MDCCCVIAnno diCristoMDCCCVI. IndizioneIX.PioVII papa 7.FrancescoII imperadore 15.Si mandava ad effetto il trattato del 26 dicembre. Venezia e gli antichi suoi territorii, dopo otto anni di dominio austriaco, tornavano sotto quello di Francia. Venne Law Lauriston a prenderne possesso da parte del re d'Italia. Il dì 19 gennaio arrivarono in Venezia i soldati di Napoleone; li comandava Miollis. Arrivava il dì 5 di febbraio in Venezia Eugenio vicerè, testè sposato ad Amelia di Baviera. Fecersi i soliti rallegramenti.A questo tempo rinfrescavansi le napolitane ruine. Napoleone vittorioso pensava a soddisfare all'ambizione ed alla vendetta. Già sull'uscire del precedente anno aveva pubblicato, parlando a' suoi soldati, queste parole:«Da dieci anni io feci quanto per me si potè per salvare il re di Napoli e da dieci anni ei fece quanto per lui si potè per perdersi. Dopo le battaglie di Dego, di Mondovì e di Lodi, deboli forze gli restavano per resistermi: fidaimi nelle sue parole, anteposi la generosità alla forza. Risolvè poscia Marengo la seconda lega: aveva il re, di tutti il primo, incominciato la guerra: da' suoi alleati abbandonato a Luneville,solo e senza difesa rimase. Implorò perdono, gliel concedei. Voi, a Napoli già vicini, avevate in poter vostro il regno: i tradimenti io sospettava, le vendette poteva fare: novella generosità amaimi; che sgombraste il regno, ordinarvi; la terza volta restommi della salute sua la casa dei reali di Napoli obbligata. Perdonerò io la quarta ad una corte senza fede, senza onore, senza ragione? No; ceda dal regno la napolitana famiglia: non può ella col riposo d'Europa, coll'onore della mia corona sussistervi. Ite, marciate, precipitate nell'onde quei deboli battaglioni dei tiranni del mare, seppure a loro basterà l'animo di aspettarvi; ite, e mostrate al mondo come da noi si puniscano gli spergiuri; ite e fate ch'egli presto s'accorga che nostra è l'Italia, che il più bel paese della terra ha ormai gettato via dal collo il giogo d'uomini perfidissimi: ite, e mostrate che è la santità dei trattati vendicata, che sono le ombre de' miei soldati, sopravvissuti ai naufragii, ai deserti, a cento battaglie ed alle uccisioni nei porti della Sicilia, mentre tornavano dall'Egitto, placate e paghe. Guideravvi mio fratello; partecipe della mia potenza, partecipe dei miei consigli, in lui fidatevi, come io in lui mi fido.»A queste aspre parole del terribile vincitore di Austerlitz tenevan dietro consenzienti fatti. Giuseppe fratello con esercito poderoso marciava contro il regno; gli aveva dato Napoleone, conoscendolo irresoluto e solito a lasciarsi portare dalla volontà degli altri, per compagno e sostenitore de' suoi consigli Massena. Pruovossi Ferdinando di stornare la tempesta con mandar Ruffo cardinale appresso allo sdegnato signore per iscusare il fatto dello sbarco. Mostrossi Napoleone inesorabile; preparava reali seggi ai fratelli; voleva formare in ogni luogo Stati dipendenti intieramente da lui.Quando pervennero a Ferdinando lenovelle della volontà di Napoleone, si ristrinsero insieme i suoi consiglieri per deliberare su quanto la necessità del caso richiedesse. Ma la partenza dei Russi per Corfù, con corriero espresso comandata dall'imperatore Alessandro, rendè necessaria anche quella degl'Inglesi, che passarono in Sicilia, lasciato Ferdinando nell'ultima ruina.Lasciava Ferdinando la real sede il dì 23 gennaio, in Sicilia ritirandosi. Così finiva allora il suo regno.Partito Ferdinando sul vascello reale l'Archimede, fu lasciata una reggenza composta dal generale Naselli, dal principe di Canosa, da don Michelagnolo Cianciulli e da don Domenico Sofia. Era la città paventosa delle cose avvenire; si temeva del popolo, dei Franzesi, dei Calabresi. Accrebbe il terrore un grave tentativo dei carcerati al serraglio, che, se avesse avuto effetto, Napoli sarebbe andata a rovina. Marciavano intanto i Franzesi alla conquista. Giuseppe, fulminato vendetta contro la corte, e promesso dolcezza al popolo se si sottomettesse, velocemente viaggiava contro la capitale. Correva a destra a riva il mare Regnier, nessuno ostacolo in nessun luogo incontrando, salvo in Gaeta, piazza forte di sito, e custodita dal principe di Assia, capitano valoroso. Intimata la resa, rispose negando. Assaltarono i Franzesi il bastione di Sant'Andrea, e se lo presero, non senza sangue. L'altra parte si difendeva egregiamente; ma essendo i napoleoniani grossi, lasciate genti all'oppugnazione, passarono. Massena a sinistra senza impedimento alcuno camminando, poichè Capua già si era data, arrivava al 14 di febbraio sotto le mura dell'appetita città. Si arresero castel Nuovo, castel dell'Uovo, castel del Carmine e castel Sant'Elmo. Entrava Duhesme il primo con una scelta fronte di soldati leggieri sì fanti che cavalli.Faceva il dì seguente il suo ingresso Giuseppe a cavallo con molto seguito di generali e con tutte le ordinanze in bellissimamostra. Smontò al palazzo reale; trovollo squallido, e spogliato dai fuggitivi. Addì 16, visitava la chiesa di san Gennaro; udita la messa di Ruffo cardinale, presentava il santo con doni, primizie