MDCCIC

MDCCICAnno diCristoMDCCIC. IndizioneII.PioVI papa 25.FrancescoII imperadore 8.Fatta la deliberazione di abbandonar Napoli, si mandò tosto ad esecuzione, non senza terrore e confusione, come suole in simili accidenti. L'ultima notte dell'anno antecedente imbarcarono sulle navi inglesi e portoghesi ch'erano sorte nel porto, il mobile più prezioso dei palazzi di Caserta e di Napoli, le gioie della corona, il tesoro di San Gennaro, in cui erano meglio di venti milioni coniati ed oro ed argento vergati in quantità: a queste ricchezze si aggiunsero le singolarità più preziose di Ercolano.Imbarcati i denari e le suppellettili, creava Ferdinando suo vicario il principe Pignatelli con facoltà amplissime, anche di conchiudere un accordo coi Franzesi, col consentire all'occupazione di Napoli, purchè la città salva ed incolumesi conservasse. S'imbarcava Ferdinando la notte medesima sulla nave di Nelson con Acton, Hamilton ed i cortigiani.Il giorno seguente, non avendo ancor salpato pei venti contrarii, sorse uno spettacolo miserabile; poichè fatte uscir prima le navi Napolitane, sì grosse che sottili, che potevano mareggiare, fece Nelson appiccare il fuoco alle altre, fra le quali campeggiava il Guiscardo grossa nave di settantaquattro cannoni. Arsero in cospetto del re che di non lontano luogo rimirava il fumo ed il fuoco che le proprie sue forze consumava. Si abbruciarono anche con disegno espresso le barche armate della costa di Posillipo ed i magazzini dell'arsenale: la rabbia civile consumava le opere egregie della pace. Fu nella città desolata dolore e terrore per la partenza della reale famiglia. Il volgo sollevato mandò deputati a pregar Ferdinando affinchè restasse, proferendo le sostanze e le vite a difesa ed a conservazione sua; ma fu negata ai deputati la presenza di lui dagl'Inglesi. Nulla più restava da trasportare e da ardere: la dolorosa flotta salpava il dì 2 gennaio, infelice per l'aspetto terribile di Napoli che ancora agli occhi dei naviganti appariva; più infelice pei venti avversi che poco dopo la percossero. Fu lungo e travaglioso il tragitto: accrebbe il dolore, la mestizia e il dolore la morte del principe Alberto, figliuolo del re, fanciullo di sette anni, che in mezzo alle furiose burrasche rendè l'ultimo spirito nel grembo stesso della già tanto addolorata madre. Finalmente le sbattute e travagliate navi afferravano Palermo: le dimostrazioni amorevoli dei Siciliani mitigarono l'amarezza concetta per l'esilio e per la fresca perdita del morto figliuolo.La partenza del re fu in mal punto per l'infelice regno, perchè già la fortuna si mostrava più propizia alle sue armi. Erano, non senza gravi difficoltà per le popolazioni armate che loro contrastavano il passo, Duhesme e Lemoine giunti al campo sotto le mura di Capua.Intanto le popolazioni medesime crescevano di numero, di forze e di furore, e già facendo in ogni luogo suonare le armi e le grida di vendetta, niuna cosa lasciavano sicura alle spalle dei Franzesi. La rabbia loro era incredibile, e commettevano contro i repubblicani che viaggiavano alla spicciolata, atti di ferità più bestiale che inumana. Già Itri, Fondi e Sessa erano in poter dei sollevati, già San Germano si muoveva a stormo; già Teano, alloggiamento principale di Championnet, era stato assaltato e preso; già Piedimonte sul sommo giogo dell'Apennino pericolava; una massa di popoli incitatissimi s'avvicinava al Garigliano e non lasciava alcuna speranza ai repubblicani in picciol sito oramai ristretti. Mandava Championnet ad incontrar la Rey, il quale avendo combattuto più valorosamente che prosperamente, fu fatto tornare con grave perdita frettolosamente nel campo. Il prospero evento aggiunse nuova furia a quelle genti sdegnate e crudeli: spintesi avanti assaltarono il ponte che i Franzesi avevano fabbricato sul fiume, sel presero, e più oltre procedendo, nel parco di riserva rapirono le artiglierie, fracassarono i carretti, trasportarono quante munizioni da guerra poterono. Per tale guasto, le cartucce di provvisione vennero mancando ai Franzesi, già le vettovaglie mancavano, nè vi era modo di andar alla busca per pascere l'esercito, perchè i sollevati inondavano le campagne; il vigore delle menti con gli stromenti di difesa mancava. Da un altro lato, la popolosissima Napoli si muoveva, apprestandosi a correre da Garigliano in aiuto di Capua e dell'esercito che ancor la difendeva. Nè è da passarsi sotto silenzio che la virtù dei Franzesi, oltre il suono dell'armi dei sollevati, che romoreggiavano tutto all'intorno, incominciava ad indebolirsi per un'infelice pruova testè fatta contro Capua. Avendo dato Macdonald un furioso assalto alla piazza, ne era stato respinto con danno gravissimo. Ciò dava loro a temere chei soldati napolitani incominciassero ad agguerrirsi. Si aspettavano d'ora in ora alla foce del Garigliano le genti tornate da Livorno, che dando animo e forza alle turbe stormeggianti sulla destra del fiume, avrebbero fatto un pericoloso assalto a tergo dei Franzesi, mentre sboccando Mack da Capua, gli avrebbe assaliti in viso. Per la qual cosa con un esercito a fronte che si ostinava a voler difendere una città ed un passo tanto abili ad esser difesi, con gli Abruzzesi ed i Campani alle spalle, con la poderosa Napoli in cospetto, rimaneva ai Franzesi poca speranza di salute.La debolezza del vicario Pignatelli aperse una via di scampo ai Franzesi che già incominciavano a disperarsi. S'aggiunse il poco animo di Mack. Perì Napoli per mano di coloro ai quali maggior debito pesava di difenderla. Arrivavano in quell'ora, tanto pregna di dubbio avvenire pei Franzesi, agli alloggiamenti di Championnet il principe di Milano ed il duca di Gesso, che, mandati dal vicario, venivano chiedendo un accordo. Mostrò sulle prime Championnet qualche durezza, conosciuta la timidità di chi reggeva Napoli, e volendo mostrare abilità al combattere; infine pregato da coloro che dovevano minacciare, venne ad un accordo con loro, del quale le principali condizioni furono, che si sospendessero le offese sino alla ratificazione delle due parti: se una ricusasse di ratificare, ricominciassero le offese dopo avviso anticipato di tre giorni; Capua si consegnasse in mano dei Franzesi; l'esercito di Francia occupasse il paese alla destra dei laghi napolitani sino alla foce dell'Ofanto; si serrassero i porti alle navi nemiche della repubblica; non si riconoscessero le opinioni; pagasse il re alla repubblica dieci milioni di tornesi, cinque in cinque giorni, e cinque in dieci; fossero aperte le strade ad ambe le parti pel commercio. Non piacque quest'accordo a nissuna delle parti, perchè il re negò la ratifica e mandò Pignatelli, tornato in Sicilia pelsollevamento di Napoli che or ora racconterassi, nella fortezza di Girgenti.I Napolitani affermarono essere stata un'insidia di Acton, nemico di Pignatelli, dell'averlo messo, partendo, in quella vertigine, acciocchè vi perisse. Mostrossi il direttorio sdegnato contro Championnet come di accordo vile. Ma piacque il trattato a Championnet, perchè con quello e salvava l'esercito e si procurava abilità d'intendersela coi novatori per far del tutto sovvertir Napoli e convertirlo in repubblica. Infatti alcuni fuorusciti napolitani che aveva seco, incominciarono a tenere pratiche segrete coi loro compagni di Napoli, per modo che il generale franzese era per l'appunto informato di quanto alla giornata vi avvenisse.Mali semi sorgevano, si aspettava la occasione. Una cagione che dipendeva dal trattato della tregua, fe' trascorrere le acque mosse, ma in verso contrario. Un Arcambal commissario franzese era andato a Napoli per levarvi il denaro pattuito; il volgo se n'accorse. S'incominciò a mormorare, poi a gridare, poi a minacciare; si trascorse finalmente agli sdegni e sorse in tutta la città fra i lazzaroni un tumulto ed un rumore incredibile. Uscivano furibondi dai nascondigli loro, correvano per le contrade e per le piazze, s'armavano a vicenda, l'un l'altro stimolando, tutti gridavano!Muoiano i traditori; viva San Gennaro, viva la santa fede, viva il re. Avidi di far sangue già facevano pruova di manomettere Arcambal; ma trovò modo di porsi in salvo. Fece Pignatelli qualche provvisione per frenare quel cieco impeto; ma il rimedio fu peggior del male, perchè il volgo, vieppiù inferocito a quel ritegno, trascorse in maggior furore chiamando a morte e Pignatelli e Mack e i soldati e tutti che governavano, accusandoli di tradimento. I lazzaroni occupavano i castelli Nuovo, Sant'Elmo e del Carmine: indi correvano all'armeria, dove prese e distribuite fra di loro le armi, s'indirizzavano ad opere maggiori. Pignatelli e Mack pensaronoche quello non fosse più tempo da starsene a Napoli e fuggirono, il primo in Sicilia, il secondo all'alloggiamento di Championnet. La guardia urbana fu disarmata. Dell'esercito che da Capua consegnata ai Franzesi se ne veniva alla volta di Napoli, parte sbandatosi cercò ricovero in mezzo ai Franzesi, parte sotto il governo del duca di Salamandra, si unì alla plebe commossa gridando: Viva la patria, viva Napoli, viva il re. Fatti più arditi dal numero e dall'impeto assaltarono rabbiosamente la guardia franzese al ponte Rotto, e parte la ruppero, parte l'uccisero. Protestò Championnet per questo fatto che i Napolitani avessero rotto la tregua ed aperto l'adito alle ostilità. Fuggiti Pignatelli e Mack, una licenza senza freno dominava Napoli sconvolta. In ogni parte erano assalti, depredazioni, incendii e morti. Fulminavano i cannoni dai castelli, fulminavano ai capi delle strade. Fra le grida dei moribondi, fra le minaccie degli uccisori, si udivano cosa che ad ognuno recava maggior terrore:Viva San Gennaro, viva la santa fede. Durò gran pezza il tumulto spaventevole.Stanco finalmente di far bottino e sangue, l'impazzato volgo avvisò di crearsi un capo che gli ordinasse e difendesse. Elessero il principe Moliterni. Prima cosa diede opera a piantar certe forche smisurate in parecchi luoghi con minaccia che impiccherebbe chiunque si muovesse senza suo ordine. Poi creava ufficiali municipali e capi del popolo, ed attendeva con manifesti e con bel comparire in pubblico a calmare quegli spiriti infieriti ed a dar qualche sesto alle cose.Ed ecco spargersi subitamente voce, marciare i Franzesi contro Napoli, già esser giunti ad Aversa. Fu Moliterni a parlamento con Championnet nei campi d'Aversa. Riportonne che il generale di Francia non voleva udire proposta alcuna d'accordo, se prima non se gli dessero in mano i castelli e non si togliessero le armi a chi non fosse soldato. Per poco stette che non facessero Moliterni a pezzigridandolo a furore assassino e traditore. Nè più volendo udire capo di sorta, meno ancora Moliterni, tornarono in sul saccheggiare ed in sull'uccidere più fieramente che prima. Uccisero il duca della Torre, uccisero suo fratello Clemente Filomarino, maltrattarono Zurlo già ministro delle finanze. Nè più guardavano ai forestieri che ai nazionali; trucidarono un fuoruscito tolonese; trucidarono un ufficiale di marina inglese: facevansi della barbarie gioia.Ma Moliterni non secondava più le intenzioni del popolo, tendendo i suoi andamenti ad affidare Napoli alla presenza ed al patrocinio dei Franzesi, verisimilmente perchè credeva che quello fosse il solo modo di salute che restasse. Per arrivare a questo suo fine, aveva introdotto nel castello Sant'Elmo molti de' suoi aderenti e molti ancora che parteggiavano per la repubblica, ed inoltre, armandone quanti più gli venne fatto d'armare, gli aveva distribuiti nei luoghi più opportuni. Avvisavano Championnet e Moliterni che il vincere i lazzaroni in Napoli tanto numerosi, coraggiosi ed arabbiati sarebbe stato piuttosto impossibile che difficile. Perciò Moliterni propagava ad arte fra l'acceso volgo l'opinione ch'era necessario andar ad assaltare i Franzesi che venivano contro Napoli, con dire che il piccol numero loro sarebbe facilmente oppresso dalla sopravanzante moltitudine del popolo. Come era ordito il disegno, così riuscì l'effetto. Usciva il popolo, più impetuoso che esperto di battaglie, a combattere contro i Franzesi, che per la speranza di Sant'Elmo e di trovare in Napoli parte forte in favor loro, ordinati si avvicinavano. Si affrontarono le due parti tra Aversa e Capua; ne seguitava una mischia molto tremenda. Prevalevano i Franzesi per le armi e per l'ordine, prevalevano i Napolitani pel numero e pel furore. Durò per ben tre giorni con variati eventi la battaglia. Le artiglierie di Francia fulminando in quelle spesse squadre, vi menavano unoscempio orribile ed atterravano le file intiere. Rimettevansi i lazzaroni e più aspramente di prima menavano le mani, cercando di avvicinarsi e di venire alle strette col nemico, per fare con lui battaglia manesca. Le artiglierie li guastavano da lontano, le baionette da vicino; ma le morti non gl'intimorivano, anzi piuttosto gl'infierivano. Nei due primi giorni, ruppero parecchie volte i repubblicani, ma questi, come destri e sperimentati soldati, tosto si rannodavano. Nè la notte arrecava riposo; perchè se al chiaro più si udivano le grida de' combattenti, al buio più si udivano quelle degli straziati; e pure nè anche di notte si perdonava alle ferite ed alle morti. Ned era guerra in un sol luogo, ma guerra dappertutto e dappertutto si versava sangue o per uccisioni agglomerate fra corpi grossi o per uccisioni spicciolate fra masse vaghe ed erranti e fra guerrieri isolati. Continuavano a Napoli le carnificine, vi si aggiungeva furore a furore. Fumavano al tempo stesso le incenerite terre d'Abruzzo, del Sannio e della Campania, che la rabbia di guerra e la soldatesca rabbia avevano agli ultimi e più miserandi casi ridotte. Nuovi vesperi siciliani e nuove vendette di vesperi siciliani si agitavano. Non mai i Franzesi si trovarono ridotti a sì duro passo, nè mai con tanta valenzia sostennero un urto di guerra. Infine un fortunato consiglio fece sopravanzare i repubblicani. Championnet mandava Lemoine e Duhesme a ferire con truppe fresche, sbrigatosi testè dagl'impacci dei monti, il fianco destro dei combattenti lazzaroni, i quali, affievoliti dalla fatica e dalla strage, andarono in volta sparsi e sanguinosi riparandosi in Napoli.Mentre nel raccontato modo si combatteva, Moliterni recatosi in mano non solamente il castello di Sant'Ermo, ma ancora quello dell'Uovo, vi aveva inalberato il vessillo tricolorato in segno di pace e di possessione verso Championnet. Ma quando i lazzaroni superstiti alla passatauccisione videro sventolare su quei due forti le odiate insegne, tosto tornarono sui furori, e di nuovo prese le armi, si accingevano a voler impedire ai Franzesi la possessione. Nè si rimasero alle minaccie, perchè impetuosamente contrastavano ai repubblicani l'ingresso. Pendeva tuttavia in bilico la fortuna, quand'ecco calare dai castelli Moliterni con le sue genti ad assaltar alle spalle coloro che lor capo lo avevano creato. Seguitava un durissimo combattimento fra i popolani ed i repubblicani, finchè questi superarono del tutto gli avversarii, cinti e bersagliati da tutte le bande. Allora i Franzesi, benchè i lazzaroni ancora in quest'ultimo frangente fortificassero le strade con isteccati e combattessero dalle case con ogni sorta d'armi, si fecero forzatamente strada fino al palazzo reale e l'occuparono. Poco poscia un'altra squadra di Franzesi, preceduti da novatori del paese, s'introdussero per forza nella contrada principale di Toledo e se ne fecero signori. Tuttavia combattevano ancora sparsamente i lazzaroni con pericolo di sacco e d'incendio; il castel del Carmine appresentava un duro intoppo a superarsi. Per risparmiare il sangue e terminar totalmente quelle moleste battaglie con altro che con armi, uomini astuti, per suggerimenti dei novatori, insinuarono ai lazzaroni che saria bene mandar a sacco il palazzo del re. A tale suono, questi uomini privi di tanti compagni uccisi, e straziati essi medesimi da tante ferite ricevute in difesa del re (cose strane ma vere) si calarono, e rinunziando alle armi, misero in preda le reali spoglie. Restava che il castello del Carmine cedesse. Si venne all'assalto, perchè il presidio non volle mai udire parole d'accordo. Ostinatamente vi si difesero; pure infine il forte cesse in poter dei repubblicani: la sanguinosa Napoli tutta era in potestà loro.Il generale della repubblica, fatto sicuro dell'acquisto di Napoli per l'occupazione dei castelli, mandava al pubblicoch'egli frenava i suoi soldati, desiderosi di vendicare il sangue de' compagni morti nelle battaglie combattute contro gente prezzolata; che sapeva essere i Napoletani un popolo buono, e che bene nel cuor suo si doleva degli strazii sofferti da lui: però rientrassero in sè stessi, esortava, deponessero le armi in Castelnuovo e con queste conserverebbe la religione, le proprietà e le persone salve ed intatte: al tempo stesso arderebbe le case e darebbe a morte coloro che contro i Franzesi usassero le armi: se la tranquillità tornasse, dimenticherebbe il passato e restituirebbe la felicità a quelle ridenti contrade. Partorì questo manifesto l'effetto che Championnet se n'era promesso; Napoli fu ridotta in tranquillo stato, perchè tutti quietarono chi per timore dei Franzesi e chi per timore del volgo.Ma siccome non bastava mettere in calma la metropoli, ma ancora abbisognava ordinare lo Stato, creava Championnet un governo, a cui chiamava venticinque persone, la più parte risplendenti o per dottrina, o per virtù, o per natali, o per tutte queste qualità congiunte insieme; uomini tutti sinceri d'opinione, continenti da quel d'altrui, e quanto degni di esser vissuti ai tempi antichi, tanto inabili a governar la nave dello Stato in tempi tanto tempestosi. Partironsi, secondo il solito, in congregazioni, le quali avevano la potestà esecutiva, mentre tutti insieme collegialmente uniti usavano la legislativa. Fu diviso il regno, pure secondo il solito costume servile, in undici dipartimenti. Quindi crearonsi i distretti, poscia i municipii, ogni cosa a norma delle fogge franzesi: tutto questo chiamossi repubblica Partenopea.Ma prima di raccontar le cose del nuovo governo di Napoli fatte colle più oneste intenzioni, necessario è descrivere come Championnet, dabben uomo se non ingegnosissimo, oprò per solidare l'impresa del regno. Volendo far di Napoli altro che quello che si era fatto di Roma, intendeva non solo a fondare la nuovarepubblica, ma ancora a farle sostegno non della forza, ma dell'amore. Chiamato il popolo a parlamento nella chiesa di San Lorenzo, bandiva solennemente in nome del governo franzese e della grande nazione la libertà e l'indipendenza degli Stati napoletani, rinunziava ad ogni ragione di conquista, solo si riservava la facoltà di mettere per una volta una contribuzione militare per dare a' suoi soldati i soldi corsi di sei mesi. Fu la contribuzione di settantacinque milioni compresi dieci per la sola città di Napoli e contado; taglia assai grave, ma che avrebbero i popoli portato volontieri, se non fossero al tempo stesso stati costretti a dare il vitto ed il vestito a quei medesimi soldati che già pagavano. Sapendo poi quanto importassero in quei popoli ardenti le opinioni attinenti alla religione, mandava una guardia d'onore a San Gennaro. Non ammetteva il cardinale Zurlo Capece arcivescovo di Napoli, a ciò esortato dal governo, e il faceva anche volentieri, di confortare