era arrivato ad un luogo in cui pareva che la natura molto più potesse che l'arte od il coraggio; perciocchè da San Pietro alla cima del gran San Bernardo, dov'è fondato l'eremo dei religiosi a salute dei viaggiatori in quei luoghi d'eternale inverno, non si apre più strada alcuna battuta. Solo si vedono sentieri stretti e pieghevoli su per monti scoscesi ed erti. Rifulse la pertinacia del volere e la potenza dell'umano ingegno. Quanto si rotolava, fu posto ad essere tirato, quanto si tirava ad essere portato. Posersi le artiglierie grosse nei truogoli, i truogoli negli sdruccioli, e dei soldati, chi tirava, chi puntellava, chi spingeva: le minute sui robusti e pratici muli si caricarono. Così se Gian Giacopo Triulzi montò e calò con grosse funi di roccia in roccia per le barricate nella stagione più rigida dell'anno le artiglierie di Francesco I, tirò Buonaparte quelle della repubblica sui carri sdrucciolevoli e sulle bestie raunate a questo intento. Seguitavano le salmerie al medesimo modo tirate e portate. Era una tratta immensa: in quelle volte di ripidi sentieri ora apparivano, ora scomparivano le genti: chi era pervenuto all'alto vedeva i compagni in fondo, e con le rallegratrici voci gl'incoraggiava. Questi rispondevano, ed al difficile cammino s'incitavano. Tutte le valli all'intorno risuonavano.Fra le nevi, fra le nebbie, fra le nubi apparivano le armi risplendenti, apparivano gli abiti coloriti dei soldati; quel miscuglio di natura morta e di natura viva era spettacolo mirabile. Godeva il consolo, che vedeva andar le cose a seconda de' suoi pensieri, e soldatescamenteparlando a questo ed a quello, che in ciò aveva un'arte eccellente, gl'induceva a star forti ed a trovar facile quello che era giudicato impossibile. Già s'avvicinavano al sommo giogo, ed incominciavano a scorgere l'adito che, in mezzo a due monti altissimi aprendosi, dà il varco verso la più sublime cima. Salutarono, qual fine delle fatiche loro, con gioiose voci i soldati, e con isforzi maggiori intendevano al salire. Voleva il consolo che riposassero alquanto:Di cotesto non vi caglia, rispondevano,badate a salir voi, e lasciate fare a noi. Stanchi facevano dar nei tamburi, ed al militare suono si rinfrancavano e si rianimavano. Infine guadagnarono la cima, dove non così tosto furono giunti, che l'uno con l'altro si rallegrarono, come di compiuta vittoria. Accrebbe l'allegrezza il vedere mense appresso all'eremo rusticamente imbandite per opera dei religiosi, provvidenza del consolo, che aveva loro mandato denari all'uopo. Ebbero vino, pane, cacio; riposaronsi fra cannoni e bagaglie sparse, fra ghiacci e nevi agglomerate. I religiosi s'aggiravano fra i soldati con volti dipinti di sedata allegrezza: bontà con forza su quel supremo monte s'accoppiava. Parlò Buonaparte ai religiosi della pietà loro, di voler dare il seggio al papa, quiete e sostanze ai preti, autorità alla religione: parlò di sè e dei re modestamente, della pace bramosamente. I romiti buoni, che non avevano nè cognizione, nè uso, nè modo, nè necessità dell'infingere, gli credevano ogni cosa. Quanto a lui, se tratto da quella aria, da quelle quiete, da quella solitudine, da quella scena insolita, si lasciasse piegare a voler fare per affezione quello che faceva per disegno, niuno il sa, nè si ardirebbe giudicare; perchè da un lato efficacissima era certamente l'influenza di quella pietà e di quei monti, dall'altro tenacissima incredibilmente e sprezzatrice delle umane cose la natura di lui. Fermossi a riposare nel benigno ospizio un'ora.Quando parve tempo, comandava si partisse. Voltavano i passi là dove l'italico cielo cominciava a comparire. Fu difficile e pericolosa la salita, ma ancor più difficile e pericolosa la discesa; conciossiachè le nevi tocche da aria più benigna incominciavano ad intenerirsi e davano malfermo sostegno. Oltre a ciò, la china vi era più ripida che dalla parte settentrionale. Quindi accadeva che era lento lo scendere, e che spesso uomini e cavalli con loro, sfuggendo loro di sotto le nevi, nelle profonde valli erano precipitati, prima sepolti che morti. Incredibili furono le fatiche ed i pericoli: poco s'avvantaggiavano. Impazienti del tardo procedere, ufficiali, soldati, il consolo stesso, scegliendo i gioghi dove la neve era più soda, precipitosamente si calavano, sdrucciolando fino ad Etrubles. Era un pericolo, eppure era una festa; tanto diletto prendevano, e tante risa facevano di quel volare, di quell'essere involti chi in neve grossa e chi in polverio di neve. Quelli che erano rimasti al governo delle salmerie arrivarono più tardi per gl'incontrati ostacoli. Riuniti ad Etrubles, gli uni con gli altri si rallegravano dell'esser riusciti a salvamento, e guardando verso le gelate e scoscese cime che testè passato avevano, non potevano restar capaci del come un esercito intero con tutti gl'impedimenti avesse potuto farsi strada per luoghi orribilmente disordinati da sconvolgimenti antichi, e potentemente chiusi da perpetui rigori d'inverno. Ammiravano la costanza e la mente del consolo, delle future imprese felicemente auguravano. Pareva loro che a chi aveva superato il San Bernardo, ogni cosa avesse a riuscire facile e piana. Intanto le aure soavi d'Italia incominciavano a soffiare: le nevi si squagliavano, i torrenti s'ingrossavano, le morte rupi si ravvivavano e si rinverdivano. I veterani conquistatori riconoscevano quel dolce spirare; gridavano: Italia; con discorsi espressivi ai nuovi la descrivevano; nei veterani si riaccendeva, nei nuovi siaccendeva un mirabile desiderio di rivederla e di vederla; l'esperienza ricordava il vero, la immaginazione il rappresentava e l'ingrandiva, le volontà diventarono efficacissime: già pareva a quegli animi forti ed invaghiti che l'Italia fosse conquistata; solo pensavano alle vittorie, non alle battaglie.La vittoria consisteva nella celerità; perciocchè quegli alpestri luoghi erano sterili, il passo del San Bernardo difficile, nè si doveva dar tempo a Melas di arrivare al piano prima che l'esercito vi arrivasse. Importava altresì che il romore già sparso della ritornata dei Franzesi non si rallentasse. Perciò il consolo si calava tostamente per la sponda della Dora, e con assalti di poca importanza dati all'antiguardo condotto da Lannes, mandato avanti a speculare il sito del paese, s'impadroniva facilmente della città d'Aosta e della terra di Chatillon. Ma un duro intoppo era per trovare nel forte di Bard, posto sopra un sasso eminente, che, come chiave, serra la strada in quella stretta gola che quivi forma, restringendosi, la valle. Il fatto pruovò che un umile sasso poteva divenire ostacolo ad una gran fortuna. Fatta la chiamata, rispose coraggiosamente il Tedesco, non voler dare la fortezza. S'avvicinarono i Franzesi; entrarono facilmente nella terra di Bard, posta sotto al forte; poi andarono all'assalto; ricevuti con ferocia, abbandonarono l'impresa. Rinnovarono parecchie volte la batteria, ma sempre con poco frutto. Si sdegnavano i capi e di una infinita pazienza si travagliavano, nel vedere che una piccola presa di gente, poichè il presidio non sommava che a quattrocento soldati, ed un'angusta roccia interrompessero il corso a tante vittorie.Già sorgevano i primi segni della penuria. Pensavano al rimedio, e nol trovavano. Batterono la rocca dalle case della terra, batterono con un cannone tirato sul campanile; ma essendo il luogo ben difeso e di macigno, non facevanofrutto. Avvisarono se potessero passare continuando il forte in possessione dell'inimico. Fabbricarono con opera molto maravigliosa una nuova strada; varcarono gli uomini sicuramente, con nuovo strattagemma, varcarono le artiglierie. S'accorgeva il castellano dell'arte usata dagli avversarii, e folgorava con grandissimo favore fra il buio della notte, ma la oscurità da una parte, la celerità dall'altra furono cagione che i repubblicani patirono poco danno in questa straordinaria passata; con tutte le armi allestite e pronte si apprestavano ad inondare il piemontese dominio. Poco stante Chabran, divallatosi dal piccolo San Bernardo, costringeva alla dedizione il comandante di Bard, salvo l'avere e le persone, e con fede di non militare fino agli scambi.Mentre a questo modo il grosso dei soldati di Francia sboccava per Ivrea, non erano state oziose le genti più lontane, anzi, concorrendo dal canto loro all'adempimento del principale disegno, erano pervenute ai luoghi ordinati dal consolo. Era Bethancourt sceso dal Sempione e fattosi padrone di Domodossola. Moncey, venuto a Bellinzona, accennava a Lugano ed alle sponde del Ticino e dell'Adda. Thureau poi, più prossimamente romoreggiando alla capitale del Piemonte, era comparso a Susa, e, camminando più avanti, s'era mostrato ad Avigliana, avendo fatto una buona presa di nemici che si erano provati a serrargli il passo dall'erto ed eminente sito sul quale stava, prima della guerra, fondata la fortezza inespugnabile della Brunetta. Tale tempesta da tutte parti sovrastava per l'invitto pensiero del consolo a quel tratto di paese che si comprende fra la Dora Riparia e l'Adda. Ma il principale sforzo sorgeva da Ivrea. Ordito pertanto il suo disegno, lo mandava ad esecuzione.Temendo gli Austriaci di Torino, avevano accostato un antiguardo al ponte della Chiusella, a dirittura del quale avevanopiantato quattro bocche da fuoco, per non lasciar guadagnare questo passo al nemico. Essendo questo ponte molto stretto e lungo, dura impresa era il superarlo. Avvicinatosi Lannes, ordinava ai più valorosi il passassero velocemente. Fecerne pruova; ma i cannoni tedeschi fulminarono sì furiosamente a scaglia, e dai fianchi i feritori leggieri tempestarono con sì fatta grandine, che i Franzesi tornarono indietro laceri e sanguinosi. Nuovamente cimentatisi, nuovamente perdevano. Rinnovò due altre volte la pruova Lannes, e due altre volte ne uscì con la peggio. Ostinavasi, ma non aveva rimedio. Pavetti allora, che ottimamente conosceva i luoghi, perchè la battaglia si commetteva quasi sotto alle mura di Romano, sua patria, fece accorto il generale di Francia che a sinistra del ponte era un passo facilmente guadoso. Guadò con felice ardimento il fiume: si mostrava improvviso sulla destra del nemico, che costretto a dar indietro, lasciò libero il ponte. Nè miglior esito ebbe uno sforzo fatto da Keim con la cavalleria, nel piano che si frappone tra Romano e i colli di Montalenghe; onde fu aperta la strada a Lannes sino a Chivasso, dove trovò conserve considerabili di vettovaglie, opportuno ristoro alle sue stanche genti.Avendo conseguito Lannes l'intento di far correre Melas a Torino, volgeva improvvisamente le insegne a mano manca, e camminava con passo accelerato a seconda della sinistra del Po alla volta di Pavia. Tutto lo sforzo dei Franzesi accennava a Milano. Marciavano Murat, Boudet e Victor contro Vercelli; marciava sull'istessa fronte più basso Lannes e superiormente spazzava il paese la legione italiana di Lecchi, che da Chatillon di Aosta per la via di Grassoney camminando, era venuta a Varallo, poi ad Orta, donde aveva cacciato il principe di Loano, che vi stava a presidio con una mano di Tedeschi. Tutta questa fronte di un esercito bellicoso, spingendosi avanti, guadagnava Vercelli, dove passava laSesia; poi contrastava invano Laudon che era accorso, entrava in Novara e si apprestava a varcar il Ticino. L'ala sinistra intanto ingrossava per essersi Lecchi congiunto a Sesto Calende con Bethancourt disceso da Domodossola. Laudon, postosi a Turbigo, intendeva ad impedire il passo del fiume; ma Murat, che guidava l'antiguardo, dato di mano a certe barche lasciate a Galiate, guadagnava la sinistra sponda, e cacciava da Turbigo, non senza però qualche difficoltà, il generale tedesco. Al tempo medesimo la sinistra ala si rinforzava vieppiù per la giunta delle genti di Moncey, che venute sui laghi di Lugano e di Como, avevano incontrato Lecchi a Varese.Per queste mosse ottimamente eseguite come erano state ottimamente ordinate, già era la capitale della Lombardia posta in potestà dei Franzesi. Entrava in Milano il dì 2 di giugno con le più elette schiere Buonaparte vincitore. Non siam per raccontare le allegrezze che vi si fecero, perchè nelle rivoluzioni il governo ultimo è sempre stimato il peggiore, il nuovo il migliore.Riordinava Buonaparte la Cisalpina repubblica. Volle che i riti della religione cattolica pubblicamente si celebrassero e la religione si rispettasse, e chi il contrario facesse severamente, anche con la pena di morte se il caso lo richiedesse, fosse punito; che fossero salve le proprietà di tutti; che i fuorusciti rientrassero, che i sequestri si levassero, che le cedole si abolissero e valor di moneta più non avessero. Lasciati in Milano questi fondamenti della sua potenza, applicava di nuovo i pensieri alla guerra, che quantunque bene principiata fosse, non era ancora terminata. Melas sulla destra del Po si conservava tuttavia intiero, nè sapeva il consolo ancora che Massena fosse stato costretto a cedere in Genova alla fortuna dei confederati. Per questo motivo, credendosi più sicuro di quanto egli era veramente, aveva fatto correre da' suoi il Lodigiano, il Cremonese, ilBergamasco, il Cremasco; poi suo intento era di passare subitamente il Po; ed in questo modo mozzare a Melas ogni strada al ritirarsi. Lannes frattanto, per una subita correria, aveva preso Pavia: trovovvi munizioni abbondanti da bocca, e quantità considerabile d'armi.Melas, che, per la perdita di Milano, aveva conosciuto quanto la sua condizione fosse pericolosa ed il nemico forte, avvisandosi che il suo scampo non poteva più venire se non da una battaglia risoluta e da una vittoria piena, voleva tirar la guerra nei contorni di Alessandria, per cagione dell'appoggio che quivi aveva della cittadella e del forte di Tortona. Venuto adunque in Alessandria, chiamava a sè Esnitz, mandava Otto a Piacenza, affinchè s'ingegnasse d'impedire il passo del fiume ai Franzesi. Ma Murat fu più presto di Otto; passava e s'impadroniva di Piacenza. Al medesimo punto Lannes varcava a Stradella e si poneva a campo a San Cipriano. Otto ritirava i suoi a Casteggio ed a Montebello. Combattessi in questi due luoghi il dì 9 giugno una battaglia asprissima, segno ed augurio di un'altra assai più aspra, più famosa e più piena di futuri accidenti. Urtarono i Franzesi condotti da Watrin con grandissimo impeto i Tedeschi, fu loro risposto con uguale costanza; vario fu per molte ore l'evento. Finalmente gl'imperiali restarono superiori per opera massimamente della cavalleria. Watrin si ritirava rotto e sanguinoso, e sarebbe stata perduta la battaglia pei Franzesi, se non fossero sopraggiunti battendo i generali Chambarlhac e Rivaud, quindi lo stesso Lannes con una grossa squadra di buoni soldati, ch'entrando impetuosamente, come sempre soleva, nella battaglia, sforzava il nemico a piegare, e cacciandolo del tutto da Casteggio, l'obbligava a ritirarsi a Montebello. Quivi Otto più fiero di prima rinnovava la battaglia, e faceva di nuovo le sorti dubbie; che anzi le sue già principiavano a prevalere, quando Buonaparte, che era sopraggiunto,ordinava a Victor caricasse con sei battaglioni la mezzana schiera del nemico. In questo punto divenne furiosissimo l'incontro. Durò un pezzo il combattimento di fuoco e di ferro. All'ultimo arrivarono sugli estremi del campo i generali Geney e Rivaud, e fecero inclinare la fortuna in favore di Francia, perchè per le mosse loro si trovava Otto quasi circondato da ogni banda. Si ritirava in Voghera. Questa fu la battaglia di Casteggio che durò dalle sei della mattina fino alle otto della sera.Superata l'asprezza delle Alpi con arte e costanza, corsa la Lombardia con prestezza, fatto risorgere il nome di Cisalpina in Milano, sollevati a gran cose gli animi dei popoli con una impresa inusitata, restava che per una determinativa battaglia i presi augurii si adempissero, e si confermasse in Buonaparte il supremo seggio di Francia e l'imperio assoluto d'Italia. Assai presto fu l'acquisto di questo paese fatto da Kray, Suwarow e Melas; restava che si vedesse se il capitano di Francia non fosse abile a riconquistarlo più presto ancora. Aveva Melas, come abbiamo narrato, raccolti i suoi nel forte alloggiamento tra la Bormida ed il Tanaro sotto le mura di Alessandria. Grosso di circa quaranta mila soldati, fornitissimo di artiglieria, fiorito di cavallerie sceltissime, provvisto di veterani, era molto abile a combattere di tante sorti. Nè mancava in lui l'ardire o l'arte, nè la memoria delle recenti vittorie. Sapeva altresì di quanto momento fosse la battaglia che soprastava.Dall'altra parte il consolo combatteva su quelle italiche terre, già piene di tanta sua gloria; i suoi ufficiali, giovani, confidenti e valorosi, con incredibile ardimento andavano al confermare i gloriosi destini di Francia; i soldati, alcuni veterani, molti nuovi, non avevano tanto uso di battaglie quanto i Tedeschi, ma l'ardore e la confidenza supplivano a quanto mancasse nell'esperienza. Di numero erano inferiori agli avversarii, e dicavallerie e di artiglierie. Giravano adunque assai dubbie le sorti.Il dì 14 giugno alle cinque della mattina, Melas varcava, fulminando l'augurosa Bormida. Esnitz coi fanti leggieri e col maggior nervo delle cavallerie, movendosi a sinistra degl'imperiali, marciava contro castel Ceriolo per la strada che porta a Sale, perchè intento del generalissimo austriaco era di riuscire alle spalle dei Franzesi da quella parte per tagliargli fuori da Pavia e da Tortona, donde avevano corrispondenza con le altre loro genti alloggiate sulla sponda sinistra del Po. Keim coi soldati di più grave armatura muoveva l'armi contro il villaggio di Marengo, per cui passa la strada per Tortona; quest'era la schiera di mezzo. Una terza, che era la destra, sotto la condotta di Haddick, con un grosso di granatieri ungari guidati da Otto, doveva fare sforzo, seguitando la destra sponda della Bormida all'insù, per riuscire a Fregarolo, e consentire verso Tortona con la mezzana. Si prevedeva, e quest'era il pensiero delle due parti, che si sarebbe conteso massimamente della possessione di Marengo, perchè quello era il sito, alla conservazion del quale indirizzavano i Franzesi tutti i loro movimenti. Precedeva le camminanti squadre d'Austria un apparato formidabile di artiglierie, che, furiosamente tuonando, significavano quanto duro e quanto micidiale fosse per essere l'incontro. A tanto impeto non erano i Franzesi pari in quel primo tempo della battaglia, perchè Monnier si trovava lontano a destra, Desaix a sinistra.Adunque tutte le difese loro consistevano nella schiere di Victor, che occupava assai grossa Marengo, ed in quella di Lannes, che aveva la sua sede a destra della strada di Tortona. A queste genti si aggiungevano circa novecento soldati della guardia del consolo, i cavalli condotti dal giovane Kellermann, quei di Champeaux, e finalmente quelli di cui aveva il governo Murat: i primi facevanospalla ai fanti di Victor, i secondi a quei di Lannes, ed in ultimo i terzi, posti sulla punta estrema a destra di tutta la fronte, custodivano la strada che accenna a Sale. Così l'ordinanza dei Franzesi, partendo dalla Bormida, e da lei scostandosi obbliquamente, e passando per Marengo, si distendeva sin verso a Castel-Ceriolo. Keim incontrava Gardanne mandato da Victor a Pietrabuona, piccolo luogo posto tra Marengo e la Bormida, e con una forza prepotente lo prostrava. Si ritiravano disordinatamente le reliquie verso Marengo. Sarebbero anche state intieramente circondate e prese se Victor non avesse tosto mandato Chamberlhac a riscattarle. Vennero avanti i Tedeschi ed ingaggiarono con Victor una battaglia orribile: commiservi ambe le parti fatti di stupendo valore. Piegò finalmente la fortuna in favor di coloro che avevano più numerose genti e più fiorite artiglierie: entrava vittoriosamente Keim in Marengo. Non per questo si era Victor disordinato; che anzi grosso, intiero e minaccioso novellamente si schierava dietro Marengo. Venne a congiungersi a lui sulla destra sua punta Lannes, il che fece rinfrescare la battaglia più feroce di prima. S'attaccò Keim con Lannes, Haddich con Victor, e chi considererà la natura sì di quei generali che di quei soldati, si persuaderà facilmente che mai in nissuna battaglia sia stato speso più valore e maggior arte che in questa. Secondava potentemente l'urto di Lannes contro Keim Champeaux co' suoi cavalli, nella quale mischia gravemente ferito passò di questa vita alcuni giorni dopo. Kellermann con la sua squadra aiutava anche efficacemente Victor, cariche a cariche continuamente aggiungendo e moltiplicando. Ciò non ostante, Victor, per essere entrato nella battaglia il primo, e per avere Gardanne molto patito nell'affronto di Pietrabuona, stanco e diradato cedè finalmente il luogo e si ritirò, quanto più potè prestamente e non senza qualche moto disordinato, a San Giuliano.Lannes allora, nudato sul suo sinistro fianco dell'appoggio di Victor, fu costretto rinculare ancor esso; il che diede cagione a Keim di guadagnare vieppiù del campo e di credersi sicuramente in possessione della vittoria. Frattanto Esnitz coi fanti leggieri aveva occupato castel Ceriolo, e coi cavalli si andava allargando col pensiero di mostrarsi alle spalle delle due schiere repubblicane che indietreggiavano; il quale disegno se avesse avuto effetto, dava senza dubbio alcuno la vittoria agl'imperiali.Solo rimedio a tanto pericolo aveva il consolo nei novecento soldati della sua guardia e nei cavalli di Murat, certamente non capaci a far fronte alla numerosa cavalleria d'Esnitz. Mandava adunque avanti i novecento. L'Alemanno, quantunque gli avesse circondati da ogni banda, non li potè mai rompere, o che egli non abbia fatto tutto quello che poteva, o che i novecento abbiano fatto più di quello che potevano. Questa mollezza o errore di Esnitz e questo valore dei consolari diedero comodità a Monnier di arrivare da Castel Nuovo, donde, chiamato dal consolo veniva, a prestissimi passi. S'incontrava egli arrivando con le genti di Esnitz; sebbene elleno da tutte le parti il circondassero, si aperse una strada, aiutato gagliardamente dai consolari. Il generale Cara-San-Cyr, cacciati i Tirolesi da Castel-Ceriolo, se ne faceva padrone, e tostamente con tagliate e barricate vi si affortificava. Dievvi dentro Esnitz per ricuperarlo, e non gli venne fatto; pure la fortuna li favoriva, perchè aveva in questo punto obbligato alla ritirata i consolari e l'altra parte dei soldati di Monnier. Ma, invece di seguitare alla dilunga i cedenti, si ostinava all'acquisto di Castel-Ceriolo. Cara-San-Cyr sempre il respinse, e tanto il tenne lontano, che ora Cara-San-Cyr fu salvamento de' suoi, come prima erano stati i novecento; questi diedero tempo a Monnier di arrivare, egli il diede a Desaix. Melas in questo, volendo usare l'occasione favorevoleche la fortuna gli parava davanti, aveva spinto innanzi la sua ala destra, massimamente i cinque mila Ungari, affinchè andassero a disfare quella nuova testa