MDCCCVAnno diCristoMDCCCV. IndizioneVIII.PioVII papa 6.FrancescoII imperadore 14.Pareva, e fu anche solennemente e con magnifiche parole detto da Napoleonee da Melzi, che gli ordini statuiti in Lione per l'Italia fossero per essere eterni; ma non erano corsi due anni, che già manchi, insufficienti, non conducenti a cosa che buona e durevole fosse, si qualificarono. Importava a chi s'era fatto imperatore che re ancora si facesse. Erano, non senza disegno, stati invitati gli Italici a condursi a Parigi, per cagione di assistere in nome della repubblica alle imperiali cerimonie ed allegrezze. Vi andarono Melzi presidente, i consultori di Stato Marescalchi, Caprara, Paradisi, Fenaroli, Costabili, Luosi, Guicciardini; i deputati dei collegi e dei magistrati, Guastavillani, Lambertenghi, Carlotti, Dambruschi, Rangone, Galeppi, Litta, Fe, Alessandri, Salimbeni, Appiani, Busti, Negri, Sopransi, Valdrighi. L'imperatore si lasciò intendere che il chiamassero re, e condannassero gli ordini lionesi: disponendosi la somma delle cose non solo con un comando, ma ancora con un cenno di Napoleone, il fecero volontieri; Melzi, appresentandosegli il dì 17 marzo con gli altri deputati in cospetto di Napoleone salito sul trono nel castello delle Tuillerie, in tali accenti favellava:«Voi ordinaste, o sire, che la consulta di Stato e i deputati della repubblica italiana si adunassero, e l'affare il più importante pe' suoi destini presenti e futuri, cioè la forma del suo governo, considerassero. Al cospetto vostro io m'appresento, o sire, per compire appresso a voi l'onorevole carico d'informarvi di quanto ella fece e di quanto ella desidera. Primieramente l'assemblea, molto bene ogni cosa considerando, venne in questa sentenza, che l'impossibile è, se troppo non si vuole dagli accidenti dell'età nostra discordare, le attuali forme conservare. Ebbero le lionesi constituzioni tutti i segni di ordini provvisorii: accidentali furono, perchè agli accidenti dei tempi fossero rispondenti, nè in sè alcun nervo avevano, per cuigli uomini prudenti e durata e conservazione promettere si potessero. Non che la ragione, l'evidenza stringono urgentemente a cambiarla. La quale cosa concessa e confessata vera, come vera è realmente, la via da seguitarsi semplice diventa e piana; i progressi delle cognizioni, i dettami dell'esperienza, la monarchia constituzionale, la gratitudine, l'amore, la confidenza il monarca ci additano. Voi conquistaste, o sire, voi riconquistaste, voi creaste, voi ordinaste, voi sino a questo dì l'italiana repubblica governaste; quivi ogni cosa le vostre geste, la vostra mente, i vostri benefizii rammenta: un unico desiderio poteva essere fra di noi; un unico desiderio è sorto. Noi non preterimmo di maturamente considerare quanto nelle future cose la profonda sapienza vostra indicava; ma per quanto gli alti e generosi pensieri vostri coi nostri più bramati interessi si accordino, facilmente abbiamo a noi medesimi persuaso che le condizioni nostre tanto ancora non sono mature che possiamo aggiungere a quest'ultimo grado della politica independenza. L'italiana repubblica, così porta l'ordine naturale delle cose, deve ancora per qualche tempo restare impressa della condizione degli Stati novellamente creati. Un primo nembo, quantunque leggiero, che l'aere oscurasse, sarebbe per lei d'affanni e di timore cagione. Nella qual condizione, quale maggior sicurezza, quale più fondata speranza di felicità potrebbe ella, sire, che in voi trovare? Voi siete ancora necessaria parte di lei. Solo nell'alta sapienza vostra sta, solo a lei s'appartiene il vedere il preciso termine della dependenza tra le gelosie esterne e i pericoli nostri. Interrogati amorevolmente, rispondiamo sinceramente. Questo è il desiderio nostro che a voi significhiamo, questa la preghiera che a voi indirizziamo, che vi piaccia quelle costituzioni darne, incui i principii già da voi pubblicati, dall'eterna ragione richiesti, alla quiete delle nazioni necessarii, statuiti siano e confermati. Siate contento, o sire, di accettare, siate contento di compire le preghiere e i desiderii dell'italica consulta. Per questa mia bocca istantemente tutti ve ne ricercano e ve ne scongiurano. Se voi benignamente ci esaudite, agl'Italiani diremo, che voi con più forte legamento vi siete alla conservazione, alla difesa, alla prosperità dell'italiana nazione congiunto. Così è, sire, voi voleste che l'italiana repubblica fosse, ed ella fu: fate ora che l'italiana monarchia sia felice, e sarà.»Terminato il favellare, e fattosi avanti Melzi, l'atto dell'italiana consulta espresse: il governo della repubblica italiana fosse monarcale ed ereditario; Napoleone I re d'Italia si dichiarasse; le due corone di Francia e d'Italia in lui solo, non ne' suoi discendenti o successori, potessero esser unite: insino a tanto che gli eserciti franzesi occupassero il regno di Napoli, i Russi Corfù, gl'Inglesi Malta, le due corone non si potessero separare; pregassesi Napoleone imperatore passasse a Milano per ricevere la corona e statuire leggi definitive pel regno.Rispose Napoleone, aver avuto sempre il pensiero di creare libera e independente la nazione italiana; dalle sponde del Nilo avere sentito le italiane disgrazie; essere, mercè il coraggio invitto de' suoi soldati, comparso a Milano, quando i suoi popoli d'Italia ancora il credevano sulle spiaggie del mar Rosso; ancora tinto di sangue, ancora cosperso di polvere, sua prima cura essere stata l'ordinare l'italiana patria; chiamarlo gl'Italiani a loro re; volere loro re essere, volere questa corona conservare, ma solo fintantochè gl'interessi loro il richiedessero; deporrebbela, quando fosse venuto il tempo, sopra un giovane rampollo volontieri, al quale, del pari che a lui, sarebbero a cuore la sicurezza e laprosperità dei popoli italiani. Nè questa fu la sola dimostrazione ch'ei fece in questo proposito.Entrò il giorno seguente l'imperatore in senato. Taleyrand, ch'era uomo molto ambidestro, e capace di pruovar questa con molte altre cose ancora, pruovò che per allora l'unione della corona d'Italia a quella di Francia era necessaria. Lessesi l'accettazione; poi Napoleone prese a favellare pretendendo parole di moderazione e di temperanza.«Noi vi chiamammo, o senatori, disse, per darvi a conoscere tutto l'animo nostro intorno agli affari più importanti dello Stato. Potente e forte è l'impero di Francia, ma più grande ancora la moderazione nostra. L'Olanda, la Svizzera, l'Italia tutta, la Germania quasi tutta conquistammo: ma in fortuna tanto prospera misura e modo serbammo. Di tante conquistate provincie quello solo ritenemmo che necessario era a mantenerci in quel grado d'autorità e di potenza, nel quale fu la Francia posta. Lo spartimento della Polonia, le provincie tolte alla Turchia, la conquista delle Indie e di quasi tutte le colonie hanno, a pregiudizio nostro, dall'uno de' lati fatto ir giù la bilancia: l'inutile rendemmo, il necessario serbammo, nè mai le armi per vani progetti di grandezza, nè per amore di conquiste impugnammo. Grande incremento alla fertilità delle nostre terre avrebbe recata l'unione dei territorii dell'italiana repubblica: pure, dopo la seconda conquista, l'independenza sua a Lione confermammo; ed oggidì, più oltre ancora procedendo, il principio della separazione delle due corone statuiamo, solo il tempo di lei, quando senza pericolo pei nostri popoli d'Italia effettuare si possa, assegnando. Accettammo, e sulla nostra fronte l'aulica corona dei Lombardi posammo: questa rattempreremo, questa ristaureremo, questa contro ogni assalto, finchè il Mediterraneo non siarestituito alla condizione consueta, difenderemo, e questo primo italico statuto a poter nostro sano e salvo conserveremo.»Creava l'imperatore Eugenio Beauharnais, figliuolo dell'imperadrice sua moglie, principe, poi, suo figliuolo adottivo chiamandolo, vicerè d'Italia il nominava. Creava Melzi guardasigilli del regno. Decretava, andrebbe a Milano, e la corona reale la domenica 26 di maggio prenderebbe.Messosi in viaggio con grandissimo seguito di cortigiani, perchè voleva far illustre questa sua gita con apparato molto magnifico e piucchè regio, e festeggiato con grandissimi onori per tutta Francia, arrivava Napoleone, il dì 20 aprile, a Stupinigi, piccola ed amena villa dei reali di Sardegna, posta a poca distanza da Torino. Quivi concorsero a fargli onoranza i magistrati: Menou verso di lui umilissimo si mostrava. Vennero a trovarlo i deputati di Milano per fargli omaggio, re loro, rigeneratore loro, padre loro chiamandolo. Rispose amorevolmente, gli avrebbe in luogo di figliuoli: raccomandò loro fossero virtuosi, l'attiva vita, la patria e l'ordine amassero. Dell'ordine parlava per dar contro ai giacobini. Terminò minacciosamente, dicendo che se alcuno avesse concetto gelosia pel regno d'Italia, avere una buona spada per disperdere i suoi nemici.Visitato Moncalieri, corse la collina di Torino: esaminata Superga, entrò trionfalmente nella reale città. Abitò il palazzo del re con molto studio e diligenza a questo fine restituito e addobbato dal conte Salmatoris. Correvano i popoli piemontesi a vedere l'inusitato spettacolo. Arrivava in questo mentre papa Pio a Torino, tornando di Francia. Fu fatto alloggiare nella reggia con Napoleone: stettero molte ore ristretti insieme; Pio sperava, Napoleone lusingava, pubblicamente stretto accordo mostravano. Visitò le pubbliche singolarità: parlò con facilissima loquela di musica, di medicina,di leggi, di pittura; volle vedere la tavola d'Olimpia pinta da Revelli, pittore di nome. Lodò l'opera, ma notò qualche difetto. Il papa festeggiato, anche da Menou Abdallah, se ne partiva alla volta di Parma.Dai discorsi civili si venne alla rappresentazione dell'armi. Volle Napoleone vedere i gloriosi campi di Marengo, e quivi simulare una sembianza di battaglia. Rizzossi un arco trionfale sulla porta d'Alessandria per Marengo con gli emblemi delle italiche, germaniche, egiziache vittorie. Sul campo stesso del combattuto Marengo l'imperial trono si innalzava. Compariva Napoleone in una carrozza molto splendida, e tirata da otto cavalli. Stavano i soldati schierati, molti memori delle portate fatiche in questi stessi marenghiani campi: Franzesi, Italiani, Mamelucchi, sì fanti che cavalli; s'accostavano le guardie nazionali, tutte in abito ed in bellissimo ordine disposte; magnifica comparsa poi facevano le guardie d'onore milanesi venute a Marengo per onoranza del nuovo signore. Stavano appresso gli uffiziali di corte, i ciamberlani, le dame, i paggi e molti generali in abiti ricchissimi. Splendeva il sole a ciel sereno: i raggi, ripercossi e rimandati in mille differenti guise da tanti ori, argenti e ferri forbiti, facevano una vista mirabile. Una moltitudine innumerevole di popolo era concorsa; l'alessandrina pianura risuonava di grida festive, di nitriti guerrieri, di musica incitatrice. Napoleone glorioso, venuto sul trono e postovi l'imperatrice a sedere, scendeva dall'imperiale cocchio e, montato a cavallo, s'aggirava per le file degli ordinati soldati. Le grida, gli applausi, i suoni d'ogni sorta più vivi e più spessi sorgevano ed assordavano l'aria. Terminate la rassegna e la mostra, iva a sedersi sull'imperiale seggio ancor egli, essendo in lui conversi gli occhi della moltitudine, tutti imperadore o vincitore di Marengo con altissime voci salutandolo. Seguitava la battaglia simulata fra due opposte schiere,moderando le mosse e gli armeggiamenti Lannes, che dopo i nuovi ordini imperiali era stato creato maresciallo. Durò dalle dieci della mattina sino alle sei della sera con diletto grandissimo di Napoleone; la quale terminata, dispensò a parecchi soldati o magistrati le insegne della legione d'onore, creata da lui novellamente. Sceso poscia dal trono, gettava le fondamenta d'una colonna per testimonianza alle future genti della marenghiana vittoria: ivi si fermarono le gloriose ricordanze.Arrivava Napoleone con tutti i grandi della corona, il dì 6 di maggio, a Mezzana Corte sulla sponda del Po, dove, passato il fiume sopra estemporaneo bucintoro fra le innumerevoli acclamazioni dei popoli, che sulle opposte rive tripudiavano, sulle terre del suo italico regno entrava. L'aspettavano in solenne pompa, il ricevettero, il lodarono il prefetto dell'Olona, il guardasigilli Melzi, il maresciallo Jourdan, che stava al governo dei soldati franzesi alloggiati nel regno italico.Giunto a Pavia, fece sua stanza nel palazzo del marchese Bolla, ad uso di palazzo imperiale destinandolo. Guardie d'onore, studenti addobbati, folle di popolo, arazzi spiegati, fiori sparsi, lumi accesi, applausi infiniti testificavano l'allegrezza dei Pavesi. Vide volontieri l'università, che l'ebbe con discorso limpido e puro di parole e di stile non isconveniente al soggetto, per voce del rettore e dei professori decani, lodato.Fu magnifico l'ingresso di Napoleone in Milano. Entrava per la porta ticinese, a cui fu dato il nome di Marengo. Gli appresentarono i municipali le chiavi posate sopra un bacile d'oro. Dissero esser le chiavi della fedel Milano; i cuori averseli già da lungo tempo acquistati. Rispose, servassero le chiavi; credere amarlo i Milanesi, credessero lui amarli. Pervenuto, traendo e gridando lietissimamente una foltissima calca di popolo, al duomo, il cardinal Caprara arcivescovo,fattosegli incontro sulla soglia, giurava rispetto, fedeltà, obbedienza e sommessione, augurava conservazione di sì gran sovrano, invocava gl'incliti protettori della magnifica città Ambrogio e Carlo, acciocchè a lui ed a tutta la sua famiglia salute piena e contentezza