MDCCCXXI

MDCCCXXIAnno diCristoMDCCCXXI. IndizioneIX.PioVII papa 22.FrancescoI imperad. d'Austria 16.Quantunque numerose forze fossero dalla Germania calate in Italia per essere pronte ad eseguire quanto sarebbesi dai sovrani accolti in congresso a Lubiana risoluto, s'accrebbero nella penisola leturbolenze. Decretavasi nella lubianese adunanza, numerosissima, poichè, oltre ai monarchi già ricordati, tutti i principi d'Italia vi si fecero rappresentare ed il duca di Modena vi assistette in persona, di porre un termine al germe costituzionale di Napoli, per togliere agli altri popoli l'esempio di costringere i sovrani a pattuire con essi. Ma il governo di quella meridional parte d'Italia, preseduto dal principe ereditario e vicario generale del re, poneasi in istato di difesa, e minacciava di resistere a qualunque forza straniera che si fosse presentata per distruggere l'opera che da essi medesimi si fondava sopra non troppo solide basi, giacchè nulla di giovevole alla nazione vi faceva quel partenopeo parlamento.Fatte intanto palesi le risoluzioni delle potenze alleate, numeroso esercito austriaco varcava il Po, e per varie strade si dirigeva alla volta di Napoli, sotto il comando del feld-maresciallo Frimont. Con grande circospezione marciavano le falangi, mentre una sorda voce annunziava che, appena avessero attaccato i Napolitani, una pressochè generale sollevazione in Italia, e specialmente negli Stati papali e nel Piemonte, le avrebbe condotte a certa rovina. Il generale Frimont, con suo manifesto dotato da Padova, fece conoscere per tutto ove passava quali fosser le mire della sua spedizione. Una lettera del re di Napoli, diretta a suo figlio reggente del regno, e fatta pubblica, avvisò i Napolitani del quanto avessero a temere, se non si rimettevano ciecamente nelle braccia del loro monarca, arrendendosi alle forze tedesche. In una dichiarazione mandata fuori da Lubiana, e resa pubblica in tutti i possibili modi, eransi espressi gli alleati sovrani che «se, contro ogni calcolo ed a grave rammarico dei monarchi alleati, questa bene intenzionata impresa, lontana da qualunque mira ostile, avesse a degenerare in una guerra formale, o la resistenza d'una implacabile fazione e delle compassionevoli vittimedella sua frenesia venisse prolungata per un tempo indeterminato, allora sua maestà l'imperadore di Russia, inalterabilmente fedele a' suoi alti principii, alla sua intima convinzione della necessità di reprimere male sì grande, fedele a que' nobili e costanti sentimenti di amicizia di cui ha dato nuovamente tante inestimabili ripruove, associerà i suoi combattenti a quelli dell'Austria.»O fosse il timore di vedersi piombare addosso la mole armata de' due imperii, o che l'editto del re Ferdinando e le grida del generale austriaco, che avevano già circolato pel regno, avessero diviso gli animi e tolto il coraggio, o qual si voglia altra causa, forse propria dall'incostante carattere di quella popolazione, che sel facesse, piccola fu la resistenza che nel giorno 7 di marzo e ne' tre successivi presentarono le truppe napolitane comandate dal generale Guglielmo Pepe, meno ancor delle milizie, le quali, sole pugnarono; ma, vedutesi abbandonate dai soldati stanziali, si dettero a vergognosa fuga. In quei tre giorni gli Austriaci superarono le gole d'Antrodoco, si resero padroni degli Abbruzzi e della strada che dall'Aquila conduce a Sulmona, e quindi a Napoli. Inoperoso era stato il general Carascosa, mentre la destra dell'esercito era alle prese con gl'imperiali; laonde la truppa più disciplinata, più agguerrita, e quella che chiamavasi scelta, tutta sotto gli ordini di lui, nemmeno si mosse dalle sue stanze. Adunatosi, alla novella di tali fatti, il parlamento nel giorno 12, si deliberò a pregare il duca di Calabria, vicario generale del regno, di spedire un messaggio al re, per presentare in suo nome, un atto di rispetto e di sommissione al monarca. Infatti, fu a tanto uffizio mandato il generale Fardella a Firenze, ove sino dal 9 marzo era giunto da Lubiana il re Ferdinando.Era Ferdinando a fatto