MDCCLXIXAnno diCristoMDCCLXIX. IndizioneII.ClementeXIV papa 1.GiuseppeII imperadore 5.In Corsica, la guerra dell'anno precedente con quel fatto che abbiam riferito quasi finì, riposandosi i guerrieri ne' loro alloggiamenti d'inverno. La prospera fortuna de' Corsi contro una Francia, e lo estremo valore da loro mostrato in tanti bellicosi incontri tenevano maravigliate le nazioni, le quali generalmente a quel forte popolo fortunato destino desideravano. Paoli soprattutto era sulle lingue e sulle penne di tutti, e il chiamavano forte, felice e generoso; lui gli antichi esempi di Grecia e di Roma rinovellare predicavano, ed i moderni d'Inghilterra e d'Olanda, e quegli stessi della recente Genova; la Corsica appellavano bene avventurosa per averlo prodotto, bene avventurosa per averlo a guida; ammiravano quelle inclite rocche in mezzo alle acque del Mediterraneo sorgenti, e pubblicavano dare la combattente isola feliceaugurio, felice esempio all'Italia e al mondo tutto quanto.Nuovi rumori, che da Tolone si udivano, tenevano i Corsi in qualche ansietà delle cose future, e gli avvertivano che non erano ancora pervenuti al fine delle loro fatiche. In fatti, già si sentiva che in quel porto si travagliavano grandi apparati di guerra, si allestivano e mettevano all'ordine buon numero di bastimenti, si raccoglievano soldati destinati alla conquista, fanti per la maggior parte, non essendo i campi dell'isola atti a ricevere cavalli ed a maneggiarvisi guerra di cavalleria. Non isfuggiva a nissuno che la Francia, avendo assunto l'impresa di sottomettere quell'isola ed al reame aggiugnerla, non era per restare al di sotto, nè per tirarsi indietro per nissuna difficoltà che sorgesse, poichè troppo abbietta cosa le sarebbe paruta, a lei così grande, così forte e di tanto grido in guerra, di essere sgarata e fatta stare da quattro isolani. Le pareva incomportabile, che la piccola Corsica osasse d'alzarle la fronte contro, e quasi a freno tenere la volesse. Perciò soldati a soldati aggiungeva, armi ad armi; Tolone gli accoglieva, e da quel porto già stavano minacciosi per partire e per rinforzare la guerra nella renitente isola. Chauvelin aveva scritto che se non erano trenta mila di quella gioventù franzese, sarebbero indarno, ed in pari tempo, per salute inferma, e forse per l'infelicità de' suoi tentativi, aveva chiesto licenza. Gli venne surrogato il conte di Vaux, del quale pel buon nome di cui godeva, si sperava che avrebbe governata la guerra più virtuosamente e più felicemente dei suoi antecessori.A così potente apparecchio, che indicava l'estrema volontà di Francia, l'estremo cimento della fortuna, molto si sollevarono gli animi in Corsica. Alcuni temevano, credendo l'impresa loro perduta; altri, più oltre procedendo, accusavano Paoli d'ambizione e dello scellerato pensiero di voler vedere la ruina della sua patria, piuttosto che scendere dalgrado a cui era stato esaltato; altri finalmente cominciavano in cuor loro ad interporre una servitù quieta ad una libertà turbolenta e tempestosa. Tali erano le opinioni, tali i dissidii: questi pensieri nascevano, quando pel silenzio dell'armi si trovarono i sangui raffreddi nell'inverno. Ma i più di gran lunga pertinacemente perseveravano nel loro proposito: gli sviscerati per la libertà, per lei morire volevano, e in Paoli, come in suo sincero e forte sostenitore, confidavano. Videro il pericolo, e cercando con salute d'incontrarlo, tennero nel mese di aprile nel convento di Casinca una generale consulta, e quell'assemblea di guerrieri, di pastori, di pecorai, di cacciatori, di religiosi ancora decretò:Ognuno dai sedici ai sessant'anni si armasse in guerra, e chiamato, vi andasse con quaranta cariche da schioppo;Un terzo stesse sui campi a fronte del nemico, sinchè gli venisse la muta di un altro terzo; potendo però, se ne scadesse bisogno, gli altri due terzi avviarsi insieme, e col primo andare alla guerra;I bestiami si ritirassero da' piani ai monti alti e sicuri, col privilegio di nissun pagamento pel pascolo;Che i poveri ma valorosi, i quali colle loro famiglie dovessero per cagion del nemico ritirarsi nell'interno del regno, avessero le spese dal pubblico;Che tutti gli ecclesiastici, non in cura d'anime, dovessero concorrere alla comune difesa colle loro persone, e si ordinassero in corpo per tenere certi posti, onde le schiere de' secolari potessero meglio ed in maggior numero travagliarsi nelle fazioni alla campagna.Viveva ancora nella nazione corsa, se non in tutti, certamente ne' più, quando il suo supremo magistrato ordinò queste cose, quell'acceso spirito, per cui per tanti anni aveva a Genova contrastato ed ora la spingeva a resistere alla Francia. I fatti forse le divenivano contrarii, ma con estremo ardore all'estremo cimento si andava preparando. Per laqual cosa di buon grado accettò le sovrane deliberazioni; nissuno si ristette; chi per l'età poteva, chi per l'esempio, tutti davano l'opera loro prontissimamente. I guerrieri, nel corso abito involti e dal corso valore spinti, calpestavano il suolo verso le terre sopra di cui il nemico insisteva, e ferocemente le armi brandivano. I vecchi, i decrepiti stessi, in quell'estremo pericolo della Corsica, parevano rinvigorirsi, e le membra, che ormai abbisognavano più di riposo che di travaglio, esercitavano alle opere faticose da lungo tempo dismesse. Le donne ancora non isgomentatesi, anzi incoraggitesi a quello aspetto terribile delle cose, quai novelle Amazzoni, alcune in femminili vesti avvolte, altre accinte in abito virile, qua e là armate correvano, e cogli uomini gareggiavano di coraggio e di furore. I fanciulli stessi, che fin dalla culla aveano succiato rabbia contro Genova, ora, voltandola contro la Francia, davano a conoscere, negli esercizii militari travagliandosi coll'armi, che i germi, non che le piante adulte, erano di quel vitale succo imbevuti e pregni.Mentre così la Corsica tutta si commoveva e si avventava coll'armi, e in sè medesima forte strepitava in ogni parte di grida, giunsero nuove che il conte di Vaux, generalissimo di Francia, era ai 2 di aprile arrivato in San Fiorenzo, e che genti sopra genti, armi sopra armi, nel medesimo porto ed in Bastia ed in Calvi, sbarcava sulla terra corsa, sbarcava grandissimo apparecchio d'uomini valorosi e bene ordinati contro uomini infiammati e cui muoveva piuttosto la volontà propria che la regolata disciplina. La causa della famosa isola era urtata da urto possente, e se non la salvavano le montagne, gli stretti passi e la longanimità di gente povera e al poco contenta, sembrava impossibile che a così grande sforzo reggere potesse.Ai gravissimi avvisi che i Franzesi cotanto ingrossavano la guerra, Paoli insorse, ed a quella estrema pruova gli animidispose e le armi. Già si vedeva che se una forza soprabbondante il chiamava a ruina, non da vile, ma da forte perire voleva, e volta la mente alla posterità, nella posterità si consolava.Trasse Paoli fuori il terzo della nazione, ed ordinò che gli altri due stessero pronti al muoversi; i volonterosi compagni schierando e ponendo in ordine a Casinca ed in altri luoghi di frontiera, donde sboccando i Franzesi potevano far impeto. Li raccolse alle insegne; ne fece rassegna e mostra, ed aveano sembianza di soldati provati, non fatti tumultuariamente. In quel momento istesso gli attillati e odorosi vagheggioni delle famose città di Francia e d'Italia marciavano in femminili e molli tresche, e forse dei pecorai di Corsica si burlavano; ma i buoni europei guerrieri ammiravano quelle alte anime, e molti, allettati dal portentoso grido, fra gli altri lord Pembroke, furono presenti alla mostra solenne, ed a quei devoti uomini auguravano sorte felice.Dall'altra parte il capitano franzese che voleva essere mutatore di quello stato, uscito ancor esso a campo fuori di Bastia, aveva raccolto i suoi sulla spiaggia di San Nicola, e gli andava ordinando alle vicine battaglie. Stupivano che rozzi paesani si fossero posto in animo di resistere ad una Francia.Grande arte, grande perizia mostrò de Vaux. Allievo di Maillebois, e, come egli, esercitato nelle guerre di Corsica, i luoghi sapeva, e conosceva le forti e le deboli parti del nemico. Reggeva meglio di ventidue mila soldati, ben provveduti d'ogni cosa alle militari fazioni confacente, e più ancora di coraggio. Accampossi col grosso dell'esercito ad Oletta, colla sinistra appoggiata alla bassa Tuda, e colla destra, distendendosi verso la regione più piana, accennando a San Fiorenzo. Le due ali erano, l'una sotto il governo del marchese di Arcambal, che teneva la destra, l'altra dal conte di Marbeuf, che stava sulla sinistra, quella perispazzare il paese verso le parti superiori del Nebbio, questa per sottometterlo dalla parte di Borgo e Mariana verso la costa marittima. Una schiera appartata, retta dal signor di Narbona, aveva posto l'alloggiamento a Monte Nebbio, vicino a Borgognano, per tenere in freno i Corsi dell'Oltremonte. Col medesimo intento un altro corpo col marchese di Luker stava a sopraccapo di Montemaggiore, Calenzano e Rapalle per fare che i Corsi della Balagna accorrere non potessero in aiuto di Paoli.I Corsi, disposti a mettersi alla stretta dei fatti d'armi, s'erano ordinati a fronte dell'esercito franzese di maniera che sulla sinistra loro, partendo da San Pietro, San Gavino e Sorio, terre del Nebbio, e procedendo verso la destra, si distendevano, passando per Olmetta, fino a Borgo in poca distanza da Mariana. Il principale loro sforzo era in Olmetta, ed era creduta il più stabile fondamento della loro resistenza una catena di monti, le cui sommità avevano con trincee ed artiglierie fortificate, e che corrono da Val di Bervinco al monte Tenda. Paoli ed il suo fratello Clemente alloggiavano in Murato, punto medio di tutta la circonferenza, e che avevano voluto fortemente presidiare, perchè di là potevano vedere, sopravvedere e provvedere subitamente quanto occorresse. Saliceti, Cottoni, Serpentini ed altri valorosi capi li secondavano chi sull'ala destra e chi sulla sinistra. E a questo modo i due campi nemici stavano a petto l'uno dell'altro.De Vaux conosceva che, per meglio dispensare l'ordine della guerra, e più facilmente rompere il renitente nemico, fosse maggior profitto salire sino a Corte, perchè essendo quella città metropoli del regno, e situata verso i sommi gioghi, fra il Cismonti e l'Oltramonti, l'acquistarla avrebbe dato, siccome giudicava, spavento ai Corsi, e nel medesimo tempo procurato facilità per iscendere nell'Oltramonti sopra Aiaccio. A questoaveva fermo l'animo ed indirizzava i suoi pensieri; ma per condurgli ad effetto, aveva a fare con Corsi, con fiumi e con montagne, se non che il confortavano l'animo suo forte, l'uso di guerra che aveva ed il valore de' suoi soldati.Andando il dì 5 di maggio, si moveva alla fazione, ed in cotal modo il fece. Principale suo intendimento era di guadagnare le alture di San Nicolao, donde, si accenna sulla sinistra a Bigorno, e quindi al basso Golo sulla destra al monte Tenda, superato il quale acquistava l'adito a Ponte Nuovo sul Golo, e più lungi, passato il fiume, a Corte. Credeva che per questa via il nemico fosse più agevole ad essere fracassato. Ordinò primieramente, per tenerlo in inganno di quanto ei volesse fare, che Arcambal e Marbeuf, colla parte delle genti che avevano in custodia, facessero un gran tempestare sulle due estremità. Stimando poi che i Corsi accampati a Sorio, San Gavino e San Pietro potessero, infestando l'ala destra, turbare i movimenti ed interrompere le strade per San Fiorenzo, aveva dato ordine che sui luoghi più opportuni si assettassero fortificazioni estemporanee e si munissero d'artiglierie.Così fatto come pensato, De Vaux, parendogli ormai che il tempo fosse da spenderlo in operare, ed esplorato bene l'inimico, andava all'esecuzione del suo disegno. Ognuno fece il debito suo virilmente e combattessi con molta gara. I Corsi, dato mano alla difesa, contrastarono con sommo valore: i Franzesi con non minor valore gli assaltarono. Stette alcun tempo dubbia la fortuna; ma finalmente prevalse la disciplina al combattere incomposto, e l'onore delle insegne all'amore della patria. De Vaux percosse finalmente con tal impeto nel nemico che lo cacciò da Olmeta, lo cacciò ancora da Vallecalde, ed in fine accostassi a Murato.Mentre le cose in tal fortuna si governavano da Vaux, Marbeuf combatteva felicemente anch'esso. Impadronitosi di Borgo e d'Ortale, e passato co' suoi cavalliil fiume, quasi tutta occupava la Casinca. Murato stesso non resse alla forza franzese, e i due Paoli, quantunque con costanza quasi sovrumana contrastato avessero, erano rimasti perdenti, e furono stretti a ritirarsi, pervenendo a Rostino non senza disegno e speranza di poter ristaurare la fortuna cadente, poichè i Corsi più dispersi che distrutti tendevano a raccozzarsi, ed i luoghi erano ardui a passarsi pei Franzesi. I vincitori riuscirono, secondo il desiderio loro, a San Nicolao, tutto il Nebbio e tutto il paese sino al campo di San Nicolao restando sottomesso alle armi della Francia.Non vi fu nè indugio nè quiete, volendo il Franzese usare l'impressione prodotta dalla vittoria. Marciò sopra Leuto velocemente, e il prese non ostante che i Paolisti acremente gliene contrastassero l'acquisto. I soldati spediti e presti di de Vaux pervennero fino a Pontenuovo.Non era compita la prosperità, se non isloggiava il nemico dalla foce di san Giacomo, perciocchè questo passo situato fra mezzo le cime del monte Tenda signoreggia dall'alto la Pietralba e la valle d'Ostriconi, ed è stimato la chiave della provincia di Balagna. I Corsi, che conoscevano l'importanza di quel sito, con ogni estremo sforzo il difesero, nè cessero se non quando, ingrossati oltre misura i Franzesi sopravanzarono talmente di forze, che non più coraggio, ma temerità, anzi follia sarebbe stato il più lungamente contrapporsi.I vincitori già si scagliavano correndo contro Sorio e San Pietro, quando uno scoppiar d'archibusi ed un fischiar di palle, che d'ogni intorno dalle rocce e dai boschi uscivano, li fece accorti che i Corsi avevano ripreso animo e voleano ricuperare quella fatale bocca di San Giacomo. Ma i Franzesi con tanta forza si spinsero innanzi, che, rendendo vano lo sforzo del nemico, se la conservarono.Non erano ancora al fine delle loro fatiche in questa parte, perchè i tenaciisolani si raccozzarono novellamente in numero di tre mila, e assaltarono, sempre a quell'importante sito accennando, con incredibile vigoria i Franzesi, cui in quel luogo reggeva il signore Durand d'Ogny. I fieri seguaci della testa di Moro si vedevano con mirabile intrepidezza salire le ripide balze esposti al furioso bersaglio del nemico, e noiati massimaniente dalle artiglierie che gl'imberciavano, e ad ogni momento squarciavano e straziavano le membra loro. Non timore, non esitazione mostrarono: superate le più ardue ripe, s'aggrappavano alle radici delle trincee franzesi, e si affaticavano di salirvi sopra: la rabbia loro era immensa; appiè delle trincee sorgevano monti dei loro corpi estinti. D'Ogny ostava tuttavolta con tutto il valore e tutta l'arte d'un ottimo guerriero, ma sarebbe in fine dalla furia corsa rimasto sforzato, se Arcambal, e Viomenil, e Boufflers, e Campenne non fossero accorsi a prestissimi passi da San Nicolao e da altri luoghi circostanti per aiutarlo. Tanti rinforzi ed un furioso urto dettero perduta la speranza ai Corsi di poter espugnare quel sito, e gli sforzarono finalmente a dare indietro non senza maraviglia da' Franzesi stessi concetta dell'estrema bravura degl'isolani.Fu questo uno dei più grossi cimenti a cui vennero nimichevolmente fra di loro l'armi franzesi e corse. Ma uno più feroce ancora si apprestava da cui pendeva la terminazione del litigio ed il destino dell'isola. Paoli, che ancora era potente in sui campi, s'era ritirato in Bostino, dove col vivido pensiero andava immaginando modo di far risorgere la fortuna che inclinava. Vennero chiamati di suo ordine sotto la condotta del Saliceti ad unirsi con lui mille buoni soldati di quelli che, non avendo potuto ostare in Casinca a Marbeuf, s'erano tirati indietro verso il monte Sant'Angelo e Sant'Antonio della Casabianca; e stimando che fosse meglio assalire che l'essere assalito, sboccò per Ponte Nuovo,varcando alla sinistra del Golo, e con quante genti aveva potuto congregare s'ingegnava di allargarsi a destra ed a sinistra. Suo divisamento era di arrampicarsi su per le balze che ivi costeggiano il fiume, e guadagnare le cime dei monti che, continuandosi ed innalzandosi verso Lento, aggiungono più su a Costa ed a Canavaggia, e sono attinenti al monte Tenda ed alla bocca di San Giacomo. Pericoloso riusciva il pensiero pei Franzesi, attesochè, se Paoli avesse ottenuto l'intento, gli avrebbe da quella bocca cacciati, ed acquistato facoltà di tagliar fuori la loro ala destra, e, per conseguenza, di ferirli per fianco.Già era sulle alture pervenuto, già arditissimamente combattendo aveva superato Lento, e battendo s'incamminava alla volta di San Nicolao e di Murato superiore. Se altra colonna da lui mandata ad assalire Canavaggia avesse incontrato il medesimo successo, il suo accorto pensiero avrebbe avuto effetto; ma essendosi il nemico fatto forte in Canavaggia, i Corsi da questa parte si sforzarono indarno.Questo fatto di Canavaggia diede la guerra perduta ai Corsi. Là cadde la fortuna di Corsica, là tutte le fatiche di Paoli diventarono vane, e là franzese la Corsica divenne.I Franzesi l'aura che spirava favorevole a piene vele ricevendo, si calarono precipitosamente da Canavaggia, e occuparono Pontenuovo, insigne scaltrimento di guerra. Caso fatale ai miseri Corsi fu questo, perciocchè gli scesi da Canavaggia investirono sul sinistro fianco coloro che con Paoli s'erano condotti a Lento, ed intieramente gli sbaragliarono