che i Franzesi mostravano di voler fare a San Giuliano. Pareva che a questo effetto bastassero Keim vincitore ed Esnitz mezzo vinto e mezzo vincitore. Ma, per assicurarsi meglio del fatto, e per provvedere ai casi dubbii che Desaix, arrivando, avrebbe potuto arrecare, mandava di lungo spazio avanti i cinque mila, dei quali, come di corpo autore di vittoria, aveva preso il governo Zach, quartiermastro di tutto il campo austriaco.Erano le cinque della sera; già da più di dieci ore si combatteva: gli Austriaci vincitori si rallegravano; tenue speranza e solo in Desaix rimaneva ai Franzesi. Il consolo stesso, che aveva concepito il mirabile disegno di questa seconda invasione d'Italia, stava perplesso. Mentre fra molto timore e poca speranza si esitava, ecco arrivare al consolo le novelle che la prima fronte della deseziana schiera compariva a San Giuliano. Determinavasi subitamente; altro uomo ch'egli, in fortuna quasi disperata com'era quella in cui si trovava, si sarebbe servito della forza che arrivava solamente per appoggio della ritirata. Ma l'audace consolo la volle usare per rinnovar la battaglia e per vincere. Metteva l'esercito in nuova ordinanza per modo che da Castel-Ceriolo obbliquamente distendendosi sino a San Giuliano, alloggiava Cara-San-Cyr sul luogo estremo a destra, poi a sinistra verso San Giuliano procedendo, Monnier, quindi Lannes, poi finalmente in quest'ultima terra a cavallo della strada per Tortona Desaix. I cavalli di Kellerman a fronte, e fra Desaix e Lannes avevano il campo. Non avendo fatto Esnitz co' suoi fanti e cavalleggieri contro l'ala destra de' Franzesi quell'opera gagliarda e quel frutto che Melas aspettava da lui, aveva il generalissimo d'Austria mandato i cinquemila Ungari condotti da Zach control l'ala sinistra, sperando che questo nodo di genti fortissime l'avrebbero potuta rompere e tagliarle la strada verso Tortona.La colonna di cinque mila, in cui si conteneva tutto il destino della giornata, in sè medesima ristretta, baldanzosamente marciava contro i Deseziani. Desaix, lasciatala approssimare senza trarre, quando arrivò a tiro, la fulminava con le artiglierie che Marmont aveva collocato sulla fronte, poi scagliava contro di lei tutti i suoi. A quel duro rincalzo attoniti sulle prime si fermarono gli Ungari: poi, ripreso nuovo animo, qual mole grossa ed insuperabile, marciavano. Nè le genti franzesi, siccome più leggieri, quantunque tutto all'intorno vi si affaticassero, li poterono arrestare. Era questo un caso simile a quello di Fortenoy. Desaix, che punto non si era sbigottito a quel pericolo, postosi a fronte de' suoi, stava sopravvedendo il paese per iscoprire se gli accidenti del terreno gli potessero offrire qualche vantaggio, quando ferito in mezzo al petto da una palla di archibuso, si trovò in fine di morte. Sottentrava al governo, invece di Desaix, Boudet. Non si perdè questi d'animo per sì amaro caso, non si perdettero di animo i suoi soldati; che, anzi stimolando quegli uomini già di per sè stessi valorosi il desiderio di vendetta, con incredibile furia si gettarono addosso ai cinque mila. Nè gli Ungari cedevano: era un combattere asprissimo e mortalissimo. Già piegavano i repubblicani, disperate parevano le sorti; volle la fortuna che la salute di Francia nascesse prossimamente dall'estrema rovina. Era Kellermann, destinato al gran riscatto. Effettivamente, mentre Boudet instava ancora da fronte, quantunque rinculasse, Kellermann dal consolo commesso, assaltava con tutto il pondo de' suoi cavalli il sinistro fianco dell'ungara mole, e siccome quella era spartita in manipoli, tra l'uno e l'altro ficcandosi, totalmente ladisordinava. Snodata, perduti gli ordini tra sè medesima e coi Franzesi intricata e ravviluppata, non le restava più nè disegno nè modo di difendersi. Laonde, insistendo sempre più valorosamente contro di essa Kellermann e tornando alla carica Boudet rianimato dal favorevole caso, fu costretta a darsi intiera, deposte le armi, al vincitore. Così quello che non avevano potuto fare nè le fanterie nè le artiglierie fecero le cavallerie, al contrario di quanto successe in Fontenoy, dove le artiglierie fecero quello che le fanterie e le cavallerie non avevano potuto fare. Il sinistro caso degli Ungari fe' superar del tutto la fortuna de' Franzesi; perchè, spingendosi avanti, si serrarono addosso ai nemici privi di quel principale sostegno, e li costrinsero alla ritirata, con grave sbaraglio ed uccisione. Pensò tostamente Melas a far dare il segno della raccolta per andarsi a ritirare vinto là dond'era la mattina partito con tanta speranza di vincere: solo fece una testa grossa a Marengo per dar tempo alle ritirantesi squadre di arrivare. Ricoverossi oltre la Bormida: riassunsero i Franzesi gli alloggiamenti che avevano occupati prima della battaglia.A questa battaglia, che cambiò le sorti d'Europa, e la fece andare pel medesimo verso per quattordici anni, principali operatori della vittoria furono Cara-San-Cyr per aver preso e conservato Castel Ceriolo, Victor per avere fortemente combattuto a Marengo contro Keim, Boudet per aver opposto un duro intoppo alla mole ungara, finalmente, e soprattutto, quell'accorto e prode Kellermann, che, usando il momento opportuno, non dubitò di dar dentro co' suoi cavalli a quella massa intera e grave che solo col peso pareva che fosse per prostrare quanto le si parasse davanti. Si rallegravano i compagni del glorioso fatto con lui, ma, venuto in cospetto del consolo, questi con la solita aria di sussiego e superiorità parlando, nè informandosi punto di quanto era successo, gli disse:Avetedato anzi una bella carica che no. Sdegnato il giovane guerriero, rispose:Bene godo che la prezziate, giacchè vi mette la corona in capo. Il consolo, che non amava l'essere scoperto prima che si scoprisse egli, l'ebbe per male, e sempre dimostrò l'animo alieno dal figliuolo del maresciallo.Rimaneva ancora dopo la battaglia al generalissimo d'Austria forza bastante a resistere lungo tempo nel forte sito in cui si era riparato. Ma o che il terrore concetto per la recente rotta o l'arti di Buonaparte, che continuamente protestava voler aderire ai patti di Campoformio, e ridurre i paesi dipendenti da lui a forma di governo più tollerabile e meno minacciosa pei principi, sel facessero, non si mostrò renitente, e chiese i patti. Furono gloriosi per la Francia, stupendi per l'Europa. Sospendessersi fino a risposta da Vienna le offese; l'imperiale esercito se ne gisse a stanziare tra il Mincio, la Fossa Maestra ed il Po; occupasse Peschiera, Mantova, Borgoforte, e sulla destra del fiume Ferrara; medesimamente ritenesse la possessione della Toscana: il repubblicano possedesse il paese fra la Chiesa, l'Oglio e il Po; il tratto tra la Chiesa ed il Mincio fosse esente dai soldati d'ambe le parti; le fortezze di Tortona, di Alessandria, di Milano, di Torino, di Pizzighettone, d'Arona e di Piacenza si consegnassero ai repubblicani; Cuneo ancora, i castelli di Ceva e di Savona, Genova ed il forte Urbano cedessero in loro possessione: niuno per opinioni dimostrate o per servigi fatti agli Austriaci potesse essere riconosciuto o molestato; i Cisalpini carcerati per opinioni politiche si rimettessero in libertà; qual fosse la risposta di Vienna, le ostilità, se non dopo avviso di dieci giorni, non si potessero ricominciare; durante la tregua niuna delle parti potesse mandar gente in Germania. Tali furono i patti conclusi in Alessandria. La tregua, prolungata più volte di comune consenso di dieci in dieci giorni, fu finalmenteper nuova ed espressa convenzione accordata fino al 23 novembre.Buonaparte, vincitore di Marengo, aveva in sua mano le sorti d'Europa liete o tristi, la pace o la guerra, la civiltà o la barbarie, la libertà o la servitù dei popoli: gloria civile l'aspettava uguale alla guerriera; ma l'ultima ed un desio fiero ed indomabile di comandare non lasciarono luogo alla prima. Fu ricevuto a Milano qual trionfatore. Il chiamavano uomo unico, eroe straordinario, modello impareggiabile, con tutte quelle altre lodi che l'adulazione meglio sapeva inventare; con pari adulazione rispondeva Francia. Parlò a Milano molto di pace, molto di religione, molto di lettere, molto di scienze. Creovvi una consulta, una commissione di governo. V'aggiunse un ministro straordinario di Francia, chiamando a questa carica un Petiet, ch'era stato ministro di guerra ai tempi del direttorio. Riapriva l'università di Pavia stata chiusa; ordinava stipendii onorevoli ai professori; vi chiamava i più riputati, i più dotti, i più virtuosi uomini. Fiorì vieppiù per questi ordini l'università; pareva rinascessero i tempi di Giuseppe; ma il dominio militare, in cui si viveva, avvertiva i popoli che l'età era diversa. Non accarezzava più gli amatori ardenti di rivoluzioni, anzi da sè gli allontanava; chiamava a sè coloro che erano in voce di aristocrati, purchè fossero di natura moderata e ricchi e di buona fama. Melzi, Aldini, Birago, il dottor Moscati, Scarpa, il vescovo di Pavia, Gregorio Fontana, Marescalchi, Mascheroni molto volontieri vedeva. Del resto, quantunque il procedere paresse più civile, e le sembianze più oneste, il prendere e il dilapidare era lo stesso; ricominciò la Cisalpina a travagliare del male antico.Riordinata la Cisalpina, se ne tornava il consolo in Francia. Passò, per Torino; alloggiò in cittadella; non si lasciò vedere, non volendo lasciarsi tirare alle promesse per rispetto di Paolo, che sempre favoriva il re. Anzi fu certo che, sebbeneavesse l'animo molto alieno, aveva nondimeno, dopo la battaglia di Marengo, offerto l'antico seggio a Carlo Emmanuele, purchè nuovamente rinunziasse alla Savoia ed alla contea di Nizza. Tornò altresì sull'antico pensiero, per potersi serbar il Piemonte, che appetiva con grandissimo desiderio, di dare al re la Cisalpina, sì veramente che rinunziasse al Piemonte. Le quali proposte non furono accettate dal principe, parte per motivi di religione, parte per non voler concludere senza il consentimento dei suoi alleati, di Paolo massimamente e dell'Inghilterra; nè pur volendo dar appicco all'Austria, nel caso che le cose di Francia nuovamente sinistrassero, acciocchè ella s'impadronisse del Piemonte. Non ostante le proferte ed i negoziati, creava in Piemonte, come in Cisalpina, non per terminare, ma per minacciare, una consulta ed una commissione di governo, a cui chiamò molti uomini riputati per dottrina e per pacatezza d'opinione. Creava ministro straordinario presso a questo governo prima il generale Dupont, poi, per riconoscere i meriti del vincitore di Fleurus, Jourdan.Era a questo tempo l'aspetto del Piemonte oltre ogni dire miserabile: una estrema carestia, un rapir di soldati lo avevano messo in estrema penuria. I Piemontesi non sapevano più nè che cosa sperare, nè che cosa temere, nè che cosa desiderare. I biglietti di credito, che sempre più scapitavano, lunga e luttuosa peste del paese, avevano posto in confusione tutti gli averi. Penò molto la consulta, quantunque in lei abbondassero gli avvocati dotti e sottili, ad assestar questa faccenda, e quando si assestò, nissuno contento, ancorchè la legge fosse giusta. Questa fu gran radice di mali umori. Nè gran momento di sventura non recava il peso gravissimo del dover mantenere i soldati di Francia, sì quelli che passavano, come quelli che stanziavano: peso da non poter esser portato dalle finanze piemontesi. S'aggiungevano i comandamentifantastici; perchè ora si voleva che una fortezza piemontese si demolisse a spese del Piemonte, ed ora che la medesima si riattasse: ora s'addomandavano i piombi della cupola di Superga, il che, prima cosa, avrebbe fatto rovinar l'edifizio per le acque, ed ora si voleva che si demolissero i bastioni che sopportano il giardino del re, opera inutile, perchè la città era già tutto all'intorno smantellata. Se non era la costanza di chi governava ad opporvisi, Superga ed il giardino, gradito passeggio dei Torinesi, perivano. Chi domandava denari pel vivere dei soldati, chi pel vestito, chi per gli ospedali, chi per le artiglierie, chi pei passi, chi per le stanze; erano le richieste capricciose, i consumi eccessivi, le finanze impotenti; ogni cosa in travaglio e confusione.Altri tormenti, oltre i raccontati, travagliavano i Piemontesi e rendevano impossibile ogni buon governo; questi erano l'incertezza delle sorti future. Sorgevano e s'inviperivano le sette. Chi voleva essere Franzese, chi Italiano, chi Piemontese. Gli amici si odiavano, i nemici si accordavano, nessun nervo di opinione. Accrebbe l'incertezza ed i mali umori un atto del consolo, con cui diede il Novarese sì alto che basso alla Cisalpina. La sinistra novella sollevò gli animi maravigliosamente in Piemonte, perchè si pensò che Buonaparte volesse restituire il rimanente al re. Il governo protestò: il consolo, che sapeva ciò che si faceva, si maravigliava che si temesse, che si protestasse. Pure non si scopriva; i timori, le sette e le angustie del governo crescevano. Era segno il Piemonte ad ogni più fiera tempesta.Fra sì funesta intemperie, ebbe il governo che allora, sotto nome di commissione esecutiva, surrogata alla commissione di governo, era composto di Bossi, Botta e Giulio, un consolativo pensiero, e questo fu di stanziar beni di una valuta di cinquecento mila franchi all'anno a benefizio dell'università degli studii,dell'accademia delle scienze, del collegio e di altre dipendenze, ordine veramente benefico e magnifico, di cui solo si trovano modelli negli Stati Uniti d'America per munificenza del congresso, com'erano in Polonia per munificenza dell'imperatore Alessandro.Fu questo conforto piccolo pei tempi, perchè le disgrazie sormontavano. Continuossi a vivere disordinatamente, discordemente, servilmente, famelicamente in Piemonte, finchè venne il destro a Buonaparte d'incamminarlo a più certo destino.Le sorti di Genova erano del pari infelici, parte pei medesimi motivi, parte per diversi. Per la capitolazione d'Alessandria, abbandonava Hohenzollern Genova, non senza aver prima, per comandamento di Melas, esatto dai sessanta negozianti più ricchi un milione, come diceva, in presto ad uso dei soldati. I Franzesi, condotti da Suchet, entrarono nella desolata città il dì 24 giugno. Quante sventure e quanti dolori abbiano in sè queste frequenti mutazioni di dominio, ciascuno può giudicare. Trattaronla i Franzesi duramente, come se fosse sana ed intera.Il consolo, come in Cisalpina ed in Piemonte, creava una commissione di governo con tutte le potestà, salvo la giudiziale e la legislativa; creava una consulta colla potestà legislativa; creava finalmente presso il governo ligure un ministro straordinario, chiamandovi il generale Dejean. Nella presa del magistrato sorsero le solite adulazioni, maggiori però da parte del ministro straordinario che del governo. Più certo e più chiaro era il destino di Genova che quel di Piemonte; perciocchè la Francia prometteva independenza. Ciò fu cagione che fosse maggior forza nel governo ligure che nel piemontese, e che le parti avverse meno si ardissero di contrastargli.Erano quei della commissione di governo uomini pacifici e dabbene. Pure, mossi dalle grida dei democrati, stanziarono una legge d'indennità, della qualeil minor male che si possa dire è, ch'era contraria ai capitoli d'Alessandria. Si risarcissero dai briganti e nemici della patria (così chiamavano i fautori dell'antico stato) i danni ai danneggiati; se non avessero di che risarcire, risarcissero per loro i comuni; radice pericolosa era questa di enormi arbitrii.Con questi accidenti si viveva il governo povero, obbligato a sopperire allo Stato ed ai soldati forestieri: Keit dominava i mari e serrava i porti; Genova, sempre in servitù o periva di fame o periva per ferro; contristava vieppiù la città, venuta a crudeli strette per la forza, la malattia pestilenziale che, non che cessasse, montava al colmo. Due mila perirono in un mese. Brevemente, le condizioni dei tre Stati contermini era questa; in Piemonte fame, peste di carta pecuniaria, incertezza di avvenire; in Cisalpina abbondanza di viveri, erario sufficiente, maggiore speranza, se non di stato libero, almeno di stato nuovo; in Genova fame, peste e povertà d'erario. Nel resto, in tutti tre servitù; i governi, fattori di Francia.Sospinti dalle gravi combinazioni della guerra italica, non si è fatto fin qui menzione d'un fatto importantissimo, e che avrà non meno importanti conseguenze. I cardinali, già adunati, come si è detto, in conclave a Venezia per intendere alla elezione del successore a Pio VI, nel dì 13 marzo del presente anno assunsero al pontificato il cardinale Gregorio Barnaba Chiaramonti, vescovo d'Imola, che sotto il nome di Pio VII fu, nel giorno 21 di detto mese, incoronato nella chiesa di San Giorgio Maggiore di quell'unica città. Così la fortuna preparava a Buonaparte il più efficace fondamento che potesse desiderare a' suoi disegni, fondamento più potente delle armi, più potente della fama; poichè il consolo confidava di ridurlo ai suoi pensieri con accarezzar la religione. Ciò produsse effetti di grandissima importanza.Ricevettero i Romani con molte dimostrazioni di allegrezza le novelle della creazione del pontefice. Erano in servitù dei Napolitani: speravano che il signore proprio avesse a liberarli dal signore alieno. Partiva papa Pio il dì 9 di giugno da Venezia e dopo travagliosa navigazione arrivava ai 25 a Pesaro. Mandati avanti con suprema autorità per ricevere lo Stato dagli agenti del re Ferdinando e per dare qualche assetto alle cose sconvolte, i cardinali Albani, Roverella e della Somaglia, entrava in Roma il terzo giorno di luglio in mezzo alle consuete allegrezze dei Romani.Provvide alla Chiesa con la creazione di nuovi pastori, allo Stato con quella di nuovi magistrati; ridusse ogni cosa, quanto possibil fosse, alla forma antica. Fu mansueto l'ingresso, mansueto il possesso; i partigiani della repubblica salvi. Stanziò che i beni venduti al tempo del dominio franzese alla camera apostolica tornassero, salvo il rimborso del quarto, ai possessori. Nè molto tempo corse che, volendo provvedere dall'un de' lati alla camera, dall'altro all'interesse dei comuni e dei particolari, tolse alcune tasse, ne pose di nuove. Volle che i comuni si liberassero dai debiti, sulla camera pontificia trasferendoli, salvo i debiti contratti per l'annona e gl'interessi corsi dei debiti anteriori; liberava i comuni dai luoghi di monte, sullo Stato investendogli, ma al tempo medesimo statuiva che, finchè l'erario non fosse ristorato, solo i due quinti dei frutti dei monti si pagassero. Comandava che i quattro quinti si corrispondessero ai possessori dei monti vacabili, e che i luoghi di monte sì perpetui che vacabili fossero esenti da ogni qualunque tassa o contribuzione. Aboliva le gabelle privilegiate, quali quelle dei bargelli, del bollo estinto, dei cavalli morti, o le trasferiva a benefizio dei comuni. L'opera poi delle contribuzioni indirizzava a più generale ed uniforme condizione: creava due tasse, abolito ogni privilegio e consuetudineantica che fosse contraria. Chiamò l'una reale e l'altra dativa. Quattro erano le parti della prima; un terratico di paoli sei per ogni centinaio di scudi d'estimo pei fondi rustici, una imposizione di due paoli per ogni centinaio di scudi di valuta sui palazzi e case urbane, un balzello di scudi cinque sui cambii per ogni centinaio di frutti, una contribuzione di valimento, che doveva sommare alla sesta parte di tutte le rendite dei capitali naturali e civili, rustici ed urbani sopra coloro che consumassero le loro rendite fuori di Stato. La dativa consisteva nella gabella del sale sforzato, in quella della mulenda o macinato, ed in quella di tre paoli per ogni barile di vino che s'introducesse in Roma, salva la esenzione pei padri di dodici figliuoli e pei religiosi mendicanti. Buoni ordini furono questi, fatti anche migliori dal benefizio di aver cassa del tutto la carta pecuniaria.Non omise il consolo di considerare le romane cose. Prevedeva che come la pace coi re era per lui grande mezzo di potenza, così maggiore sarebbe la pace con la Chiesa. Quando poi seppe che il cardinale Chiaramonti era stato esaltato al supremo seggio, concepì maggiori speranze, perchè il conosceva fornito di pietà sincera, e però più facile ad essere tirato. Era gran cosa quella che veniva offerendo il consolo, perchè il ristorare la religione cattolica in Francia importava non solamente la restituzione di un gran reame alla santa Sede, ma ancora la conservazione pura ed intatta degli altri; conciossiachè non era da dubitare che se la Francia avesse perseverato nell'andare sviata in materia di religione, anche gli altri paesi sarebbero stati, o tardi o tosto, contaminati dall'esempio. Per la qual cosa papa Pio VII prestava benigne orecchie a quanto il consolo gli mandava dicendo. Adunque, tentati prima gli animi da una parte e dall'ultra, si venne poscia alle strette del negoziare, e finalmente alla conclusione, come sarà a suo luogo raccontato.Buonaparte dominava la terra, Nelson il mare. Dopo la vittoria di Aboukir, comparve questi colla vincitrice armata davanti a Malta, già bloccata, e tolse, se alcuna ancor restava, ogni speranza di redenzione ai Franzesi assediati. Fece più volte, ma invano Nelson, la chiamata a Vaubois, che la comandava. Incominciava a patire maravigliosamente di vitto, d'abiti, di denaro; le malattie si moltiplicavano. Non per questo rimetteva Vaubois della solita costanza, nè allentava la diligenza delle difese. Per provvedere ai cambii, costrinse i principali isolani a dargli carte d'obbligo da scontarsi in Francia alla pace generale, e con queste pagava i soldati. Per vestirli, si fe' dare tele e drappi; per pascerli, farine; spianava pane, obbligava gl'isolani a venir levare le farine da lui, moltiplicava i conigli ed il pollame, per modo che molto tempo bastarono. Infieriva lo scorbuto; il combattevano col coltivare a molta cura nei luoghi più acconci gli ortaggi. Un Nicolò Isvard di Malta, maestro di musica, componeva opere, e recitavano, e cantavano, e ballavano. Pure la fame pressava. Provavasi il governatore a mandar in Francia per soccorso il Guglielmo Tell; ma i vigilanti e lesti Inglesi se lo pigliarono. Stava attento, e provvedeva con mirabile accortezza a tutti gli accidenti. Fecero i Maltesi di fuori congiure con quei di dentro: Vaubois le scopriva; davano assalti, e li risospingeva; pruove mirabili di chi si moriva di fame e di morbo. In cospetto degli assediati, tre navi tolonesi, cariche di tre mila soldati e di munizioni sì da bocca che da guerra, venivano in potere di Nelson. Ogni giorno, anzi ogni ora, la fame cresceva. Mandava fuori le bocche disutili; gl'Inglesi, barbaramente, come se vi fosse pericolo di vicino soccorso, le rincacciavano. Parecchi morirono di fame sotto le mura, gli altri, più morti che vivi, furono di nuovo ricettati dai Franzesi. Prevedeva Vaubois avvicinarsi l'ultima fine. La fame sopravanzò il valore.Vennesi a resa, ma onorevole, il dì 5 settembre.

