MDCCLXX

MDCCLXXAnno diCristoMDCCLXX. IndizioneIII.ClementeXIV papa 2.GiuseppeII imperadore 6.Giunto in quest'anno il solito momento di promulgare la bollaIn Coena Domini, tanto dispiacente ai sovrani,Clemente XIV se ne astenne, omissione, la quale, quanto più insolita era, tanto maggiore argomento ne prendevano gli uomini per giudicare delle future operazioni del pontefice. Già s'era riconciliato col Portogallo che accettò un nunzio, accettazione che il re non aveva mai voluto consentire finchè durarono le differenze.Quanto a Venezia, col suo costume di andare a seconda, e bene persuaso che in quell'età male con gli anatemi si conseguivano i fini della Chiesa, lasciò portare la cosa al tempo. Quindi avvenne che i conventi si andarono negli Stati della repubblica spopolando, per modo che vicina se ne vedeva l'ultima fine. Passati tre lustri, il senato permise le vestizioni a sedici anni e le professioni a ventuno.Per prima risoluzione nelle cose di Parma, Ganganelli sospese l'effetto del monitorio, e ribenedì il duca. Della quale benigna sentenza diede subito notizia al re di Francia, con isperanza che Luigi il ritornasse in possesso d'Avignone. Ma così questo sovrano come gli altri della famiglia borbonica persistevano nel loro proposito, ancorchè il duca di Parma si sforzasse con ogni buon uffizio e diligenza di muoverli ad una intiera riconciliazione colla santa Sede. La cagione della loro renitenza era, ch'essi volevano la soppressione dei Gesuiti.Finalmente il papa avendo fatta nel 1773 questa gravissima deliberazione, Roma restò del tutto riconciliata coi principi; onde accadde (il che tutto vuol dirsi a compimento dell'incominciata narrazione) che nel mese di marzo dell'anno susseguente 1774, a ciò sempre confortando il duca di Parma, ella fu rimessa nella possessione di Benevento e d'Avignone. Le quali cose avvenute, si fecero grandi feste in Roma; cantossi solennemente l'inno delle grazie in presenza di tutti i cardinali, e la sera vi si ordinò una luminaria assai bella e magnifica, come sono tutte quelle che soglionorallegrare una città quale Roma è, che così nell'alta come nell'umile fortuna seppe sempre tener grado e ritrarre di grandezza. Cotal fine ebbe il molesto litigio tra Roma e Parma, il quale, incominciato da deboli principii, portò poi con sè assai più gran soma che uomo credere avesse potuto.Non un altro litigio, ma un trattato tra la santa Sede ed il re di Sardegna, il cui fine era di tor via certi abusi, che avevano la loro origine nell'asilo dato ai malfattori ne' luoghi sacri, fu pur questa un'opera del buono e prudente Ganganelli, il quale era solito dire, nè senza contentezza, che alla perfine la Chiesa conserverebbe ciò che per diritto divino era suo, e perderebbe ciò che i potentati della terra le avevano dato, e che cagione per lei era di tante querele, di tanti risentimenti, di tante molestie, e così ancora di tanti scandali e discordie tra i fedeli: memorande parole, memoranda la sentenza!Benevola fu la volontà di Ganganelli verso il re Carlo Emmanuele, o piuttosto verso i suoi popoli; ma da quanto ancora restò degli abusi in materia di asilo, si potrà argomentare dell'enormità di quanto esisteva e dell'assurdità del principio sul quale la facoltà dell'asilo era fondata; imperocchè non solamente dannoso alla società, ma ancora empio e ridicolo sia il dire, che sia rispetto e venerazione verso la casa di Dio, ch'essa procuri sicurezza a chi meriti la galera o la forca, e divenga tana, donde i malfattori, come da luogo d'insidia, si avventino a rubare ed ammazzare gli onesti cittadini, ai quali lo Stato è debitore di sicurezza e di salute.Già sin dai tempi di Benedetto XIV si era aperta una pratica intorno agli asili tra il pontefice e il re, desiderando il principe di moderarne gli abusi, donde procedevano grandissimi sconcerti nel paese nè essendo meno desideroso il capo della Chiesa di rimediarvi. In fatti, Benedetto aveva già con sua istruzionemandata al cardinale Merlini, arcivescovo d'Atene, nunzio e ministro apostolico a Torino, moderato molte cose che all'uso di cui si tratta s'aspettavano. Ma, malgrado di tale moderamento, nascendo ancora inconvenienti di non poca importanza, di nuovo il re aveva richiesto la santa Sede, che a più efficaci risoluzioni devenisse. Questa pratica maneggiava in Roma il conte di Rivera quando, già morto essendo Benedetto, era Clemente XIII in sua vece stato al seggio pontificale assunto. Andava Clemente in questa faccenda assai più a rilento che il benevolo e facile suo predecessore; perocchè delle cose di questo mondo più colla pietà che colla prudenza giudicava. Ciò non ostante, il Rivera già l'aveva indotto ad utili concessioni, e si speravano maggiori moderazioni per viemmaggiormente facilitare il corso della giustizia, quando Clemente da questa vita n'andò ad abitare fra i più. Ripresersi i negoziati sotto Clemente XIV, i quali finalmente vennero a conclusione sul principiare