MDCCCXXAnno diCristoMDCCCXX. Indiz.VIII.PioVII papa 21.FrancescoI imperad. d'Austria 15.In molte contrade dell'Europa non lievi sciagure cagionò lo spirito esaltato dei popoli. Ogni angolo ne fu commosso, e pe' due anni successivi rimase turbata l'universale tranquillità. Nel dì primo gennaio fu dato il segnale d'allarme in Cadice, dove la forza armata promulgò la antica costituzione delle Cortes, mentre nello stesso giorno il fatto medesimo si avverava nell'isola di Cuba. In poco tempo l'incendio si apprese a tutta la Spagna, sicchè la costituzione fu nel dì 10 marzo pubblicata in nome del re anche in Madrid. Grave reazione ne venne per parte dei così detti assolutisti; e ad egual sorte soggiacque il Portogallo che avea imitato l'esempio della nazione vicina.Ma in un'altra estremità d'Europa manifestossi col massimo calore il genio costituzionale: nel regno di Napoli. La notte del primo al 2 del mese di luglio, la maggior parte del reggimento di cavalleria Reale Borbone, di presidio a Nola, abbandonate le stanze, inalberò una bandiera tricolore su cui leggevasi scritto:Viva la costituzione. Imitarono il fatto le provincie vicine, non tanto per parte delle truppe regolari, quanto delle milizie.Giunte di ciò le nuove a Napoli, furono subito spediti in varie direzioni corpi di truppe capitanate dai generali Carascosa e Nunziante; ma intanto molte squadre di paesani, armati in varie guise, eransi alleate coi costituzionali, e le stesse truppe reali, unitesi alle altre, eressero nuovo vessillo col moto:Viva il re, viva la costituzione, e coi tre colori adottati dalla setta dei carbonari.Manifestandosi in appresso disposizioni consimili anche in altri reggimenti, il re Ferdinando stimò prudenza il pubblicare, nel dì 6, una grida, diretta agli abitanti del regno delle Due Sicilie, nella quale annunziava, sarebbesi sollecitamente pubblicate le basi della nuova costituzione. Trionfo tale fu preludio di colpo più decisivo: pubblicarono la costituzione spagnuola, alla quale, nel giorno 13 prestò giuramento il re, unitamente al duca di Calabria, vicario generale ed erede della corona, al principe di Salerno, alla giunta provvisionale, ai ministri, ai pubblici impiegati ed alle truppe. Dichiarata legge dello Stato, parve che l'espediente avesse reso la calma a quella parte meridionale dell'Italia. Già sino dal giorno 7 avea Ferdinando, atteso lo stato di sua salute, eletto a suo vicario generale il principe ereditario, il quale, assuntosi il carico, scese ad appagare i voti della nazione, confermando la costituzione di Spagna, salvo le modificazioni che la rappresentanza nazionale avesse trovato d'introdurre per adattarla alle circostanze locali.Le faville dell'incendio propagavansi in Sicilia, la quale mirava a svincolarsi dalla soggezione a Napoli. Pertanto, il 16 di luglio, gli ammutinati in Palermo, commessi molti disordini, s'impadronirono dell'arsenale, armandosi quindi in massa. Ne sorse una mischia sanguinosa colle truppe del presidio composto di quattro in cinque mila soldati. Ma nel giorno seguente, facendo i campagnuoli causa comune co' Palermitani, i regi rimasero vinti, mentre dalle finestre i cittadinigli opprimevano, gettando loro addosso olio ed acqua bollente, pietre, e qualunque cosa lor giungesse alle mani. Quattro mila vittime caddero in questo fatto, per imperizia e imprevidenza del luogotenente generale Naselli. Molti edifizii, in ispecie gli archivi e le carceri, furono preda delle fiamme. Naselli si salvò sulla reale feluca il Tartaro, di dove elesse una giunta provvisionale ad essa, con una grida del 17 luglio, commettendo il governo dell'isola.Come pervenne la molesta notizia a Napoli, il duca di Calabria, nella sua qualità di vicario generale del regno, imprese con gli scritti e con l'armi a sedare la insurrezione, mandando in Sicilia il generale Florestano Pepe, al quale, dopo grave e micidiale combattere, riuscì, giovato dal potere del principe di Paternò sul cuore del popolo palermitano, a stabilire, nel dì 5 ottobre, che le truppe napolitane occupassero i forti, ed il dì 6 prendessero posto al Molo ed intorno alla città. Contuttociò il popolo di Palermo spiegava la sua inquietudine e l'odio contro gli occupatori. Il generale in capo, d'accordo con la giunta, potè a poco a poco ridurre tutti i male intenzionati al dovere, e avendo riconosciuto essere la popolare sommossa stata tutta prodotta da non pochi oligarchi, che il napolitano freno disdegnavano, procedette a disarmare i meno inquieti, ad arrestare i facinorosi, e quindi a costringere i più fervidi che, trovandosi