perenne dessero. Terminate le cerimonie del tempio, il palazzo dei duchi ornato a festa e tutto esultante per l'acquistata grandezza accoglieva il novello re.Ed ecco che, saputo ch'era andato a Milano per la corona, il venivano a trovare i deputati dell'italiche e dell'estere città. Vennevi Lucchesini portatore dei prussiani onori: recava da parte del re Federico l'aquila nera e l'aquila rossa a Napoleone; fregiatosene il sire, compariva con esse al cospetto de' suoi schierati soldati. Vennevi Cetto, inviato di Baviera; Beust, inviato dell'arcicancelliere dell'impero germanico; Alberg mandato da Baden, Benvenuti balì mandato dall'ordine di Malta: mandovvi il montagnoso Vallese il landmanno Augustini; mandovvi l'adusta Spagna il principe di Masserano, Lucca un Contenna ed un Belluomini, Toscana un principe Corsini ed un Vittorio Fossombroni: tutti venivano ad onoranza ed a raccomandazione appresso al potente e temuto signore.Maggior materia era sotto i deputati della ligure repubblica. Aveva mandato il senato genovese Durazzo doge, cardinale Spina arcivescovo, Carbonara, Roggieri, Maghella, Fravega, Balbi, Maglione, Delarue, Scassi, senatori. A loro maggiori carezze e più squisiti onori si facevano. Studiavansi il ministro Marescalchi ed il cardinale Caprara a soddisfar loro con mense, con udienze, con complimenti. Le medesime gentilezze usavano i ministri di Francia: ad ogni piè sospinto veniva dato dell'altezza serenissima al doge, e di ambasciatori straordinarii ai senatori. Il signore stesso sempre li guardava con viso benigno, e si allargava con loro in melliflue parole. Brevemente, fra tanto festeggiare non erano i liguri legatila minor parte della comune allegrezza. Ammessi all'udienza del signore, il videro sereno e lieto. Con esso lui dell'acquistato imperio si rallegrarono, il commercio della prediletta Liguria instaurasse supplicarono. Rispose umanamente, conoscere l'amore dei Liguri; sapere aver soccorso gli eserciti di Francia in tempi difficili; non isfuggirgli le angustie loro; prenderebbe la spada, e li difenderebbe; conoscere l'affezione del doge, vederlo volentieri, veder volentieri con lui i liguri senatori: andrebbe a Genova; senza guardie come fra amici v'andrebbe. Dopo l'udienza furono veduti ed accarezzati dall'imperatrice e da Elisa principessa, sorella di Napoleone, sposata ad un Bacciocchi, creato principe anch'egli. Tutti mostravano dolce viso ai liguri legati nella napoleonica corte.Presa in Monza la ferrea corona, e non senza solenne pompa a Milano trasportata, si apriva l'adito all'incoronazione. La domenica 26 di maggio, essendo il tempo bello ed il sole lucidissimo, s'incoronava il re. Precedevano Giuseppina imperatrice, Elisa principessa in abiti ricchissimi: ambe risplendevano di diamanti. Seguitava Napoleone, portando la corona imperiale in capo, quella del regno, lo scettro e la mano di giustizia in pugno, il manto reale, di cui i due grandi scudieri sostenevano lo strascico, indosso. L'accompagnavano uscieri, araldi, paggi, aiutanti, mastri di cerimonie ordinarii, mastro grande di cerimonie, ciamberlani, scudieri pomposissimi. Sette dame ricchissimamente addobbate portavano le offerte; ad esse vicini con gli onori di Carlo Magno, di Italia e dell'impero procedevano i grandi ufficiali di Francia e d'Italia, ed i presidenti dei tre collegi elettorali del regno. Ministri, consiglieri, generali accrescevano la risplendente comitiva. Ed ecco Caprara cardinale affaccendatissimo e rispettoso in viso, col baldacchino e col clero accostarsi al signore, e sino al santuario accompagnarlo. Sedè Napoleonesul trono, il cardinale benediceva gli ornamenti regi. Saliva il re all'altare, e presasi la corona, ed in capo postalasi, disse queste parole:Dio me la diede, guai a chi la tocca. Le divote volte in quel mentre risuonavano di grida unanimi di allegrezza. Incoronato, givasi a sedere sopra un magnifico trono alzato all'altro capo della navata. I ministri, i cortigiani, i magistrati, i guerrieri l'attorniavano. Le dame specialmente, in acconce gallerie sedute, facevano bellissima mostra. Sedeva sopra uno scanno a destra Eugenio, vicerè, figliuolo adottivo. A lui, siccome a quello a cui doveva restare la suprema autorità, già guardavano graziosamente i circostanti. Onorato e speciale luogo ebbero nell'imperial tribuna il doge ed i senatori liguri: stavano con loro quaranta dame bellissime e pomposissime; Giuseppina ed Elisa in una particolar tribuna rispondevano. Le volle, le pareti, le colonne sotto ricchissimi drappi si celavano, e con cortine di velo, con frange d'oro, con festoni di seta s'adornavano. Grande, magnifica e maravigliosa scena fu questa, degna veramente della superba Milano. Cantossi la solenne messa; giurò Napoleone: ad alta voce gridossi dagli araldi: «Napoleone I, imperatore dei Franzesi e re d'Italia è incoronato, consecrato e intronizzato; viva l'imperatore e re.» Le ultime parole ripeterono gli astanti con vivissime acclamazioni tre volte. Terminata la incoronazione, andò il solenne corteggio a cantar l'inno ambrosiano nell'ambrosiana chiesa. La sera, Milano tutta festeggiava; fuochi copiosissimi s'accesero, razzi innumerevoli si trassero, un pallone areostatico andava al cielo: in ogni parte canti, suoni, balli, tripudii, allegrezze. A veder tante pompe, si facevano concetti d'eternità: già gli statuali si adagiavano giocondamente sui seggi loro.Mentre con lusinghe e con onori s'intrattenevano in Milano il doge ed i liguri legati, per un concerto con gli aderentipiù fidi, un gran fatto si tramava. Sollevavasi a cose nuove la travagliata Liguria. Vi si spargevano prima parole, poi aperti discorsi, intorno alla necessità dell'unione con Francia. Allegavasi da uomini prezzolati nelle liguri provincie, allora essere stata perduta l'independenza quando fu fatta la rivoluzione; d'allora in poi essere stata sotto diversi nomi e reggimenti diversi Genova serva; aver lo Stato più pesi che portar possa da sè; poterli portare facilmente congiunto con Francia; sperarsi invano che il potente non manomettesse il debole; di ciò manifeste testimonianze aver dato i forastieri venuti quali come amici, quali come alleati; ripugnare la natura umana, sempre superba, ai moderni desiderii, nè la giustizia regnare in chi troppo può; essere cangiate le sorti d'Europa; preponderare oltremodo la Francia; già abbracciare e stringere da ogni parte, pel Piemonte unito e per l'italico regno obbediente, l'esile Liguria: che starsi a fare; che non si domandava l'unione a Francia? Giacchè non si può più comandare da sè, savio consiglio essere il comandare con altrui; le umili genovesi insegne non rispettarsi sui mari dai barbari buttati fuori dalle caverne africane, rispettarsi le franzesi, i napoleonici segni avere a render sicuri i liguri navili: così una sola deliberazione politica esser per fare ciò che le antiche armi della repubblica più non potevano. A queste parole si aggiungevano le adulazioni sulla felice condizione di esser posti al freno di Napoleone eroe. Le giurisdizioni domandavano l'unione con Francia, supplicava il senato, Napoleone la decretasse.Avendo le arti sortito l'effetto loro, comparivano al cospetto dell'imperatore in Milano, il dì 4 di giugno, i liguri legati. Girolamo Durazzo doge, tutto pallido e sgomentato, orava in umili parole; le quali dette, e porti i suffragii del ligure popolo al signore, rispondeva Napoleone: essere da lungo tempo venuto a partedelle faccende dei Liguri; a buon fine sempre averle indirizzate; essersi accorto che per loro era impossibile che qualche cosa degna dei padri loro facessero; l'avara Inghilterra chiudere a piacer suo i porti, infestar i mari, visitar le navi; le africane rapine andare ognora più discendo; essere servitù nell'independenza ligure; essere necessità ai Liguri di unirsi a un popolo potente; adempirebbe i loro desiderii, gli unirebbe al suo gran popolo volontieri, memore dei servigii prestati; tornassero nella loro patria; visiterebbeli fra breve, suggellerebbe la felice unione in Genova.Lessersi i voti. A cagione che la Liguria non ha forza sufficiente per mantenere la sua independenza, che gl'Inglesi non riconoscono la repubblica, che chiuso è il mare dai barbari, la terra dalle dogane, supplicare il senato all'imperatore e re, la Liguria al suo impero unisse. Seguitavano le condizioni; si soddisfacesse dallo Stato ai creditori liguri come a quei di Francia; si conservasse il porto franco di Genova; nell'accatastare, si avesse riguardo alla sterilità delle terre liguri ed al caro delle opere; si togliessero le dogane e le barriere tra la Francia e la Liguria; si descrivessero i soldati solamente all'uso di mare; si regolassero per modo i dazii sugl'introiti e sulle tratte, che i proventi e le manifatture della Liguria ne sentissero beneficio; le cause sì civili che criminali si terminassero in Genova, od in uno dei dipartimenti più vicini dell'impero; gli acquistatori dei beni nazionali fossero indenni e sicuri nel possesso e nella piena proprietà di loro.Napoleone, desiderando mitigare la acerbità del fatto con un uomo di temperata e prudente natura, mandava a Genova il principe Lebrun, arcitesoriere dell'impero, perchè lo Stato nuovo ordinasse a seconda delle leggi franzesi.Restava che con le feste si celebrasse la perduta patria. Arrivava Napoleone il dì 30 di giugno a Genova. Tutta la cittàsi muoveva per vederlo. Veniva dalla Polcevera: l'incontrava la cavalleria a Campo Marone; le campane suonavano a gloria, i cannoni rimbombavano, le fregate e i legni minori sorti nel porto esultando mareggiavano: chi traeva alle ambizioni, si componeva nei sembianti; le genovesi donne attentamente il guardavano per giudicare di che cosa sapesse; del popolo, chi si maravigliava, chi diceva arguzie da marinaro. Michel Angelo Cambiaso, creato sindaco da Lebrun, s'appresentava con le chiavi: Genova, superba per sito, essere ora superba per destino, disse: darsi ad un eroe; avere gelosamente e per molti secoli custodito la sua libertà; dì ciò pregiarsi; ma ora molto più pregiarsi, le chiavi della città regina in mano di colui rimettendo che, savio e potente più d'ogni altro, valeva a conservargliela intatta e salva. Rispose benignamente; restituì le chiavi. Spina, cardinale arcivescovo, sulla soglia della chiesa di San Teodoro aspettandolo, col sacro turibolo l'incensava. Luigi Corvetto, presidente del consiglio generale, venuto alla presenza del signore, favellava, avere lui liberato il buon popolo di Genova, averlo in figliuolo adottato; essere quivi in mezzo a' suoi figliuoli; dimenticare il genovese popolo le passate calamità; ogni altro affetto in questo solo affetto comporsi dell'amore dell'imperadore e re; per questo essere i Genovesi sudditi deditissimi; per questo i doveri più sacri affortificarsi dalle affezioni più dolci; non isdegnasse, pregava, la semplicità delle parole loro; eroe, sovrano e padre, in buon grado accettasse il tributo dell'ammirazione, dell'amore e della fedeltà loro. Poscia a nome proprio e di Bartolammeo Boccardi, uomo di non mediocre ingegno e stato sempre dedito alla parte franzese, Luigi Corvetto medesimo pregava felicità per la sua patria, chiamando Napoleone più grande di Cesare, e confortandolo a cambiare l'antica cesarea divisa in quest'altra:venni, vidi, felicitai. Piacque la squisita lusinga: LuigiCorvetto fu creato consigliere di Stato. Bene ne occorse ai Liguri che, perduto l'antico nome, trovarono in Corvetto chi affettuosamente gli amava, chi prudentemente li consigliava, e chi utilmente presso il signore gli avvocava, non a sdegni e ad antichi rancori in tempi tanto solenni servendo, ma solamente al benefizio de' suoi compatriotti riguardando.Alloggiava Napoleone al palazzo Doria a quest'uopo diligentissimamente preparato. Terminati i complimenti, si veniva alle feste. Incominciossi dal mare. Faceva magnifica mostra un tempio che di Nettuno o Panteon marittimo chiamarono: eretto sopra un tavolato di navi, senza però che ciò apparisse, perciocchè pareva fondato sopra un verdeggiante suolo, se ne andava sulle marine acque per forza d'ignoti ordigni galleggiando. Una gran cupola aveva per colmo, sedici colonne d'ordine ionico il sostentavano, le immagini de' marini dei l'adornavano. Sulle due facce interna ed esterna della cupola si leggeva un'inscrizione, parto del pad. Solari, la quale significava, i Liguri augurare a Napoleone imperadore e re lo impero del mare, come già si aveva quello della terra. Opera bella ed ingegnosa fu questo tempio; sopra di lei, condotta che fu in mezzo al porto, sedeva Napoleone i circostanti festeggiamenti rimirando. Quattro isolette, che rappresentavano quattro giardini chinesi adorni di palme, cedri, limoni, melaranci, rinfrescati da zampilli d'acque limpidissime, coperti da una cupola listata di più colori ed ornata da quantità mirabile di campanelli, che messi in moto dal continuo aggirarsi della macchina, con dolce concerto tintinnavano continuamente, giravano con morbide giravolte, ora qua ora là a galla ondeggiandosi. Un numero innumerabile di battelli, burchietti, schifetti, liuti, gondolette in varie guise ed elegantemente ornate facevano che alla instabilità del mare nuova instabilità di barche e di vele si aggiungesse, e mille variati aspetti adogni momento agli occhi dei risguardanti si raffigurassero. S'apriva la regata, o vogliam dire gara di navi in numero di sei: partite dalle tre porte di mare, due da ciascuna con velocità meravigliosa contesero della vittoria; vinse la bandiera del ponte di Spinola: gli applausi e le grida festose montavano al cielo. Fecesi