e sbarattarono. Tanto più grave fu lo scompiglio e la fuga, che sparse fra di loro la spaventosa voce, ed era vera, che Pontenuovo era in poter del nemico, e che più niuno scampo restava a chi combatteva sulla sinistra del male avventuroso fiume. Paoli, che aveva munito di qualche fortificazione la testa delponte sulla destra, arrivato fra mille e varii pericoli sul luogo, tentò bene di racquistarlo, ma fu sbattuto da quel suo sforzo, e gli venne fallito il pensiero. I Corsi assaliti inaspettatamente sul fianco ed alle spalle, non sostenuta la impressione del nemico si precipitarono verso il ponte per ripassarlo; ma, invece del varco aperto, il trovarono chiuso, ed i Franzesi che con le baionette in canna li trafiggevano. Miserabile fu quell'orrendo mescolamento, miserabile lo scempio fatto degli scompigliati: i più furono morti, non pochi si annegarono nel fiume, avendo tentato di scampare per questa via dall'empito della Francia vincitrice; alcuni tra sani e feriti si nascosero fuggendo nei boschi, fra le roccie e per le folte macchie. Quattro mesi dopo il ferale evento si vedevano ancora le gocce del sangue rappreso sul funesto ponte; scoprivansi qua e là per le campagne Corsi morti di ferite, e che meglio avevano amato perire abbandonati dagli uomini e dalla fortuna che ricorrere per salute ad un nemico che tanto detestavano. Quattro specialmente di questi miseri e forti guerrieri furono sopra una deserta roccia trovati tutti sanguinosi e morti in atto di tenersi strettamente abbracciati, atto certamente preso a posta per dare insieme l'ultimo sospiro e l'ultimo respiro alla perduta patria.Nel tempo stesso che queste cose succedevano nel mezzo, Marbeuf, varcato coll'ala sinistra il Golo, sottometteva tutta la Casinca, ed Arcambal sulla destra conquistava la Balagna.In mezzo a tanta ruina, Paoli, lasciato il fratello Clemente a Morosaglia, perchè quanto potesse ritardasse l'impeto, si ridusse vicino a Corte, dove tentava di raccorre e riordinare i pochi avanzi delle sue sconfitte genti; nuovi aiuti eziandio per sua possa convocando. Ma de Vaux, che non voleva temporeggiare quella fortuna, ma piuttosto colla celerità del tutto domarla, venne avanti precipitoso, ed, appressatosi a Clemente, il cacciò di Morosaglia,e cacciò eziandio Pasquale da Corte; laonde questa famosa metropoli venuta in mano altrui, il castello solo resistette, ma per pochi giorni, e quegli aspri monti tutto all'intorno di forestieri suoni echeggiavano. Paoli, più ancora doloroso che scoraggiato, si ritirò di Vivario.De Vaux, che aveva saputo vincere, seppe ancora usare bene la vittoria. Per tirare a sua voglia i renitenti, usò bene le parole, usò bene i fatti. Con quelle, mandate fuora per un bando pubblico, minacciò con castighi, allettò coi perdoni col fine di rompere qualche testa di resistenti, se ancora alcuna ve ne rimanesse.Queste minacce contro chi ancora alla fortuna di Francia resistere volesse, le lusinghe a chi si arrendesse, giunte alla fatale rotta di Pontenuovo, operarono sì che i popoli cominciarono a mancare della prima caldezza; e vedendo di non poter più fare alcuna cosa buona, si misero a fare tumultuazioni in ogni luogo, protestando di volere conformarsi ai desiderii di chi più poteva, e di cercar ricovero nel grembo della Francia. Molti correvano alle stanze dei generali franzesi, certificandoli della loro sommissione ed obbedienza; altri, più oltre procedendo, e combattendo coll'armi in mano i loro cittadini, crescevano potenza a chi già tanta ne aveva e per sè medesimo e per la vittoria acquistata. Così gli odii domestici si aggiungevano agli esterni, e la civil guerra alla forestiera.In mezzo a tanta desolazione, e ricevuta una così spaventevole ruina, i Corsi fecero ancora qualche resistenza nell'Oltramonti, principalmente nella provincia di Vico e nella Conarca; ma il conte di Narbona, accorrendo con sufficienti forze, dissolvette quel gruppo, e le provincie soprannominate, come anche quella di Aiaccio, ridusse a devozione. Nel Cismonti de Vaux stesso personalmente si avanzava vincendo. Fece sua la provincia d'Alesin, e già s'incamminava a Portovecchio, non solamente per sottomettere il paese, ma ancora, e principalmente, per intraprenderePaoli e gli altri Corsi fuggitivi, essendogli pervenuto avviso, che fossero per imbarcarsi in quel porto per far vela verso la Toscana.Desiderava Paoli di far prova di sostenere la fortuna cadente con mostrare il viso, facendosi forte nelle due streme provincie d'Istria e della Rocca. Ma non trovando nelle popolazioni volontà conforme a' suoi desiderii, e giunta essendo la piena franzese sino a Bonifazio, ultima parte dell'isola che di poco spazio dalla Sardegna si disgiunge; la Corsica fu di Luigi.Paoli ed i suoi compagni, poichè si videro perduti e la patria sommessa, nè sperando nè volendo i perdoni e le grazie, presero consiglio di concorrere tutti a Portovecchio, dov'erano due navi inglesi, una per disegno offerta a Paoli ad ogni futuro accidente da un virtuoso inglese per nome Smith, l'altra a caso, che portato aveva molti ufficiali corsi, i quali erano venuti offrendo ingegno e mano in quell'ultimo bisogno alla patria cadente.Queste due navi furono opportuno sussidio ai Corsi che all'esilio andavano. Ma non era senza pericolo l'impresa dello scampare. Due sciabecchi franzesi stanziavano alla bocca del porto, facendo le viste di voler trattenere ogni nave o navicella che uscisse. Tutti principalmente gelosi di salvare Paoli, l'Inglese generoso non aveva pace se prima non lo salvava. La necessità ed i pii desiderii aguzzano l'intelletto: gli amici dell'andantesi capitano trovarono modo di adattarlo in una cassa, che collocarono in fondo della sentina, come se merci contenesse. Paoli in sentina e in cassa fu un tremendo caso.La mattina del 15 giugno questa nave salpò da Portovecchio, lo strano e prezioso carico con sè portando, e quelle luttuose terre abbandonando. Riconobbero i Franzesi il legno, e in ogni canto il frugarono. Qual cuore fosse allora di Paoli e dell'Inglese che a sua salute intendeva, ognuno il comprenderà; ma,non avendo avverato che vi fosse il cercato Corso, nè trovatasi alcuna cosa sospetta, nol molestarono e lo lasciarono andare.L'altra nave, che non fu da' Franzesi investigata, portò via Clemente Paoli, Giulio Serpentini, Giancarlo Saliceti, Nicodemo Pasqualini, conte Gentili, Carlofrancesco Giafferri, Carlo Raffaelli, Francesco Petrignani, con molti altri uffiziali, preti, religiosi e pochi soldati; in tutti sommavano al numero di trecento quaranta.Esuli arrivarono a Livorno, ma ve gli accolse la pietà e l'ammirazione. Guardavano principalmente Paoli, e vedutolo e trattatolo così benigno, si maravigliavano come in lui annidasse così prode guerriero; e bene ora comprendevano come egli avesse voluto e quasi potuto dirozzare una nazione ancora rozza, e addottrinarla ignara.Mancando per avverso destino a Paoli gli applausi de' suoi concittadini in patria, gli abbondavano in Italia quelli dei Toscani, degl'Inglesi, anzi de' Franzesi stessi. Andò dal cavaliere Dick, console d'Inghilterra a Livorno, il quale a grande onore l'accolse, e l'aiutò d'ogni più lieto ed utile servigio. Partitosi quindi e pervenuto a Firenze, fece riverenza al granduca Pietro Leopoldo, da cui molto fu ed accarezzato ed onorato, e gli promise ed accertollo, che la sua Toscana gli sarebbe sempre amico e sicuro ricovero tanto a lui quanto a tutti coloro che sopravvivendo all'eccidio della patria, sarebbero venuti a cercarvi pace, riposo e sicurezza.Paoli partissi, e se ne andò a Londra, non senza però aver prima lasciato, sugli avanzi dell'andata fortuna e su altre rimesse che aspettava da Inghilterra, un assegnamento sufficiente a favore dei suoi compagni che in Toscana aveano fermato le stanze, facendone soprantendente suo fratello Clemente.Terminata la conquista, e ricomposta tutta l'isola all'obbedienza di Francia, ilgenerale de Vaux ne partì, lasciandovi Marbeuf, a cui il re Luigi, dandogli il titolo di commissario regio, aveva commesso la cura di quietare gli umori, comporre le faccende civili ed ordinare il governo in quella nuova possessione.La Francia, divenuta arbitra della isola, per conciliarsi gli animi e tenere in fede quella nazione volubile, guerriera, e che malissimo volentieri pativa la servitù, die' principio ad accarezzarla. Sapeva che una delle principali cagioni per cui gli uomini di maggiori qualità, che poi tirarono con sè i popoli, avevano concetto tanto mal umore contro Genova, si era, ch'essa non aveva mai voluto riconoscere in Corsica una nobiltà, se non al modo ch'essa l'intendeva, e non come i magnati corsi la desideravano, essendo a questi paruto che la repubblica volesse una nobiltà di grado troppo inferiore alla sua. Per la qual cosa uno de' primi pensieri di Marbeuf, affinchè i Corsi ricevessero più volentieri l'imperio di Francia, fu quello di pubblicare un editto del re, per cui si statuiva che sarebbe in Corsica una nobiltà, e si numeravano le pruove che occorreva di fare a ciascuno che di lei voleva essere parte, e vago si dimostrava di essere donato della gentilizia. Presentarono i titoli, e le principali famiglie furono ascritte a nobiltà; soli esclusi i discendenti di Michelangelo, Gianantonio e Francesco Ornano, che avevano a tradimento ucciso il tanto amato Sampiero; esclusione richiesta da tutti gli altri che alla nobiltà aspiravano, e che lor fece altissimo onore.Murbeuf, a termini delle lettere regie, convocò in Bastia pel 25 settembre 1770 l'assemblea della nazione. Volle il re che tanto in questa, quanto in quelle assemblee che in avvenire convocherebbe o permetterebbe, intervenissero i deputati divisi in tre ordini o stati, quello della Chiesa colla prima preminenza, quello della nobiltà colla seconda, e quello del terzo stato nell'ultimo luogo. Volle eziandio ed ordinò che i deputati ecclesiastici,oltre i vescovi, gli eletti de' capitoli ed i provinciali degli ordini religiosi de' serviti, degli osservanti, de' riformati, dei cappuccini, de' domenicani, de' missionarii, fossero eletti da pievani raccolti in assemblea di ciascuna provincia; que' della nobiltà in simili assemblee da' nobili, e que' del terzo stato pure in simili assemblee da' podestà e padri de' comuni.Diremo qui, per non dirlo altrove, che i deputati congregati in parlamento il giorno predestinato udirono primieramente gratissime parole da Marbeuf, enumerando i benefizii che intendeva di fare, sì che i Corsi, solo che il volessero, pervenire potevano a qualunque maggiore grado di felicità e di dignità, di cui le più nobili nazioni si vantano, e pregando ed ammonendo adunque che cessassero gli odi e le divisioni, e pensassero e considerassero che non più piccoli isolani da tutto il mondo segregati, ma erano parte d'un tutto, grande, possente, glorioso: e terminava che assai si rallegrerebbe e nel cuor suo godrebbe, se innanzi al re Luigi dire potesse: «I Corsi la corona di Francia amano, ed al benigno loro signore grati e riconoscenti sono.»Quando Marbeuf ebbe posto fine al suo discorso, i Corsi giurarono in nome del re. Toccando gli Evangeli, giurarono di essere bene e fedelmente sottomessi al re di Francia, di riconoscersi per suoi veri e legittimi sudditi, di non mai portar l'armi contro il suo servizio, di non ricevere nè doni nè pensioni di alcun altro principe e potenza nemica del re, di rivelare quanto a cognizione loro venisse contro del servizio regio, di obbedire a chi mandasse per reggere ed amministrare l'isola.Seguitarono gli statuti, regolaronsi prudentemente le faccende economiche, giudiziali, militari, ecclesiastiche, queste ultime per quanto riguardava la giurisdizione rispetto alla potestà temporale. Nè fu posta in dimenticanza l'università di Corte, fondata da Paoli, di cui la consulta domandò la conservazione. Siudirono poscia le domande delle province, delle pievi, de' comuni, savie per la maggior parte e tutte amorevolmente udite. Addomandarono specialmente che fosse permesso di stendere gli atti in italiano, e di procedere avanti i tribunali nella medesima lingua materna e naturale dell'isola. Fu risposto che quanto al presente il facessero pure, ma desiderare il re che la lingua franzese divenisse famigliare ai Corsi, com'era agli altri sudditi, e la consulta ne prescrivesse il termine.Intanto i nuovi signori munirono di nuove fortificazioni Calvi e Bastia, acciocchè i Corsi, avendole come un freno in bocca, non si rimutassero d'animo, e non potessero più ravvolgersi, come pel passato, fra i tumulti e le rivoluzioni.Le cose si avviarono in ogni luogo alla franzese; e in questa guisa finì la iliade della Corsica.In quest'anno, la notte tra il 2 e il 3 febbraio, passò da questa vita agli eterni riposi Clemente XIII. Era questo pontefice fornito delle doti più degne della tiara; intenzioni pure, una pietà sincera, una carità ardente, i primi anni del suo pontificato non sono soggetti a rimproveri nè indegni d'encomio; e se a questi non corrisposero pienamente gli ultimi suoi anni, coloro che si fecero a biasimarlo attribuiscono la variazione della sua condotta a' consiglieri differenti che lo diressero.Trattavasi di eleggere il successore di Rezzonico; il che non era di facile esecuzione. Gli Spagnuoli davano l'esclusiva a tutti i cardinali che avevano avuto parte nel breve contro Parma, di cui diremo in appresso, ed erano sedici. Di più, la Spagna non voleva consentire a nissun papa che non fosse per sopprimere la società de' Gesuiti. Choiseul, ministro di Francia, appoggiava con tutta l'autorità del re Luigi la volontà degli Spagnuoli, la qual cosa riduceva la scelta tra cinque o sei, nel numero de' quali erano i cardinali Stopani e Fantuzzi. Mala partita de' cardinali zelanti, come li chiamavano, che volevano la conservazione di quella società, non consentivamo all'esaltazione nè di Stopani nè di Fantuzzi, perciocchè troppo apertamente s'erano spiegati di volere l'estinzione dei Gesuiti. Il cardinale Ganganelli, quantunque fosse stimato di setta giansenistica, s'era però meno fervidamente dimostrato alieno di que' religiosi, ed alcuni anzi credevano che gli avrebbe conservati. Dall'altra parte i Borboni, che intieramente Ganganelli conoscevano, il portavano come capace di venire alla risoluzione ch'essi tanto desideravano: fu anzi affermato da alcuni, ch'egli avesse dato promessa formale, se papa divenisse, di estinguere la compagnia. Adunque tra per queste cose e pel timore che la noia di star serrati in conclave troppo si prolungasse, cosa che si vedeva virisimile pe' grandi contrasti che vi erano dentro, e perchè la chiusura già da più di due mesi durava, aderendo i cardinali avversi a' Gesuiti, non ripugnando la maggior parte de' zelanti, Ganganelli fu eletto papa il 18 maggio. Dalla quale elezione tutta la cristianità fu eretta a nuova speranza. Amò chiamarsi Clemente, XIV di questo nome.Ma prima di narrare le condizioni della Chiesa, al momento dell'esaltazioe del nuovo pontefice, n'è d'uopo riferire le cose di Parma, delle quali abbiam toccato al chiudersi del precedente anno.Filippo, duca di Parma, Piacenza e Guastalla, a cui consigliava Guglielmo Dutillot, sendosi accorto che per gli acquisti fatti dalle mani morte per quelli che ogni giorno andavano facendo, e per quelli finalmente che, quantunque ancora pendenti, fossero in possessione altrui, dovevano col tempo necessariamente in loro ricadere una prodigiosa quantità dei migliori e più fertili terreni de' suoi Stati era e sarebbe sempre più venuta in potestà di simili persone di mano morta, aveva pubblicato, ai 25 d'ottobre del1764, per provvedere a così grave sconcerto, una prammatica:Che fosse proibito, statuì egli, a qualunque persona di qualsivoglia stato, grado e condizione il vendere, donare, cedere, o in qualsivoglia altro modo trasferire o alienare, nè in proprietà, nè in usufrutto, sia per atto fra vivi o per disposizione di ultima volontà, compresa altra successione intestata, in mani morte beni sì mobili che stabili, luoghi di monte, censi attivi, azioni e ragioni di qualunque somma o valore;Che dal superiore decreto fossero però eccettuati i lasciti limitati alla sola vigesima parte del patrimonio di chi donasse o testasse, con ciò però che il lascito per una sola volta si facesse, e sorpassare non dovesse il valore di scudi trecento di Parma, e fosse in denaro contante, e non altrimenti.Che i crediti appartenenti alle mani morte ed ipotecati su stabili in nissuna altra maniera soddisfare si potessero che coll'obbligare il creditore alla vendita degli effetti ipotecati, ed il ritratto per la somma del credito, se il creditore impiegare lo volesse, si dovesse investire in luoghi di monte delle comunità suddite del ducato;Che fossero vietate le locazioni perpetue od a lungo tempo a favore delle mani morte;Che parimente fossero vietati alle mani morte tutti gli acquisti che ad esse si devolvessero in virtù di livelli, enfiteusi, reversioni, e simili altre cause, e quando ad esse devoluti fossero per antiche disposizioni, si fossero obbligate ad investirgli in persona laica con giusto prezzo di vendita, ed il prezzo investir si potesse in luoghi di monte, restando il possesso del fondo totalmente devoluto presso l'erede dell'ultimo investito col solo obbligo di corrispondere l'antico canone;Che tale legge reggesse non solo le disposizioni da farsi, ma eziandio le già fatte, se non ancora verificate;Che mani morte non fossero riputatigli ospedali degl'infermi e degli esposti;Che le rinunzie da farsi da qualunque persona che volesse professare in qualunque religione, convento, monastero, conservatorio, ritiro o congregazione, o fossero esplicitamente, o quando no, s'intendessero per legge abdicative ed estintive, cosicchè la successione, come se la persona rinunziante non esistesse più fra i viventi, potesse e dovesse passare in chi di