MDCCLXVI

MDCCLXVIAnno diCristoMDCCLXVI. Indiz.XIV.ClementeXIII papa 9.GiuseppeII imperadore 2.L'Italia, fatta dalla natura delizia dell'Europa, godea pur essa delle delizie della pace, nè il rimbombo de' suoi bronzi guerrieri interruppe in quest'anno i giulivi spettacoli che ne contrassegnarono quasi tutti i giorni, se non fosse in sul mare presso le lontane coste dell'antica Libia.In questo silenzio di avvenimenti maggiori, crediamo di dover consegnare in queste carte la memoria delle circostanze che accompagnavano il pagamento dell'annuo tributo solito a contribuirsi alla santa Sede dai sovrani delle Due Sicilie, e consistente in un cavallo bardato, detto chinea, ed in sette mila ducati del regno. Ogni anno, la vigilia de' Santi Apostoli, portavasi il ministro plenipotenziario del re al portico della basilica vaticana, e colà, presentando al pontefice la chinea, e pagando il denaro al tesoriere della camera apostolica, proferiva in latino una formola già stabilita, e che in lingua italiana così sonava: «N. (il nome del re), mio clementissimo signore, manda a vostra santità questo cavallo decentemente ornato, ch'io presento in nome di lui, e sette mila ducati, per solito tributo del regno di Napoli, pregando Dio Ottimo Massimo che vostra santità possa per molti anni riceverlo pel bene e vantaggio della cristianità e per l'accrescimento della santa nostra cattolica fede. Sono questi i voti di sua maestà ed i miei proprii umili e ferventissimi.» Al che il papa rispondeva: «Riceviamo e volontieri accettiamo questo censo dovuto a noi ed alla Sede apostolica pel diretto dominio del nostro regno delle Due Sicilie di qua e di là del Faro. Al nostro carissimo figlio nel Signore N. preghiamo da Dio salute, ed a lui, ai popoli e vassalli diamo l'apostolicabenedizione, in nome del Padre, del Figliuolo e dello Spirito Santo. Così sia.»La Toscana, che per quasi trenta anni era stata governata da un privato delegatovi dal granduca Francesco, che faceva la sua residenza a Vienna come imperator di Germania, prestò questo anno, nel dì ultimo di marzo, con vera espansione d'animo, il giuramento di fedeltà ad un sovrano proprio, all'arciduca Leopoldo, di cui presagiva il beato reggimento. Ed in fatti il novello granduca tutte volse le sue cure a render florido il proprio Stato, e fin da questi primordii die' opera al miglioramento delle maremme di Siena, a quello della moneta, a far prosperare la marineria, a sistemare le regole della giustizia. A Livorno, dove fu splendidamente e giulivamente accolto, visitò tutto, animò tutto, e pose la prima pietra alla fabbrica d'un gran quartiere per la marineria. Finalmente fece aprire una strada che da Pistoia arrivasse sino a' confini del Modonese, strada tante volte indarno disegnata e che tornava a reciproco vantaggio degli abitanti de' due Stati.Nè men sollecito del nuovo sovrano di Toscana nel promuovere la circolazione e libertà del commercio fu il giovinetto monarca delle Due Sicilie. L'audacia dei corsari barbareschi infestava continuamente le spiaggie della Calabria e delta Sicilia, non che il rimanente dell'Italia. Per porre una volta freno alla loro insolenza, e provvedere ad un tempo e tutelare la tranquillità del commercio, stimò il re opportuno di conchiudere sull'importante oggetto un trattato con la Francia, e fare che intanto rimanessero interrotte e sospese ne' porti di quel regno le visite de' bastimenti napoletani e siciliani, e lo stesso si osservasse nei porti delle Due Sicilie riguardo alle navi franzesi. E scopo essendo della negoziazione il francare ed assicurare il commercio in quelle parti principalmente dove sarebbe stato più esposto agl'insultidei Barbareschi, così, attendendo che si concludesse, fece il re di Napoli gettare in acqua sei nuovi sciabecchi, due galere e quattro galeotte, affinchè, mettendosi a corseggiare, coprissero, e difendessero le costiere dei proprii Stati, ed inseguissero i legni dei pirati, ordinando nel tempo stesso che nel porto di Napoli stessero sempre parate una galera ed una galeotta, quella a difesa del porto stesso, questa per recarsi ovunque la chiamasse il bisogno.Già la Francia aveva anch'essa nel Mediterraneo una squadra di vascelli comandati dal principe Beauffremont. Con questa fece egli una visita alle piazze di Barbaria, e prima a quella d'Algeri, che da alquanti mesi avea perduto il vecchio suo beì, ed il cui successore, Mahomet Effendi, ostinatissimamente ricusava qualsiasi componimento colla Spagna e coi Napoletani. Ma ben lo persuase la comparsa della squadra franzese, come si persuasero ancora gli altri beì di Tunisi e di Tripoli; a tal che il principe Beauffremont ottenne quanto desiderava ed avuta promessa solenne che sarebbero rispettati i legni delle due nazioni, oltre a quelli che spiegavano bandiera franzese, se ne tornò a Tolone, lieto della sua corsa e della felice riuscita.Dopo la vista della squadra franzese, il beì di Tripoli n'ebbe un'altra per parte de' Veneziani. Erano seguiti a danno di varii legni mercantili di questa repubblica gravi e frequenti insulti in onta alla fede dei trattati da circa due anni fermati tra la repubblica stessa e le reggenze africane. Ora, risoluto il senato a non più sofferirne la mala fede, ed a trarne solenne vendetta, fu messa alla vela una squadra sotto gli ordini del cavaliere Giacomo Nani, il quale, non sì tosto schierò nel porto di Tripoli le sue navi e fece sonare i cannoni, vide a bordo della propria nave il beì, presto a dargli tutte le convenevoli soddisfazioni ed a pattuirvi quelle condizioni che fossero state di aggradimento del venezianosenato. Furono dunque dalla reggenza sborsate rilevanti somme per salvarsi dal giusto risentimento della repubblica, e, restituiti tutti i bastimenti stati predati, volle in oltre il beì che fossero severamente gastigati i rais o capitani che aveano insultata la bandiera di Venezia; e se non era il console della repubblica che caldamente s'interpose per mitigare l'asprezza ed il rigore dei minacciati gastighi, avrebbero avuta mozza la testa. Fra' patti convenuti fu principalmente questo: che i limiti oltre i quali passare non potessero i legni corsari si dovessero estendere per l'avvenire dal capo di Santa Maria sino a quello della Sapienza; dal che ne derivò un doppio vantaggio, perchè, rimovendosi dalle foci dell'Adriatico le corse di que' Barbari, rimanevano nel tempo stesso difese le coste del regno di Napoli, e meglio protetto il commercio delle altre nazioni.