dell'anno presente.Clemente decretò e pregò il re che fosse contento delle seguenti risoluzioni:Conciossiacosachè si veda che la principale cagione donde nascono gli abusi sia quella che gli uomini di mala vita si ardiscono di rizzare sulle antiporte, atrii e porticali delle chiese, tugurii, frascati, capannucce, baracche ed altre simili casucce ad uso non solamente di ricovero sicuro e stabile, ma ancora per serrarvi e nascondere armi d'ogni sorte, riporvi i frutti dei loro latrocinii, introdurvi femmine scandalose, uscirne ad assaltare i viandanti, ed impunemente commettere altri eccessi, donde risultano, e un grave pregiudizio della tranquillità pubblica, e la profanazione manifesta dei luoghi santi; resta comandato ai vescovi ed ai rettori delle chiese di far sgombrare incontanente dai detti antiporti e simili luoghi le baracche e casucce, tanto nocive al ben pubblico, quanto indecenti per la maestà dei templi; restando loro ancheingiunto d'impedire che nuove non vi s'innalzino; e se nuove si innalzassero, tosto abbiano cura che si demoliscano.Per maggiormente facilitare la necessaria purgazione di quest'infame genia, o diminuire almeno il numero delle loro nefandità, ordinò anche il pontefice che fosse facoltà ai vescovi di trasferire i rifuggiti da un asilo all'altro, e se i trasferiti abusassero una seconda volta dell'asilo, perdessero la protezione della Chiesa, e fossero arrestati dovunque si trovassero. E perchè i vescovi ciò fare potessero con maggior facilità, volle che non fosse necessario un regolare processo, ma solamente un atto di coscienza informata per trasferire un rifuggito da un asilo all'altro, stando però sempre fermo che per privarlo, in caso di recidiva, del beneficio dell'asilo, fosse richiesto il regolare processo. Dichiarò altresì che le cause di privazione di asilo per abuso fossero il rubar di nuovo, il nascondere i furti, il ricettare femmine di mala vita, l'insultare ed offendere i viandanti, il celare chiavi false, grimaldelli ed altri simili stromenti di ladri.Stante poi che alcuni delitti sono cotanto gravi che in niun caso debba chi commessi gli ha trovare ricovero e scampo ne' luoghi sacri, resta decretato, scrisse il pontefice, che, oltre i commettitori di delitti atroci già esclusi dall'asilo pei decreti dei precedenti pontefici, del beneficio dell'asilo in niuna maniera godere potesse chi pei principi forastieri soldati arrolasse, chi avesse falsificato il sigillo e le lettere apostoliche o regie, chi a mano armata rubasse cosa che per la somma, secondo le leggi comuni o municipali, meritasse la pena di morte, chi l'onore delle donne violasse, rapisse le oneste e non consenzienti.Atteso poi eziandio che per bolla di Clemente XII era stato assicurato l'asilo ai minori di vent'anni, allorchè commesso avessero omicidii atroci, e che da qualche tempo negli Stati del re si moltiplicavano per mano dei detti minori dietà delitti di simil fatta, così il pontefice espresse la sua volontà che a tali giovani ricovero niuno fosse dato nei sacri luoghi, e se dentro vi si rifuggissero, tosto si consegnassero al braccio secolare, volendo e prescrivendo che per omicidii atroci s'intendessero il parricidio, il fratricidio, l'ussoricidio, l'assassinio per tradimento, l'assassinio a ghiado, o che insidia vi fosse o che non vi fosse, l'omicidio per rissa quando dopo la rissa trascorse fossero sei ore, o fosse brutale, e senza ragione suscitata si fosse dalla parte del delinquente la rissa.Finalmente abbiano i vescovi, Clemente statuì, facoltà di estrarre dall'asilo, e consegnare al braccio regio chi alcuno con pericolosa e mortale ferita offeso avesse, anche innanzi che ne fosse seguita la morte del percosso, con ciò però che se le ferite fossero state date per necessità di difesa o per caso fortuito, o se ancora il ferito non morisse nel termine prefinito dalle leggi, il reo dovesse venir restituito alla chiesa.Le quali lettere e disposizioni pontificie avendo il re ricevute, molto con lettere regie ringraziò il pontefice del suo volere condiscendente. Rimedio valido fu, ma non sufficiente. Quanto ancor rimase di queste franchigie della Chiesa per procurare asilo ai malfattori, recava ancora gravissimo danno, poscia che la mano della giustizia era in molti casi impedita dal ghermire chi lo meritava, ed in altri casi la prontezza del procedere, cotanto necessaria per reprimere e frenare i facinorosi, si cambiava in indugiamenti perniciosissimi. Oltracciò, gli ordini religiosi, pretendendo di non essere soggetti alla giurisdizione degli ordinarii, ed essendo l'esecuzione delle volontà del papa commessa ai vescovi, avvenne che i ribaldi si ricoveravano negli atrii delle chiese o nei chiostri dei conventi, dove, per non poter esser giunti dall'autorità vescovile, sicuri vivevano, e donde uscivano per rubare e per bruttarsi le mani di sangue. Così distrutta od almeno moderatauna immunità, un'altra più forte e più pertinace sorgeva.