isolati, si consigliarono a deporre le armi; e con tal modo fu resa la pace all'isola che per molto tempo rammenterà questa breve sì, ma funestissima insurrezione.Contemporaneamente anche i Beneventani si ardirono di seguire l'esempio dei confinanti: ma il governo di Napoli ordinò espressamente ai popoli tutti di non prestare aiuto nè diretto nè indiretto a quella popolazione, non volendo dare motivo di doglianze alla Santa Sede, in cui potestà era Benevento tornata.Il parlamento di Napoli in questomentre teneva sue sessioni, e spendeva il tempo a cambiare i nomi alle provincie del regno, quelli volendo repristinare che portavano i loro abitatori al tempo della repubblica romana. Non pensavano che le principali potenze non avrebbero permesso che si dicesse che una nazione in Italia avea imposto al suo re una costituzione. Infatti, congregatosi a Tropau un congresso di ministri, ivi giunsero, nei primi giorni di novembre, gl'imperadori d'Austria e di Russia ed il re di Prussia per meglio discutere le cose di Napoli. L'imperadore Francesco d'Austria scrisse al re di Napoli, sul finire del mese stesso, una lettera, con la quale non solo gli dava contezza che il congresso si sarebbe trasferito a Lubiana, ma lo invitava, a nome ancora degli altri potenti ed illustri suoi alleati, e recarvisi in persona, per trattare degl'interessi più cari del suo regno.Partì di Napoli il re il 13 di dicembre sul vascello inglese il Vendicatore, e giunse a Lubiana il 14 del successivo gennaio, avendo già manifestato, con sue lettere da Livorno, ai sovrani riuniti in congresso ed a quei di Francia ed Inghilterra i proprii sentimenti sopra gli avvenimenti del napolitano regno.È notabile il presente anno per l'eccessivo freddo che al suo terminare regnò in tutta Europa; e più ancora per la morte di Giorgio III, re d'Inghilterra, accaduta il dì 30 gennaio, e per l'assassinio del duca di Berry commesso la notte del 13 al 14 febbraio dal sellaio Luigi Pietro Louvel.
In molte contrade dell'Europa non lievi sciagure cagionò lo spirito esaltato dei popoli. Ogni angolo ne fu commosso, e pe' due anni successivi rimase turbata l'universale tranquillità. Nel dì primo gennaio fu dato il segnale d'allarme in Cadice, dove la forza armata promulgò la antica costituzione delle Cortes, mentre nello stesso giorno il fatto medesimo si avverava nell'isola di Cuba. In poco tempo l'incendio si apprese a tutta la Spagna, sicchè la costituzione fu nel dì 10 marzo pubblicata in nome del re anche in Madrid. Grave reazione ne venne per parte dei così detti assolutisti; e ad egual sorte soggiacque il Portogallo che avea imitato l'esempio della nazione vicina.
Ma in un'altra estremità d'Europa manifestossi col massimo calore il genio costituzionale: nel regno di Napoli. La notte del primo al 2 del mese di luglio, la maggior parte del reggimento di cavalleria Reale Borbone, di presidio a Nola, abbandonate le stanze, inalberò una bandiera tricolore su cui leggevasi scritto:Viva la costituzione. Imitarono il fatto le provincie vicine, non tanto per parte delle truppe regolari, quanto delle milizie.Giunte di ciò le nuove a Napoli, furono subito spediti in varie direzioni corpi di truppe capitanate dai generali Carascosa e Nunziante; ma intanto molte squadre di paesani, armati in varie guise, eransi alleate coi costituzionali, e le stesse truppe reali, unitesi alle altre, eressero nuovo vessillo col moto:Viva il re, viva la costituzione, e coi tre colori adottati dalla setta dei carbonari.
Manifestandosi in appresso disposizioni consimili anche in altri reggimenti, il re Ferdinando stimò prudenza il pubblicare, nel dì 6, una grida, diretta agli abitanti del regno delle Due Sicilie, nella quale annunziava, sarebbesi sollecitamente pubblicate le basi della nuova costituzione. Trionfo tale fu preludio di colpo più decisivo: pubblicarono la costituzione spagnuola, alla quale, nel giorno 13 prestò giuramento il re, unitamente al duca di Calabria, vicario generale ed erede della corona, al principe di Salerno, alla giunta provvisionale, ai ministri, ai pubblici impiegati ed alle truppe. Dichiarata legge dello Stato, parve che l'espediente avesse reso la calma a quella parte meridionale dell'Italia. Già sino dal giorno 7 avea Ferdinando, atteso lo stato di sua salute, eletto a suo vicario generale il principe ereditario, il quale, assuntosi il carico, scese ad appagare i voti della nazione, confermando la costituzione di Spagna, salvo le modificazioni che la rappresentanza nazionale avesse trovato d'introdurre per adattarla alle circostanze locali.