L'Italia, fatta dalla natura delizia dell'Europa, godea pur essa delle delizie della pace, nè il rimbombo de' suoi bronzi guerrieri interruppe in quest'anno i giulivi spettacoli che ne contrassegnarono quasi tutti i giorni, se non fosse in sul mare presso le lontane coste dell'antica Libia.

In questo silenzio di avvenimenti maggiori, crediamo di dover consegnare in queste carte la memoria delle circostanze che accompagnavano il pagamento dell'annuo tributo solito a contribuirsi alla santa Sede dai sovrani delle Due Sicilie, e consistente in un cavallo bardato, detto chinea, ed in sette mila ducati del regno. Ogni anno, la vigilia de' Santi Apostoli, portavasi il ministro plenipotenziario del re al portico della basilica vaticana, e colà, presentando al pontefice la chinea, e pagando il denaro al tesoriere della camera apostolica, proferiva in latino una formola già stabilita, e che in lingua italiana così sonava: «N. (il nome del re), mio clementissimo signore, manda a vostra santità questo cavallo decentemente ornato, ch'io presento in nome di lui, e sette mila ducati, per solito tributo del regno di Napoli, pregando Dio Ottimo Massimo che vostra santità possa per molti anni riceverlo pel bene e vantaggio della cristianità e per l'accrescimento della santa nostra cattolica fede. Sono questi i voti di sua maestà ed i miei proprii umili e ferventissimi.» Al che il papa rispondeva: «Riceviamo e volontieri accettiamo questo censo dovuto a noi ed alla Sede apostolica pel diretto dominio del nostro regno delle Due Sicilie di qua e di là del Faro. Al nostro carissimo figlio nel Signore N. preghiamo da Dio salute, ed a lui, ai popoli e vassalli diamo l'apostolicabenedizione, in nome del Padre, del Figliuolo e dello Spirito Santo. Così sia.»