del futuro regno. Tornatosi nella regia sede, dava le udienze ai magistrati, vedeva con viso benigno la reggenza di Naselli; ma tosto la cassava, per crearne un'altra: fecene capo Saliceti. Per far denaro, si mantennero le tasse vecchie, se ne imposero delle nuove; per far sicurezza, si tolsero le armi ai cittadini, e si venne sul suono di far morire soldatescamente chi le portasse.Intanto le Calabrie non quietavano. Si era il duca di Calabria accostato, con un corpo di soldati uscito con lui da Napoli, al conte Ruggiero, che con una squadra riempiuta di soldati siciliani, tedeschi, napolitani, e con qualche misto di raunaticci, parte buona, parte pessima, aveva fatto un alloggiamento fortificato sulle rive del Silo nel principato di Salerno. Arso il ponte, schierava i suoi sulla riva. Parve il caso d'importanza; vi fu mandato Regnier. Andò il Franzese all'assalto, mandò i Napolitani in rotta, perseguitò i vinti fino a Lagonero. Rannodaronsi i regi a Campotenese; venne loro sopra Regnier, il dì 9 marzo e con un forte assalto li risolvette facilmente in fuga. A stento salvossi il conte con mille soldati tra fanti e cavalli. Il Franzese vittorioso s'inoltrava nella Calabria Ulteriore: occupava Reggio, muniva di presidio la fortezza di Scilla, posta alla punta d'Italia, dove è più vicina alla Sicilia, il che dava freno e sospetto agl'Inglesi che in Messina si erano raccolti a difesa dell'isola.Da un'altra parte Duhesme, oltratosi nella Basilicata, cacciava i nemici da Bernarda e da Torre, ed entrava in Taranto, città opportuna, pel suo sito, ad accennare ugualmente a Corfù ed alla Sicilia. Alcuni rimasugli dei vinti si erano rannodati a Castrovillari, ma, combattuti da Regnier, furono dispersi.Sbaragliati i regolari, sorgevano, parte per la mutazione del governo, parte per gl'istigamenti di Sicilia, parte per amore della vendetta, parte per cupidigia del sacco, in diverse parti della Calabria, bande collettizie di soldati spicciolati e di uomini facinorosi che mettevano la provincia a terrore, a ruba ed a sangue. In questi orribili ravvolgimenti perdeva chi aveva, acquistava chi non aveva; i buoni solamente perivano, gli scellerati trionfavano. La ferocia di uomini quasi ancora selvaggi era stimolata da uomini feroci per consetuedini; il male si appiccava e dominava in ogni parte. Spargevansi voci che la regina fomentasse questi moti: i Franzesi ed i partigiani loro accrescevano questi romori, e davano loro più credito collo intento di seminare viemmaggiormente rancori ed odii contro quel governo che da loro era stato cacciato. Da questi accidenti nasceva che non solamente il desiderio di Ferdinando diminuisse continuamente nelle popolazioni quiete e negli uomini facoltosi, ma ancora con minor avversione si vedesse il dominio dei Franzesi.Questi rumori non ignorava Napoleone. Però, giudicando che fosse arrivato il momento propizio per mandar fuori quello che si aveva giù da lungo tempo concetto, nominava Giuseppe re delle Due Sicilie. Annestava la solita condizione, che le due corone di Francia e di Napoli non potessero mai essere posate sul medesimo capo.La creazione del re Giuseppe fu sentita con qualche allegrezza in Napoli: furonvi luminarie, spari, feste, teatri, canzoni, sonetti, al solito; e di questi sonetti chi ne aveva più fatto per Carolina, più ne faceva per Giuseppe. Vi furono anche non insolite, ma indecenti cose: rivoltamenti di animi. Ruffo cardinale esultando ricevè Giuseppe sotto il baldachino; il marchese del Gallo, ambasciatore di Ferdinando a Parigi, il divenne di Giuseppe, poi incontanente suo ministro degli affari esteri; il duca diSanta Teodora, ambasciatore di Ferdinando in Ispagna, accettò carica in corte di Giuseppe. La Turchia stessa, cui Napoleone avea voluto torre quel granaio dell'Egitto, adulava: il giorno dell'assunzione di Giuseppe, il suo inviato in Napoli cacciò fuori sulla fronte del suo palazzo, in mezzo a certa lumineria, questo motto in lingua turca e franzese:L'Oriente riconosce l'eroe del secolo.Le vittorie e di Lagonero e di Campotenese, avendo rotto le forze regie in Calabria, tutto il paese era venuto, salvo alcuni moti incomposti, a divozione dei Franzesi. Solo Gaeta e Civitella di Tronto resistevano. Poca speranza restava al re di far frutto, sebbene sapesse che non mancavano mali semi contro il nuovo signore, se gl'Inglesi, sbarcando sulle terre calabresi, non avessero somministrato qualche forte soccorso di battaglioni ordinati. Ma grandemente ripugnava ad una spedizione in terraferma Stuart, che, essendo succeduto a Craig nel governo de' soldati britannici in Sicilia, continuava a starsene nelle stanze di Messina. Gli pareva che il principal fine degl'Inglesi fosse la conservazion della Sicilia. Ma era a questo tempo giunto in Sicilia un uomo a cui piacevano le imprese avventurose; questi era Sidney Smith, che, arrestata la fortuna prospera di Buonaparte in Oriente, si era persuaso di poterla arrestare in Occidente. Stimolato dalla propria natura, dalle preghiere di Ferdinando e dalle instigazioni della regina, continuamente esortava Stuart alla fazione. Ma la prudenza