ragione si doveva;Che, oltre a ciò, i residui dei livelli o vitalizii riservatisi dai professi non si potessero esigere, e per virtù della legge si riputassero condonati;Che ogni qualunque atto contrario alle disposizioni precedenti fosse irrito, nullo ed in niun modo da attendersi dai tribunali e giudici, e proibito fosse ai notai di rogarlo; riservata però alla suprema autorità del principe la facoltà di concedere esenzioni a chi ricorresse, quando per circostanze particolari il giudicasse conveniente.La raccontata legge dispiacque grandemente alle comunità religiose, e sorto un grave bisbiglio ne' conventi, mandarono le loro lagnanze e ricorsi a Roma. Anche gli ecclesiastici secolari se ne rammaricarono, parendo loro che siccome nel secolo fra i parenti viveano, e fra di loro ed i laici non v'era altra differenza, se non quella ch'essi esercitavano il ministero divino, così ingiusta troppo e dura cosa fosse, ch'ei fossero privati di quei benefizii che la società procura a chi vive nella società.Il duca Ferdinando, che era a Filippo succeduto, pubblicò, rispetto a questi ultimi, cioè agli ecclesiastici secolari, ai 15 di giugno del 1767, una sua volontà, per cui essi furono abilitati a succedere alle eredità dei loro ascendenti e collaterali sino al quarto grado, ed a fare acquisti di beni stabili, di censi, di fitti perpetui e di altri annui redditi, sì veramente che si obbligassero, pei beni di nuovo acquisto, di soddisfare a tutti i carichi pubblici,di non farne alienazione a favore di alcuna mano morta, e di non declinare pei detti beni il foro laicale. Il principe volle altresì che le successioni devolute ai detti ecclesiastici, per disposizione di qualche persona estranea o ad essi congiunta oltre il quarto grado, fossero irrite, e si avessero per nulle e di nessun effetto. La quale irritazione e nullità si intendesse anche estesa agli atti meramente lucrativi ed alle cessioni e donazioni, ancorchè rimuneratorie e corrispettive.Un grave abuso s'era introdotto nell'assetto delle contribuzioni di certi beni ecclesiastici nel ducato di Parma. Certi beni, i quali al tempo della formazione del catasto, per appartenersi a persone laiche, erano stati allibrati e gravati, essendo in progresso di tempo passati in mano di persone e corpi che pretendevano esenzione od immunità, avevano la detta esenzione ed immunità ottenuta. Dal che, fra gli altri inconvenienti, era succeduto quello che la rata delle pubbliche gravezze spettante a tali beni, era andata tutta a cadere sopra i restanti beni accatastati con doppio ed intollerabile aggravio dei possessori; abuso non solamente lesivo dell'equità e giustizia naturale, ma anche contrario alle leggi fondamentali del ducato, secondo le quali trovavasi espressamente prescritto che i beni una volta accatastati passar dovessero col loro carico e colla qualità di tributarii in qualunque persona o corpo, ancorchè immune ed esente per qualsivoglia causa o titolo fosse; legge stata eziandio riconosciuta e confermata dai sommi pontefici Adriano VI, Clemente VII e Paolo III, quando furono signori di Parma e Piacenza.Per ovviare ad un tanto disordine, il duca Filippo, a ciò movendolo sempre il Dutillot, già aveva ordinato, per legge promulgata espressamente ai 13 di gennaio 1765, che quei beni che nei citati catasti, per essere descritti ed allibrati in testa di laici o di persone o corpi sottopostialla giurisdizione laicale, erano stati obbligati ai carichi pubblici, e che, per passaggi di successione, di donazione o d'altro titolo si ritrovavano allora o per l'avvenire si troverebbero in mano di persone o corpi che pretendessero privilegii, immunità ed esenzioni, dovessero aversi e si avessero per tributarii ed alle gravezze pubbliche così ordinarie come straordinarie sottoposti, come se tuttora si appartenessero ai rispettivi loro autori, in testa dei quali stati erano descritti ed allibrati.Nel medesimo tempo però il principe volle che restassero immuni ed esenti i beni che negli ultimi catasti erano stati descritti ed allibrati con privilegio di esenzione ed immunità in favore delle chiese o di altre opere pie ecclesiastiche. Dichiarò inoltre immuni ed esenti tutti i patrimonii semplici, non solo già costituiti, ma anche da costituirsi in avvenire a favore degli ecclesiastici secolari promossi e da promuoversi agli ordini sacri, purchè non eccedessero i limiti della tassa sinodale da verificarsi innanzi i tribunali.Perchè poi quanto aveva ordinato con maggiore esattezza sortisse il suo effetto, il duca creò un'intendenza sovrana, sopra i luoghi pii e sopra tutti i corpi cadenti sotto il nome di mani morte; uffizio del qual magistrato era di sopravvedere e provvedere che la volontà del principe fosse eseguita.Nè alle narrate deliberazioni si rimasero i pensieri del Dutillot e del duca di Parma. Avevano i popoli supplicato al duca, e pregatolo di far considerazione quanto restassero offesi dalla soverchia libertà per cui si traevano fuor del dominio, e specialmente nelle curie di Roma, i litigii così dei secolari come degli ecclesiastici. Lamentavansi i popoli parimenti, ed al duca supplicarono, perchè vi rimediasse, che i benefizii e le pensioni ecclesiastiche dai diplomi romani si dessero a persone straniere con esclusione degl'indigeni; dal qual abuso segnatamente venivano a sentir danno moltissimechiese parrocchiali, anche quelle che rendite sufficienti per sè medesime non avendo pel decente esercizio del culto divino, erano sovvenute dalle liberalità dell'erario pubblico.Le quali cose e supplicazioni bene considerato dal duca Ferdinando, ed avutovi riguardo, pubblicò, ai 13 di gennaio 1768, un editto, per cui comandò che, senza averne prima ottenuto il sovrano beneplacito, nissun suo suddito, o mediato o immediato, o secolare o ecclesiastico, o collegio od università, compresi i conventi e le famiglie religiose dell'uno e dell'altro sesso, senza la menoma eccettuazione, si ardisse di trarre o di esser tratto a contestare e sostenere, in qualunque grado d'istanza, liti giudiziali in alcun tribunale estero, compresi anche quelli di Roma, per qual si fosse causa, anche ecclesiastica e relativa a beni, ragioni, diritti e preminenze di qualunque sorte;Che nissuno nemmeno si ardisse, senza il mentovato beneplacito, di ricorrere a principi, governi e tribunali esteri, nè per ragione di beni, azioni, preminenze e diritti di qualunque sorta, nè per conseguire ne' suoi Stati benefizii, pensioni ecclesiastiche, commende, dignità o cariche con annessa giurisdizione di qualunque grado o prerogativa;Che i benefizii ecclesiastici curati e non curati, compresi anche i concistoriali, le pensioni, abbazie, commende, dignità e cariche di annessa giurisdizione, qualunque fossero, non potessero conseguirsi che da sudditi nazionali, e ciò ancora nemmeno senza il previo beneplacito dell'autorità sovrana;Che senza la regia permissione dell'esecuzione nissun giudice o tribunale, tanto laico quanto ecclesiastico, s'ardisse di eseguire qual si volessero scritti, ordini lettere, sentenze, decreti, bolle, brevi e provvisioni di Roma, e di qual si fosse podestà o curia estera;Che qualunque atto contrario alla presente sovrana disposizione che da qualche disubbidiente venisse fatto, fosseirrito e nullo e da aversi in nissuna considerazione, con ciò eziandio che i disubbidienti fossero severamente puniti anche in via economica, per la loro disubbidienza verso le principali massime di buon governo e le più rilevanti leggi dello Stato.Un complesso di tali leggi e provvisioni in un breve corso d'anni accettate e promulgate nel ducato di Parma e Piacenza dimostravano evidentemente quanto quel governo fosse risoluto a sradicare gli abusi che in materie giurisdizionali e nelle disposizioni regolatrici dei beni e delle persone ecclesiastiche erano trascorsi. Ma queste erano percosse fatali all'autorità romana, e di tanto maggior rammarico quanto che le medesime deliberazioni andavano prendendo piede, e già l'avevano preso in altri Stati, non che dell'estero, dell'Italia, e pareva che fosse una tempesta che si volesse allargare in ogni luogo. In termini difficili il pontificato si trovava; la resistenza lo metteva in necessità di usare mezzi che l'opinione di molti riprovava, e niuna cosa reca più grande pregiudizio ad una podestà, qualunque ella sia, che fare deliberazioni non obbedite. Dall'altro lato, il non fare risentimento accennava che esso abbandonasse quelle massime che per tanti secoli aveva seguitato. A tale estremo passo gli era mestieri di fare scelta tra il procedere pieghevole e prudente di Benedetto ed il fare rigido ed inflessibile di alcuni altri papi. Clemente XIII non era di natura intrattabile, e sarebbesi forse inclinato od a qualche concessione od almeno a qualche mezzo termine di conciliazione; ma troppo fu e consigliato e sollecitato ad opporre il pontificale petto, ed a farsi forte contro di questa nuova tempesta.Adunque, ai 20 di gennaio dell'anno scorso, il papa pubblicò la sua sentenza, e contro i commettitori di quanto era contrario alla immunità ecclesiastica ed ai diritti legittimi della sedia apostolica usò l'armi pontificali. Toccateprimieramente tutte le disposizioni del duca che giudicava contro i diritti e le immunità della Chiesa, e reso conto dei mezzi di pacificazione da lui inutilmente usati; investendosi della sua pontificale autorità, scriveva che poichè speranza più non v'era di stornare con la pazienza e la dolcezza i colpi terribili intentati all'autorità della santa Sede e della Chiesa, credeva essere giunto alla fine quel tempo, in cui egli vendicar doveva le libertà ecclesiastiche così violentemente offese affinchè nissuno potesse dargli la taccia d'aver tradito il suo dovere. Dichiarava pertanto nulli, di niun valore, temerarii ed abusivi i sopraddetti atti, decreti, editti, prammatiche, come usciti da mano di persone che non avevano nissuna autorità di formarli. Dichiarava egualmente nulli e di niun valore tutti quelli che dalle medesime persone in avvenire uscire potessero; proibiva finalmente a' suoi venerabili fratelli ai vescovi di quei ducati, ed a qualunque altro di conformarvisi. Oltre a tutto questo, posciachè ad ognuno era notorio che tutti quelli i quali avevano partecipato nella formazione, pubblicazione o esecuzione delle ordinanze medesime, erano incorsi in tutte le censure ecclesiastiche, così dichiarava che da queste censure non potessero essere liberati, nè riceverne l'assoluzione, eccettuati i casi di pericolo di morte, se non da lui stesso, o dal pontefice che dopo di lui sedesse. Dichiarava altresì che, a volere che l'assoluzione data in pericolo di morte fosse salutare e valida, era condizione indispensabile che, passato il pericolo, gli assolti ritrattassero e disfacessero quanto avevano fatto di attentatorio alle immunità ecclesiastiche; le quali cose non facendo, rimarrebbero alle medesime pene sottoposti. Voleva finalmente che, siccome era notorio che le sue presenti pontificali lettere incontrerebbero pur troppo delle difficoltà, per essere pubblicate ed affisse con sicurezza negli Stati di Parma, Piacenza e Guastalla,le pubblicazioni fatte nei luoghi soliti di Roma annodassero quelli ai quali appartenevano, come se fossero loro state nominatamente e personalmente intimate.Parlossi altamente e fecesi un rumore grande pel mondo cattolico, così delle risoluzioni del duca di Parma, come del monitorio del papa; ed in mezzo ai molti discorsi, il duca Ferdinando, confortato dal Dutillot, primieramente con suo editto del 13 di marzo 1768 proibì severamente il monitorio in tutti i suoi Stati. Poi a dì 6 del seguente aprile presentò, per mezzo dei ministri delle tre corone di Francia, Spagna e Due Sicilie, al papa una rimostranza de' suoi ministri, in cui e contro la pontificia decisione protestava, e, le sue ragioni adducendo, dimostrava che le prammatiche e gli editti, di cui si trattava, avevano fondamento nel diritto sovrano e nella incontrastabile utilità dello Stato.S'infiammarono dall'una parte e dall'altra gli spiriti. Uscirono alla luce scritti moltiplici, alcuni in favore di Roma, molti in favore di Parma. E siccome il papa, nel principio del suo monitorio, aveva chiamato col nome disuoii ducati di Parma e Piacenza, si riandarono le antiche cose, per conoscere quale fosse o non fosse la sovranità della Sedia apostolica su di quella bella e doviziosa parte d'Italia. Questi sostenevano che Parma e Piacenza fossero anticamente parte dell'esarcato, e, per conseguenza, devolute con le altre città di quell'antico Stato alla santa Sede; che i pontefici le avevano senza contrasto possedute come vere e legittime possessioni della Sede medesima; che i trattati posteriori, per cui s'erano variate le sorti delle due città e date in mano di altri lignaggi principeschi non avevano potuto cambiare la natura delle cose, nè aver la Sede apostolica mai consentito alle mutazioni di signoria, ma anzi sempre protestato contro le medesime. E venendo alle disposizioni del duca Ferdinandocontenute nelle prammatiche ed editti, dei quali si contentava il merito, dicevano essere evidente ch'essi avevano posto la falce nella messe altrui, ed intaccato enormemente i diritti della potestà ecclesiastica. Se v'era abuso, esclamavano, non avere mai Roma ricusato di darvi riparo coi principi secolari intendendosi, nè esser ella per ricusare; ma essere nel tempo medesimo evidente che l'utilità e nemmeno la necessità non danno il diritto, e che quando il mandato non c'è, tutto quello che si fa è irrito, invalido e nullo, nè fare si può senza ingiuria di colui al quale il fare si aspetta; se la contraria dottrina prevalesse, si turberebbero tutte le giurisdizioni e il mondo ritornerebbe nel caos, e la umana società si dissolverebbe.I difensori di Parma non se ne stettero oziosi, e pubblicarono parecchi scritti, fra i quali si notarono principalmente quelli di Giambattista Riga, Piacentino, avvocato fiscale del duca. Del supremo dominio parlando, asserirono che non mai la santa Sede l'aveva posseduto, e che era favola di menti o non sane o ignoranti o bugiarde il pretendere che Parma e Piacenza fossero anticamente membri dell'esercato di Ravenna, perciocchè era notorio che furono sempre città soggette ai Lombardi, o libere colle proprie leggi, o appartenenti al ducato di Milano. Quanto alla immunità ecclesiastica, i difensori del duca allegavano che quanto è vero che il governo della Chiesa in ciò che riguarda le cose meramente spirituali è ed esser deve libero e independente dall'autorità temporale; tanto da un'altra parte è certo che la potestà che la Chiesa esercita sopra alcune cose temporali, come sono appunto i beni della terra e le eredità e le successioni, è una concessione de' principi, che essi possono o modificare o regolare, od anche sopprimere, quando ciò per l'utilità dello Stato fosse richiesto; e citando a sostegno dello loro opinioni santo Agostino, san Girolamo, santo Ambrogio,continuavano a dire che nuova non era nella Chiesa la prammatica del duca, e che esso non aveva fatto altro che imitare altri principi, e queglino stessi dei quali la Chiesa sommamente si lodava.A questo modo gareggiavano fra di loro e si davano l'un l'altro molte brighe la corte Romana ed il duca di Parma; ma nissun di loro si dipartì dalle prese risoluzioni, e tanta fu la prudenza del governo del principe secolare, che nissun grave inconveniente nacque nel ducato per l'interdetto messo sopra gli esecutori della sua volontà, nè pure originandosi quelle turbazioni di alcuni ordini religiosi che parte contristarono, parte sdegnarono Venezia ai tempi del suo interdetto.Con tanta maggior franchezza il duca procedeva in questa bisogna che le altre corti borboniche, le quali per un trattato del 1761, che chiamarono il patto di famiglia, s'erano fra di loro collegate ad ogni bene e ad ogni male, ed a conformità, anzi unità di consigli, avevano preso focosamente a favorirlo. In fatti, non così tosto il monitorio del papa era pervenuto a loro notizia, non si contentarono di sopprimerlo ne' loro Stati, ma richiesero fortemente il papa della sua rivocazione, la quale non avendo potuto ottenere, vennero finalmente a determinazioni più rigorose e più efficaci. Il re di Francia, come si è già detto al finire dell'anno precedente, fece occupare da' suoi soldati, condotti dal marchese di Rochechouart, la città di Avignone ed il contado Venosino; poi mandò commissarii del parlamento di Provenza a prenderne possessione in suo nome, e ricevere il giuramento di fedeltà, come di paese già annesso alla sua corona, dai consoli, sindaci ed abitanti. Dal canto suo il re di Napoli pose le mani addosso nel medesimo modo a Benevento, mandandovi soldatesche e commissarii, e diceva che Benevento era suo, come il re Luigi d'Avignone e del contado affermava.Siccome poi ai Borboni non isfuggivache la durezza del pontefice procedeva principalmente dai consigli de' Gesuiti, che già avevano cacciati da' loro Stati, e da quelli del cardinale Torrigiani, suo ministro di Stato, prelato tutto dedito a que' padri, addomandarono con molto calore ch'egli la compagnia di Gesù interamente sopprimesse. Ma Clemente, che prestava molta fede alle loro parole, ed a cui rincresceva di privare anche in Italia di quel sussidio la santa Sede, giacchè negli altri regni della cristianità l'aveva perduto, fermò l'animo e resse alle istanze, nè si lasciò volgere ai desiderii de' principi. Dalla quale sua fermezza procedette che le cose non si addomesticarono nè col duca di Parma, nè coi principi suoi consanguinei, finchè Clemente XIII visse. Ei conservò il suo monitorio, Parma i suoi ministri, Francia Avignone, Napoli Benevento, Spagna i suoi risentimenti.Oltre a questi disturbi di Parma, gravi e veramente pericolose erano per altre parti le condizioni della Chiesa al momento dell'esaltazione