con lettere pastorali i popoli ad obbedire alle nuove potestà. Queste cose mitigavano le opinioni contrarie e vieppiù confermavano le quiete.Aboliva il governo i diritti feudatarii ed i fidecommessi e preparava per mezzo della congregazione legislativa la costituzione che avesse a reggere la repubblica. Fu questa costituzione opera specialmente di Mario Pagano, ed in mezzo alla imitazione servile degli ordini di Francia, vi si vedevano alcuni ordini nuovi di non poca importanza e di utilità evidente. Fuvvi principalmente l'autorità censoria commessa ad un tribunale di cinque; fuvvi anche l'eforato. Degni anche di commendazione furono gli ordini proposti per le scuole pubbliche, i quali, mutati i soggetti d'insegnamento, potrebbero utilmente accettarsi anche nelle monarchie. Queste cose trovava Mario Pagano nel suo ingegno; il resto il copiava dalla costituzione franzese, dando in tal modo a conoscere e la capacità della sua mente e la servilità dei tempi.Nè deve essere passato sotto silenzio il ragionamento che si leggeva preposto al modello della costituzione; opera in cui tutto l'acume dei greci ingegni si discopriva, atti sempre a pruovare principii astratti con astrattezze maggiori.Le astrattezze lusingavano gli uomini, le realtà gli sdegnavano; colpa parte di Championnet, parte dei tempi. Era Championnet di natura buona, ma non aveva nervo tale che potesse frenare i suoi, già avvezzi alla licenza negli Stati romani e cisalpini: onde gl'insulti alle persone, anche ai magistrati, massime municipali, e le tolte violenti erano frequenti. I popoli si sdegnavano. A questo si aggiungevano le intemperanze dei democrati più ardenti. I baroni, come aristocrati, come li chiamavano, erano o scherniti con dileggiamenti, o provocati con ingiurie, o nelle tasse sforzate con brutti arbitrii aggravati; il che gl'inimicava, e, siccome quelli che avevano una grande dipendenza, sì per le loro ricchezze e sì per l'effetto degli ordini feudatarii, procuravano con arti e con istigazioni nemici potenti e numerosi alla nuova repubblica.Seguitava a tutte queste un'altra peste ed era quella dei ritrovi politici, in cui giovani infiammatissimi ed invasati delle nuove opinioni si adunavano a ragionare pubblicamente di cose appartenenti allo Stato. Nè i mali prodotti in Francia da simili ritrovi li rendevano più savii, perchè con la medesima veemenza parlavano. Nè procedeva che per le immoderate cose che vi si dicevano, i popoli si alienavano. Peggio poi che non era cosa che gli energumeni, violenti in tutti i paesi, violentissimi in Napoli, non dicessero per istravagante ed eccessiva che si fosse, contro il governo proprio e contro coloro che il componevano. Il che toglieva agli uomini dello stato con la riputazione anche la potenza. Quando prevale il costume che gli uomini più eccellenti sono stimati perfidi, vili, corrotti e tirannici, solo perchè occupano le cariche dello Stato e tengono i magistrati,ogni regola diviene impossibile e lo Stato diviene preda degli ambiziosi.Tal era la condizione del governo napolitano, che odiato dagli aristocrati, biasimato dai democrati, oppresso dai Franzesi, non aveva modo nè di riputazione nè di forza per operare, non che il bene della repubblica, alcun bene che fosse. Restava ai reggitori di Napoli un solo conforto, e quest'era la presenza di Championnet, sempre pronto, per quanto fosse in lui, a frenare la licenza de' suoi ed a secondare gli sforzi di coloro che più avevano in animo l'ordinare un buono Stato che il signoreggiarlo. Accadde che il direttorio di Francia aveva mandato a Napoli per soprantendere ai frutti della conquista, una commissione civile di cui era capo quel Faipoult già mescolato nelle rivoluzioni genovesi. Come prima ei giungeva a Napoli, stimando che quanto ai diritti di conquista ed alle esazioni Championnet fosse stato troppo indulgente, pubblicava un editto con cui dannando quanto il generale aveva fatto, affermava che niun altro magistrato che la commissione civile aveva potestà di por le tasse, e che chi le pagasse in tutt'altra cassa che in quella della commissione, male pagherebbe. Poscia, più oltre procedendo, ordinava che in proprietà di Francia erano caduti per conquista tutti i beni appartenenti alla famiglia reale, spiegando che in esso diritto cadevano non solamente quanto il re possedeva, come palazzi, ville, caccie e simili; ma ancora i beni Farnesiani che erano di proprietà privata di Ferdinando, quei dell'ordine di Malta, i costantiniani, i gesuitici, quei destinati alle pubbliche scuole, i beni stessi dei banchi, che altro non erano che un deposito dei denari dei particolari, e tutte le casse pubbliche, e fino anche i decorsi delle contribuzioni. Così da Napoli si richiedeva un gran dispendio per l'esercito e al tempo stesso gli si toglieva ogni fonte di rendite per cui potesse supplire. Sdegnossi Championnet all'ardimento del commissario elo cacciava soldatescamente di Napoli. Era discordia tra i Franzesi, discordia fra i Napolitani: tutti venivano in dispregio: il terrore delle armi solo sosteneva lo Stato.Preparavasi in questo mentre un accidente molto grave contro i Napolitani. Era Championnet venuto in disgrazia del direttorio, e perchè non contento all'aver rincacciato dallo Stato romano i Napolitani, avesse subitamente, non aspettati nuovi comandamenti, invaso il regno di Napoli, mentre esso direttorio desiderava di temporeggiare, e perchè si apparecchiava a fare una spedizione in Sicilia per torre al re quell'ultima parte de' suoi dominii; il quale intento toccava certi tasti molto reconditi del ministro Taleyrand, sì che questi, accennando col direttorio in un luogo col pretendere il motivo che bisognasse frenare quello spirito ambizioso di Championnet, e battendo veramente in un altro, aveva operato che il direttorio rivocasse il generale. Prese allora Macdonald il governo supremo dei Franzesi; tornò Faipoult in Napoli ad estenuare i poveri Partenopei.Mentre si travagliava con poco frutto nella capitale per la repubblica, moti di grandissima importanza accadevano nelle provincie. Non amavano i baroni il nuovo Stato, manco ancora i Franzesi, e siccome tutti avevano bande di bravi che da loro dipendevano, uomini audacissimi, ed alcuni facinorosi, le spingevano a tentare rivoluzioni contro coloro che dominavano. Gli ecclesiastici, che non ignoravano che, sebbene fossero vezzeggiati in quei principii del governo, erano da lui veduti malvolentieri, con le maggiori persuasioni che potessero pruomovevano le inclinazioni contrarie. Molti soldati vecchi del re, non essendosi voluti accomodare al dominio dei nuovi signori, si erano ritirati nei luoghi più lontani ed inaccessi; quivi attendevano a fomentare discordie e sollevazioni. A questi si accostavano molti altri uffiziali e soldati dell'esercito regio, i quali, dopo di essersidimostrati pronti a servire i repubblicani, da loro non curati o per necessità o per la penuria dell'erario, o perchè non se ne fidassero, si erano sdegnosamente partiti e condottisi nelle provincie, quivi con le parole incendevano e con la presenza animavano le popolazioni ad insorgere. Tutti questi erano anche confortati da qualche corpo di gente armata che, dopo l'occupazione di Napoli, o si erano ritirati interi od erano mandati dalla Sicilia appunto con l'intento di sostenere quei moti che si manifestavano sulla terra ferma in favore della potestà regia. A questi motivi tanto potenti si aggiungevano i romori che correvano delle armate turche e russe che dovessero fra breve arrivare nell'Adriatico con grossi soccorsi di gente da sbarco in favore de' regii. Questi aiuti, parte veri, parte ancora esagerati dalla fama, mirabilmente infiammavano i popoli a proseguire i disegni che già avevano concetti.Dimostravano quanto fossero deboli nelle provincie i fondamenti del governo nuovo i successi avuti nelle terre d'Otranto e di Bari da alcuni fuorusciti Corsi, che sulle prime avevano maggior desiderio di fuggire che di combattere: ma il moto si fece d'importanza: accorrevano buoni e cattivi, nobili, plebei, laici, ecclesiastici, e da un accidente fortuito nasceva un gran fondamento a far risorgere l'autorità del re.Quasi al tempo stesso sbarcava con poche genti a Reggio di Calabria il cardinal Ruffo, al quale il re aveva dato facoltà amplissime, chiamandolo suo vicario. Il secondavano il preside della provincia Winspear e l'uditor Fiore. Questo debole principio in poco spazio di tempo cresceva a dismisura e produceva un moto che fu cagione di accidenti di grandissimo momento. Primieramente nella ulteriore Calabria, per le aderenze che la sua famiglia vi aveva, trovava il cardinale molto seguito: poi qualche nervo di truppa reale si aggiungeva, e finalmente chi voleva il re o le vendette o il sacco, a lui cupidamentesi accostava. Guadagnò prima le campagne, poscia le terre aperte, finalmente le murate e tanto crebbe la sua potenza, che presi Mileto, Monteleone e Catanzaro, riduceva in poter suo tutta la Calabria ulteriore. Il cardinale Zurlo Capece, arcivescovo di Napoli, lo scomunicava, ed egli scomunicava l'arcivescovo. Nè contenendosi nelle parole, anzi, seguitando il corso favorevole della fortuna, assaltava Cosenza, capitale della Calabria esteriore, e quantunque ella fosse una forte sede di repubblicani, dopo una battaglia assai feroce se ne impadroniva. Prese, non senza una ostinata difesa, Rossano, prese Paola, bellissima città di Calabria, la prese e l'arse per l'animoso contrasto fattovi dai repubblicani; quest'era la pessima delle guerre civili. Ruffo prevaleva; il terrore l'accompagnava e gli dava in mano tutte le Calabrie insino Matera. Quivi si congiunse con de Cesare, sommovitore della provincia di Bari.Tumultuando le Calabrie, non si mostravano le provincie, anche le più vicine a Napoli, più quiete; gente sfrenata guidata da capi ancor più sfrenati, commettevano, sotto specie di voler rinstaurare il governo regio e difendere la religione, atti della più eccessiva barbarie. Uno Sciarpa, antico soldato, uomo tanto audace quanto feroce, aveva posto a romore le rive del Sele, tempestando fin sotto alle mura di Salerno. Dalla parte della Campania era sorto in Sora un moto pericolosissimo, suscitato specialmente da un Mammone Gaetano, prima mulinaro, poi capo dei sollevati di Sora. Commise costui opere indegnissime. Dall'altra parte dell'Apennino incrudeliva Proni con le sue Abruzzesi bande, risorto a nuovo furore, perchè Duhesme e Lemoine si erano condotti sotto le mura di Capua e di Napoli. Ma la più pericolosa e più importante sommossa, dopo quella del cardinale ardeva nella Puglia, sì perchè era molto grossa per sè, sì perchè a lei si erano congiunti gli Abruzzesi, sì perchè alle abruzzesi rive avevano adito le armaterusse, ottomane ed inglesi, e sì perchè la Puglia per la feracità delle sue terre nodriva la popolosa Napoli.A questo modo, nonostante la gloriosa vittoria di Championnet, da Napoli in fuori e da alcune rare terre nelle provincie, in cui i repubblicani si difendevano piuttosto con valore smisurato che con isperanza di vincere, tutto il paese si era commosso a favore del re, quantunque i modi che si usavano non fossero degni nè del re nè di alcun altro governo che sia al mondo. Pressavano massimamente le cose della Puglia per motivo delle vettovaglie. Inoltre diminuivano i Franzesi, per tanto ardimento dei popoli, continuamente di riputazione, ed ogni giorno più si rendeva necessario che con qualche nuovo e segnalato fatto mostrassero, che non era cessato in loro per le delizie di Napoli il valore.Per la qual cosa erasi deliberato Championnet (queste cose accadevano prima della sua partenza) a fare due spedizioni, una contro la Puglia, l'altra contro la Calabria, commettendo la prima alla fede ed al pruovato valore di Duhesme, la seconda al generale Olivier. Accompagnava Duhesme, da parte del governo napolitano con una legione napolitana ma con le compagnie ancor non piene, il conte Ettore di Ruvo, giovane d'incredibile ardire, d'animo feroce e capace di tentare qualunque difficile e pericolosa impresa. Dopo varie vicende, era venuto con Championnet, e per mezzo suo fu facilitata la conquista del regno, massimamente quella della capitale. Ora il governo napolitano, conoscendo la natura indomabile e irrequieta di quest'uomo, che sempre pasceva l'animo di pensieri smisurati e si mostrava più inclinato a comandare che ad obbedire, il mandava con Duhesme in Puglia, dove erano le sue terre, sotto colore che trovandosi in paese proprio e pieno di parenti e d'amici, vi facesse gente. Fecevi gente in verità e per pagarla, poichè ai mezzi non guardava, ma solo al fine, e neanche sequesto fosse giusto o no, che ciò poco gl'importava, pose taglie e fece depredazioni incredibili, non considerando nè come nè contro chi, o repubblicani o regi che si fossero: soldati e denari per pagargli, questo solo voleva. Il governo aveva qualche sospetto di lui: eppure era il solo uomo capace di puntellare quello Stato cadente: l'avrebbe anche fatto, ma forse per sè, non per la repubblica.Accompagnava Olivier per alla volta della Calabria uno Schipani, piuttosto repubblicano ardente, che buon soldato, e non di natura tale che potesse star a fronte dell'audace Sciarpa e dell'astuto ed animoso cardinale. Partivano Duhesme ed il conte Ettore: marciavano cauti per paura d'agguati e di assalti improvvisi in un paese sollevato; marciavano spigliati e divisi per ispazzare largamente il paese: con loro marciavano i consigli militari, sempre pronti a dannare a morte gli autori delle sollevazioni. Molti presi furono incontanente uccisi. Così dall'un canto Duhesme ed il conte Ettore incrudelivano coi supplizii contro i regi, dall'altro Sciarpa, Mammone e Ruffo incrudelivano anche coi suplizii contro i repubblicani. Le ire erano crudeli, le vendette terribili; le ire chiamavano le vendette, le vendette le ire. Marciava Duhesme spartito in due colonne. Vinte parecchie città, si deliberava ad andare all'assalto di San Severo, perchè distrutto quel nido principale, sperava che gli altri si sottometterebbero. Erano i regi in San Severo grossi di dodici mila combattenti fra soldati vecchi e gente collettizia. Prese le stanze sopra un monte fecondo di ulivi, dominavano tutta la pianura sottoposta, che avevano assicurata con cavalleria e cannoni piantati contro la stretta, che alla pianura medesima apriva l'adito. Accorgendosi i regi che i repubblicani si distendevano a sinistra per assaltarli di fianco e alle spalle, si calarono con grandissimo ardire ed attaccarono con loro una sanguinosissima battaglia. Durò lunga pezza, con graveuccisione da ambe le parti, perchè il valore era uguale nei due eserciti nemici, e se prevalevano i regi di numero, prevalevano i repubblicani in perizia. Infine andarono i primi in volta, e già al punto stesso il generale Forest arrivava alle loro spalle. Allora fuvvi piuttosto carnificina che uccisione. Tre mila soldati vi perdettero la vita: tutti o la più parte l'avrebbero perduta, se una moltitudine di donne e di fanciulli in abito squallido e lugubre, miserando spettacolo, non fosse venuta a chiedere umilmente ed istantemente al vincitore la vita dei padri, dei mariti e dei figliuoli loro. Piegavasi Duhesme a misericordia, quantunque fosse molto sdegnato, e comandava che cessassero le ferite e le morti.La fama della vittoria di San Severo ridusse all'obbedienza le contrade vicine, aperse anche le strade per Pescara, cosa di molta importanza pei Franzesi. Intanto licenziato Championnet, aveva Macdonald assunto il governo, e non solo Duhesme era stato richiamato dalla Puglia, ma ancora gli fu comandato che ritirasse le genti appresso Napoli. Le quali cose saputesi dai regii, inondavano di nuovo la provincia e tagliavano le strade dalla Puglia a Napoli. Fu ben forza allora, se non si voleva che Napoli affamasse, il pensare a riconquistare le terre perdute ed a rompere quella testa di regii, che si era adunata in Trani. Era Trani, come anche Andria, munita con fortificazioni vecchie e nuove; pieno tutto d'uomini armigeri, rabbiosi e risoluti a difendersi. S'incamminava l'assalto da Andria: ad estremo pericolo era per succedere estrema barbarie.Incominciò la battaglia con furor civile da ambe le parti; gli assalitori combattevano con egregio valore, ma con non minore animo si difendevano gli assaliti, nè i primi facevano frutto di momento. Già venivano alle scale, cimento per essi molto pericoloso, quando il tirar di un obice atterrava la porta di Andria. Precipitaronsi i Franzesi; a loro si accostavanoi napolitani. Continuarono ciò non ostante a difendersi furiosamente da tutte le case i regi. Non venne la città intieramente in poter dei repubblicani se non dopo che tutte le case, le contrade, le piazze furono piene di cadaveri e di sangue. Nè tante morti nè tanto sangue bastarono: non fu contento il destino se non alla distruzione totale della misera terra. Sei mila Andriotti furono in poco d'ora mandati a fil di spada, la città intiera data alle fiamme; i vecchi, le donne, i fanciulli, e nè anche tutti, furono risparmiati.Trani tuttavia si teneva pei regi, nè lo sterminio d'Andria gl'intimoriva. Città con bastioni, con un forte, con otto mila difensori usi alle armi, accesi dalla rabbia civile e religiosa, pareva piuttosto atta a pigliarsi per assedio che per assalto. Ma il tempo stringeva, ed i repubblicani, sì franzesi che napolitani, erano pronti a qualunque più pericolosa fazione. Andavano dunque all'assalto di Trani. I regi, essendosi accorti del disegno, si assembrarono grossi ad aspettarli al luogo minacciato. Ardeva la battaglia e succedevano molte morti, senza frutto alcuno per l'esito del fatto, da ambe le parti. In questo mezzo tempo i difensori, tutti intenti a tener lontani dalle mura gli assalitori, indebolirono le difese di un fortino situato a riva il mare: della quale occasione prevalendosi i repubblicani, se ne impadronirono e voltarono i loro cannoni contro la città. Questo grave accidente sconcertò le difese: già i repubblicani, non senza però molto scempio loro, saliti sulle mura facevano inchinar la fortuna a loro favore. Tuttavia i regi continuavano a difendersi ostinatamente, essendo come in Andria, ogni casa ed ogni contrada fortezza. Finalmente sparso molto sangue in una pertinacissima difesa i regi abbandonavano il forte, e si davano a correre alle navi, che nel porto erano allestite per fuggire. Ma nemmeno in queste trovarono scampo; poichè i Franzesi, avendo preveduto il caso, avevanoarmato alcune navi che vietarono loro il passo. Alcune delle regie furono prese per assalto, altre andarono a traverso sulla spiaggia. Chi fuggiva sul lido era senza misericordia e remissione alcuna ucciso dai trionfanti repubblicani. Fu la bella città di Trani, come Andria, data al sacco ed alle fiamme: de' suoi abitatori, quelli che o portavano o potevano portar armi, mandati a fil di spada. Quietava, ma non del tutto, la Puglia per queste vittorie.Schipani mandato a combattere i sollevati ed a sopire le cose di Calabria, non solo non vi fece frutto, ma ancora vi nocque, perchè e conflisse infelicemente ed irritò con parole ed atti repubblicani molto estremi le popolazioni, non che troppo incrudelisse, ma perchè troppo provocasse. I sollevati di questa provincia ebbero facoltà d'unirsi con le bande del cardinale Ruffo, sicchè, pochi luoghi eccettuati, le Calabrie e la terra di Bari