dell'uno superava l'audacia dell'altro, e niuna cosa si risolveva. Si deliberava Sidney a fare qualche sforzo da sè colle forze marittime per far vedere a Stuart che la materia era meglio disposta ch'ei non credeva. Per la qual cosa partiva dalla Sicilia con qualche nave grossa da guerra e molte annorarie, con intento d'andar a visitare le coste di Napoli.Vi scoperse inclinazioni favorevoli, ma non sufficienti, perchè potessero fareda sè. Tornossene in Sicilia: con intente esortazioni tanto fece, che il prudente Stuart si lasciò muovere a tentare qualche fatto su quella tribulata e tumultuosa terra. Sbarcava sul principiar di luglio con circa cinque mila soldati sulle coste del golfo di Sant'Eufemia: chiamava, ma con poco frutto, le popolazioni a levarsi. Stava sospeso, stante la freddezza dei popoli, se dovesse tornare alle navi, o persistere sulla terraferma, quando gli pervennero le novelle, che Regnier con un corpo di circa quattro mila soldati aveva posto il campo a Maida, terra distante dieci miglia dal mare. Udì al tempo stesso che una nuova schiera di tre mila soldati accorreva in soccorso di Regnier, perciocchè la nuova della venuta degl'Inglesi già si era sparsa nelle vicinanze. Si deliberava pertanto ad assaltare il nemico innanzi che il soccorso si fosse congiunto con esso lui. Forte e quasi inespugnabile era il sito di Regnier, e se si avesse aspettato l'inimico, la sua vittoria sarebbe stata certa. Ma o nel proprio valore troppo confidando, o di quello del nemico troppo debolmente giudicando, consentì al commettere all'arbitrio della fortuna un'impresa certa, e scese, varcato il fatale fiume Amato, che gli stava alla fronte, nella pericolosa pianura. Arrivavano in questo mentre i tre mila; il quale accidente accrebbe nei Franzesi l'opinione del vincere. Si fece dalla sua parte avanti l'esercito d'Inghilterra: le due emole nazioni venivano al cimento.Incominciò la battaglia, correva il dì 6 luglio, dall'affronto incomposto e sparso dei soldati armati alla leggiera; poi si venne alla zuffa delle genti grosse. Trassero poche volte con gli archibusi: mossi dall'emulazione, ed impazienti del combattere da lontano, si avventarono colle baionette in canna gli uni contro gli altri. La mischia era spaventosa; vivi erano i Franzesi, stabili gl'Inglesi. Dopo varii accidenti, la battaglia si facea pericolosa per questi, quando un nuovo reggimento partito da Messina, e testè sbarcatoa Santa Eufemia, arrivò sul campo, e posto dietro un po' di riparo che il terreno offeriva, fece fronte ai cavalli franzesi che incalzavano, e coi tiri spesseggiando, non solamente arrestò l'impeto loro, ma ancora li costrinse alla ritirata più rotti che interi. Dopo questo fatto, i soldati di Regnier si posero in fuga sconposti e sbaragliati, cercando ciascuno salute senza ordine e norma, come meglio avvisava. Fu compiuta la vittoria degli Inglesi. Dei dispersi, che furono un grosso numero, molti venuti in mano dei Calabresi, furono crudelmente ammazzati: alcuni, condotti cattivi al cospetto di Stuart, salvi restarono.La vittoria di Maida die' nuova cagione ai Calabresi di levarsi a romore: ad uso barbaro ammazzavano quanti venivano loro alle mani. I Franzesi, dal canto loro irritati contro uomini che a nissun uso civile attendevano, saccheggiavano ed ardevano tutte le terre che loro si scoprivano contrarie, uccidendo i terrazzani, e nissun rispetto avendo o al sesso o all'età. La Calabria tutta fumava d'incendii e di sangue. Furono i Franzesi obbligati a sgombrarne.Il trionfo di Maida poco durava. Si ingrossavano di nuovo i napoleoniani; gli assassinii erano cattivo fondamento; il capitano d'Inghilterra si ritirava in Sicilia, solo lasciando un presidio nel forte di Scilla, di cui s'era impadronito.Si accalorava l'oppugnazione di Gaeta. Già per molti mesi l'aveva virilmente difesa il principe d'Assia: vi morirono molti buoni Franzesi, fra gli altri il generale Vallelongue. Il principe ferito gravemente fu portato in Sicilia. Si diede la fortezza, che già, aperta una breccia molto grande nel muro della cittadella, i terribili granatieri di Francia erano pronti all'assalto, il dì 18 luglio.La resa di Gaeta avvantaggiò le condizioni dei Franzesi nel regno. La forte schiera che l'aveva oppugnata andava a ricuperare le Calabrie; e stantechè il nome di Massena era di molto terrore,gli fu dato il governo della spedizione. Perchè un uomo terribile avesse podestà terribili, decretava Giuseppe, fossero e s'intendessero le Calabrie in istato di guerra; i magistrati civili e militari obbedissero a Massena; creasse commissioni militari pei giudizii, ed i giudizii si eseguissero senza appello in ventiquattro ore; i soldati vivessero a carico dei paesi sollevati; i beni degli assassini e dei capi dei ribelli si ponessero al fisco; i beni degli assenti ancor essi si confiscassero; chi, non essendo ascritto alla guardia provinciale, fosse trovato con armi, si desse a morte; i conventi che non dichiarassero i religiosi complici si sopprimessero. Andava Massena alla spedizione: seguitarono dalle due parti crudeltà inusitate. Durò lunga pezza la carnificina; pure