già detta del Ganganelli.Non poco sdegno nudriva Giuseppe re di Portogallo contro di Roma, per vedere ancora in piè gl'Ignaziani che tanto egli odiava. Vi era anche in quel reame pericolo di scisma, cioè di separazione dalia santa Sede, minacciando il re di creare un patriarca in Lisbona per l'esercizio della suprema autorità pontificale, e di non avere più altra comunicazione col pontefice romano che quella delle preghiere.Non minori minaccie faceva la Spagna, la quale continuamente fulminava contra i Gesuiti e con sinistre voci protestava che se di loro come desiderava sentenziato non fosse, verrebbe a qualche risoluzione funesta a Roma.La Francia riteneva Avignone, come si disse di sopra, e grandi risentimenti faceva sì per l'oltraggio fatto al duca di Parma colla scomunica, e sì per le lunghezze che il papa andava framettendoper conformarsi ai desiderii di Spagna ed a' suoi proprii per la domandata soppressione.Per le narrate cose il duca di Parma irritatissimo anch'egli si dimostrava, e consigliato da ministri savii e fermi, faceva le viste di non temere i fulmini del Vaticano.Non riceveva la Sedia apostolica minori molestie dal re di Napoli, il quale, oltrechè perseverava nello appropriarsi Benevento e Pontecorvo, si spiegava eziandio di volere più avanti nello Stato ecclesiastico allargarsi; e da riforma in riforma procedendo, dava a divedere che, poichè il papa non voleva fare avrebbe fatto egli. In somma le immunità ecclesiastiche continuavano ad andare in ruina nel regno. Il re, considerati gli abusi che nascevano dalla riscossione delle decime ecclesiastiche, le abolì intieramente, ordinando che l'erario regio supplirebbe con una conveniente pensione in favore di que' curati, ai quali, per la soppressione delle decime, restasse una congrua minore di centotrenta ducati. Andava anche un giorno più che l'altro tarpando l'ali alla nunziatura, con ridurre molte cause miste all'autorità ordinaria dei tribunali regi. Queste mosse principalmente davano Tanucci e Carlo di Marco.Venezia, senza ricorrere all'autorità pontificia, di propria volontà riformava le comunità religiose: lo spirito del Sarpi in lei sempre viveva; nè valse a Clemente XIII che da Venezia sortito i natali avesse per poter la novella tempesta schivare. Benchè in grazia di lui avesse cassato il decreto, emanato già per risentimento delle decisioni intorno ad Aquileia, che proibiva gli abusi di certe dispense e delle indulgenze che per denaro si concedevano, non si rimase però che qualche secreto rancore gli animi dei padri ancora non alterasse, e non si manifestasse con rigori di dazii e di gabelle sui confini contro i sudditi dello stato ecclesiastico. Ma più specialmente nell'anno addietro il senatoavvertì che le ricchezze del clero erano divenute tanto esorbitanti che di grave scandalo riuscivano ai privati e di molto danno al pubblico, però che le mani morte possedevano una rendita quasi eguale a quella dello Stato. Quindi prese rigorose e valide misure tanto sui beni de' cherici che sopra le persone loro; ma noi potè fare senza che il papa gravemente se ne risentisse. Ed in fatti con un suo breve dell'8 ottobre di quell'anno si lamentò colla repubblica ch'ella avesse, oltrepassando i termini dei proprii campi, posto i piedi in su quelli d'altrui, e sotto specie di regolare interessi attinenti allo Stato, si fosse fatto lecito d'intaccare la giurisdizione ecclesiastica; e dopo noverate ad una ad una le cose che teneva illecite, «alzava la paternale voce, e la repubblica ammoniva che da tali perniziose e scandalose determinazioni recedesse.» Rispose il senato, e stette fermo nelle sue risoluzioni: il papa nuovamente esclamava con altro suo breve del 17 dicembre sempre dello stesso anno, ed, al senato le parole indrizzando, l'avvertiva che, recate dalle di lui lettere nuove ferite al suo paterno cuore, dovea di nuovo parlare, di nuovo ammonire, pregare, lamentarsi, biasimare. Ricevuto il breve del papa, il senato non si rattenne in silenzio; ma non si rimosse da quanto ordinato aveva, nè il pontefice venne al passo estremo di pronunziare l'interdetto contro la repubblica; e come tal era la condizione sua che il consentire gli pareva impossibile, il contrastare senza frutto, le cose in quello stato si rimasero.La Polonia stessa, che sempre era stata devotissima alla santa Sede, mossa dall'universale consentimento e da quell'influsso contrario che contro Roma si spandeva, cominciava a vacillare ed i privilegii della nunziatura diminuiva, e poneva un freno alla volontà della curia romana.Alle quali cose se vogliamo aggiungere quello spirito filosofico che d'ogni intorno spirava, e che metteva in dubbio non solamentele prerogative della Sedia apostolica, ma ancora le verità stesse della fede, si verrà conoscere a quale e quanta tempesta avesse ad ostare il nuovo pontefice, ed in qual pericoloso frangente si avvolgesse.Stava il mondo in grandissima aspettazione di vedere a quali consigli si atterrebbe, e quali mezzi userebbe Clemente XIV per rivolgere in meglio le disposizioni dei principi. Il cedere e il non cedere in tali congiunture può essere ugualmente di danno, quello, perchè mette le cose domandate per perdute, questo, perchè mette pericolo che se ne perdano delle maggiori. Nè si ha nemmeno certezza che il concedere faccia moderazione in chi domanda; imperciocchè il più delle volte succede che più si dà e più si domanda. Contuttociò Ganganelli vedeva evidente la necessità di contentare i principi, perchè, se di soverchio si contrastasse loro, era da temersi che dessero della scure sulla radice stessa dell'autorità pontificia, cosa alla quale gli scritti dei filosofi e dei giansenisti stessi gagliardamente spingevano. Il che ottimamente considerato, principiò a dare segni di quanto voleva fare. Nominò suo segretario di Stato il cardinale Pallavicino, personaggio grato alle potenze; scrisse ai monarchi lettere pacifiche ed amorevoli.Lieti augurii eran questi, che già una causa speciale e viva aveva fomentati, il viaggio, cioè, in Italia in quest'anno fatto dall'imperatore Giuseppe. Vide Napoli, Roma e Firenze, vide la sua Milano. Padre de' popoli più che re in ogni luogo si dimostrava, il povero, più che il ricco in cale aveva, non abborriva dalle tortuose scale ed anguste, nè aveva a schifo gli umili tugurii; il più bell'ornamento di cui un possessore di regni possa far mostra, portava seco; imperciocchè l'accompagnavano la semplicità del costume, l'affabilità del discorso, la bontà dell'animo, e meglio amava sentirsi chiamare benefico che augusto. La sua vivida mente in ogni occorrenza appariva; figliuolobuono ed ingegnoso d'ingegnosa e buona madre. Amava i dotti, e viaggiando gli accarezzava come stelle, fra la volgare oscurità onorandoli. Pio ancora lo vedevano i popoli e religioso, dal che argomentavano che non per tiepidezza di fede, ma per ardore del ben fare richiamava a nuovi ordini le cose giurisdizionali e la vita de' chierici. Le accoglienze che generalmente i popoli gli facevano, e particolarmente gli ecclesiastici, erano segno manifesto del quanto fossero cambiati i tempi da quelli diBarbarossa. Quando visitò Roma, l'accompagnava il suo fratello Leopoldo, granduca di Toscana. Nè l'uno nè l'altro si fecero, come il Medici, canonici di San Pietro. Correva il tempo dell'interregno per la morte di Rezzonico, ed avanti l'esaltazione del Ganganelli, il sacro collegio, che allora governava la città, l'accolse con ogni più lieta e festevole dimostrazione, deputando per complimentarlo ed accompagnarlo entro quelle festose mura i principi Conti, Borghese, Aldobrandini, Doria, Barberini, di Bracciano, di Piombino. Come prima in cospetto della città era comparso, i principi deputati, avendo con esso loro il governatore di Roma, con graziose parole l'avevano onorato; offrirongli la guardia svizzera, che ricusò. Gli si diedero festini magnifici nelle case di Bracciano, Corsini, Santacroce e Salviati: tutto era magnifico e bello, ma il più magnifico e più bello era la semplicità del fare e del favellare. Maravigliosa fra le altre fu la festa datagli dall'ambasciatore di Venezia; ad onoranza e a disegno, imperocchè a quel tempo Giuseppe vivesse con qualche amarezza verso la repubblica.I due fratelli visitarono con divozione e maraviglia il famoso tempio ben degno del principe degli apostoli, tempio d'una monarchia che pensiero fu di un repubblicano. Desiderarono di vedere il conclave, che a que' dì si teneva per l'elezione del nuovo papa; si apersero loro le porte. Giuseppe domandò quando laelezione si farebbe, ed i cardinali risposero aspettarsi i cardinali dall'estero; ed interrogando poscia qual fosse il conclave che aveva durato più lungo tempo, gli venne risposto, quello di Benedetto XIV, che più di sei mesi soprastette a far l'elezione; al che soggiunse: «Or bene poco importa che il conclave duri anche un anno, purchè nominiate un pontefice simile al Lambertini che fu amico a tutti.»«Mi vien voglia, dice uno storico illustre, di raccontare i presenti che il sacro collegio ed il governatore di Roma fecero a Leopoldo, simili a quelli di Giulio II, che mandò un carico di presciutti e buoni vini al parlamento d'Inghilterra per renderselo benevolo; tre piatti di vitella mongana adorni di fiori e nastri; di vini del paese otto casse; di vini forastieri fruttati dalle Canarie, da Malaga, da Cipro, sedici barili; di rosolii due; di pesci delicati, come storioni, ombrine, tre; di zucchero, di zuccherini, di caffè, di cioccolata, buona quantità, con frutti, confetti di ogni sorta prugnole, cedrati, poponi, olive; e v'erano anche due statue di butirro alte ciascuna un palmo: poi pavoni, fagiani, galline rare acconce in gabbia, presciutti, mortadelle ed altri salumi preziosi. Questi pel gusto, i seguenti per l'intelletto: dodici tomi in foglio di viste e prospettive di Roma con parecchi quadri di mosaico e di tappeti istoriati oltremodo belli. Vennero quindi i presenti più speciali di Roma, reliquie incassate in oro del peso di sedici libbre con grande numero di pietre preziose incastonatevi. Anche Giuseppe ebbe i suoi doni, e furono reliquie.»Ai 17 di marzo i tre prelati deputati scrissero lettere all'imperatrice madre, in nome del conclave, notificandole, avere il sacro collegio esultato di tutta allegrezza, vedendo fra le mura di Roma e nel grembo degli elettori del pontefice i suoi due figliuoli augusti. Narraronoquanta fosse stata la pietà loro e la venerazione verso le cose sante; dimostrarono quanto il sacro consesso desiderasse e quanto sperasse ch'ella degnasse proteggere e crescere lo splendore e le prerogative degli ordini religiosi, e conservare i diritti, le possessioni e dominii della Chiesa. Testimoniarono infine, niuna cosa più ardentemente desiderare che una pace inviolabile ed una perfetta unione tra il clero ed i principi cattolici.Partissi Giuseppe da Roma, poi dall'Italia, lodato e venerato anche da coloro che di lui e delle sue intenzioni sospettavano. Ma i suoi detti e fatti restarono nella memoria degli uomini, come segni e pegni di un più felice avvenire.Nello Stato di Milano regolaronsi le cose delle mani morte a foggia di quanto erasi fatto in Parma ed a Venezia, ed istessamente quanto riguardava agli ordini religiosi. Levata poi l'imperatrice Maria Teresa di mano all'inquisizione ogni facoltà sui libri, avvocò a sè le cause a questa materia relative, e statuì che la censura dei libri si appartenesse ai magistrati da lei deputati.Anche in Parma, oltre alle cose più sopra discorse, il duca, lamentandosi, in sul limitare stesso d'un decreto, che una potestà straniera esercitata da' claustrali sotto titolo d'Inquisizione del santo Officio, si fosse ne' suoi Stati introdotta, volle ed ordinò che, come morto fosse lo inquisitore di Parma, le cause dovessero giudicarsi da' vescovi, e nissuno più si ardisse, altro che essi, ingerirvisi. Poco appresso mori l'inquisitore, i vescovi assunsero il carico; promessa loro dal principe, ove abbisognasse, l'assistenza del braccio secolare. I detenuti nelle carceri del santo Officio furono dichiarati tenersi prigioni a nome del duca sin che fossero le loro cause spedite, dato anche ai vescovi il comandamento d'informare la potestà secolare delle loro sentenze. E nel medesimo tempo il duca regolò i conventi, espulse i religiosi forestieri,salvo chi per età o per merito o per dottrina si meritasse di dimorare. Delle confraternite e luoghi pii ordinò che, secondo l'utilità, fossero o soppressi o riformati o incorporati.Il marchese Tanucci e Carlo di Marco, ministri del re di Napoli, lo movevano a statuire, come statuì, che i conventi che non potevano mantenere dodici frati fossero soppressi, e i frati distribuiti in altri conventi, con obbedienza di tutti verso gli ordinarii; che nissuno prendesse l'abito claustrale prima di ventun anni, nissuno professasse prima dei venticinque; che le rendite dei conventi fossero depositate nel banco di Napoli a benefizio ed uso dei conventi per quella rata che sarebbe creduta necessaria; che le cause loro in prima istanza si giudicassero dui vescovi, e in appello da un tribunale supremo instituito dal re; che i conventuali forastieri tornassero nei loro paesi; che i benefizii e le dispense di affinità si conferissero dai vescovi; delle rendite delle confraternite, cappelle, congregazioni, una parte restasse assegnata al culto divino, e dell'altra il re disponesse per opere pie; soprantendesse un magistrato apposta creato dal re alle rendite dei vescovati, e se dei più ricchi qualche cosa soprabbondasse, si ripartisse tra le chiese povere ed i vescovi meno facoltosi.In Toscana, in cui, sino dal 1751, per opera del reggente Richecourt, del senatore Rucellai e di Pompeo Neri, si erano fatte varie ordinazioni nella materia delle mani morte ed in quella dell'inquisizione, specialmente intorno alle carcerazioni, ai castighi e alla censura dei libri, in quest'anno, per un ordine del granduca Pietro Leopoldo, i soldati andarono per le città, e tutti i rifuggiti dalle chiese levarono, e li portarono nelle carceri della giustizia civile; in pari tempo il granduca stesso scrivendo a Roma, gli uomini nefarii non contaminare più col loro feroce aspetto le sedi di Dio, essere nelle carceri ordinarie condotti, ma staree vivere per loro l'immunità, sospendersi contro d'essi, per rispetto dell'antico asilo, la mano regia, nè la giustizia ricercarli dei commessi delitti. E i rei per verità puniti non erano, ma per la sua deliberazione ciò almeno aveva il buon principe conseguito che, chiusi in carceri sicure, quei tormenti della società non potevano più uscire a spaventarla. Poscia pel futuro Leopoldo decretò che i rifuggiti, in qualunque luogo si fossero ricovrati o di qualsivoglia delitto colpevoli, salvo i falliti di buona fede, ne venissero levati dai soldati della mano regia, per essere condotti innanzi ai tribunali ordinarii, e castigati secondo che avessero meritato. Solo per rispetto dei sacri luoghi, e per conciliare quanto dalla giustizia era richiesto colla deferenza verso la Chiesa, statuì che si moderassero le pene, e chi fosse incorso in quella di morte si avesse solamente dieci anni di carcere, e chi avesse meritato dieci anni di carcere, fosse punito con cinque, e così in proporzione fossero tutte le altre pene dimezzate. Quindi proibì il flagellarsi in pubblico, il castrare i fanciulli; soppresse la bollaIn Coena Domini; vietò ai conventi d'avere carceri senza la approvazione del principe, e che le permesse si visitassero da deputati laici. E (per non tornare più su questo argomento) ordinò negli anni appresso che nissun forestiero più abitasse ne' chiostri toscani; che i voti religiosi non si pronunziassero prima di ventiquattro anni; che gli ordini mendicanti non ricevessero più novizii innanzi che pervenuti fossero all'età di sedici, od anche di diciotto anni; che si sopprimessero i conventi di minor numero di dodici religiosi; che i preti secolari soli, massimamente i curati, e non più i religiosi addetti ai conventi, potessero predicare per le campagne; che gli ordinarii soli regolassero e sopravvegghiassero i conventi delle monache, ed a niun modo potessero intromettersene i religiosi dei conventi; che i conventuali aiutassero nel ministerio divinoi parrochi ed a loro fossero soggetti; che le congreghe ricche sopperissero alle povere; che nuove parrocchie sorgessero là dove ne fosse bisogno.Al terminare di quest'anno, rendutosi fatalmente celebre in Francia, in Olanda, in Germania, in Inghilterra per le inondazioni di fiumi e di torrenti, pur la Italia ebbe a patirne di straordinarie e gravissime per le insolite colmate del Tevere, del Panaro, del Tagliamento ed altri che, ingrossati a dismisura, con furia sterminatrice dai letti traboccarono. Le acque del mare due volte inondarono Venezia, e contaminarono con gravissimo danno quelle che ivi si conservano nelle cisterne o venute dalle pioggie o portate dal continente ad uso de' suoi abitatori.E nella seconda di tali allagazioni, spirando impetuosissimo un vento lungo le spiaggie dell'Istria, il mare sconvolto sgominò un lungo tratto del lito, e trasportando altrove sabbia, cespugli e quanto altro ivi era, lasciò scoperti gli avanzi e le rovine di un'intera antica città che conserva ancora la disposizione delle strade interne, le fondamenta e le muraglie delle abitazioni, portici, colonne, pavimenti di musaico e cento altri vestigii di un'ampia e ricca popolazione che stendevasi per due miglia incirca fra Umago e certo vecchio e sfasciato castello già chiamato Sipar.Mentre dissotterravansi rovine morte, seppellivansi i vivi. In una parte dei bellunesi monti, sfasciatasi un'alta montagna detta Piz d'improvviso, andò a piombare sopra la soggetta popolazione, schiacciandone le capanne, i bestiami ed oltre a cinquanta persone, rimaste prima sepolte che morte.