sollevata a rumore impugnavano coll'armi in mano la recente repubblica. Nè i Franzesi potevano porvi rimedio, perchè non si fidando degli Abruzzi, nè della Campania, e nè anco della città stessa di Napoli, nè bastantemente forti di numero essendo, pensavano piuttosto a mantenersi nella capitale che a conquistare le provincie. Schipani, tentato invano le Calabrie, se ne giva a far la guerra contro i sollevati di Sarno, che più vicini a Napoli tumultuavano. Ma i popoli lo combatterono per guisa che fu costretto ad andarsene. Vi si condussero i Franzesi; saccheggiarono Lauro, poi se ne tornarono ancor essi, non vinti, ma più inviperiti i Sarnesi ed i Lauriani. Si unirono questi ai sollevati delle vicine contrade di Salerno; e di già una grandissima necessità stringeva la capitale del regno. Accresceva il pericolo l'avere gli Inglesi occupato, non senza un valoroso fatto di Francesco Caracciolo che li combattè per molte ore, le isole d'Ischia e di Procida, che per essere situate alle bocche del golfo di Napoli, ne danno lasignoria a chi le tiene. Così ardeva la sollevazione contro il governo nuovo nella maggior parte del regno, s'incominciava a temere che l'impresa di Championnet fosse stata più imprudente che audace. Opere di estrema barbarie furono commesse da ambe le parti alla Fratta ed a Castelforte, perchè prima i regii poscia i repubblicani vi uccisero spietatamente ogni corpo vivente, e le cose e gli edifizii tutti distrussero ed arsero. Guerra crudelissima era questa, siccome portava la qualità dei tempi, l'indole ardentissima degli abitanti e la natura sempre estrema delle opinioni politiche e religiose. Si vedevano padri combattere contro i figliuoli, figliuoli contro i padri, fratelli contro i fratelli, e per fino mariti contro le mogli e mogli contro i mariti. Per atterrire chi atterriva, Macdonald mandava fuori, a dì 4 marzo un aspro e furioso decreto, nuovo esempio del quanto le rivoluzioni stravolgano gli uomini.Il pericolo delle sollevazioni popolari contro i governi repubblicani instituiti in Italia e contro i Franzesi, si accresceva vieppiù dalle sommosse che, nate ora in un luogo ed ora in un altro, travagliavano lo Stato romano. Tumultuavano i popoli di Terni e dei luoghi vicini ed impedivano le strade fra Terni e Spoleto; già Rieti pericolava. Civitavecchia si era ribellata contro i nuovi signori; durò un pezzo il generale Merlin a sottometterla, ancorchè con palle infuocate la combattesse. Stroncone e Alatri parimente rumoreggiavano; Orvieto anch'esso aveva fatto mutazione ed ostinatissimamente si difendeva contro i repubblicani. L'incendio si dilatava; ogni luogo era o mosso con le armi impugnate o poco sicuro anche nella quiete.Nonostante i pericoli che correvano, il direttorio di Francia, o non curandoli o facendo sembianza di non curarli, si era risoluto a far mutazioni nel governo di Napoli. Arrivava in Napoli Abrial, commissario del direttorio, il quale, prevalendosidei buoni si sforzava di consolare gli uomini afflitti dai tempi tristi. Tentò riforme nelle finanze e fecene di lodevoli. Gli ordini giudiziali molto migliorava; gli ordini politici, non avendo il mandato libero, stabiliva a modo di Francia, non avuto alcun riguardo al modello della costituzione proposto dalla congregazione napolitana e di cui abbiamo di sopra parlato. Creò fra gli altri un direttorio; imitazione servile. Ma quel che l'ordine aveva in sè di cattivo, correggeva con le persone: chiamovvi Ercole d'Agnese, Ignazio Ciaia, Giuseppe Abbamonti, Giuseppe Albanesi, e Melchior Delfico, uomini tutti migliori dei tempi e di non ordinaria virtù.Diede ancora Abrial prova notabile, tacendo le altre, dell'animo suo civile, quando Macdonald mandava i suoi soldati a ridurre agli ultimi casi Sorrento, patria di Torquato Tasso, che in quelle Sarniane e Salernitane rivoluzioni si era levata a romore contro i Franzesi; imperciocchè operò col generale che la casa dei discendenti dei poeta, quando la terra fosse presa d'assalto, salva ed intatta si conservasse. Vollero riconoscere la conservata salute, offrendo a Macdonald, perchè non sapendo di Abrial, a lui riferivano, il ritratto del Tasso dipinto dal vivo, come si credea, da Francesco Zuccaro. Il ricusava Macdonald, facendo certa la salvata stirpe dell'autore primo del benefizio, ed essa, l'immagine del porta salvatore ad Abrial offerendo, pagava con segno di gratitudine unico al mondo, un immenso benefizio. L'accettava di buon animo Abrial e molto caro se lo serbava, dolce e pietosa conquista.Restava che i due fiori d'Italia, Lucca e Toscana, si guastassero. Entrava sul principiare del presente anno in Lucca, accompagnato da quattrocento cavalli, Serrurier: tosto pubblicava le solite lusinghe. Il fine primo ma non primario dell'invasione lucchese era il prestito di due milioni di franchi che dai Lucchesi si richiedeva pei servigi dell'esercito: poi sivoleva venire alla mutazione del governo, benchè le parole suonassero in contrario. Già Lucca era serva, poichè l'antico governo stesso non poteva più pubblicare ordine alcuno se non approvato da Serrurier. Miallis succedeva a Serrurier; poi i repubblicani vi s'ingrossavano. Infine, stimolata dalla presenza loro, verso la metà di gennaio tumultuando la parte democratica, condotta da un Cotenna, addomandava l'abolizione della nobiltà e l'instituzione dello Stato popolare; non v'era modo di resistere per le insidie cittadine e forastiere.Si restrinsero i nobili per consultare, piuttosto atterriti che deliberanti, e, cedendo al tempo, stanziarono che fosse abolita la nobiltà, che il popolo lucchese riassumesse la sovranità, che dodici deputati si eleggessero per ordinare una costituzione democratica secondo il modello di quella che reggeva Lucca prima della legge Martiniana. Furono eletti, la maggior parte nobili. I democrati pazzi non vollero udire parole italiche; però fecero accettare le forme franzesi. Nacquero adunque nella mutata Lucca, come in Francia, a Milano, a Genova, a Roma, i due consigli col direttorio. Incominciossi a dar mano a spogliar l'erario di denaro, le armerie d'armi, i granai di vettovaglie; in poco d'ora i frutti dell'antica e mirabile provvidenza lucchese furono dissipati e guasti. Quindi sorsero le parti, perchè chi voleva vivere Lucchese e chi unito alla Cisalpina. Si aggiunsero le solite tribolazioni di dover vestire, pascere alloggiare, pagare i soldati forastieri che andavano e venivano o stanziavano, ora Liguri, ora Cisalpini, ora Franzesi, con molte altre molestie, accompagnature insolenti del dominio militare. Brevemente, la fiorita ed intemerata Lucca divenne sentina di mali e ne fu desolata.Instituitosi dal generale di Francia in Piemonte, dopo l'espulsione del re, un governo che non si saprebbe con qual nome chiamare, si conobbe tostamente che le recenti mutazioni non erano gradodei popoli. I soldati massimamente non si potevano accomodare, perchè ed erano avversi per le passate instigazioni ai soldati Franzesi, e questi in grado di vinti tenendoli, non li trattavano da compagni. Si aggiungevano le solite insolenze, che infiammavano a rabbia un popolo poco tollerante delle ingiurie. Vi era dunque in Piemonte quiete apparente e sostanza minacciosa. Grande scapito aveva patito il governo e per lo spoglio del palazzo del re, non da' Piemontesi, e per aver mandato i capi di famiglia di primaria nobiltà come ostaggi, e pei biglietti di credito, perchè prima promise di non risecarne il valore, e poi il risecava di due terzi, il che fu grave ferita a coloro che li possedevano. Sobbissava il Piemonte sì pei debiti, nè poteva bastare alle spese. S'aggiunse la voragine intollerabile dei soldi, del vestito, del cibo, delle stanze, dei passi pei soldati forastieri. Rovinava a precipizio lo Stato: in tre mesi, sebbene si estremassero le spese pei servigii piemontesi, si spesero tra in pecunia numerata ed in sostanze meglio di trentaquattro milioni. A qual fine si andasse, nissuno il sapeva: la desolazione e la solitudine erano imminenti.Quest'erano le finanze: lo stato politico non era migliore. Già abbiamo detto in parte ciò che rendeva il governo poco accetto. Seguitava che i municipali di Torino, imitando quei di Parigi ai tempi della rivoluzione, l'emulavano e traevano con sè molto seguito. A questo erano stimolati da alcuni repubblicani franzesi, i quali si lamentavano di non aver avuto dal governo piemontese quelle ricompense che credevano esser loro dovute; del che i loro aderenti del paese aspramente si dolevano, tacciando il governo d'ingratitudine.I musei intanto e le librerie si spogliavano rapivasi la tavola Isiaca, rapivansi i manoscritti di Pirro Ligorio e quanto si credeva poter ornare il magnifico Parigi a detrimento della scaduta Torino. In mezzo a tutto questo mandava il governol'avvocato Rocci ed il conte Laville deputati a Parigi, perchè ringraziassero il direttorio della data libertà, il tenessero bene edificato ed esplorassero qual fosse il suo pensiero intorno alle sorti future del Piemonte.Abolivansi i fedecommessi, abolivansi le primogeniture, facendo di ciò vivissime istanze i cadetti delle famiglie nobili, ma la esecuzione fu sospesa dal direttorio di Francia per opera del conte Morozzo, che si era condotto espressamente a Parigi. Abolivansi anche i titoli di nobiltà e furono arsi pubblicamente sulla piazza del castello.Intanto le sette, per l'incertezza delle sorti piemontesi, si moltiplicavano e s'inasprivano. Chi voleva esser Franzese, chi Italiano, chi Piemontese. Si viveva in queste incertezze, quando arrivava da Parigi l'avvocato Carlo Bossi, uno degli eletti al governo. Egli adunque avendo avuto l'intesa da Joubert, da Taleyrand e da Rewbell, uno dei quinqueviri, di ciò che il direttorio voleva fare del Piemonte, e parendogli che miglior consiglio fosse l'essere congiunto con chi comandava che con chi obbediva, si era deliberato a proporre in cospetto del governo il partito della unione con la Francia. Seguì tosto l'effetto, perchè avendo parlato con singolare eloquenza, da quell'uomo d'ingegno piuttosto mirabile che raro ch'egli era, e confermato il suo favellare con raziocinii speciosissimi, perciocchè nell'una e nell'altra parte valeva moltissimo, vinse facilmente il partito; non avendovi nissuno contraddetto, perchè alcuni non vollero, altri non seppero, stantechè la proposta era inaspettata. Accettatosi dal governo il partito dell'unione, furono tentati al medesimo fine i municipali di Torino. Vi aderirono volontieri. La deliberazione della capitale fu di grandissima importanza, perchè, essendo conforme a quella del governo, facilmente tirava con sè tutto il paese. Si mandarono commissarii nelle provincie a far gli squittini per le unioni. I popoli non l'intendevano ecertamente ripugnavano. Ma l'autorità del governo e la presenza dei Franzesi facevano chiarire i magistrati in favore. Mandavansi a Parigi per portar i suffragi Bossi, Botton di Castellamonte, e Sartoris, uomini di celebrato valore e di gran fama in Piemonte; ma vissuti, discordi a Parigi, produssero discordia nella patria loro.Questa risoluzione del governo lo scemò di riputazione, perchè il popolo non amava l'imperio dei forastieri; gl'Italiani si adoperavano per farlo vieppiù odioso. Fu anche non cagione, ma occasione di un moto più feroce e ridicolo che nobile e pericoloso nella provincia d'Aqui. Dieci mila sollevati, compromessi molti luoghi, si disperdevano e della loro imbecillità pativano i danni Strevi, Aqui, ed altri comuni ancora.Avuto il suffragio dell'unione, e conoscendo il direttorio di Francia che il governo del Piemonte, per aver perduto la riputazione, gli era divenuto uno stromento inutile, vi mandava Musset con qualità di commissario politico e civile, affinchè vi ordinasse il paese alla foggia franzese. Arrivato, tutte le ambizioni e di nobili e di plebei si voltavano a lui, ed ei si serviva dei gallizzanti, temeva degli Italici. Fece i soliti spartimenti del territorio, creò i tribunali, i magistrati distrettuali e municipali secondo gli ordini usati in Francia. Per riordinar le finanze tanto peggiorate, chiamava a sè Prina, che molto ed anche troppo se n'intendeva. S'ingegnava di sopire le passioni accese, perchè era uomo buono, ma l'incendio era troppo grave; già nuovi nembi, che s'ingrossavano verso settentrione, dando timori e svegliando nuove speranze, infiammavano viemmaggiormente le passioni già tanto accese.Così, come abbiam raccontato, eran condizionati Napoli e Piemonte. Meglio Genova e Milano si mantenevano per aver governi più ordinati, ma più la prima che il secondo, perchè l'amor della adulazione verso i forestieri vi era minore.Roma era straziata continuamente da uomini avari e da importune mutazioni in chi governava. Dappertutto erano apparecchiate le occasioni alla tempesta, che già si avvicinava ai confini d'Italia.Le arti dell'Inghilterra, delle quali abbiamo altrove parlato, partorivano gli effetti che da loro si erano aspettati, e già tutt'Europa novellamente si muoveva a danni della Francia e dei nuovi Stati che ella aveva creato. Aveva l'Austria mandato un forte esercito in Italia, alloggiandolo sulle sponde dell'Adige e della Brenta. Al tempo stesso aveva operato che la parte che nei Grigioni inclinava a suo favore la chiamasse a preservar il paese dall'invasione dei Franzesi. Vi aveva pertanto mandato nuovi battaglioni per occupar quelle montagne, per modo che le sue prime guardie si estendevano da una parte sino ai confini della Svizzera, dall'altra sino a quei della Valtellina. Omessi i generali vinti, commetteva l'imperadore Francesco il governo militare a pruovati capitani, a Bellegarde nei Grigioni, a Melas in Italia; era con lui Kray, guerriero che si era acquistato buon nome nelle guerre germaniche e molto amato dai soldati. In tal guisa l'Austria si preparava alla guerra.Ma il fondamento principale di tutta l'impresa erano i soldati di Paolo imperadore, che, già lasciate le fredde rive del Volga e del Tanai, marciavano alla volta della Germania ed erano destinate a fare con gli Austriaci uno sforzo contro l'Italia. Conduceva questi soldati tanto strani il maresciallo Suwarow, capitano uso, per l'incredibile suo ardimento, a rompere piuttosto che a schivare gli ostacoli della guerra. A tutta questa mole, già di per sè stessa tanto grave, si aggiungevano le forze marittime dell'Inghilterra, della Russia, e della Turchia, le quali, l'Adriatico dominando ed il Mediterraneo correndo, potevano effettuare sulle coste di Italia subiti trasporti e sbarchi, abili a disordinare i disegni dei capitani della repubblica. Nè, come abbiam veduto,era l'Italia sana rispetto ai Franzesi, perchè infiniti sdegni vi erano raccolti, sì per la contrarietà delle opinioni attinenti allo Stato od alla religione, e sì per le offese recate dal nuovo dominio.Dall'altro lato era intento del direttorio di far guerra con tre eserciti, dei quali il primo condotto da Jourdan avesse carico, varcato il Reno di assaltare la Baviera, che s'era accostata alla lega, il secondo governato da Massena negli Svizzeri, facesse opera di cacciare gli Austriaci dai Grigioni, d'invadere il Tirolo, e, camminando avanti, di dar mano a Jourdan dall'una parte, dall'altra a Scherer in Italia. Era stato proposto alle genti italiche il generale Scherer, vincitore di Loano. Questo terzo esercito, spingendosi anch'esso avanti, doveva, passate le Alpi Giulie e Noriche, congiungersi coi due precedenti per conquistare gli Stati ereditarii. Aveva con sè congiunti i Piemontesi ed i Cisalpini. Joubert, che era per lo innanzi generalissimo, e molto capace per l'ingegno, l'ardire e l'esperienza di governar questa guerra, aveva chiesto licenza, ed il direttorio, che riteneva in tutte le cose le solite sospizioni, temendo di lui, molto volentieri glie l'aveva conceduta. Compariva Scherer, non senza parigino fasto; il che rendeva più notabile la semplicità del vivere di Joubert e lo squallore dei soldati. Ciò fece anche sospettare che le opere del peculato avessero peggio che prima a ricominciare: ognuno stava di mala voglia.Non ostante le ostili dimostrazioni, la guerra non era ancor rotta fra le parti, perchè il direttorio, prima di risentirsi dell'avvicinarsi dei Russi, aspettava che la fortezza di Erebrestein venisse in poter suo. L'Austria stava attendendo, per non trovarsi a combatter sola, mentre poteva combattere accompagnata, che le genti russe alle sue si congiungessero. Finalmente dopo un lungo assedio, costretto dalla fame, Erebrestein si dava ai repubblicani. Insorse incontanente il direttorio, e mandò dicendo all'imperator d'Alemagna, che sei Russi non fermassero i passi contro la Francia e dagli Stati imperiali non retrocedessero, l'avrebbe per segno di guerra: la corte imperiale diè risposte ambigue e si temporeggiava per dar comodità ai soldati di Paolo di arrivare. Conobbe la cosa il direttorio, e però si determinava del tutto allo guerra, volendo prevenire quello che l'Austria aspettava. Per la qual cosa Scherer altro non attendeva, per dar principio alle ostilità che l'udire che Jourdan e Massena avessero fatto il debito loro sul dorso germanico delle Alpi. Sentite le novelle del passo effettuato sul Reno del primo, e dello aver combattuto il secondo prosperamente, non senza però sanguinosissime battaglie, nei Grigioni, si risolveva a non più porre tempo in mezzo per assaltare il nemico.Credeva il direttorio, avvicinandosi la guerra contro l'Austria, non si poter fidare del granduca Ferdinando di Toscana, e perciò si era risoluto di cacciarlo da' suoi Stati. A questo fine, toccato prima che avesse dato asilo al papa e passo ai Napolitani, ed affermato che s'intendesse segretamente coi confederati ai danni della repubblica, Scherer ordinava che il dominio di Francia s'introducesse in Toscana. Così il direttorio stringeva nelle sue mani tutta l'Italia a quel momento stesso in cui era vicino a perderla tutta. Partitosi inaspettatamente il generale Gaultier da Bologna, dove aveva le stanze, entrava nella felice Toscana, e il dì 25 di marzo, conducendo con sè un grosso corpo di cavalleria con qualche nervo di fanteria e col solito corredo di artiglierie e di salmerie, faceva, qui trionfatore, il suo ingresso armato per la porta di San Gallo nella pacifica città di Firenze. Così la sede di civiltà divenne occupata da insolite e forestiere soldatesche.I trionfatori disarmavano i soldati toscani, s'impadronivano delle fortezze, del corpo di guardia, del palazzo vecchio e delle porte. Al tempo medesimo Miollis, assaltata ed occupata Pisa, se ne andava a Livorno, e quivi, disarmate le truppedel granduca, poneva presidio nei forti, guardie sul porto, mano sui magazzini inglesi e napolitani. Un Reinhard, commissario del direttorio, recava in sua potestà la somma delle cose, ed ordinava che i magistrati continuassero a fare gli ufficii in nome della repubblica franzese. Disfatto dai repubblicani il governo di Toscana, partiva per Vienna con tutta la sua famiglia il granduca, e gli fu dato facoltà dagli occupatori del suo Stato di portar con sè parte del mobile del palazzo Pitti, e alcuni capi di pittura e scultura notabili. Il caso strano mosse, non tutti, ma parte dei Toscani: piantarono i soliti alberi sulle piazze, fecero discorsi, gridarono libertà; pure non si fecero tanti schiamazzi come altrove.Il dominio dei Franzesi in Toscana cominciò da opere spietate. Gli esuli Franzesi, o preti