Gli Austriaci, che molto prevalevano in numero a Massena, erano per modo alloggiati, che tutto il territorio ligure fasciando, da Sestri di Levante per le sommità degli Apennini opposte a quelle che occupavano i Franzesi, si distendevano fino al colle di Tenda. Governavano a sinistra Otto, poi, seguitando a destra, Hohenzollern, il generalissimo Melas, Esnitz, e finalmente sulla estrema punta destra Morzin. Accingendosi Melas ad invadere il Genovesato, mandata prima una grida ai Genovesi piena di generose parole, aveva condotto il grosso de' suoi alle stanze delle Cercare, intendimento suo essendo di spingersi avanti, cacciando gli avversarii dai sommi gioghi a Savona, per separare e disgiugnere in tale modo l'ala sinistra dei Franzesi dalla mezza e dalla destra che combatteva nella riviera di Levante. Ottenuto il quale intento, gli si spianava la strada, essendo questo l'ultimo fine de' suoi pensieri, a serrare Massena dentro Genova ed a costringerlo alla dedizione.

Spuntava appena il giorno 6 aprile che i Tedeschi, partendo dalle Cercare divisi in tre schiere, s'incamminavano alle ordinate fazioni. La mezzana, condotta da Mitruschi, marciando per Altare e per Torre, si avvicinava a Cadibuona, posto molto fortificato dai Franzesi, e chiave e momento principale di tutta quella guerra. Il generale San Giuliano colla sinistra faceva opera d'impadronirsi di Montenotte, per quinci accennare contro Sassello, dove alloggiava un grosso corpo di repubblicani. Finalmente la destra, che obbediva ad Esnitz ed aMorzin, passando per le Mallare ed avvicinandosi alle fonti della destra Bormida, aveva carico di sforzare i passi del monte San Giacomo.

