MDCCLXII

MDCCLXIIAnno diCristoMDCCLXII. IndizioneX.ClementeXIII papa 5.FrancescoI imperadore 18.Esperimentato i Genovesi quanto inutili fossero stati tutti i loro sforzi per sottomettere colla forza dell'armi i fieri abitatori della Corsica, aveano sino dallo scorso anno pensato di tentare le vie della dolcezza; non che dall'affetto verso i Corsi fossero mossi, ma per pur vedere di ridurli a qualunque costo in lor suggezione. Ma prima di tutto Francesco Matra, fratello maggiore dell'estinto Mario, essendosi sciolto dai servigi del re di Spagna, ed accordatosi ai soldi di Genova con uno stipendio di dodici mila lire all'anno, venne in Bastia, e come prima giunto vi fu, mandò circolari ai Corsi, per cui gli esortava con dolci parole a ritornare sotto il dominio della repubblica e chiamava dispotico e tirannico il governo sotto di cui viveano. Nè risparmiando alcuna ingiuria contro Paoli, gli ammoniva a non fidarsene, avvertendoli che sotto colore di libertà ei voleva farsi padrone e tiranno della patria. Ma le esortazioni del Matra non sortirono effetto d'importanza.Allora fu pubblicato un decreto, con cui il doge, i procuratori e governatori della repubblica si esprimevano, che avendo determinato di dare alla Corsica i contrassegni più sicuri della paterna amorevolezza con cui la riguardavano, e del sincero desiderio che nudrivano di vederla una volta tranquilla e felice, erano entrati in deliberazione di spedire in quel regno una deputazione con tutte le più ampie facoltà onde promuovere e fermare i mezzi d'una stabile pacificazione. Facevano quindi sapere a tutti gli abitanti, che senza distinzione od eccezionealcuna sarebbero tutti restituiti nella grazia della repubblica loro sovrana per mezzo di un generale indulto su tutto ciò che per l'addietro era accaduto. Gli assicuravano ancora della mente della repubblica di contribuir ad assodare la loro tranquillità e felicità col mezzo di tutte quelle grazie e concessioni che avessero potuto valere, non solamente a spiegare e confermare le antiche, ma ancora a stabilire una retta ed inviolabile amministrazione della giustizia civile e criminale ed a proteggere il commercio. Finalmente, dopo avere invitato tutti i soggetti più ragguardevoli del regno, non meno che tutte le altre persone a cooperare a fine sì giusto, proibivano (ed era questo il più riflessibile dell'editto) a chiunque premesse la grazia loro, di recare il menomo danno o disturbo tanto alle persone quanto ai beni dei Corsi.Non migliore successo del Matra ebbero i sei senatori che in Corsica si trasferirono deputati per tale comandamento della repubblica, ed affinchè trovassero modo con offerte e con lusinghe di mansuefare quella gente furibonda, e di fare che un lume di pace finalmente rallegrasse quelle travagliate sponde. Insuperabile impedimento alla concordia vi era ed in ciò consisteva, che i Corsi a niuna condizione volevano consentire che di assoluta libertà e franchezza non fosse, cioè di compiuta sovranità, condizione da cui Genova costantemente abborriva, quantunque più desiderio che possanza avesse per eseguire ciò a che i suoi pensieri innalzava. O fosse sciocchezza di qualche Corso, o artifizio de' senatori e del Matra, desiderosi di seminar sospetto, una partita di Corsi offerse a Paoli la dignità di doge. Ma egli con grandissimo sdegno udì la proposta e col rifiuto dimostrò come fosse alieno dall'ambire il principato sopra la patria.Perdette in quest'anno la repubblica di Venezia il suo doge Francesco Loredano, ma risarcì la perdita nel mese di maggio coll'elezione di Marco Foscarini.Eccellente natura, studii profondi, assidue meditazioni lo posero assai per tempo in istato d'incamminarsi alla gloria per vie diverse. Giovinetto, approfittò della scuola del padre, seguendolo nelle varie legazioni in cui impiegollo la repubblica, e dopo che fu tornato in patria, divise il tempo ed i pensieri fra' più onorifici impieghi e le scienze e le arti, eloquentissimamente poi scrivendo la Storia della Letteratura Veneziana. La incorrotta giustizia nel reggimento dei patrii magistrati, la saggia prudenza nell'amministrazione dei pubblici affari, la grandezza della mente, la vastità delle cognizioni e la dirittura dell'animo non solo furono in lui ammirate ed applaudite da' suoi concittadini, ma riscossero ancora l'ammirazione e l'applauso nelle corti di Savoia, di Vienna e di Roma, dove con superbo e quasi regio apparato fu ambasciatore. Fatto poscia savio del consiglio, cavaliere e procuratore di San Marco, poco prima di essere innalzato al ducal trono, diè chiarissime prove del suo attaccamento alla repubblica e del suo retto e saggio modo di pensare.Erasi fin dall'anno precedente manifestata in Venezia fra patrizii una forte scontentezza per la soverchia autorità che voleasi su di lor usurpata dai tre inquisitori di Stato; scontentezza appalesata col non lasciare che fosse eletto alcuno per formare l'anno susseguente il supremo tribunale detto consiglio dei dieci. Cotale ritardo d'elezione d'un magistrato sì alle forme della repubblica necessario, e nel quale comprendeansi due, e alle volte tutti e tre i detti inquisitori, fece che si proponesse quella di cinque correttori per riformare e modificare le leggi e l'autorità dello stesso consiglio de' dieci; ed uno di tali correttori fu appunto il procuratore Foscarini. Tra i quattro suoi colleghi era disparità d'opinione, duo volendo che fossero aboliti gli inquisitori, due volendoli continuati. Le sessioni del maggior consiglio, che dovea esser giudice assoluto dell'altaquistione, erano state pel corso di più mesi d'esito sempre incerto e non senza concitazione degli animi e studio di parti. Finalmente nel mese di marzo, vedendosi che il maggior numero inchinava all'abolizione, il Foscarini, nemico d'ogni novità nella costituzione della patria, e prevedendo che simile abolizione cagionerebbe o almeno accelerare potrebbe la rovina della medesima, salito in bigoncia là dov'era accolto il maggior consiglio: «Aprite, esclamò, aprite, o cittadini, queste finestre, guardate dalle medesime il popolo che ansioso sta aspettando l'esito delle vostre deliberazioni. Non crediate già ch'egli si trovi raccolto nel cortile di questo palagio per aspettar con una placida indolenza il risultato di questo giudizio; ma stassene colà palpitando ed angoscioso per intendere qual esser debba il suo destino e quello della sua posterità. Egli aspetta se deve ritornare dalla moglie e dai figliuoli per consolarli con la nuova della loro sicurezza e tranquillità, o pure col doloroso avviso di dover abbandonare questo terreno dove son nati, e portar altrove le loro sostanze e le loro vite; giacchè in Venezia nè le une, nè le altre sono più sicure. Aprite, cittadini, aprite queste finestre, e se potete, restate indifferenti a questo spettacolo.» Il successo nel veneto comizio corrispose pienamente all'energico e sentimentoso slancio dell'oratore. Fu limitata entro men lati confini l'autorità degl'inquisitori, ma solennemente confermata, e due mesi dopo, l'eloquentissimo suo sostenitore si vide eletto e coronato doge di Venezia.