i napoleoniani per la disciplina e per gli ordinati disegni prevalevano. Il terrore e le uccisioni frenarono, non quietarono la provincia; semi orrendi vi covavano, che ora in questo luogo ora in quell'altro ripullulavano, e facevano segno che più potevano l'odio e la rabbia che i supplizii; nè mai potè Giuseppe venir a capo dei sollevamenti calabresi, ancorchè osasse rimedii asprissimi, e qualche volta anche dolcezza coi perdoni. Vedremo poi che se la dolcezza mescolata con la crudeltà non fece frutto per pacificare le Calabrie, una crudeltà pura il fece: feroce razza di Calabria che non potè costringersi alla quiete, se non con lo sterminio.Risoluzioni infedeli, atti soperchievoli, guerra barbara insanguinavano una costa dell'Adriatico; simili accidenti insanguinavano l'altra. Erano le Bocche di Cattaro il più sicuro ricovero che si avessero i naviganti nell'Adriatico, state cedute alla Francia pel trattato di Campo Formio, con tempo di sei settimane ad esserne messo in possessione. Spirato il termine, e non comparsi gli ufficiali di Francia a prenderne possessione, un agente di Russia, col quale concordavano, siccome Greci, gran parte dei Bocchesie dei Montenegrini, selvaggi abitatori delle vicine montagne, sollevò il paese, predicando che, poichè il tempo buono della consegna era trascorso, i Franzesi erano scaduti, ed il paese padrone di sè stesso. I comandanti austriaci di Castel Nuovo e degli altri forti la intendevano ad un altro modo, e volevano serbare la fede. Arrivava in questo mentre il marchese Ghisilieri, commissario d'Austria, per fare la consegnazione; ma non che il suo mandato eseguisse perchè già i Franzesi si approssimavano, consentì a sgombrar il paese, lasciandolo in potere de' natii, dei Montenegrini e dei Russi. Sgombrarono di malavoglia i comandanti austriaci, e sdegnosamente anche protestarono della violazione dei patti. Nè meno sdegnosamente udì Vienna il fatto: fu il marchese condannato a carcere perpetuo in una fortezza di Transilvania.La fede violata a Cattaro die' occasione a fede violata in Ragusi. I napoleoniani, non potendo più occupare Cattaro, s'impadronirono di Ragusi, nessuna ragione contro quella pacifica ed innocente repubblica allegando, ma solamente il pretesto di preservarla dalle scorrerie dei Montenegrini. Certo i soldati napoleonici difesero Ragusi, dicesi la città, perciocchè i Montenegrini saccheggiavano il territorio; ma Napoleone spense la repubblica, congiungendola all'italico regno: singolar modo di preservazione. Sorse una guerra varia. Lauriston, tenuto in assedio in Ragusi dai Montenegrini, era soccorso da Molitor, che li vinceva, risospingendoli ai loro nidi delle montagne. Pure stavano ancora minacciosi ed infestavano con ispesse correrie il paese, quando Marmont, con astuzia militare avendogli indotti a venire al piano, con istrage grandissima prostrava tutte le forze loro. Guerra orribile fu questa: i Montenegrini ammazzavano i prigioni e gittavano le lor teste tronche fra le file dei compagni inorriditi; i napoleoniani perseguitavano sui monti loroi Montenegrini, e quando non li potevano avere, per essersi nascosti nelle tane, ne li cacciavano con fuoco e fumo, come se fiere fossero, per uccidersi.Cantava queste vittorie con gloriose promulgazioni, secondo la natura sua, Dandolo, che era per Napoleone provveditore generale della Dalmazia.Il re Federico sentiva i frutti della tenuta condotta. Vinta l'Austria per avere la Prussia imprudentemente serbata la neutralità, insorgeva Napoleone a vincere la Prussia dopo l'Austria. Usò le insidie, le insolenze e le usurpazioni per farla vile agli occhi del mondo; poi assalti più aperti per farla risentire, non dubitando di vincerla. Invase l'Annover, ed operò ch'ella lo accettasse in proprietà, dono funesto per la riputazione, funesto per gli effetti. Offese la Germania nel caso del duca d'Enghien: non risentissi la Prussia. Portò pazientemente il re l'incoronazione italica, l'unione di Genova, il fatto di Lucca, le non attenute promesse al re di Sardegna: portò pazientemente la carcerazione dei legati d'Inghilterra sui territorii germanici, le taglie poste sulle città anseatiche, le violazioni delle terre d'Anspach e di Bareit. Di mezza Germania si faceva signore Napoleone per la confederazione del Reno. Non ci allungheremo in altri fatti; ma nuovi soldati napoleonici marciavano in Germania. Conobbe il re con quale amico avesse a fare, e corse alle armi; corse altresì al ferro Napoleone.Vinse la fortuna di Napoleone. Fu la Prussia prostrata a Jena, fu prostrata a Maddeborgo ed a Perenslavia. Berlino, capitale del regno, le fortezze tutte, dominando uno scompiglio ed un terrore estremo, vennero in poter del vincitore. Questo fine ebbero le armi animosamente mosse dal re Federico per istimolo proprio e per quelli di Alessandro di Russia. Arrivava Alessandro imperatore con le sue schiere in aiuto del vinto amico; ma Napoleone soprastava di ardire, di forza e d'arte. Fu asprissima labattaglia di Eylau e di esito incerto. Incrudelita la stagione, ritiraronsi i Franzesi di qua della Vistola, i Russi di là della Pregel.