Si combattè da prima da ambe le parti molto valorosamente a Torre, avendo gli Austriaci il vantaggio del numero, i Franzesi del luogo. Finalmente superarono i primi quell'antiguardo, e tutto lo sforzo si ridusse sotto le trincee di Cadibuona. Quivi fu molto duro l'incontro, e la battaglia si pareggiò lungo tempo; ma finalmente fe' dare il crollo in favore dell'armi imperiali la mossa di un valoroso battaglione di Reischi, il quale, assaltate di fianco le trincee, costrinse i repubblicani alla ritirata, non senza tale disordine delle ordinanze, che, se non fosse stato presto Soult a sopraggiungere con aiuti freschi, sarebbero stati condotti a molta ruina. Ma non potè nemmeno la presenza e l'opera di Soult ristorare la fortuna; perchè gli Austriaci, seguitando l'impeto della vittoria, obbligarono il nemico a ricoverarsi al monte Aiuto, munito ancor esso di qualche fortificazione. Volle Melas torre quel nuovo ricetto al nemico: mandò all'assalto Lattermann e Palfi, che, fortemente urtando da lato e da fronte, sloggiarono i Franzesi da quel forte sito, e se ne impadronirono. Fecero i repubblicani una nuova testa a Montemoro: Melas, combattendoli da fronte, e girando loro alle spalle ed ai fianchi, e dando perciò loro timore di essere tagliati fuori, li costrinse a dar indietro, col ritirarsi disordinatamente a Savona. Seguitaronli, pressandoli molto alla terga, i vincitori, e con essi alla mescolata entrarono nella città. Soult, non istandosene ad indugiare, introdotta nella fortezza quanta vettovaglia potè in quell'improvviso e pericoloso accidente, si ritirava a Varaggio. Riuscirono molto micidiali questi incontri alle due parti: i Franzesi patirono di vantaggio, trovandosi in minor numero.

Frattanto Esnitz aveva assaltato monte San Giacomo custodito da Suchet, chevirilmente vi si difese qualche tempo; ma, vincendo gli Austriaci in varii punti, entrarono vittoriosi in Vado. Suchet per le terre di Finale, Gora, Bardino, la Pietra e Loano indietreggiava fino a Borghetto. Nè meno felicemente si era combattuto per gli Austriaci in riviera di Levante ed alla Bocchetta; perchè Otto, assaltando i diversi posti, aveva costretto i Franzesi alla ritirata. La Sturla sotto, il Bisagno sopra separavano in fine i due nemici, e gli Austriaci dall'eminenza del monte delle Fascie vedevano ed erano veduti da Genova.

Fortissimo era l'alloggiamento dei Franzesi alla Bocchetta e molto ardua la sua espugnazione, avendo voluto assicurarsi di quella strada facile ed aperta contro il nemico che venisse dai piani della Lombardia. Gli assaltava Hohenzollern coi due reggimenti di Kray e d'Alvinzi condotti dal generale Rousseau, e l'una dopo l'altra, non senza però molto contrasto e sangue, si recava in mano, conquistando tutte le trincee e le artiglierie che le guernivano. Per la quale fazione acquistarono gli Austriaci il passo delle valle della Polcevera con la facoltà di stringere più da vicino Genova. Rannodaronsi i Franzesi a Pontedecimo.

Massena, che prevedeva che non avrebbe potuto tenersi lungamente in Genova, se gl'imperiali fossero troppo vicini alle mura, perchè più presto gli sarebbero mancate le vettovaglie, fece pensiero di allargarsi. Siccome poi era uomo generoso e d'animo invitto, non contentandosi al volersi acquistare un campo più largo, benchè fosse molto inferiore pel numero dei soldati al nemico, si delibera a far opera di rompere gli Austriaci sulle alture di sopra Savona, per ricongiungersi con l'ala governata da Suchet. Ma l'evento della guerra ed il destino di Genova erano per giudicarsi sulla riviera di Ponente. Marciava Massena inferiormente più accosto al mare per assaltar Montenotte, Soult superiormente e a destra per impadronirsi di Sassello, quindidel monte dell'Armetta, poi di Mioglio e del ponte Invrea. Quivi avrebbe potuto unirsi a Massena venuto da Montenotte, per indi marciare uniti verso il Cairo, confidando anche di trovarvi Suchet. Soult, combattendo il nemico, restava superiore, nè più altro impedimento gli restava a superare per arrivar al compimento del suo disegno per al Cairo, se non se i posti di Moglio e di ponte Invrea. Vi sarebbe anche riuscito, se la fortuna si fosse scoperta tanto favorevole a Massena quanto si era scoperta a lui. Ma le cose succedettero sinistramente nella parte condotta dal generalissimo; poichè Melas in questo pericoloso punto, non turbata la mente nè diminuito l'animo, si appigliava prestamente ad un partito; ed avvisando che l'evento della battaglia pendeva appunto dalla schiera di Massena, e che se gli fosse venuto di obbligarla a ritirarsi rotta e sconquassata, sarebbe stato obbligato Soult a tornare addietro, la fazione riuscì come l'aveva preveduta. Assaltati i Franzesi da ultimo con molta forza a Cogoletto; bersagliati al punto stesso dagl'Inglesi accostatisi al lido colle loro barche armate di artiglierie; finalmente venne a precipitarsi contro di loro la cavalleria austriaca. Pressati da tutte bande, non poterono resistere, e disordinati si ritirarono precipitosamente ad Arenzano, ma piuttosto per modo di posata che d'alloggiamento stabile.

Massena, non credendosi sicuro in questa terra, si ritirava più indietro fino a Voltri, soltanto per aspettarvi Soult, che percossi in vano con assalto ponte Invrea e Mioglio, e udito il caso sinistro di Massena, si ritirava a presti passi. Infatti si raccozzarono i due generali della repubblica a Voltri. Melas, riunite tutte le sue forze, ne li cacciava, e perseguitandoli aspramente con faci accese, perchè era sopraggiunta la notte, li costringeva a varcare la Polcevera sul ponte di Cornigliano, a ripararsi del tutto dentro le mura di Genova ed a desistere da qualunque assalto alla campagna.

Mentre che le cose dell'armi procedevano in questa forma a Voltri, Otto aveva ricacciato Miollis dai monti Cornua e delle Fascie, per modo che il francese, impotente al resistere, aveva preso partito di ritirarsi nella valle del Bisagno e sulla destra sponda della Sturla. Così Massena privato della campagna si era ridotto a difender Genova ed i luoghi più vicini. Intanto le frontiere della repubblica sull'Alpi Marittime restavano esposte all'impeto tedesco.

Piantava il generalissimo d'Austria il suo alloggiamento in Sestri di Ponente; ma non volendo lasciar indebolire la fama dei recenti fatti, nè dare tempo a Suchet di ricevere rinforzi, si accingeva a cacciare per forza il generale di Francia da tutta la riviera di Ponente. Vinselo in una fazione improvvisa a Torìa: recatosi in mano il colle di Tenda, il minacciava alle spalle e sul fianco sinistro. Suchet, ch'era capitano esperto, avendo fatto quanto per lui si poteva con le poche forze che gli restavano, per ritardare il corso al nemico, si ritirava sulle terre dell'antica Francia oltre il Varo. Il seguitava l'Alemanno, ed impossessatosi di tutta la contea di Nizza, compariva sulla sinistra del fiume. La principale forza dei Franzesi era a San Lorenzo. Vennero quivi ad annodarsi alcuni reggimenti, sebbene deboli, di regolari; chiamavano le guardie nazionali della Provenza. Aveva Suchet provveduto che un telegrafo piantato sul forte di Montalbano lo informasse ad ora ad ora delle mosse di Melas. Ciò fu cagione che non così tosto il Tedesco faceva un apparecchio, il Franzese si apprestasse a combatterlo. Intanto si combatteva aspramente sulle rive del Varo. Due volte i Tedeschi assaltarono con singolare audacia il ponte; due volte furono con uguale valore risospinti. In tal modo con somma sua lode, ed utilità grande della repubblica difendeva Suchet il territorio di Francia, e secondava l'opera immensa concetta dal consolo.

Già il canuto e vittorioso Melas si accorgeva che era caduto nell'insidia tesagli dal giovane guerriero, e che, non che fosse tempo di conquistar la Provenza lasciatagli a bella posta quasi in preda, gli era forza pensare di conservar, se ancora potesse, l'Italia. Erangli giunti i primi avvisi del calarsi Buonaparte dalle Pennine Alpi: ebbe sulle prime il fatto in poco conto; errò nel credere che il consolo fosse uomo da comparir debole sulle sommità delle Alpi; avrebbe anzi dovuto persuadersi che dov'era Buonaparte, là fosse tutta la fortuna della guerra, là covasse la rovina sua. Mandava sui primi romori una schiera in Piemonte pel colle di Tenda; ma quando s'accorse che se la fama era stata grande, il fatto era più grande ancora, si risolveva a torsi velocemente da quell'estremo ed infruttuoso campo, dove combatteva per condursi in quei luoghi nei quali vincitore avrebbe a fare con vincitore. Ordinava Melas ad Esnitz, che aveva lasciato alla guerra contro Suchet, prestamente si tirasse indietro, e venisse a raggiunger Otto, che instava contro Genova, se Genova ancora si tenesse, o lui stesso nei piani d'Alessandria, se la capitale della Liguria già avesse ceduto all'armi d'Austria. Ritiravasi Esnitz, seguitavalo velocemente Suchet. Serratogli il passo pel Genovesato, si riparava l'Alemanno per la valle di Ormea nelle piemontesi contrade; il Franzese, spintosi avanti, stringeva il castello di Savona.

A questo tempo consisteva la guerra in due accidenti principalissimi: l'assedio di Genova e la scesa di Buonaparte in Italia: l'uno era strettamente congiunto all'altro. Otto faceva ogni sforzo per impadronirsi della piazza, bramando di poter correre alla guerra definitiva nei campi d'Alessandria. Massena, che per coraggio e per l'arte de' suoi ufficiali e dei patriotti fuorusciti del Piemonte, che andavano e venivano a portar novelle, traversando con estremo pericololoro gli alloggiamenti dei Tedeschi, era bene informato di quanto accadesse sulle Alpi Pennine, desiderava, più lungamente che possibil fosse tenerla per la ragione contraria. Nacquero da questa sua ostinazione fatti molto memorandi e tali che raramente si leggono nei ricordi delle storie. La città capitale della Liguria, posta a guisa di anfiteatro, donde ella fa magnifica mostra, sul dorso dell'Apennino tra la Polcevera e il Bisagno, è chiusa da due procinti di mura, uno più largo, l'altro più stretto. Sono questi due procinti muniti di bastioni e di cortine consenzienti alla natura del luogo, aspra, scoscesa e disuguale. Le difese di Genova, quando stava in propria balia, bastavano, perchè con un breve assedio non si poteva prendere, i lunghi erano impossibili per le emulazioni delle potenze.

Consistevano le difese vive di Massena in dieci mila soldati franzesi; aveva con sè Soult, Gazan, Clauzel, Miollis, Darnaud. Accostavansi a queste forze circa due mila Italiani di nazione diversa, ordinati da Massena in corpo regolare sotto la condotta di un Rossignoli Piemontese, uomo di natura molto generosa e di gran cuore. Le corroborava la guardia nazionale di Genova, fedele, parte per amore di Francia, parte per odio ai nemici, parte per paura del sacco, se qualche accidente contrario alla quiete sorgesse. Queste genti unite insieme non componevano certamente un presidio sufficiente per un sì vasto circuito. Inoltre vi si viveva in molta apprensione per le vettovaglie, massime di grani. Gl'Inglesi, governati da Keit, impedivano le provvisioni di Corsica e di Marsiglia.

La forzo che investiva Genova era molto varia. Il principal nervo consisteva in Tedeschi; ma con essi andavano congiunte torme numerose di villani sì Genovesi delle due riviere, che Monferrini, i quali, non mossi da alcun desiderio buono, ma dall'odio, dalla vendetta e dall'amor del sacco, erano accorsi allevoci di un Azzeretto, uomo ch'era stato incomposto e rotto quando militava coi Franzesi, ed ora si mostrava incomposto e rotto militando coi Tedeschi. Nè piccolo momento recavano alla oppugnazione le navi inglesi e napolitane, non con solamente intraprendere i viveri sul mare, ma ancora coll'aiutare, fulminando le spiaggie, gli sforzi degli Austriaci, principalmente verso il Bisagno, dove i luoghi avevano contro il mare minore difesa che verso la Polcevera. Fece Otto, che soprantendeva all'assedio, il dì 23 aprile, una grossa fazione sulla sinistra della Polcevera. Il reggimento di Nadasti, cacciati prima i Franzesi da Rivarolo, si impadroniva anche di San Pier d'Arena. Ma uscito Massena colla vigesimaquinta, li rincacciava. Sapevano gli assalitori che la parte più debole della piazza era verso levante; però si deliberarono a darvi un assalto, tentando di occupar le eminenze. Il dì 30 aprile, prima che aggiornasse, givano all'assalto da quella parte, e per consuonar con tutti quei moti, Otto attaccava Rivarolo a ponente. Riuscirono a buon fine quasi tutti gli assalti dei Tedeschi, ed era un gran pericolo pei Franzesi, perchè, se avessero conservati i luoghi conquistati, Genova non aveva più rimedio. Massena si metteva al punto di rimettere la fortuna. Mandava Soult al conquisto del monte dei Due Fratelli, Daruaud al rincalzo di Grottesheim, Miollis contro Santa Tecla e Quezzi. Vinsero tutti. Massena infaticabile, invitto, impaziente, animato dal prospero successo, usciva nuovamente alla campagna il dì 11 maggio. Il suo fine era di cacciar i Tedeschi dal monte delle Fascie. Soult recava in sua mano, dopo una battaglia molto feroce, il conteso monte. Nol conservarono lungamente i repubblicani, perchè Hohenzollern e Frimont, mandati da Otto, il ricuperavano. Massena intanto raccoglieva i viveri alla campagna, breve ed insufficiente ristoro. Volle quindi acquistare il monte Creto; i Tedeschi fortificati stavanoa diligente guardia. Fu furioso l'assalto, valorosa la resistenza; pure andava superando la fortuna dei Franzesi, quando sopravvenne un temporale grossissimo; abbuiossi l'aria, straordinariamente piovve; i combattenti sforzati a ristarsi. Rasserenato il cielo, ricominciarono a menar le mani; l'accidente diè tempo ad Hohenzollern d'arrivare con genti fresche: ruppe i repubblicani, e gli sforzò a tornar dentro le mura. Combattessi in questa fazione con incredibile rabbia a corpo a corpo: fu Soult, mentre animosamente confortava i suoi alla carica, ferito sconciamente nella gamba destra e fatto prigione.

