MDCCLIXAnno diCristoMDCCLIX. IndizioneVII.ClementeXIII papa 2.FrancescoI imperadore 15.Alla mezza notte del dì 12 gennaio dell'anno presente furono condotti nelle carceri dellainconfidenza, tribunale per l'occasione eretto per giudicare i delitti di fellonia e d'alto tradimento, dieci Gesuiti, a cui in appresso unironsene altri due, tutti imputati di complicità nel tentato regicidio.Eseguitasi solennemente nella mattina del giorno 13 la sentenza di morte contro i regicidi, il re chiedeva da Roma un breve, in virtù del quale potessero in quel regno processarsi e meritamente castigarsi le persone ecclesiastiche che fossero state complici di quell'attentato contro il re non solo, ma ancora che in un modo o nell'altro potessero immischiarsi in altro nequizie consimili perl'avvenire; e Clemente XIII, dopo grandi difficoltà e varie lunghe consultazioni, il concedeva. Se non che, giunto frattanto il giorno 3 di settembre, anniversario del triste fatto, non volendo la corte di Lisbona più oltre differire le misure che aveva stimate convenienti al caso, il re sottoscrisse il decreto, col quale, dichiarandosi avere i religiosi della compagnia di Gesù degenerato affatto dal santo loro istituto e commesso scandalosi ed atrocissimi delitti (che non forse furono giammai provati secondo le regole giudiziarie), per indispensabile regia risoluzione, venivanosnaturalizzatied esiliati per sempre dal regno del Portogallo.Adunque nel giorno 16 settembre imbarcaronsi sul Tago, sopra nave ragusea, in numero di 133, i primi gesuiti condannati a quel perpetuo esilio, e dentro il giro di non molti mesi furono seguitati da cinque altri convogli, così venendo in numero d'oltre a mille e cento sotto il cielo d'Italia, e propriamente negli Stati pontificii, sbarcando in Civitavecchia. Del che avuto avviso il santo padre, comandò che fossero alloggiati decentemente, e finchè vi si trattenessero, mantenuti a spese della camera apostolica.Morto era intanto nel dì 10 agosto il re di Spagna, Ferdinando VI, nè lasciato avendo prole nissuna, era stato il re di Napoli dichiarato suo successore sotto il nome di Carlo III. Tre figliuoli maschi aveva egli giù ottenuti a quel tempo; ma il primo, per le conseguenze di grave malattia, fu dichiarato giuridicamente imbecille avanti la partenza del padre dalla Italia, e quindi riconosciuto re delle Due Sicilie il terzo di lui figliuolo Ferdinando, poichè il secondo destinato era a succedergli nel trono di Spagna, e doveva quindi con esso trasportarsi a Madrid, vietato essendo negli ultimi trattati che alcun principe di quella famiglia potesse sul suo capo riunire le due corone della Spagna e di Napoli. Poco mancò che da tale avvenimento turbata non fosse latranquillità dell'Italia, perchè pattuito essendosi nel trattato d'Aquisgrana che giugnendo l'infante don Filippo al trono delle Due Sicilie, il ducato di Piacenza tornasse al re di Sardegna, e quelli di Parma e di Guastalla si riunissero al ducato di Milano, giunto sembrava il momento in cui, passando Ferdinando VI al trono della Spagna, l'infante duca di Parma passar dovesse, coll'aiuto anche de' sovrani che attendevano la reversione, ad occupare il regno delle Due Sicilie dal fratello abbandonato. Erasi di fatto inserita una clausula che questa disposizione portava nel trattato di Versaglies del dì 30 dicembre dell'anno precedente ad istanza tanto del re di Francia quanto dell'imperadrice regina; ma all'epoca della morte del re di Spagna, la guerra ardeva nella Germania, sì che le operazioni di quella non permisero alla corte di Vienna di muovere alcuna pretensione sugli altri Stati d'Italia, tanto più che il re Carlo disposto era a fermamente guarentire ai figliuoli suoi il possedimento delle Due Sicilie. La corte cesarea rimase adunque tranquilla; il re di Sardegna troppo debole era per reclamare egli solo l'esecuzione del patto di reversione, ed il duca di Parma conservò pacificamente il possesso dei suoi Stati.
