MDCCCXIAnno diCristoMDCCCXI. IndizioneXIV.PioVII papa 12.FrancescoI imp. d'Austria 6.Aveva Napoleone per mezzo del concordato confermata la sua potenza, sìsoddisfacendo al desiderio dei popoli, e sì tenendo con l'imperio degli ecclesiastici in freno la parte contraria alla quale non piaceva quella sua immoderata cupidigia di dominare. Restava che la religione romana stessa domasse con la depressione dell'autorità pontificia: aveva in ciò un desiderio molto ardente, siccome quegli che era impaziente di ogni potenza forte che a lui fosse vicina. A questo fine, occupate le Marche, si era avvicinato alla pontificia sede di Roma, e sotto colore delle cose di Napoli, mostrava spesso i suoi soldati agli attoniti Romani. A questo fine ancora aveva occupato la romana città, e trasportato il papa in condizione cattiva a Savona, retribuzione certamente indegna di tanti benefizii.Era arrivato papa Pio prigione a Savona il dì 15 agosto del 1809, se per caso o pensatamente, perchè quello era giorno festivo di Napoleone, ognuno giudicherà. Gli furono date sull'arrivare le stanze in casa di un Sansoni sindaco della città. Accorrevano d'ogni intorno i popoli per vedere il pontefice. Pure gli agenti imperiali osservavano che, o fosse timore o fosse opinione, era quivi la moltitudine meno fervorosa, e minore il fanatismo, così il chiamavano, mostravasi verso il sovrano pontefice, che in Francia, e che la presenza del papa cattivo non alterava punto la obbedienza verso il governo.Sino a che si comandasse altrimenti, erano vietate le udienze al papa, ed a nessuno si permetteva che gli favellasse, se non presenti le guardie; su quanto facesse nelle interiori stanze, diligentemente si vigilava e sopravvigilava; le lettere che scriveva e quelle che a lui si scrivevano, copiavansi e si mandavano a Parigi. Se ne viveva il pontefice nel suo savonese carcere con molta semplicità, nè mai si mostrava sdegnato, quantunque avesse tante cagioni di sdegnarsi.Desiderava Napoleone che il senatoconsultodell'unione dello Stato romano al suo impero sortisse il suo effetto anche per consentimento del papa. Per la qual cosa gli agenti imperiali continuamente e con esortazioni vivissime cercavano di muoverlo, acciocchè rinunziasse al dominio temporale, accettasse i milioni, abitasse il palazzo arcivescovile di Parigi. Certamente pareva a que' tempi la potenza di Napoleone inconquassabile; le paci di Tilsit e di Vienna, il nuovo matrimonio, l'esercito invitto, vincitore, innumerabile la fondavano. Niuna speranza rimaneva al pontefice di risorgere, il sapeva, il credeva, il diceva; ma vinse la coscienza: ricusò Pio le imperiali proposte.Ma ecco oggimai avvicinarsi il tempo in cui la sua virtù doveva essere messa a più duri cimenti. Posciachè si era tentato di spaventarlo coi soldati, di osservarlo con le spie, di sgomentarlo con la segregazione, di scuoterlo con le minaccie, si faceva passaggio ad assalirlo con le dottrine e con le persuasioni di coloro che, o per antica amicizia o pel carattere di cui erano vestiti, si credeva potessero avere molta autorità nelle sue deliberazioni. In questo mezzo tempo, per intimorire il papa e farlo consentire a quanto si desiderava con dargli sospetto che, se non consentisse, tuttavia si farebbe, erasi convocato un concilio ecclesiastico a Parigi, a cui furono proposti certi quesiti, acciocchè li dichiarasse.Intanto Napoleone, costretto dalla necessità, perchè la vacanza delle sedi episcopali turbava la coscienza dei fedeli, essendo a ciò consigliato da coloro che appresso a lui trattavano delle faccende ecclesiastiche, si deliberava ad usare un rimedio che poteva dargli, secondo che credeva, tempo ad aspettar tempo e conclusione definitiva delle differenze nate con la santa Sede. Voleva dunque che i capitoli delegassero l'autorità vescovile ai nominati dall'imperatore; ma per questo era d'uopo che i vicarii, già eletti dai capitoli stessi all'attodella vacanza, rinunziassero: però che non vi potessero essere due delegati. A questo fine indirizzava i pensieri il governo; dal che nacquero accidenti di non poca importanza, come quelli del cardinale Maury nominato alla Sede di Parigi, e quello del vescovo Osmond eletto a quello di Firenze.Dalle opposizioni del papa provennero nuove minaccie, e alle minaccie seguitavano i fatti, poichè dall'abitazione pontificia fu sbandito ogni apparato esteriore, tolte le carrozze, tolti i servitori, soppresso ogni segno di rispetto, interdetti penna ed inchiostro; usate tutte le cautele per mutare il papa, e per fare che nissuno sapesse o dicesse o facesse altro che quello che piaceva al governo.L'imperatore, veduto che le persuasioni, nè le minaccie, nè gli spaventi, nè le strettezze non avevano potuto piegare l'animo del pontefice, e credendo, per le opinioni dei popoli, di non potere da sè e senza che gli estremi mezzi prima si fossero tentati, fare questa gravissima mutazione che i vescovi di Francia e di tutti i paesi sudditi a lui più non ricevessero la instituzione canonica dalla Sede apostolica, si era risoluto ad usare più efficacemente il sussidio del concilio ecclesiastico adunato in Parigi. Inoltre, a ciò consigliato e stimolato principalmente dal concilio stesso, si era deliberato a convocare un concilio nazionale a Parigi, acciocchè considerasse la necessità presente, e proponesse i mezzi di rimediarvi. Il concilio decideva i quesiti secondo le mire del governo, i romani teologi contraddicevano a quelle decisioni, e le discussioni erano infinite.Già il disegno ordito contro un papa carcerato era pronto a colorirsi: i soldati e le spie facevano l'opera loro in Savona, i prelati si accingevano a farla da Parigi. Erano quindici o cardinali o arcivescovi o vescovi. Comandava il governo che mandassero una deputazione a muovere il papa a Savona. Il concilio nazionale convocato a Parigi pel dì 9giugno del presente anno, parte ancor egli della macchina per intimorire il papa, stava pronto a proporgli i termini d'accordo voluti dal governo.Il papa, assalito e conquiso da ogni parte, ritirandosi dalla sua risoluzione di non voler trattare se prima non fosse libero, incominciò a manifestare le sue intenzioni; ed insomma, tentato in tutte le guise, e separato dal consorzio del mondo, promise di venire ad un accordo, il cui importare fosse questo: che sua santità, considerati i bisogni ed i voti delle chiese di Francia e l'Italia a lui rappresentati dai deputati, e deliberatosi a mostrare con un nuovo atto la sua paterna affezione verso le chiese medesime; darebbe l'instituzione canonica ai soggetti nominati da sua maestà con le forme convenute nei concordati di Francia e del regno d'Italia; che si piegherebbe ad estendere con un nuovo concordato le medesime disposizioni colle chiese di Toscana, di Parma e di Piacenza; che consentirebbe che s'inserisse nei concordati una clausola, per la quale prometterebbe di spedir le bolle d'instituzione ai vescovi nominati da sua maestà in un certo determinato tempo, che egli stimava non poter esser minore di sei mesi; e caso ch'ella differisse più di sei mesi per altri motivi che per quelli dell'indegnità personale dei soggetti, investirebbe, spirati i sei mesi, della facoltà di dare in suo nome le bolle il metropolitano della chiesa vacante, o, mancando lui, il vescovo più anziano delle provincie ecclesiastiche. Aggiunse, che sua santità a queste concessioni aveva inclinato l'animo per la speranza concetta nei colloqui avuti coi vescovi deputati, che elleno fossero per appianar la strada ad accordi, che ristorerebbero l'ordine e la pace della Chiesa, e restituirebbe alla santa Sede la libertà, la independenza e la dignità che le si convenivano. Fu aggiunto allo scritto contenente queste promesse del pontefice, i deputati affermarono per consenso di lui,il papa per sorpresa, un capitolo concepito in questi termini: Che i diversi aggiustamenti relativi al