Questa infelice spedizione pose fine al sortire di Massena; perchè, perduti i suoi migliori soldati, era troppo indebolito per uscire alla campagna. Pure tanto ancora gli restava di forza che gli alleati nol potessero sforzare; ma quello che le armi degli avversarli non potevano, operava la fame. Keit per mare non lasciava entrar viveri, Otto per terra; le provvisioni fatte scarse, le scarse dissipate.

Fuvvi fame prima che mancassero i viveri: prima si scorciarono i cibi, poi si corruppero, infine si mangiarono i più schifi e sozzi, non solo i cavalli ed i cani, ma ancora i gatti, i sorci, i pipistrelli, i vermi, e beato chi ne aveva. Eransi gli Austriaci impadroniti dei molini di Bisagno, di Voltri e di Pegli, nè si poteva più macinare. Rimediossi per un tempo coi molini a mano, con quei del caffè massimamente, perchè erano presti; l'accademia consultò dei migliori: s'inventarono ingegni, ruote e molini nuovi. Con certi più grossi un uomo solo poteva macinare uno staio di grano al giorno. In ogni strada, su per ogni bottega si vedevano girar molini. Nelle case private, fra le adunanze famigliari, si macinava; le donne il facevano per vezzo. Infine mancò del tutto il grano: cercaronsi altri semi per supplirvi. Quei di lino, di panico, di caccao, di mandorlo furono i primi; riso ed orzo più non se netrovava. Gli stritolati e strani semi, prima abbrustoliti, poi misti col miele e cotti parvero delicatura. Rallegravansi i parenti e gli amici con chi avesse potuto sostentare un giorno di più sè e la famiglia con lino, o panico, o tre granelli di caccao. La crusca, materia tanto ribelle alla nutrizione, si macinava ancora essa e cotta con miele serviva di cibo, non per ispegnere, ma per ingannare la fame; le fave stimate preziosissime; felice non chi viveva, ma chi moriva. Erano i giorni tristi per la fame e per le lamentazioni degli affamati; le notti più tristi ancora per la fame e per le spaventate fantasie. Mancati i semi, pensossi alle erbe. I romici, i lapazi, le malve, le bismalve, le cicorie salvatiche, i raperonzoli diligentemente si ricercavano e cupidamente, come piacevolezze di gola, si mangiavano. Si vedevano lunghe file di gente, uomini d'ogni condizione, donne nobili e donne plebee, visitare ogui verde sito, massime i fertili orti di Bisagno e le amene colline di Albaro, per cavarne quegli alimenti cui la natura ha solamente alle ruminanti bestie destinati. Sopperì un tempo il zucchero: zuccheri rosati, zuccheri violati, zuccheri canditi, ogni maniera di confetti andavano attorno, rivenditori e rivenditrici pubblicamente li vendevano, con fiori e con serti gli eleganti loro cestellini adornando: erano spettacolo in mezzo a quei volti pallidi, scarni e moribondi. Tanto possente cosa è l'immaginazione dell'uomo che si compiace in abbellire eziandio quanto havvi di più lagrimevole e di più terribile; rimedio di provvidenza che non ci vuol disperati. Basta: e' furono viste donne e gentil donne, nutritesi con sorci la mattina, mangiarsi tregge delicate la sera. L'aspetto della miseria estrema non ispegne la malvagità in chi è malvagio; del che troppo manifesto e troppo orribile esempio si ebbe in quelle ultime strette di Genova; conciossiachè uomini privi d'ogni senso di umanità, per un vile guadagno, non abborrirono dal mescolar gessi inluogo di farine nei commestibili che vendevano, per modo che non pochi avventori ne restarono avvelenati, morendosene con dolori mescolati di fame e di veleno.

Durante l'assedio, ma prima della fine ultima, una libbra di riso si pagava lire sette, una di vitello quattro, una di cavallo soldi trentadue, una di farina lire dieci o dodici, le uova lire quattordici la serqua, la crusca soldi trenta ciascuna libbra. Poi, venendo maggiore la stretta, una fava si vendeva due soldi, un pane biscotto di oncie tre dodici franchi, e non se ne trovava. Maggiori agevolezze dei particolari non vollero Massena nè gli altri generali; apparecchiavano come i plebei; lodevole fatto, e molto efficace a fare star forti gli altri a tanta sventura. Poco cacio, legumi rari erano quanto nutrimento si dava a chi languiva per malattia o per ferite negli ospedali. Uomini e donne tormentate dalle ultime angosce della fame e della disperazione empievano l'aria dei loro gemiti e delle loro strida. Talvolta, così gridando, e le fameliche viscere con le rabbiose mani di lacerare tentando, morti per le contrade cadevano. Nissuno gli aiutava, perchè ognuno pensava a sè; nissuno anche a loro abbadava, perchè la frequenza aveva tolto orrore al fatto. Pure alcuni tra gli spasimi e stridi spaventevoli, e con iscosse e contorte membra davano l'ultimo sospiro in mezzo alle popolari folle. Fanciulli abbandonati da parenti morti o da parenti disperati imploravano con atti con pianti e con voci miserabili, la pietà di chi passava. Nissuno gli aiutava ed aveva di loro compassione, perchè il dolore proprio aveva spento il compassionare l'altrui. Razzolavano quelle innocenti creature bramosamente nei rivoletti delle contrade, nelle fogne, negli sfoghi dei lavatoi, per vedere se qualche rimasuglio di bestia morta o qualche avanzo di pasto di bestia vi si trovasse, e trovatone, se lo mangiavano. Spesso chi si corcava vivo la sera, era trovato morto la mattina,i fanciulli più frequentemente degli attempati. Accusavano i padri la tarda morte, ed alcuni con le proprie mani violentemente se la davano. Ciò facevano i cittadini, ciò facevano i soldati. Dei Franzesi, alcuni, anteponendo la morte alla fame, da per sè stessi si ammazzavano, altri le armi a terra sdegnosamente gettavano, protestando non più esser abili, per la perduta forza, a portarle. Altri, una disperata dimora abbandonando, nel nemico campo se ne andavano, Inglesi ed Austriaci di quella pietà e di quei cibi richiedendo, che tra Franzesi e Genovesi più non ritrovavano. Crudo poi ed oltre ogni dire orribile spettacolo era quello dei prigionieri di guerra tedeschi ditenuti su certe barcacce sorte nel porto; perchè la necessità ultima delle cose aveva operato che ad essi nutrimento di sorte alcuna già da alcuni giorni non si compartisse. Mangiarono le scarpe loro, le pelli dei soldateschi zaini; già con occhi torvi guardavano se non avessero a mangiarsi i loro compagni. Si venne a tale, che si tolsero loro le guardie franzesi, perchè si temette che, sforzati del famelico furore, non si avventassero contro di loro, e sbranatele, non se le divorassero. Tanta era la disperazion loro, che tentarono di forar le barche per andar a fondo, amando meglio perire affogati dalle acque che straziati dalla fame. S'aggiunse, come accadde, alla orrenda fame la mortalità pestilenziale. Febbri pessime le genti all'altra vita con morti spessissime si portavano sì negli ospedali del pubblico, sì negli ultimi casolari dei poveri, e sì nei superbi palazzi dei ricchi. Mescolavansi sotto il medesimo tetto i generi delle morti: chi moriva arrabbiato dalla fame, chi stupido dalla febbre, chi pallido per difetto di nutritiva sostanza, chi livido per petecchiali macchie. Niuna cosa esente da dolore, niuna da paura; chi viveva, o aspettava la morte o vedeva morire i suoi. Tal era lo stato dell'una volta ricca ed allegra Genova, del quale il pensier peggiore era questo,che il soffrir presente non poteva riuscire ad alcun utile suo.

Era rotta la costanza di tutti: solo Massena non si piegava, perchè aveva la mente fissa nel pensiero di aiutar la impresa del consolo e di serbare intatta la fama acquistata di guerriero indomabile. Infine, venendogli onorevoli proposte da Keit, e non potendo più bastare quei sozzi e velenosi cibi che per due giorni, tanta era l'estremità del vivere, inclinava l'animo ad un accordo, ma più da vincitore che da vinto. Si accordarono (volle Massena che l'accordo s'intitolasse convenzione, non capitolazione, e fu forza compiacerlo della sua domanda) che uscisse Massena, che uscissero i suoi ufficiali e soldati, in numero di circa otto mila, liberi della fede e delle persone loro; per la via di terra potessero tornare in Francia, e chi non potesse per terra, fosse trasportato dagl'Inglesi per mare ad Antibo o nel golfo di Juan; i prigionieri tedeschi si restituissero, nissun potesse essere riconosciuto pei fatti passati, e chi se ne volesse andare, fosse in libertà di farlo; dessersi viveri, si avesse cura degl'infermi; Genova a' dì 4 giugno si consegnasse alle forze austriache ed inglesi.

Infatti il nominato giorno le prime occuparono la porta della Lanterna, le seconde la bocca del porto. Poi entravano trionfando con tutto l'esercito Otto, con tutta l'armata Keit. I democrati più vivi se ne andarono coi Franzesi. Suonaronsi le campane a festa, cantaronsi gl'inni, accesersi i fuochi dai partigiani per amore, più ancora dagli avversi per paura, tutto secondo il solito. Ricomparvero in copia il pane, le carni, gli ortaggi, le grasce, e chi vi si abbandonò senza freno, in quel primo fervor della fame, se ne morì. Pruovaronsi i villani dell'Azzeretto a porsi in sul sacco contro i democrati, come dicevano, perchè saccheggiavano anche gli aristocrati; ma Hohenzollern, posto a guardia della città da Otto, con militare imperio li frenava.Creava il capitano tedesco una reggenza imperiale e reale; frenava la reggenza le vendette prossime a prorompere, comandamento lodevole; veniva sul toccar le borse, comandamento inevitabile, ma duro nella misera Genova.

Buonaparte intanto, cambiatore di sorti, si avvicinava. Aveva il consolo con meravigliosa celerità ed arte adunato il suo esercito di riserva a Digione, donde accennava ugualmente al Reno ed all'Italia. Ma avendo Moreau combattuto prosperamente in Germania contro Kray, gli fu fatto abilità di condursi su quei campi in cui tuttavia vivevano i segni e le memorie delle sue fresche vittorie; cosa che gli era cagione di somma incitazione, perchè la gloria lo stimolava, ed era sicuro di trovarvi forti aderenze. Adunque, mentre Melas se ne stava martirizzandosi contro le sterili rocche dell'estrema Liguria, si avvicinava Buonaparte alle Alpi, tutto intento alle fazioni d'Italia. Varii, molti e potenti modi aveva di condurre a prospero fine la sua impresa: i soldati prontissimi a volere qualunque cosa egli volesse, generali esperti e valorosi, artiglierie formidabili, cavalleria sufficiente. Aveva apprestato, per pascere i soldati sull'erme solitudini delle Alpi, biscotto in grande abbondanza, e per tirar su e giù, secondo i casi, le artiglierie per quei sentieri rotti, stretti ed ingombri di nevi e di ghiacci, certi carretti a modo dei traini sdrucciolevoli che si usano in quei paesi per iscendere dai nevosi gioghi. Nè questo fu il solo trovato di Buonaparte e di Marmont, che soprantendeva alle artiglierie, per facilitar loro il passo per luoghi fino allora alle medesime inaccessi, perchè scavarono, a guisa di truogoli, tronchi d'alberi grossissimi, a fine di potervele posar dentro, come in un letto proprio, e per tal modo trasportarle a dorso di muli a traverso le montagne. Denaro sufficiente aveva rammassato per le necessità de' suoi fin oltre l'Alpi; poi, si confidava nell'Italia. Per muovere leopinioni degl'Italiani, aveva chiamato a sè la legione italiana capitanata da un Lecchi, la quale, fuggendo il furore nemico per le rotte di Scherer, si era riparata in Francia, bella e buona gente. Per conoscere poi i luoghi, conduceva con sè gl'Italiani che più ne erano pratici; e siccome l'intento suo era di varcare il gran San Bernardo, così si consigliava specialmente con un Pavetti di Romano nel Canavese, giovane di natura molto generosa, e che in queste bisogna con molto affetto camminava.

Grande e magnifico era il disegno di Buonaparte per riconquistar l'Italia. Suo proponimento era di varcare col grosso dell'esercito il gran San Bernardo, col fine di calarsi per la valle di Aosta nelle pianure piemontesi. Ma perchè altre genti con questa parte consuonassero, e, giunte al piano, potessero e muovere i popoli a romore contro il nemico e congiungersi con lui a qualche importante fatto, aveva ordinato che il generale Thureau, pei passi dei monti Cenisio e Ginevra, con una squadra di tre in quattro mila soldati si calasse a Susa; al tempo medesimo comandava al generale Moncey che pel San Gottardo scendesse a Bellinzona con una eletta schiera di circa dodici mila soldati. Imponeva infine al generale Bethancourt che facesse opera di varcare il Sempione, e di precipitarsi per Domodossola sulle sponde del lago Maggiore. Siccome poi non ignorava quali e quante difficoltà ostassero al passo di un grosso esercito pel gran San Bernardo, commetteva ad un corpo di circa cinque mila soldati che passasse il piccolo San Bernardo, ed andasse a raccostarsi col grosso nella valle di Aosta. Tutte le raccontate genti insieme unite sommavano circa a sessanta mila combattenti. Così il consolo, tutta la regione dell'Alpi abbracciando che si distendeva dal San Gottardo al monte Ginevra, minacciava invasione al sottoposto piano del Piemonte e della Lombardia.

Lusingati, per la città loro passando,con discorsi di umanità, di pace e di civiltà quei Ginevrini tanto ingentiliti, se ne giva il consolo alla stupenda guerra. Erano le genti già adunate tutte a Martigny di Vallese sul Rodano, terra posta alle falde estreme del San Bernardo. Guardavano con maraviglia e con desiderio quelle alte cime. Parlava loro Berthier, quartiermastro, ed il suo parlare di gloria e di Buonaparte infinitamente infiammava quegli animi già da per sè stessi tanto incitati e valorosi. Partivano il dì 17 maggio da Martigny per andarne a conquistar l'Italia. Maraviglioso l'ardore loro, maravigliosa l'allegria, maraviglioso ancora il moto ed il fervore delle opere. Casse, cassoni, truogoli, obici, cannoni, carretti ruotati, carrelli sdrucciolevoli, carrette, lettiche, cavalli, muli, bardature, arcioni, basti da bagaglie, basti da artiglierie, impedimenti di ogni sorte, e fra tutto questo soldati affaticantisi ed ufficiali affaticantisi al par dei soldati. S'aggiungevano le risa e le canzoni: i motti, gli scherzi, le piacevolezze alla franzese. Non a guerra terribile, ma a festa, non a casi dubbii, ma a vittoria certa pareva che andassero. Il romore si propagava da ogni banda: quei luoghi ermi, solitarii, e da tanti secoli muti, risuonavano insolitamente e ad un tratto per voci liete e guerriere. L'esercito strano e stranamente provvisto, al malagevole viaggio saliva per l'erta alla volta di San Pietro fin dove giunge la strada carreggiabile. Pure spesso erte ripidissime, fosse sassose, capi di valli sdrucciolanti si appresentavano; i carri, i carretti, le carrette pericolavano. Accorrevano presti i soldati a braccia, sostenevano, puntellavano, traevano, e più si affaticavano e più mettevano fuori motti, facezie e concetti, parte arguti, parte graziosi, parte frizzanti: così passavano il tempo e la fatica. I tardi Vallesani, che erano accorsi in folla dalle case, o piuttosto dai tugurii e dalle tane loro, vedendo gente sì affaticata e sì allegra, non sapevano darsi pace; pareva loro cosa dell'altromondo. Invitati e pagati per aiuto, il facevano volentieri. Ma più bisogna faceva un Franzese che tre Vallesani. Così arrivarono i repubblicani a San Pietro, Lannes con la sua schiera il primo, siccome quello che per l'incredibile ardimento il consolo sempre mandava, lui non solo volente, ma anche domandante, alle imprese più rischievoli e più pericolose. Quivi si era arrivato ad un luogo in cui pareva che la natura molto più potesse che l'arte od il coraggio; perciocchè da San Pietro alla cima del gran San Bernardo, dov'è fondato l'eremo dei religiosi a salute dei viaggiatori in quei luoghi d'eternale inverno, non si apre più strada alcuna battuta. Solo si vedono sentieri stretti e pieghevoli su per monti scoscesi ed erti. Rifulse la pertinacia del volere e la potenza dell'umano ingegno. Quanto si rotolava, fu posto ad essere tirato, quanto si tirava ad essere portato. Posersi le artiglierie grosse nei truogoli, i truogoli negli sdruccioli, e dei soldati, chi tirava, chi puntellava, chi spingeva: le minute sui robusti e pratici muli si caricarono. Così se Gian Giacopo Triulzi montò e calò con grosse funi di roccia in roccia per le barricate nella stagione più rigida dell'anno le artiglierie di Francesco I, tirò Buonaparte quelle della repubblica sui carri sdrucciolevoli e sulle bestie raunate a questo intento. Seguitavano le salmerie al medesimo modo tirate e portate. Era una tratta immensa: in quelle volte di ripidi sentieri ora apparivano, ora scomparivano le genti: chi era pervenuto all'alto vedeva i compagni in fondo, e con le rallegratrici voci gl'incoraggiava. Questi rispondevano, ed al difficile cammino s'incitavano. Tutte le valli all'intorno risuonavano.