Giunto in quest'anno il solito momento di promulgare la bollaIn Coena Domini, tanto dispiacente ai sovrani,Clemente XIV se ne astenne, omissione, la quale, quanto più insolita era, tanto maggiore argomento ne prendevano gli uomini per giudicare delle future operazioni del pontefice. Già s'era riconciliato col Portogallo che accettò un nunzio, accettazione che il re non aveva mai voluto consentire finchè durarono le differenze.

Quanto a Venezia, col suo costume di andare a seconda, e bene persuaso che in quell'età male con gli anatemi si conseguivano i fini della Chiesa, lasciò portare la cosa al tempo. Quindi avvenne che i conventi si andarono negli Stati della repubblica spopolando, per modo che vicina se ne vedeva l'ultima fine. Passati tre lustri, il senato permise le vestizioni a sedici anni e le professioni a ventuno.

Per prima risoluzione nelle cose di Parma, Ganganelli sospese l'effetto del monitorio, e ribenedì il duca. Della quale benigna sentenza diede subito notizia al re di Francia, con isperanza che Luigi il ritornasse in possesso d'Avignone. Ma così questo sovrano come gli altri della famiglia borbonica persistevano nel loro proposito, ancorchè il duca di Parma si sforzasse con ogni buon uffizio e diligenza di muoverli ad una intiera riconciliazione colla santa Sede. La cagione della loro renitenza era, ch'essi volevano la soppressione dei Gesuiti.

Finalmente il papa avendo fatta nel 1773 questa gravissima deliberazione, Roma restò del tutto riconciliata coi principi; onde accadde (il che tutto vuol dirsi a compimento dell'incominciata narrazione) che nel mese di marzo dell'anno susseguente 1774, a ciò sempre confortando il duca di Parma, ella fu rimessa nella possessione di Benevento e d'Avignone. Le quali cose avvenute, si fecero grandi feste in Roma; cantossi solennemente l'inno delle grazie in presenza di tutti i cardinali, e la sera vi si ordinò una luminaria assai bella e magnifica, come sono tutte quelle che soglionorallegrare una città quale Roma è, che così nell'alta come nell'umile fortuna seppe sempre tener grado e ritrarre di grandezza. Cotal fine ebbe il molesto litigio tra Roma e Parma, il quale, incominciato da deboli principii, portò poi con sè assai più gran soma che uomo credere avesse potuto.