Si mandava ad effetto il trattato del 26 dicembre. Venezia e gli antichi suoi territorii, dopo otto anni di dominio austriaco, tornavano sotto quello di Francia. Venne Law Lauriston a prenderne possesso da parte del re d'Italia. Il dì 19 gennaio arrivarono in Venezia i soldati di Napoleone; li comandava Miollis. Arrivava il dì 5 di febbraio in Venezia Eugenio vicerè, testè sposato ad Amelia di Baviera. Fecersi i soliti rallegramenti.
A questo tempo rinfrescavansi le napolitane ruine. Napoleone vittorioso pensava a soddisfare all'ambizione ed alla vendetta. Già sull'uscire del precedente anno aveva pubblicato, parlando a' suoi soldati, queste parole:
«Da dieci anni io feci quanto per me si potè per salvare il re di Napoli e da dieci anni ei fece quanto per lui si potè per perdersi. Dopo le battaglie di Dego, di Mondovì e di Lodi, deboli forze gli restavano per resistermi: fidaimi nelle sue parole, anteposi la generosità alla forza. Risolvè poscia Marengo la seconda lega: aveva il re, di tutti il primo, incominciato la guerra: da' suoi alleati abbandonato a Luneville,solo e senza difesa rimase. Implorò perdono, gliel concedei. Voi, a Napoli già vicini, avevate in poter vostro il regno: i tradimenti io sospettava, le vendette poteva fare: novella generosità amaimi; che sgombraste il regno, ordinarvi; la terza volta restommi della salute sua la casa dei reali di Napoli obbligata. Perdonerò io la quarta ad una corte senza fede, senza onore, senza ragione? No; ceda dal regno la napolitana famiglia: non può ella col riposo d'Europa, coll'onore della mia corona sussistervi. Ite, marciate, precipitate nell'onde quei deboli battaglioni dei tiranni del mare, seppure a loro basterà l'animo di aspettarvi; ite, e mostrate al mondo come da noi si puniscano gli spergiuri; ite e fate ch'egli presto s'accorga che nostra è l'Italia, che il più bel paese della terra ha ormai gettato via dal collo il giogo d'uomini perfidissimi: ite, e mostrate che è la santità dei trattati vendicata, che sono le ombre de' miei soldati, sopravvissuti ai naufragii, ai deserti, a cento battaglie ed alle uccisioni nei porti della Sicilia, mentre tornavano dall'Egitto, placate e paghe. Guideravvi mio fratello; partecipe della mia potenza, partecipe dei miei consigli, in lui fidatevi, come io in lui mi fido.»
A queste aspre parole del terribile vincitore di Austerlitz tenevan dietro consenzienti fatti. Giuseppe fratello con esercito poderoso marciava contro il regno; gli aveva dato Napoleone, conoscendolo irresoluto e solito a lasciarsi portare dalla volontà degli altri, per compagno e sostenitore de' suoi consigli Massena. Pruovossi Ferdinando di stornare la tempesta con mandar Ruffo cardinale appresso allo sdegnato signore per iscusare il fatto dello sbarco. Mostrossi Napoleone inesorabile; preparava reali seggi ai fratelli; voleva formare in ogni luogo Stati dipendenti intieramente da lui.
Quando pervennero a Ferdinando lenovelle della volontà di Napoleone, si ristrinsero insieme i suoi consiglieri per deliberare su quanto la necessità del caso richiedesse. Ma la partenza dei Russi per Corfù, con corriero espresso comandata dall'imperatore Alessandro, rendè necessaria anche quella degl'Inglesi, che passarono in Sicilia, lasciato Ferdinando nell'ultima ruina.
Lasciava Ferdinando la real sede il dì 23 gennaio, in Sicilia ritirandosi. Così finiva allora il suo regno.
Partito Ferdinando sul vascello reale l'Archimede, fu lasciata una reggenza composta dal generale Naselli, dal principe di Canosa, da don Michelagnolo Cianciulli e da don Domenico Sofia. Era la città paventosa delle cose avvenire; si temeva del popolo, dei Franzesi, dei Calabresi. Accrebbe il terrore un grave tentativo dei carcerati al serraglio, che, se avesse avuto effetto, Napoli sarebbe andata a rovina. Marciavano intanto i Franzesi alla conquista. Giuseppe, fulminato vendetta contro la corte, e promesso dolcezza al popolo se si sottomettesse, velocemente viaggiava contro la capitale. Correva a destra a riva il mare Regnier, nessuno ostacolo in nessun luogo incontrando, salvo in Gaeta, piazza forte di sito, e custodita dal principe di Assia, capitano valoroso. Intimata la resa, rispose negando. Assaltarono i Franzesi il bastione di Sant'Andrea, e se lo presero, non senza sangue. L'altra parte si difendeva egregiamente; ma essendo i napoleoniani grossi, lasciate genti all'oppugnazione, passarono. Massena a sinistra senza impedimento alcuno camminando, poichè Capua già si era data, arrivava al 14 di febbraio sotto le mura dell'appetita città. Si arresero castel Nuovo, castel dell'Uovo, castel del Carmine e castel Sant'Elmo. Entrava Duhesme il primo con una scelta fronte di soldati leggieri sì fanti che cavalli.