Fra le nevi, fra le nebbie, fra le nubi apparivano le armi risplendenti, apparivano gli abiti coloriti dei soldati; quel miscuglio di natura morta e di natura viva era spettacolo mirabile. Godeva il consolo, che vedeva andar le cose a seconda de' suoi pensieri, e soldatescamenteparlando a questo ed a quello, che in ciò aveva un'arte eccellente, gl'induceva a star forti ed a trovar facile quello che era giudicato impossibile. Già s'avvicinavano al sommo giogo, ed incominciavano a scorgere l'adito che, in mezzo a due monti altissimi aprendosi, dà il varco verso la più sublime cima. Salutarono, qual fine delle fatiche loro, con gioiose voci i soldati, e con isforzi maggiori intendevano al salire. Voleva il consolo che riposassero alquanto:Di cotesto non vi caglia, rispondevano,badate a salir voi, e lasciate fare a noi. Stanchi facevano dar nei tamburi, ed al militare suono si rinfrancavano e si rianimavano. Infine guadagnarono la cima, dove non così tosto furono giunti, che l'uno con l'altro si rallegrarono, come di compiuta vittoria. Accrebbe l'allegrezza il vedere mense appresso all'eremo rusticamente imbandite per opera dei religiosi, provvidenza del consolo, che aveva loro mandato denari all'uopo. Ebbero vino, pane, cacio; riposaronsi fra cannoni e bagaglie sparse, fra ghiacci e nevi agglomerate. I religiosi s'aggiravano fra i soldati con volti dipinti di sedata allegrezza: bontà con forza su quel supremo monte s'accoppiava. Parlò Buonaparte ai religiosi della pietà loro, di voler dare il seggio al papa, quiete e sostanze ai preti, autorità alla religione: parlò di sè e dei re modestamente, della pace bramosamente. I romiti buoni, che non avevano nè cognizione, nè uso, nè modo, nè necessità dell'infingere, gli credevano ogni cosa. Quanto a lui, se tratto da quella aria, da quelle quiete, da quella solitudine, da quella scena insolita, si lasciasse piegare a voler fare per affezione quello che faceva per disegno, niuno il sa, nè si ardirebbe giudicare; perchè da un lato efficacissima era certamente l'influenza di quella pietà e di quei monti, dall'altro tenacissima incredibilmente e sprezzatrice delle umane cose la natura di lui. Fermossi a riposare nel benigno ospizio un'ora.

Quando parve tempo, comandava si partisse. Voltavano i passi là dove l'italico cielo cominciava a comparire. Fu difficile e pericolosa la salita, ma ancor più difficile e pericolosa la discesa; conciossiachè le nevi tocche da aria più benigna incominciavano ad intenerirsi e davano malfermo sostegno. Oltre a ciò, la china vi era più ripida che dalla parte settentrionale. Quindi accadeva che era lento lo scendere, e che spesso uomini e cavalli con loro, sfuggendo loro di sotto le nevi, nelle profonde valli erano precipitati, prima sepolti che morti. Incredibili furono le fatiche ed i pericoli: poco s'avvantaggiavano. Impazienti del tardo procedere, ufficiali, soldati, il consolo stesso, scegliendo i gioghi dove la neve era più soda, precipitosamente si calavano, sdrucciolando fino ad Etrubles. Era un pericolo, eppure era una festa; tanto diletto prendevano, e tante risa facevano di quel volare, di quell'essere involti chi in neve grossa e chi in polverio di neve. Quelli che erano rimasti al governo delle salmerie arrivarono più tardi per gl'incontrati ostacoli. Riuniti ad Etrubles, gli uni con gli altri si rallegravano dell'esser riusciti a salvamento, e guardando verso le gelate e scoscese cime che testè passato avevano, non potevano restar capaci del come un esercito intero con tutti gl'impedimenti avesse potuto farsi strada per luoghi orribilmente disordinati da sconvolgimenti antichi, e potentemente chiusi da perpetui rigori d'inverno. Ammiravano la costanza e la mente del consolo, delle future imprese felicemente auguravano. Pareva loro che a chi aveva superato il San Bernardo, ogni cosa avesse a riuscire facile e piana. Intanto le aure soavi d'Italia incominciavano a soffiare: le nevi si squagliavano, i torrenti s'ingrossavano, le morte rupi si ravvivavano e si rinverdivano. I veterani conquistatori riconoscevano quel dolce spirare; gridavano: Italia; con discorsi espressivi ai nuovi la descrivevano; nei veterani si riaccendeva, nei nuovi siaccendeva un mirabile desiderio di rivederla e di vederla; l'esperienza ricordava il vero, la immaginazione il rappresentava e l'ingrandiva, le volontà diventarono efficacissime: già pareva a quegli animi forti ed invaghiti che l'Italia fosse conquistata; solo pensavano alle vittorie, non alle battaglie.

La vittoria consisteva nella celerità; perciocchè quegli alpestri luoghi erano sterili, il passo del San Bernardo difficile, nè si doveva dar tempo a Melas di arrivare al piano prima che l'esercito vi arrivasse. Importava altresì che il romore già sparso della ritornata dei Franzesi non si rallentasse. Perciò il consolo si calava tostamente per la sponda della Dora, e con assalti di poca importanza dati all'antiguardo condotto da Lannes, mandato avanti a speculare il sito del paese, s'impadroniva facilmente della città d'Aosta e della terra di Chatillon. Ma un duro intoppo era per trovare nel forte di Bard, posto sopra un sasso eminente, che, come chiave, serra la strada in quella stretta gola che quivi forma, restringendosi, la valle. Il fatto pruovò che un umile sasso poteva divenire ostacolo ad una gran fortuna. Fatta la chiamata, rispose coraggiosamente il Tedesco, non voler dare la fortezza. S'avvicinarono i Franzesi; entrarono facilmente nella terra di Bard, posta sotto al forte; poi andarono all'assalto; ricevuti con ferocia, abbandonarono l'impresa. Rinnovarono parecchie volte la batteria, ma sempre con poco frutto. Si sdegnavano i capi e di una infinita pazienza si travagliavano, nel vedere che una piccola presa di gente, poichè il presidio non sommava che a quattrocento soldati, ed un'angusta roccia interrompessero il corso a tante vittorie.

Già sorgevano i primi segni della penuria. Pensavano al rimedio, e nol trovavano. Batterono la rocca dalle case della terra, batterono con un cannone tirato sul campanile; ma essendo il luogo ben difeso e di macigno, non facevanofrutto. Avvisarono se potessero passare continuando il forte in possessione dell'inimico. Fabbricarono con opera molto maravigliosa una nuova strada; varcarono gli uomini sicuramente, con nuovo strattagemma, varcarono le artiglierie. S'accorgeva il castellano dell'arte usata dagli avversarii, e folgorava con grandissimo favore fra il buio della notte, ma la oscurità da una parte, la celerità dall'altra furono cagione che i repubblicani patirono poco danno in questa straordinaria passata; con tutte le armi allestite e pronte si apprestavano ad inondare il piemontese dominio. Poco stante Chabran, divallatosi dal piccolo San Bernardo, costringeva alla dedizione il comandante di Bard, salvo l'avere e le persone, e con fede di non militare fino agli scambi.

Mentre a questo modo il grosso dei soldati di Francia sboccava per Ivrea, non erano state oziose le genti più lontane, anzi, concorrendo dal canto loro all'adempimento del principale disegno, erano pervenute ai luoghi ordinati dal consolo. Era Bethancourt sceso dal Sempione e fattosi padrone di Domodossola. Moncey, venuto a Bellinzona, accennava a Lugano ed alle sponde del Ticino e dell'Adda. Thureau poi, più prossimamente romoreggiando alla capitale del Piemonte, era comparso a Susa, e, camminando più avanti, s'era mostrato ad Avigliana, avendo fatto una buona presa di nemici che si erano provati a serrargli il passo dall'erto ed eminente sito sul quale stava, prima della guerra, fondata la fortezza inespugnabile della Brunetta. Tale tempesta da tutte parti sovrastava per l'invitto pensiero del consolo a quel tratto di paese che si comprende fra la Dora Riparia e l'Adda. Ma il principale sforzo sorgeva da Ivrea. Ordito pertanto il suo disegno, lo mandava ad esecuzione.

Temendo gli Austriaci di Torino, avevano accostato un antiguardo al ponte della Chiusella, a dirittura del quale avevanopiantato quattro bocche da fuoco, per non lasciar guadagnare questo passo al nemico. Essendo questo ponte molto stretto e lungo, dura impresa era il superarlo. Avvicinatosi Lannes, ordinava ai più valorosi il passassero velocemente. Fecerne pruova; ma i cannoni tedeschi fulminarono sì furiosamente a scaglia, e dai fianchi i feritori leggieri tempestarono con sì fatta grandine, che i Franzesi tornarono indietro laceri e sanguinosi. Nuovamente cimentatisi, nuovamente perdevano. Rinnovò due altre volte la pruova Lannes, e due altre volte ne uscì con la peggio. Ostinavasi, ma non aveva rimedio. Pavetti allora, che ottimamente conosceva i luoghi, perchè la battaglia si commetteva quasi sotto alle mura di Romano, sua patria, fece accorto il generale di Francia che a sinistra del ponte era un passo facilmente guadoso. Guadò con felice ardimento il fiume: si mostrava improvviso sulla destra del nemico, che costretto a dar indietro, lasciò libero il ponte. Nè miglior esito ebbe uno sforzo fatto da Keim con la cavalleria, nel piano che si frappone tra Romano e i colli di Montalenghe; onde fu aperta la strada a Lannes sino a Chivasso, dove trovò conserve considerabili di vettovaglie, opportuno ristoro alle sue stanche genti.

Avendo conseguito Lannes l'intento di far correre Melas a Torino, volgeva improvvisamente le insegne a mano manca, e camminava con passo accelerato a seconda della sinistra del Po alla volta di Pavia. Tutto lo sforzo dei Franzesi accennava a Milano. Marciavano Murat, Boudet e Victor contro Vercelli; marciava sull'istessa fronte più basso Lannes e superiormente spazzava il paese la legione italiana di Lecchi, che da Chatillon di Aosta per la via di Grassoney camminando, era venuta a Varallo, poi ad Orta, donde aveva cacciato il principe di Loano, che vi stava a presidio con una mano di Tedeschi. Tutta questa fronte di un esercito bellicoso, spingendosi avanti, guadagnava Vercelli, dove passava laSesia; poi contrastava invano Laudon che era accorso, entrava in Novara e si apprestava a varcar il Ticino. L'ala sinistra intanto ingrossava per essersi Lecchi congiunto a Sesto Calende con Bethancourt disceso da Domodossola. Laudon, postosi a Turbigo, intendeva ad impedire il passo del fiume; ma Murat, che guidava l'antiguardo, dato di mano a certe barche lasciate a Galiate, guadagnava la sinistra sponda, e cacciava da Turbigo, non senza però qualche difficoltà, il generale tedesco. Al tempo medesimo la sinistra ala si rinforzava vieppiù per la giunta delle genti di Moncey, che venute sui laghi di Lugano e di Como, avevano incontrato Lecchi a Varese.

Per queste mosse ottimamente eseguite come erano state ottimamente ordinate, già era la capitale della Lombardia posta in potestà dei Franzesi. Entrava in Milano il dì 2 di giugno con le più elette schiere Buonaparte vincitore. Non siam per raccontare le allegrezze che vi si fecero, perchè nelle rivoluzioni il governo ultimo è sempre stimato il peggiore, il nuovo il migliore.

Riordinava Buonaparte la Cisalpina repubblica. Volle che i riti della religione cattolica pubblicamente si celebrassero e la religione si rispettasse, e chi il contrario facesse severamente, anche con la pena di morte se il caso lo richiedesse, fosse punito; che fossero salve le proprietà di tutti; che i fuorusciti rientrassero, che i sequestri si levassero, che le cedole si abolissero e valor di moneta più non avessero. Lasciati in Milano questi fondamenti della sua potenza, applicava di nuovo i pensieri alla guerra, che quantunque bene principiata fosse, non era ancora terminata. Melas sulla destra del Po si conservava tuttavia intiero, nè sapeva il consolo ancora che Massena fosse stato costretto a cedere in Genova alla fortuna dei confederati. Per questo motivo, credendosi più sicuro di quanto egli era veramente, aveva fatto correre da' suoi il Lodigiano, il Cremonese, ilBergamasco, il Cremasco; poi suo intento era di passare subitamente il Po; ed in questo modo mozzare a Melas ogni strada al ritirarsi. Lannes frattanto, per una subita correria, aveva preso Pavia: trovovvi munizioni abbondanti da bocca, e quantità considerabile d'armi.

Melas, che, per la perdita di Milano, aveva conosciuto quanto la sua condizione fosse pericolosa ed il nemico forte, avvisandosi che il suo scampo non poteva più venire se non da una battaglia risoluta e da una vittoria piena, voleva tirar la guerra nei contorni di Alessandria, per cagione dell'appoggio che quivi aveva della cittadella e del forte di Tortona. Venuto adunque in Alessandria, chiamava a sè Esnitz, mandava Otto a Piacenza, affinchè s'ingegnasse d'impedire il passo del fiume ai Franzesi. Ma Murat fu più presto di Otto; passava e s'impadroniva di Piacenza. Al medesimo punto Lannes varcava a Stradella e si poneva a campo a San Cipriano. Otto ritirava i suoi a Casteggio ed a Montebello. Combattessi in questi due luoghi il dì 9 giugno una battaglia asprissima, segno ed augurio di un'altra assai più aspra, più famosa e più piena di futuri accidenti. Urtarono i Franzesi condotti da Watrin con grandissimo impeto i Tedeschi, fu loro risposto con uguale costanza; vario fu per molte ore l'evento. Finalmente gl'imperiali restarono superiori per opera massimamente della cavalleria. Watrin si ritirava rotto e sanguinoso, e sarebbe stata perduta la battaglia pei Franzesi, se non fossero sopraggiunti battendo i generali Chambarlhac e Rivaud, quindi lo stesso Lannes con una grossa squadra di buoni soldati, ch'entrando impetuosamente, come sempre soleva, nella battaglia, sforzava il nemico a piegare, e cacciandolo del tutto da Casteggio, l'obbligava a ritirarsi a Montebello. Quivi Otto più fiero di prima rinnovava la battaglia, e faceva di nuovo le sorti dubbie; che anzi le sue già principiavano a prevalere, quando Buonaparte, che era sopraggiunto,ordinava a Victor caricasse con sei battaglioni la mezzana schiera del nemico. In questo punto divenne furiosissimo l'incontro. Durò un pezzo il combattimento di fuoco e di ferro. All'ultimo arrivarono sugli estremi del campo i generali Geney e Rivaud, e fecero inclinare la fortuna in favore di Francia, perchè per le mosse loro si trovava Otto quasi circondato da ogni banda. Si ritirava in Voghera. Questa fu la battaglia di Casteggio che durò dalle sei della mattina fino alle otto della sera.