notte intanto: diventò più bello lo spettacolo. Lumiere di cristallo, che fra le colonne del galleggiante tempio stavano sospese, subitamente accese, gittavano sulle incostanti acque, che con lampi di vario colore li rimandavano, raggi di abbondante e rallegratrice luce. Le cupolette dei giardini, anch'esse illuminate, consentivano con la sopravanzante luce del tempio. Fuochi in aria a forma di stelle, secondochè insegna Vitruvio, si volteggiavano intorno al tempio ed ai quattro giardini chinesi. Le agili barchette, posti fuori anch'esse i lumi loro, facevano apparire giri, guizzi e baleni, che con la piena luce del tempio e delle isolette da un canto si confondevano, dall'altro a chi d'in sulle spiaggie di lontano mirava, l'oscurità della notte con l'immagine d'innumerevoli e vaganti stelle temperavano. Alla dolce vista consuonava un soave ascoltare: imperciocchè dalle chinesi isolette uscivano suoni e concerti giocondissimi, mandati fuori dai petti e dagli appositi strumenti di musici vestiti alla chinese. Al tempo stesso le mura della città risplendevano per un'immensa luminaria; i palazzi e le case quasi tutte avevano anch'esse i lumi a festa: tutto l'anfiteatro della superba Genova con maraviglioso splendore rispondeva ai marini splendori. La torre della lanterna, accesasi ad un tratto da innumerevoli lumi con bel disegno ordinati, trasse a sè gli occhi dei festeggianti spettatori, che con intense grida applaudirono. Accrebbe la maraviglia, che ben tosto prese a buttar fuoco dalla cima a guisa di vulcano, come se veramente vulcano fosse. Nè i fuochi artificiati furono la parte meno notabile del magnifico rallegramento;poichè due bellissimi templi di fuoco sorsero improvvisamente dalle due punte dei moli, ed altri fuochi, con mirabile artifizio apprestati, ora si tuffavano nelle acque, ed ora, più vivi che prima fossero, ne uscivano. Così fra il molle ondeggiare, il vago risplendere, il giocondo suonare nasceva una scena, a cui niuna può essere pari in dolcezza ed in grandezza.Stette in queste allegrezze Napoleone sino alle dieci della sera: poi, sceso dal marino tempio, se ne giva al magnifico palazzo di Girolamo Durazzo, dove trovò nuovi e squisiti onori. Diessi un festino sontuoso a Napoleone nel palazzo pubblico. Intervennero Giuseppina di Francia, Elisa di Piombino. Fu allegra la festa. Cantossi l'inno ambrosiano nella cattedrale di San Lorenzo. Quivi giurarono nelle parole dell'imperatore l'arcivescovo ed i vescovi. Poi dispensò le insegne della Legion d'onore, più eccelse a Durazzo, Cambiaso, Celesia, Corvetto, Serra, Cattaneo, arcivescovo Spina: presentò con dorate gioie Cambiaso, Durazzo, Corvetto, Gentile. Comandò che si restituisse la statua di Andrea Do- ria, atterrata dai giacobini. Contento indi se ne tornava Napoleone al suo imperiale Parigi.Rimase al governo di Genova il principe Lebrun, il quale, temperatamente, secondo la natura sua procedendo, diede norma allo Stato nuovo riducendolo alla forma di Francia. Ordinò con prediletto pensiero l'università degli studii; vedeva i professori volontieri: tra il bene operare ed il buon ricompensare cresceva lo zelo in chi ammaestrava ed in chi era ammaestrato; l'università genovese diventò fiorente. Passarono alcuni mesi tra l'introduzione degli ordini franzesi e l'unione alla Francia: finalmente, orando Regnault di San Giovanni di Angely, decretava, il dì 4 ottobre, il senato che i territorii genovesi fossero uniti al territorio di Francia. A questo modo finì uno dei più antichi Stati, nonchè d'Italia, d'Europa. Gl'inorpellamentinon mancarono nella bocca di Regnault; fra tutti fu lepidissimo il suo trovato, che la Francia distruggeva l'indipendenza di Genova (questo appunto significavano le sue parole), perchè l'Inghilterra non la rispettava. Fu lieto il principio: per la potenza di Napoleone, tornarono in patria i Genovesi schiavi della crudele Africa.La repubblica di Lucca anch'essa periva. Die' primieramente Piombino ad Elisa sorella; poi Lucca e Piombino a Bacciocchi ed Elisa. Fossevi in Lucca un senato: soldati non vi si scrivessero, ma tutti fossero soldati; tassa e tributo nessuno vi si pagasse, se non per legge. Le cariche, salve le giudiziali, non si potessero conferire se non ai Lucchesi; principi di Lucca fossero Bacciocchi ed Elisa. Andavano al possesso il dì 8 luglio.Avviava Napoleone Parma all'unione con Francia: le leggi franzesi vi promulgava; già le ambizioni parmigiane si voltavano alla fonte parigina; Moreau di Saint-Mery secondava l'imperadore piuttosto per piacere a lui che a sè, perchè amava il comandare assai più che a modesto ed attempato uomo si convenisse; ma dolce era il cielo, dolci gli abitatori, dolce il comandare.Mentre con trionfale pompa scorreva per l'Italia Napoleone e gl'italiani Stati rovinavano, tornava nella sua romana sede il pontefice Pio. Parlò agli adunati cardinali, il 16 di giugno, delle cose fatte e delle cose sperate, molto benefizio per la religione e per la romana Chiesa dal suo parigino viaggio promettendosi. Ordinate le faccende religiose in Francia, aveva desiderato di compor quelle che più vicino a lui avevano romoreggiato, e gettato anzi lunghe radici in tutte le parti d'Italia: quest'erano le differenze tra la santa Sede e Ricci, vescovo di Pistoia. Dopo varie lettere e dichiarazioni, che Roma non soddisfecero, nuove protestazioni di obbedienza e di fede fece il vescovo, e le mandò al pontefice, quando, passando per Firenze, se ne andavain Francia all'incoronazione. Ma papa Pio, tornando da Parigi, e ripassando per la capitale della Toscana, fece sapere a Ricci che l'abbraccierebbe volontieri, se prima volesse sottoscrivere una dichiarazione. Ricci, stretto dai tempi, e temendo che il rifiuto gli fosse apposto a pertinacia, sottoscrisse. L'aspettavano il papa e la regina nel palazzo Pitti; il pontefice gittossegli al collo, l'abbracciava, e fattoselo sedere accanto a lui, molto l'accarezzava, della presa risoluzione con esimie espressioni commendandolo. Passate le prime caldezze, consegnava il vescovo nelle mani del pontefice un altro scritto; approvò Pio la seconda dichiarazione, affermando, non dubitare della purezza cattolica di Ricci; e ne farebbe fede al concistoro. Ciò detto, con nuove dimostrazioni accarezzava il vescovo. Scrissegli Pio da Roma lunghe ed affettuose lettere; il lodò nelle allocuzioni del concistoro. A questo modo Pio, vittorioso di Napoleone, trionfava anche di Ricci, due avversarii potenti, uno per la forza dell'armi, l'altro per la forza delle opinioni.Mentre il pontefice s'ingegnava di confermare la potenza novellamente riacquistata, nuove ferite si apprestavano alla sanguinosa Europa. L'assunzione di Napoleone al trono imperiale di Francia aveva sollevato gli animi di tutti i potentati, e dato loro giusta cagione di temere nuovi sovvertimenti e nuova servitù. Solo la Prussia se ne contentava e se ne rallegrava, perchè credeva che più stabile fondamento all'ingrandimento de' suoi Stati fosse la nuova potenza di Napoleone, che l'antica dell'Inghilterra e della Russia. Due cose massimamente si scorgevano nell'esaltazione ed incoronazione di Napoleone: era la prima che per loro si veniva a torre ogni speranza del veder restituiti i Borboni; l'altra, che, avendo acquistato l'autorità imperiale, aveva ridotto in mano sua maggiore forza a far muovere i popoli della Francia dovunque egli volesse; nè chefosse per usarne moderatamente da nissuno si confidava, manco dall'Austria. Oltre a questo, si pensava che non fosse prudente di dar tempo a Napoleone, onde mettesse radici sul suo imperio. Si portava opinione che i repubblicani di Francia e gli amatori del nome borbonico a quell'imperiale capriccio di Napoleone si fossero risentiti e divenuti meno inclinati ad aiutarlo, quando si venisse ad una nuova mossa d'armi. Si conosceva ch'egli non era uomo da non usare efficacemente la sua fresca potenza per solidarla, e che se gli desse tempo sarebbe stato, non che difficile, impossibile a frenarlo. Nè egli pel desiderio ardentissimo del comandare, troppo s'infingeva. Il suo procedere già era da imperatore d'Occidente. Questo voler significare, argomentavano, quegli onori di Carlo Magno offerti il giorno dell'incoronazione tanto a Parigi quanto a Milano, questo la corona ferrea dei Lombardi, questo i motti che metteva fuori già fin d'allora, che l'Italia fosse vassalla del suo impero. Aggiungevasi nella mente dell'imperator Alessandro alcune ragioni particolari di tenersi mal soddisfatto dell'imperator Napoleone, delle quali la principale consisteva nell'uccisione del duca d'Enghien, giovane di sua età, e da lui specialmente conosciuto ed amato. Da questi motivi era sorto nelle principali potenze d'Europa il desiderio di una nuova collegazione a difensione comune ed a conservazione degli antichi Stati contro la Francia, il cui fine era o di accordarsi con Napoleone, se qualche termine di buona composizione a benefizio dell'indipendenza dei consueti sovrani con lui si potesse trovare, o di venire con esso lui al cimento dell'armi, quando ancora era tenero su quel suo sovrano seggio. Nè l'Inghilterra mancava a sè stessa, non solo per l'antica nimicizia, ma ancora pel pericolo che pareva sovrastare al cuore stesso del suo Stato; conciossiachè avesse Napoleone raccolto un esercito molto grosso sulle coste dellaPicardia e della Normandia, minacciando d'invasione i tre regni. Nè era privo di un sufficiente navilio, avendo allestito, oltre alle grosse navi da guerra, una quantità considerabile di legni minori. Secondavano le intenzioni dell'imperatore con celere grandissimo i popoli di Francia con profferte di danari e di navi. Guglielmo Pitt, che a questo tempo reggeva i consigli del re Giorgio, aveva questo moto in poco concetto, conoscendo che pel prepotente navilio d'Inghilterra difficile era l'approdare, più difficile l'acquistare piè stabile nell'isola prima che le sorti fossero definite. Ciò non ostante l'apparato di Francia travagliava la nazione ed interrompeva i traffici. Per la qual cosa intendeva con tutto l'animo a suscitar nuovi nemici e ad ordinare una nuova lega contro Francia. A questo fine, e già fin dal mese di aprile, era stato concluso a Pietroburgo tra la Russia e l'Inghilterra un accordo, col quale si erano obbligate ad usare i mezzi più pronti ed efficaci per formare una lega generale, e che, per conseguire questo intento, adunassero cinquecentomila soldati, non compresi i sussidii d'Inghilterra; il fine fosse d'indurre o costringere il governo di Francia alla pace e ad una condizione in Europa, in cui nissuno Stato preponderasse sopra gli altri: evacuasse Napoleone l'Annoverese e la settentrionale Germania, rendesse independenti l'Olanda e la Svizzera, restituisse il re di Sardegna con qualche accrescimento il territorio, desse sicurezza al re di Napoli, sgombrasse da tutta Italia, compresa l'isola d'Elba. Già la Svezia e l'Austria erano entrate in questa lega. Prima però che all'aperta rottura si venisse, sì per vedere se ancora qualche modo di questa composizione vi fosse, e sì per aver comodità di fare i necessarii apprestamenti e di dar tempo agli aiuti di Russia di arrivare, si deliberarono gli alleati a mandare a Parigi il barone di Novosiltzoff, perchè le proposte loro vi recasse, e di un accordoconforme l'imperator Napoleone sollecitasse.Già era l'inviato dei confederati giunto a Berlino, quando sopraggiunsero le novelle dell'unione di Genova all'imperio di Francia, accidente contrario alle dichiarazioni di Napoleone ed agl'interessi dell'Austria in Italia. Arrestossi a tale improvvisa notizia Novosiltzoff, donde, fatto sapere all'imperadore Alessandro il fatto, era tostamente richiamato a Pietroburgo. Per questo medesimo accidente, e pel caso di Lucca, che poco dopo si seppe, l'Austria più strettamente si congiungeva con la Russia.Incominciarono i discorsi politici soliti a precedere le guerre, e dai discorsi si vedeva che poca speranza restava di pace: nè Napoleone era uomo capace di disfare per minaccie ciò che aveva fatto, nè l'Austria si voleva tirar indietro dalle sue risoluzioni, sapendo che Alessandro già aveva avviato verso i suoi confini due eserciti, ciascuno di cinquanta mila soldati. Insorgeva adunque più vivamente ed a Napoleone rappresentava il suo desiderio d'amicizia con Francia, di pace con tutta Europa; ma essersi violato per gli ultimi accidenti d'Italia il trattato di Luneville, promettitore d'indipendenza per l'italiana repubblica; essersi con nuove rovine di stati independenti spaventata l'Italia: non dovere una sola potenza arrogarsi il diritto di regolare da sè gli interessi delle nazioni con esclusione delle altre; richiedere la Francia dell'osservazion dei patti; richiederla della dignità e dei diritti dell'altre potenze; offerire a norma delle condizioni stipulate alla concordia, offerirla ora che con le armi ancora non si contendeva, offerirla quando già si combattesse, e sempre essere parata a convenire, salvi i trattati conclusi e l'independenza delle nazioni.Seguitarono queste protestazioni altri discorsi da ambe le parti. Intanto le armi si apprestavano. L'imperadore di Francia, che con la celerità aveva sempre vinto, vedendo la nuova lega ordita controdi lui e la guerra inevitabile, stando coll'animo riposato dal canto della Prussia, ordinò incontanente all'esercito raccolto sulle coste di Francia verso l'Inghilterra marciasse in Alemagna, soccorresse alla Baviera minacciata dalla Austria, ributtasse la forza colla forza. Poco dopo, descritti nuovi soldati, si avviava egli medesimo verso i campi d'Alemagna, sapendo quanto