governo della Chiesa ed all'esercizio dell'autorità pontificia, sarebbe materia di un trattato particolare che sua santità era disposta a negoziare tostochè a lei fossero restituiti i suoi consiglieri e la sua libertà. Ma il pontefice protestò il giorno appresso contro questa giunta, che i vescovi deputati consentirono facilmente a cassarla dallo scritto che da Torino mandarono al ministro.Grande allegrezza sorse, per le agevolezze promesse dal pontefice, negl'imperiali palazzi, in cui si stava aspettando con molto desiderio quello che fosse per partorire l'andata dei prelati a Savona. L'imperadore, domato in parte il papa, si spinse avanti a soggiogarlo del tutto. Insorse adunque con maggiori richieste, volendo che quanto nelle istruzioni date ai deputati aveva ordinato, avesse il suo effetto per modo che nessuna eccezione di vescovi si potesse fare, il papa rinunziasse al dominio temporale, e se ne tornasse servo a Roma, e se ne andasse più servo ancora ad Avignone, ed accettasse lo stipendio. A questo fine si deliberava di usare il concilio. Mandò primieramente al pontefice alcuni cardinali, non già i neri, ma i rossi, e di questi nè anco tutti, ma solo quelli che gli parvero meno alieni dal secondare le sue intenzioni, Roverella, Dugnani, Fabrizio Ruffo: grande fondamento poi faceva principalmente sul cardinal Baiana, siccome quello che era molto entrante e di risoluta sentenza, e sempre era stato nel concistoro consigliatore di deliberazioni quieto verso lo imperatore. Aggiunse monsignor Bertazzoli, arcivescovo in partibus di Edessa, timida ed accomodante persona, congiunto per antica famigliarità col pontefice ed in grandissima fede e favore appresso di lui.Così Napoleone minacciava, Baiana parlava risolutamente, Bertazzoli persuadeva con preghiere e con lagrime. Intantoil ministro dei culti comandava che nessuna persona che fosse al mondo, salvo i mandatarii, il prefetto e Lagorsse gendarme, potesse parlare al papa. Intanto il concilio di Parigi faceva un decreto conforme alle ultime promesse del santo padre; portasse a Savona una deputazione del concilio, acciocchè il papa ratificasse e desse un breve conforme. Vide i deputati umanamente e volentieri il papa: ottennero facilmente il dì 20 settembre, il breve che approvava il decreto conciliare: le sedie arcivescovili e vescovili più di un anno non potessero vacare; lo imperatore nominasse, il papa instituisse; se fra sei mesi non avesse instituito, il metropolitano od il più anziano instituissero essi. Solo ai notati capitoli aggiunse il seguente: Che se, spirati i sei mesi, e se alcuno impedimento canonico non vi fosse, il metropolitano o il più anziano, innanzi che instituissero, fossero obbligati a prendere le informazioni consuete, e ad esigere dal consecrando la professione di fede e tutto che dai canoni fosse richiesto. Volle finalmente che instituissero, in nome suo espresso, e in nome di colui che suo successore fosse, e tantosto trasmettessero alla sedia apostolica gli atti autentici della fedele esecuzione di queste forme.Se non che quanto maggiore si mostrava la condiscendenza del pontefice, tanto più si domandava, e tutti si serrarono addosso al prigioniero, acciocchè consentisse alle altre richieste dell'imperadore. A tutta la tempesta che gli faceva intorno, domandava primieramente il papa la sua libertà: al che rispondevano i deputati conciliari, ch'egli era libero. Del giuramento, del rinunziare ai vescovi di Roma, del tornare a Roma o dello andar ad Avignone in qualità di suddito, con fermezza grandissima negava. Napoleone, veduto che non si approdava a nulla, volle pruovare se una solenne e subita minaccia potesse far effetto, e comandato ai deputati di farla, quelli la facevano. Ma i prelati partirono disconclusi.Per ultimo cimento, e per ordine risoluto del ministro dei culti, il prefetto, venuto in cospetto del pontefice, gli fece gravemente nuove rimostranze ed ammonizioni. Indarno.