o laici che fossero, che sotto il placido dominio di Ferdinando si erano ricoverati, furono senza remissione cacciati. Restava papa Pio che, vecchio, infermo ed ormai vicino all'ultimo termine della vita, se ne stava assai riposatamente nella Certosa di Firenze. Quest'ultima quiete gli turbarono i repubblicani, sforzandolo a partire alla volta di Parma, e poi fin oltre in Francia al tempo stesso della partenza di Ferdinando. Partiva il canuto e cadente pontefice, poco conscio di sè per l'infermità e per la disgrazia, molto salutato dalle pietose e meste popolazioni. Strada facendo, era chiuso nelle fortezze, poi venne serrato in Brianzone, finalmente trasportato in Valenza del Delfinato: quivi condusse nell'esilio una vita, che con tanto apparato di maestà e di potenza aveva incominciato. L'accompagnò sempre lo Spina, che fu poi cardinale, dolce e pietoso ufficio.Ad uno spettacolo compassionevole succedeva uno spettacolo orrendo. I Franzesi, partiti in tre schiere, affrontavano vigorosamente, il dì 26 di marzo, i Tedeschi sulle sponde dell'Adige. Ad un punto preso, tutte tre schiere andavanoalla fazione loro, e già la battaglia ardeva con molta uccisione per ambe le parti da Legnago fin oltre Bussolengo. Al primo romore delle armi era corso il presidio di Legnago governato dal colonnello Skal ad occupare le mura e la strada coperta; le guardie esteriori già si urtavano coi Franzesi, ai quali davano favore i fossi, le siepi, e gli alberi che ingombravano il terreno. Si combatteva con grandissimo valore dai Franzesi e dai Tedeschi sotto le mura di Legnago, presso Anghiari, ed a San Pietro per la strada di Mantova. Combatterono i repubblicani felicemente a San Pietro, infelicemente ad Anghiari, con fortuna pari a Legnago; ma la fortezza del luogo sosteneva gli avversarii. Urtarono genti fresche i Franzesi in parecchi luoghi, ma principalmente a San Pietro, dov'erano più forti e già vittoriosi, e superata finalmente la forte ed ostinata resistenza loro, li costrinsero a piegare ed a ritirarsi oltre Anghiari e Cerea verso il Tartaro. Vinto Montrichard a Legnago con perdita di circa due mila soldati, gli Alemanni si mettevano al punto di seguitarlo. Ma sopraggiunte a Kray erano le novelle che Victor e Hatry, battute aspramente le terre di Santa Lucia e di San Massimo, si erano impadroniti della prima e si sforzavano di occupare fermamente la seconda, dalla quale, entrati a viva forza già sette volte, altrettante erano stati risospinti. Così in questa parte stava la battaglia in pendente per l'acquisto di Santa Lucia dall'un de' lati e per la conservazione di San Massimo dall'altro. Tuttavia si continuava a combattere; un terrore profondo occupava Verona, non sapendo i Veronesi qual fine fosse per avere quel lungo ed aspro combattimento e molto temendo dei Franzesi per le ingiurie antiche e nuove. A questo stato dubbio sotto le mura di Verona, s'aggiunse la rotta toccata dalle genti Alemanne sull'ala loro destra, governata dai generali Gottersheim ed Esnitz; il che fece fare nuovi pensieri a Kray, distogliendolodel tutto dal seguitare i repubblicani oltre l'Adige verso Mantova. Era il sito di Pastrengo e Bussolengo munitissimo per molte fortificazioni, che consistevano in due ridotti, in frecce, trincee di campagna e teste di ponti. Urtarono i Franzesi con tanto impeto tutte queste opere, che, sebbene gli Austriaci vi si difendessero virilmente, le sforzarono. Il caso fu tanto subito che questi ultimi non poterono rompere i ponti di Pastrengo e di Polo, per modo che i repubblicani acquistarono facoltà di passar l'Adige e di correre per la sinistra sua sponda contro Verona e quella parte degl'imperiali che aveva le stanze sulla strada verso Vicenza.Al tempo stesso in cui Delmas e Grenier vincevano a Bossolengo, Serrurier, più oltre e più su distendendosi a stanca aveva cacciato i Tedeschi dai monti di Lazise, in ciò aiutato efficacemente dal capitano di fregata Sibilla e dal luogotenente Pons colle navi sottili, con le quali custodivano il lago di Garda. Mentre si combatteva sull'Adige, i Franzesi assaltavano Wukassovich sulle frontiere del Tirolo sopra il lago di Garda. Già si erano fatti padroni di Lodrone, ed avevano guadagnato molto spazio oltre i laghi di Iseo e d'Idro. Ma infine vennero in ogni parte respinti. Non così tosto ebbe Kray inteso la rotta della sua ala destra, che, lasciato un presidio sufficiente in Legnago, s'incamminava a presti passi a Verona, per preservarla dal gravissimo pericolo che le sovrastava. Vi arrivava il 27 e 28, e l'assicurava.I due eserciti, stanchi dal lungo combattere, pieni di morti e di feriti, convennero di sospendere le offese un giorno per dar sepoltura ai primi e cura ai secondi. Continuavano i Franzesi in possessione della riva sinistra dell'Adige, ed era forza o che i Tedeschi ne li cacciassero, o ch'essi cacciassero i Tedeschi di Verona. Se cadeva Verona, era vinta la guerra pei primi, e Suwarow avrebbe potuto arrivare senza frutto. Se i Franzesierano cacciati dalla riva sinistra era vinta la guerra per gli Austriaci. Sovrastava adunque agli uni e agli altri la necessità del combattere. Adunque alle dieci della mattina del 30 marzo, i Franzesi condotti da Serrurier, passato sugli acquistati ponti il fiume in grosso numero, assaltarono Esnitz e Gottesheim, ai quali già si era congiunto Froelich. Un'altra parte di repubblicani condotta da Victor s'innoltrava verso i luoghi superiori della valle ed in Montebaldo verso la Chiusa e Rivole, coll'intento di occupare i monti, ai quali si appoggiavano i Tedeschi e di guadagnare la strada di Vicenza. Avevano i Franzesi del Serrurier, assaltando con un impeto grandissimo, guadagnato molto campo, e già insistevano sopra Parona, luogo distante ad un miglio e mezzo da Verona. In questo pericoloso momento, Kray mandava fuori otto mila soldati, e, partitigli in tre colonne, li sospingeva ad urtare i Franzesi. Ne sorse un combattimento molto fiero, in fin del quale prevalsero gli Austriaci, ed i Franzesi pensarono al ritirarsi non senza qualche dissoluzione nelle ordinanze. In questo fatto, per frenare l'impeto del vincitore e dar campo ai vinti di ritirarsi, prestò opera egregia la cavalleria piemontese. Restava che si potesse ripassare a salvamento il fiume; una parte passò; ma Kray, avendo occupato i ponti con la cavalleria e rottili per mezzo dei granatieri di Korber, Fiquelmont e Weber, tagliò la strada ai superstiti che, deposte le armi, vennero in suo potere. Quasi tutta la parte che era salita ai monti fu in questa guisa superata e presa.Risultava dalle due battaglie di Verona che gli Austriaci passarono l'Adige a portar guerra sulla sua destra sponda. Dal canto suo Scherer si era accampato dietro il Tartaro, tra Villafranca e l'Isola della Scala, attendendo a fortificarsi ed a riordinare i suoi; aveva fermato il suo campo principale a Magnano. Ma le sue condizioni divenivano ogni ora peggiori; perchè il nemico incominciava a romoreggiarglisui fianchi ed alle spalle con truppe armate alla leggera. Wukassowich, sceso dal Tirolo tra il lago di Garda e l'Iseo, minacciava Brescia, oltrechè il colonnello San Giuliano mandato da Wukassowich aveva spazzato tutto il campo tra la destra dell'Adige ed il lago di Garda, per modo che il navilio, che i Franzesi avevano sul lago, era stato costretto a cercar ricovero sotto le mura di Peschiera. Da un'altra parte Klenau, partitosi dall'ala sinistra austriaca con soldati corridori era comparso sul Po, aveva messo a rumore le due sponde, precipitato in fondo le navi franzesi e costretto i repubblicani a rifuggirsi o in Ferrara o in Ostiglia.Si trovava adunque il generalissimo di Francia in grave pericolo, ed aveva tanto più forte cagione di temere, quanto il suo esercito, scemato per le perdite fatte nelle giornate precedenti, era divenuto di numero inferiore a quello d'Austria. Oltre a tutto questo non isfuggiva a Scherer che Suwarow, ritardato solamente dalle pioggie insolite che avevano fatto gonfiare oltremodo i fiumi ed i torrenti, si accostava; il che avrebbe del tutto fatto prevalere il nemico, se prima dell'arrivare del Russo non ristorava la fortuna cadente. Per tutto questo, nè mancando anche d'animo per sè medesimo, si risolveva a cimentarsi di nuovo col nemico, sperando che Magnano avrebbe restituito le cose perdute a Verona.Dall'altro canto il generale austriaco, non fuggendo di tentar la fortuna da sè solo, agognava ancor esso la battaglia, perchè non voleva dar tempo al nemico di riordinarsi e riaversi dall'impressione delle rotte precedenti, nè lasciar raffreddare l'impeto de' suoi, tanto più imbaldanziti delle vittorie recenti, quanto più le avevano acquistate mentr'era ancor fresca la memoria delle sconfitte. Forse ancora Kray nel più interno dei suo animo desiderava una nuova battaglia per operare che per suo mezzo la guerra fosse del tutto vinta innanzi che arrivasseroil generalissimo Melas ed il forte maresciallo di Paolo.Ivano all'affronto i due nemici divisi in tre schiere, il dì 5 aprile. Sorgeva una fierissima battaglia; benchè i Franzesi fossero inferiori di numero, guadagnarono nondimeno, valorosissimamente combattendo, del campo, e facevano piegar l'inimico. Serrurier, sospinto prima ferocemente da Villafranca, fatto un nuovo sforzo e riordinati i suoi, se ne impadroniva. Delmas si spingeva ancor esso avanti; Moreau il seguitava con uguale prudenza e valore, Victor e Grenier sforzavano San Giacomo e vi si alloggiavano.Volle Kray rompere Moreau con aver fatto girare un grosso corpo a fine di attaccar il Franzese alle spalle, ed al tempo medesimo urtava impetuosamente Delmas. Questa mossa ottimamente pensata poteva trarre a duro passo Moreau s'ei non fosse stato quell'esperto capitano che egli era; ma risolutosi incontanente su quanto gli restava a fare in sì pericoloso accidente, invece di camminare direttamente; si voltava con grandissima audacia a destra, ed assaltava sul destro fianco coloro che disegnavano di assaltarlo alle spalle. Per questa mossa gli Austriaci furono rotti e fugati verso Verona, a cui si accostavano Delmas e Moreau con le altre due schiere compagne; già il terrore assaliva la città. Pareva in questo punto disperata la battaglia pei Tedeschi; ma Kray ordinava a nove battaglioni del retroguardo che si spingessero avanti, condotti dal generale Lattermann, ed urtassero il nemico, tre da fronte a sinistra, cinque di fianco. Fu quest'urto dato con tanto ordine ed impeto che i Franzesi, svelta loro di mano per forza la vittoria, se ne andarono rotti in fuga. A questo decisivo passo ordinarono Scherer e Moreau un po' di retroguardo che loro restava, quest'era l'ultima posta, e mandatolo contro il nemico insultante, non solamente ristoravano la fortuna della battaglia, ma ancora rompevano del tutto la mezzana schiera degl'imperiali e fugivanoKeim fin quasi sotto alle mura di Verona. Restava un ultimo rimedio a Kray; quest'erano i restanti battaglioni del retroguardo. Serraronsi i freschi battaglioni alemanni, adoprandosi virilmente Lusignano sui Franzesi con un incredibile furore. Non piegarono i repubblicani, ma s'arrestarono: nasceva un urtare, un riurtare tale che pareva che più che uomini tra di loro combattessero. Stette lungo spazio dubbia la vittoria e già, checchè la fortuna apparecchiasse ad una delle parti, era per ambedue salvo l'onore. Finalmente la costanza tedesca prevalse all'impeto franzese: i repubblicani furono piuttosto che cacciati, svelti dal campo di battaglia. Rotto l'argine, precipitaronsi impetuosamente contro i vinti i vincitori e ne fecero una strage grandissima. La schiera di Serrurier, che si era conservata intera e tuttavia teneva Villafranca, fu costretta a mostrar le spalle al nemico non senza scompiglio nelle ordinanze pel caso improvviso, lasciando il fardaggio, le artiglierie ed i feriti in poter del vincitore. Non fu fatto fine al perseguitare se non quando sopraggiunse la notte. Durò la battaglia dalle ore sei della mattina sino alle sei della sera. Il valore vi fu uguale da ambe le parti; la vittoria utilissima alle armi imperiali. Spianò Kray col suo valore la strada alle vittorie di Melas e di Suwarow.Scherer, scemato il numero de' suoi, scemato altresì l'animo loro per le sconfitte, dopo di aver fatto alcune dimostrazioni, come se volesse fermarsi sul Mincio, si deliberava a ritirarsi sulla sponda destra dell'Adda, per ivi fare opera, se ancora possibil fosse, di arrestar l'inimico e difendere la capitale della Cisalpina. A questa deliberazione, piuttosto inevitabile che volontaria, dava motivo la grande superiorità del nemico, accresciuto dalle forze russe, per guisa che sommava a settanta mila combattenti, non noverati quelli di Wukassovich e di Kleneau, mentre il suo, tolti i presidii ch'era obbligato a lasciare a Mantova ed in Peschieraed in altre fortezze di minor importanza, non passava i venti mila. Si levavano i popoli a calca al suono delle vittorie tedesche e dell'arrivo dei Russi, gente strana e riputata d'invincibil valore. Queste sommosse molto mutavano gl'imperiali, perchè intimorivano gli avversarii, tagliavano le strade, e davano spiatori utilissimi ai nuovi conquistatori. Esse erano più o meno forti, secondo le varie inclinazioni dei luoghi, ma molto romorose nel Polesine e nel Ferrarese. Grandi tempeste ancora si levavano contro i Franzesi nel Bresciano e nel Bergamasco: Wukassowich vi trovava molto seguito.Arrivati i Franzesi sulle sponde dell'Adda fiume assai più grosso e di rive più dirupate che il Mincio e l'Oglio non sono, vi si alloggiavano, ordinandovisi nel modo che giudicavano poter arrestare il corso alla fortuna del vincitore. Intanto una gran mutazione si era fatta nel governo supremo dell'esercito. I soldati repubblicani, stimandosi invincibili, perchè non soliti ad esser vinti, avevano concetto un grandissimo sdegno contro Scherer, di tutte le loro disgrazie accagionandolo. I meno coraggiosi si erano anche perduti di animo, e questo sbigottimento di mano in mano si propagava: l'immagine della Francia già si appresentava alla mente dei più, e quelle terre italiane diventavano loro odiose. Le subite ed estreme mutazioni dei Franzesi davano a temere ai capi per modo, che dubitavano aver presto a contrastare non solamente col nemico, ma ancora con la cattiva disposizione dei proprii soldati. Già si mormorava contro Scherer, ed il meno che dicessero di lui era, che non sapeva la guerra. Certo, essendo tanto declinato del suo credito, ei non poteva più oltre governar con frutto, e la confidenza ed il coraggio dei soldati per niun altro modo potevano riaccendersi che con quello di mutar il capo e di surrogargli un generale amato da loro e famoso per vittorie. Videsi Scherer queste cose e, conformandosi al tempo, rinunziò algrado, con rimetterlo in mano di Moreau e con pregare il direttorio che commettesse in luogo di lui la guerra al capitano famoso per le renane cose. Piacque lo scambio: Scherer, confidate le sorti franzesi al suo successore, se ne partiva alla volta di Francia.Recavasi Moreau in mano il governo di genti vinte e quando già poca o niuna speranza restava di vincere. Sapeva egli che il difendere lungo tempo le rive dell'Adda contro un nemico tanto potente non era possibile: ma andò considerando che il cedere senza un nuovo sperimento la capitale della Cisalpina, che aveva i suoi soldati congiunti co' suoi e che era alleata della Francia, gli sarebbe stato di poco onore; ed oltre a ciò voleva, con ottenere qualche indugio, dar tempo al munire di provvisioni le fortezze del Piemonte. In questo mezzo arrivarono alcuni aiuti venuti di Francia, del Piemonte e dalla Cisalpina. Per tutto questo deliberossi di voltare il viso al nemico e di provare se la fortuna fosse più favorevole alla repubblica sulle sponde dell'Adda che su quello dell'Adige.Arrivava Suwarow a fronte del nemico e, senza soprastare, si risolveva a combatterlo. Divideva, come i Franzesi, i suoi in tre parti; commetteva la prima, che marciava a destra, al generale Rosemberg, che aveva con sè Wucassovich, guidatore dell'antiguardo. Questa parte aveva il carico di aprirsi il varco in qualche luogo vicino al lago. La seconda, cioè la mezzana, guidata da Zopf e Ott, doveva far opera di passare in cospetto di Vaprio, e d'impadronirsi di questa terra. Finalmente la terza che camminava a sinistra, commessa al valore del generalissimo austriaco Melas, andava porsi a campo a Triviglio contro l'alloggiamento principale dei Franzesi a Cassano. Franzesi e Russi, nuovi nemici, eccitavano l'attenzion dal mondo.Serrurier, dopo di aver combattuto e respinto con sommo valore i Russi condotti dal principe Bagrazione, che avevanoassaltato la testa del ponte di Lecco, aveva, ritirandosi per ordine di Moreau verso il centro, lasciato alcune reliquie di un ponte di piatte rimpetto a Brivio, per cui egli si era trasferito oltre il fiume. La notte del 26 aprile Wukassovich di queste reliquie presentemente valendosi, ed avendo riattato il ponte, varcava e s'insignoriva di Brivio, dove non trovava guardia di sorte alcuna. Passato, correva Wukassovich la vicina contrada, e non trovava vestigia di nemico, se non se ad Agliate e Carate. Ciò nonostante, molto pericolava la sua squadra, se le altre non avessero passato nel medesimo tempo. Andava Suwarow accompagnato da Chasteler, generale dell'imperatore Francesco, capitano audacissimo e di molta esperienza, sopravvedendo i luoghi per trovar modo di passare all'incontro di Trezzo. Pareva anche agli ufficiali, che soprantendevano l'opera delle piatte e del passare i fiumi, il varcare impossibile per la rapidità e profondità delle acque, e per la natura rotta e scoscesa delle grotte. Tuttavia non disperava dell'impresa Chasteler; però, fatto lavorar sollecitamente i suoi soldati nel trasportar le piatte e le tavole necessarie, tanto s'ingegnò che alle tre della mattina del 27 mandava a pigliar luogo sulla destra un corpo di corridori che vi si appiattavano, senza che i Franzesi se ne accorgessero, e poco poscia passava egli stesso con tutte le genti della mezzana schiera armata alla leggiera. Parve cosa strana a Serrurier, il quale, udito del passo conseguito da Wukassovich, marciava per combatterlo, e si trovava a Vaprio. Ma raccolti subitamente i suoi, anche quelli ch'erano fuggiti da Trezzo, ingaggiava la battaglia col nemico, non bene ancor sicuro della possessione della destra riva. Piegava al durissimo incontro l'antiguardo dei confederati, e sarebbe stato intieramente sconfitto, se non arrivava subitamente al riscatto con tutta la sua schiera l'Austriaco Ott. Si rinfrescava la battaglia più aspra di prima tra Brivio e Pozzo. MandavaVictor alcuni reggimenti dei più presti in aiuto di Serrurier, il quale, valorosissimamente instando, già era in punto di acquistare la vittoria, quando giungevano in soccorso di Ott le genti di Zopf, e facevano inchinar la fortuna in favor degli alleati; perchè, dopo un sanguinoso affronto, cacciarono i Franzesi da Pozzo, e li misero in fuga. Ingegnossi Grenier di raccozzare a Vaprio le genti rotte, ma indarno, perchè, assaltato dagli Austriaci e Russi, fu rotto ancor esso ed obbligato a ritirarsi frettolosamente. Era accorso Moreau in questo pericoloso punto, ma la sua presenza non valse a ristorare la fortuna della battaglia. Per questa fazione fu Serrurier respinto all'insù ed intieramente separato dalle altre parti dell'esercito.