Esperimentato i Genovesi quanto inutili fossero stati tutti i loro sforzi per sottomettere colla forza dell'armi i fieri abitatori della Corsica, aveano sino dallo scorso anno pensato di tentare le vie della dolcezza; non che dall'affetto verso i Corsi fossero mossi, ma per pur vedere di ridurli a qualunque costo in lor suggezione. Ma prima di tutto Francesco Matra, fratello maggiore dell'estinto Mario, essendosi sciolto dai servigi del re di Spagna, ed accordatosi ai soldi di Genova con uno stipendio di dodici mila lire all'anno, venne in Bastia, e come prima giunto vi fu, mandò circolari ai Corsi, per cui gli esortava con dolci parole a ritornare sotto il dominio della repubblica e chiamava dispotico e tirannico il governo sotto di cui viveano. Nè risparmiando alcuna ingiuria contro Paoli, gli ammoniva a non fidarsene, avvertendoli che sotto colore di libertà ei voleva farsi padrone e tiranno della patria. Ma le esortazioni del Matra non sortirono effetto d'importanza.

Allora fu pubblicato un decreto, con cui il doge, i procuratori e governatori della repubblica si esprimevano, che avendo determinato di dare alla Corsica i contrassegni più sicuri della paterna amorevolezza con cui la riguardavano, e del sincero desiderio che nudrivano di vederla una volta tranquilla e felice, erano entrati in deliberazione di spedire in quel regno una deputazione con tutte le più ampie facoltà onde promuovere e fermare i mezzi d'una stabile pacificazione. Facevano quindi sapere a tutti gli abitanti, che senza distinzione od eccezionealcuna sarebbero tutti restituiti nella grazia della repubblica loro sovrana per mezzo di un generale indulto su tutto ciò che per l'addietro era accaduto. Gli assicuravano ancora della mente della repubblica di contribuir ad assodare la loro tranquillità e felicità col mezzo di tutte quelle grazie e concessioni che avessero potuto valere, non solamente a spiegare e confermare le antiche, ma ancora a stabilire una retta ed inviolabile amministrazione della giustizia civile e criminale ed a proteggere il commercio. Finalmente, dopo avere invitato tutti i soggetti più ragguardevoli del regno, non meno che tutte le altre persone a cooperare a fine sì giusto, proibivano (ed era questo il più riflessibile dell'editto) a chiunque premesse la grazia loro, di recare il menomo danno o disturbo tanto alle persone quanto ai beni dei Corsi.