Faceva il dì seguente il suo ingresso Giuseppe a cavallo con molto seguito di generali e con tutte le ordinanze in bellissimamostra. Smontò al palazzo reale; trovollo squallido, e spogliato dai fuggitivi. Addì 16, visitava la chiesa di san Gennaro; udita la messa di Ruffo cardinale, presentava il santo con doni, primizie del futuro regno. Tornatosi nella regia sede, dava le udienze ai magistrati, vedeva con viso benigno la reggenza di Naselli; ma tosto la cassava, per crearne un'altra: fecene capo Saliceti. Per far denaro, si mantennero le tasse vecchie, se ne imposero delle nuove; per far sicurezza, si tolsero le armi ai cittadini, e si venne sul suono di far morire soldatescamente chi le portasse.
Intanto le Calabrie non quietavano. Si era il duca di Calabria accostato, con un corpo di soldati uscito con lui da Napoli, al conte Ruggiero, che con una squadra riempiuta di soldati siciliani, tedeschi, napolitani, e con qualche misto di raunaticci, parte buona, parte pessima, aveva fatto un alloggiamento fortificato sulle rive del Silo nel principato di Salerno. Arso il ponte, schierava i suoi sulla riva. Parve il caso d'importanza; vi fu mandato Regnier. Andò il Franzese all'assalto, mandò i Napolitani in rotta, perseguitò i vinti fino a Lagonero. Rannodaronsi i regi a Campotenese; venne loro sopra Regnier, il dì 9 marzo e con un forte assalto li risolvette facilmente in fuga. A stento salvossi il conte con mille soldati tra fanti e cavalli. Il Franzese vittorioso s'inoltrava nella Calabria Ulteriore: occupava Reggio, muniva di presidio la fortezza di Scilla, posta alla punta d'Italia, dove è più vicina alla Sicilia, il che dava freno e sospetto agl'Inglesi che in Messina si erano raccolti a difesa dell'isola.
Da un'altra parte Duhesme, oltratosi nella Basilicata, cacciava i nemici da Bernarda e da Torre, ed entrava in Taranto, città opportuna, pel suo sito, ad accennare ugualmente a Corfù ed alla Sicilia. Alcuni rimasugli dei vinti si erano rannodati a Castrovillari, ma, combattuti da Regnier, furono dispersi.
Sbaragliati i regolari, sorgevano, parte per la mutazione del governo, parte per gl'istigamenti di Sicilia, parte per amore della vendetta, parte per cupidigia del sacco, in diverse parti della Calabria, bande collettizie di soldati spicciolati e di uomini facinorosi che mettevano la provincia a terrore, a ruba ed a sangue. In questi orribili ravvolgimenti perdeva chi aveva, acquistava chi non aveva; i buoni solamente perivano, gli scellerati trionfavano. La ferocia di uomini quasi ancora selvaggi era stimolata da uomini feroci per consetuedini; il male si appiccava e dominava in ogni parte. Spargevansi voci che la regina fomentasse questi moti: i Franzesi ed i partigiani loro accrescevano questi romori, e davano loro più credito collo intento di seminare viemmaggiormente rancori ed odii contro quel governo che da loro era stato cacciato. Da questi accidenti nasceva che non solamente il desiderio di Ferdinando diminuisse continuamente nelle popolazioni quiete e negli uomini facoltosi, ma ancora con minor avversione si vedesse il dominio dei Franzesi.
Questi rumori non ignorava Napoleone. Però, giudicando che fosse arrivato il momento propizio per mandar fuori quello che si aveva giù da lungo tempo concetto, nominava Giuseppe re delle Due Sicilie. Annestava la solita condizione, che le due corone di Francia e di Napoli non potessero mai essere posate sul medesimo capo.
La creazione del re Giuseppe fu sentita con qualche allegrezza in Napoli: furonvi luminarie, spari, feste, teatri, canzoni, sonetti, al solito; e di questi sonetti chi ne aveva più fatto per Carolina, più ne faceva per Giuseppe. Vi furono anche non insolite, ma indecenti cose: rivoltamenti di animi. Ruffo cardinale esultando ricevè Giuseppe sotto il baldachino; il marchese del Gallo, ambasciatore di Ferdinando a Parigi, il divenne di Giuseppe, poi incontanente suo ministro degli affari esteri; il duca diSanta Teodora, ambasciatore di Ferdinando in Ispagna, accettò carica in corte di Giuseppe. La Turchia stessa, cui Napoleone avea voluto torre quel granaio dell'Egitto, adulava: il giorno dell'assunzione di Giuseppe, il suo inviato in Napoli cacciò fuori sulla fronte del suo palazzo, in mezzo a certa lumineria, questo motto in lingua turca e franzese:L'Oriente riconosce l'eroe del secolo.
Le vittorie e di Lagonero e di Campotenese, avendo rotto le forze regie in Calabria, tutto il paese era venuto, salvo alcuni moti incomposti, a divozione dei Franzesi. Solo Gaeta e Civitella di Tronto resistevano. Poca speranza restava al re di far frutto, sebbene sapesse che non mancavano mali semi contro il nuovo signore, se gl'Inglesi, sbarcando sulle terre calabresi, non avessero somministrato qualche forte soccorso di battaglioni ordinati. Ma grandemente ripugnava ad una spedizione in terraferma Stuart, che, essendo succeduto a Craig nel governo de' soldati britannici in Sicilia, continuava a starsene nelle stanze di Messina. Gli pareva che il principal fine degl'Inglesi fosse la conservazion della Sicilia. Ma era a questo tempo giunto in Sicilia un uomo a cui piacevano le imprese avventurose; questi era Sidney Smith, che, arrestata la fortuna prospera di Buonaparte in Oriente, si era persuaso di poterla arrestare in Occidente. Stimolato dalla propria natura, dalle preghiere di Ferdinando e dalle instigazioni della regina, continuamente esortava Stuart alla fazione. Ma la prudenza dell'uno superava l'audacia dell'altro, e niuna cosa si risolveva. Si deliberava Sidney a fare qualche sforzo da sè colle forze marittime per far vedere a Stuart che la materia era meglio disposta ch'ei non credeva. Per la qual cosa partiva dalla Sicilia con qualche nave grossa da guerra e molte annorarie, con intento d'andar a visitare le coste di Napoli.