Superata l'asprezza delle Alpi con arte e costanza, corsa la Lombardia con prestezza, fatto risorgere il nome di Cisalpina in Milano, sollevati a gran cose gli animi dei popoli con una impresa inusitata, restava che per una determinativa battaglia i presi augurii si adempissero, e si confermasse in Buonaparte il supremo seggio di Francia e l'imperio assoluto d'Italia. Assai presto fu l'acquisto di questo paese fatto da Kray, Suwarow e Melas; restava che si vedesse se il capitano di Francia non fosse abile a riconquistarlo più presto ancora. Aveva Melas, come abbiamo narrato, raccolti i suoi nel forte alloggiamento tra la Bormida ed il Tanaro sotto le mura di Alessandria. Grosso di circa quaranta mila soldati, fornitissimo di artiglieria, fiorito di cavallerie sceltissime, provvisto di veterani, era molto abile a combattere di tante sorti. Nè mancava in lui l'ardire o l'arte, nè la memoria delle recenti vittorie. Sapeva altresì di quanto momento fosse la battaglia che soprastava.

Dall'altra parte il consolo combatteva su quelle italiche terre, già piene di tanta sua gloria; i suoi ufficiali, giovani, confidenti e valorosi, con incredibile ardimento andavano al confermare i gloriosi destini di Francia; i soldati, alcuni veterani, molti nuovi, non avevano tanto uso di battaglie quanto i Tedeschi, ma l'ardore e la confidenza supplivano a quanto mancasse nell'esperienza. Di numero erano inferiori agli avversarii, e dicavallerie e di artiglierie. Giravano adunque assai dubbie le sorti.

Il dì 14 giugno alle cinque della mattina, Melas varcava, fulminando l'augurosa Bormida. Esnitz coi fanti leggieri e col maggior nervo delle cavallerie, movendosi a sinistra degl'imperiali, marciava contro castel Ceriolo per la strada che porta a Sale, perchè intento del generalissimo austriaco era di riuscire alle spalle dei Franzesi da quella parte per tagliargli fuori da Pavia e da Tortona, donde avevano corrispondenza con le altre loro genti alloggiate sulla sponda sinistra del Po. Keim coi soldati di più grave armatura muoveva l'armi contro il villaggio di Marengo, per cui passa la strada per Tortona; quest'era la schiera di mezzo. Una terza, che era la destra, sotto la condotta di Haddick, con un grosso di granatieri ungari guidati da Otto, doveva fare sforzo, seguitando la destra sponda della Bormida all'insù, per riuscire a Fregarolo, e consentire verso Tortona con la mezzana. Si prevedeva, e quest'era il pensiero delle due parti, che si sarebbe conteso massimamente della possessione di Marengo, perchè quello era il sito, alla conservazion del quale indirizzavano i Franzesi tutti i loro movimenti. Precedeva le camminanti squadre d'Austria un apparato formidabile di artiglierie, che, furiosamente tuonando, significavano quanto duro e quanto micidiale fosse per essere l'incontro. A tanto impeto non erano i Franzesi pari in quel primo tempo della battaglia, perchè Monnier si trovava lontano a destra, Desaix a sinistra.

Adunque tutte le difese loro consistevano nella schiere di Victor, che occupava assai grossa Marengo, ed in quella di Lannes, che aveva la sua sede a destra della strada di Tortona. A queste genti si aggiungevano circa novecento soldati della guardia del consolo, i cavalli condotti dal giovane Kellermann, quei di Champeaux, e finalmente quelli di cui aveva il governo Murat: i primi facevanospalla ai fanti di Victor, i secondi a quei di Lannes, ed in ultimo i terzi, posti sulla punta estrema a destra di tutta la fronte, custodivano la strada che accenna a Sale. Così l'ordinanza dei Franzesi, partendo dalla Bormida, e da lei scostandosi obbliquamente, e passando per Marengo, si distendeva sin verso a Castel-Ceriolo. Keim incontrava Gardanne mandato da Victor a Pietrabuona, piccolo luogo posto tra Marengo e la Bormida, e con una forza prepotente lo prostrava. Si ritiravano disordinatamente le reliquie verso Marengo. Sarebbero anche state intieramente circondate e prese se Victor non avesse tosto mandato Chamberlhac a riscattarle. Vennero avanti i Tedeschi ed ingaggiarono con Victor una battaglia orribile: commiservi ambe le parti fatti di stupendo valore. Piegò finalmente la fortuna in favor di coloro che avevano più numerose genti e più fiorite artiglierie: entrava vittoriosamente Keim in Marengo. Non per questo si era Victor disordinato; che anzi grosso, intiero e minaccioso novellamente si schierava dietro Marengo. Venne a congiungersi a lui sulla destra sua punta Lannes, il che fece rinfrescare la battaglia più feroce di prima. S'attaccò Keim con Lannes, Haddich con Victor, e chi considererà la natura sì di quei generali che di quei soldati, si persuaderà facilmente che mai in nissuna battaglia sia stato speso più valore e maggior arte che in questa. Secondava potentemente l'urto di Lannes contro Keim Champeaux co' suoi cavalli, nella quale mischia gravemente ferito passò di questa vita alcuni giorni dopo. Kellermann con la sua squadra aiutava anche efficacemente Victor, cariche a cariche continuamente aggiungendo e moltiplicando. Ciò non ostante, Victor, per essere entrato nella battaglia il primo, e per avere Gardanne molto patito nell'affronto di Pietrabuona, stanco e diradato cedè finalmente il luogo e si ritirò, quanto più potè prestamente e non senza qualche moto disordinato, a San Giuliano.Lannes allora, nudato sul suo sinistro fianco dell'appoggio di Victor, fu costretto rinculare ancor esso; il che diede cagione a Keim di guadagnare vieppiù del campo e di credersi sicuramente in possessione della vittoria. Frattanto Esnitz coi fanti leggieri aveva occupato castel Ceriolo, e coi cavalli si andava allargando col pensiero di mostrarsi alle spalle delle due schiere repubblicane che indietreggiavano; il quale disegno se avesse avuto effetto, dava senza dubbio alcuno la vittoria agl'imperiali.

Solo rimedio a tanto pericolo aveva il consolo nei novecento soldati della sua guardia e nei cavalli di Murat, certamente non capaci a far fronte alla numerosa cavalleria d'Esnitz. Mandava adunque avanti i novecento. L'Alemanno, quantunque gli avesse circondati da ogni banda, non li potè mai rompere, o che egli non abbia fatto tutto quello che poteva, o che i novecento abbiano fatto più di quello che potevano. Questa mollezza o errore di Esnitz e questo valore dei consolari diedero comodità a Monnier di arrivare da Castel Nuovo, donde, chiamato dal consolo veniva, a prestissimi passi. S'incontrava egli arrivando con le genti di Esnitz; sebbene elleno da tutte le parti il circondassero, si aperse una strada, aiutato gagliardamente dai consolari. Il generale Cara-San-Cyr, cacciati i Tirolesi da Castel-Ceriolo, se ne faceva padrone, e tostamente con tagliate e barricate vi si affortificava. Dievvi dentro Esnitz per ricuperarlo, e non gli venne fatto; pure la fortuna li favoriva, perchè aveva in questo punto obbligato alla ritirata i consolari e l'altra parte dei soldati di Monnier. Ma, invece di seguitare alla dilunga i cedenti, si ostinava all'acquisto di Castel-Ceriolo. Cara-San-Cyr sempre il respinse, e tanto il tenne lontano, che ora Cara-San-Cyr fu salvamento de' suoi, come prima erano stati i novecento; questi diedero tempo a Monnier di arrivare, egli il diede a Desaix. Melas in questo, volendo usare l'occasione favorevoleche la fortuna gli parava davanti, aveva spinto innanzi la sua ala destra, massimamente i cinque mila Ungari, affinchè andassero a disfare quella nuova testa che i Franzesi mostravano di voler fare a San Giuliano. Pareva che a questo effetto bastassero Keim vincitore ed Esnitz mezzo vinto e mezzo vincitore. Ma, per assicurarsi meglio del fatto, e per provvedere ai casi dubbii che Desaix, arrivando, avrebbe potuto arrecare, mandava di lungo spazio avanti i cinque mila, dei quali, come di corpo autore di vittoria, aveva preso il governo Zach, quartiermastro di tutto il campo austriaco.

Erano le cinque della sera; già da più di dieci ore si combatteva: gli Austriaci vincitori si rallegravano; tenue speranza e solo in Desaix rimaneva ai Franzesi. Il consolo stesso, che aveva concepito il mirabile disegno di questa seconda invasione d'Italia, stava perplesso. Mentre fra molto timore e poca speranza si esitava, ecco arrivare al consolo le novelle che la prima fronte della deseziana schiera compariva a San Giuliano. Determinavasi subitamente; altro uomo ch'egli, in fortuna quasi disperata com'era quella in cui si trovava, si sarebbe servito della forza che arrivava solamente per appoggio della ritirata. Ma l'audace consolo la volle usare per rinnovar la battaglia e per vincere. Metteva l'esercito in nuova ordinanza per modo che da Castel-Ceriolo obbliquamente distendendosi sino a San Giuliano, alloggiava Cara-San-Cyr sul luogo estremo a destra, poi a sinistra verso San Giuliano procedendo, Monnier, quindi Lannes, poi finalmente in quest'ultima terra a cavallo della strada per Tortona Desaix. I cavalli di Kellerman a fronte, e fra Desaix e Lannes avevano il campo. Non avendo fatto Esnitz co' suoi fanti e cavalleggieri contro l'ala destra de' Franzesi quell'opera gagliarda e quel frutto che Melas aspettava da lui, aveva il generalissimo d'Austria mandato i cinquemila Ungari condotti da Zach control l'ala sinistra, sperando che questo nodo di genti fortissime l'avrebbero potuta rompere e tagliarle la strada verso Tortona.

La colonna di cinque mila, in cui si conteneva tutto il destino della giornata, in sè medesima ristretta, baldanzosamente marciava contro i Deseziani. Desaix, lasciatala approssimare senza trarre, quando arrivò a tiro, la fulminava con le artiglierie che Marmont aveva collocato sulla fronte, poi scagliava contro di lei tutti i suoi. A quel duro rincalzo attoniti sulle prime si fermarono gli Ungari: poi, ripreso nuovo animo, qual mole grossa ed insuperabile, marciavano. Nè le genti franzesi, siccome più leggieri, quantunque tutto all'intorno vi si affaticassero, li poterono arrestare. Era questo un caso simile a quello di Fortenoy. Desaix, che punto non si era sbigottito a quel pericolo, postosi a fronte de' suoi, stava sopravvedendo il paese per iscoprire se gli accidenti del terreno gli potessero offrire qualche vantaggio, quando ferito in mezzo al petto da una palla di archibuso, si trovò in fine di morte. Sottentrava al governo, invece di Desaix, Boudet. Non si perdè questi d'animo per sì amaro caso, non si perdettero di animo i suoi soldati; che, anzi stimolando quegli uomini già di per sè stessi valorosi il desiderio di vendetta, con incredibile furia si gettarono addosso ai cinque mila. Nè gli Ungari cedevano: era un combattere asprissimo e mortalissimo. Già piegavano i repubblicani, disperate parevano le sorti; volle la fortuna che la salute di Francia nascesse prossimamente dall'estrema rovina. Era Kellermann, destinato al gran riscatto. Effettivamente, mentre Boudet instava ancora da fronte, quantunque rinculasse, Kellermann dal consolo commesso, assaltava con tutto il pondo de' suoi cavalli il sinistro fianco dell'ungara mole, e siccome quella era spartita in manipoli, tra l'uno e l'altro ficcandosi, totalmente ladisordinava. Snodata, perduti gli ordini tra sè medesima e coi Franzesi intricata e ravviluppata, non le restava più nè disegno nè modo di difendersi. Laonde, insistendo sempre più valorosamente contro di essa Kellermann e tornando alla carica Boudet rianimato dal favorevole caso, fu costretta a darsi intiera, deposte le armi, al vincitore. Così quello che non avevano potuto fare nè le fanterie nè le artiglierie fecero le cavallerie, al contrario di quanto successe in Fontenoy, dove le artiglierie fecero quello che le fanterie e le cavallerie non avevano potuto fare. Il sinistro caso degli Ungari fe' superar del tutto la fortuna de' Franzesi; perchè, spingendosi avanti, si serrarono addosso ai nemici privi di quel principale sostegno, e li costrinsero alla ritirata, con grave sbaraglio ed uccisione. Pensò tostamente Melas a far dare il segno della raccolta per andarsi a ritirare vinto là dond'era la mattina partito con tanta speranza di vincere: solo fece una testa grossa a Marengo per dar tempo alle ritirantesi squadre di arrivare. Ricoverossi oltre la Bormida: riassunsero i Franzesi gli alloggiamenti che avevano occupati prima della battaglia.

A questa battaglia, che cambiò le sorti d'Europa, e la fece andare pel medesimo verso per quattordici anni, principali operatori della vittoria furono Cara-San-Cyr per aver preso e conservato Castel Ceriolo, Victor per avere fortemente combattuto a Marengo contro Keim, Boudet per aver opposto un duro intoppo alla mole ungara, finalmente, e soprattutto, quell'accorto e prode Kellermann, che, usando il momento opportuno, non dubitò di dar dentro co' suoi cavalli a quella massa intera e grave che solo col peso pareva che fosse per prostrare quanto le si parasse davanti. Si rallegravano i compagni del glorioso fatto con lui, ma, venuto in cospetto del consolo, questi con la solita aria di sussiego e superiorità parlando, nè informandosi punto di quanto era successo, gli disse:Avetedato anzi una bella carica che no. Sdegnato il giovane guerriero, rispose:Bene godo che la prezziate, giacchè vi mette la corona in capo. Il consolo, che non amava l'essere scoperto prima che si scoprisse egli, l'ebbe per male, e sempre dimostrò l'animo alieno dal figliuolo del maresciallo.

Rimaneva ancora dopo la battaglia al generalissimo d'Austria forza bastante a resistere lungo tempo nel forte sito in cui si era riparato. Ma o che il terrore concetto per la recente rotta o l'arti di Buonaparte, che continuamente protestava voler aderire ai patti di Campoformio, e ridurre i paesi dipendenti da lui a forma di governo più tollerabile e meno minacciosa pei principi, sel facessero, non si mostrò renitente, e chiese i patti. Furono gloriosi per la Francia, stupendi per l'Europa. Sospendessersi fino a risposta da Vienna le offese; l'imperiale esercito se ne gisse a stanziare tra il Mincio, la Fossa Maestra ed il Po; occupasse Peschiera, Mantova, Borgoforte, e sulla destra del fiume Ferrara; medesimamente ritenesse la possessione della Toscana: il repubblicano possedesse il paese fra la Chiesa, l'Oglio e il Po; il tratto tra la Chiesa ed il Mincio fosse esente dai soldati d'ambe le parti; le fortezze di Tortona, di Alessandria, di Milano, di Torino, di Pizzighettone, d'Arona e di Piacenza si consegnassero ai repubblicani; Cuneo ancora, i castelli di Ceva e di Savona, Genova ed il forte Urbano cedessero in loro possessione: niuno per opinioni dimostrate o per servigi fatti agli Austriaci potesse essere riconosciuto o molestato; i Cisalpini carcerati per opinioni politiche si rimettessero in libertà; qual fosse la risposta di Vienna, le ostilità, se non dopo avviso di dieci giorni, non si potessero ricominciare; durante la tregua niuna delle parti potesse mandar gente in Germania. Tali furono i patti conclusi in Alessandria. La tregua, prolungata più volte di comune consenso di dieci in dieci giorni, fu finalmenteper nuova ed espressa convenzione accordata fino al 23 novembre.