di quanto accadeva, ed avea avuto notizia e dei progressi degli Austriaci e della seguita occupazione di Capua. Accolto pertanto ilgenerale Fardella, lo rispediva a Napoli con sue lettere al principe reggente, nelle quali rimproverava gli autori della resistenza e della violazione del territorio papale, dov'eransi dalle truppe del generale Pepe cominciate le ostilità. Ma mentre giungeva, era il 24 marzo, l'esercito austriaco entrava per convenzione in Napoli, e metteasi in possesso di tutti i forti. Fu il principe di Salerno che volò a recare la felice novella al re suo padre, il quale già aveva antecipatamente chiamato un governo provvisionale che sino a nuova sua disposizione assumesse la cura delle cose del regno. Così restò sciolto il parlamento, incarcerati tutti i membri che lo componevano. Un editto fulminante pubblicava in Napoli contro i settarii, a nome del re, il marchese di Circello, presidente del provvisional governo, col quale, innumerevoli essendo i proscritti, molti si diedero alla fuga, e furono in contumacia condannati allo ultimo supplizio, ed altri vi soggiacquero in fatto, mentre altri ancora od erano puniti di esilio o di galera o di prigione: promessi, per ordine del tribunale di polizia, mille ducati a chiunque avesse arrestato uno dei designati quali autori principali della rivoluzione. Il dì 26 marzo anco la piazza di Gaeta si arrese agli Austriaci, essendo stato il comandante Begani minacciato d'essere trattato da ribelle in una co' suoi soldati, ove non cedesse la fortezza. Questo infausto moto produsse adunque al napolitano popolo soltanto spese enormi, proscrizioni e morti ignominiose. Il generale Pepe potè sottrarsi a tanti guai, perchè il principe reggente, che l'aveva in particolare affezione, lo fece allontanare dal regno.Il re Ferdinando, rientrando nella sua capitale il dì 15 maggio, vi fu ricevuto tra le acclamazioni d'una popolazione solita a festeggiar l'ingresso di tutti coloro che destinati sono dalla Provvidenza a governarla, e con sua notificazione si espresse di voler riformare gli abusi e purificare tutti i dicasteri, perchèpiù non avesse nutrimento l'idra rivoluzionaria. Infatti, molti e molti furono i generali ed ufficiali dimessi, non pochi gli arrestati, ed in tutti i dipartimenti non vedevansi che riforme, mutazioni e dimissioni.Ma la Sicilia non avea dimostrato quella sommissione che gli stati di qua del Faro, sì nel tempo del regime costituzionale e sì quando presentaronsi gli Austriaci per entrare nel regno. I due partiti erano sempre in fermento e fu d'uopo d'un grosso numero di soldatesche forastiere, le quali, unite ai regi, poterono ricondurvi l'ordine. È bensì vero che in quella isola minore fu la ricerca che si fece dei perturbatori dell'ordine pubblico e dei fautori della costituzione, onde più presto sedaronsi gli animi e più presto obbedienti si piegarono agli ordini del comandante austriaco e de' regi magistrati. Una convenzione fu finalmente conchiusa fra sua maestà l'imperadore d'Austria e il re delle Due Sicilie, nel dì 18 ottobre, e ratificata l'8 del gennaio susseguente nella quale, a ristabilimento dell'ordine in tutto il regno, stipulavasi che un esercito austriaco in esso stanzierebbe sino alla totale pacificazione e al riordinamento delle cose, a tutto carico e spesa del napolitano erario.Contemporaneamente ai primi passi sui confini napolitani, una sommossa scoppiava, per parte delle truppe, nel Piemonte, e segnatamente in Alessandria, nel dì 8 marzo. Questa voglia di novità si diffuse anco in parte nella guernigione di Torino ed in altri reggimenti sparsi in varie città degli Stati Sardi. Gli studenti, i quali, per avere sino dal dì 11 di gennaio resistito alla truppa in un conflitto nel quale erano rimasti feriti diciotto loro compagni, aveano avuto severo gastigo, si unirono ai rivoltosi, e l'esempio loro fu da molta gioventù seguitato, facendo per ogni dove udire le grida diviva la costituzione. Tutti coloro che per delitti politici erano stati in varie parti del regno, pochi giorni prima arrestatie tradotti nelle