Vi scoperse inclinazioni favorevoli, ma non sufficienti, perchè potessero fareda sè. Tornossene in Sicilia: con intente esortazioni tanto fece, che il prudente Stuart si lasciò muovere a tentare qualche fatto su quella tribulata e tumultuosa terra. Sbarcava sul principiar di luglio con circa cinque mila soldati sulle coste del golfo di Sant'Eufemia: chiamava, ma con poco frutto, le popolazioni a levarsi. Stava sospeso, stante la freddezza dei popoli, se dovesse tornare alle navi, o persistere sulla terraferma, quando gli pervennero le novelle, che Regnier con un corpo di circa quattro mila soldati aveva posto il campo a Maida, terra distante dieci miglia dal mare. Udì al tempo stesso che una nuova schiera di tre mila soldati accorreva in soccorso di Regnier, perciocchè la nuova della venuta degl'Inglesi già si era sparsa nelle vicinanze. Si deliberava pertanto ad assaltare il nemico innanzi che il soccorso si fosse congiunto con esso lui. Forte e quasi inespugnabile era il sito di Regnier, e se si avesse aspettato l'inimico, la sua vittoria sarebbe stata certa. Ma o nel proprio valore troppo confidando, o di quello del nemico troppo debolmente giudicando, consentì al commettere all'arbitrio della fortuna un'impresa certa, e scese, varcato il fatale fiume Amato, che gli stava alla fronte, nella pericolosa pianura. Arrivavano in questo mentre i tre mila; il quale accidente accrebbe nei Franzesi l'opinione del vincere. Si fece dalla sua parte avanti l'esercito d'Inghilterra: le due emole nazioni venivano al cimento.
Incominciò la battaglia, correva il dì 6 luglio, dall'affronto incomposto e sparso dei soldati armati alla leggiera; poi si venne alla zuffa delle genti grosse. Trassero poche volte con gli archibusi: mossi dall'emulazione, ed impazienti del combattere da lontano, si avventarono colle baionette in canna gli uni contro gli altri. La mischia era spaventosa; vivi erano i Franzesi, stabili gl'Inglesi. Dopo varii accidenti, la battaglia si facea pericolosa per questi, quando un nuovo reggimento partito da Messina, e testè sbarcatoa Santa Eufemia, arrivò sul campo, e posto dietro un po' di riparo che il terreno offeriva, fece fronte ai cavalli franzesi che incalzavano, e coi tiri spesseggiando, non solamente arrestò l'impeto loro, ma ancora li costrinse alla ritirata più rotti che interi. Dopo questo fatto, i soldati di Regnier si posero in fuga sconposti e sbaragliati, cercando ciascuno salute senza ordine e norma, come meglio avvisava. Fu compiuta la vittoria degli Inglesi. Dei dispersi, che furono un grosso numero, molti venuti in mano dei Calabresi, furono crudelmente ammazzati: alcuni, condotti cattivi al cospetto di Stuart, salvi restarono.
La vittoria di Maida die' nuova cagione ai Calabresi di levarsi a romore: ad uso barbaro ammazzavano quanti venivano loro alle mani. I Franzesi, dal canto loro irritati contro uomini che a nissun uso civile attendevano, saccheggiavano ed ardevano tutte le terre che loro si scoprivano contrarie, uccidendo i terrazzani, e nissun rispetto avendo o al sesso o all'età. La Calabria tutta fumava d'incendii e di sangue. Furono i Franzesi obbligati a sgombrarne.
Il trionfo di Maida poco durava. Si ingrossavano di nuovo i napoleoniani; gli assassinii erano cattivo fondamento; il capitano d'Inghilterra si ritirava in Sicilia, solo lasciando un presidio nel forte di Scilla, di cui s'era impadronito.
Si accalorava l'oppugnazione di Gaeta. Già per molti mesi l'aveva virilmente difesa il principe d'Assia: vi morirono molti buoni Franzesi, fra gli altri il generale Vallelongue. Il principe ferito gravemente fu portato in Sicilia. Si diede la fortezza, che già, aperta una breccia molto grande nel muro della cittadella, i terribili granatieri di Francia erano pronti all'assalto, il dì 18 luglio.
La resa di Gaeta avvantaggiò le condizioni dei Franzesi nel regno. La forte schiera che l'aveva oppugnata andava a ricuperare le Calabrie; e stantechè il nome di Massena era di molto terrore,gli fu dato il governo della spedizione. Perchè un uomo terribile avesse podestà terribili, decretava Giuseppe, fossero e s'intendessero le Calabrie in istato di guerra; i magistrati civili e militari obbedissero a Massena; creasse commissioni militari pei giudizii, ed i giudizii si eseguissero senza appello in ventiquattro ore; i soldati vivessero a carico dei paesi sollevati; i beni degli assassini e dei capi dei ribelli si ponessero al fisco; i beni degli assenti ancor essi si confiscassero; chi, non essendo ascritto alla guardia provinciale, fosse trovato con armi, si desse a morte; i conventi che non dichiarassero i religiosi complici si sopprimessero. Andava Massena alla spedizione: seguitarono dalle due parti crudeltà inusitate. Durò lunga pezza la carnificina; pure i napoleoniani per la disciplina e per gli ordinati disegni prevalevano. Il terrore e le uccisioni frenarono, non quietarono la provincia; semi orrendi vi covavano, che ora in questo luogo ora in quell'altro ripullulavano, e facevano segno che più potevano l'odio e la rabbia che i supplizii; nè mai potè Giuseppe venir a capo dei sollevamenti calabresi, ancorchè osasse rimedii asprissimi, e qualche volta anche dolcezza coi perdoni. Vedremo poi che se la dolcezza mescolata con la crudeltà non fece frutto per pacificare le Calabrie, una crudeltà pura il fece: feroce razza di Calabria che non potè costringersi alla quiete, se non con lo sterminio.