Aveva Napoleone per mezzo del concordato confermata la sua potenza, sìsoddisfacendo al desiderio dei popoli, e sì tenendo con l'imperio degli ecclesiastici in freno la parte contraria alla quale non piaceva quella sua immoderata cupidigia di dominare. Restava che la religione romana stessa domasse con la depressione dell'autorità pontificia: aveva in ciò un desiderio molto ardente, siccome quegli che era impaziente di ogni potenza forte che a lui fosse vicina. A questo fine, occupate le Marche, si era avvicinato alla pontificia sede di Roma, e sotto colore delle cose di Napoli, mostrava spesso i suoi soldati agli attoniti Romani. A questo fine ancora aveva occupato la romana città, e trasportato il papa in condizione cattiva a Savona, retribuzione certamente indegna di tanti benefizii.
Era arrivato papa Pio prigione a Savona il dì 15 agosto del 1809, se per caso o pensatamente, perchè quello era giorno festivo di Napoleone, ognuno giudicherà. Gli furono date sull'arrivare le stanze in casa di un Sansoni sindaco della città. Accorrevano d'ogni intorno i popoli per vedere il pontefice. Pure gli agenti imperiali osservavano che, o fosse timore o fosse opinione, era quivi la moltitudine meno fervorosa, e minore il fanatismo, così il chiamavano, mostravasi verso il sovrano pontefice, che in Francia, e che la presenza del papa cattivo non alterava punto la obbedienza verso il governo.
Sino a che si comandasse altrimenti, erano vietate le udienze al papa, ed a nessuno si permetteva che gli favellasse, se non presenti le guardie; su quanto facesse nelle interiori stanze, diligentemente si vigilava e sopravvigilava; le lettere che scriveva e quelle che a lui si scrivevano, copiavansi e si mandavano a Parigi. Se ne viveva il pontefice nel suo savonese carcere con molta semplicità, nè mai si mostrava sdegnato, quantunque avesse tante cagioni di sdegnarsi.
Desiderava Napoleone che il senatoconsultodell'unione dello Stato romano al suo impero sortisse il suo effetto anche per consentimento del papa. Per la qual cosa gli agenti imperiali continuamente e con esortazioni vivissime cercavano di muoverlo, acciocchè rinunziasse al dominio temporale, accettasse i milioni, abitasse il palazzo arcivescovile di Parigi. Certamente pareva a que' tempi la potenza di Napoleone inconquassabile; le paci di Tilsit e di Vienna, il nuovo matrimonio, l'esercito invitto, vincitore, innumerabile la fondavano. Niuna speranza rimaneva al pontefice di risorgere, il sapeva, il credeva, il diceva; ma vinse la coscienza: ricusò Pio le imperiali proposte.
Ma ecco oggimai avvicinarsi il tempo in cui la sua virtù doveva essere messa a più duri cimenti. Posciachè si era tentato di spaventarlo coi soldati, di osservarlo con le spie, di sgomentarlo con la segregazione, di scuoterlo con le minaccie, si faceva passaggio ad assalirlo con le dottrine e con le persuasioni di coloro che, o per antica amicizia o pel carattere di cui erano vestiti, si credeva potessero avere molta autorità nelle sue deliberazioni. In questo mezzo tempo, per intimorire il papa e farlo consentire a quanto si desiderava con dargli sospetto che, se non consentisse, tuttavia si farebbe, erasi convocato un concilio ecclesiastico a Parigi, a cui furono proposti certi quesiti, acciocchè li dichiarasse.
Intanto Napoleone, costretto dalla necessità, perchè la vacanza delle sedi episcopali turbava la coscienza dei fedeli, essendo a ciò consigliato da coloro che appresso a lui trattavano delle faccende ecclesiastiche, si deliberava ad usare un rimedio che poteva dargli, secondo che credeva, tempo ad aspettar tempo e conclusione definitiva delle differenze nate con la santa Sede. Voleva dunque che i capitoli delegassero l'autorità vescovile ai nominati dall'imperatore; ma per questo era d'uopo che i vicarii, già eletti dai capitoli stessi all'attodella vacanza, rinunziassero: però che non vi potessero essere due delegati. A questo fine indirizzava i pensieri il governo; dal che nacquero accidenti di non poca importanza, come quelli del cardinale Maury nominato alla Sede di Parigi, e quello del vescovo Osmond eletto a quello di Firenze.