In Corsica, la guerra dell'anno precedente con quel fatto che abbiam riferito quasi finì, riposandosi i guerrieri ne' loro alloggiamenti d'inverno. La prospera fortuna de' Corsi contro una Francia, e lo estremo valore da loro mostrato in tanti bellicosi incontri tenevano maravigliate le nazioni, le quali generalmente a quel forte popolo fortunato destino desideravano. Paoli soprattutto era sulle lingue e sulle penne di tutti, e il chiamavano forte, felice e generoso; lui gli antichi esempi di Grecia e di Roma rinovellare predicavano, ed i moderni d'Inghilterra e d'Olanda, e quegli stessi della recente Genova; la Corsica appellavano bene avventurosa per averlo prodotto, bene avventurosa per averlo a guida; ammiravano quelle inclite rocche in mezzo alle acque del Mediterraneo sorgenti, e pubblicavano dare la combattente isola feliceaugurio, felice esempio all'Italia e al mondo tutto quanto.
Nuovi rumori, che da Tolone si udivano, tenevano i Corsi in qualche ansietà delle cose future, e gli avvertivano che non erano ancora pervenuti al fine delle loro fatiche. In fatti, già si sentiva che in quel porto si travagliavano grandi apparati di guerra, si allestivano e mettevano all'ordine buon numero di bastimenti, si raccoglievano soldati destinati alla conquista, fanti per la maggior parte, non essendo i campi dell'isola atti a ricevere cavalli ed a maneggiarvisi guerra di cavalleria. Non isfuggiva a nissuno che la Francia, avendo assunto l'impresa di sottomettere quell'isola ed al reame aggiugnerla, non era per restare al di sotto, nè per tirarsi indietro per nissuna difficoltà che sorgesse, poichè troppo abbietta cosa le sarebbe paruta, a lei così grande, così forte e di tanto grido in guerra, di essere sgarata e fatta stare da quattro isolani. Le pareva incomportabile, che la piccola Corsica osasse d'alzarle la fronte contro, e quasi a freno tenere la volesse. Perciò soldati a soldati aggiungeva, armi ad armi; Tolone gli accoglieva, e da quel porto già stavano minacciosi per partire e per rinforzare la guerra nella renitente isola. Chauvelin aveva scritto che se non erano trenta mila di quella gioventù franzese, sarebbero indarno, ed in pari tempo, per salute inferma, e forse per l'infelicità de' suoi tentativi, aveva chiesto licenza. Gli venne surrogato il conte di Vaux, del quale pel buon nome di cui godeva, si sperava che avrebbe governata la guerra più virtuosamente e più felicemente dei suoi antecessori.
A così potente apparecchio, che indicava l'estrema volontà di Francia, l'estremo cimento della fortuna, molto si sollevarono gli animi in Corsica. Alcuni temevano, credendo l'impresa loro perduta; altri, più oltre procedendo, accusavano Paoli d'ambizione e dello scellerato pensiero di voler vedere la ruina della sua patria, piuttosto che scendere dalgrado a cui era stato esaltato; altri finalmente cominciavano in cuor loro ad interporre una servitù quieta ad una libertà turbolenta e tempestosa. Tali erano le opinioni, tali i dissidii: questi pensieri nascevano, quando pel silenzio dell'armi si trovarono i sangui raffreddi nell'inverno. Ma i più di gran lunga pertinacemente perseveravano nel loro proposito: gli sviscerati per la libertà, per lei morire volevano, e in Paoli, come in suo sincero e forte sostenitore, confidavano. Videro il pericolo, e cercando con salute d'incontrarlo, tennero nel mese di aprile nel convento di Casinca una generale consulta, e quell'assemblea di guerrieri, di pastori, di pecorai, di cacciatori, di religiosi ancora decretò:
Ognuno dai sedici ai sessant'anni si armasse in guerra, e chiamato, vi andasse con quaranta cariche da schioppo;
Un terzo stesse sui campi a fronte del nemico, sinchè gli venisse la muta di un altro terzo; potendo però, se ne scadesse bisogno, gli altri due terzi avviarsi insieme, e col primo andare alla guerra;
I bestiami si ritirassero da' piani ai monti alti e sicuri, col privilegio di nissun pagamento pel pascolo;
Che i poveri ma valorosi, i quali colle loro famiglie dovessero per cagion del nemico ritirarsi nell'interno del regno, avessero le spese dal pubblico;
Che tutti gli ecclesiastici, non in cura d'anime, dovessero concorrere alla comune difesa colle loro persone, e si ordinassero in corpo per tenere certi posti, onde le schiere de' secolari potessero meglio ed in maggior numero travagliarsi nelle fazioni alla campagna.
Viveva ancora nella nazione corsa, se non in tutti, certamente ne' più, quando il suo supremo magistrato ordinò queste cose, quell'acceso spirito, per cui per tanti anni aveva a Genova contrastato ed ora la spingeva a resistere alla Francia. I fatti forse le divenivano contrarii, ma con estremo ardore all'estremo cimento si andava preparando. Per laqual cosa di buon grado accettò le sovrane deliberazioni; nissuno si ristette; chi per l'età poteva, chi per l'esempio, tutti davano l'opera loro prontissimamente. I guerrieri, nel corso abito involti e dal corso valore spinti, calpestavano il suolo verso le terre sopra di cui il nemico insisteva, e ferocemente le armi brandivano. I vecchi, i decrepiti stessi, in quell'estremo pericolo della Corsica, parevano rinvigorirsi, e le membra, che ormai abbisognavano più di riposo che di travaglio, esercitavano alle opere faticose da lungo tempo dismesse. Le donne ancora non isgomentatesi, anzi incoraggitesi a quello aspetto terribile delle cose, quai novelle Amazzoni, alcune in femminili vesti avvolte, altre accinte in abito virile, qua e là armate correvano, e cogli uomini gareggiavano di coraggio e di furore. I fanciulli stessi, che fin dalla culla aveano succiato rabbia contro Genova, ora, voltandola contro la Francia, davano a conoscere, negli esercizii militari travagliandosi coll'armi, che i germi, non che le piante adulte, erano di quel vitale succo imbevuti e pregni.
Mentre così la Corsica tutta si commoveva e si avventava coll'armi, e in sè medesima forte strepitava in ogni parte di grida, giunsero nuove che il conte di Vaux, generalissimo di Francia, era ai 2 di aprile arrivato in San Fiorenzo, e che genti sopra genti, armi sopra armi, nel medesimo porto ed in Bastia ed in Calvi, sbarcava sulla terra corsa, sbarcava grandissimo apparecchio d'uomini valorosi e bene ordinati contro uomini infiammati e cui muoveva piuttosto la volontà propria che la regolata disciplina. La causa della famosa isola era urtata da urto possente, e se non la salvavano le montagne, gli stretti passi e la longanimità di gente povera e al poco contenta, sembrava impossibile che a così grande sforzo reggere potesse.
Ai gravissimi avvisi che i Franzesi cotanto ingrossavano la guerra, Paoli insorse, ed a quella estrema pruova gli animidispose e le armi. Già si vedeva che se una forza soprabbondante il chiamava a ruina, non da vile, ma da forte perire voleva, e volta la mente alla posterità, nella posterità si consolava.
Trasse Paoli fuori il terzo della nazione, ed ordinò che gli altri due stessero pronti al muoversi; i volonterosi compagni schierando e ponendo in ordine a Casinca ed in altri luoghi di frontiera, donde sboccando i Franzesi potevano far impeto. Li raccolse alle insegne; ne fece rassegna e mostra, ed aveano sembianza di soldati provati, non fatti tumultuariamente. In quel momento istesso gli attillati e odorosi vagheggioni delle famose città di Francia e d'Italia marciavano in femminili e molli tresche, e forse dei pecorai di Corsica si burlavano; ma i buoni europei guerrieri ammiravano quelle alte anime, e molti, allettati dal portentoso grido, fra gli altri lord Pembroke, furono presenti alla mostra solenne, ed a quei devoti uomini auguravano sorte felice.
Dall'altra parte il capitano franzese che voleva essere mutatore di quello stato, uscito ancor esso a campo fuori di Bastia, aveva raccolto i suoi sulla spiaggia di San Nicola, e gli andava ordinando alle vicine battaglie. Stupivano che rozzi paesani si fossero posto in animo di resistere ad una Francia.
Grande arte, grande perizia mostrò de Vaux. Allievo di Maillebois, e, come egli, esercitato nelle guerre di Corsica, i luoghi sapeva, e conosceva le forti e le deboli parti del nemico. Reggeva meglio di ventidue mila soldati, ben provveduti d'ogni cosa alle militari fazioni confacente, e più ancora di coraggio. Accampossi col grosso dell'esercito ad Oletta, colla sinistra appoggiata alla bassa Tuda, e colla destra, distendendosi verso la regione più piana, accennando a San Fiorenzo. Le due ali erano, l'una sotto il governo del marchese di Arcambal, che teneva la destra, l'altra dal conte di Marbeuf, che stava sulla sinistra, quella perispazzare il paese verso le parti superiori del Nebbio, questa per sottometterlo dalla parte di Borgo e Mariana verso la costa marittima. Una schiera appartata, retta dal signor di Narbona, aveva posto l'alloggiamento a Monte Nebbio, vicino a Borgognano, per tenere in freno i Corsi dell'Oltremonte. Col medesimo intento un altro corpo col marchese di Luker stava a sopraccapo di Montemaggiore, Calenzano e Rapalle per fare che i Corsi della Balagna accorrere non potessero in aiuto di Paoli.
I Corsi, disposti a mettersi alla stretta dei fatti d'armi, s'erano ordinati a fronte dell'esercito franzese di maniera che sulla sinistra loro, partendo da San Pietro, San Gavino e Sorio, terre del Nebbio, e procedendo verso la destra, si distendevano, passando per Olmetta, fino a Borgo in poca distanza da Mariana. Il principale loro sforzo era in Olmetta, ed era creduta il più stabile fondamento della loro resistenza una catena di monti, le cui sommità avevano con trincee ed artiglierie fortificate, e che corrono da Val di Bervinco al monte Tenda. Paoli ed il suo fratello Clemente alloggiavano in Murato, punto medio di tutta la circonferenza, e che avevano voluto fortemente presidiare, perchè di là potevano vedere, sopravvedere e provvedere subitamente quanto occorresse. Saliceti, Cottoni, Serpentini ed altri valorosi capi li secondavano chi sull'ala destra e chi sulla sinistra. E a questo modo i due campi nemici stavano a petto l'uno dell'altro.
De Vaux conosceva che, per meglio dispensare l'ordine della guerra, e più facilmente rompere il renitente nemico, fosse maggior profitto salire sino a Corte, perchè essendo quella città metropoli del regno, e situata verso i sommi gioghi, fra il Cismonti e l'Oltramonti, l'acquistarla avrebbe dato, siccome giudicava, spavento ai Corsi, e nel medesimo tempo procurato facilità per iscendere nell'Oltramonti sopra Aiaccio. A questoaveva fermo l'animo ed indirizzava i suoi pensieri; ma per condurgli ad effetto, aveva a fare con Corsi, con fiumi e con montagne, se non che il confortavano l'animo suo forte, l'uso di guerra che aveva ed il valore de' suoi soldati.
Andando il dì 5 di maggio, si moveva alla fazione, ed in cotal modo il fece. Principale suo intendimento era di guadagnare le alture di San Nicolao, donde, si accenna sulla sinistra a Bigorno, e quindi al basso Golo sulla destra al monte Tenda, superato il quale acquistava l'adito a Ponte Nuovo sul Golo, e più lungi, passato il fiume, a Corte. Credeva che per questa via il nemico fosse più agevole ad essere fracassato. Ordinò primieramente, per tenerlo in inganno di quanto ei volesse fare, che Arcambal e Marbeuf, colla parte delle genti che avevano in custodia, facessero un gran tempestare sulle due estremità. Stimando poi che i Corsi accampati a Sorio, San Gavino e San Pietro potessero, infestando l'ala destra, turbare i movimenti ed interrompere le strade per San Fiorenzo, aveva dato ordine che sui luoghi più opportuni si assettassero fortificazioni estemporanee e si munissero d'artiglierie.
Così fatto come pensato, De Vaux, parendogli ormai che il tempo fosse da spenderlo in operare, ed esplorato bene l'inimico, andava all'esecuzione del suo disegno. Ognuno fece il debito suo virilmente e combattessi con molta gara. I Corsi, dato mano alla difesa, contrastarono con sommo valore: i Franzesi con non minor valore gli assaltarono. Stette alcun tempo dubbia la fortuna; ma finalmente prevalse la disciplina al combattere incomposto, e l'onore delle insegne all'amore della patria. De Vaux percosse finalmente con tal impeto nel nemico che lo cacciò da Olmeta, lo cacciò ancora da Vallecalde, ed in fine accostassi a Murato.
Mentre le cose in tal fortuna si governavano da Vaux, Marbeuf combatteva felicemente anch'esso. Impadronitosi di Borgo e d'Ortale, e passato co' suoi cavalliil fiume, quasi tutta occupava la Casinca. Murato stesso non resse alla forza franzese, e i due Paoli, quantunque con costanza quasi sovrumana contrastato avessero, erano rimasti perdenti, e furono stretti a ritirarsi, pervenendo a Rostino non senza disegno e speranza di poter ristaurare la fortuna cadente, poichè i Corsi più dispersi che distrutti tendevano a raccozzarsi, ed i luoghi erano ardui a passarsi pei Franzesi. I vincitori riuscirono, secondo il desiderio loro, a San Nicolao, tutto il Nebbio e tutto il paese sino al campo di San Nicolao restando sottomesso alle armi della Francia.
Non vi fu nè indugio nè quiete, volendo il Franzese usare l'impressione prodotta dalla vittoria. Marciò sopra Leuto velocemente, e il prese non ostante che i Paolisti acremente gliene contrastassero l'acquisto. I soldati spediti e presti di de Vaux pervennero fino a Pontenuovo.
Non era compita la prosperità, se non isloggiava il nemico dalla foce di san Giacomo, perciocchè questo passo situato fra mezzo le cime del monte Tenda signoreggia dall'alto la Pietralba e la valle d'Ostriconi, ed è stimato la chiave della provincia di Balagna. I Corsi, che conoscevano l'importanza di quel sito, con ogni estremo sforzo il difesero, nè cessero se non quando, ingrossati oltre misura i Franzesi sopravanzarono talmente di forze, che non più coraggio, ma temerità, anzi follia sarebbe stato il più lungamente contrapporsi.
I vincitori già si scagliavano correndo contro Sorio e San Pietro, quando uno scoppiar d'archibusi ed un fischiar di palle, che d'ogni intorno dalle rocce e dai boschi uscivano, li fece accorti che i Corsi avevano ripreso animo e voleano ricuperare quella fatale bocca di San Giacomo. Ma i Franzesi con tanta forza si spinsero innanzi, che, rendendo vano lo sforzo del nemico, se la conservarono.
Non erano ancora al fine delle loro fatiche in questa parte, perchè i tenaciisolani si raccozzarono novellamente in numero di tre mila, e assaltarono, sempre a quell'importante sito accennando, con incredibile vigoria i Franzesi, cui in quel luogo reggeva il signore Durand d'Ogny. I fieri seguaci della testa di Moro si vedevano con mirabile intrepidezza salire le ripide balze esposti al furioso bersaglio del nemico, e noiati massimaniente dalle artiglierie che gl'imberciavano, e ad ogni momento squarciavano e straziavano le membra loro. Non timore, non esitazione mostrarono: superate le più ardue ripe, s'aggrappavano alle radici delle trincee franzesi, e si affaticavano di salirvi sopra: la rabbia loro era immensa; appiè delle trincee sorgevano monti dei loro corpi estinti. D'Ogny ostava tuttavolta con tutto il valore e tutta l'arte d'un ottimo guerriero, ma sarebbe in fine dalla furia corsa rimasto sforzato, se Arcambal, e Viomenil, e Boufflers, e Campenne non fossero accorsi a prestissimi passi da San Nicolao e da altri luoghi circostanti per aiutarlo. Tanti rinforzi ed un furioso urto dettero perduta la speranza ai Corsi di poter espugnare quel sito, e gli sforzarono finalmente a dare indietro non senza maraviglia da' Franzesi stessi concetta dell'estrema bravura degl'isolani.
Fu questo uno dei più grossi cimenti a cui vennero nimichevolmente fra di loro l'armi franzesi e corse. Ma uno più feroce ancora si apprestava da cui pendeva la terminazione del litigio ed il destino dell'isola. Paoli, che ancora era potente in sui campi, s'era ritirato in Bostino, dove col vivido pensiero andava immaginando modo di far risorgere la fortuna che inclinava. Vennero chiamati di suo ordine sotto la condotta del Saliceti ad unirsi con lui mille buoni soldati di quelli che, non avendo potuto ostare in Casinca a Marbeuf, s'erano tirati indietro verso il monte Sant'Angelo e Sant'Antonio della Casabianca; e stimando che fosse meglio assalire che l'essere assalito, sboccò per Ponte Nuovo,varcando alla sinistra del Golo, e con quante genti aveva potuto congregare s'ingegnava di allargarsi a destra ed a sinistra. Suo divisamento era di arrampicarsi su per le balze che ivi costeggiano il fiume, e guadagnare le cime dei monti che, continuandosi ed innalzandosi verso Lento, aggiungono più su a Costa ed a Canavaggia, e sono attinenti al monte Tenda ed alla bocca di San Giacomo. Pericoloso riusciva il pensiero pei Franzesi, attesochè, se Paoli avesse ottenuto l'intento, gli avrebbe da quella bocca cacciati, ed acquistato facoltà di tagliar fuori la loro ala destra, e, per conseguenza, di ferirli per fianco.
Già era sulle alture pervenuto, già arditissimamente combattendo aveva superato Lento, e battendo s'incamminava alla volta di San Nicolao e di Murato superiore. Se altra colonna da lui mandata ad assalire Canavaggia avesse incontrato il medesimo successo, il suo accorto pensiero avrebbe avuto effetto; ma essendosi il nemico fatto forte in Canavaggia, i Corsi da questa parte si sforzarono indarno.
Questo fatto di Canavaggia diede la guerra perduta ai Corsi. Là cadde la fortuna di Corsica, là tutte le fatiche di Paoli diventarono vane, e là franzese la Corsica divenne.