carceri di Torino, furono posti in libertà. Il re Vittorio Emmanuele, dal cui animo non era mai uscito il divisamento di sottrarsi alle gravi cure dello Stato, dopo lungo consiglio, per non mancare agl'impegni contratti con le alte potenze nel congresso di Vienna e di Tropau, creò reggente del regno il principe di Carignano, che pubblicò un editto, annunziando i poteri conferitigli dal re e l'abdicazione di lui al trono in favore del fratello Carlo Felice, il quale da Modena, ove in quel mentre si trovava, notificò ai popoli del regno, avere lui assunto l'esercizio della regia podestà, e non riconoscere allora nè mai cambiamento alcuno nella forma del reggimento. Nel dì 14 fu promulgato l'atto, e la formula del principe reggente relativa a tale promulgazione terminava con le parole:Giuro altresì di esser fedele al re Carlo Felice.A Genova intanto l'ordine pubblico non era stato alterato; ma il dì 21 di marzo, avendo quel governatore pubblicato la dichiarazione del nuovo re Carlo Felice, la popolazione, siccome quella che portava opinione doversi anche in Genova promulgare la costituzione, cominciò a dubitare della veracità del documento, e ad avere per equivoche le espressioni del governatore relative al principe, che suonavano di questo tenore: «S. A. S. il principe di Carignano mi ha fatto conoscere che, mosso dai sentimenti di onore e fedeltà che lo distinguono, si è pienamente confermato a quanto nella prelodata dichiarazione viene ingiunto.» Formaronsi pertanto degli attruppamenti che si diressero al palazzo del governatore. Accolse egli alcuni dei capi, cercò calmarli, ma non rimasero paghi. Verso sera crebbe il tumulto, e disarmati alcuni corpi di guardia, con quelle armi la folla s'avviò a Banchi. Intanto i posti principali erano stati occupati dai soldati, e collocati sulle mura due cannoni, a dominio di tutta la strada verso Banchi, ovesorgeva appunto il palazzo del governatore. L'attitudine delle truppe e due sole cannonate a polvere poterono disperdere gli ammutinati, e la notte passò tranquilla. Ma la mattina appresso due colpi a scaglia tirati, non si sa come nè perchè, dal medesimo posto militare, ferirono due soldati sotto la loggia e due altri individui; del che esacerbaronsi molto gli animi, e fin dall'alba del dì 23 udivansi dappertutto alti gridori, accresciuti dalla sparsa voce che il governatore se ne fosse la notte fuggito, il che non era. Le cose correvano a questo modo quando le nuove di Torino mutarono la scena. Sorse una confusione orribile. Fu creduto che l'editto del governatore non fosse leale; i nemici di lui avvaloravano il sospetto; molti del popolo si unirono agli stanziali che aveano abbandonato i posti e le caserme: la moltitudine entrò nel palazzo, e impadronitasi del governatore, avrebbe su d'esso sfogato l'odio antico se il generale d'Ison e alcuni altri, accorrendo in suo aiuto, non l'avessero di colà sottratto per condurlo in sicuro nel palazzo ducale. Se non che per istrada si svenne, ed allora trasportato in casa Sciaccaluga in Campetto, emanò poco stante un decreto col quale eleggeva una commissione di governo conferendole irrevocabilmente tutti quei poteri che erano in lui, e così rimase alquanto calmata la città.Continuavano i rumori insurrezionali in Torino. A Novara, Voghera, Vercelli ed Alessandria, le truppe discordi erano sempre in procinto di venire tra loro alle mani. La discordia si propagava tra i liberali; e molti affezionati alla causa regia, abbandonavano il Piemonte. Ma l'esito delle cose di Napoli disanimò i capi del partito, i quali da altro canto vedevansi vicini ad essere attaccati dai Tedeschi comandati dal generale Bubna, che s'era fatto precedere da una grida onde i liberali si erano vieppiù costernati. Raffreddossi l'ardore che aveva il primo moto inspirato nel petto degli amatoridella novità, e il seducente e lusinghiero manifesto del conte di Santa Rosa valse a mantenere il coraggio in chi già si consideravo esposto a tutte le forze austriache, stante la sommissione totale del regno di Napoli.Infatti, il conte di Bubna, informato