Dalle opposizioni del papa provennero nuove minaccie, e alle minaccie seguitavano i fatti, poichè dall'abitazione pontificia fu sbandito ogni apparato esteriore, tolte le carrozze, tolti i servitori, soppresso ogni segno di rispetto, interdetti penna ed inchiostro; usate tutte le cautele per mutare il papa, e per fare che nissuno sapesse o dicesse o facesse altro che quello che piaceva al governo.
L'imperatore, veduto che le persuasioni, nè le minaccie, nè gli spaventi, nè le strettezze non avevano potuto piegare l'animo del pontefice, e credendo, per le opinioni dei popoli, di non potere da sè e senza che gli estremi mezzi prima si fossero tentati, fare questa gravissima mutazione che i vescovi di Francia e di tutti i paesi sudditi a lui più non ricevessero la instituzione canonica dalla Sede apostolica, si era risoluto ad usare più efficacemente il sussidio del concilio ecclesiastico adunato in Parigi. Inoltre, a ciò consigliato e stimolato principalmente dal concilio stesso, si era deliberato a convocare un concilio nazionale a Parigi, acciocchè considerasse la necessità presente, e proponesse i mezzi di rimediarvi. Il concilio decideva i quesiti secondo le mire del governo, i romani teologi contraddicevano a quelle decisioni, e le discussioni erano infinite.
Già il disegno ordito contro un papa carcerato era pronto a colorirsi: i soldati e le spie facevano l'opera loro in Savona, i prelati si accingevano a farla da Parigi. Erano quindici o cardinali o arcivescovi o vescovi. Comandava il governo che mandassero una deputazione a muovere il papa a Savona. Il concilio nazionale convocato a Parigi pel dì 9giugno del presente anno, parte ancor egli della macchina per intimorire il papa, stava pronto a proporgli i termini d'accordo voluti dal governo.
Il papa, assalito e conquiso da ogni parte, ritirandosi dalla sua risoluzione di non voler trattare se prima non fosse libero, incominciò a manifestare le sue intenzioni; ed insomma, tentato in tutte le guise, e separato dal consorzio del mondo, promise di venire ad un accordo, il cui importare fosse questo: che sua santità, considerati i bisogni ed i voti delle chiese di Francia e l'Italia a lui rappresentati dai deputati, e deliberatosi a mostrare con un nuovo atto la sua paterna affezione verso le chiese medesime; darebbe l'instituzione canonica ai soggetti nominati da sua maestà con le forme convenute nei concordati di Francia e del regno d'Italia; che si piegherebbe ad estendere con un nuovo concordato le medesime disposizioni colle chiese di Toscana, di Parma e di Piacenza; che consentirebbe che s'inserisse nei concordati una clausola, per la quale prometterebbe di spedir le bolle d'instituzione ai vescovi nominati da sua maestà in un certo determinato tempo, che egli stimava non poter esser minore di sei mesi; e caso ch'ella differisse più di sei mesi per altri motivi che per quelli dell'indegnità personale dei soggetti, investirebbe, spirati i sei mesi, della facoltà di dare in suo nome le bolle il metropolitano della chiesa vacante, o, mancando lui, il vescovo più anziano delle provincie ecclesiastiche. Aggiunse, che sua santità a queste concessioni aveva inclinato l'animo per la speranza concetta nei colloqui avuti coi vescovi deputati, che elleno fossero per appianar la strada ad accordi, che ristorerebbero l'ordine e la pace della Chiesa, e restituirebbe alla santa Sede la libertà, la independenza e la dignità che le si convenivano. Fu aggiunto allo scritto contenente queste promesse del pontefice, i deputati affermarono per consenso di lui,il papa per sorpresa, un capitolo concepito in questi termini: Che i diversi aggiustamenti relativi al governo della Chiesa ed all'esercizio dell'autorità pontificia, sarebbe materia di un trattato particolare che sua santità era disposta a negoziare tostochè a lei fossero restituiti i suoi consiglieri e la sua libertà. Ma il pontefice protestò il giorno appresso contro questa giunta, che i vescovi deputati consentirono facilmente a cassarla dallo scritto che da Torino mandarono al ministro.