Fatta la deliberazione di abbandonar Napoli, si mandò tosto ad esecuzione, non senza terrore e confusione, come suole in simili accidenti. L'ultima notte dell'anno antecedente imbarcarono sulle navi inglesi e portoghesi ch'erano sorte nel porto, il mobile più prezioso dei palazzi di Caserta e di Napoli, le gioie della corona, il tesoro di San Gennaro, in cui erano meglio di venti milioni coniati ed oro ed argento vergati in quantità: a queste ricchezze si aggiunsero le singolarità più preziose di Ercolano.

Imbarcati i denari e le suppellettili, creava Ferdinando suo vicario il principe Pignatelli con facoltà amplissime, anche di conchiudere un accordo coi Franzesi, col consentire all'occupazione di Napoli, purchè la città salva ed incolumesi conservasse. S'imbarcava Ferdinando la notte medesima sulla nave di Nelson con Acton, Hamilton ed i cortigiani.

Il giorno seguente, non avendo ancor salpato pei venti contrarii, sorse uno spettacolo miserabile; poichè fatte uscir prima le navi Napolitane, sì grosse che sottili, che potevano mareggiare, fece Nelson appiccare il fuoco alle altre, fra le quali campeggiava il Guiscardo grossa nave di settantaquattro cannoni. Arsero in cospetto del re che di non lontano luogo rimirava il fumo ed il fuoco che le proprie sue forze consumava. Si abbruciarono anche con disegno espresso le barche armate della costa di Posillipo ed i magazzini dell'arsenale: la rabbia civile consumava le opere egregie della pace. Fu nella città desolata dolore e terrore per la partenza della reale famiglia. Il volgo sollevato mandò deputati a pregar Ferdinando affinchè restasse, proferendo le sostanze e le vite a difesa ed a conservazione sua; ma fu negata ai deputati la presenza di lui dagl'Inglesi. Nulla più restava da trasportare e da ardere: la dolorosa flotta salpava il dì 2 gennaio, infelice per l'aspetto terribile di Napoli che ancora agli occhi dei naviganti appariva; più infelice pei venti avversi che poco dopo la percossero. Fu lungo e travaglioso il tragitto: accrebbe il dolore, la mestizia e il dolore la morte del principe Alberto, figliuolo del re, fanciullo di sette anni, che in mezzo alle furiose burrasche rendè l'ultimo spirito nel grembo stesso della già tanto addolorata madre. Finalmente le sbattute e travagliate navi afferravano Palermo: le dimostrazioni amorevoli dei Siciliani mitigarono l'amarezza concetta per l'esilio e per la fresca perdita del morto figliuolo.

La partenza del re fu in mal punto per l'infelice regno, perchè già la fortuna si mostrava più propizia alle sue armi. Erano, non senza gravi difficoltà per le popolazioni armate che loro contrastavano il passo, Duhesme e Lemoine giunti al campo sotto le mura di Capua.Intanto le popolazioni medesime crescevano di numero, di forze e di furore, e già facendo in ogni luogo suonare le armi e le grida di vendetta, niuna cosa lasciavano sicura alle spalle dei Franzesi. La rabbia loro era incredibile, e commettevano contro i repubblicani che viaggiavano alla spicciolata, atti di ferità più bestiale che inumana. Già Itri, Fondi e Sessa erano in poter dei sollevati, già San Germano si muoveva a stormo; già Teano, alloggiamento principale di Championnet, era stato assaltato e preso; già Piedimonte sul sommo giogo dell'Apennino pericolava; una massa di popoli incitatissimi s'avvicinava al Garigliano e non lasciava alcuna speranza ai repubblicani in picciol sito oramai ristretti. Mandava Championnet ad incontrar la Rey, il quale avendo combattuto più valorosamente che prosperamente, fu fatto tornare con grave perdita frettolosamente nel campo. Il prospero evento aggiunse nuova furia a quelle genti sdegnate e crudeli: spintesi avanti assaltarono il ponte che i Franzesi avevano fabbricato sul fiume, sel presero, e più oltre procedendo, nel parco di riserva rapirono le artiglierie, fracassarono i carretti, trasportarono quante munizioni da guerra poterono. Per tale guasto, le cartucce di provvisione vennero mancando ai Franzesi, già le vettovaglie mancavano, nè vi era modo di andar alla busca per pascere l'esercito, perchè i sollevati inondavano le campagne; il vigore delle menti con gli stromenti di difesa mancava. Da un altro lato, la popolosissima Napoli si muoveva, apprestandosi a correre da Garigliano in aiuto di Capua e dell'esercito che ancor la difendeva. Nè è da passarsi sotto silenzio che la virtù dei Franzesi, oltre il suono dell'armi dei sollevati, che romoreggiavano tutto all'intorno, incominciava ad indebolirsi per un'infelice pruova testè fatta contro Capua. Avendo dato Macdonald un furioso assalto alla piazza, ne era stato respinto con danno gravissimo. Ciò dava loro a temere chei soldati napolitani incominciassero ad agguerrirsi. Si aspettavano d'ora in ora alla foce del Garigliano le genti tornate da Livorno, che dando animo e forza alle turbe stormeggianti sulla destra del fiume, avrebbero fatto un pericoloso assalto a tergo dei Franzesi, mentre sboccando Mack da Capua, gli avrebbe assaliti in viso. Per la qual cosa con un esercito a fronte che si ostinava a voler difendere una città ed un passo tanto abili ad esser difesi, con gli Abruzzesi ed i Campani alle spalle, con la poderosa Napoli in cospetto, rimaneva ai Franzesi poca speranza di salute.

La debolezza del vicario Pignatelli aperse una via di scampo ai Franzesi che già incominciavano a disperarsi. S'aggiunse il poco animo di Mack. Perì Napoli per mano di coloro ai quali maggior debito pesava di difenderla. Arrivavano in quell'ora, tanto pregna di dubbio avvenire pei Franzesi, agli alloggiamenti di Championnet il principe di Milano ed il duca di Gesso, che, mandati dal vicario, venivano chiedendo un accordo. Mostrò sulle prime Championnet qualche durezza, conosciuta la timidità di chi reggeva Napoli, e volendo mostrare abilità al combattere; infine pregato da coloro che dovevano minacciare, venne ad un accordo con loro, del quale le principali condizioni furono, che si sospendessero le offese sino alla ratificazione delle due parti: se una ricusasse di ratificare, ricominciassero le offese dopo avviso anticipato di tre giorni; Capua si consegnasse in mano dei Franzesi; l'esercito di Francia occupasse il paese alla destra dei laghi napolitani sino alla foce dell'Ofanto; si serrassero i porti alle navi nemiche della repubblica; non si riconoscessero le opinioni; pagasse il re alla repubblica dieci milioni di tornesi, cinque in cinque giorni, e cinque in dieci; fossero aperte le strade ad ambe le parti pel commercio. Non piacque quest'accordo a nissuna delle parti, perchè il re negò la ratifica e mandò Pignatelli, tornato in Sicilia pelsollevamento di Napoli che or ora racconterassi, nella fortezza di Girgenti.

I Napolitani affermarono essere stata un'insidia di Acton, nemico di Pignatelli, dell'averlo messo, partendo, in quella vertigine, acciocchè vi perisse. Mostrossi il direttorio sdegnato contro Championnet come di accordo vile. Ma piacque il trattato a Championnet, perchè con quello e salvava l'esercito e si procurava abilità d'intendersela coi novatori per far del tutto sovvertir Napoli e convertirlo in repubblica. Infatti alcuni fuorusciti napolitani che aveva seco, incominciarono a tenere pratiche segrete coi loro compagni di Napoli, per modo che il generale franzese era per l'appunto informato di quanto alla giornata vi avvenisse.

Mali semi sorgevano, si aspettava la occasione. Una cagione che dipendeva dal trattato della tregua, fe' trascorrere le acque mosse, ma in verso contrario. Un Arcambal commissario franzese era andato a Napoli per levarvi il denaro pattuito; il volgo se n'accorse. S'incominciò a mormorare, poi a gridare, poi a minacciare; si trascorse finalmente agli sdegni e sorse in tutta la città fra i lazzaroni un tumulto ed un rumore incredibile. Uscivano furibondi dai nascondigli loro, correvano per le contrade e per le piazze, s'armavano a vicenda, l'un l'altro stimolando, tutti gridavano!Muoiano i traditori; viva San Gennaro, viva la santa fede, viva il re. Avidi di far sangue già facevano pruova di manomettere Arcambal; ma trovò modo di porsi in salvo. Fece Pignatelli qualche provvisione per frenare quel cieco impeto; ma il rimedio fu peggior del male, perchè il volgo, vieppiù inferocito a quel ritegno, trascorse in maggior furore chiamando a morte e Pignatelli e Mack e i soldati e tutti che governavano, accusandoli di tradimento. I lazzaroni occupavano i castelli Nuovo, Sant'Elmo e del Carmine: indi correvano all'armeria, dove prese e distribuite fra di loro le armi, s'indirizzavano ad opere maggiori. Pignatelli e Mack pensaronoche quello non fosse più tempo da starsene a Napoli e fuggirono, il primo in Sicilia, il secondo all'alloggiamento di Championnet. La guardia urbana fu disarmata. Dell'esercito che da Capua consegnata ai Franzesi se ne veniva alla volta di Napoli, parte sbandatosi cercò ricovero in mezzo ai Franzesi, parte sotto il governo del duca di Salamandra, si unì alla plebe commossa gridando: Viva la patria, viva Napoli, viva il re. Fatti più arditi dal numero e dall'impeto assaltarono rabbiosamente la guardia franzese al ponte Rotto, e parte la ruppero, parte l'uccisero. Protestò Championnet per questo fatto che i Napolitani avessero rotto la tregua ed aperto l'adito alle ostilità. Fuggiti Pignatelli e Mack, una licenza senza freno dominava Napoli sconvolta. In ogni parte erano assalti, depredazioni, incendii e morti. Fulminavano i cannoni dai castelli, fulminavano ai capi delle strade. Fra le grida dei moribondi, fra le minaccie degli uccisori, si udivano cosa che ad ognuno recava maggior terrore:Viva San Gennaro, viva la santa fede. Durò gran pezza il tumulto spaventevole.

Stanco finalmente di far bottino e sangue, l'impazzato volgo avvisò di crearsi un capo che gli ordinasse e difendesse. Elessero il principe Moliterni. Prima cosa diede opera a piantar certe forche smisurate in parecchi luoghi con minaccia che impiccherebbe chiunque si muovesse senza suo ordine. Poi creava ufficiali municipali e capi del popolo, ed attendeva con manifesti e con bel comparire in pubblico a calmare quegli spiriti infieriti ed a dar qualche sesto alle cose.

Ed ecco spargersi subitamente voce, marciare i Franzesi contro Napoli, già esser giunti ad Aversa. Fu Moliterni a parlamento con Championnet nei campi d'Aversa. Riportonne che il generale di Francia non voleva udire proposta alcuna d'accordo, se prima non se gli dessero in mano i castelli e non si togliessero le armi a chi non fosse soldato. Per poco stette che non facessero Moliterni a pezzigridandolo a furore assassino e traditore. Nè più volendo udire capo di sorta, meno ancora Moliterni, tornarono in sul saccheggiare ed in sull'uccidere più fieramente che prima. Uccisero il duca della Torre, uccisero suo fratello Clemente Filomarino, maltrattarono Zurlo già ministro delle finanze. Nè più guardavano ai forestieri che ai nazionali; trucidarono un fuoruscito tolonese; trucidarono un ufficiale di marina inglese: facevansi della barbarie gioia.

Ma Moliterni non secondava più le intenzioni del popolo, tendendo i suoi andamenti ad affidare Napoli alla presenza ed al patrocinio dei Franzesi, verisimilmente perchè credeva che quello fosse il solo modo di salute che restasse. Per arrivare a questo suo fine, aveva introdotto nel castello Sant'Elmo molti de' suoi aderenti e molti ancora che parteggiavano per la repubblica, ed inoltre, armandone quanti più gli venne fatto d'armare, gli aveva distribuiti nei luoghi più opportuni. Avvisavano Championnet e Moliterni che il vincere i lazzaroni in Napoli tanto numerosi, coraggiosi ed arabbiati sarebbe stato piuttosto impossibile che difficile. Perciò Moliterni propagava ad arte fra l'acceso volgo l'opinione ch'era necessario andar ad assaltare i Franzesi che venivano contro Napoli, con dire che il piccol numero loro sarebbe facilmente oppresso dalla sopravanzante moltitudine del popolo. Come era ordito il disegno, così riuscì l'effetto. Usciva il popolo, più impetuoso che esperto di battaglie, a combattere contro i Franzesi, che per la speranza di Sant'Elmo e di trovare in Napoli parte forte in favor loro, ordinati si avvicinavano. Si affrontarono le due parti tra Aversa e Capua; ne seguitava una mischia molto tremenda. Prevalevano i Franzesi per le armi e per l'ordine, prevalevano i Napolitani pel numero e pel furore. Durò per ben tre giorni con variati eventi la battaglia. Le artiglierie di Francia fulminando in quelle spesse squadre, vi menavano unoscempio orribile ed atterravano le file intiere. Rimettevansi i lazzaroni e più aspramente di prima menavano le mani, cercando di avvicinarsi e di venire alle strette col nemico, per fare con lui battaglia manesca. Le artiglierie li guastavano da lontano, le baionette da vicino; ma le morti non gl'intimorivano, anzi piuttosto gl'infierivano. Nei due primi giorni, ruppero parecchie volte i repubblicani, ma questi, come destri e sperimentati soldati, tosto si rannodavano. Nè la notte arrecava riposo; perchè se al chiaro più si udivano le grida de' combattenti, al buio più si udivano quelle degli straziati; e pure nè anche di notte si perdonava alle ferite ed alle morti. Ned era guerra in un sol luogo, ma guerra dappertutto e dappertutto si versava sangue o per uccisioni agglomerate fra corpi grossi o per uccisioni spicciolate fra masse vaghe ed erranti e fra guerrieri isolati. Continuavano a Napoli le carnificine, vi si aggiungeva furore a furore. Fumavano al tempo stesso le incenerite terre d'Abruzzo, del Sannio e della Campania, che la rabbia di guerra e la soldatesca rabbia avevano agli ultimi e più miserandi casi ridotte. Nuovi vesperi siciliani e nuove vendette di vesperi siciliani si agitavano. Non mai i Franzesi si trovarono ridotti a sì duro passo, nè mai con tanta valenzia sostennero un urto di guerra. Infine un fortunato consiglio fece sopravanzare i repubblicani. Championnet mandava Lemoine e Duhesme a ferire con truppe fresche, sbrigatosi testè dagl'impacci dei monti, il fianco destro dei combattenti lazzaroni, i quali, affievoliti dalla fatica e dalla strage, andarono in volta sparsi e sanguinosi riparandosi in Napoli.

Mentre nel raccontato modo si combatteva, Moliterni recatosi in mano non solamente il castello di Sant'Ermo, ma ancora quello dell'Uovo, vi aveva inalberato il vessillo tricolorato in segno di pace e di possessione verso Championnet. Ma quando i lazzaroni superstiti alla passatauccisione videro sventolare su quei due forti le odiate insegne, tosto tornarono sui furori, e di nuovo prese le armi, si accingevano a voler impedire ai Franzesi la possessione. Nè si rimasero alle minaccie, perchè impetuosamente contrastavano ai repubblicani l'ingresso. Pendeva tuttavia in bilico la fortuna, quand'ecco calare dai castelli Moliterni con le sue genti ad assaltar alle spalle coloro che lor capo lo avevano creato. Seguitava un durissimo combattimento fra i popolani ed i repubblicani, finchè questi superarono del tutto gli avversarii, cinti e bersagliati da tutte le bande. Allora i Franzesi, benchè i lazzaroni ancora in quest'ultimo frangente fortificassero le strade con isteccati e combattessero dalle case con ogni sorta d'armi, si fecero forzatamente strada fino al palazzo reale e l'occuparono. Poco poscia un'altra squadra di Franzesi, preceduti da novatori del paese, s'introdussero per forza nella contrada principale di Toledo e se ne fecero signori. Tuttavia combattevano ancora sparsamente i lazzaroni con pericolo di sacco e d'incendio; il castel del Carmine appresentava un duro intoppo a superarsi. Per risparmiare il sangue e terminar totalmente quelle moleste battaglie con altro che con armi, uomini astuti, per suggerimenti dei novatori, insinuarono ai lazzaroni che saria bene mandar a sacco il palazzo del re. A tale suono, questi uomini privi di tanti compagni uccisi, e straziati essi medesimi da tante ferite ricevute in difesa del re (cose strane ma vere) si calarono, e rinunziando alle armi, misero in preda le reali spoglie. Restava che il castello del Carmine cedesse. Si venne all'assalto, perchè il presidio non volle mai udire parole d'accordo. Ostinatamente vi si difesero; pure infine il forte cesse in poter dei repubblicani: la sanguinosa Napoli tutta era in potestà loro.

Il generale della repubblica, fatto sicuro dell'acquisto di Napoli per l'occupazione dei castelli, mandava al pubblicoch'egli frenava i suoi soldati, desiderosi di vendicare il sangue de' compagni morti nelle battaglie combattute contro gente prezzolata; che sapeva essere i Napoletani un popolo buono, e che bene nel cuor suo si doleva degli strazii sofferti da lui: però rientrassero in sè stessi, esortava, deponessero le armi in Castelnuovo e con queste conserverebbe la religione, le proprietà e le persone salve ed intatte: al tempo stesso arderebbe le case e darebbe a morte coloro che contro i Franzesi usassero le armi: se la tranquillità tornasse, dimenticherebbe il passato e restituirebbe la felicità a quelle ridenti contrade. Partorì questo manifesto l'effetto che Championnet se n'era promesso; Napoli fu ridotta in tranquillo stato, perchè tutti quietarono chi per timore dei Franzesi e chi per timore del volgo.

Ma siccome non bastava mettere in calma la metropoli, ma ancora abbisognava ordinare lo Stato, creava Championnet un governo, a cui chiamava venticinque persone, la più parte risplendenti o per dottrina, o per virtù, o per natali, o per tutte queste qualità congiunte insieme; uomini tutti sinceri d'opinione, continenti da quel d'altrui, e quanto degni di esser vissuti ai tempi antichi, tanto inabili a governar la nave dello Stato in tempi tanto tempestosi. Partironsi, secondo il solito, in congregazioni, le quali avevano la potestà esecutiva, mentre tutti insieme collegialmente uniti usavano la legislativa. Fu diviso il regno, pure secondo il solito costume servile, in undici dipartimenti. Quindi crearonsi i distretti, poscia i municipii, ogni cosa a norma delle fogge franzesi: tutto questo chiamossi repubblica Partenopea.

Ma prima di raccontar le cose del nuovo governo di Napoli fatte colle più oneste intenzioni, necessario è descrivere come Championnet, dabben uomo se non ingegnosissimo, oprò per solidare l'impresa del regno. Volendo far di Napoli altro che quello che si era fatto di Roma, intendeva non solo a fondare la nuovarepubblica, ma ancora a farle sostegno non della forza, ma dell'amore. Chiamato il popolo a parlamento nella chiesa di San Lorenzo, bandiva solennemente in nome del governo franzese e della grande nazione la libertà e l'indipendenza degli Stati napoletani, rinunziava ad ogni ragione di conquista, solo si riservava la facoltà di mettere per una volta una contribuzione militare per dare a' suoi soldati i soldi corsi di sei mesi. Fu la contribuzione di settantacinque milioni compresi dieci per la sola città di Napoli e contado; taglia assai grave, ma che avrebbero i popoli portato volontieri, se non fossero al tempo stesso stati costretti a dare il vitto ed il vestito a quei medesimi soldati che già pagavano. Sapendo poi quanto importassero in quei popoli ardenti le opinioni attinenti alla religione, mandava una guardia d'onore a San Gennaro. Non ammetteva il cardinale Zurlo Capece arcivescovo di Napoli, a ciò esortato dal governo, e il faceva anche volentieri, di confortare con lettere pastorali i popoli ad obbedire alle nuove potestà. Queste cose mitigavano le opinioni contrarie e vieppiù confermavano le quiete.