che gl'insorti soldati piemontesi movevansi verso Novara contro quelli che, rimasti fedeli al re, militavano sotto il generale La Torre, si deliberò a prestare a questo capitano il suo aiuto. Laonde, varcato, la notte del 7 all'8 di aprile, il Ticino, e fatta promulgare la grida che dicemmo, il dì 8 la vanguardia tedesca già era dinanzi a Novara. Nel mezzo tempo, vedendo il principe Carlo Alberto le proteste del duca del Genovese e la parte attiva che in quelle faccende prendeva il gabinetto austriaco, notificò in uno suo editto che rinunziava alla reggenza, e abbandonando l'esercito si ritirò in Toscana, ove poco stante si riparò anche la sua consorte, figlia di quel granduca. Allora l'esercito si elesse a capo il marchese di Caraglio, e senza lasciarsi abbattere, si dispose a resistere agl'imperiali. Ostinato fu il combattimento dato dentro la stessa Novara; ma i rivoltosi furono costretti a cedere, inseguiti sino a Vercelli. Questo esercito, che ne' giorni antecedenti ogni ora più ingrossava, ed era venuto da Torino per indurre i dissenzienti a fare con esso causa comune, da che si sentì privo di valido appoggio, andò del continuo scemando, sì che si ridusse al breve numero di cinque mila soldati. Si mosse il generale Ansaldi, che comandava in Alessandria, con parte dei suoi in soccorso di Novara; ma fu costretto a rimanersi, perchè minacciato da una forte colonna austriaca, e che da Piacenza marciava a Voghera e Tortona; e quindi udita la perdita dei compagni a Novara, e considerando che quantunque la piazza d'Alessandria ben provveduta fosse di ogni sorta di munizioni e capace di resistere a lungo assedio, pure poteva alla fine priva di soccorsi trovarsial caso di rimaner vittima con tutti i suoi seguaci, senza utile del suo partito che sino da quel momento potea dirsi annichilato; con trecento studenti, alquanti soldati e dragoni, il conte di San Marzan, il conte Santa Rosa, e molti uffiziali, si diresse verso Genova, dov'ebbe coi suoi seguaci tutto lo agio d'imbarcarsi per le coste di Spagna, stante la premura del colonnello Rapello della guardia nazionale genovese, cui erano stati perciò dati ordini segreti. Con tale evasione, il dì 11 aprile, fu restituita la tranquillità a quelle contrade ancora.Calmate le cose, il duca del Genovese Carlo Felice, previa rinunzia del suo regio fratello, assunse il titolo di re e lo esercizio della potestà suprema. Nel dì 4 di giugno andò ad abboccarsi in Lucca con esso suo fratello Vittorio, ivi pur ricevendo le chiavi della città di Alessandria cadute in potere delle armi austriache, e per ordine dell'imperadore Francesco consegnategli dal generale conte di Bubna. È noto che il già re Vittorio Emmanuele pregò il suo successore a non usar il rigore contro i complici della rivolta, volendo considerare cotale sommossa più come un resultato delle idee del giorno che di mal animo verso il legittimo sovrano. Pochi adunque furono quelli che soggiacquero alla morte.Terminarono finalmente tutte cotali vicissitudini del regno di Sardegna con una convenzione sottoscritta in Novara il 24 luglio dai plenipotenziarii piemontesi ed austriaci e con la quale venne in sostanza fermato: che un corpo austriaco di dodici mila uomini, e sotto la guarentigia delle alte potenze, rimarrebbe a disposizione di sua maestà sarda per mantenere, di concerto con le proprie truppe, la tranquillità interna del regno; corpo da poter essere aumentato ad ogni richiesta della sua maestà: occuperebbe esso corpo la linea militare di Stradella, Voghera, Tortona, Alessandria, Valenza, Casale e Vercelli.In Toscana seguivano, il dì 7 di aprile,gli sponsali tra il granduca Ferdinando e la principessa Maria Ferdinanda di Sassonia, con giubilo di quei popoli, i quali nel loro monarca ammiravano il padre e l'ottimo principe, al loro unanime grido facendo eco i profughi napolitani, romani e piemontesi, che sotto l'egida delle leggi di lui trovavano asilo e protezione, essendo che negli Stati per lui governati ricoverò di essi il massimo numero.Il dì 5 maggio morì a Sant'Elena Napoleone Bonaparte.