Grande allegrezza sorse, per le agevolezze promesse dal pontefice, negl'imperiali palazzi, in cui si stava aspettando con molto desiderio quello che fosse per partorire l'andata dei prelati a Savona. L'imperadore, domato in parte il papa, si spinse avanti a soggiogarlo del tutto. Insorse adunque con maggiori richieste, volendo che quanto nelle istruzioni date ai deputati aveva ordinato, avesse il suo effetto per modo che nessuna eccezione di vescovi si potesse fare, il papa rinunziasse al dominio temporale, e se ne tornasse servo a Roma, e se ne andasse più servo ancora ad Avignone, ed accettasse lo stipendio. A questo fine si deliberava di usare il concilio. Mandò primieramente al pontefice alcuni cardinali, non già i neri, ma i rossi, e di questi nè anco tutti, ma solo quelli che gli parvero meno alieni dal secondare le sue intenzioni, Roverella, Dugnani, Fabrizio Ruffo: grande fondamento poi faceva principalmente sul cardinal Baiana, siccome quello che era molto entrante e di risoluta sentenza, e sempre era stato nel concistoro consigliatore di deliberazioni quieto verso lo imperatore. Aggiunse monsignor Bertazzoli, arcivescovo in partibus di Edessa, timida ed accomodante persona, congiunto per antica famigliarità col pontefice ed in grandissima fede e favore appresso di lui.
Così Napoleone minacciava, Baiana parlava risolutamente, Bertazzoli persuadeva con preghiere e con lagrime. Intantoil ministro dei culti comandava che nessuna persona che fosse al mondo, salvo i mandatarii, il prefetto e Lagorsse gendarme, potesse parlare al papa. Intanto il concilio di Parigi faceva un decreto conforme alle ultime promesse del santo padre; portasse a Savona una deputazione del concilio, acciocchè il papa ratificasse e desse un breve conforme. Vide i deputati umanamente e volentieri il papa: ottennero facilmente il dì 20 settembre, il breve che approvava il decreto conciliare: le sedie arcivescovili e vescovili più di un anno non potessero vacare; lo imperatore nominasse, il papa instituisse; se fra sei mesi non avesse instituito, il metropolitano od il più anziano instituissero essi. Solo ai notati capitoli aggiunse il seguente: Che se, spirati i sei mesi, e se alcuno impedimento canonico non vi fosse, il metropolitano o il più anziano, innanzi che instituissero, fossero obbligati a prendere le informazioni consuete, e ad esigere dal consecrando la professione di fede e tutto che dai canoni fosse richiesto. Volle finalmente che instituissero, in nome suo espresso, e in nome di colui che suo successore fosse, e tantosto trasmettessero alla sedia apostolica gli atti autentici della fedele esecuzione di queste forme.
Se non che quanto maggiore si mostrava la condiscendenza del pontefice, tanto più si domandava, e tutti si serrarono addosso al prigioniero, acciocchè consentisse alle altre richieste dell'imperadore. A tutta la tempesta che gli faceva intorno, domandava primieramente il papa la sua libertà: al che rispondevano i deputati conciliari, ch'egli era libero. Del giuramento, del rinunziare ai vescovi di Roma, del tornare a Roma o dello andar ad Avignone in qualità di suddito, con fermezza grandissima negava. Napoleone, veduto che non si approdava a nulla, volle pruovare se una solenne e subita minaccia potesse far effetto, e comandato ai deputati di farla, quelli la facevano. Ma i prelati partirono disconclusi.Per ultimo cimento, e per ordine risoluto del ministro dei culti, il prefetto, venuto in cospetto del pontefice, gli fece gravemente nuove rimostranze ed ammonizioni. Indarno.