Non un altro litigio, ma un trattato tra la santa Sede ed il re di Sardegna, il cui fine era di tor via certi abusi, che avevano la loro origine nell'asilo dato ai malfattori ne' luoghi sacri, fu pur questa un'opera del buono e prudente Ganganelli, il quale era solito dire, nè senza contentezza, che alla perfine la Chiesa conserverebbe ciò che per diritto divino era suo, e perderebbe ciò che i potentati della terra le avevano dato, e che cagione per lei era di tante querele, di tanti risentimenti, di tante molestie, e così ancora di tanti scandali e discordie tra i fedeli: memorande parole, memoranda la sentenza!

Benevola fu la volontà di Ganganelli verso il re Carlo Emmanuele, o piuttosto verso i suoi popoli; ma da quanto ancora restò degli abusi in materia di asilo, si potrà argomentare dell'enormità di quanto esisteva e dell'assurdità del principio sul quale la facoltà dell'asilo era fondata; imperocchè non solamente dannoso alla società, ma ancora empio e ridicolo sia il dire, che sia rispetto e venerazione verso la casa di Dio, ch'essa procuri sicurezza a chi meriti la galera o la forca, e divenga tana, donde i malfattori, come da luogo d'insidia, si avventino a rubare ed ammazzare gli onesti cittadini, ai quali lo Stato è debitore di sicurezza e di salute.

Già sin dai tempi di Benedetto XIV si era aperta una pratica intorno agli asili tra il pontefice e il re, desiderando il principe di moderarne gli abusi, donde procedevano grandissimi sconcerti nel paese nè essendo meno desideroso il capo della Chiesa di rimediarvi. In fatti, Benedetto aveva già con sua istruzionemandata al cardinale Merlini, arcivescovo d'Atene, nunzio e ministro apostolico a Torino, moderato molte cose che all'uso di cui si tratta s'aspettavano. Ma, malgrado di tale moderamento, nascendo ancora inconvenienti di non poca importanza, di nuovo il re aveva richiesto la santa Sede, che a più efficaci risoluzioni devenisse. Questa pratica maneggiava in Roma il conte di Rivera quando, già morto essendo Benedetto, era Clemente XIII in sua vece stato al seggio pontificale assunto. Andava Clemente in questa faccenda assai più a rilento che il benevolo e facile suo predecessore; perocchè delle cose di questo mondo più colla pietà che colla prudenza giudicava. Ciò non ostante, il Rivera già l'aveva indotto ad utili concessioni, e si speravano maggiori moderazioni per viemmaggiormente facilitare il corso della giustizia, quando Clemente da questa vita n'andò ad abitare fra i più. Ripresersi i negoziati sotto Clemente XIV, i quali finalmente vennero a conclusione sul principiare dell'anno presente.

Clemente decretò e pregò il re che fosse contento delle seguenti risoluzioni:

Conciossiacosachè si veda che la principale cagione donde nascono gli abusi sia quella che gli uomini di mala vita si ardiscono di rizzare sulle antiporte, atrii e porticali delle chiese, tugurii, frascati, capannucce, baracche ed altre simili casucce ad uso non solamente di ricovero sicuro e stabile, ma ancora per serrarvi e nascondere armi d'ogni sorte, riporvi i frutti dei loro latrocinii, introdurvi femmine scandalose, uscirne ad assaltare i viandanti, ed impunemente commettere altri eccessi, donde risultano, e un grave pregiudizio della tranquillità pubblica, e la profanazione manifesta dei luoghi santi; resta comandato ai vescovi ed ai rettori delle chiese di far sgombrare incontanente dai detti antiporti e simili luoghi le baracche e casucce, tanto nocive al ben pubblico, quanto indecenti per la maestà dei templi; restando loro ancheingiunto d'impedire che nuove non vi s'innalzino; e se nuove si innalzassero, tosto abbiano cura che si demoliscano.