Aboliva il governo i diritti feudatarii ed i fidecommessi e preparava per mezzo della congregazione legislativa la costituzione che avesse a reggere la repubblica. Fu questa costituzione opera specialmente di Mario Pagano, ed in mezzo alla imitazione servile degli ordini di Francia, vi si vedevano alcuni ordini nuovi di non poca importanza e di utilità evidente. Fuvvi principalmente l'autorità censoria commessa ad un tribunale di cinque; fuvvi anche l'eforato. Degni anche di commendazione furono gli ordini proposti per le scuole pubbliche, i quali, mutati i soggetti d'insegnamento, potrebbero utilmente accettarsi anche nelle monarchie. Queste cose trovava Mario Pagano nel suo ingegno; il resto il copiava dalla costituzione franzese, dando in tal modo a conoscere e la capacità della sua mente e la servilità dei tempi.Nè deve essere passato sotto silenzio il ragionamento che si leggeva preposto al modello della costituzione; opera in cui tutto l'acume dei greci ingegni si discopriva, atti sempre a pruovare principii astratti con astrattezze maggiori.

Le astrattezze lusingavano gli uomini, le realtà gli sdegnavano; colpa parte di Championnet, parte dei tempi. Era Championnet di natura buona, ma non aveva nervo tale che potesse frenare i suoi, già avvezzi alla licenza negli Stati romani e cisalpini: onde gl'insulti alle persone, anche ai magistrati, massime municipali, e le tolte violenti erano frequenti. I popoli si sdegnavano. A questo si aggiungevano le intemperanze dei democrati più ardenti. I baroni, come aristocrati, come li chiamavano, erano o scherniti con dileggiamenti, o provocati con ingiurie, o nelle tasse sforzate con brutti arbitrii aggravati; il che gl'inimicava, e, siccome quelli che avevano una grande dipendenza, sì per le loro ricchezze e sì per l'effetto degli ordini feudatarii, procuravano con arti e con istigazioni nemici potenti e numerosi alla nuova repubblica.

Seguitava a tutte queste un'altra peste ed era quella dei ritrovi politici, in cui giovani infiammatissimi ed invasati delle nuove opinioni si adunavano a ragionare pubblicamente di cose appartenenti allo Stato. Nè i mali prodotti in Francia da simili ritrovi li rendevano più savii, perchè con la medesima veemenza parlavano. Nè procedeva che per le immoderate cose che vi si dicevano, i popoli si alienavano. Peggio poi che non era cosa che gli energumeni, violenti in tutti i paesi, violentissimi in Napoli, non dicessero per istravagante ed eccessiva che si fosse, contro il governo proprio e contro coloro che il componevano. Il che toglieva agli uomini dello stato con la riputazione anche la potenza. Quando prevale il costume che gli uomini più eccellenti sono stimati perfidi, vili, corrotti e tirannici, solo perchè occupano le cariche dello Stato e tengono i magistrati,ogni regola diviene impossibile e lo Stato diviene preda degli ambiziosi.

Tal era la condizione del governo napolitano, che odiato dagli aristocrati, biasimato dai democrati, oppresso dai Franzesi, non aveva modo nè di riputazione nè di forza per operare, non che il bene della repubblica, alcun bene che fosse. Restava ai reggitori di Napoli un solo conforto, e quest'era la presenza di Championnet, sempre pronto, per quanto fosse in lui, a frenare la licenza de' suoi ed a secondare gli sforzi di coloro che più avevano in animo l'ordinare un buono Stato che il signoreggiarlo. Accadde che il direttorio di Francia aveva mandato a Napoli per soprantendere ai frutti della conquista, una commissione civile di cui era capo quel Faipoult già mescolato nelle rivoluzioni genovesi. Come prima ei giungeva a Napoli, stimando che quanto ai diritti di conquista ed alle esazioni Championnet fosse stato troppo indulgente, pubblicava un editto con cui dannando quanto il generale aveva fatto, affermava che niun altro magistrato che la commissione civile aveva potestà di por le tasse, e che chi le pagasse in tutt'altra cassa che in quella della commissione, male pagherebbe. Poscia, più oltre procedendo, ordinava che in proprietà di Francia erano caduti per conquista tutti i beni appartenenti alla famiglia reale, spiegando che in esso diritto cadevano non solamente quanto il re possedeva, come palazzi, ville, caccie e simili; ma ancora i beni Farnesiani che erano di proprietà privata di Ferdinando, quei dell'ordine di Malta, i costantiniani, i gesuitici, quei destinati alle pubbliche scuole, i beni stessi dei banchi, che altro non erano che un deposito dei denari dei particolari, e tutte le casse pubbliche, e fino anche i decorsi delle contribuzioni. Così da Napoli si richiedeva un gran dispendio per l'esercito e al tempo stesso gli si toglieva ogni fonte di rendite per cui potesse supplire. Sdegnossi Championnet all'ardimento del commissario elo cacciava soldatescamente di Napoli. Era discordia tra i Franzesi, discordia fra i Napolitani: tutti venivano in dispregio: il terrore delle armi solo sosteneva lo Stato.

Preparavasi in questo mentre un accidente molto grave contro i Napolitani. Era Championnet venuto in disgrazia del direttorio, e perchè non contento all'aver rincacciato dallo Stato romano i Napolitani, avesse subitamente, non aspettati nuovi comandamenti, invaso il regno di Napoli, mentre esso direttorio desiderava di temporeggiare, e perchè si apparecchiava a fare una spedizione in Sicilia per torre al re quell'ultima parte de' suoi dominii; il quale intento toccava certi tasti molto reconditi del ministro Taleyrand, sì che questi, accennando col direttorio in un luogo col pretendere il motivo che bisognasse frenare quello spirito ambizioso di Championnet, e battendo veramente in un altro, aveva operato che il direttorio rivocasse il generale. Prese allora Macdonald il governo supremo dei Franzesi; tornò Faipoult in Napoli ad estenuare i poveri Partenopei.

Mentre si travagliava con poco frutto nella capitale per la repubblica, moti di grandissima importanza accadevano nelle provincie. Non amavano i baroni il nuovo Stato, manco ancora i Franzesi, e siccome tutti avevano bande di bravi che da loro dipendevano, uomini audacissimi, ed alcuni facinorosi, le spingevano a tentare rivoluzioni contro coloro che dominavano. Gli ecclesiastici, che non ignoravano che, sebbene fossero vezzeggiati in quei principii del governo, erano da lui veduti malvolentieri, con le maggiori persuasioni che potessero pruomovevano le inclinazioni contrarie. Molti soldati vecchi del re, non essendosi voluti accomodare al dominio dei nuovi signori, si erano ritirati nei luoghi più lontani ed inaccessi; quivi attendevano a fomentare discordie e sollevazioni. A questi si accostavano molti altri uffiziali e soldati dell'esercito regio, i quali, dopo di essersidimostrati pronti a servire i repubblicani, da loro non curati o per necessità o per la penuria dell'erario, o perchè non se ne fidassero, si erano sdegnosamente partiti e condottisi nelle provincie, quivi con le parole incendevano e con la presenza animavano le popolazioni ad insorgere. Tutti questi erano anche confortati da qualche corpo di gente armata che, dopo l'occupazione di Napoli, o si erano ritirati interi od erano mandati dalla Sicilia appunto con l'intento di sostenere quei moti che si manifestavano sulla terra ferma in favore della potestà regia. A questi motivi tanto potenti si aggiungevano i romori che correvano delle armate turche e russe che dovessero fra breve arrivare nell'Adriatico con grossi soccorsi di gente da sbarco in favore de' regii. Questi aiuti, parte veri, parte ancora esagerati dalla fama, mirabilmente infiammavano i popoli a proseguire i disegni che già avevano concetti.

Dimostravano quanto fossero deboli nelle provincie i fondamenti del governo nuovo i successi avuti nelle terre d'Otranto e di Bari da alcuni fuorusciti Corsi, che sulle prime avevano maggior desiderio di fuggire che di combattere: ma il moto si fece d'importanza: accorrevano buoni e cattivi, nobili, plebei, laici, ecclesiastici, e da un accidente fortuito nasceva un gran fondamento a far risorgere l'autorità del re.

Quasi al tempo stesso sbarcava con poche genti a Reggio di Calabria il cardinal Ruffo, al quale il re aveva dato facoltà amplissime, chiamandolo suo vicario. Il secondavano il preside della provincia Winspear e l'uditor Fiore. Questo debole principio in poco spazio di tempo cresceva a dismisura e produceva un moto che fu cagione di accidenti di grandissimo momento. Primieramente nella ulteriore Calabria, per le aderenze che la sua famiglia vi aveva, trovava il cardinale molto seguito: poi qualche nervo di truppa reale si aggiungeva, e finalmente chi voleva il re o le vendette o il sacco, a lui cupidamentesi accostava. Guadagnò prima le campagne, poscia le terre aperte, finalmente le murate e tanto crebbe la sua potenza, che presi Mileto, Monteleone e Catanzaro, riduceva in poter suo tutta la Calabria ulteriore. Il cardinale Zurlo Capece, arcivescovo di Napoli, lo scomunicava, ed egli scomunicava l'arcivescovo. Nè contenendosi nelle parole, anzi, seguitando il corso favorevole della fortuna, assaltava Cosenza, capitale della Calabria esteriore, e quantunque ella fosse una forte sede di repubblicani, dopo una battaglia assai feroce se ne impadroniva. Prese, non senza una ostinata difesa, Rossano, prese Paola, bellissima città di Calabria, la prese e l'arse per l'animoso contrasto fattovi dai repubblicani; quest'era la pessima delle guerre civili. Ruffo prevaleva; il terrore l'accompagnava e gli dava in mano tutte le Calabrie insino Matera. Quivi si congiunse con de Cesare, sommovitore della provincia di Bari.

Tumultuando le Calabrie, non si mostravano le provincie, anche le più vicine a Napoli, più quiete; gente sfrenata guidata da capi ancor più sfrenati, commettevano, sotto specie di voler rinstaurare il governo regio e difendere la religione, atti della più eccessiva barbarie. Uno Sciarpa, antico soldato, uomo tanto audace quanto feroce, aveva posto a romore le rive del Sele, tempestando fin sotto alle mura di Salerno. Dalla parte della Campania era sorto in Sora un moto pericolosissimo, suscitato specialmente da un Mammone Gaetano, prima mulinaro, poi capo dei sollevati di Sora. Commise costui opere indegnissime. Dall'altra parte dell'Apennino incrudeliva Proni con le sue Abruzzesi bande, risorto a nuovo furore, perchè Duhesme e Lemoine si erano condotti sotto le mura di Capua e di Napoli. Ma la più pericolosa e più importante sommossa, dopo quella del cardinale ardeva nella Puglia, sì perchè era molto grossa per sè, sì perchè a lei si erano congiunti gli Abruzzesi, sì perchè alle abruzzesi rive avevano adito le armaterusse, ottomane ed inglesi, e sì perchè la Puglia per la feracità delle sue terre nodriva la popolosa Napoli.

A questo modo, nonostante la gloriosa vittoria di Championnet, da Napoli in fuori e da alcune rare terre nelle provincie, in cui i repubblicani si difendevano piuttosto con valore smisurato che con isperanza di vincere, tutto il paese si era commosso a favore del re, quantunque i modi che si usavano non fossero degni nè del re nè di alcun altro governo che sia al mondo. Pressavano massimamente le cose della Puglia per motivo delle vettovaglie. Inoltre diminuivano i Franzesi, per tanto ardimento dei popoli, continuamente di riputazione, ed ogni giorno più si rendeva necessario che con qualche nuovo e segnalato fatto mostrassero, che non era cessato in loro per le delizie di Napoli il valore.

Per la qual cosa erasi deliberato Championnet (queste cose accadevano prima della sua partenza) a fare due spedizioni, una contro la Puglia, l'altra contro la Calabria, commettendo la prima alla fede ed al pruovato valore di Duhesme, la seconda al generale Olivier. Accompagnava Duhesme, da parte del governo napolitano con una legione napolitana ma con le compagnie ancor non piene, il conte Ettore di Ruvo, giovane d'incredibile ardire, d'animo feroce e capace di tentare qualunque difficile e pericolosa impresa. Dopo varie vicende, era venuto con Championnet, e per mezzo suo fu facilitata la conquista del regno, massimamente quella della capitale. Ora il governo napolitano, conoscendo la natura indomabile e irrequieta di quest'uomo, che sempre pasceva l'animo di pensieri smisurati e si mostrava più inclinato a comandare che ad obbedire, il mandava con Duhesme in Puglia, dove erano le sue terre, sotto colore che trovandosi in paese proprio e pieno di parenti e d'amici, vi facesse gente. Fecevi gente in verità e per pagarla, poichè ai mezzi non guardava, ma solo al fine, e neanche sequesto fosse giusto o no, che ciò poco gl'importava, pose taglie e fece depredazioni incredibili, non considerando nè come nè contro chi, o repubblicani o regi che si fossero: soldati e denari per pagargli, questo solo voleva. Il governo aveva qualche sospetto di lui: eppure era il solo uomo capace di puntellare quello Stato cadente: l'avrebbe anche fatto, ma forse per sè, non per la repubblica.

Accompagnava Olivier per alla volta della Calabria uno Schipani, piuttosto repubblicano ardente, che buon soldato, e non di natura tale che potesse star a fronte dell'audace Sciarpa e dell'astuto ed animoso cardinale. Partivano Duhesme ed il conte Ettore: marciavano cauti per paura d'agguati e di assalti improvvisi in un paese sollevato; marciavano spigliati e divisi per ispazzare largamente il paese: con loro marciavano i consigli militari, sempre pronti a dannare a morte gli autori delle sollevazioni. Molti presi furono incontanente uccisi. Così dall'un canto Duhesme ed il conte Ettore incrudelivano coi supplizii contro i regi, dall'altro Sciarpa, Mammone e Ruffo incrudelivano anche coi suplizii contro i repubblicani. Le ire erano crudeli, le vendette terribili; le ire chiamavano le vendette, le vendette le ire. Marciava Duhesme spartito in due colonne. Vinte parecchie città, si deliberava ad andare all'assalto di San Severo, perchè distrutto quel nido principale, sperava che gli altri si sottometterebbero. Erano i regi in San Severo grossi di dodici mila combattenti fra soldati vecchi e gente collettizia. Prese le stanze sopra un monte fecondo di ulivi, dominavano tutta la pianura sottoposta, che avevano assicurata con cavalleria e cannoni piantati contro la stretta, che alla pianura medesima apriva l'adito. Accorgendosi i regi che i repubblicani si distendevano a sinistra per assaltarli di fianco e alle spalle, si calarono con grandissimo ardire ed attaccarono con loro una sanguinosissima battaglia. Durò lunga pezza, con graveuccisione da ambe le parti, perchè il valore era uguale nei due eserciti nemici, e se prevalevano i regi di numero, prevalevano i repubblicani in perizia. Infine andarono i primi in volta, e già al punto stesso il generale Forest arrivava alle loro spalle. Allora fuvvi piuttosto carnificina che uccisione. Tre mila soldati vi perdettero la vita: tutti o la più parte l'avrebbero perduta, se una moltitudine di donne e di fanciulli in abito squallido e lugubre, miserando spettacolo, non fosse venuta a chiedere umilmente ed istantemente al vincitore la vita dei padri, dei mariti e dei figliuoli loro. Piegavasi Duhesme a misericordia, quantunque fosse molto sdegnato, e comandava che cessassero le ferite e le morti.

La fama della vittoria di San Severo ridusse all'obbedienza le contrade vicine, aperse anche le strade per Pescara, cosa di molta importanza pei Franzesi. Intanto licenziato Championnet, aveva Macdonald assunto il governo, e non solo Duhesme era stato richiamato dalla Puglia, ma ancora gli fu comandato che ritirasse le genti appresso Napoli. Le quali cose saputesi dai regii, inondavano di nuovo la provincia e tagliavano le strade dalla Puglia a Napoli. Fu ben forza allora, se non si voleva che Napoli affamasse, il pensare a riconquistare le terre perdute ed a rompere quella testa di regii, che si era adunata in Trani. Era Trani, come anche Andria, munita con fortificazioni vecchie e nuove; pieno tutto d'uomini armigeri, rabbiosi e risoluti a difendersi. S'incamminava l'assalto da Andria: ad estremo pericolo era per succedere estrema barbarie.

Incominciò la battaglia con furor civile da ambe le parti; gli assalitori combattevano con egregio valore, ma con non minore animo si difendevano gli assaliti, nè i primi facevano frutto di momento. Già venivano alle scale, cimento per essi molto pericoloso, quando il tirar di un obice atterrava la porta di Andria. Precipitaronsi i Franzesi; a loro si accostavanoi napolitani. Continuarono ciò non ostante a difendersi furiosamente da tutte le case i regi. Non venne la città intieramente in poter dei repubblicani se non dopo che tutte le case, le contrade, le piazze furono piene di cadaveri e di sangue. Nè tante morti nè tanto sangue bastarono: non fu contento il destino se non alla distruzione totale della misera terra. Sei mila Andriotti furono in poco d'ora mandati a fil di spada, la città intiera data alle fiamme; i vecchi, le donne, i fanciulli, e nè anche tutti, furono risparmiati.

Trani tuttavia si teneva pei regi, nè lo sterminio d'Andria gl'intimoriva. Città con bastioni, con un forte, con otto mila difensori usi alle armi, accesi dalla rabbia civile e religiosa, pareva piuttosto atta a pigliarsi per assedio che per assalto. Ma il tempo stringeva, ed i repubblicani, sì franzesi che napolitani, erano pronti a qualunque più pericolosa fazione. Andavano dunque all'assalto di Trani. I regi, essendosi accorti del disegno, si assembrarono grossi ad aspettarli al luogo minacciato. Ardeva la battaglia e succedevano molte morti, senza frutto alcuno per l'esito del fatto, da ambe le parti. In questo mezzo tempo i difensori, tutti intenti a tener lontani dalle mura gli assalitori, indebolirono le difese di un fortino situato a riva il mare: della quale occasione prevalendosi i repubblicani, se ne impadronirono e voltarono i loro cannoni contro la città. Questo grave accidente sconcertò le difese: già i repubblicani, non senza però molto scempio loro, saliti sulle mura facevano inchinar la fortuna a loro favore. Tuttavia i regi continuavano a difendersi ostinatamente, essendo come in Andria, ogni casa ed ogni contrada fortezza. Finalmente sparso molto sangue in una pertinacissima difesa i regi abbandonavano il forte, e si davano a correre alle navi, che nel porto erano allestite per fuggire. Ma nemmeno in queste trovarono scampo; poichè i Franzesi, avendo preveduto il caso, avevanoarmato alcune navi che vietarono loro il passo. Alcune delle regie furono prese per assalto, altre andarono a traverso sulla spiaggia. Chi fuggiva sul lido era senza misericordia e remissione alcuna ucciso dai trionfanti repubblicani. Fu la bella città di Trani, come Andria, data al sacco ed alle fiamme: de' suoi abitatori, quelli che o portavano o potevano portar armi, mandati a fil di spada. Quietava, ma non del tutto, la Puglia per queste vittorie.