La Toscana, che per quasi trenta anni era stata governata da un privato delegatovi dal granduca Francesco, che faceva la sua residenza a Vienna come imperator di Germania, prestò questo anno, nel dì ultimo di marzo, con vera espansione d'animo, il giuramento di fedeltà ad un sovrano proprio, all'arciduca Leopoldo, di cui presagiva il beato reggimento. Ed in fatti il novello granduca tutte volse le sue cure a render florido il proprio Stato, e fin da questi primordii die' opera al miglioramento delle maremme di Siena, a quello della moneta, a far prosperare la marineria, a sistemare le regole della giustizia. A Livorno, dove fu splendidamente e giulivamente accolto, visitò tutto, animò tutto, e pose la prima pietra alla fabbrica d'un gran quartiere per la marineria. Finalmente fece aprire una strada che da Pistoia arrivasse sino a' confini del Modonese, strada tante volte indarno disegnata e che tornava a reciproco vantaggio degli abitanti de' due Stati.

Nè men sollecito del nuovo sovrano di Toscana nel promuovere la circolazione e libertà del commercio fu il giovinetto monarca delle Due Sicilie. L'audacia dei corsari barbareschi infestava continuamente le spiaggie della Calabria e delta Sicilia, non che il rimanente dell'Italia. Per porre una volta freno alla loro insolenza, e provvedere ad un tempo e tutelare la tranquillità del commercio, stimò il re opportuno di conchiudere sull'importante oggetto un trattato con la Francia, e fare che intanto rimanessero interrotte e sospese ne' porti di quel regno le visite de' bastimenti napoletani e siciliani, e lo stesso si osservasse nei porti delle Due Sicilie riguardo alle navi franzesi. E scopo essendo della negoziazione il francare ed assicurare il commercio in quelle parti principalmente dove sarebbe stato più esposto agl'insultidei Barbareschi, così, attendendo che si concludesse, fece il re di Napoli gettare in acqua sei nuovi sciabecchi, due galere e quattro galeotte, affinchè, mettendosi a corseggiare, coprissero, e difendessero le costiere dei proprii Stati, ed inseguissero i legni dei pirati, ordinando nel tempo stesso che nel porto di Napoli stessero sempre parate una galera ed una galeotta, quella a difesa del porto stesso, questa per recarsi ovunque la chiamasse il bisogno.

Già la Francia aveva anch'essa nel Mediterraneo una squadra di vascelli comandati dal principe Beauffremont. Con questa fece egli una visita alle piazze di Barbaria, e prima a quella d'Algeri, che da alquanti mesi avea perduto il vecchio suo beì, ed il cui successore, Mahomet Effendi, ostinatissimamente ricusava qualsiasi componimento colla Spagna e coi Napoletani. Ma ben lo persuase la comparsa della squadra franzese, come si persuasero ancora gli altri beì di Tunisi e di Tripoli; a tal che il principe Beauffremont ottenne quanto desiderava ed avuta promessa solenne che sarebbero rispettati i legni delle due nazioni, oltre a quelli che spiegavano bandiera franzese, se ne tornò a Tolone, lieto della sua corsa e della felice riuscita.

Dopo la vista della squadra franzese, il beì di Tripoli n'ebbe un'altra per parte de' Veneziani. Erano seguiti a danno di varii legni mercantili di questa repubblica gravi e frequenti insulti in onta alla fede dei trattati da circa due anni fermati tra la repubblica stessa e le reggenze africane. Ora, risoluto il senato a non più sofferirne la mala fede, ed a trarne solenne vendetta, fu messa alla vela una squadra sotto gli ordini del cavaliere Giacomo Nani, il quale, non sì tosto schierò nel porto di Tripoli le sue navi e fece sonare i cannoni, vide a bordo della propria nave il beì, presto a dargli tutte le convenevoli soddisfazioni ed a pattuirvi quelle condizioni che fossero state di aggradimento del venezianosenato. Furono dunque dalla reggenza sborsate rilevanti somme per salvarsi dal giusto risentimento della repubblica, e, restituiti tutti i bastimenti stati predati, volle in oltre il beì che fossero severamente gastigati i rais o capitani che aveano insultata la bandiera di Venezia; e se non era il console della repubblica che caldamente s'interpose per mitigare l'asprezza ed il rigore dei minacciati gastighi, avrebbero avuta mozza la testa. Fra' patti convenuti fu principalmente questo: che i limiti oltre i quali passare non potessero i legni corsari si dovessero estendere per l'avvenire dal capo di Santa Maria sino a quello della Sapienza; dal che ne derivò un doppio vantaggio, perchè, rimovendosi dalle foci dell'Adriatico le corse di que' Barbari, rimanevano nel tempo stesso difese le coste del regno di Napoli, e meglio protetto il commercio delle altre nazioni.


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