I Franzesi l'aura che spirava favorevole a piene vele ricevendo, si calarono precipitosamente da Canavaggia, e occuparono Pontenuovo, insigne scaltrimento di guerra. Caso fatale ai miseri Corsi fu questo, perciocchè gli scesi da Canavaggia investirono sul sinistro fianco coloro che con Paoli s'erano condotti a Lento, ed intieramente gli sbaragliarono e sbarattarono. Tanto più grave fu lo scompiglio e la fuga, che sparse fra di loro la spaventosa voce, ed era vera, che Pontenuovo era in poter del nemico, e che più niuno scampo restava a chi combatteva sulla sinistra del male avventuroso fiume. Paoli, che aveva munito di qualche fortificazione la testa delponte sulla destra, arrivato fra mille e varii pericoli sul luogo, tentò bene di racquistarlo, ma fu sbattuto da quel suo sforzo, e gli venne fallito il pensiero. I Corsi assaliti inaspettatamente sul fianco ed alle spalle, non sostenuta la impressione del nemico si precipitarono verso il ponte per ripassarlo; ma, invece del varco aperto, il trovarono chiuso, ed i Franzesi che con le baionette in canna li trafiggevano. Miserabile fu quell'orrendo mescolamento, miserabile lo scempio fatto degli scompigliati: i più furono morti, non pochi si annegarono nel fiume, avendo tentato di scampare per questa via dall'empito della Francia vincitrice; alcuni tra sani e feriti si nascosero fuggendo nei boschi, fra le roccie e per le folte macchie. Quattro mesi dopo il ferale evento si vedevano ancora le gocce del sangue rappreso sul funesto ponte; scoprivansi qua e là per le campagne Corsi morti di ferite, e che meglio avevano amato perire abbandonati dagli uomini e dalla fortuna che ricorrere per salute ad un nemico che tanto detestavano. Quattro specialmente di questi miseri e forti guerrieri furono sopra una deserta roccia trovati tutti sanguinosi e morti in atto di tenersi strettamente abbracciati, atto certamente preso a posta per dare insieme l'ultimo sospiro e l'ultimo respiro alla perduta patria.
Nel tempo stesso che queste cose succedevano nel mezzo, Marbeuf, varcato coll'ala sinistra il Golo, sottometteva tutta la Casinca, ed Arcambal sulla destra conquistava la Balagna.
In mezzo a tanta ruina, Paoli, lasciato il fratello Clemente a Morosaglia, perchè quanto potesse ritardasse l'impeto, si ridusse vicino a Corte, dove tentava di raccorre e riordinare i pochi avanzi delle sue sconfitte genti; nuovi aiuti eziandio per sua possa convocando. Ma de Vaux, che non voleva temporeggiare quella fortuna, ma piuttosto colla celerità del tutto domarla, venne avanti precipitoso, ed, appressatosi a Clemente, il cacciò di Morosaglia,e cacciò eziandio Pasquale da Corte; laonde questa famosa metropoli venuta in mano altrui, il castello solo resistette, ma per pochi giorni, e quegli aspri monti tutto all'intorno di forestieri suoni echeggiavano. Paoli, più ancora doloroso che scoraggiato, si ritirò di Vivario.
De Vaux, che aveva saputo vincere, seppe ancora usare bene la vittoria. Per tirare a sua voglia i renitenti, usò bene le parole, usò bene i fatti. Con quelle, mandate fuora per un bando pubblico, minacciò con castighi, allettò coi perdoni col fine di rompere qualche testa di resistenti, se ancora alcuna ve ne rimanesse.
Queste minacce contro chi ancora alla fortuna di Francia resistere volesse, le lusinghe a chi si arrendesse, giunte alla fatale rotta di Pontenuovo, operarono sì che i popoli cominciarono a mancare della prima caldezza; e vedendo di non poter più fare alcuna cosa buona, si misero a fare tumultuazioni in ogni luogo, protestando di volere conformarsi ai desiderii di chi più poteva, e di cercar ricovero nel grembo della Francia. Molti correvano alle stanze dei generali franzesi, certificandoli della loro sommissione ed obbedienza; altri, più oltre procedendo, e combattendo coll'armi in mano i loro cittadini, crescevano potenza a chi già tanta ne aveva e per sè medesimo e per la vittoria acquistata. Così gli odii domestici si aggiungevano agli esterni, e la civil guerra alla forestiera.
In mezzo a tanta desolazione, e ricevuta una così spaventevole ruina, i Corsi fecero ancora qualche resistenza nell'Oltramonti, principalmente nella provincia di Vico e nella Conarca; ma il conte di Narbona, accorrendo con sufficienti forze, dissolvette quel gruppo, e le provincie soprannominate, come anche quella di Aiaccio, ridusse a devozione. Nel Cismonti de Vaux stesso personalmente si avanzava vincendo. Fece sua la provincia d'Alesin, e già s'incamminava a Portovecchio, non solamente per sottomettere il paese, ma ancora, e principalmente, per intraprenderePaoli e gli altri Corsi fuggitivi, essendogli pervenuto avviso, che fossero per imbarcarsi in quel porto per far vela verso la Toscana.
Desiderava Paoli di far prova di sostenere la fortuna cadente con mostrare il viso, facendosi forte nelle due streme provincie d'Istria e della Rocca. Ma non trovando nelle popolazioni volontà conforme a' suoi desiderii, e giunta essendo la piena franzese sino a Bonifazio, ultima parte dell'isola che di poco spazio dalla Sardegna si disgiunge; la Corsica fu di Luigi.
Paoli ed i suoi compagni, poichè si videro perduti e la patria sommessa, nè sperando nè volendo i perdoni e le grazie, presero consiglio di concorrere tutti a Portovecchio, dov'erano due navi inglesi, una per disegno offerta a Paoli ad ogni futuro accidente da un virtuoso inglese per nome Smith, l'altra a caso, che portato aveva molti ufficiali corsi, i quali erano venuti offrendo ingegno e mano in quell'ultimo bisogno alla patria cadente.
Queste due navi furono opportuno sussidio ai Corsi che all'esilio andavano. Ma non era senza pericolo l'impresa dello scampare. Due sciabecchi franzesi stanziavano alla bocca del porto, facendo le viste di voler trattenere ogni nave o navicella che uscisse. Tutti principalmente gelosi di salvare Paoli, l'Inglese generoso non aveva pace se prima non lo salvava. La necessità ed i pii desiderii aguzzano l'intelletto: gli amici dell'andantesi capitano trovarono modo di adattarlo in una cassa, che collocarono in fondo della sentina, come se merci contenesse. Paoli in sentina e in cassa fu un tremendo caso.
La mattina del 15 giugno questa nave salpò da Portovecchio, lo strano e prezioso carico con sè portando, e quelle luttuose terre abbandonando. Riconobbero i Franzesi il legno, e in ogni canto il frugarono. Qual cuore fosse allora di Paoli e dell'Inglese che a sua salute intendeva, ognuno il comprenderà; ma,non avendo avverato che vi fosse il cercato Corso, nè trovatasi alcuna cosa sospetta, nol molestarono e lo lasciarono andare.
L'altra nave, che non fu da' Franzesi investigata, portò via Clemente Paoli, Giulio Serpentini, Giancarlo Saliceti, Nicodemo Pasqualini, conte Gentili, Carlofrancesco Giafferri, Carlo Raffaelli, Francesco Petrignani, con molti altri uffiziali, preti, religiosi e pochi soldati; in tutti sommavano al numero di trecento quaranta.
Esuli arrivarono a Livorno, ma ve gli accolse la pietà e l'ammirazione. Guardavano principalmente Paoli, e vedutolo e trattatolo così benigno, si maravigliavano come in lui annidasse così prode guerriero; e bene ora comprendevano come egli avesse voluto e quasi potuto dirozzare una nazione ancora rozza, e addottrinarla ignara.
Mancando per avverso destino a Paoli gli applausi de' suoi concittadini in patria, gli abbondavano in Italia quelli dei Toscani, degl'Inglesi, anzi de' Franzesi stessi. Andò dal cavaliere Dick, console d'Inghilterra a Livorno, il quale a grande onore l'accolse, e l'aiutò d'ogni più lieto ed utile servigio. Partitosi quindi e pervenuto a Firenze, fece riverenza al granduca Pietro Leopoldo, da cui molto fu ed accarezzato ed onorato, e gli promise ed accertollo, che la sua Toscana gli sarebbe sempre amico e sicuro ricovero tanto a lui quanto a tutti coloro che sopravvivendo all'eccidio della patria, sarebbero venuti a cercarvi pace, riposo e sicurezza.
Paoli partissi, e se ne andò a Londra, non senza però aver prima lasciato, sugli avanzi dell'andata fortuna e su altre rimesse che aspettava da Inghilterra, un assegnamento sufficiente a favore dei suoi compagni che in Toscana aveano fermato le stanze, facendone soprantendente suo fratello Clemente.
Terminata la conquista, e ricomposta tutta l'isola all'obbedienza di Francia, ilgenerale de Vaux ne partì, lasciandovi Marbeuf, a cui il re Luigi, dandogli il titolo di commissario regio, aveva commesso la cura di quietare gli umori, comporre le faccende civili ed ordinare il governo in quella nuova possessione.
La Francia, divenuta arbitra della isola, per conciliarsi gli animi e tenere in fede quella nazione volubile, guerriera, e che malissimo volentieri pativa la servitù, die' principio ad accarezzarla. Sapeva che una delle principali cagioni per cui gli uomini di maggiori qualità, che poi tirarono con sè i popoli, avevano concetto tanto mal umore contro Genova, si era, ch'essa non aveva mai voluto riconoscere in Corsica una nobiltà, se non al modo ch'essa l'intendeva, e non come i magnati corsi la desideravano, essendo a questi paruto che la repubblica volesse una nobiltà di grado troppo inferiore alla sua. Per la qual cosa uno de' primi pensieri di Marbeuf, affinchè i Corsi ricevessero più volentieri l'imperio di Francia, fu quello di pubblicare un editto del re, per cui si statuiva che sarebbe in Corsica una nobiltà, e si numeravano le pruove che occorreva di fare a ciascuno che di lei voleva essere parte, e vago si dimostrava di essere donato della gentilizia. Presentarono i titoli, e le principali famiglie furono ascritte a nobiltà; soli esclusi i discendenti di Michelangelo, Gianantonio e Francesco Ornano, che avevano a tradimento ucciso il tanto amato Sampiero; esclusione richiesta da tutti gli altri che alla nobiltà aspiravano, e che lor fece altissimo onore.
Murbeuf, a termini delle lettere regie, convocò in Bastia pel 25 settembre 1770 l'assemblea della nazione. Volle il re che tanto in questa, quanto in quelle assemblee che in avvenire convocherebbe o permetterebbe, intervenissero i deputati divisi in tre ordini o stati, quello della Chiesa colla prima preminenza, quello della nobiltà colla seconda, e quello del terzo stato nell'ultimo luogo. Volle eziandio ed ordinò che i deputati ecclesiastici,oltre i vescovi, gli eletti de' capitoli ed i provinciali degli ordini religiosi de' serviti, degli osservanti, de' riformati, dei cappuccini, de' domenicani, de' missionarii, fossero eletti da pievani raccolti in assemblea di ciascuna provincia; que' della nobiltà in simili assemblee da' nobili, e que' del terzo stato pure in simili assemblee da' podestà e padri de' comuni.
Diremo qui, per non dirlo altrove, che i deputati congregati in parlamento il giorno predestinato udirono primieramente gratissime parole da Marbeuf, enumerando i benefizii che intendeva di fare, sì che i Corsi, solo che il volessero, pervenire potevano a qualunque maggiore grado di felicità e di dignità, di cui le più nobili nazioni si vantano, e pregando ed ammonendo adunque che cessassero gli odi e le divisioni, e pensassero e considerassero che non più piccoli isolani da tutto il mondo segregati, ma erano parte d'un tutto, grande, possente, glorioso: e terminava che assai si rallegrerebbe e nel cuor suo godrebbe, se innanzi al re Luigi dire potesse: «I Corsi la corona di Francia amano, ed al benigno loro signore grati e riconoscenti sono.»
Quando Marbeuf ebbe posto fine al suo discorso, i Corsi giurarono in nome del re. Toccando gli Evangeli, giurarono di essere bene e fedelmente sottomessi al re di Francia, di riconoscersi per suoi veri e legittimi sudditi, di non mai portar l'armi contro il suo servizio, di non ricevere nè doni nè pensioni di alcun altro principe e potenza nemica del re, di rivelare quanto a cognizione loro venisse contro del servizio regio, di obbedire a chi mandasse per reggere ed amministrare l'isola.
Seguitarono gli statuti, regolaronsi prudentemente le faccende economiche, giudiziali, militari, ecclesiastiche, queste ultime per quanto riguardava la giurisdizione rispetto alla potestà temporale. Nè fu posta in dimenticanza l'università di Corte, fondata da Paoli, di cui la consulta domandò la conservazione. Siudirono poscia le domande delle province, delle pievi, de' comuni, savie per la maggior parte e tutte amorevolmente udite. Addomandarono specialmente che fosse permesso di stendere gli atti in italiano, e di procedere avanti i tribunali nella medesima lingua materna e naturale dell'isola. Fu risposto che quanto al presente il facessero pure, ma desiderare il re che la lingua franzese divenisse famigliare ai Corsi, com'era agli altri sudditi, e la consulta ne prescrivesse il termine.
Intanto i nuovi signori munirono di nuove fortificazioni Calvi e Bastia, acciocchè i Corsi, avendole come un freno in bocca, non si rimutassero d'animo, e non potessero più ravvolgersi, come pel passato, fra i tumulti e le rivoluzioni.
Le cose si avviarono in ogni luogo alla franzese; e in questa guisa finì la iliade della Corsica.
In quest'anno, la notte tra il 2 e il 3 febbraio, passò da questa vita agli eterni riposi Clemente XIII. Era questo pontefice fornito delle doti più degne della tiara; intenzioni pure, una pietà sincera, una carità ardente, i primi anni del suo pontificato non sono soggetti a rimproveri nè indegni d'encomio; e se a questi non corrisposero pienamente gli ultimi suoi anni, coloro che si fecero a biasimarlo attribuiscono la variazione della sua condotta a' consiglieri differenti che lo diressero.
Trattavasi di eleggere il successore di Rezzonico; il che non era di facile esecuzione. Gli Spagnuoli davano l'esclusiva a tutti i cardinali che avevano avuto parte nel breve contro Parma, di cui diremo in appresso, ed erano sedici. Di più, la Spagna non voleva consentire a nissun papa che non fosse per sopprimere la società de' Gesuiti. Choiseul, ministro di Francia, appoggiava con tutta l'autorità del re Luigi la volontà degli Spagnuoli, la qual cosa riduceva la scelta tra cinque o sei, nel numero de' quali erano i cardinali Stopani e Fantuzzi. Mala partita de' cardinali zelanti, come li chiamavano, che volevano la conservazione di quella società, non consentivamo all'esaltazione nè di Stopani nè di Fantuzzi, perciocchè troppo apertamente s'erano spiegati di volere l'estinzione dei Gesuiti. Il cardinale Ganganelli, quantunque fosse stimato di setta giansenistica, s'era però meno fervidamente dimostrato alieno di que' religiosi, ed alcuni anzi credevano che gli avrebbe conservati. Dall'altra parte i Borboni, che intieramente Ganganelli conoscevano, il portavano come capace di venire alla risoluzione ch'essi tanto desideravano: fu anzi affermato da alcuni, ch'egli avesse dato promessa formale, se papa divenisse, di estinguere la compagnia. Adunque tra per queste cose e pel timore che la noia di star serrati in conclave troppo si prolungasse, cosa che si vedeva virisimile pe' grandi contrasti che vi erano dentro, e perchè la chiusura già da più di due mesi durava, aderendo i cardinali avversi a' Gesuiti, non ripugnando la maggior parte de' zelanti, Ganganelli fu eletto papa il 18 maggio. Dalla quale elezione tutta la cristianità fu eretta a nuova speranza. Amò chiamarsi Clemente, XIV di questo nome.
Ma prima di narrare le condizioni della Chiesa, al momento dell'esaltazioe del nuovo pontefice, n'è d'uopo riferire le cose di Parma, delle quali abbiam toccato al chiudersi del precedente anno.
Filippo, duca di Parma, Piacenza e Guastalla, a cui consigliava Guglielmo Dutillot, sendosi accorto che per gli acquisti fatti dalle mani morte per quelli che ogni giorno andavano facendo, e per quelli finalmente che, quantunque ancora pendenti, fossero in possessione altrui, dovevano col tempo necessariamente in loro ricadere una prodigiosa quantità dei migliori e più fertili terreni de' suoi Stati era e sarebbe sempre più venuta in potestà di simili persone di mano morta, aveva pubblicato, ai 25 d'ottobre del1764, per provvedere a così grave sconcerto, una prammatica:
Che fosse proibito, statuì egli, a qualunque persona di qualsivoglia stato, grado e condizione il vendere, donare, cedere, o in qualsivoglia altro modo trasferire o alienare, nè in proprietà, nè in usufrutto, sia per atto fra vivi o per disposizione di ultima volontà, compresa altra successione intestata, in mani morte beni sì mobili che stabili, luoghi di monte, censi attivi, azioni e ragioni di qualunque somma o valore;
Che dal superiore decreto fossero però eccettuati i lasciti limitati alla sola vigesima parte del patrimonio di chi donasse o testasse, con ciò però che il lascito per una sola volta si facesse, e sorpassare non dovesse il valore di scudi trecento di Parma, e fosse in denaro contante, e non altrimenti.