Risoluzioni infedeli, atti soperchievoli, guerra barbara insanguinavano una costa dell'Adriatico; simili accidenti insanguinavano l'altra. Erano le Bocche di Cattaro il più sicuro ricovero che si avessero i naviganti nell'Adriatico, state cedute alla Francia pel trattato di Campo Formio, con tempo di sei settimane ad esserne messo in possessione. Spirato il termine, e non comparsi gli ufficiali di Francia a prenderne possessione, un agente di Russia, col quale concordavano, siccome Greci, gran parte dei Bocchesie dei Montenegrini, selvaggi abitatori delle vicine montagne, sollevò il paese, predicando che, poichè il tempo buono della consegna era trascorso, i Franzesi erano scaduti, ed il paese padrone di sè stesso. I comandanti austriaci di Castel Nuovo e degli altri forti la intendevano ad un altro modo, e volevano serbare la fede. Arrivava in questo mentre il marchese Ghisilieri, commissario d'Austria, per fare la consegnazione; ma non che il suo mandato eseguisse perchè già i Franzesi si approssimavano, consentì a sgombrar il paese, lasciandolo in potere de' natii, dei Montenegrini e dei Russi. Sgombrarono di malavoglia i comandanti austriaci, e sdegnosamente anche protestarono della violazione dei patti. Nè meno sdegnosamente udì Vienna il fatto: fu il marchese condannato a carcere perpetuo in una fortezza di Transilvania.
La fede violata a Cattaro die' occasione a fede violata in Ragusi. I napoleoniani, non potendo più occupare Cattaro, s'impadronirono di Ragusi, nessuna ragione contro quella pacifica ed innocente repubblica allegando, ma solamente il pretesto di preservarla dalle scorrerie dei Montenegrini. Certo i soldati napoleonici difesero Ragusi, dicesi la città, perciocchè i Montenegrini saccheggiavano il territorio; ma Napoleone spense la repubblica, congiungendola all'italico regno: singolar modo di preservazione. Sorse una guerra varia. Lauriston, tenuto in assedio in Ragusi dai Montenegrini, era soccorso da Molitor, che li vinceva, risospingendoli ai loro nidi delle montagne. Pure stavano ancora minacciosi ed infestavano con ispesse correrie il paese, quando Marmont, con astuzia militare avendogli indotti a venire al piano, con istrage grandissima prostrava tutte le forze loro. Guerra orribile fu questa: i Montenegrini ammazzavano i prigioni e gittavano le lor teste tronche fra le file dei compagni inorriditi; i napoleoniani perseguitavano sui monti loroi Montenegrini, e quando non li potevano avere, per essersi nascosti nelle tane, ne li cacciavano con fuoco e fumo, come se fiere fossero, per uccidersi.
Cantava queste vittorie con gloriose promulgazioni, secondo la natura sua, Dandolo, che era per Napoleone provveditore generale della Dalmazia.
Il re Federico sentiva i frutti della tenuta condotta. Vinta l'Austria per avere la Prussia imprudentemente serbata la neutralità, insorgeva Napoleone a vincere la Prussia dopo l'Austria. Usò le insidie, le insolenze e le usurpazioni per farla vile agli occhi del mondo; poi assalti più aperti per farla risentire, non dubitando di vincerla. Invase l'Annover, ed operò ch'ella lo accettasse in proprietà, dono funesto per la riputazione, funesto per gli effetti. Offese la Germania nel caso del duca d'Enghien: non risentissi la Prussia. Portò pazientemente il re l'incoronazione italica, l'unione di Genova, il fatto di Lucca, le non attenute promesse al re di Sardegna: portò pazientemente la carcerazione dei legati d'Inghilterra sui territorii germanici, le taglie poste sulle città anseatiche, le violazioni delle terre d'Anspach e di Bareit. Di mezza Germania si faceva signore Napoleone per la confederazione del Reno. Non ci allungheremo in altri fatti; ma nuovi soldati napoleonici marciavano in Germania. Conobbe il re con quale amico avesse a fare, e corse alle armi; corse altresì al ferro Napoleone.
Vinse la fortuna di Napoleone. Fu la Prussia prostrata a Jena, fu prostrata a Maddeborgo ed a Perenslavia. Berlino, capitale del regno, le fortezze tutte, dominando uno scompiglio ed un terrore estremo, vennero in poter del vincitore. Questo fine ebbero le armi animosamente mosse dal re Federico per istimolo proprio e per quelli di Alessandro di Russia. Arrivava Alessandro imperatore con le sue schiere in aiuto del vinto amico; ma Napoleone soprastava di ardire, di forza e d'arte. Fu asprissima labattaglia di Eylau e di esito incerto. Incrudelita la stagione, ritiraronsi i Franzesi di qua della Vistola, i Russi di là della Pregel.