Non migliore successo del Matra ebbero i sei senatori che in Corsica si trasferirono deputati per tale comandamento della repubblica, ed affinchè trovassero modo con offerte e con lusinghe di mansuefare quella gente furibonda, e di fare che un lume di pace finalmente rallegrasse quelle travagliate sponde. Insuperabile impedimento alla concordia vi era ed in ciò consisteva, che i Corsi a niuna condizione volevano consentire che di assoluta libertà e franchezza non fosse, cioè di compiuta sovranità, condizione da cui Genova costantemente abborriva, quantunque più desiderio che possanza avesse per eseguire ciò a che i suoi pensieri innalzava. O fosse sciocchezza di qualche Corso, o artifizio de' senatori e del Matra, desiderosi di seminar sospetto, una partita di Corsi offerse a Paoli la dignità di doge. Ma egli con grandissimo sdegno udì la proposta e col rifiuto dimostrò come fosse alieno dall'ambire il principato sopra la patria.

Perdette in quest'anno la repubblica di Venezia il suo doge Francesco Loredano, ma risarcì la perdita nel mese di maggio coll'elezione di Marco Foscarini.Eccellente natura, studii profondi, assidue meditazioni lo posero assai per tempo in istato d'incamminarsi alla gloria per vie diverse. Giovinetto, approfittò della scuola del padre, seguendolo nelle varie legazioni in cui impiegollo la repubblica, e dopo che fu tornato in patria, divise il tempo ed i pensieri fra' più onorifici impieghi e le scienze e le arti, eloquentissimamente poi scrivendo la Storia della Letteratura Veneziana. La incorrotta giustizia nel reggimento dei patrii magistrati, la saggia prudenza nell'amministrazione dei pubblici affari, la grandezza della mente, la vastità delle cognizioni e la dirittura dell'animo non solo furono in lui ammirate ed applaudite da' suoi concittadini, ma riscossero ancora l'ammirazione e l'applauso nelle corti di Savoia, di Vienna e di Roma, dove con superbo e quasi regio apparato fu ambasciatore. Fatto poscia savio del consiglio, cavaliere e procuratore di San Marco, poco prima di essere innalzato al ducal trono, diè chiarissime prove del suo attaccamento alla repubblica e del suo retto e saggio modo di pensare.

Erasi fin dall'anno precedente manifestata in Venezia fra patrizii una forte scontentezza per la soverchia autorità che voleasi su di lor usurpata dai tre inquisitori di Stato; scontentezza appalesata col non lasciare che fosse eletto alcuno per formare l'anno susseguente il supremo tribunale detto consiglio dei dieci. Cotale ritardo d'elezione d'un magistrato sì alle forme della repubblica necessario, e nel quale comprendeansi due, e alle volte tutti e tre i detti inquisitori, fece che si proponesse quella di cinque correttori per riformare e modificare le leggi e l'autorità dello stesso consiglio de' dieci; ed uno di tali correttori fu appunto il procuratore Foscarini. Tra i quattro suoi colleghi era disparità d'opinione, duo volendo che fossero aboliti gli inquisitori, due volendoli continuati. Le sessioni del maggior consiglio, che dovea esser giudice assoluto dell'altaquistione, erano state pel corso di più mesi d'esito sempre incerto e non senza concitazione degli animi e studio di parti. Finalmente nel mese di marzo, vedendosi che il maggior numero inchinava all'abolizione, il Foscarini, nemico d'ogni novità nella costituzione della patria, e prevedendo che simile abolizione cagionerebbe o almeno accelerare potrebbe la rovina della medesima, salito in bigoncia là dov'era accolto il maggior consiglio: «Aprite, esclamò, aprite, o cittadini, queste finestre, guardate dalle medesime il popolo che ansioso sta aspettando l'esito delle vostre deliberazioni. Non crediate già ch'egli si trovi raccolto nel cortile di questo palagio per aspettar con una placida indolenza il risultato di questo giudizio; ma stassene colà palpitando ed angoscioso per intendere qual esser debba il suo destino e quello della sua posterità. Egli aspetta se deve ritornare dalla moglie e dai figliuoli per consolarli con la nuova della loro sicurezza e tranquillità, o pure col doloroso avviso di dover abbandonare questo terreno dove son nati, e portar altrove le loro sostanze e le loro vite; giacchè in Venezia nè le une, nè le altre sono più sicure. Aprite, cittadini, aprite queste finestre, e se potete, restate indifferenti a questo spettacolo.» Il successo nel veneto comizio corrispose pienamente all'energico e sentimentoso slancio dell'oratore. Fu limitata entro men lati confini l'autorità degl'inquisitori, ma solennemente confermata, e due mesi dopo, l'eloquentissimo suo sostenitore si vide eletto e coronato doge di Venezia.


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