Quantunque numerose forze fossero dalla Germania calate in Italia per essere pronte ad eseguire quanto sarebbesi dai sovrani accolti in congresso a Lubiana risoluto, s'accrebbero nella penisola leturbolenze. Decretavasi nella lubianese adunanza, numerosissima, poichè, oltre ai monarchi già ricordati, tutti i principi d'Italia vi si fecero rappresentare ed il duca di Modena vi assistette in persona, di porre un termine al germe costituzionale di Napoli, per togliere agli altri popoli l'esempio di costringere i sovrani a pattuire con essi. Ma il governo di quella meridional parte d'Italia, preseduto dal principe ereditario e vicario generale del re, poneasi in istato di difesa, e minacciava di resistere a qualunque forza straniera che si fosse presentata per distruggere l'opera che da essi medesimi si fondava sopra non troppo solide basi, giacchè nulla di giovevole alla nazione vi faceva quel partenopeo parlamento.

Fatte intanto palesi le risoluzioni delle potenze alleate, numeroso esercito austriaco varcava il Po, e per varie strade si dirigeva alla volta di Napoli, sotto il comando del feld-maresciallo Frimont. Con grande circospezione marciavano le falangi, mentre una sorda voce annunziava che, appena avessero attaccato i Napolitani, una pressochè generale sollevazione in Italia, e specialmente negli Stati papali e nel Piemonte, le avrebbe condotte a certa rovina. Il generale Frimont, con suo manifesto dotato da Padova, fece conoscere per tutto ove passava quali fosser le mire della sua spedizione. Una lettera del re di Napoli, diretta a suo figlio reggente del regno, e fatta pubblica, avvisò i Napolitani del quanto avessero a temere, se non si rimettevano ciecamente nelle braccia del loro monarca, arrendendosi alle forze tedesche. In una dichiarazione mandata fuori da Lubiana, e resa pubblica in tutti i possibili modi, eransi espressi gli alleati sovrani che «se, contro ogni calcolo ed a grave rammarico dei monarchi alleati, questa bene intenzionata impresa, lontana da qualunque mira ostile, avesse a degenerare in una guerra formale, o la resistenza d'una implacabile fazione e delle compassionevoli vittimedella sua frenesia venisse prolungata per un tempo indeterminato, allora sua maestà l'imperadore di Russia, inalterabilmente fedele a' suoi alti principii, alla sua intima convinzione della necessità di reprimere male sì grande, fedele a que' nobili e costanti sentimenti di amicizia di cui ha dato nuovamente tante inestimabili ripruove, associerà i suoi combattenti a quelli dell'Austria.»

O fosse il timore di vedersi piombare addosso la mole armata de' due imperii, o che l'editto del re Ferdinando e le grida del generale austriaco, che avevano già circolato pel regno, avessero diviso gli animi e tolto il coraggio, o qual si voglia altra causa, forse propria dall'incostante carattere di quella popolazione, che sel facesse, piccola fu la resistenza che nel giorno 7 di marzo e ne' tre successivi presentarono le truppe napolitane comandate dal generale Guglielmo Pepe, meno ancor delle milizie, le quali, sole pugnarono; ma, vedutesi abbandonate dai soldati stanziali, si dettero a vergognosa fuga. In quei tre giorni gli Austriaci superarono le gole d'Antrodoco, si resero padroni degli Abbruzzi e della strada che dall'Aquila conduce a Sulmona, e quindi a Napoli. Inoperoso era stato il general Carascosa, mentre la destra dell'esercito era alle prese con gl'imperiali; laonde la truppa più disciplinata, più agguerrita, e quella che chiamavasi scelta, tutta sotto gli ordini di lui, nemmeno si mosse dalle sue stanze. Adunatosi, alla novella di tali fatti, il parlamento nel giorno 12, si deliberò a pregare il duca di Calabria, vicario generale del regno, di spedire un messaggio al re, per presentare in suo nome, un atto di rispetto e di sommissione al monarca. Infatti, fu a tanto uffizio mandato il generale Fardella a Firenze, ove sino dal 9 marzo era giunto da Lubiana il re Ferdinando.