mole della guerra fossero il suo nome ed il suo valore. Dal canto suo l'Austria commetteva all'arciduca Ferdinando, giovane animosissimo, l'esercito germanico, dandogli per moderatore della sua gioventù il generale Mack.Dalla parte d'Italia, le condizioni delle cose militari erano le seguenti. L'Austria, considerato quanta efficacia fosse per avere il nome dell'arciduca Carlo, lo aveva preposto all'esercito italico, schierato sulle rive dell'Adige. I forti passi del Tirolo erano dati in guardia all'arciduca Giovanni con una grossa schiera, congiungitrice de' due eserciti germanico ed italico. Si era fatto disegno che a queste forze si accostasse, sbarcando in qualche parte d'Italia, un grosso aiuto di Russi e d'Inglesi, che allora erano raccolti nelle isole di Corfù e di Malta. Ma Napoleone, contuttochè principal cura avesse delle cose di Germania, non pretermise quelle d'Italia; e poichè seppe che l'arciduca Carlo era stato posto al governo della guerra, avendo più fede nella fortuna di Massena che in quella di Jourdan, surrogava il capitano italico al capitano germanico. Mandava intanto nuovi soldati, per modo che tra Franzesi ed Italiani Massena aveva un esercito fiorito ed uguale pel numero all'alemanno, che sommava circa ad ottanta mila soldati. Stavasi Massena alloggiato sulla destra dell'Adige, pronto a tentare il passo, come prima fosse dato il segno delle battaglie. L'imperadore di Francia, che in tutte le sue guerre, poco curandosi delle estremità, ed amando le guerre grosse piuttosto che le sparse, badava sempre al cuore,perchè sapeva che a chi n'andava il cuore ne andavano anche le estremità, fece, disegno d'ingrossare sull'Adige con mandarvi quella parte che sotto Gouvion di Saint-Cyr alloggiava nel regno di Napoli. Il che, perchè con sicurtà potesse eseguire, aveva con sue pratiche e per mezzo del marchese del Gallo, ambasciatore del re a Parigi, indotto Ferdinando a sottoscrivere un trattato di neutralità. S'obbligava per questo trattato il re a starsene neutrale durante la presente guerra, a respingere colla forza ogni tentativo fatto contro la sua neutralità, a non permettere che alcuna truppa nemica sbarcasse, o ne' suoi regni entrasse, a non ricettare ne' suoi porti alcuna nave nemica, a non commettere i suoi soldati o le piazze ad alcun ufficiale o russo od austriaco o di altra potenza nemica, ed in questo capitolo s'intendessero anche compresi i fuorusciti franzesi: il che particolarmente accennava al conte Ruggiero di Damas. Dalla parte sua Napoleone, fidandosi, come si spiegava, nelle obbligazioni e promesse del re, consentiva a sgomberare il regno dei suoi soldati, ed a consegnare i luoghi occupati agli ufficiali napolitani. Si obbligava, oltre a ciò, e prometteva di conoscere ed avere per neutrale nella guerra presente il regno delle Due Sicilie. Saint-Cyr marciava verso l'Adige.I discorsi, secondo il solito, procedevano le armi; moderati dal canto dell'arciduca, più vivi da quello del capitano napoleonico. Quando poi già le armi suonavano in Alemagna, e già la Baviera era invasa dagli Austriaci, il principe Eugenio, vicerè d'Italia, pubblicava con parole molto aspre contro l'Austria la guerra.Già si combatteva aspramente in Germania, quando ancora si riposava dalle armi in Italia, imperciocchè, a petizione dell'arciduca, che desiderava, prima di combattere, sapere a qual via s'incamminassero gli accidenti della guerra germanica, si era fatto tra lui e Massena unaccordo, perchè le offese non si potessero cominciare prima del 18 ottobre.Ma già vincevano le napoleoniche stelle. L'imperatore dei Franzesi arrivando in Alemagna innanzi che gli Austriaci avessero avuto tempo di riuscir oltre i passi della Selva Nera e di fortificarli, ed innanzi che i Russi giungessero in aiuto loro, si avventava, in ciò mostrando, oltre la celerità, una grandezza di militari concetti straordinaria, contro il nemico tante volte vinto. Trovossi Mack in pochi giorni cinto da ogni parte, segregato da Vienna, ridotto dentro le mura di Ulma. Aveva vinto Napoleone una prima battaglia a Vertinga, una seconda a Gunsborgo. Per tal guisa non solamente furono serrati gli Austriaci, ma fu ancora Mack separato dall'arciduca Giovanni.Spuntava appena il giorno 18 ottobre, termine della tregua, che sapendo già Massena essersi venuto alle mani in Germania con prospero successo de' suoi compagni, si deliberava a cominciar la guerra. Alle quattro della mattina, dando due assalti uno sotto l'altro sopra Verona, si accingeva a sforzare sul mezzo il passo.Imponeva a questo fine a Duhesme ed a Gardanne che assaltassero il ponte: era murato e rotto; ma Lacombe Saint-Michel, generale d'artiglieria, con un petardo, esponendosi a grave pericolo, perchè i Tedeschi fulminavano dalla riva sinistra, rompeva il muro, ed il generale Chasseloup con pari valore riattava il ponte. Passarono i soldati annali alla leggiera; ma fortemente pressati dai Tedeschi, correvano grandissimo pericolo. Non tardò Gardanne a venire in soccorso loro col grosso delle sue compagnie, e rinfrescò la battaglia. Si combattè con molto valore e con vario successo da ambe le parti. L'arciduca, che aveva il suo campo a San Martino, mandò tostamente nuovi soldati in soccorso de' suoi, donde nasceva un più vivo e più generale combattere; Duhesme ancor egliera passato con tutta la sua schiera. Per quel giorno non fu compiuta pei Franzesi, ancorchè avessero il vantaggio, la vittoria, e fu loro forza tornarsene ad alloggiare sulla destra del fiume, conservando però in poter loro la signoria del ponte.Massena, o che il ritenesse il forte sito dell'arciduca, o che volesse aspettare che Saint-Cyr l'avesse raggiunto, o che desiderasse, prima di cacciarsi avanti, udire i fatti ulteriori della Germania, se ne stette più giorni senza fare alcun movimento d'importanza. In questo gli sopraggiungono desideratissime novelle: avere tutto l'esercito di Mack, salvo una piccola squadra fuggita sotto la condotta dell'arciduca Ferdinando, deposto le armi, ed essersi dato, il dì 17 ottobre, vinto e cattivo in mano di Napoleone: il che importava l'annichilazione quasi intiera delle forze austriache in Alemagna. Cambiavansi le sorti dell'italica guerra. Fu l'arciduca obbligato a debilitarsi con mandar parte de' suoi in aiuto dell'imperio pericolante. Sgomentaronsene i Tedeschi, presero animo i Franzesi. Massena, udito il maraviglioso caso d'Ulma, si risolveva, senza frappor tempo in mezzo, ad assaltare l'avversario nel suo forte alloggiamento di Caldiero. Il giorno 29 ordinava il passo del fiume. Duhesme e Gardanne, passato il ponte, si erano allargati a destra; Seras, passato più sopra, seguitava ad altro disegno le falde dei monti, ed occupando le alture di val Pontena, che signoreggiavano il costello di San Felice, che con le artiglierie aveva molto noiato i Franzesi al passo del ponte, aveva obbligato i Tedeschi a sgombrare da Veronetta. Ciò diede abilità ad altre squadre di passare, massimamente ai cavalli, per modo che gli Austriaci, cacciati da tutti i siti, e perfino da San Michele, si ritirarono con grave perdita, sempre però animosamente combattendo, oltre San Martino. I Franzesi pernottarono in Vago. Si risolveva l'arciduca a far frontea Caldiero. Si ordinava la mattina del giorno 30 alla battaglia, distendendosi in siti diligentemente fortificati, e tenendo in serbo la cavalleria ed un grosso corpo di ventiquattro battaglioni di granatieri.Il generale di Francia aveva partito i suoi in tre schiere, con un grosso ordinato alle riscosse, e che stava accampato in poca distanza alle spalle. Massena, avendo inteso che le fazioni ordinate di Seras e di Verdier avevano avuto il fine ch'egli si era proposto, si deliberava ad attaccare la battaglia. Non immoreremo a descrivere questo fatto, che fu egregiamente combattuto da ambe le parti, ma il fine fu che i Tedeschi, lasciando la vittoria in potestà di chi poteva più di loro, cedettero, del campo e si ritirarono alle batterie che l'arciduca aveva piantato sopra le eminenze che torreggiano oltre Caldiero.Mentre si combatteva a Caldiero, aveva l'arciduca mandato a sua destra verso i monti una colonna di cinque mila soldati sotto la condotta d'Hillinger col proposito di circuire e di combattere i Franzesi alle spalle. Ne nacque un grave accidente a danno delle forze austriache, poichè Seras, che assai forte marciava su quelle medesime terre, oltre procedendo ed intromettendosi tra Hillinger e l'arciduca, tagliò fuori la squadra segregata, e la ridusse alla necessità di arrendersi.Il fatto di Caldiero, la calamità d'Hillinger, gli ordini dell'imperatore suo fratello non lasciarono più luogo ad elezione nell'arciduca. Per la qual cosa la notte del primo novembre principiò a tirarsi indietro per la strada di Vicenza; poi, continuando con arte a cedere del campo, conduceva le sue genti, più intere che le perdite prime e la presta ritirata potessero permettere, sulle sponde della Sava, ponendosi alle stanze di Lubiana. Il seguitarono velocemente i Franzesi: raccolsero alcuni corpi, ma piccoli, di sbrancati e grossi magazzinidi viveri, principalmente in Udine e Palmanova. A questo modo i fertili paesi della terra ferma veneta, conquistati di nuovo dalle armi vincitrici di Napoleone, furono tolti all'Austria. Solo la città di Venezia restava in poter dei Tedeschi.Era in questo mezzo tempo arrivato da Napoli Saint-Cyr. Massena, trovandosi in necessità di seguitare a seconda l'arciduca nelle montagne della Carniola e della Carintia, non voleva, per timore di qualche sbarco di Russi e d'Inglesi, lasciare senza difesa i lidi veneziani. Ordinava pertanto a Saint-Cyr che si allargasse e custodisse le spiaggie dalle bocche dell'Adige sino a Venezia. Questa provvidenza ebbe felice successo, non contro i tentativi di mare, che nessuno fu fatto, ma contro uno di terra. Occupato Ney il Tirolo tedesco, e insignoritosi del Tirolo italiano; costretto Augereau il generale Yellacich alla dedizione; un grosso di sette mila fanti e mille cavalli, sotto la condotta del principe di Roano, forzato a calarsi per le sponde della Brenta verso i piani bagnati da questo fiume, incontratosi a Castelfranco con Saint-Cyr, dopo un furioso conflitto, fu obbligato ad arrendersi. Dopo questo fatto Massena, sicuro alle spalle, vieppiù inoltrava la sua fronte, e fermava gli alloggiamenti in Lubiana, ritiratosene l'arciduca per internarsi nella Croazia, e di là nel principato di Sirmio in Ischiavonia, tra la Drava e la Sava. I soldati di Massena e di Ney si congiunsero a Villaco ed a Clagenfurt: i due eserciti di Francia, germanico ed italico, si congregarono alle future imprese sul Danubio.Aveva Ferdinando di Napoli, siccome si è narrato, stipulato la neutralità; ma quando appunto la guerra si definiva in favor di Francia in Germania e nell'Italia superiore, essendo già corso oltre il suo mezzo il mese di novembre, arrivavano nel golfo di Napoli due navi inglesi con molte onerarie, sopra le quali erano quindici mila soldati, dodici mila Russi venuti da Corfù, tre mila Inglesi venutida Malta. Sbarcarono soldati, armi e munizioni tra Napoli e Portici, annunziando, venire non solo per proteggere il regno, ma ancora per correre verso Italia superiore in aiuto degli Austriaci. Non fece il re, non bene considerando quel che potesse portare seco il tempo futuro, alcuna dimostrazione nè protesta per impedire lo sbarco di queste genti nemiche a Francia. L'ambasciator di Napoleone, viste le insegne del nemico, molto acerbamente si risentiva, e, calati gl'imperiali stemmi dalla fronte del suo palazzo, richiedeva il re dei passaporti, e l'infedele terra (come diceva) abbandonando, se ne partiva alla volta di Roma. Per mitigarlo, mandava fuori il governo un editto, per cui prometteva ai Franzesi, Italiani, Liguri e ad altre nazioni unite all'impero franzese, che sarebbero le proprietà loro ed i traffici sicuri e salvi. Fu la dimostrazione indarno, perchè non solo nissuna protestazione conteneva contro il moto dei confederati, ma nemmeno mostrava alcun dispiacere di quello che la Francia avea sentito sì acremente. Gli effetti che ne seguitarono, e che per molti anni tolsero al re la possessione del regno di qua dal Faro, saranno fra breve raccontati.Vinceva Napoleone nei campi d'Austerlitz una campale battaglia. Vinti i Russi ausiliarii, fu l'Austria costretta a consentire ai patti. Si fermarono a Presborgo in Ungheria il dì 26 dicembre. Consentiva l'imperatore di Alemagna e d'Austria a tutte le unioni dei territorii italiani; riconosceva le risoluzioni prese dall'imperator di Francia rispetto a Lucca ed a Piombino; riconosceva l'imperator di Francia come re d'Italia con ciò però che, seguita la pace generale, le due corone, a seconda delle promesse fatte dall'imperator Napoleone, l'una dall'altra fossero separate, nè mai in perpetuo potessero esser riunite; dava in potestà dell'imperatore medesimo di Francia tutti gli Stati dell'antica repubblica di Venezia a lui ceduti pel trattatodi Campo Formio, e consentiva che fossero uniti al regno d'Italia; riconosceva ancora nei duchi di Vittemberga e di Baviera la qualità ed il titolo di re; cedeva a quest'ultimo, oltre parecchi paesi, i principati di Brissio e di Bolzano, le sette signorie di Voralberga e parecchi altri paesi sulle rive del lago di Costanza; dal canto suo l'imperator Napoleone guarentiva l'interezza dell'impero d'Austria, consentiva che Salisborgo, già dato all'arciduca Ferdinando di Toscana, al medesimo imperio si unisse, e si obbligava ad intromettersi appresso al re di Baviera, perchè cedesse Visborgo all'arciduca in compenso di Salisborgo.