Che i crediti appartenenti alle mani morte ed ipotecati su stabili in nissuna altra maniera soddisfare si potessero che coll'obbligare il creditore alla vendita degli effetti ipotecati, ed il ritratto per la somma del credito, se il creditore impiegare lo volesse, si dovesse investire in luoghi di monte delle comunità suddite del ducato;
Che fossero vietate le locazioni perpetue od a lungo tempo a favore delle mani morte;
Che parimente fossero vietati alle mani morte tutti gli acquisti che ad esse si devolvessero in virtù di livelli, enfiteusi, reversioni, e simili altre cause, e quando ad esse devoluti fossero per antiche disposizioni, si fossero obbligate ad investirgli in persona laica con giusto prezzo di vendita, ed il prezzo investir si potesse in luoghi di monte, restando il possesso del fondo totalmente devoluto presso l'erede dell'ultimo investito col solo obbligo di corrispondere l'antico canone;
Che tale legge reggesse non solo le disposizioni da farsi, ma eziandio le già fatte, se non ancora verificate;
Che mani morte non fossero riputatigli ospedali degl'infermi e degli esposti;
Che le rinunzie da farsi da qualunque persona che volesse professare in qualunque religione, convento, monastero, conservatorio, ritiro o congregazione, o fossero esplicitamente, o quando no, s'intendessero per legge abdicative ed estintive, cosicchè la successione, come se la persona rinunziante non esistesse più fra i viventi, potesse e dovesse passare in chi di ragione si doveva;
Che, oltre a ciò, i residui dei livelli o vitalizii riservatisi dai professi non si potessero esigere, e per virtù della legge si riputassero condonati;
Che ogni qualunque atto contrario alle disposizioni precedenti fosse irrito, nullo ed in niun modo da attendersi dai tribunali e giudici, e proibito fosse ai notai di rogarlo; riservata però alla suprema autorità del principe la facoltà di concedere esenzioni a chi ricorresse, quando per circostanze particolari il giudicasse conveniente.
La raccontata legge dispiacque grandemente alle comunità religiose, e sorto un grave bisbiglio ne' conventi, mandarono le loro lagnanze e ricorsi a Roma. Anche gli ecclesiastici secolari se ne rammaricarono, parendo loro che siccome nel secolo fra i parenti viveano, e fra di loro ed i laici non v'era altra differenza, se non quella ch'essi esercitavano il ministero divino, così ingiusta troppo e dura cosa fosse, ch'ei fossero privati di quei benefizii che la società procura a chi vive nella società.
Il duca Ferdinando, che era a Filippo succeduto, pubblicò, rispetto a questi ultimi, cioè agli ecclesiastici secolari, ai 15 di giugno del 1767, una sua volontà, per cui essi furono abilitati a succedere alle eredità dei loro ascendenti e collaterali sino al quarto grado, ed a fare acquisti di beni stabili, di censi, di fitti perpetui e di altri annui redditi, sì veramente che si obbligassero, pei beni di nuovo acquisto, di soddisfare a tutti i carichi pubblici,di non farne alienazione a favore di alcuna mano morta, e di non declinare pei detti beni il foro laicale. Il principe volle altresì che le successioni devolute ai detti ecclesiastici, per disposizione di qualche persona estranea o ad essi congiunta oltre il quarto grado, fossero irrite, e si avessero per nulle e di nessun effetto. La quale irritazione e nullità si intendesse anche estesa agli atti meramente lucrativi ed alle cessioni e donazioni, ancorchè rimuneratorie e corrispettive.
Un grave abuso s'era introdotto nell'assetto delle contribuzioni di certi beni ecclesiastici nel ducato di Parma. Certi beni, i quali al tempo della formazione del catasto, per appartenersi a persone laiche, erano stati allibrati e gravati, essendo in progresso di tempo passati in mano di persone e corpi che pretendevano esenzione od immunità, avevano la detta esenzione ed immunità ottenuta. Dal che, fra gli altri inconvenienti, era succeduto quello che la rata delle pubbliche gravezze spettante a tali beni, era andata tutta a cadere sopra i restanti beni accatastati con doppio ed intollerabile aggravio dei possessori; abuso non solamente lesivo dell'equità e giustizia naturale, ma anche contrario alle leggi fondamentali del ducato, secondo le quali trovavasi espressamente prescritto che i beni una volta accatastati passar dovessero col loro carico e colla qualità di tributarii in qualunque persona o corpo, ancorchè immune ed esente per qualsivoglia causa o titolo fosse; legge stata eziandio riconosciuta e confermata dai sommi pontefici Adriano VI, Clemente VII e Paolo III, quando furono signori di Parma e Piacenza.
Per ovviare ad un tanto disordine, il duca Filippo, a ciò movendolo sempre il Dutillot, già aveva ordinato, per legge promulgata espressamente ai 13 di gennaio 1765, che quei beni che nei citati catasti, per essere descritti ed allibrati in testa di laici o di persone o corpi sottopostialla giurisdizione laicale, erano stati obbligati ai carichi pubblici, e che, per passaggi di successione, di donazione o d'altro titolo si ritrovavano allora o per l'avvenire si troverebbero in mano di persone o corpi che pretendessero privilegii, immunità ed esenzioni, dovessero aversi e si avessero per tributarii ed alle gravezze pubbliche così ordinarie come straordinarie sottoposti, come se tuttora si appartenessero ai rispettivi loro autori, in testa dei quali stati erano descritti ed allibrati.
Nel medesimo tempo però il principe volle che restassero immuni ed esenti i beni che negli ultimi catasti erano stati descritti ed allibrati con privilegio di esenzione ed immunità in favore delle chiese o di altre opere pie ecclesiastiche. Dichiarò inoltre immuni ed esenti tutti i patrimonii semplici, non solo già costituiti, ma anche da costituirsi in avvenire a favore degli ecclesiastici secolari promossi e da promuoversi agli ordini sacri, purchè non eccedessero i limiti della tassa sinodale da verificarsi innanzi i tribunali.
Perchè poi quanto aveva ordinato con maggiore esattezza sortisse il suo effetto, il duca creò un'intendenza sovrana, sopra i luoghi pii e sopra tutti i corpi cadenti sotto il nome di mani morte; uffizio del qual magistrato era di sopravvedere e provvedere che la volontà del principe fosse eseguita.
Nè alle narrate deliberazioni si rimasero i pensieri del Dutillot e del duca di Parma. Avevano i popoli supplicato al duca, e pregatolo di far considerazione quanto restassero offesi dalla soverchia libertà per cui si traevano fuor del dominio, e specialmente nelle curie di Roma, i litigii così dei secolari come degli ecclesiastici. Lamentavansi i popoli parimenti, ed al duca supplicarono, perchè vi rimediasse, che i benefizii e le pensioni ecclesiastiche dai diplomi romani si dessero a persone straniere con esclusione degl'indigeni; dal qual abuso segnatamente venivano a sentir danno moltissimechiese parrocchiali, anche quelle che rendite sufficienti per sè medesime non avendo pel decente esercizio del culto divino, erano sovvenute dalle liberalità dell'erario pubblico.
Le quali cose e supplicazioni bene considerato dal duca Ferdinando, ed avutovi riguardo, pubblicò, ai 13 di gennaio 1768, un editto, per cui comandò che, senza averne prima ottenuto il sovrano beneplacito, nissun suo suddito, o mediato o immediato, o secolare o ecclesiastico, o collegio od università, compresi i conventi e le famiglie religiose dell'uno e dell'altro sesso, senza la menoma eccettuazione, si ardisse di trarre o di esser tratto a contestare e sostenere, in qualunque grado d'istanza, liti giudiziali in alcun tribunale estero, compresi anche quelli di Roma, per qual si fosse causa, anche ecclesiastica e relativa a beni, ragioni, diritti e preminenze di qualunque sorte;
Che nissuno nemmeno si ardisse, senza il mentovato beneplacito, di ricorrere a principi, governi e tribunali esteri, nè per ragione di beni, azioni, preminenze e diritti di qualunque sorta, nè per conseguire ne' suoi Stati benefizii, pensioni ecclesiastiche, commende, dignità o cariche con annessa giurisdizione di qualunque grado o prerogativa;
Che i benefizii ecclesiastici curati e non curati, compresi anche i concistoriali, le pensioni, abbazie, commende, dignità e cariche di annessa giurisdizione, qualunque fossero, non potessero conseguirsi che da sudditi nazionali, e ciò ancora nemmeno senza il previo beneplacito dell'autorità sovrana;
Che senza la regia permissione dell'esecuzione nissun giudice o tribunale, tanto laico quanto ecclesiastico, s'ardisse di eseguire qual si volessero scritti, ordini lettere, sentenze, decreti, bolle, brevi e provvisioni di Roma, e di qual si fosse podestà o curia estera;
Che qualunque atto contrario alla presente sovrana disposizione che da qualche disubbidiente venisse fatto, fosseirrito e nullo e da aversi in nissuna considerazione, con ciò eziandio che i disubbidienti fossero severamente puniti anche in via economica, per la loro disubbidienza verso le principali massime di buon governo e le più rilevanti leggi dello Stato.
Un complesso di tali leggi e provvisioni in un breve corso d'anni accettate e promulgate nel ducato di Parma e Piacenza dimostravano evidentemente quanto quel governo fosse risoluto a sradicare gli abusi che in materie giurisdizionali e nelle disposizioni regolatrici dei beni e delle persone ecclesiastiche erano trascorsi. Ma queste erano percosse fatali all'autorità romana, e di tanto maggior rammarico quanto che le medesime deliberazioni andavano prendendo piede, e già l'avevano preso in altri Stati, non che dell'estero, dell'Italia, e pareva che fosse una tempesta che si volesse allargare in ogni luogo. In termini difficili il pontificato si trovava; la resistenza lo metteva in necessità di usare mezzi che l'opinione di molti riprovava, e niuna cosa reca più grande pregiudizio ad una podestà, qualunque ella sia, che fare deliberazioni non obbedite. Dall'altro lato, il non fare risentimento accennava che esso abbandonasse quelle massime che per tanti secoli aveva seguitato. A tale estremo passo gli era mestieri di fare scelta tra il procedere pieghevole e prudente di Benedetto ed il fare rigido ed inflessibile di alcuni altri papi. Clemente XIII non era di natura intrattabile, e sarebbesi forse inclinato od a qualche concessione od almeno a qualche mezzo termine di conciliazione; ma troppo fu e consigliato e sollecitato ad opporre il pontificale petto, ed a farsi forte contro di questa nuova tempesta.
Adunque, ai 20 di gennaio dell'anno scorso, il papa pubblicò la sua sentenza, e contro i commettitori di quanto era contrario alla immunità ecclesiastica ed ai diritti legittimi della sedia apostolica usò l'armi pontificali. Toccateprimieramente tutte le disposizioni del duca che giudicava contro i diritti e le immunità della Chiesa, e reso conto dei mezzi di pacificazione da lui inutilmente usati; investendosi della sua pontificale autorità, scriveva che poichè speranza più non v'era di stornare con la pazienza e la dolcezza i colpi terribili intentati all'autorità della santa Sede e della Chiesa, credeva essere giunto alla fine quel tempo, in cui egli vendicar doveva le libertà ecclesiastiche così violentemente offese affinchè nissuno potesse dargli la taccia d'aver tradito il suo dovere. Dichiarava pertanto nulli, di niun valore, temerarii ed abusivi i sopraddetti atti, decreti, editti, prammatiche, come usciti da mano di persone che non avevano nissuna autorità di formarli. Dichiarava egualmente nulli e di niun valore tutti quelli che dalle medesime persone in avvenire uscire potessero; proibiva finalmente a' suoi venerabili fratelli ai vescovi di quei ducati, ed a qualunque altro di conformarvisi. Oltre a tutto questo, posciachè ad ognuno era notorio che tutti quelli i quali avevano partecipato nella formazione, pubblicazione o esecuzione delle ordinanze medesime, erano incorsi in tutte le censure ecclesiastiche, così dichiarava che da queste censure non potessero essere liberati, nè riceverne l'assoluzione, eccettuati i casi di pericolo di morte, se non da lui stesso, o dal pontefice che dopo di lui sedesse. Dichiarava altresì che, a volere che l'assoluzione data in pericolo di morte fosse salutare e valida, era condizione indispensabile che, passato il pericolo, gli assolti ritrattassero e disfacessero quanto avevano fatto di attentatorio alle immunità ecclesiastiche; le quali cose non facendo, rimarrebbero alle medesime pene sottoposti. Voleva finalmente che, siccome era notorio che le sue presenti pontificali lettere incontrerebbero pur troppo delle difficoltà, per essere pubblicate ed affisse con sicurezza negli Stati di Parma, Piacenza e Guastalla,le pubblicazioni fatte nei luoghi soliti di Roma annodassero quelli ai quali appartenevano, come se fossero loro state nominatamente e personalmente intimate.
Parlossi altamente e fecesi un rumore grande pel mondo cattolico, così delle risoluzioni del duca di Parma, come del monitorio del papa; ed in mezzo ai molti discorsi, il duca Ferdinando, confortato dal Dutillot, primieramente con suo editto del 13 di marzo 1768 proibì severamente il monitorio in tutti i suoi Stati. Poi a dì 6 del seguente aprile presentò, per mezzo dei ministri delle tre corone di Francia, Spagna e Due Sicilie, al papa una rimostranza de' suoi ministri, in cui e contro la pontificia decisione protestava, e, le sue ragioni adducendo, dimostrava che le prammatiche e gli editti, di cui si trattava, avevano fondamento nel diritto sovrano e nella incontrastabile utilità dello Stato.
S'infiammarono dall'una parte e dall'altra gli spiriti. Uscirono alla luce scritti moltiplici, alcuni in favore di Roma, molti in favore di Parma. E siccome il papa, nel principio del suo monitorio, aveva chiamato col nome disuoii ducati di Parma e Piacenza, si riandarono le antiche cose, per conoscere quale fosse o non fosse la sovranità della Sedia apostolica su di quella bella e doviziosa parte d'Italia. Questi sostenevano che Parma e Piacenza fossero anticamente parte dell'esarcato, e, per conseguenza, devolute con le altre città di quell'antico Stato alla santa Sede; che i pontefici le avevano senza contrasto possedute come vere e legittime possessioni della Sede medesima; che i trattati posteriori, per cui s'erano variate le sorti delle due città e date in mano di altri lignaggi principeschi non avevano potuto cambiare la natura delle cose, nè aver la Sede apostolica mai consentito alle mutazioni di signoria, ma anzi sempre protestato contro le medesime. E venendo alle disposizioni del duca Ferdinandocontenute nelle prammatiche ed editti, dei quali si contentava il merito, dicevano essere evidente ch'essi avevano posto la falce nella messe altrui, ed intaccato enormemente i diritti della potestà ecclesiastica. Se v'era abuso, esclamavano, non avere mai Roma ricusato di darvi riparo coi principi secolari intendendosi, nè esser ella per ricusare; ma essere nel tempo medesimo evidente che l'utilità e nemmeno la necessità non danno il diritto, e che quando il mandato non c'è, tutto quello che si fa è irrito, invalido e nullo, nè fare si può senza ingiuria di colui al quale il fare si aspetta; se la contraria dottrina prevalesse, si turberebbero tutte le giurisdizioni e il mondo ritornerebbe nel caos, e la umana società si dissolverebbe.
I difensori di Parma non se ne stettero oziosi, e pubblicarono parecchi scritti, fra i quali si notarono principalmente quelli di Giambattista Riga, Piacentino, avvocato fiscale del duca. Del supremo dominio parlando, asserirono che non mai la santa Sede l'aveva posseduto, e che era favola di menti o non sane o ignoranti o bugiarde il pretendere che Parma e Piacenza fossero anticamente membri dell'esercato di Ravenna, perciocchè era notorio che furono sempre città soggette ai Lombardi, o libere colle proprie leggi, o appartenenti al ducato di Milano. Quanto alla immunità ecclesiastica, i difensori del duca allegavano che quanto è vero che il governo della Chiesa in ciò che riguarda le cose meramente spirituali è ed esser deve libero e independente dall'autorità temporale; tanto da un'altra parte è certo che la potestà che la Chiesa esercita sopra alcune cose temporali, come sono appunto i beni della terra e le eredità e le successioni, è una concessione de' principi, che essi possono o modificare o regolare, od anche sopprimere, quando ciò per l'utilità dello Stato fosse richiesto; e citando a sostegno dello loro opinioni santo Agostino, san Girolamo, santo Ambrogio,continuavano a dire che nuova non era nella Chiesa la prammatica del duca, e che esso non aveva fatto altro che imitare altri principi, e queglino stessi dei quali la Chiesa sommamente si lodava.
A questo modo gareggiavano fra di loro e si davano l'un l'altro molte brighe la corte Romana ed il duca di Parma; ma nissun di loro si dipartì dalle prese risoluzioni, e tanta fu la prudenza del governo del principe secolare, che nissun grave inconveniente nacque nel ducato per l'interdetto messo sopra gli esecutori della sua volontà, nè pure originandosi quelle turbazioni di alcuni ordini religiosi che parte contristarono, parte sdegnarono Venezia ai tempi del suo interdetto.
Con tanta maggior franchezza il duca procedeva in questa bisogna che le altre corti borboniche, le quali per un trattato del 1761, che chiamarono il patto di famiglia, s'erano fra di loro collegate ad ogni bene e ad ogni male, ed a conformità, anzi unità di consigli, avevano preso focosamente a favorirlo. In fatti, non così tosto il monitorio del papa era pervenuto a loro notizia, non si contentarono di sopprimerlo ne' loro Stati, ma richiesero fortemente il papa della sua rivocazione, la quale non avendo potuto ottenere, vennero finalmente a determinazioni più rigorose e più efficaci. Il re di Francia, come si è già detto al finire dell'anno precedente, fece occupare da' suoi soldati, condotti dal marchese di Rochechouart, la città di Avignone ed il contado Venosino; poi mandò commissarii del parlamento di Provenza a prenderne possessione in suo nome, e ricevere il giuramento di fedeltà, come di paese già annesso alla sua corona, dai consoli, sindaci ed abitanti. Dal canto suo il re di Napoli pose le mani addosso nel medesimo modo a Benevento, mandandovi soldatesche e commissarii, e diceva che Benevento era suo, come il re Luigi d'Avignone e del contado affermava.
Siccome poi ai Borboni non isfuggivache la durezza del pontefice procedeva principalmente dai consigli de' Gesuiti, che già avevano cacciati da' loro Stati, e da quelli del cardinale Torrigiani, suo ministro di Stato, prelato tutto dedito a que' padri, addomandarono con molto calore ch'egli la compagnia di Gesù interamente sopprimesse. Ma Clemente, che prestava molta fede alle loro parole, ed a cui rincresceva di privare anche in Italia di quel sussidio la santa Sede, giacchè negli altri regni della cristianità l'aveva perduto, fermò l'animo e resse alle istanze, nè si lasciò volgere ai desiderii de' principi. Dalla quale sua fermezza procedette che le cose non si addomesticarono nè col duca di Parma, nè coi principi suoi consanguinei, finchè Clemente XIII visse. Ei conservò il suo monitorio, Parma i suoi ministri, Francia Avignone, Napoli Benevento, Spagna i suoi risentimenti.