Era Ferdinando a fatto di quanto accadeva, ed avea avuto notizia e dei progressi degli Austriaci e della seguita occupazione di Capua. Accolto pertanto ilgenerale Fardella, lo rispediva a Napoli con sue lettere al principe reggente, nelle quali rimproverava gli autori della resistenza e della violazione del territorio papale, dov'eransi dalle truppe del generale Pepe cominciate le ostilità. Ma mentre giungeva, era il 24 marzo, l'esercito austriaco entrava per convenzione in Napoli, e metteasi in possesso di tutti i forti. Fu il principe di Salerno che volò a recare la felice novella al re suo padre, il quale già aveva antecipatamente chiamato un governo provvisionale che sino a nuova sua disposizione assumesse la cura delle cose del regno. Così restò sciolto il parlamento, incarcerati tutti i membri che lo componevano. Un editto fulminante pubblicava in Napoli contro i settarii, a nome del re, il marchese di Circello, presidente del provvisional governo, col quale, innumerevoli essendo i proscritti, molti si diedero alla fuga, e furono in contumacia condannati allo ultimo supplizio, ed altri vi soggiacquero in fatto, mentre altri ancora od erano puniti di esilio o di galera o di prigione: promessi, per ordine del tribunale di polizia, mille ducati a chiunque avesse arrestato uno dei designati quali autori principali della rivoluzione. Il dì 26 marzo anco la piazza di Gaeta si arrese agli Austriaci, essendo stato il comandante Begani minacciato d'essere trattato da ribelle in una co' suoi soldati, ove non cedesse la fortezza. Questo infausto moto produsse adunque al napolitano popolo soltanto spese enormi, proscrizioni e morti ignominiose. Il generale Pepe potè sottrarsi a tanti guai, perchè il principe reggente, che l'aveva in particolare affezione, lo fece allontanare dal regno.

Il re Ferdinando, rientrando nella sua capitale il dì 15 maggio, vi fu ricevuto tra le acclamazioni d'una popolazione solita a festeggiar l'ingresso di tutti coloro che destinati sono dalla Provvidenza a governarla, e con sua notificazione si espresse di voler riformare gli abusi e purificare tutti i dicasteri, perchèpiù non avesse nutrimento l'idra rivoluzionaria. Infatti, molti e molti furono i generali ed ufficiali dimessi, non pochi gli arrestati, ed in tutti i dipartimenti non vedevansi che riforme, mutazioni e dimissioni.

Ma la Sicilia non avea dimostrato quella sommissione che gli stati di qua del Faro, sì nel tempo del regime costituzionale e sì quando presentaronsi gli Austriaci per entrare nel regno. I due partiti erano sempre in fermento e fu d'uopo d'un grosso numero di soldatesche forastiere, le quali, unite ai regi, poterono ricondurvi l'ordine. È bensì vero che in quella isola minore fu la ricerca che si fece dei perturbatori dell'ordine pubblico e dei fautori della costituzione, onde più presto sedaronsi gli animi e più presto obbedienti si piegarono agli ordini del comandante austriaco e de' regi magistrati. Una convenzione fu finalmente conchiusa fra sua maestà l'imperadore d'Austria e il re delle Due Sicilie, nel dì 18 ottobre, e ratificata l'8 del gennaio susseguente nella quale, a ristabilimento dell'ordine in tutto il regno, stipulavasi che un esercito austriaco in esso stanzierebbe sino alla totale pacificazione e al riordinamento delle cose, a tutto carico e spesa del napolitano erario.

Contemporaneamente ai primi passi sui confini napolitani, una sommossa scoppiava, per parte delle truppe, nel Piemonte, e segnatamente in Alessandria, nel dì 8 marzo. Questa voglia di novità si diffuse anco in parte nella guernigione di Torino ed in altri reggimenti sparsi in varie città degli Stati Sardi. Gli studenti, i quali, per avere sino dal dì 11 di gennaio resistito alla truppa in un conflitto nel quale erano rimasti feriti diciotto loro compagni, aveano avuto severo gastigo, si unirono ai rivoltosi, e l'esempio loro fu da molta gioventù seguitato, facendo per ogni dove udire le grida diviva la costituzione. Tutti coloro che per delitti politici erano stati in varie parti del regno, pochi giorni prima arrestatie tradotti nelle carceri di Torino, furono posti in libertà. Il re Vittorio Emmanuele, dal cui animo non era mai uscito il divisamento di sottrarsi alle gravi cure dello Stato, dopo lungo consiglio, per non mancare agl'impegni contratti con le alte potenze nel congresso di Vienna e di Tropau, creò reggente del regno il principe di Carignano, che pubblicò un editto, annunziando i poteri conferitigli dal re e l'abdicazione di lui al trono in favore del fratello Carlo Felice, il quale da Modena, ove in quel mentre si trovava, notificò ai popoli del regno, avere lui assunto l'esercizio della regia podestà, e non riconoscere allora nè mai cambiamento alcuno nella forma del reggimento. Nel dì 14 fu promulgato l'atto, e la formula del principe reggente relativa a tale promulgazione terminava con le parole:Giuro altresì di esser fedele al re Carlo Felice.