Buonaparte, vincitore di Marengo, aveva in sua mano le sorti d'Europa liete o tristi, la pace o la guerra, la civiltà o la barbarie, la libertà o la servitù dei popoli: gloria civile l'aspettava uguale alla guerriera; ma l'ultima ed un desio fiero ed indomabile di comandare non lasciarono luogo alla prima. Fu ricevuto a Milano qual trionfatore. Il chiamavano uomo unico, eroe straordinario, modello impareggiabile, con tutte quelle altre lodi che l'adulazione meglio sapeva inventare; con pari adulazione rispondeva Francia. Parlò a Milano molto di pace, molto di religione, molto di lettere, molto di scienze. Creovvi una consulta, una commissione di governo. V'aggiunse un ministro straordinario di Francia, chiamando a questa carica un Petiet, ch'era stato ministro di guerra ai tempi del direttorio. Riapriva l'università di Pavia stata chiusa; ordinava stipendii onorevoli ai professori; vi chiamava i più riputati, i più dotti, i più virtuosi uomini. Fiorì vieppiù per questi ordini l'università; pareva rinascessero i tempi di Giuseppe; ma il dominio militare, in cui si viveva, avvertiva i popoli che l'età era diversa. Non accarezzava più gli amatori ardenti di rivoluzioni, anzi da sè gli allontanava; chiamava a sè coloro che erano in voce di aristocrati, purchè fossero di natura moderata e ricchi e di buona fama. Melzi, Aldini, Birago, il dottor Moscati, Scarpa, il vescovo di Pavia, Gregorio Fontana, Marescalchi, Mascheroni molto volontieri vedeva. Del resto, quantunque il procedere paresse più civile, e le sembianze più oneste, il prendere e il dilapidare era lo stesso; ricominciò la Cisalpina a travagliare del male antico.

Riordinata la Cisalpina, se ne tornava il consolo in Francia. Passò, per Torino; alloggiò in cittadella; non si lasciò vedere, non volendo lasciarsi tirare alle promesse per rispetto di Paolo, che sempre favoriva il re. Anzi fu certo che, sebbeneavesse l'animo molto alieno, aveva nondimeno, dopo la battaglia di Marengo, offerto l'antico seggio a Carlo Emmanuele, purchè nuovamente rinunziasse alla Savoia ed alla contea di Nizza. Tornò altresì sull'antico pensiero, per potersi serbar il Piemonte, che appetiva con grandissimo desiderio, di dare al re la Cisalpina, sì veramente che rinunziasse al Piemonte. Le quali proposte non furono accettate dal principe, parte per motivi di religione, parte per non voler concludere senza il consentimento dei suoi alleati, di Paolo massimamente e dell'Inghilterra; nè pur volendo dar appicco all'Austria, nel caso che le cose di Francia nuovamente sinistrassero, acciocchè ella s'impadronisse del Piemonte. Non ostante le proferte ed i negoziati, creava in Piemonte, come in Cisalpina, non per terminare, ma per minacciare, una consulta ed una commissione di governo, a cui chiamò molti uomini riputati per dottrina e per pacatezza d'opinione. Creava ministro straordinario presso a questo governo prima il generale Dupont, poi, per riconoscere i meriti del vincitore di Fleurus, Jourdan.

Era a questo tempo l'aspetto del Piemonte oltre ogni dire miserabile: una estrema carestia, un rapir di soldati lo avevano messo in estrema penuria. I Piemontesi non sapevano più nè che cosa sperare, nè che cosa temere, nè che cosa desiderare. I biglietti di credito, che sempre più scapitavano, lunga e luttuosa peste del paese, avevano posto in confusione tutti gli averi. Penò molto la consulta, quantunque in lei abbondassero gli avvocati dotti e sottili, ad assestar questa faccenda, e quando si assestò, nissuno contento, ancorchè la legge fosse giusta. Questa fu gran radice di mali umori. Nè gran momento di sventura non recava il peso gravissimo del dover mantenere i soldati di Francia, sì quelli che passavano, come quelli che stanziavano: peso da non poter esser portato dalle finanze piemontesi. S'aggiungevano i comandamentifantastici; perchè ora si voleva che una fortezza piemontese si demolisse a spese del Piemonte, ed ora che la medesima si riattasse: ora s'addomandavano i piombi della cupola di Superga, il che, prima cosa, avrebbe fatto rovinar l'edifizio per le acque, ed ora si voleva che si demolissero i bastioni che sopportano il giardino del re, opera inutile, perchè la città era già tutto all'intorno smantellata. Se non era la costanza di chi governava ad opporvisi, Superga ed il giardino, gradito passeggio dei Torinesi, perivano. Chi domandava denari pel vivere dei soldati, chi pel vestito, chi per gli ospedali, chi per le artiglierie, chi pei passi, chi per le stanze; erano le richieste capricciose, i consumi eccessivi, le finanze impotenti; ogni cosa in travaglio e confusione.

Altri tormenti, oltre i raccontati, travagliavano i Piemontesi e rendevano impossibile ogni buon governo; questi erano l'incertezza delle sorti future. Sorgevano e s'inviperivano le sette. Chi voleva essere Franzese, chi Italiano, chi Piemontese. Gli amici si odiavano, i nemici si accordavano, nessun nervo di opinione. Accrebbe l'incertezza ed i mali umori un atto del consolo, con cui diede il Novarese sì alto che basso alla Cisalpina. La sinistra novella sollevò gli animi maravigliosamente in Piemonte, perchè si pensò che Buonaparte volesse restituire il rimanente al re. Il governo protestò: il consolo, che sapeva ciò che si faceva, si maravigliava che si temesse, che si protestasse. Pure non si scopriva; i timori, le sette e le angustie del governo crescevano. Era segno il Piemonte ad ogni più fiera tempesta.

Fra sì funesta intemperie, ebbe il governo che allora, sotto nome di commissione esecutiva, surrogata alla commissione di governo, era composto di Bossi, Botta e Giulio, un consolativo pensiero, e questo fu di stanziar beni di una valuta di cinquecento mila franchi all'anno a benefizio dell'università degli studii,dell'accademia delle scienze, del collegio e di altre dipendenze, ordine veramente benefico e magnifico, di cui solo si trovano modelli negli Stati Uniti d'America per munificenza del congresso, com'erano in Polonia per munificenza dell'imperatore Alessandro.

Fu questo conforto piccolo pei tempi, perchè le disgrazie sormontavano. Continuossi a vivere disordinatamente, discordemente, servilmente, famelicamente in Piemonte, finchè venne il destro a Buonaparte d'incamminarlo a più certo destino.

Le sorti di Genova erano del pari infelici, parte pei medesimi motivi, parte per diversi. Per la capitolazione d'Alessandria, abbandonava Hohenzollern Genova, non senza aver prima, per comandamento di Melas, esatto dai sessanta negozianti più ricchi un milione, come diceva, in presto ad uso dei soldati. I Franzesi, condotti da Suchet, entrarono nella desolata città il dì 24 giugno. Quante sventure e quanti dolori abbiano in sè queste frequenti mutazioni di dominio, ciascuno può giudicare. Trattaronla i Franzesi duramente, come se fosse sana ed intera.

Il consolo, come in Cisalpina ed in Piemonte, creava una commissione di governo con tutte le potestà, salvo la giudiziale e la legislativa; creava una consulta colla potestà legislativa; creava finalmente presso il governo ligure un ministro straordinario, chiamandovi il generale Dejean. Nella presa del magistrato sorsero le solite adulazioni, maggiori però da parte del ministro straordinario che del governo. Più certo e più chiaro era il destino di Genova che quel di Piemonte; perciocchè la Francia prometteva independenza. Ciò fu cagione che fosse maggior forza nel governo ligure che nel piemontese, e che le parti avverse meno si ardissero di contrastargli.

Erano quei della commissione di governo uomini pacifici e dabbene. Pure, mossi dalle grida dei democrati, stanziarono una legge d'indennità, della qualeil minor male che si possa dire è, ch'era contraria ai capitoli d'Alessandria. Si risarcissero dai briganti e nemici della patria (così chiamavano i fautori dell'antico stato) i danni ai danneggiati; se non avessero di che risarcire, risarcissero per loro i comuni; radice pericolosa era questa di enormi arbitrii.

Con questi accidenti si viveva il governo povero, obbligato a sopperire allo Stato ed ai soldati forestieri: Keit dominava i mari e serrava i porti; Genova, sempre in servitù o periva di fame o periva per ferro; contristava vieppiù la città, venuta a crudeli strette per la forza, la malattia pestilenziale che, non che cessasse, montava al colmo. Due mila perirono in un mese. Brevemente, le condizioni dei tre Stati contermini era questa; in Piemonte fame, peste di carta pecuniaria, incertezza di avvenire; in Cisalpina abbondanza di viveri, erario sufficiente, maggiore speranza, se non di stato libero, almeno di stato nuovo; in Genova fame, peste e povertà d'erario. Nel resto, in tutti tre servitù; i governi, fattori di Francia.

Sospinti dalle gravi combinazioni della guerra italica, non si è fatto fin qui menzione d'un fatto importantissimo, e che avrà non meno importanti conseguenze. I cardinali, già adunati, come si è detto, in conclave a Venezia per intendere alla elezione del successore a Pio VI, nel dì 13 marzo del presente anno assunsero al pontificato il cardinale Gregorio Barnaba Chiaramonti, vescovo d'Imola, che sotto il nome di Pio VII fu, nel giorno 21 di detto mese, incoronato nella chiesa di San Giorgio Maggiore di quell'unica città. Così la fortuna preparava a Buonaparte il più efficace fondamento che potesse desiderare a' suoi disegni, fondamento più potente delle armi, più potente della fama; poichè il consolo confidava di ridurlo ai suoi pensieri con accarezzar la religione. Ciò produsse effetti di grandissima importanza.

Ricevettero i Romani con molte dimostrazioni di allegrezza le novelle della creazione del pontefice. Erano in servitù dei Napolitani: speravano che il signore proprio avesse a liberarli dal signore alieno. Partiva papa Pio il dì 9 di giugno da Venezia e dopo travagliosa navigazione arrivava ai 25 a Pesaro. Mandati avanti con suprema autorità per ricevere lo Stato dagli agenti del re Ferdinando e per dare qualche assetto alle cose sconvolte, i cardinali Albani, Roverella e della Somaglia, entrava in Roma il terzo giorno di luglio in mezzo alle consuete allegrezze dei Romani.

Provvide alla Chiesa con la creazione di nuovi pastori, allo Stato con quella di nuovi magistrati; ridusse ogni cosa, quanto possibil fosse, alla forma antica. Fu mansueto l'ingresso, mansueto il possesso; i partigiani della repubblica salvi. Stanziò che i beni venduti al tempo del dominio franzese alla camera apostolica tornassero, salvo il rimborso del quarto, ai possessori. Nè molto tempo corse che, volendo provvedere dall'un de' lati alla camera, dall'altro all'interesse dei comuni e dei particolari, tolse alcune tasse, ne pose di nuove. Volle che i comuni si liberassero dai debiti, sulla camera pontificia trasferendoli, salvo i debiti contratti per l'annona e gl'interessi corsi dei debiti anteriori; liberava i comuni dai luoghi di monte, sullo Stato investendogli, ma al tempo medesimo statuiva che, finchè l'erario non fosse ristorato, solo i due quinti dei frutti dei monti si pagassero. Comandava che i quattro quinti si corrispondessero ai possessori dei monti vacabili, e che i luoghi di monte sì perpetui che vacabili fossero esenti da ogni qualunque tassa o contribuzione. Aboliva le gabelle privilegiate, quali quelle dei bargelli, del bollo estinto, dei cavalli morti, o le trasferiva a benefizio dei comuni. L'opera poi delle contribuzioni indirizzava a più generale ed uniforme condizione: creava due tasse, abolito ogni privilegio e consuetudineantica che fosse contraria. Chiamò l'una reale e l'altra dativa. Quattro erano le parti della prima; un terratico di paoli sei per ogni centinaio di scudi d'estimo pei fondi rustici, una imposizione di due paoli per ogni centinaio di scudi di valuta sui palazzi e case urbane, un balzello di scudi cinque sui cambii per ogni centinaio di frutti, una contribuzione di valimento, che doveva sommare alla sesta parte di tutte le rendite dei capitali naturali e civili, rustici ed urbani sopra coloro che consumassero le loro rendite fuori di Stato. La dativa consisteva nella gabella del sale sforzato, in quella della mulenda o macinato, ed in quella di tre paoli per ogni barile di vino che s'introducesse in Roma, salva la esenzione pei padri di dodici figliuoli e pei religiosi mendicanti. Buoni ordini furono questi, fatti anche migliori dal benefizio di aver cassa del tutto la carta pecuniaria.

Non omise il consolo di considerare le romane cose. Prevedeva che come la pace coi re era per lui grande mezzo di potenza, così maggiore sarebbe la pace con la Chiesa. Quando poi seppe che il cardinale Chiaramonti era stato esaltato al supremo seggio, concepì maggiori speranze, perchè il conosceva fornito di pietà sincera, e però più facile ad essere tirato. Era gran cosa quella che veniva offerendo il consolo, perchè il ristorare la religione cattolica in Francia importava non solamente la restituzione di un gran reame alla santa Sede, ma ancora la conservazione pura ed intatta degli altri; conciossiachè non era da dubitare che se la Francia avesse perseverato nell'andare sviata in materia di religione, anche gli altri paesi sarebbero stati, o tardi o tosto, contaminati dall'esempio. Per la qual cosa papa Pio VII prestava benigne orecchie a quanto il consolo gli mandava dicendo. Adunque, tentati prima gli animi da una parte e dall'ultra, si venne poscia alle strette del negoziare, e finalmente alla conclusione, come sarà a suo luogo raccontato.

Buonaparte dominava la terra, Nelson il mare. Dopo la vittoria di Aboukir, comparve questi colla vincitrice armata davanti a Malta, già bloccata, e tolse, se alcuna ancor restava, ogni speranza di redenzione ai Franzesi assediati. Fece più volte, ma invano Nelson, la chiamata a Vaubois, che la comandava. Incominciava a patire maravigliosamente di vitto, d'abiti, di denaro; le malattie si moltiplicavano. Non per questo rimetteva Vaubois della solita costanza, nè allentava la diligenza delle difese. Per provvedere ai cambii, costrinse i principali isolani a dargli carte d'obbligo da scontarsi in Francia alla pace generale, e con queste pagava i soldati. Per vestirli, si fe' dare tele e drappi; per pascerli, farine; spianava pane, obbligava gl'isolani a venir levare le farine da lui, moltiplicava i conigli ed il pollame, per modo che molto tempo bastarono. Infieriva lo scorbuto; il combattevano col coltivare a molta cura nei luoghi più acconci gli ortaggi. Un Nicolò Isvard di Malta, maestro di musica, componeva opere, e recitavano, e cantavano, e ballavano. Pure la fame pressava. Provavasi il governatore a mandar in Francia per soccorso il Guglielmo Tell; ma i vigilanti e lesti Inglesi se lo pigliarono. Stava attento, e provvedeva con mirabile accortezza a tutti gli accidenti. Fecero i Maltesi di fuori congiure con quei di dentro: Vaubois le scopriva; davano assalti, e li risospingeva; pruove mirabili di chi si moriva di fame e di morbo. In cospetto degli assediati, tre navi tolonesi, cariche di tre mila soldati e di munizioni sì da bocca che da guerra, venivano in potere di Nelson. Ogni giorno, anzi ogni ora, la fame cresceva. Mandava fuori le bocche disutili; gl'Inglesi, barbaramente, come se vi fosse pericolo di vicino soccorso, le rincacciavano. Parecchi morirono di fame sotto le mura, gli altri, più morti che vivi, furono di nuovo ricettati dai Franzesi. Prevedeva Vaubois avvicinarsi l'ultima fine. La fame sopravanzò il valore.Vennesi a resa, ma onorevole, il dì 5 settembre.


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