Pareva, e fu anche solennemente e con magnifiche parole detto da Napoleonee da Melzi, che gli ordini statuiti in Lione per l'Italia fossero per essere eterni; ma non erano corsi due anni, che già manchi, insufficienti, non conducenti a cosa che buona e durevole fosse, si qualificarono. Importava a chi s'era fatto imperatore che re ancora si facesse. Erano, non senza disegno, stati invitati gli Italici a condursi a Parigi, per cagione di assistere in nome della repubblica alle imperiali cerimonie ed allegrezze. Vi andarono Melzi presidente, i consultori di Stato Marescalchi, Caprara, Paradisi, Fenaroli, Costabili, Luosi, Guicciardini; i deputati dei collegi e dei magistrati, Guastavillani, Lambertenghi, Carlotti, Dambruschi, Rangone, Galeppi, Litta, Fe, Alessandri, Salimbeni, Appiani, Busti, Negri, Sopransi, Valdrighi. L'imperatore si lasciò intendere che il chiamassero re, e condannassero gli ordini lionesi: disponendosi la somma delle cose non solo con un comando, ma ancora con un cenno di Napoleone, il fecero volontieri; Melzi, appresentandosegli il dì 17 marzo con gli altri deputati in cospetto di Napoleone salito sul trono nel castello delle Tuillerie, in tali accenti favellava:
«Voi ordinaste, o sire, che la consulta di Stato e i deputati della repubblica italiana si adunassero, e l'affare il più importante pe' suoi destini presenti e futuri, cioè la forma del suo governo, considerassero. Al cospetto vostro io m'appresento, o sire, per compire appresso a voi l'onorevole carico d'informarvi di quanto ella fece e di quanto ella desidera. Primieramente l'assemblea, molto bene ogni cosa considerando, venne in questa sentenza, che l'impossibile è, se troppo non si vuole dagli accidenti dell'età nostra discordare, le attuali forme conservare. Ebbero le lionesi constituzioni tutti i segni di ordini provvisorii: accidentali furono, perchè agli accidenti dei tempi fossero rispondenti, nè in sè alcun nervo avevano, per cuigli uomini prudenti e durata e conservazione promettere si potessero. Non che la ragione, l'evidenza stringono urgentemente a cambiarla. La quale cosa concessa e confessata vera, come vera è realmente, la via da seguitarsi semplice diventa e piana; i progressi delle cognizioni, i dettami dell'esperienza, la monarchia constituzionale, la gratitudine, l'amore, la confidenza il monarca ci additano. Voi conquistaste, o sire, voi riconquistaste, voi creaste, voi ordinaste, voi sino a questo dì l'italiana repubblica governaste; quivi ogni cosa le vostre geste, la vostra mente, i vostri benefizii rammenta: un unico desiderio poteva essere fra di noi; un unico desiderio è sorto. Noi non preterimmo di maturamente considerare quanto nelle future cose la profonda sapienza vostra indicava; ma per quanto gli alti e generosi pensieri vostri coi nostri più bramati interessi si accordino, facilmente abbiamo a noi medesimi persuaso che le condizioni nostre tanto ancora non sono mature che possiamo aggiungere a quest'ultimo grado della politica independenza. L'italiana repubblica, così porta l'ordine naturale delle cose, deve ancora per qualche tempo restare impressa della condizione degli Stati novellamente creati. Un primo nembo, quantunque leggiero, che l'aere oscurasse, sarebbe per lei d'affanni e di timore cagione. Nella qual condizione, quale maggior sicurezza, quale più fondata speranza di felicità potrebbe ella, sire, che in voi trovare? Voi siete ancora necessaria parte di lei. Solo nell'alta sapienza vostra sta, solo a lei s'appartiene il vedere il preciso termine della dependenza tra le gelosie esterne e i pericoli nostri. Interrogati amorevolmente, rispondiamo sinceramente. Questo è il desiderio nostro che a voi significhiamo, questa la preghiera che a voi indirizziamo, che vi piaccia quelle costituzioni darne, incui i principii già da voi pubblicati, dall'eterna ragione richiesti, alla quiete delle nazioni necessarii, statuiti siano e confermati. Siate contento, o sire, di accettare, siate contento di compire le preghiere e i desiderii dell'italica consulta. Per questa mia bocca istantemente tutti ve ne ricercano e ve ne scongiurano. Se voi benignamente ci esaudite, agl'Italiani diremo, che voi con più forte legamento vi siete alla conservazione, alla difesa, alla prosperità dell'italiana nazione congiunto. Così è, sire, voi voleste che l'italiana repubblica fosse, ed ella fu: fate ora che l'italiana monarchia sia felice, e sarà.»
Terminato il favellare, e fattosi avanti Melzi, l'atto dell'italiana consulta espresse: il governo della repubblica italiana fosse monarcale ed ereditario; Napoleone I re d'Italia si dichiarasse; le due corone di Francia e d'Italia in lui solo, non ne' suoi discendenti o successori, potessero esser unite: insino a tanto che gli eserciti franzesi occupassero il regno di Napoli, i Russi Corfù, gl'Inglesi Malta, le due corone non si potessero separare; pregassesi Napoleone imperatore passasse a Milano per ricevere la corona e statuire leggi definitive pel regno.
Rispose Napoleone, aver avuto sempre il pensiero di creare libera e independente la nazione italiana; dalle sponde del Nilo avere sentito le italiane disgrazie; essere, mercè il coraggio invitto de' suoi soldati, comparso a Milano, quando i suoi popoli d'Italia ancora il credevano sulle spiaggie del mar Rosso; ancora tinto di sangue, ancora cosperso di polvere, sua prima cura essere stata l'ordinare l'italiana patria; chiamarlo gl'Italiani a loro re; volere loro re essere, volere questa corona conservare, ma solo fintantochè gl'interessi loro il richiedessero; deporrebbela, quando fosse venuto il tempo, sopra un giovane rampollo volontieri, al quale, del pari che a lui, sarebbero a cuore la sicurezza e laprosperità dei popoli italiani. Nè questa fu la sola dimostrazione ch'ei fece in questo proposito.
Entrò il giorno seguente l'imperatore in senato. Taleyrand, ch'era uomo molto ambidestro, e capace di pruovar questa con molte altre cose ancora, pruovò che per allora l'unione della corona d'Italia a quella di Francia era necessaria. Lessesi l'accettazione; poi Napoleone prese a favellare pretendendo parole di moderazione e di temperanza.
«Noi vi chiamammo, o senatori, disse, per darvi a conoscere tutto l'animo nostro intorno agli affari più importanti dello Stato. Potente e forte è l'impero di Francia, ma più grande ancora la moderazione nostra. L'Olanda, la Svizzera, l'Italia tutta, la Germania quasi tutta conquistammo: ma in fortuna tanto prospera misura e modo serbammo. Di tante conquistate provincie quello solo ritenemmo che necessario era a mantenerci in quel grado d'autorità e di potenza, nel quale fu la Francia posta. Lo spartimento della Polonia, le provincie tolte alla Turchia, la conquista delle Indie e di quasi tutte le colonie hanno, a pregiudizio nostro, dall'uno de' lati fatto ir giù la bilancia: l'inutile rendemmo, il necessario serbammo, nè mai le armi per vani progetti di grandezza, nè per amore di conquiste impugnammo. Grande incremento alla fertilità delle nostre terre avrebbe recata l'unione dei territorii dell'italiana repubblica: pure, dopo la seconda conquista, l'independenza sua a Lione confermammo; ed oggidì, più oltre ancora procedendo, il principio della separazione delle due corone statuiamo, solo il tempo di lei, quando senza pericolo pei nostri popoli d'Italia effettuare si possa, assegnando. Accettammo, e sulla nostra fronte l'aulica corona dei Lombardi posammo: questa rattempreremo, questa ristaureremo, questa contro ogni assalto, finchè il Mediterraneo non siarestituito alla condizione consueta, difenderemo, e questo primo italico statuto a poter nostro sano e salvo conserveremo.»
Creava l'imperatore Eugenio Beauharnais, figliuolo dell'imperadrice sua moglie, principe, poi, suo figliuolo adottivo chiamandolo, vicerè d'Italia il nominava. Creava Melzi guardasigilli del regno. Decretava, andrebbe a Milano, e la corona reale la domenica 26 di maggio prenderebbe.
Messosi in viaggio con grandissimo seguito di cortigiani, perchè voleva far illustre questa sua gita con apparato molto magnifico e piucchè regio, e festeggiato con grandissimi onori per tutta Francia, arrivava Napoleone, il dì 20 aprile, a Stupinigi, piccola ed amena villa dei reali di Sardegna, posta a poca distanza da Torino. Quivi concorsero a fargli onoranza i magistrati: Menou verso di lui umilissimo si mostrava. Vennero a trovarlo i deputati di Milano per fargli omaggio, re loro, rigeneratore loro, padre loro chiamandolo. Rispose amorevolmente, gli avrebbe in luogo di figliuoli: raccomandò loro fossero virtuosi, l'attiva vita, la patria e l'ordine amassero. Dell'ordine parlava per dar contro ai giacobini. Terminò minacciosamente, dicendo che se alcuno avesse concetto gelosia pel regno d'Italia, avere una buona spada per disperdere i suoi nemici.
Visitato Moncalieri, corse la collina di Torino: esaminata Superga, entrò trionfalmente nella reale città. Abitò il palazzo del re con molto studio e diligenza a questo fine restituito e addobbato dal conte Salmatoris. Correvano i popoli piemontesi a vedere l'inusitato spettacolo. Arrivava in questo mentre papa Pio a Torino, tornando di Francia. Fu fatto alloggiare nella reggia con Napoleone: stettero molte ore ristretti insieme; Pio sperava, Napoleone lusingava, pubblicamente stretto accordo mostravano. Visitò le pubbliche singolarità: parlò con facilissima loquela di musica, di medicina,di leggi, di pittura; volle vedere la tavola d'Olimpia pinta da Revelli, pittore di nome. Lodò l'opera, ma notò qualche difetto. Il papa festeggiato, anche da Menou Abdallah, se ne partiva alla volta di Parma.
Dai discorsi civili si venne alla rappresentazione dell'armi. Volle Napoleone vedere i gloriosi campi di Marengo, e quivi simulare una sembianza di battaglia. Rizzossi un arco trionfale sulla porta d'Alessandria per Marengo con gli emblemi delle italiche, germaniche, egiziache vittorie. Sul campo stesso del combattuto Marengo l'imperial trono si innalzava. Compariva Napoleone in una carrozza molto splendida, e tirata da otto cavalli. Stavano i soldati schierati, molti memori delle portate fatiche in questi stessi marenghiani campi: Franzesi, Italiani, Mamelucchi, sì fanti che cavalli; s'accostavano le guardie nazionali, tutte in abito ed in bellissimo ordine disposte; magnifica comparsa poi facevano le guardie d'onore milanesi venute a Marengo per onoranza del nuovo signore. Stavano appresso gli uffiziali di corte, i ciamberlani, le dame, i paggi e molti generali in abiti ricchissimi. Splendeva il sole a ciel sereno: i raggi, ripercossi e rimandati in mille differenti guise da tanti ori, argenti e ferri forbiti, facevano una vista mirabile. Una moltitudine innumerevole di popolo era concorsa; l'alessandrina pianura risuonava di grida festive, di nitriti guerrieri, di musica incitatrice. Napoleone glorioso, venuto sul trono e postovi l'imperatrice a sedere, scendeva dall'imperiale cocchio e, montato a cavallo, s'aggirava per le file degli ordinati soldati. Le grida, gli applausi, i suoni d'ogni sorta più vivi e più spessi sorgevano ed assordavano l'aria. Terminate la rassegna e la mostra, iva a sedersi sull'imperiale seggio ancor egli, essendo in lui conversi gli occhi della moltitudine, tutti imperadore o vincitore di Marengo con altissime voci salutandolo. Seguitava la battaglia simulata fra due opposte schiere,moderando le mosse e gli armeggiamenti Lannes, che dopo i nuovi ordini imperiali era stato creato maresciallo. Durò dalle dieci della mattina sino alle sei della sera con diletto grandissimo di Napoleone; la quale terminata, dispensò a parecchi soldati o magistrati le insegne della legione d'onore, creata da lui novellamente. Sceso poscia dal trono, gettava le fondamenta d'una colonna per testimonianza alle future genti della marenghiana vittoria: ivi si fermarono le gloriose ricordanze.
Arrivava Napoleone con tutti i grandi della corona, il dì 6 di maggio, a Mezzana Corte sulla sponda del Po, dove, passato il fiume sopra estemporaneo bucintoro fra le innumerevoli acclamazioni dei popoli, che sulle opposte rive tripudiavano, sulle terre del suo italico regno entrava. L'aspettavano in solenne pompa, il ricevettero, il lodarono il prefetto dell'Olona, il guardasigilli Melzi, il maresciallo Jourdan, che stava al governo dei soldati franzesi alloggiati nel regno italico.
Giunto a Pavia, fece sua stanza nel palazzo del marchese Bolla, ad uso di palazzo imperiale destinandolo. Guardie d'onore, studenti addobbati, folle di popolo, arazzi spiegati, fiori sparsi, lumi accesi, applausi infiniti testificavano l'allegrezza dei Pavesi. Vide volontieri l'università, che l'ebbe con discorso limpido e puro di parole e di stile non isconveniente al soggetto, per voce del rettore e dei professori decani, lodato.
Fu magnifico l'ingresso di Napoleone in Milano. Entrava per la porta ticinese, a cui fu dato il nome di Marengo. Gli appresentarono i municipali le chiavi posate sopra un bacile d'oro. Dissero esser le chiavi della fedel Milano; i cuori averseli già da lungo tempo acquistati. Rispose, servassero le chiavi; credere amarlo i Milanesi, credessero lui amarli. Pervenuto, traendo e gridando lietissimamente una foltissima calca di popolo, al duomo, il cardinal Caprara arcivescovo,fattosegli incontro sulla soglia, giurava rispetto, fedeltà, obbedienza e sommessione, augurava conservazione di sì gran sovrano, invocava gl'incliti protettori della magnifica città Ambrogio e Carlo, acciocchè a lui ed a tutta la sua famiglia salute piena e contentezza perenne dessero. Terminate le cerimonie del tempio, il palazzo dei duchi ornato a festa e tutto esultante per l'acquistata grandezza accoglieva il novello re.