A Genova intanto l'ordine pubblico non era stato alterato; ma il dì 21 di marzo, avendo quel governatore pubblicato la dichiarazione del nuovo re Carlo Felice, la popolazione, siccome quella che portava opinione doversi anche in Genova promulgare la costituzione, cominciò a dubitare della veracità del documento, e ad avere per equivoche le espressioni del governatore relative al principe, che suonavano di questo tenore: «S. A. S. il principe di Carignano mi ha fatto conoscere che, mosso dai sentimenti di onore e fedeltà che lo distinguono, si è pienamente confermato a quanto nella prelodata dichiarazione viene ingiunto.» Formaronsi pertanto degli attruppamenti che si diressero al palazzo del governatore. Accolse egli alcuni dei capi, cercò calmarli, ma non rimasero paghi. Verso sera crebbe il tumulto, e disarmati alcuni corpi di guardia, con quelle armi la folla s'avviò a Banchi. Intanto i posti principali erano stati occupati dai soldati, e collocati sulle mura due cannoni, a dominio di tutta la strada verso Banchi, ovesorgeva appunto il palazzo del governatore. L'attitudine delle truppe e due sole cannonate a polvere poterono disperdere gli ammutinati, e la notte passò tranquilla. Ma la mattina appresso due colpi a scaglia tirati, non si sa come nè perchè, dal medesimo posto militare, ferirono due soldati sotto la loggia e due altri individui; del che esacerbaronsi molto gli animi, e fin dall'alba del dì 23 udivansi dappertutto alti gridori, accresciuti dalla sparsa voce che il governatore se ne fosse la notte fuggito, il che non era. Le cose correvano a questo modo quando le nuove di Torino mutarono la scena. Sorse una confusione orribile. Fu creduto che l'editto del governatore non fosse leale; i nemici di lui avvaloravano il sospetto; molti del popolo si unirono agli stanziali che aveano abbandonato i posti e le caserme: la moltitudine entrò nel palazzo, e impadronitasi del governatore, avrebbe su d'esso sfogato l'odio antico se il generale d'Ison e alcuni altri, accorrendo in suo aiuto, non l'avessero di colà sottratto per condurlo in sicuro nel palazzo ducale. Se non che per istrada si svenne, ed allora trasportato in casa Sciaccaluga in Campetto, emanò poco stante un decreto col quale eleggeva una commissione di governo conferendole irrevocabilmente tutti quei poteri che erano in lui, e così rimase alquanto calmata la città.

Continuavano i rumori insurrezionali in Torino. A Novara, Voghera, Vercelli ed Alessandria, le truppe discordi erano sempre in procinto di venire tra loro alle mani. La discordia si propagava tra i liberali; e molti affezionati alla causa regia, abbandonavano il Piemonte. Ma l'esito delle cose di Napoli disanimò i capi del partito, i quali da altro canto vedevansi vicini ad essere attaccati dai Tedeschi comandati dal generale Bubna, che s'era fatto precedere da una grida onde i liberali si erano vieppiù costernati. Raffreddossi l'ardore che aveva il primo moto inspirato nel petto degli amatoridella novità, e il seducente e lusinghiero manifesto del conte di Santa Rosa valse a mantenere il coraggio in chi già si consideravo esposto a tutte le forze austriache, stante la sommissione totale del regno di Napoli.