Schipani mandato a combattere i sollevati ed a sopire le cose di Calabria, non solo non vi fece frutto, ma ancora vi nocque, perchè e conflisse infelicemente ed irritò con parole ed atti repubblicani molto estremi le popolazioni, non che troppo incrudelisse, ma perchè troppo provocasse. I sollevati di questa provincia ebbero facoltà d'unirsi con le bande del cardinale Ruffo, sicchè, pochi luoghi eccettuati, le Calabrie e la terra di Bari sollevata a rumore impugnavano coll'armi in mano la recente repubblica. Nè i Franzesi potevano porvi rimedio, perchè non si fidando degli Abruzzi, nè della Campania, e nè anco della città stessa di Napoli, nè bastantemente forti di numero essendo, pensavano piuttosto a mantenersi nella capitale che a conquistare le provincie. Schipani, tentato invano le Calabrie, se ne giva a far la guerra contro i sollevati di Sarno, che più vicini a Napoli tumultuavano. Ma i popoli lo combatterono per guisa che fu costretto ad andarsene. Vi si condussero i Franzesi; saccheggiarono Lauro, poi se ne tornarono ancor essi, non vinti, ma più inviperiti i Sarnesi ed i Lauriani. Si unirono questi ai sollevati delle vicine contrade di Salerno; e di già una grandissima necessità stringeva la capitale del regno. Accresceva il pericolo l'avere gli Inglesi occupato, non senza un valoroso fatto di Francesco Caracciolo che li combattè per molte ore, le isole d'Ischia e di Procida, che per essere situate alle bocche del golfo di Napoli, ne danno lasignoria a chi le tiene. Così ardeva la sollevazione contro il governo nuovo nella maggior parte del regno, s'incominciava a temere che l'impresa di Championnet fosse stata più imprudente che audace. Opere di estrema barbarie furono commesse da ambe le parti alla Fratta ed a Castelforte, perchè prima i regii poscia i repubblicani vi uccisero spietatamente ogni corpo vivente, e le cose e gli edifizii tutti distrussero ed arsero. Guerra crudelissima era questa, siccome portava la qualità dei tempi, l'indole ardentissima degli abitanti e la natura sempre estrema delle opinioni politiche e religiose. Si vedevano padri combattere contro i figliuoli, figliuoli contro i padri, fratelli contro i fratelli, e per fino mariti contro le mogli e mogli contro i mariti. Per atterrire chi atterriva, Macdonald mandava fuori, a dì 4 marzo un aspro e furioso decreto, nuovo esempio del quanto le rivoluzioni stravolgano gli uomini.

Il pericolo delle sollevazioni popolari contro i governi repubblicani instituiti in Italia e contro i Franzesi, si accresceva vieppiù dalle sommosse che, nate ora in un luogo ed ora in un altro, travagliavano lo Stato romano. Tumultuavano i popoli di Terni e dei luoghi vicini ed impedivano le strade fra Terni e Spoleto; già Rieti pericolava. Civitavecchia si era ribellata contro i nuovi signori; durò un pezzo il generale Merlin a sottometterla, ancorchè con palle infuocate la combattesse. Stroncone e Alatri parimente rumoreggiavano; Orvieto anch'esso aveva fatto mutazione ed ostinatissimamente si difendeva contro i repubblicani. L'incendio si dilatava; ogni luogo era o mosso con le armi impugnate o poco sicuro anche nella quiete.

Nonostante i pericoli che correvano, il direttorio di Francia, o non curandoli o facendo sembianza di non curarli, si era risoluto a far mutazioni nel governo di Napoli. Arrivava in Napoli Abrial, commissario del direttorio, il quale, prevalendosidei buoni si sforzava di consolare gli uomini afflitti dai tempi tristi. Tentò riforme nelle finanze e fecene di lodevoli. Gli ordini giudiziali molto migliorava; gli ordini politici, non avendo il mandato libero, stabiliva a modo di Francia, non avuto alcun riguardo al modello della costituzione proposto dalla congregazione napolitana e di cui abbiamo di sopra parlato. Creò fra gli altri un direttorio; imitazione servile. Ma quel che l'ordine aveva in sè di cattivo, correggeva con le persone: chiamovvi Ercole d'Agnese, Ignazio Ciaia, Giuseppe Abbamonti, Giuseppe Albanesi, e Melchior Delfico, uomini tutti migliori dei tempi e di non ordinaria virtù.

Diede ancora Abrial prova notabile, tacendo le altre, dell'animo suo civile, quando Macdonald mandava i suoi soldati a ridurre agli ultimi casi Sorrento, patria di Torquato Tasso, che in quelle Sarniane e Salernitane rivoluzioni si era levata a romore contro i Franzesi; imperciocchè operò col generale che la casa dei discendenti dei poeta, quando la terra fosse presa d'assalto, salva ed intatta si conservasse. Vollero riconoscere la conservata salute, offrendo a Macdonald, perchè non sapendo di Abrial, a lui riferivano, il ritratto del Tasso dipinto dal vivo, come si credea, da Francesco Zuccaro. Il ricusava Macdonald, facendo certa la salvata stirpe dell'autore primo del benefizio, ed essa, l'immagine del porta salvatore ad Abrial offerendo, pagava con segno di gratitudine unico al mondo, un immenso benefizio. L'accettava di buon animo Abrial e molto caro se lo serbava, dolce e pietosa conquista.

Restava che i due fiori d'Italia, Lucca e Toscana, si guastassero. Entrava sul principiare del presente anno in Lucca, accompagnato da quattrocento cavalli, Serrurier: tosto pubblicava le solite lusinghe. Il fine primo ma non primario dell'invasione lucchese era il prestito di due milioni di franchi che dai Lucchesi si richiedeva pei servigi dell'esercito: poi sivoleva venire alla mutazione del governo, benchè le parole suonassero in contrario. Già Lucca era serva, poichè l'antico governo stesso non poteva più pubblicare ordine alcuno se non approvato da Serrurier. Miallis succedeva a Serrurier; poi i repubblicani vi s'ingrossavano. Infine, stimolata dalla presenza loro, verso la metà di gennaio tumultuando la parte democratica, condotta da un Cotenna, addomandava l'abolizione della nobiltà e l'instituzione dello Stato popolare; non v'era modo di resistere per le insidie cittadine e forastiere.

Si restrinsero i nobili per consultare, piuttosto atterriti che deliberanti, e, cedendo al tempo, stanziarono che fosse abolita la nobiltà, che il popolo lucchese riassumesse la sovranità, che dodici deputati si eleggessero per ordinare una costituzione democratica secondo il modello di quella che reggeva Lucca prima della legge Martiniana. Furono eletti, la maggior parte nobili. I democrati pazzi non vollero udire parole italiche; però fecero accettare le forme franzesi. Nacquero adunque nella mutata Lucca, come in Francia, a Milano, a Genova, a Roma, i due consigli col direttorio. Incominciossi a dar mano a spogliar l'erario di denaro, le armerie d'armi, i granai di vettovaglie; in poco d'ora i frutti dell'antica e mirabile provvidenza lucchese furono dissipati e guasti. Quindi sorsero le parti, perchè chi voleva vivere Lucchese e chi unito alla Cisalpina. Si aggiunsero le solite tribolazioni di dover vestire, pascere alloggiare, pagare i soldati forastieri che andavano e venivano o stanziavano, ora Liguri, ora Cisalpini, ora Franzesi, con molte altre molestie, accompagnature insolenti del dominio militare. Brevemente, la fiorita ed intemerata Lucca divenne sentina di mali e ne fu desolata.

Instituitosi dal generale di Francia in Piemonte, dopo l'espulsione del re, un governo che non si saprebbe con qual nome chiamare, si conobbe tostamente che le recenti mutazioni non erano gradodei popoli. I soldati massimamente non si potevano accomodare, perchè ed erano avversi per le passate instigazioni ai soldati Franzesi, e questi in grado di vinti tenendoli, non li trattavano da compagni. Si aggiungevano le solite insolenze, che infiammavano a rabbia un popolo poco tollerante delle ingiurie. Vi era dunque in Piemonte quiete apparente e sostanza minacciosa. Grande scapito aveva patito il governo e per lo spoglio del palazzo del re, non da' Piemontesi, e per aver mandato i capi di famiglia di primaria nobiltà come ostaggi, e pei biglietti di credito, perchè prima promise di non risecarne il valore, e poi il risecava di due terzi, il che fu grave ferita a coloro che li possedevano. Sobbissava il Piemonte sì pei debiti, nè poteva bastare alle spese. S'aggiunse la voragine intollerabile dei soldi, del vestito, del cibo, delle stanze, dei passi pei soldati forastieri. Rovinava a precipizio lo Stato: in tre mesi, sebbene si estremassero le spese pei servigii piemontesi, si spesero tra in pecunia numerata ed in sostanze meglio di trentaquattro milioni. A qual fine si andasse, nissuno il sapeva: la desolazione e la solitudine erano imminenti.

Quest'erano le finanze: lo stato politico non era migliore. Già abbiamo detto in parte ciò che rendeva il governo poco accetto. Seguitava che i municipali di Torino, imitando quei di Parigi ai tempi della rivoluzione, l'emulavano e traevano con sè molto seguito. A questo erano stimolati da alcuni repubblicani franzesi, i quali si lamentavano di non aver avuto dal governo piemontese quelle ricompense che credevano esser loro dovute; del che i loro aderenti del paese aspramente si dolevano, tacciando il governo d'ingratitudine.

I musei intanto e le librerie si spogliavano rapivasi la tavola Isiaca, rapivansi i manoscritti di Pirro Ligorio e quanto si credeva poter ornare il magnifico Parigi a detrimento della scaduta Torino. In mezzo a tutto questo mandava il governol'avvocato Rocci ed il conte Laville deputati a Parigi, perchè ringraziassero il direttorio della data libertà, il tenessero bene edificato ed esplorassero qual fosse il suo pensiero intorno alle sorti future del Piemonte.

Abolivansi i fedecommessi, abolivansi le primogeniture, facendo di ciò vivissime istanze i cadetti delle famiglie nobili, ma la esecuzione fu sospesa dal direttorio di Francia per opera del conte Morozzo, che si era condotto espressamente a Parigi. Abolivansi anche i titoli di nobiltà e furono arsi pubblicamente sulla piazza del castello.

Intanto le sette, per l'incertezza delle sorti piemontesi, si moltiplicavano e s'inasprivano. Chi voleva esser Franzese, chi Italiano, chi Piemontese. Si viveva in queste incertezze, quando arrivava da Parigi l'avvocato Carlo Bossi, uno degli eletti al governo. Egli adunque avendo avuto l'intesa da Joubert, da Taleyrand e da Rewbell, uno dei quinqueviri, di ciò che il direttorio voleva fare del Piemonte, e parendogli che miglior consiglio fosse l'essere congiunto con chi comandava che con chi obbediva, si era deliberato a proporre in cospetto del governo il partito della unione con la Francia. Seguì tosto l'effetto, perchè avendo parlato con singolare eloquenza, da quell'uomo d'ingegno piuttosto mirabile che raro ch'egli era, e confermato il suo favellare con raziocinii speciosissimi, perciocchè nell'una e nell'altra parte valeva moltissimo, vinse facilmente il partito; non avendovi nissuno contraddetto, perchè alcuni non vollero, altri non seppero, stantechè la proposta era inaspettata. Accettatosi dal governo il partito dell'unione, furono tentati al medesimo fine i municipali di Torino. Vi aderirono volontieri. La deliberazione della capitale fu di grandissima importanza, perchè, essendo conforme a quella del governo, facilmente tirava con sè tutto il paese. Si mandarono commissarii nelle provincie a far gli squittini per le unioni. I popoli non l'intendevano ecertamente ripugnavano. Ma l'autorità del governo e la presenza dei Franzesi facevano chiarire i magistrati in favore. Mandavansi a Parigi per portar i suffragi Bossi, Botton di Castellamonte, e Sartoris, uomini di celebrato valore e di gran fama in Piemonte; ma vissuti, discordi a Parigi, produssero discordia nella patria loro.

Questa risoluzione del governo lo scemò di riputazione, perchè il popolo non amava l'imperio dei forastieri; gl'Italiani si adoperavano per farlo vieppiù odioso. Fu anche non cagione, ma occasione di un moto più feroce e ridicolo che nobile e pericoloso nella provincia d'Aqui. Dieci mila sollevati, compromessi molti luoghi, si disperdevano e della loro imbecillità pativano i danni Strevi, Aqui, ed altri comuni ancora.

Avuto il suffragio dell'unione, e conoscendo il direttorio di Francia che il governo del Piemonte, per aver perduto la riputazione, gli era divenuto uno stromento inutile, vi mandava Musset con qualità di commissario politico e civile, affinchè vi ordinasse il paese alla foggia franzese. Arrivato, tutte le ambizioni e di nobili e di plebei si voltavano a lui, ed ei si serviva dei gallizzanti, temeva degli Italici. Fece i soliti spartimenti del territorio, creò i tribunali, i magistrati distrettuali e municipali secondo gli ordini usati in Francia. Per riordinar le finanze tanto peggiorate, chiamava a sè Prina, che molto ed anche troppo se n'intendeva. S'ingegnava di sopire le passioni accese, perchè era uomo buono, ma l'incendio era troppo grave; già nuovi nembi, che s'ingrossavano verso settentrione, dando timori e svegliando nuove speranze, infiammavano viemmaggiormente le passioni già tanto accese.

Così, come abbiam raccontato, eran condizionati Napoli e Piemonte. Meglio Genova e Milano si mantenevano per aver governi più ordinati, ma più la prima che il secondo, perchè l'amor della adulazione verso i forestieri vi era minore.Roma era straziata continuamente da uomini avari e da importune mutazioni in chi governava. Dappertutto erano apparecchiate le occasioni alla tempesta, che già si avvicinava ai confini d'Italia.

Le arti dell'Inghilterra, delle quali abbiamo altrove parlato, partorivano gli effetti che da loro si erano aspettati, e già tutt'Europa novellamente si muoveva a danni della Francia e dei nuovi Stati che ella aveva creato. Aveva l'Austria mandato un forte esercito in Italia, alloggiandolo sulle sponde dell'Adige e della Brenta. Al tempo stesso aveva operato che la parte che nei Grigioni inclinava a suo favore la chiamasse a preservar il paese dall'invasione dei Franzesi. Vi aveva pertanto mandato nuovi battaglioni per occupar quelle montagne, per modo che le sue prime guardie si estendevano da una parte sino ai confini della Svizzera, dall'altra sino a quei della Valtellina. Omessi i generali vinti, commetteva l'imperadore Francesco il governo militare a pruovati capitani, a Bellegarde nei Grigioni, a Melas in Italia; era con lui Kray, guerriero che si era acquistato buon nome nelle guerre germaniche e molto amato dai soldati. In tal guisa l'Austria si preparava alla guerra.

Ma il fondamento principale di tutta l'impresa erano i soldati di Paolo imperadore, che, già lasciate le fredde rive del Volga e del Tanai, marciavano alla volta della Germania ed erano destinate a fare con gli Austriaci uno sforzo contro l'Italia. Conduceva questi soldati tanto strani il maresciallo Suwarow, capitano uso, per l'incredibile suo ardimento, a rompere piuttosto che a schivare gli ostacoli della guerra. A tutta questa mole, già di per sè stessa tanto grave, si aggiungevano le forze marittime dell'Inghilterra, della Russia, e della Turchia, le quali, l'Adriatico dominando ed il Mediterraneo correndo, potevano effettuare sulle coste di Italia subiti trasporti e sbarchi, abili a disordinare i disegni dei capitani della repubblica. Nè, come abbiam veduto,era l'Italia sana rispetto ai Franzesi, perchè infiniti sdegni vi erano raccolti, sì per la contrarietà delle opinioni attinenti allo Stato od alla religione, e sì per le offese recate dal nuovo dominio.

Dall'altro lato era intento del direttorio di far guerra con tre eserciti, dei quali il primo condotto da Jourdan avesse carico, varcato il Reno di assaltare la Baviera, che s'era accostata alla lega, il secondo governato da Massena negli Svizzeri, facesse opera di cacciare gli Austriaci dai Grigioni, d'invadere il Tirolo, e, camminando avanti, di dar mano a Jourdan dall'una parte, dall'altra a Scherer in Italia. Era stato proposto alle genti italiche il generale Scherer, vincitore di Loano. Questo terzo esercito, spingendosi anch'esso avanti, doveva, passate le Alpi Giulie e Noriche, congiungersi coi due precedenti per conquistare gli Stati ereditarii. Aveva con sè congiunti i Piemontesi ed i Cisalpini. Joubert, che era per lo innanzi generalissimo, e molto capace per l'ingegno, l'ardire e l'esperienza di governar questa guerra, aveva chiesto licenza, ed il direttorio, che riteneva in tutte le cose le solite sospizioni, temendo di lui, molto volentieri glie l'aveva conceduta. Compariva Scherer, non senza parigino fasto; il che rendeva più notabile la semplicità del vivere di Joubert e lo squallore dei soldati. Ciò fece anche sospettare che le opere del peculato avessero peggio che prima a ricominciare: ognuno stava di mala voglia.

Non ostante le ostili dimostrazioni, la guerra non era ancor rotta fra le parti, perchè il direttorio, prima di risentirsi dell'avvicinarsi dei Russi, aspettava che la fortezza di Erebrestein venisse in poter suo. L'Austria stava attendendo, per non trovarsi a combatter sola, mentre poteva combattere accompagnata, che le genti russe alle sue si congiungessero. Finalmente dopo un lungo assedio, costretto dalla fame, Erebrestein si dava ai repubblicani. Insorse incontanente il direttorio, e mandò dicendo all'imperator d'Alemagna, che sei Russi non fermassero i passi contro la Francia e dagli Stati imperiali non retrocedessero, l'avrebbe per segno di guerra: la corte imperiale diè risposte ambigue e si temporeggiava per dar comodità ai soldati di Paolo di arrivare. Conobbe la cosa il direttorio, e però si determinava del tutto allo guerra, volendo prevenire quello che l'Austria aspettava. Per la qual cosa Scherer altro non attendeva, per dar principio alle ostilità che l'udire che Jourdan e Massena avessero fatto il debito loro sul dorso germanico delle Alpi. Sentite le novelle del passo effettuato sul Reno del primo, e dello aver combattuto il secondo prosperamente, non senza però sanguinosissime battaglie, nei Grigioni, si risolveva a non più porre tempo in mezzo per assaltare il nemico.

Credeva il direttorio, avvicinandosi la guerra contro l'Austria, non si poter fidare del granduca Ferdinando di Toscana, e perciò si era risoluto di cacciarlo da' suoi Stati. A questo fine, toccato prima che avesse dato asilo al papa e passo ai Napolitani, ed affermato che s'intendesse segretamente coi confederati ai danni della repubblica, Scherer ordinava che il dominio di Francia s'introducesse in Toscana. Così il direttorio stringeva nelle sue mani tutta l'Italia a quel momento stesso in cui era vicino a perderla tutta. Partitosi inaspettatamente il generale Gaultier da Bologna, dove aveva le stanze, entrava nella felice Toscana, e il dì 25 di marzo, conducendo con sè un grosso corpo di cavalleria con qualche nervo di fanteria e col solito corredo di artiglierie e di salmerie, faceva, qui trionfatore, il suo ingresso armato per la porta di San Gallo nella pacifica città di Firenze. Così la sede di civiltà divenne occupata da insolite e forestiere soldatesche.

I trionfatori disarmavano i soldati toscani, s'impadronivano delle fortezze, del corpo di guardia, del palazzo vecchio e delle porte. Al tempo medesimo Miollis, assaltata ed occupata Pisa, se ne andava a Livorno, e quivi, disarmate le truppedel granduca, poneva presidio nei forti, guardie sul porto, mano sui magazzini inglesi e napolitani. Un Reinhard, commissario del direttorio, recava in sua potestà la somma delle cose, ed ordinava che i magistrati continuassero a fare gli ufficii in nome della repubblica franzese. Disfatto dai repubblicani il governo di Toscana, partiva per Vienna con tutta la sua famiglia il granduca, e gli fu dato facoltà dagli occupatori del suo Stato di portar con sè parte del mobile del palazzo Pitti, e alcuni capi di pittura e scultura notabili. Il caso strano mosse, non tutti, ma parte dei Toscani: piantarono i soliti alberi sulle piazze, fecero discorsi, gridarono libertà; pure non si fecero tanti schiamazzi come altrove.