Ed ecco che, saputo ch'era andato a Milano per la corona, il venivano a trovare i deputati dell'italiche e dell'estere città. Vennevi Lucchesini portatore dei prussiani onori: recava da parte del re Federico l'aquila nera e l'aquila rossa a Napoleone; fregiatosene il sire, compariva con esse al cospetto de' suoi schierati soldati. Vennevi Cetto, inviato di Baviera; Beust, inviato dell'arcicancelliere dell'impero germanico; Alberg mandato da Baden, Benvenuti balì mandato dall'ordine di Malta: mandovvi il montagnoso Vallese il landmanno Augustini; mandovvi l'adusta Spagna il principe di Masserano, Lucca un Contenna ed un Belluomini, Toscana un principe Corsini ed un Vittorio Fossombroni: tutti venivano ad onoranza ed a raccomandazione appresso al potente e temuto signore.
Maggior materia era sotto i deputati della ligure repubblica. Aveva mandato il senato genovese Durazzo doge, cardinale Spina arcivescovo, Carbonara, Roggieri, Maghella, Fravega, Balbi, Maglione, Delarue, Scassi, senatori. A loro maggiori carezze e più squisiti onori si facevano. Studiavansi il ministro Marescalchi ed il cardinale Caprara a soddisfar loro con mense, con udienze, con complimenti. Le medesime gentilezze usavano i ministri di Francia: ad ogni piè sospinto veniva dato dell'altezza serenissima al doge, e di ambasciatori straordinarii ai senatori. Il signore stesso sempre li guardava con viso benigno, e si allargava con loro in melliflue parole. Brevemente, fra tanto festeggiare non erano i liguri legatila minor parte della comune allegrezza. Ammessi all'udienza del signore, il videro sereno e lieto. Con esso lui dell'acquistato imperio si rallegrarono, il commercio della prediletta Liguria instaurasse supplicarono. Rispose umanamente, conoscere l'amore dei Liguri; sapere aver soccorso gli eserciti di Francia in tempi difficili; non isfuggirgli le angustie loro; prenderebbe la spada, e li difenderebbe; conoscere l'affezione del doge, vederlo volentieri, veder volentieri con lui i liguri senatori: andrebbe a Genova; senza guardie come fra amici v'andrebbe. Dopo l'udienza furono veduti ed accarezzati dall'imperatrice e da Elisa principessa, sorella di Napoleone, sposata ad un Bacciocchi, creato principe anch'egli. Tutti mostravano dolce viso ai liguri legati nella napoleonica corte.
Presa in Monza la ferrea corona, e non senza solenne pompa a Milano trasportata, si apriva l'adito all'incoronazione. La domenica 26 di maggio, essendo il tempo bello ed il sole lucidissimo, s'incoronava il re. Precedevano Giuseppina imperatrice, Elisa principessa in abiti ricchissimi: ambe risplendevano di diamanti. Seguitava Napoleone, portando la corona imperiale in capo, quella del regno, lo scettro e la mano di giustizia in pugno, il manto reale, di cui i due grandi scudieri sostenevano lo strascico, indosso. L'accompagnavano uscieri, araldi, paggi, aiutanti, mastri di cerimonie ordinarii, mastro grande di cerimonie, ciamberlani, scudieri pomposissimi. Sette dame ricchissimamente addobbate portavano le offerte; ad esse vicini con gli onori di Carlo Magno, di Italia e dell'impero procedevano i grandi ufficiali di Francia e d'Italia, ed i presidenti dei tre collegi elettorali del regno. Ministri, consiglieri, generali accrescevano la risplendente comitiva. Ed ecco Caprara cardinale affaccendatissimo e rispettoso in viso, col baldacchino e col clero accostarsi al signore, e sino al santuario accompagnarlo. Sedè Napoleonesul trono, il cardinale benediceva gli ornamenti regi. Saliva il re all'altare, e presasi la corona, ed in capo postalasi, disse queste parole:Dio me la diede, guai a chi la tocca. Le divote volte in quel mentre risuonavano di grida unanimi di allegrezza. Incoronato, givasi a sedere sopra un magnifico trono alzato all'altro capo della navata. I ministri, i cortigiani, i magistrati, i guerrieri l'attorniavano. Le dame specialmente, in acconce gallerie sedute, facevano bellissima mostra. Sedeva sopra uno scanno a destra Eugenio, vicerè, figliuolo adottivo. A lui, siccome a quello a cui doveva restare la suprema autorità, già guardavano graziosamente i circostanti. Onorato e speciale luogo ebbero nell'imperial tribuna il doge ed i senatori liguri: stavano con loro quaranta dame bellissime e pomposissime; Giuseppina ed Elisa in una particolar tribuna rispondevano. Le volle, le pareti, le colonne sotto ricchissimi drappi si celavano, e con cortine di velo, con frange d'oro, con festoni di seta s'adornavano. Grande, magnifica e maravigliosa scena fu questa, degna veramente della superba Milano. Cantossi la solenne messa; giurò Napoleone: ad alta voce gridossi dagli araldi: «Napoleone I, imperatore dei Franzesi e re d'Italia è incoronato, consecrato e intronizzato; viva l'imperatore e re.» Le ultime parole ripeterono gli astanti con vivissime acclamazioni tre volte. Terminata la incoronazione, andò il solenne corteggio a cantar l'inno ambrosiano nell'ambrosiana chiesa. La sera, Milano tutta festeggiava; fuochi copiosissimi s'accesero, razzi innumerevoli si trassero, un pallone areostatico andava al cielo: in ogni parte canti, suoni, balli, tripudii, allegrezze. A veder tante pompe, si facevano concetti d'eternità: già gli statuali si adagiavano giocondamente sui seggi loro.
Mentre con lusinghe e con onori s'intrattenevano in Milano il doge ed i liguri legati, per un concerto con gli aderentipiù fidi, un gran fatto si tramava. Sollevavasi a cose nuove la travagliata Liguria. Vi si spargevano prima parole, poi aperti discorsi, intorno alla necessità dell'unione con Francia. Allegavasi da uomini prezzolati nelle liguri provincie, allora essere stata perduta l'independenza quando fu fatta la rivoluzione; d'allora in poi essere stata sotto diversi nomi e reggimenti diversi Genova serva; aver lo Stato più pesi che portar possa da sè; poterli portare facilmente congiunto con Francia; sperarsi invano che il potente non manomettesse il debole; di ciò manifeste testimonianze aver dato i forastieri venuti quali come amici, quali come alleati; ripugnare la natura umana, sempre superba, ai moderni desiderii, nè la giustizia regnare in chi troppo può; essere cangiate le sorti d'Europa; preponderare oltremodo la Francia; già abbracciare e stringere da ogni parte, pel Piemonte unito e per l'italico regno obbediente, l'esile Liguria: che starsi a fare; che non si domandava l'unione a Francia? Giacchè non si può più comandare da sè, savio consiglio essere il comandare con altrui; le umili genovesi insegne non rispettarsi sui mari dai barbari buttati fuori dalle caverne africane, rispettarsi le franzesi, i napoleonici segni avere a render sicuri i liguri navili: così una sola deliberazione politica esser per fare ciò che le antiche armi della repubblica più non potevano. A queste parole si aggiungevano le adulazioni sulla felice condizione di esser posti al freno di Napoleone eroe. Le giurisdizioni domandavano l'unione con Francia, supplicava il senato, Napoleone la decretasse.
Avendo le arti sortito l'effetto loro, comparivano al cospetto dell'imperatore in Milano, il dì 4 di giugno, i liguri legati. Girolamo Durazzo doge, tutto pallido e sgomentato, orava in umili parole; le quali dette, e porti i suffragii del ligure popolo al signore, rispondeva Napoleone: essere da lungo tempo venuto a partedelle faccende dei Liguri; a buon fine sempre averle indirizzate; essersi accorto che per loro era impossibile che qualche cosa degna dei padri loro facessero; l'avara Inghilterra chiudere a piacer suo i porti, infestar i mari, visitar le navi; le africane rapine andare ognora più discendo; essere servitù nell'independenza ligure; essere necessità ai Liguri di unirsi a un popolo potente; adempirebbe i loro desiderii, gli unirebbe al suo gran popolo volontieri, memore dei servigii prestati; tornassero nella loro patria; visiterebbeli fra breve, suggellerebbe la felice unione in Genova.
Lessersi i voti. A cagione che la Liguria non ha forza sufficiente per mantenere la sua independenza, che gl'Inglesi non riconoscono la repubblica, che chiuso è il mare dai barbari, la terra dalle dogane, supplicare il senato all'imperatore e re, la Liguria al suo impero unisse. Seguitavano le condizioni; si soddisfacesse dallo Stato ai creditori liguri come a quei di Francia; si conservasse il porto franco di Genova; nell'accatastare, si avesse riguardo alla sterilità delle terre liguri ed al caro delle opere; si togliessero le dogane e le barriere tra la Francia e la Liguria; si descrivessero i soldati solamente all'uso di mare; si regolassero per modo i dazii sugl'introiti e sulle tratte, che i proventi e le manifatture della Liguria ne sentissero beneficio; le cause sì civili che criminali si terminassero in Genova, od in uno dei dipartimenti più vicini dell'impero; gli acquistatori dei beni nazionali fossero indenni e sicuri nel possesso e nella piena proprietà di loro.
Napoleone, desiderando mitigare la acerbità del fatto con un uomo di temperata e prudente natura, mandava a Genova il principe Lebrun, arcitesoriere dell'impero, perchè lo Stato nuovo ordinasse a seconda delle leggi franzesi.
Restava che con le feste si celebrasse la perduta patria. Arrivava Napoleone il dì 30 di giugno a Genova. Tutta la cittàsi muoveva per vederlo. Veniva dalla Polcevera: l'incontrava la cavalleria a Campo Marone; le campane suonavano a gloria, i cannoni rimbombavano, le fregate e i legni minori sorti nel porto esultando mareggiavano: chi traeva alle ambizioni, si componeva nei sembianti; le genovesi donne attentamente il guardavano per giudicare di che cosa sapesse; del popolo, chi si maravigliava, chi diceva arguzie da marinaro. Michel Angelo Cambiaso, creato sindaco da Lebrun, s'appresentava con le chiavi: Genova, superba per sito, essere ora superba per destino, disse: darsi ad un eroe; avere gelosamente e per molti secoli custodito la sua libertà; dì ciò pregiarsi; ma ora molto più pregiarsi, le chiavi della città regina in mano di colui rimettendo che, savio e potente più d'ogni altro, valeva a conservargliela intatta e salva. Rispose benignamente; restituì le chiavi. Spina, cardinale arcivescovo, sulla soglia della chiesa di San Teodoro aspettandolo, col sacro turibolo l'incensava. Luigi Corvetto, presidente del consiglio generale, venuto alla presenza del signore, favellava, avere lui liberato il buon popolo di Genova, averlo in figliuolo adottato; essere quivi in mezzo a' suoi figliuoli; dimenticare il genovese popolo le passate calamità; ogni altro affetto in questo solo affetto comporsi dell'amore dell'imperadore e re; per questo essere i Genovesi sudditi deditissimi; per questo i doveri più sacri affortificarsi dalle affezioni più dolci; non isdegnasse, pregava, la semplicità delle parole loro; eroe, sovrano e padre, in buon grado accettasse il tributo dell'ammirazione, dell'amore e della fedeltà loro. Poscia a nome proprio e di Bartolammeo Boccardi, uomo di non mediocre ingegno e stato sempre dedito alla parte franzese, Luigi Corvetto medesimo pregava felicità per la sua patria, chiamando Napoleone più grande di Cesare, e confortandolo a cambiare l'antica cesarea divisa in quest'altra:venni, vidi, felicitai. Piacque la squisita lusinga: LuigiCorvetto fu creato consigliere di Stato. Bene ne occorse ai Liguri che, perduto l'antico nome, trovarono in Corvetto chi affettuosamente gli amava, chi prudentemente li consigliava, e chi utilmente presso il signore gli avvocava, non a sdegni e ad antichi rancori in tempi tanto solenni servendo, ma solamente al benefizio de' suoi compatriotti riguardando.
Alloggiava Napoleone al palazzo Doria a quest'uopo diligentissimamente preparato. Terminati i complimenti, si veniva alle feste. Incominciossi dal mare. Faceva magnifica mostra un tempio che di Nettuno o Panteon marittimo chiamarono: eretto sopra un tavolato di navi, senza però che ciò apparisse, perciocchè pareva fondato sopra un verdeggiante suolo, se ne andava sulle marine acque per forza d'ignoti ordigni galleggiando. Una gran cupola aveva per colmo, sedici colonne d'ordine ionico il sostentavano, le immagini de' marini dei l'adornavano. Sulle due facce interna ed esterna della cupola si leggeva un'inscrizione, parto del pad. Solari, la quale significava, i Liguri augurare a Napoleone imperadore e re lo impero del mare, come già si aveva quello della terra. Opera bella ed ingegnosa fu questo tempio; sopra di lei, condotta che fu in mezzo al porto, sedeva Napoleone i circostanti festeggiamenti rimirando. Quattro isolette, che rappresentavano quattro giardini chinesi adorni di palme, cedri, limoni, melaranci, rinfrescati da zampilli d'acque limpidissime, coperti da una cupola listata di più colori ed ornata da quantità mirabile di campanelli, che messi in moto dal continuo aggirarsi della macchina, con dolce concerto tintinnavano continuamente, giravano con morbide giravolte, ora qua ora là a galla ondeggiandosi. Un numero innumerabile di battelli, burchietti, schifetti, liuti, gondolette in varie guise ed elegantemente ornate facevano che alla instabilità del mare nuova instabilità di barche e di vele si aggiungesse, e mille variati aspetti adogni momento agli occhi dei risguardanti si raffigurassero. S'apriva la regata, o vogliam dire gara di navi in numero di sei: partite dalle tre porte di mare, due da ciascuna con velocità meravigliosa contesero della vittoria; vinse la bandiera del ponte di Spinola: gli applausi e le grida festose montavano al cielo. Fecesi notte intanto: diventò più bello lo spettacolo. Lumiere di cristallo, che fra le colonne del galleggiante tempio stavano sospese, subitamente accese, gittavano sulle incostanti acque, che con lampi di vario colore li rimandavano, raggi di abbondante e rallegratrice luce. Le cupolette dei giardini, anch'esse illuminate, consentivano con la sopravanzante luce del tempio. Fuochi in aria a forma di stelle, secondochè insegna Vitruvio, si volteggiavano intorno al tempio ed ai quattro giardini chinesi. Le agili barchette, posti fuori anch'esse i lumi loro, facevano apparire giri, guizzi e baleni, che con la piena luce del tempio e delle isolette da un canto si confondevano, dall'altro a chi d'in sulle spiaggie di lontano mirava, l'oscurità della notte con l'immagine d'innumerevoli e vaganti stelle temperavano. Alla dolce vista consuonava un soave ascoltare: imperciocchè dalle chinesi isolette uscivano suoni e concerti giocondissimi, mandati fuori dai petti e dagli appositi strumenti di musici vestiti alla chinese. Al tempo stesso le mura della città risplendevano per un'immensa luminaria; i palazzi e le case quasi tutte avevano anch'esse i lumi a festa: tutto l'anfiteatro della superba Genova con maraviglioso splendore rispondeva ai marini splendori. La torre della lanterna, accesasi ad un tratto da innumerevoli lumi con bel disegno ordinati, trasse a sè gli occhi dei festeggianti spettatori, che con intense grida applaudirono. Accrebbe la maraviglia, che ben tosto prese a buttar fuoco dalla cima a guisa di vulcano, come se veramente vulcano fosse. Nè i fuochi artificiati furono la parte meno notabile del magnifico rallegramento;poichè due bellissimi templi di fuoco sorsero improvvisamente dalle due punte dei moli, ed altri fuochi, con mirabile artifizio apprestati, ora si tuffavano nelle acque, ed ora, più vivi che prima fossero, ne uscivano. Così fra il molle ondeggiare, il vago risplendere, il giocondo suonare nasceva una scena, a cui niuna può essere pari in dolcezza ed in grandezza.