Alla mezza notte del dì 12 gennaio dell'anno presente furono condotti nelle carceri dellainconfidenza, tribunale per l'occasione eretto per giudicare i delitti di fellonia e d'alto tradimento, dieci Gesuiti, a cui in appresso unironsene altri due, tutti imputati di complicità nel tentato regicidio.
Eseguitasi solennemente nella mattina del giorno 13 la sentenza di morte contro i regicidi, il re chiedeva da Roma un breve, in virtù del quale potessero in quel regno processarsi e meritamente castigarsi le persone ecclesiastiche che fossero state complici di quell'attentato contro il re non solo, ma ancora che in un modo o nell'altro potessero immischiarsi in altro nequizie consimili perl'avvenire; e Clemente XIII, dopo grandi difficoltà e varie lunghe consultazioni, il concedeva. Se non che, giunto frattanto il giorno 3 di settembre, anniversario del triste fatto, non volendo la corte di Lisbona più oltre differire le misure che aveva stimate convenienti al caso, il re sottoscrisse il decreto, col quale, dichiarandosi avere i religiosi della compagnia di Gesù degenerato affatto dal santo loro istituto e commesso scandalosi ed atrocissimi delitti (che non forse furono giammai provati secondo le regole giudiziarie), per indispensabile regia risoluzione, venivanosnaturalizzatied esiliati per sempre dal regno del Portogallo.
Adunque nel giorno 16 settembre imbarcaronsi sul Tago, sopra nave ragusea, in numero di 133, i primi gesuiti condannati a quel perpetuo esilio, e dentro il giro di non molti mesi furono seguitati da cinque altri convogli, così venendo in numero d'oltre a mille e cento sotto il cielo d'Italia, e propriamente negli Stati pontificii, sbarcando in Civitavecchia. Del che avuto avviso il santo padre, comandò che fossero alloggiati decentemente, e finchè vi si trattenessero, mantenuti a spese della camera apostolica.
Morto era intanto nel dì 10 agosto il re di Spagna, Ferdinando VI, nè lasciato avendo prole nissuna, era stato il re di Napoli dichiarato suo successore sotto il nome di Carlo III. Tre figliuoli maschi aveva egli giù ottenuti a quel tempo; ma il primo, per le conseguenze di grave malattia, fu dichiarato giuridicamente imbecille avanti la partenza del padre dalla Italia, e quindi riconosciuto re delle Due Sicilie il terzo di lui figliuolo Ferdinando, poichè il secondo destinato era a succedergli nel trono di Spagna, e doveva quindi con esso trasportarsi a Madrid, vietato essendo negli ultimi trattati che alcun principe di quella famiglia potesse sul suo capo riunire le due corone della Spagna e di Napoli. Poco mancò che da tale avvenimento turbata non fosse latranquillità dell'Italia, perchè pattuito essendosi nel trattato d'Aquisgrana che giugnendo l'infante don Filippo al trono delle Due Sicilie, il ducato di Piacenza tornasse al re di Sardegna, e quelli di Parma e di Guastalla si riunissero al ducato di Milano, giunto sembrava il momento in cui, passando Ferdinando VI al trono della Spagna, l'infante duca di Parma passar dovesse, coll'aiuto anche de' sovrani che attendevano la reversione, ad occupare il regno delle Due Sicilie dal fratello abbandonato. Erasi di fatto inserita una clausula che questa disposizione portava nel trattato di Versaglies del dì 30 dicembre dell'anno precedente ad istanza tanto del re di Francia quanto dell'imperadrice regina; ma all'epoca della morte del re di Spagna, la guerra ardeva nella Germania, sì che le operazioni di quella non permisero alla corte di Vienna di muovere alcuna pretensione sugli altri Stati d'Italia, tanto più che il re Carlo disposto era a fermamente guarentire ai figliuoli suoi il possedimento delle Due Sicilie. La corte cesarea rimase adunque tranquilla; il re di Sardegna troppo debole era per reclamare egli solo l'esecuzione del patto di reversione, ed il duca di Parma conservò pacificamente il possesso dei suoi Stati.