Il dominio dei Franzesi in Toscana cominciò da opere spietate. Gli esuli Franzesi, o preti o laici che fossero, che sotto il placido dominio di Ferdinando si erano ricoverati, furono senza remissione cacciati. Restava papa Pio che, vecchio, infermo ed ormai vicino all'ultimo termine della vita, se ne stava assai riposatamente nella Certosa di Firenze. Quest'ultima quiete gli turbarono i repubblicani, sforzandolo a partire alla volta di Parma, e poi fin oltre in Francia al tempo stesso della partenza di Ferdinando. Partiva il canuto e cadente pontefice, poco conscio di sè per l'infermità e per la disgrazia, molto salutato dalle pietose e meste popolazioni. Strada facendo, era chiuso nelle fortezze, poi venne serrato in Brianzone, finalmente trasportato in Valenza del Delfinato: quivi condusse nell'esilio una vita, che con tanto apparato di maestà e di potenza aveva incominciato. L'accompagnò sempre lo Spina, che fu poi cardinale, dolce e pietoso ufficio.

Ad uno spettacolo compassionevole succedeva uno spettacolo orrendo. I Franzesi, partiti in tre schiere, affrontavano vigorosamente, il dì 26 di marzo, i Tedeschi sulle sponde dell'Adige. Ad un punto preso, tutte tre schiere andavanoalla fazione loro, e già la battaglia ardeva con molta uccisione per ambe le parti da Legnago fin oltre Bussolengo. Al primo romore delle armi era corso il presidio di Legnago governato dal colonnello Skal ad occupare le mura e la strada coperta; le guardie esteriori già si urtavano coi Franzesi, ai quali davano favore i fossi, le siepi, e gli alberi che ingombravano il terreno. Si combatteva con grandissimo valore dai Franzesi e dai Tedeschi sotto le mura di Legnago, presso Anghiari, ed a San Pietro per la strada di Mantova. Combatterono i repubblicani felicemente a San Pietro, infelicemente ad Anghiari, con fortuna pari a Legnago; ma la fortezza del luogo sosteneva gli avversarii. Urtarono genti fresche i Franzesi in parecchi luoghi, ma principalmente a San Pietro, dov'erano più forti e già vittoriosi, e superata finalmente la forte ed ostinata resistenza loro, li costrinsero a piegare ed a ritirarsi oltre Anghiari e Cerea verso il Tartaro. Vinto Montrichard a Legnago con perdita di circa due mila soldati, gli Alemanni si mettevano al punto di seguitarlo. Ma sopraggiunte a Kray erano le novelle che Victor e Hatry, battute aspramente le terre di Santa Lucia e di San Massimo, si erano impadroniti della prima e si sforzavano di occupare fermamente la seconda, dalla quale, entrati a viva forza già sette volte, altrettante erano stati risospinti. Così in questa parte stava la battaglia in pendente per l'acquisto di Santa Lucia dall'un de' lati e per la conservazione di San Massimo dall'altro. Tuttavia si continuava a combattere; un terrore profondo occupava Verona, non sapendo i Veronesi qual fine fosse per avere quel lungo ed aspro combattimento e molto temendo dei Franzesi per le ingiurie antiche e nuove. A questo stato dubbio sotto le mura di Verona, s'aggiunse la rotta toccata dalle genti Alemanne sull'ala loro destra, governata dai generali Gottersheim ed Esnitz; il che fece fare nuovi pensieri a Kray, distogliendolodel tutto dal seguitare i repubblicani oltre l'Adige verso Mantova. Era il sito di Pastrengo e Bussolengo munitissimo per molte fortificazioni, che consistevano in due ridotti, in frecce, trincee di campagna e teste di ponti. Urtarono i Franzesi con tanto impeto tutte queste opere, che, sebbene gli Austriaci vi si difendessero virilmente, le sforzarono. Il caso fu tanto subito che questi ultimi non poterono rompere i ponti di Pastrengo e di Polo, per modo che i repubblicani acquistarono facoltà di passar l'Adige e di correre per la sinistra sua sponda contro Verona e quella parte degl'imperiali che aveva le stanze sulla strada verso Vicenza.

Al tempo stesso in cui Delmas e Grenier vincevano a Bossolengo, Serrurier, più oltre e più su distendendosi a stanca aveva cacciato i Tedeschi dai monti di Lazise, in ciò aiutato efficacemente dal capitano di fregata Sibilla e dal luogotenente Pons colle navi sottili, con le quali custodivano il lago di Garda. Mentre si combatteva sull'Adige, i Franzesi assaltavano Wukassovich sulle frontiere del Tirolo sopra il lago di Garda. Già si erano fatti padroni di Lodrone, ed avevano guadagnato molto spazio oltre i laghi di Iseo e d'Idro. Ma infine vennero in ogni parte respinti. Non così tosto ebbe Kray inteso la rotta della sua ala destra, che, lasciato un presidio sufficiente in Legnago, s'incamminava a presti passi a Verona, per preservarla dal gravissimo pericolo che le sovrastava. Vi arrivava il 27 e 28, e l'assicurava.

I due eserciti, stanchi dal lungo combattere, pieni di morti e di feriti, convennero di sospendere le offese un giorno per dar sepoltura ai primi e cura ai secondi. Continuavano i Franzesi in possessione della riva sinistra dell'Adige, ed era forza o che i Tedeschi ne li cacciassero, o ch'essi cacciassero i Tedeschi di Verona. Se cadeva Verona, era vinta la guerra pei primi, e Suwarow avrebbe potuto arrivare senza frutto. Se i Franzesierano cacciati dalla riva sinistra era vinta la guerra per gli Austriaci. Sovrastava adunque agli uni e agli altri la necessità del combattere. Adunque alle dieci della mattina del 30 marzo, i Franzesi condotti da Serrurier, passato sugli acquistati ponti il fiume in grosso numero, assaltarono Esnitz e Gottesheim, ai quali già si era congiunto Froelich. Un'altra parte di repubblicani condotta da Victor s'innoltrava verso i luoghi superiori della valle ed in Montebaldo verso la Chiusa e Rivole, coll'intento di occupare i monti, ai quali si appoggiavano i Tedeschi e di guadagnare la strada di Vicenza. Avevano i Franzesi del Serrurier, assaltando con un impeto grandissimo, guadagnato molto campo, e già insistevano sopra Parona, luogo distante ad un miglio e mezzo da Verona. In questo pericoloso momento, Kray mandava fuori otto mila soldati, e, partitigli in tre colonne, li sospingeva ad urtare i Franzesi. Ne sorse un combattimento molto fiero, in fin del quale prevalsero gli Austriaci, ed i Franzesi pensarono al ritirarsi non senza qualche dissoluzione nelle ordinanze. In questo fatto, per frenare l'impeto del vincitore e dar campo ai vinti di ritirarsi, prestò opera egregia la cavalleria piemontese. Restava che si potesse ripassare a salvamento il fiume; una parte passò; ma Kray, avendo occupato i ponti con la cavalleria e rottili per mezzo dei granatieri di Korber, Fiquelmont e Weber, tagliò la strada ai superstiti che, deposte le armi, vennero in suo potere. Quasi tutta la parte che era salita ai monti fu in questa guisa superata e presa.

Risultava dalle due battaglie di Verona che gli Austriaci passarono l'Adige a portar guerra sulla sua destra sponda. Dal canto suo Scherer si era accampato dietro il Tartaro, tra Villafranca e l'Isola della Scala, attendendo a fortificarsi ed a riordinare i suoi; aveva fermato il suo campo principale a Magnano. Ma le sue condizioni divenivano ogni ora peggiori; perchè il nemico incominciava a romoreggiarglisui fianchi ed alle spalle con truppe armate alla leggera. Wukassowich, sceso dal Tirolo tra il lago di Garda e l'Iseo, minacciava Brescia, oltrechè il colonnello San Giuliano mandato da Wukassowich aveva spazzato tutto il campo tra la destra dell'Adige ed il lago di Garda, per modo che il navilio, che i Franzesi avevano sul lago, era stato costretto a cercar ricovero sotto le mura di Peschiera. Da un'altra parte Klenau, partitosi dall'ala sinistra austriaca con soldati corridori era comparso sul Po, aveva messo a rumore le due sponde, precipitato in fondo le navi franzesi e costretto i repubblicani a rifuggirsi o in Ferrara o in Ostiglia.

Si trovava adunque il generalissimo di Francia in grave pericolo, ed aveva tanto più forte cagione di temere, quanto il suo esercito, scemato per le perdite fatte nelle giornate precedenti, era divenuto di numero inferiore a quello d'Austria. Oltre a tutto questo non isfuggiva a Scherer che Suwarow, ritardato solamente dalle pioggie insolite che avevano fatto gonfiare oltremodo i fiumi ed i torrenti, si accostava; il che avrebbe del tutto fatto prevalere il nemico, se prima dell'arrivare del Russo non ristorava la fortuna cadente. Per tutto questo, nè mancando anche d'animo per sè medesimo, si risolveva a cimentarsi di nuovo col nemico, sperando che Magnano avrebbe restituito le cose perdute a Verona.

Dall'altro canto il generale austriaco, non fuggendo di tentar la fortuna da sè solo, agognava ancor esso la battaglia, perchè non voleva dar tempo al nemico di riordinarsi e riaversi dall'impressione delle rotte precedenti, nè lasciar raffreddare l'impeto de' suoi, tanto più imbaldanziti delle vittorie recenti, quanto più le avevano acquistate mentr'era ancor fresca la memoria delle sconfitte. Forse ancora Kray nel più interno dei suo animo desiderava una nuova battaglia per operare che per suo mezzo la guerra fosse del tutto vinta innanzi che arrivasseroil generalissimo Melas ed il forte maresciallo di Paolo.

Ivano all'affronto i due nemici divisi in tre schiere, il dì 5 aprile. Sorgeva una fierissima battaglia; benchè i Franzesi fossero inferiori di numero, guadagnarono nondimeno, valorosissimamente combattendo, del campo, e facevano piegar l'inimico. Serrurier, sospinto prima ferocemente da Villafranca, fatto un nuovo sforzo e riordinati i suoi, se ne impadroniva. Delmas si spingeva ancor esso avanti; Moreau il seguitava con uguale prudenza e valore, Victor e Grenier sforzavano San Giacomo e vi si alloggiavano.

Volle Kray rompere Moreau con aver fatto girare un grosso corpo a fine di attaccar il Franzese alle spalle, ed al tempo medesimo urtava impetuosamente Delmas. Questa mossa ottimamente pensata poteva trarre a duro passo Moreau s'ei non fosse stato quell'esperto capitano che egli era; ma risolutosi incontanente su quanto gli restava a fare in sì pericoloso accidente, invece di camminare direttamente; si voltava con grandissima audacia a destra, ed assaltava sul destro fianco coloro che disegnavano di assaltarlo alle spalle. Per questa mossa gli Austriaci furono rotti e fugati verso Verona, a cui si accostavano Delmas e Moreau con le altre due schiere compagne; già il terrore assaliva la città. Pareva in questo punto disperata la battaglia pei Tedeschi; ma Kray ordinava a nove battaglioni del retroguardo che si spingessero avanti, condotti dal generale Lattermann, ed urtassero il nemico, tre da fronte a sinistra, cinque di fianco. Fu quest'urto dato con tanto ordine ed impeto che i Franzesi, svelta loro di mano per forza la vittoria, se ne andarono rotti in fuga. A questo decisivo passo ordinarono Scherer e Moreau un po' di retroguardo che loro restava, quest'era l'ultima posta, e mandatolo contro il nemico insultante, non solamente ristoravano la fortuna della battaglia, ma ancora rompevano del tutto la mezzana schiera degl'imperiali e fugivanoKeim fin quasi sotto alle mura di Verona. Restava un ultimo rimedio a Kray; quest'erano i restanti battaglioni del retroguardo. Serraronsi i freschi battaglioni alemanni, adoprandosi virilmente Lusignano sui Franzesi con un incredibile furore. Non piegarono i repubblicani, ma s'arrestarono: nasceva un urtare, un riurtare tale che pareva che più che uomini tra di loro combattessero. Stette lungo spazio dubbia la vittoria e già, checchè la fortuna apparecchiasse ad una delle parti, era per ambedue salvo l'onore. Finalmente la costanza tedesca prevalse all'impeto franzese: i repubblicani furono piuttosto che cacciati, svelti dal campo di battaglia. Rotto l'argine, precipitaronsi impetuosamente contro i vinti i vincitori e ne fecero una strage grandissima. La schiera di Serrurier, che si era conservata intera e tuttavia teneva Villafranca, fu costretta a mostrar le spalle al nemico non senza scompiglio nelle ordinanze pel caso improvviso, lasciando il fardaggio, le artiglierie ed i feriti in poter del vincitore. Non fu fatto fine al perseguitare se non quando sopraggiunse la notte. Durò la battaglia dalle ore sei della mattina sino alle sei della sera. Il valore vi fu uguale da ambe le parti; la vittoria utilissima alle armi imperiali. Spianò Kray col suo valore la strada alle vittorie di Melas e di Suwarow.

Scherer, scemato il numero de' suoi, scemato altresì l'animo loro per le sconfitte, dopo di aver fatto alcune dimostrazioni, come se volesse fermarsi sul Mincio, si deliberava a ritirarsi sulla sponda destra dell'Adda, per ivi fare opera, se ancora possibil fosse, di arrestar l'inimico e difendere la capitale della Cisalpina. A questa deliberazione, piuttosto inevitabile che volontaria, dava motivo la grande superiorità del nemico, accresciuto dalle forze russe, per guisa che sommava a settanta mila combattenti, non noverati quelli di Wukassovich e di Kleneau, mentre il suo, tolti i presidii ch'era obbligato a lasciare a Mantova ed in Peschieraed in altre fortezze di minor importanza, non passava i venti mila. Si levavano i popoli a calca al suono delle vittorie tedesche e dell'arrivo dei Russi, gente strana e riputata d'invincibil valore. Queste sommosse molto mutavano gl'imperiali, perchè intimorivano gli avversarii, tagliavano le strade, e davano spiatori utilissimi ai nuovi conquistatori. Esse erano più o meno forti, secondo le varie inclinazioni dei luoghi, ma molto romorose nel Polesine e nel Ferrarese. Grandi tempeste ancora si levavano contro i Franzesi nel Bresciano e nel Bergamasco: Wukassowich vi trovava molto seguito.

Arrivati i Franzesi sulle sponde dell'Adda fiume assai più grosso e di rive più dirupate che il Mincio e l'Oglio non sono, vi si alloggiavano, ordinandovisi nel modo che giudicavano poter arrestare il corso alla fortuna del vincitore. Intanto una gran mutazione si era fatta nel governo supremo dell'esercito. I soldati repubblicani, stimandosi invincibili, perchè non soliti ad esser vinti, avevano concetto un grandissimo sdegno contro Scherer, di tutte le loro disgrazie accagionandolo. I meno coraggiosi si erano anche perduti di animo, e questo sbigottimento di mano in mano si propagava: l'immagine della Francia già si appresentava alla mente dei più, e quelle terre italiane diventavano loro odiose. Le subite ed estreme mutazioni dei Franzesi davano a temere ai capi per modo, che dubitavano aver presto a contrastare non solamente col nemico, ma ancora con la cattiva disposizione dei proprii soldati. Già si mormorava contro Scherer, ed il meno che dicessero di lui era, che non sapeva la guerra. Certo, essendo tanto declinato del suo credito, ei non poteva più oltre governar con frutto, e la confidenza ed il coraggio dei soldati per niun altro modo potevano riaccendersi che con quello di mutar il capo e di surrogargli un generale amato da loro e famoso per vittorie. Videsi Scherer queste cose e, conformandosi al tempo, rinunziò algrado, con rimetterlo in mano di Moreau e con pregare il direttorio che commettesse in luogo di lui la guerra al capitano famoso per le renane cose. Piacque lo scambio: Scherer, confidate le sorti franzesi al suo successore, se ne partiva alla volta di Francia.

Recavasi Moreau in mano il governo di genti vinte e quando già poca o niuna speranza restava di vincere. Sapeva egli che il difendere lungo tempo le rive dell'Adda contro un nemico tanto potente non era possibile: ma andò considerando che il cedere senza un nuovo sperimento la capitale della Cisalpina, che aveva i suoi soldati congiunti co' suoi e che era alleata della Francia, gli sarebbe stato di poco onore; ed oltre a ciò voleva, con ottenere qualche indugio, dar tempo al munire di provvisioni le fortezze del Piemonte. In questo mezzo arrivarono alcuni aiuti venuti di Francia, del Piemonte e dalla Cisalpina. Per tutto questo deliberossi di voltare il viso al nemico e di provare se la fortuna fosse più favorevole alla repubblica sulle sponde dell'Adda che su quello dell'Adige.

Arrivava Suwarow a fronte del nemico e, senza soprastare, si risolveva a combatterlo. Divideva, come i Franzesi, i suoi in tre parti; commetteva la prima, che marciava a destra, al generale Rosemberg, che aveva con sè Wucassovich, guidatore dell'antiguardo. Questa parte aveva il carico di aprirsi il varco in qualche luogo vicino al lago. La seconda, cioè la mezzana, guidata da Zopf e Ott, doveva far opera di passare in cospetto di Vaprio, e d'impadronirsi di questa terra. Finalmente la terza che camminava a sinistra, commessa al valore del generalissimo austriaco Melas, andava porsi a campo a Triviglio contro l'alloggiamento principale dei Franzesi a Cassano. Franzesi e Russi, nuovi nemici, eccitavano l'attenzion dal mondo.

Serrurier, dopo di aver combattuto e respinto con sommo valore i Russi condotti dal principe Bagrazione, che avevanoassaltato la testa del ponte di Lecco, aveva, ritirandosi per ordine di Moreau verso il centro, lasciato alcune reliquie di un ponte di piatte rimpetto a Brivio, per cui egli si era trasferito oltre il fiume. La notte del 26 aprile Wukassovich di queste reliquie presentemente valendosi, ed avendo riattato il ponte, varcava e s'insignoriva di Brivio, dove non trovava guardia di sorte alcuna. Passato, correva Wukassovich la vicina contrada, e non trovava vestigia di nemico, se non se ad Agliate e Carate. Ciò nonostante, molto pericolava la sua squadra, se le altre non avessero passato nel medesimo tempo. Andava Suwarow accompagnato da Chasteler, generale dell'imperatore Francesco, capitano audacissimo e di molta esperienza, sopravvedendo i luoghi per trovar modo di passare all'incontro di Trezzo. Pareva anche agli ufficiali, che soprantendevano l'opera delle piatte e del passare i fiumi, il varcare impossibile per la rapidità e profondità delle acque, e per la natura rotta e scoscesa delle grotte. Tuttavia non disperava dell'impresa Chasteler; però, fatto lavorar sollecitamente i suoi soldati nel trasportar le piatte e le tavole necessarie, tanto s'ingegnò che alle tre della mattina del 27 mandava a pigliar luogo sulla destra un corpo di corridori che vi si appiattavano, senza che i Franzesi se ne accorgessero, e poco poscia passava egli stesso con tutte le genti della mezzana schiera armata alla leggiera. Parve cosa strana a Serrurier, il quale, udito del passo conseguito da Wukassovich, marciava per combatterlo, e si trovava a Vaprio. Ma raccolti subitamente i suoi, anche quelli ch'erano fuggiti da Trezzo, ingaggiava la battaglia col nemico, non bene ancor sicuro della possessione della destra riva. Piegava al durissimo incontro l'antiguardo dei confederati, e sarebbe stato intieramente sconfitto, se non arrivava subitamente al riscatto con tutta la sua schiera l'Austriaco Ott. Si rinfrescava la battaglia più aspra di prima tra Brivio e Pozzo. MandavaVictor alcuni reggimenti dei più presti in aiuto di Serrurier, il quale, valorosissimamente instando, già era in punto di acquistare la vittoria, quando giungevano in soccorso di Ott le genti di Zopf, e facevano inchinar la fortuna in favor degli alleati; perchè, dopo un sanguinoso affronto, cacciarono i Franzesi da Pozzo, e li misero in fuga. Ingegnossi Grenier di raccozzare a Vaprio le genti rotte, ma indarno, perchè, assaltato dagli Austriaci e Russi, fu rotto ancor esso ed obbligato a ritirarsi frettolosamente. Era accorso Moreau in questo pericoloso punto, ma la sua presenza non valse a ristorare la fortuna della battaglia. Per questa fazione fu Serrurier respinto all'insù ed intieramente separato dalle altre parti dell'esercito.


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