Stette in queste allegrezze Napoleone sino alle dieci della sera: poi, sceso dal marino tempio, se ne giva al magnifico palazzo di Girolamo Durazzo, dove trovò nuovi e squisiti onori. Diessi un festino sontuoso a Napoleone nel palazzo pubblico. Intervennero Giuseppina di Francia, Elisa di Piombino. Fu allegra la festa. Cantossi l'inno ambrosiano nella cattedrale di San Lorenzo. Quivi giurarono nelle parole dell'imperatore l'arcivescovo ed i vescovi. Poi dispensò le insegne della Legion d'onore, più eccelse a Durazzo, Cambiaso, Celesia, Corvetto, Serra, Cattaneo, arcivescovo Spina: presentò con dorate gioie Cambiaso, Durazzo, Corvetto, Gentile. Comandò che si restituisse la statua di Andrea Do- ria, atterrata dai giacobini. Contento indi se ne tornava Napoleone al suo imperiale Parigi.
Rimase al governo di Genova il principe Lebrun, il quale, temperatamente, secondo la natura sua procedendo, diede norma allo Stato nuovo riducendolo alla forma di Francia. Ordinò con prediletto pensiero l'università degli studii; vedeva i professori volontieri: tra il bene operare ed il buon ricompensare cresceva lo zelo in chi ammaestrava ed in chi era ammaestrato; l'università genovese diventò fiorente. Passarono alcuni mesi tra l'introduzione degli ordini franzesi e l'unione alla Francia: finalmente, orando Regnault di San Giovanni di Angely, decretava, il dì 4 ottobre, il senato che i territorii genovesi fossero uniti al territorio di Francia. A questo modo finì uno dei più antichi Stati, nonchè d'Italia, d'Europa. Gl'inorpellamentinon mancarono nella bocca di Regnault; fra tutti fu lepidissimo il suo trovato, che la Francia distruggeva l'indipendenza di Genova (questo appunto significavano le sue parole), perchè l'Inghilterra non la rispettava. Fu lieto il principio: per la potenza di Napoleone, tornarono in patria i Genovesi schiavi della crudele Africa.
La repubblica di Lucca anch'essa periva. Die' primieramente Piombino ad Elisa sorella; poi Lucca e Piombino a Bacciocchi ed Elisa. Fossevi in Lucca un senato: soldati non vi si scrivessero, ma tutti fossero soldati; tassa e tributo nessuno vi si pagasse, se non per legge. Le cariche, salve le giudiziali, non si potessero conferire se non ai Lucchesi; principi di Lucca fossero Bacciocchi ed Elisa. Andavano al possesso il dì 8 luglio.
Avviava Napoleone Parma all'unione con Francia: le leggi franzesi vi promulgava; già le ambizioni parmigiane si voltavano alla fonte parigina; Moreau di Saint-Mery secondava l'imperadore piuttosto per piacere a lui che a sè, perchè amava il comandare assai più che a modesto ed attempato uomo si convenisse; ma dolce era il cielo, dolci gli abitatori, dolce il comandare.
Mentre con trionfale pompa scorreva per l'Italia Napoleone e gl'italiani Stati rovinavano, tornava nella sua romana sede il pontefice Pio. Parlò agli adunati cardinali, il 16 di giugno, delle cose fatte e delle cose sperate, molto benefizio per la religione e per la romana Chiesa dal suo parigino viaggio promettendosi. Ordinate le faccende religiose in Francia, aveva desiderato di compor quelle che più vicino a lui avevano romoreggiato, e gettato anzi lunghe radici in tutte le parti d'Italia: quest'erano le differenze tra la santa Sede e Ricci, vescovo di Pistoia. Dopo varie lettere e dichiarazioni, che Roma non soddisfecero, nuove protestazioni di obbedienza e di fede fece il vescovo, e le mandò al pontefice, quando, passando per Firenze, se ne andavain Francia all'incoronazione. Ma papa Pio, tornando da Parigi, e ripassando per la capitale della Toscana, fece sapere a Ricci che l'abbraccierebbe volontieri, se prima volesse sottoscrivere una dichiarazione. Ricci, stretto dai tempi, e temendo che il rifiuto gli fosse apposto a pertinacia, sottoscrisse. L'aspettavano il papa e la regina nel palazzo Pitti; il pontefice gittossegli al collo, l'abbracciava, e fattoselo sedere accanto a lui, molto l'accarezzava, della presa risoluzione con esimie espressioni commendandolo. Passate le prime caldezze, consegnava il vescovo nelle mani del pontefice un altro scritto; approvò Pio la seconda dichiarazione, affermando, non dubitare della purezza cattolica di Ricci; e ne farebbe fede al concistoro. Ciò detto, con nuove dimostrazioni accarezzava il vescovo. Scrissegli Pio da Roma lunghe ed affettuose lettere; il lodò nelle allocuzioni del concistoro. A questo modo Pio, vittorioso di Napoleone, trionfava anche di Ricci, due avversarii potenti, uno per la forza dell'armi, l'altro per la forza delle opinioni.
Mentre il pontefice s'ingegnava di confermare la potenza novellamente riacquistata, nuove ferite si apprestavano alla sanguinosa Europa. L'assunzione di Napoleone al trono imperiale di Francia aveva sollevato gli animi di tutti i potentati, e dato loro giusta cagione di temere nuovi sovvertimenti e nuova servitù. Solo la Prussia se ne contentava e se ne rallegrava, perchè credeva che più stabile fondamento all'ingrandimento de' suoi Stati fosse la nuova potenza di Napoleone, che l'antica dell'Inghilterra e della Russia. Due cose massimamente si scorgevano nell'esaltazione ed incoronazione di Napoleone: era la prima che per loro si veniva a torre ogni speranza del veder restituiti i Borboni; l'altra, che, avendo acquistato l'autorità imperiale, aveva ridotto in mano sua maggiore forza a far muovere i popoli della Francia dovunque egli volesse; nè chefosse per usarne moderatamente da nissuno si confidava, manco dall'Austria. Oltre a questo, si pensava che non fosse prudente di dar tempo a Napoleone, onde mettesse radici sul suo imperio. Si portava opinione che i repubblicani di Francia e gli amatori del nome borbonico a quell'imperiale capriccio di Napoleone si fossero risentiti e divenuti meno inclinati ad aiutarlo, quando si venisse ad una nuova mossa d'armi. Si conosceva ch'egli non era uomo da non usare efficacemente la sua fresca potenza per solidarla, e che se gli desse tempo sarebbe stato, non che difficile, impossibile a frenarlo. Nè egli pel desiderio ardentissimo del comandare, troppo s'infingeva. Il suo procedere già era da imperatore d'Occidente. Questo voler significare, argomentavano, quegli onori di Carlo Magno offerti il giorno dell'incoronazione tanto a Parigi quanto a Milano, questo la corona ferrea dei Lombardi, questo i motti che metteva fuori già fin d'allora, che l'Italia fosse vassalla del suo impero. Aggiungevasi nella mente dell'imperator Alessandro alcune ragioni particolari di tenersi mal soddisfatto dell'imperator Napoleone, delle quali la principale consisteva nell'uccisione del duca d'Enghien, giovane di sua età, e da lui specialmente conosciuto ed amato. Da questi motivi era sorto nelle principali potenze d'Europa il desiderio di una nuova collegazione a difensione comune ed a conservazione degli antichi Stati contro la Francia, il cui fine era o di accordarsi con Napoleone, se qualche termine di buona composizione a benefizio dell'indipendenza dei consueti sovrani con lui si potesse trovare, o di venire con esso lui al cimento dell'armi, quando ancora era tenero su quel suo sovrano seggio. Nè l'Inghilterra mancava a sè stessa, non solo per l'antica nimicizia, ma ancora pel pericolo che pareva sovrastare al cuore stesso del suo Stato; conciossiachè avesse Napoleone raccolto un esercito molto grosso sulle coste dellaPicardia e della Normandia, minacciando d'invasione i tre regni. Nè era privo di un sufficiente navilio, avendo allestito, oltre alle grosse navi da guerra, una quantità considerabile di legni minori. Secondavano le intenzioni dell'imperatore con celere grandissimo i popoli di Francia con profferte di danari e di navi. Guglielmo Pitt, che a questo tempo reggeva i consigli del re Giorgio, aveva questo moto in poco concetto, conoscendo che pel prepotente navilio d'Inghilterra difficile era l'approdare, più difficile l'acquistare piè stabile nell'isola prima che le sorti fossero definite. Ciò non ostante l'apparato di Francia travagliava la nazione ed interrompeva i traffici. Per la qual cosa intendeva con tutto l'animo a suscitar nuovi nemici e ad ordinare una nuova lega contro Francia. A questo fine, e già fin dal mese di aprile, era stato concluso a Pietroburgo tra la Russia e l'Inghilterra un accordo, col quale si erano obbligate ad usare i mezzi più pronti ed efficaci per formare una lega generale, e che, per conseguire questo intento, adunassero cinquecentomila soldati, non compresi i sussidii d'Inghilterra; il fine fosse d'indurre o costringere il governo di Francia alla pace e ad una condizione in Europa, in cui nissuno Stato preponderasse sopra gli altri: evacuasse Napoleone l'Annoverese e la settentrionale Germania, rendesse independenti l'Olanda e la Svizzera, restituisse il re di Sardegna con qualche accrescimento il territorio, desse sicurezza al re di Napoli, sgombrasse da tutta Italia, compresa l'isola d'Elba. Già la Svezia e l'Austria erano entrate in questa lega. Prima però che all'aperta rottura si venisse, sì per vedere se ancora qualche modo di questa composizione vi fosse, e sì per aver comodità di fare i necessarii apprestamenti e di dar tempo agli aiuti di Russia di arrivare, si deliberarono gli alleati a mandare a Parigi il barone di Novosiltzoff, perchè le proposte loro vi recasse, e di un accordoconforme l'imperator Napoleone sollecitasse.
Già era l'inviato dei confederati giunto a Berlino, quando sopraggiunsero le novelle dell'unione di Genova all'imperio di Francia, accidente contrario alle dichiarazioni di Napoleone ed agl'interessi dell'Austria in Italia. Arrestossi a tale improvvisa notizia Novosiltzoff, donde, fatto sapere all'imperadore Alessandro il fatto, era tostamente richiamato a Pietroburgo. Per questo medesimo accidente, e pel caso di Lucca, che poco dopo si seppe, l'Austria più strettamente si congiungeva con la Russia.
Incominciarono i discorsi politici soliti a precedere le guerre, e dai discorsi si vedeva che poca speranza restava di pace: nè Napoleone era uomo capace di disfare per minaccie ciò che aveva fatto, nè l'Austria si voleva tirar indietro dalle sue risoluzioni, sapendo che Alessandro già aveva avviato verso i suoi confini due eserciti, ciascuno di cinquanta mila soldati. Insorgeva adunque più vivamente ed a Napoleone rappresentava il suo desiderio d'amicizia con Francia, di pace con tutta Europa; ma essersi violato per gli ultimi accidenti d'Italia il trattato di Luneville, promettitore d'indipendenza per l'italiana repubblica; essersi con nuove rovine di stati independenti spaventata l'Italia: non dovere una sola potenza arrogarsi il diritto di regolare da sè gli interessi delle nazioni con esclusione delle altre; richiedere la Francia dell'osservazion dei patti; richiederla della dignità e dei diritti dell'altre potenze; offerire a norma delle condizioni stipulate alla concordia, offerirla ora che con le armi ancora non si contendeva, offerirla quando già si combattesse, e sempre essere parata a convenire, salvi i trattati conclusi e l'independenza delle nazioni.
Seguitarono queste protestazioni altri discorsi da ambe le parti. Intanto le armi si apprestavano. L'imperadore di Francia, che con la celerità aveva sempre vinto, vedendo la nuova lega ordita controdi lui e la guerra inevitabile, stando coll'animo riposato dal canto della Prussia, ordinò incontanente all'esercito raccolto sulle coste di Francia verso l'Inghilterra marciasse in Alemagna, soccorresse alla Baviera minacciata dalla Austria, ributtasse la forza colla forza. Poco dopo, descritti nuovi soldati, si avviava egli medesimo verso i campi d'Alemagna, sapendo quanto mole della guerra fossero il suo nome ed il suo valore. Dal canto suo l'Austria commetteva all'arciduca Ferdinando, giovane animosissimo, l'esercito germanico, dandogli per moderatore della sua gioventù il generale Mack.