Per maggiormente facilitare la necessaria purgazione di quest'infame genia, o diminuire almeno il numero delle loro nefandità, ordinò anche il pontefice che fosse facoltà ai vescovi di trasferire i rifuggiti da un asilo all'altro, e se i trasferiti abusassero una seconda volta dell'asilo, perdessero la protezione della Chiesa, e fossero arrestati dovunque si trovassero. E perchè i vescovi ciò fare potessero con maggior facilità, volle che non fosse necessario un regolare processo, ma solamente un atto di coscienza informata per trasferire un rifuggito da un asilo all'altro, stando però sempre fermo che per privarlo, in caso di recidiva, del beneficio dell'asilo, fosse richiesto il regolare processo. Dichiarò altresì che le cause di privazione di asilo per abuso fossero il rubar di nuovo, il nascondere i furti, il ricettare femmine di mala vita, l'insultare ed offendere i viandanti, il celare chiavi false, grimaldelli ed altri simili stromenti di ladri.

Stante poi che alcuni delitti sono cotanto gravi che in niun caso debba chi commessi gli ha trovare ricovero e scampo ne' luoghi sacri, resta decretato, scrisse il pontefice, che, oltre i commettitori di delitti atroci già esclusi dall'asilo pei decreti dei precedenti pontefici, del beneficio dell'asilo in niuna maniera godere potesse chi pei principi forastieri soldati arrolasse, chi avesse falsificato il sigillo e le lettere apostoliche o regie, chi a mano armata rubasse cosa che per la somma, secondo le leggi comuni o municipali, meritasse la pena di morte, chi l'onore delle donne violasse, rapisse le oneste e non consenzienti.

Atteso poi eziandio che per bolla di Clemente XII era stato assicurato l'asilo ai minori di vent'anni, allorchè commesso avessero omicidii atroci, e che da qualche tempo negli Stati del re si moltiplicavano per mano dei detti minori dietà delitti di simil fatta, così il pontefice espresse la sua volontà che a tali giovani ricovero niuno fosse dato nei sacri luoghi, e se dentro vi si rifuggissero, tosto si consegnassero al braccio secolare, volendo e prescrivendo che per omicidii atroci s'intendessero il parricidio, il fratricidio, l'ussoricidio, l'assassinio per tradimento, l'assassinio a ghiado, o che insidia vi fosse o che non vi fosse, l'omicidio per rissa quando dopo la rissa trascorse fossero sei ore, o fosse brutale, e senza ragione suscitata si fosse dalla parte del delinquente la rissa.

Finalmente abbiano i vescovi, Clemente statuì, facoltà di estrarre dall'asilo, e consegnare al braccio regio chi alcuno con pericolosa e mortale ferita offeso avesse, anche innanzi che ne fosse seguita la morte del percosso, con ciò però che se le ferite fossero state date per necessità di difesa o per caso fortuito, o se ancora il ferito non morisse nel termine prefinito dalle leggi, il reo dovesse venir restituito alla chiesa.

Le quali lettere e disposizioni pontificie avendo il re ricevute, molto con lettere regie ringraziò il pontefice del suo volere condiscendente. Rimedio valido fu, ma non sufficiente. Quanto ancor rimase di queste franchigie della Chiesa per procurare asilo ai malfattori, recava ancora gravissimo danno, poscia che la mano della giustizia era in molti casi impedita dal ghermire chi lo meritava, ed in altri casi la prontezza del procedere, cotanto necessaria per reprimere e frenare i facinorosi, si cambiava in indugiamenti perniciosissimi. Oltracciò, gli ordini religiosi, pretendendo di non essere soggetti alla giurisdizione degli ordinarii, ed essendo l'esecuzione delle volontà del papa commessa ai vescovi, avvenne che i ribaldi si ricoveravano negli atrii delle chiese o nei chiostri dei conventi, dove, per non poter esser giunti dall'autorità vescovile, sicuri vivevano, e donde uscivano per rubare e per bruttarsi le mani di sangue. Così distrutta od almeno moderatauna immunità, un'altra più forte e più pertinace sorgeva.


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