Infatti, il conte di Bubna, informato che gl'insorti soldati piemontesi movevansi verso Novara contro quelli che, rimasti fedeli al re, militavano sotto il generale La Torre, si deliberò a prestare a questo capitano il suo aiuto. Laonde, varcato, la notte del 7 all'8 di aprile, il Ticino, e fatta promulgare la grida che dicemmo, il dì 8 la vanguardia tedesca già era dinanzi a Novara. Nel mezzo tempo, vedendo il principe Carlo Alberto le proteste del duca del Genovese e la parte attiva che in quelle faccende prendeva il gabinetto austriaco, notificò in uno suo editto che rinunziava alla reggenza, e abbandonando l'esercito si ritirò in Toscana, ove poco stante si riparò anche la sua consorte, figlia di quel granduca. Allora l'esercito si elesse a capo il marchese di Caraglio, e senza lasciarsi abbattere, si dispose a resistere agl'imperiali. Ostinato fu il combattimento dato dentro la stessa Novara; ma i rivoltosi furono costretti a cedere, inseguiti sino a Vercelli. Questo esercito, che ne' giorni antecedenti ogni ora più ingrossava, ed era venuto da Torino per indurre i dissenzienti a fare con esso causa comune, da che si sentì privo di valido appoggio, andò del continuo scemando, sì che si ridusse al breve numero di cinque mila soldati. Si mosse il generale Ansaldi, che comandava in Alessandria, con parte dei suoi in soccorso di Novara; ma fu costretto a rimanersi, perchè minacciato da una forte colonna austriaca, e che da Piacenza marciava a Voghera e Tortona; e quindi udita la perdita dei compagni a Novara, e considerando che quantunque la piazza d'Alessandria ben provveduta fosse di ogni sorta di munizioni e capace di resistere a lungo assedio, pure poteva alla fine priva di soccorsi trovarsial caso di rimaner vittima con tutti i suoi seguaci, senza utile del suo partito che sino da quel momento potea dirsi annichilato; con trecento studenti, alquanti soldati e dragoni, il conte di San Marzan, il conte Santa Rosa, e molti uffiziali, si diresse verso Genova, dov'ebbe coi suoi seguaci tutto lo agio d'imbarcarsi per le coste di Spagna, stante la premura del colonnello Rapello della guardia nazionale genovese, cui erano stati perciò dati ordini segreti. Con tale evasione, il dì 11 aprile, fu restituita la tranquillità a quelle contrade ancora.

Calmate le cose, il duca del Genovese Carlo Felice, previa rinunzia del suo regio fratello, assunse il titolo di re e lo esercizio della potestà suprema. Nel dì 4 di giugno andò ad abboccarsi in Lucca con esso suo fratello Vittorio, ivi pur ricevendo le chiavi della città di Alessandria cadute in potere delle armi austriache, e per ordine dell'imperadore Francesco consegnategli dal generale conte di Bubna. È noto che il già re Vittorio Emmanuele pregò il suo successore a non usar il rigore contro i complici della rivolta, volendo considerare cotale sommossa più come un resultato delle idee del giorno che di mal animo verso il legittimo sovrano. Pochi adunque furono quelli che soggiacquero alla morte.

Terminarono finalmente tutte cotali vicissitudini del regno di Sardegna con una convenzione sottoscritta in Novara il 24 luglio dai plenipotenziarii piemontesi ed austriaci e con la quale venne in sostanza fermato: che un corpo austriaco di dodici mila uomini, e sotto la guarentigia delle alte potenze, rimarrebbe a disposizione di sua maestà sarda per mantenere, di concerto con le proprie truppe, la tranquillità interna del regno; corpo da poter essere aumentato ad ogni richiesta della sua maestà: occuperebbe esso corpo la linea militare di Stradella, Voghera, Tortona, Alessandria, Valenza, Casale e Vercelli.

In Toscana seguivano, il dì 7 di aprile,gli sponsali tra il granduca Ferdinando e la principessa Maria Ferdinanda di Sassonia, con giubilo di quei popoli, i quali nel loro monarca ammiravano il padre e l'ottimo principe, al loro unanime grido facendo eco i profughi napolitani, romani e piemontesi, che sotto l'egida delle leggi di lui trovavano asilo e protezione, essendo che negli Stati per lui governati ricoverò di essi il massimo numero.

Il dì 5 maggio morì a Sant'Elena Napoleone Bonaparte.


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