Oltre a questi disturbi di Parma, gravi e veramente pericolose erano per altre parti le condizioni della Chiesa al momento dell'esaltazione già detta del Ganganelli.
Non poco sdegno nudriva Giuseppe re di Portogallo contro di Roma, per vedere ancora in piè gl'Ignaziani che tanto egli odiava. Vi era anche in quel reame pericolo di scisma, cioè di separazione dalia santa Sede, minacciando il re di creare un patriarca in Lisbona per l'esercizio della suprema autorità pontificale, e di non avere più altra comunicazione col pontefice romano che quella delle preghiere.
Non minori minaccie faceva la Spagna, la quale continuamente fulminava contra i Gesuiti e con sinistre voci protestava che se di loro come desiderava sentenziato non fosse, verrebbe a qualche risoluzione funesta a Roma.
La Francia riteneva Avignone, come si disse di sopra, e grandi risentimenti faceva sì per l'oltraggio fatto al duca di Parma colla scomunica, e sì per le lunghezze che il papa andava framettendoper conformarsi ai desiderii di Spagna ed a' suoi proprii per la domandata soppressione.
Per le narrate cose il duca di Parma irritatissimo anch'egli si dimostrava, e consigliato da ministri savii e fermi, faceva le viste di non temere i fulmini del Vaticano.
Non riceveva la Sedia apostolica minori molestie dal re di Napoli, il quale, oltrechè perseverava nello appropriarsi Benevento e Pontecorvo, si spiegava eziandio di volere più avanti nello Stato ecclesiastico allargarsi; e da riforma in riforma procedendo, dava a divedere che, poichè il papa non voleva fare avrebbe fatto egli. In somma le immunità ecclesiastiche continuavano ad andare in ruina nel regno. Il re, considerati gli abusi che nascevano dalla riscossione delle decime ecclesiastiche, le abolì intieramente, ordinando che l'erario regio supplirebbe con una conveniente pensione in favore di que' curati, ai quali, per la soppressione delle decime, restasse una congrua minore di centotrenta ducati. Andava anche un giorno più che l'altro tarpando l'ali alla nunziatura, con ridurre molte cause miste all'autorità ordinaria dei tribunali regi. Queste mosse principalmente davano Tanucci e Carlo di Marco.
Venezia, senza ricorrere all'autorità pontificia, di propria volontà riformava le comunità religiose: lo spirito del Sarpi in lei sempre viveva; nè valse a Clemente XIII che da Venezia sortito i natali avesse per poter la novella tempesta schivare. Benchè in grazia di lui avesse cassato il decreto, emanato già per risentimento delle decisioni intorno ad Aquileia, che proibiva gli abusi di certe dispense e delle indulgenze che per denaro si concedevano, non si rimase però che qualche secreto rancore gli animi dei padri ancora non alterasse, e non si manifestasse con rigori di dazii e di gabelle sui confini contro i sudditi dello stato ecclesiastico. Ma più specialmente nell'anno addietro il senatoavvertì che le ricchezze del clero erano divenute tanto esorbitanti che di grave scandalo riuscivano ai privati e di molto danno al pubblico, però che le mani morte possedevano una rendita quasi eguale a quella dello Stato. Quindi prese rigorose e valide misure tanto sui beni de' cherici che sopra le persone loro; ma noi potè fare senza che il papa gravemente se ne risentisse. Ed in fatti con un suo breve dell'8 ottobre di quell'anno si lamentò colla repubblica ch'ella avesse, oltrepassando i termini dei proprii campi, posto i piedi in su quelli d'altrui, e sotto specie di regolare interessi attinenti allo Stato, si fosse fatto lecito d'intaccare la giurisdizione ecclesiastica; e dopo noverate ad una ad una le cose che teneva illecite, «alzava la paternale voce, e la repubblica ammoniva che da tali perniziose e scandalose determinazioni recedesse.» Rispose il senato, e stette fermo nelle sue risoluzioni: il papa nuovamente esclamava con altro suo breve del 17 dicembre sempre dello stesso anno, ed, al senato le parole indrizzando, l'avvertiva che, recate dalle di lui lettere nuove ferite al suo paterno cuore, dovea di nuovo parlare, di nuovo ammonire, pregare, lamentarsi, biasimare. Ricevuto il breve del papa, il senato non si rattenne in silenzio; ma non si rimosse da quanto ordinato aveva, nè il pontefice venne al passo estremo di pronunziare l'interdetto contro la repubblica; e come tal era la condizione sua che il consentire gli pareva impossibile, il contrastare senza frutto, le cose in quello stato si rimasero.
La Polonia stessa, che sempre era stata devotissima alla santa Sede, mossa dall'universale consentimento e da quell'influsso contrario che contro Roma si spandeva, cominciava a vacillare ed i privilegii della nunziatura diminuiva, e poneva un freno alla volontà della curia romana.
Alle quali cose se vogliamo aggiungere quello spirito filosofico che d'ogni intorno spirava, e che metteva in dubbio non solamentele prerogative della Sedia apostolica, ma ancora le verità stesse della fede, si verrà conoscere a quale e quanta tempesta avesse ad ostare il nuovo pontefice, ed in qual pericoloso frangente si avvolgesse.
Stava il mondo in grandissima aspettazione di vedere a quali consigli si atterrebbe, e quali mezzi userebbe Clemente XIV per rivolgere in meglio le disposizioni dei principi. Il cedere e il non cedere in tali congiunture può essere ugualmente di danno, quello, perchè mette le cose domandate per perdute, questo, perchè mette pericolo che se ne perdano delle maggiori. Nè si ha nemmeno certezza che il concedere faccia moderazione in chi domanda; imperciocchè il più delle volte succede che più si dà e più si domanda. Contuttociò Ganganelli vedeva evidente la necessità di contentare i principi, perchè, se di soverchio si contrastasse loro, era da temersi che dessero della scure sulla radice stessa dell'autorità pontificia, cosa alla quale gli scritti dei filosofi e dei giansenisti stessi gagliardamente spingevano. Il che ottimamente considerato, principiò a dare segni di quanto voleva fare. Nominò suo segretario di Stato il cardinale Pallavicino, personaggio grato alle potenze; scrisse ai monarchi lettere pacifiche ed amorevoli.
Lieti augurii eran questi, che già una causa speciale e viva aveva fomentati, il viaggio, cioè, in Italia in quest'anno fatto dall'imperatore Giuseppe. Vide Napoli, Roma e Firenze, vide la sua Milano. Padre de' popoli più che re in ogni luogo si dimostrava, il povero, più che il ricco in cale aveva, non abborriva dalle tortuose scale ed anguste, nè aveva a schifo gli umili tugurii; il più bell'ornamento di cui un possessore di regni possa far mostra, portava seco; imperciocchè l'accompagnavano la semplicità del costume, l'affabilità del discorso, la bontà dell'animo, e meglio amava sentirsi chiamare benefico che augusto. La sua vivida mente in ogni occorrenza appariva; figliuolobuono ed ingegnoso d'ingegnosa e buona madre. Amava i dotti, e viaggiando gli accarezzava come stelle, fra la volgare oscurità onorandoli. Pio ancora lo vedevano i popoli e religioso, dal che argomentavano che non per tiepidezza di fede, ma per ardore del ben fare richiamava a nuovi ordini le cose giurisdizionali e la vita de' chierici. Le accoglienze che generalmente i popoli gli facevano, e particolarmente gli ecclesiastici, erano segno manifesto del quanto fossero cambiati i tempi da quelli diBarbarossa. Quando visitò Roma, l'accompagnava il suo fratello Leopoldo, granduca di Toscana. Nè l'uno nè l'altro si fecero, come il Medici, canonici di San Pietro. Correva il tempo dell'interregno per la morte di Rezzonico, ed avanti l'esaltazione del Ganganelli, il sacro collegio, che allora governava la città, l'accolse con ogni più lieta e festevole dimostrazione, deputando per complimentarlo ed accompagnarlo entro quelle festose mura i principi Conti, Borghese, Aldobrandini, Doria, Barberini, di Bracciano, di Piombino. Come prima in cospetto della città era comparso, i principi deputati, avendo con esso loro il governatore di Roma, con graziose parole l'avevano onorato; offrirongli la guardia svizzera, che ricusò. Gli si diedero festini magnifici nelle case di Bracciano, Corsini, Santacroce e Salviati: tutto era magnifico e bello, ma il più magnifico e più bello era la semplicità del fare e del favellare. Maravigliosa fra le altre fu la festa datagli dall'ambasciatore di Venezia; ad onoranza e a disegno, imperocchè a quel tempo Giuseppe vivesse con qualche amarezza verso la repubblica.
I due fratelli visitarono con divozione e maraviglia il famoso tempio ben degno del principe degli apostoli, tempio d'una monarchia che pensiero fu di un repubblicano. Desiderarono di vedere il conclave, che a que' dì si teneva per l'elezione del nuovo papa; si apersero loro le porte. Giuseppe domandò quando laelezione si farebbe, ed i cardinali risposero aspettarsi i cardinali dall'estero; ed interrogando poscia qual fosse il conclave che aveva durato più lungo tempo, gli venne risposto, quello di Benedetto XIV, che più di sei mesi soprastette a far l'elezione; al che soggiunse: «Or bene poco importa che il conclave duri anche un anno, purchè nominiate un pontefice simile al Lambertini che fu amico a tutti.»
«Mi vien voglia, dice uno storico illustre, di raccontare i presenti che il sacro collegio ed il governatore di Roma fecero a Leopoldo, simili a quelli di Giulio II, che mandò un carico di presciutti e buoni vini al parlamento d'Inghilterra per renderselo benevolo; tre piatti di vitella mongana adorni di fiori e nastri; di vini del paese otto casse; di vini forastieri fruttati dalle Canarie, da Malaga, da Cipro, sedici barili; di rosolii due; di pesci delicati, come storioni, ombrine, tre; di zucchero, di zuccherini, di caffè, di cioccolata, buona quantità, con frutti, confetti di ogni sorta prugnole, cedrati, poponi, olive; e v'erano anche due statue di butirro alte ciascuna un palmo: poi pavoni, fagiani, galline rare acconce in gabbia, presciutti, mortadelle ed altri salumi preziosi. Questi pel gusto, i seguenti per l'intelletto: dodici tomi in foglio di viste e prospettive di Roma con parecchi quadri di mosaico e di tappeti istoriati oltremodo belli. Vennero quindi i presenti più speciali di Roma, reliquie incassate in oro del peso di sedici libbre con grande numero di pietre preziose incastonatevi. Anche Giuseppe ebbe i suoi doni, e furono reliquie.»
Ai 17 di marzo i tre prelati deputati scrissero lettere all'imperatrice madre, in nome del conclave, notificandole, avere il sacro collegio esultato di tutta allegrezza, vedendo fra le mura di Roma e nel grembo degli elettori del pontefice i suoi due figliuoli augusti. Narraronoquanta fosse stata la pietà loro e la venerazione verso le cose sante; dimostrarono quanto il sacro consesso desiderasse e quanto sperasse ch'ella degnasse proteggere e crescere lo splendore e le prerogative degli ordini religiosi, e conservare i diritti, le possessioni e dominii della Chiesa. Testimoniarono infine, niuna cosa più ardentemente desiderare che una pace inviolabile ed una perfetta unione tra il clero ed i principi cattolici.
Partissi Giuseppe da Roma, poi dall'Italia, lodato e venerato anche da coloro che di lui e delle sue intenzioni sospettavano. Ma i suoi detti e fatti restarono nella memoria degli uomini, come segni e pegni di un più felice avvenire.
Nello Stato di Milano regolaronsi le cose delle mani morte a foggia di quanto erasi fatto in Parma ed a Venezia, ed istessamente quanto riguardava agli ordini religiosi. Levata poi l'imperatrice Maria Teresa di mano all'inquisizione ogni facoltà sui libri, avvocò a sè le cause a questa materia relative, e statuì che la censura dei libri si appartenesse ai magistrati da lei deputati.
Anche in Parma, oltre alle cose più sopra discorse, il duca, lamentandosi, in sul limitare stesso d'un decreto, che una potestà straniera esercitata da' claustrali sotto titolo d'Inquisizione del santo Officio, si fosse ne' suoi Stati introdotta, volle ed ordinò che, come morto fosse lo inquisitore di Parma, le cause dovessero giudicarsi da' vescovi, e nissuno più si ardisse, altro che essi, ingerirvisi. Poco appresso mori l'inquisitore, i vescovi assunsero il carico; promessa loro dal principe, ove abbisognasse, l'assistenza del braccio secolare. I detenuti nelle carceri del santo Officio furono dichiarati tenersi prigioni a nome del duca sin che fossero le loro cause spedite, dato anche ai vescovi il comandamento d'informare la potestà secolare delle loro sentenze. E nel medesimo tempo il duca regolò i conventi, espulse i religiosi forestieri,salvo chi per età o per merito o per dottrina si meritasse di dimorare. Delle confraternite e luoghi pii ordinò che, secondo l'utilità, fossero o soppressi o riformati o incorporati.
Il marchese Tanucci e Carlo di Marco, ministri del re di Napoli, lo movevano a statuire, come statuì, che i conventi che non potevano mantenere dodici frati fossero soppressi, e i frati distribuiti in altri conventi, con obbedienza di tutti verso gli ordinarii; che nissuno prendesse l'abito claustrale prima di ventun anni, nissuno professasse prima dei venticinque; che le rendite dei conventi fossero depositate nel banco di Napoli a benefizio ed uso dei conventi per quella rata che sarebbe creduta necessaria; che le cause loro in prima istanza si giudicassero dui vescovi, e in appello da un tribunale supremo instituito dal re; che i conventuali forastieri tornassero nei loro paesi; che i benefizii e le dispense di affinità si conferissero dai vescovi; delle rendite delle confraternite, cappelle, congregazioni, una parte restasse assegnata al culto divino, e dell'altra il re disponesse per opere pie; soprantendesse un magistrato apposta creato dal re alle rendite dei vescovati, e se dei più ricchi qualche cosa soprabbondasse, si ripartisse tra le chiese povere ed i vescovi meno facoltosi.
In Toscana, in cui, sino dal 1751, per opera del reggente Richecourt, del senatore Rucellai e di Pompeo Neri, si erano fatte varie ordinazioni nella materia delle mani morte ed in quella dell'inquisizione, specialmente intorno alle carcerazioni, ai castighi e alla censura dei libri, in quest'anno, per un ordine del granduca Pietro Leopoldo, i soldati andarono per le città, e tutti i rifuggiti dalle chiese levarono, e li portarono nelle carceri della giustizia civile; in pari tempo il granduca stesso scrivendo a Roma, gli uomini nefarii non contaminare più col loro feroce aspetto le sedi di Dio, essere nelle carceri ordinarie condotti, ma staree vivere per loro l'immunità, sospendersi contro d'essi, per rispetto dell'antico asilo, la mano regia, nè la giustizia ricercarli dei commessi delitti. E i rei per verità puniti non erano, ma per la sua deliberazione ciò almeno aveva il buon principe conseguito che, chiusi in carceri sicure, quei tormenti della società non potevano più uscire a spaventarla. Poscia pel futuro Leopoldo decretò che i rifuggiti, in qualunque luogo si fossero ricovrati o di qualsivoglia delitto colpevoli, salvo i falliti di buona fede, ne venissero levati dai soldati della mano regia, per essere condotti innanzi ai tribunali ordinarii, e castigati secondo che avessero meritato. Solo per rispetto dei sacri luoghi, e per conciliare quanto dalla giustizia era richiesto colla deferenza verso la Chiesa, statuì che si moderassero le pene, e chi fosse incorso in quella di morte si avesse solamente dieci anni di carcere, e chi avesse meritato dieci anni di carcere, fosse punito con cinque, e così in proporzione fossero tutte le altre pene dimezzate. Quindi proibì il flagellarsi in pubblico, il castrare i fanciulli; soppresse la bollaIn Coena Domini; vietò ai conventi d'avere carceri senza la approvazione del principe, e che le permesse si visitassero da deputati laici. E (per non tornare più su questo argomento) ordinò negli anni appresso che nissun forestiero più abitasse ne' chiostri toscani; che i voti religiosi non si pronunziassero prima di ventiquattro anni; che gli ordini mendicanti non ricevessero più novizii innanzi che pervenuti fossero all'età di sedici, od anche di diciotto anni; che si sopprimessero i conventi di minor numero di dodici religiosi; che i preti secolari soli, massimamente i curati, e non più i religiosi addetti ai conventi, potessero predicare per le campagne; che gli ordinarii soli regolassero e sopravvegghiassero i conventi delle monache, ed a niun modo potessero intromettersene i religiosi dei conventi; che i conventuali aiutassero nel ministerio divinoi parrochi ed a loro fossero soggetti; che le congreghe ricche sopperissero alle povere; che nuove parrocchie sorgessero là dove ne fosse bisogno.
Al terminare di quest'anno, rendutosi fatalmente celebre in Francia, in Olanda, in Germania, in Inghilterra per le inondazioni di fiumi e di torrenti, pur la Italia ebbe a patirne di straordinarie e gravissime per le insolite colmate del Tevere, del Panaro, del Tagliamento ed altri che, ingrossati a dismisura, con furia sterminatrice dai letti traboccarono. Le acque del mare due volte inondarono Venezia, e contaminarono con gravissimo danno quelle che ivi si conservano nelle cisterne o venute dalle pioggie o portate dal continente ad uso de' suoi abitatori.
E nella seconda di tali allagazioni, spirando impetuosissimo un vento lungo le spiaggie dell'Istria, il mare sconvolto sgominò un lungo tratto del lito, e trasportando altrove sabbia, cespugli e quanto altro ivi era, lasciò scoperti gli avanzi e le rovine di un'intera antica città che conserva ancora la disposizione delle strade interne, le fondamenta e le muraglie delle abitazioni, portici, colonne, pavimenti di musaico e cento altri vestigii di un'ampia e ricca popolazione che stendevasi per due miglia incirca fra Umago e certo vecchio e sfasciato castello già chiamato Sipar.
Mentre dissotterravansi rovine morte, seppellivansi i vivi. In una parte dei bellunesi monti, sfasciatasi un'alta montagna detta Piz d'improvviso, andò a piombare sopra la soggetta popolazione, schiacciandone le capanne, i bestiami ed oltre a cinquanta persone, rimaste prima sepolte che morte.