Le faville dell'incendio propagavansi in Sicilia, la quale mirava a svincolarsi dalla soggezione a Napoli. Pertanto, il 16 di luglio, gli ammutinati in Palermo, commessi molti disordini, s'impadronirono dell'arsenale, armandosi quindi in massa. Ne sorse una mischia sanguinosa colle truppe del presidio composto di quattro in cinque mila soldati. Ma nel giorno seguente, facendo i campagnuoli causa comune co' Palermitani, i regi rimasero vinti, mentre dalle finestre i cittadinigli opprimevano, gettando loro addosso olio ed acqua bollente, pietre, e qualunque cosa lor giungesse alle mani. Quattro mila vittime caddero in questo fatto, per imperizia e imprevidenza del luogotenente generale Naselli. Molti edifizii, in ispecie gli archivi e le carceri, furono preda delle fiamme. Naselli si salvò sulla reale feluca il Tartaro, di dove elesse una giunta provvisionale ad essa, con una grida del 17 luglio, commettendo il governo dell'isola.
Come pervenne la molesta notizia a Napoli, il duca di Calabria, nella sua qualità di vicario generale del regno, imprese con gli scritti e con l'armi a sedare la insurrezione, mandando in Sicilia il generale Florestano Pepe, al quale, dopo grave e micidiale combattere, riuscì, giovato dal potere del principe di Paternò sul cuore del popolo palermitano, a stabilire, nel dì 5 ottobre, che le truppe napolitane occupassero i forti, ed il dì 6 prendessero posto al Molo ed intorno alla città. Contuttociò il popolo di Palermo spiegava la sua inquietudine e l'odio contro gli occupatori. Il generale in capo, d'accordo con la giunta, potè a poco a poco ridurre tutti i male intenzionati al dovere, e avendo riconosciuto essere la popolare sommossa stata tutta prodotta da non pochi oligarchi, che il napolitano freno disdegnavano, procedette a disarmare i meno inquieti, ad arrestare i facinorosi, e quindi a costringere i più fervidi che, trovandosi isolati, si consigliarono a deporre le armi; e con tal modo fu resa la pace all'isola che per molto tempo rammenterà questa breve sì, ma funestissima insurrezione.
Contemporaneamente anche i Beneventani si ardirono di seguire l'esempio dei confinanti: ma il governo di Napoli ordinò espressamente ai popoli tutti di non prestare aiuto nè diretto nè indiretto a quella popolazione, non volendo dare motivo di doglianze alla Santa Sede, in cui potestà era Benevento tornata.
Il parlamento di Napoli in questomentre teneva sue sessioni, e spendeva il tempo a cambiare i nomi alle provincie del regno, quelli volendo repristinare che portavano i loro abitatori al tempo della repubblica romana. Non pensavano che le principali potenze non avrebbero permesso che si dicesse che una nazione in Italia avea imposto al suo re una costituzione. Infatti, congregatosi a Tropau un congresso di ministri, ivi giunsero, nei primi giorni di novembre, gl'imperadori d'Austria e di Russia ed il re di Prussia per meglio discutere le cose di Napoli. L'imperadore Francesco d'Austria scrisse al re di Napoli, sul finire del mese stesso, una lettera, con la quale non solo gli dava contezza che il congresso si sarebbe trasferito a Lubiana, ma lo invitava, a nome ancora degli altri potenti ed illustri suoi alleati, e recarvisi in persona, per trattare degl'interessi più cari del suo regno.
Partì di Napoli il re il 13 di dicembre sul vascello inglese il Vendicatore, e giunse a Lubiana il 14 del successivo gennaio, avendo già manifestato, con sue lettere da Livorno, ai sovrani riuniti in congresso ed a quei di Francia ed Inghilterra i proprii sentimenti sopra gli avvenimenti del napolitano regno.
È notabile il presente anno per l'eccessivo freddo che al suo terminare regnò in tutta Europa; e più ancora per la morte di Giorgio III, re d'Inghilterra, accaduta il dì 30 gennaio, e per l'assassinio del duca di Berry commesso la notte del 13 al 14 febbraio dal sellaio Luigi Pietro Louvel.