Dalla parte d'Italia, le condizioni delle cose militari erano le seguenti. L'Austria, considerato quanta efficacia fosse per avere il nome dell'arciduca Carlo, lo aveva preposto all'esercito italico, schierato sulle rive dell'Adige. I forti passi del Tirolo erano dati in guardia all'arciduca Giovanni con una grossa schiera, congiungitrice de' due eserciti germanico ed italico. Si era fatto disegno che a queste forze si accostasse, sbarcando in qualche parte d'Italia, un grosso aiuto di Russi e d'Inglesi, che allora erano raccolti nelle isole di Corfù e di Malta. Ma Napoleone, contuttochè principal cura avesse delle cose di Germania, non pretermise quelle d'Italia; e poichè seppe che l'arciduca Carlo era stato posto al governo della guerra, avendo più fede nella fortuna di Massena che in quella di Jourdan, surrogava il capitano italico al capitano germanico. Mandava intanto nuovi soldati, per modo che tra Franzesi ed Italiani Massena aveva un esercito fiorito ed uguale pel numero all'alemanno, che sommava circa ad ottanta mila soldati. Stavasi Massena alloggiato sulla destra dell'Adige, pronto a tentare il passo, come prima fosse dato il segno delle battaglie. L'imperadore di Francia, che in tutte le sue guerre, poco curandosi delle estremità, ed amando le guerre grosse piuttosto che le sparse, badava sempre al cuore,perchè sapeva che a chi n'andava il cuore ne andavano anche le estremità, fece, disegno d'ingrossare sull'Adige con mandarvi quella parte che sotto Gouvion di Saint-Cyr alloggiava nel regno di Napoli. Il che, perchè con sicurtà potesse eseguire, aveva con sue pratiche e per mezzo del marchese del Gallo, ambasciatore del re a Parigi, indotto Ferdinando a sottoscrivere un trattato di neutralità. S'obbligava per questo trattato il re a starsene neutrale durante la presente guerra, a respingere colla forza ogni tentativo fatto contro la sua neutralità, a non permettere che alcuna truppa nemica sbarcasse, o ne' suoi regni entrasse, a non ricettare ne' suoi porti alcuna nave nemica, a non commettere i suoi soldati o le piazze ad alcun ufficiale o russo od austriaco o di altra potenza nemica, ed in questo capitolo s'intendessero anche compresi i fuorusciti franzesi: il che particolarmente accennava al conte Ruggiero di Damas. Dalla parte sua Napoleone, fidandosi, come si spiegava, nelle obbligazioni e promesse del re, consentiva a sgomberare il regno dei suoi soldati, ed a consegnare i luoghi occupati agli ufficiali napolitani. Si obbligava, oltre a ciò, e prometteva di conoscere ed avere per neutrale nella guerra presente il regno delle Due Sicilie. Saint-Cyr marciava verso l'Adige.
I discorsi, secondo il solito, procedevano le armi; moderati dal canto dell'arciduca, più vivi da quello del capitano napoleonico. Quando poi già le armi suonavano in Alemagna, e già la Baviera era invasa dagli Austriaci, il principe Eugenio, vicerè d'Italia, pubblicava con parole molto aspre contro l'Austria la guerra.
Già si combatteva aspramente in Germania, quando ancora si riposava dalle armi in Italia, imperciocchè, a petizione dell'arciduca, che desiderava, prima di combattere, sapere a qual via s'incamminassero gli accidenti della guerra germanica, si era fatto tra lui e Massena unaccordo, perchè le offese non si potessero cominciare prima del 18 ottobre.
Ma già vincevano le napoleoniche stelle. L'imperatore dei Franzesi arrivando in Alemagna innanzi che gli Austriaci avessero avuto tempo di riuscir oltre i passi della Selva Nera e di fortificarli, ed innanzi che i Russi giungessero in aiuto loro, si avventava, in ciò mostrando, oltre la celerità, una grandezza di militari concetti straordinaria, contro il nemico tante volte vinto. Trovossi Mack in pochi giorni cinto da ogni parte, segregato da Vienna, ridotto dentro le mura di Ulma. Aveva vinto Napoleone una prima battaglia a Vertinga, una seconda a Gunsborgo. Per tal guisa non solamente furono serrati gli Austriaci, ma fu ancora Mack separato dall'arciduca Giovanni.
Spuntava appena il giorno 18 ottobre, termine della tregua, che sapendo già Massena essersi venuto alle mani in Germania con prospero successo de' suoi compagni, si deliberava a cominciar la guerra. Alle quattro della mattina, dando due assalti uno sotto l'altro sopra Verona, si accingeva a sforzare sul mezzo il passo.
Imponeva a questo fine a Duhesme ed a Gardanne che assaltassero il ponte: era murato e rotto; ma Lacombe Saint-Michel, generale d'artiglieria, con un petardo, esponendosi a grave pericolo, perchè i Tedeschi fulminavano dalla riva sinistra, rompeva il muro, ed il generale Chasseloup con pari valore riattava il ponte. Passarono i soldati annali alla leggiera; ma fortemente pressati dai Tedeschi, correvano grandissimo pericolo. Non tardò Gardanne a venire in soccorso loro col grosso delle sue compagnie, e rinfrescò la battaglia. Si combattè con molto valore e con vario successo da ambe le parti. L'arciduca, che aveva il suo campo a San Martino, mandò tostamente nuovi soldati in soccorso de' suoi, donde nasceva un più vivo e più generale combattere; Duhesme ancor egliera passato con tutta la sua schiera. Per quel giorno non fu compiuta pei Franzesi, ancorchè avessero il vantaggio, la vittoria, e fu loro forza tornarsene ad alloggiare sulla destra del fiume, conservando però in poter loro la signoria del ponte.
Massena, o che il ritenesse il forte sito dell'arciduca, o che volesse aspettare che Saint-Cyr l'avesse raggiunto, o che desiderasse, prima di cacciarsi avanti, udire i fatti ulteriori della Germania, se ne stette più giorni senza fare alcun movimento d'importanza. In questo gli sopraggiungono desideratissime novelle: avere tutto l'esercito di Mack, salvo una piccola squadra fuggita sotto la condotta dell'arciduca Ferdinando, deposto le armi, ed essersi dato, il dì 17 ottobre, vinto e cattivo in mano di Napoleone: il che importava l'annichilazione quasi intiera delle forze austriache in Alemagna. Cambiavansi le sorti dell'italica guerra. Fu l'arciduca obbligato a debilitarsi con mandar parte de' suoi in aiuto dell'imperio pericolante. Sgomentaronsene i Tedeschi, presero animo i Franzesi. Massena, udito il maraviglioso caso d'Ulma, si risolveva, senza frappor tempo in mezzo, ad assaltare l'avversario nel suo forte alloggiamento di Caldiero. Il giorno 29 ordinava il passo del fiume. Duhesme e Gardanne, passato il ponte, si erano allargati a destra; Seras, passato più sopra, seguitava ad altro disegno le falde dei monti, ed occupando le alture di val Pontena, che signoreggiavano il costello di San Felice, che con le artiglierie aveva molto noiato i Franzesi al passo del ponte, aveva obbligato i Tedeschi a sgombrare da Veronetta. Ciò diede abilità ad altre squadre di passare, massimamente ai cavalli, per modo che gli Austriaci, cacciati da tutti i siti, e perfino da San Michele, si ritirarono con grave perdita, sempre però animosamente combattendo, oltre San Martino. I Franzesi pernottarono in Vago. Si risolveva l'arciduca a far frontea Caldiero. Si ordinava la mattina del giorno 30 alla battaglia, distendendosi in siti diligentemente fortificati, e tenendo in serbo la cavalleria ed un grosso corpo di ventiquattro battaglioni di granatieri.
Il generale di Francia aveva partito i suoi in tre schiere, con un grosso ordinato alle riscosse, e che stava accampato in poca distanza alle spalle. Massena, avendo inteso che le fazioni ordinate di Seras e di Verdier avevano avuto il fine ch'egli si era proposto, si deliberava ad attaccare la battaglia. Non immoreremo a descrivere questo fatto, che fu egregiamente combattuto da ambe le parti, ma il fine fu che i Tedeschi, lasciando la vittoria in potestà di chi poteva più di loro, cedettero, del campo e si ritirarono alle batterie che l'arciduca aveva piantato sopra le eminenze che torreggiano oltre Caldiero.
Mentre si combatteva a Caldiero, aveva l'arciduca mandato a sua destra verso i monti una colonna di cinque mila soldati sotto la condotta d'Hillinger col proposito di circuire e di combattere i Franzesi alle spalle. Ne nacque un grave accidente a danno delle forze austriache, poichè Seras, che assai forte marciava su quelle medesime terre, oltre procedendo ed intromettendosi tra Hillinger e l'arciduca, tagliò fuori la squadra segregata, e la ridusse alla necessità di arrendersi.
Il fatto di Caldiero, la calamità d'Hillinger, gli ordini dell'imperatore suo fratello non lasciarono più luogo ad elezione nell'arciduca. Per la qual cosa la notte del primo novembre principiò a tirarsi indietro per la strada di Vicenza; poi, continuando con arte a cedere del campo, conduceva le sue genti, più intere che le perdite prime e la presta ritirata potessero permettere, sulle sponde della Sava, ponendosi alle stanze di Lubiana. Il seguitarono velocemente i Franzesi: raccolsero alcuni corpi, ma piccoli, di sbrancati e grossi magazzinidi viveri, principalmente in Udine e Palmanova. A questo modo i fertili paesi della terra ferma veneta, conquistati di nuovo dalle armi vincitrici di Napoleone, furono tolti all'Austria. Solo la città di Venezia restava in poter dei Tedeschi.
Era in questo mezzo tempo arrivato da Napoli Saint-Cyr. Massena, trovandosi in necessità di seguitare a seconda l'arciduca nelle montagne della Carniola e della Carintia, non voleva, per timore di qualche sbarco di Russi e d'Inglesi, lasciare senza difesa i lidi veneziani. Ordinava pertanto a Saint-Cyr che si allargasse e custodisse le spiaggie dalle bocche dell'Adige sino a Venezia. Questa provvidenza ebbe felice successo, non contro i tentativi di mare, che nessuno fu fatto, ma contro uno di terra. Occupato Ney il Tirolo tedesco, e insignoritosi del Tirolo italiano; costretto Augereau il generale Yellacich alla dedizione; un grosso di sette mila fanti e mille cavalli, sotto la condotta del principe di Roano, forzato a calarsi per le sponde della Brenta verso i piani bagnati da questo fiume, incontratosi a Castelfranco con Saint-Cyr, dopo un furioso conflitto, fu obbligato ad arrendersi. Dopo questo fatto Massena, sicuro alle spalle, vieppiù inoltrava la sua fronte, e fermava gli alloggiamenti in Lubiana, ritiratosene l'arciduca per internarsi nella Croazia, e di là nel principato di Sirmio in Ischiavonia, tra la Drava e la Sava. I soldati di Massena e di Ney si congiunsero a Villaco ed a Clagenfurt: i due eserciti di Francia, germanico ed italico, si congregarono alle future imprese sul Danubio.
Aveva Ferdinando di Napoli, siccome si è narrato, stipulato la neutralità; ma quando appunto la guerra si definiva in favor di Francia in Germania e nell'Italia superiore, essendo già corso oltre il suo mezzo il mese di novembre, arrivavano nel golfo di Napoli due navi inglesi con molte onerarie, sopra le quali erano quindici mila soldati, dodici mila Russi venuti da Corfù, tre mila Inglesi venutida Malta. Sbarcarono soldati, armi e munizioni tra Napoli e Portici, annunziando, venire non solo per proteggere il regno, ma ancora per correre verso Italia superiore in aiuto degli Austriaci. Non fece il re, non bene considerando quel che potesse portare seco il tempo futuro, alcuna dimostrazione nè protesta per impedire lo sbarco di queste genti nemiche a Francia. L'ambasciator di Napoleone, viste le insegne del nemico, molto acerbamente si risentiva, e, calati gl'imperiali stemmi dalla fronte del suo palazzo, richiedeva il re dei passaporti, e l'infedele terra (come diceva) abbandonando, se ne partiva alla volta di Roma. Per mitigarlo, mandava fuori il governo un editto, per cui prometteva ai Franzesi, Italiani, Liguri e ad altre nazioni unite all'impero franzese, che sarebbero le proprietà loro ed i traffici sicuri e salvi. Fu la dimostrazione indarno, perchè non solo nissuna protestazione conteneva contro il moto dei confederati, ma nemmeno mostrava alcun dispiacere di quello che la Francia avea sentito sì acremente. Gli effetti che ne seguitarono, e che per molti anni tolsero al re la possessione del regno di qua dal Faro, saranno fra breve raccontati.
Vinceva Napoleone nei campi d'Austerlitz una campale battaglia. Vinti i Russi ausiliarii, fu l'Austria costretta a consentire ai patti. Si fermarono a Presborgo in Ungheria il dì 26 dicembre. Consentiva l'imperatore di Alemagna e d'Austria a tutte le unioni dei territorii italiani; riconosceva le risoluzioni prese dall'imperator di Francia rispetto a Lucca ed a Piombino; riconosceva l'imperator di Francia come re d'Italia con ciò però che, seguita la pace generale, le due corone, a seconda delle promesse fatte dall'imperator Napoleone, l'una dall'altra fossero separate, nè mai in perpetuo potessero esser riunite; dava in potestà dell'imperatore medesimo di Francia tutti gli Stati dell'antica repubblica di Venezia a lui ceduti pel trattatodi Campo Formio, e consentiva che fossero uniti al regno d'Italia; riconosceva ancora nei duchi di Vittemberga e di Baviera la qualità ed il titolo di re; cedeva a quest'ultimo, oltre parecchi paesi, i principati di Brissio e di Bolzano, le sette signorie di Voralberga e parecchi altri paesi sulle rive del lago di Costanza; dal canto suo l'imperator Napoleone guarentiva l'interezza dell'impero d'Austria, consentiva che Salisborgo, già dato all'arciduca Ferdinando di Toscana, al medesimo imperio si unisse, e si obbligava ad intromettersi appresso al re di Baviera, perchè cedesse Visborgo all'arciduca in compenso di Salisborgo.