MDCCLXVIIAnno diCristoMDCCLXVII. Indiz.XV.ClementeXIII papa 10.GiuseppeII imperadore 3.Essendosi rotte le pratiche a ragione di quello scoglio insuperabile dell'indipendenza, i Corsi, condotti da Achille Murati, fecero una fazione improvvisa sopra l'isola Capraia, antico membro del loro regno, e se ne impadronirono, successo, che siccome molto afflisse i Genovesi, così diede non poca allegrezza ai Corsi, che concepirono migliore speranza, e più sicuramente augurarono dello stabilimento della loro libertà.L'incomoda ed oggimai troppo lunga tenzone ora pende al suo fine. Era manifesto ad ognuno che Genova si trovava inabile a ritornare i suoi antichi sudditi all'obbedienza. Quarant'anni di sforzi inutili, oltre le antiche perturbazioni, che tanto travaglio le avevano dato, bene dimostravano che la ribellante isola ero per lei perduta. Non erano valse le tregue, non le paci, non le armi; Genovesi e Corsi non potevano vivere insiemese non come esteri gli uni verso gli altri e non più come nel medesimo ordine misti ed associati. Il valor guerriero dei Corsi, il valore e la prudenza di Paoli si dimostravano insuperabili ed invincibili dalla potenza genovese. E in ciò recava eziandio un gran momento l'avere Paoli riunito in concordia tanti animi discordi, cosa che sin allora non si era veduta. Oltre a questo, quell'uomo aveva saputo ordinare una libertà più ancora fondata sulle leggi che sulle forti inclinazioni d'una gente rozza e quasi ancora selvaggia; e colla libertà introduceva la civiltà. Le quali cose tutte, mentre somministravano più efficaci mezzi di resistenza, rendevano agli uomini più cara la causa corsa. Il secolo stesso la favoriva, e Genova vinta diveniva anche odiosa. Già i popoli cominciavano a maravigliarsi che quella Genova stessa che nel 1746 con sì generoso e forte animo si era rivendicata in libertà, ora tanto odio esercitasse contro una nazione del pari forte e generosa, ed ostinatissimamente affettasse l'assoluto dominio. L'opinione dava favore alla Corsica; ciò non era nascosto a coloro che reggevano la repubblica, e già entravano nei supremi magistrati nuovi pensieri.Col medesimo passo nascevano le voglie forestiere. Vi era chi voltava a suo profitto I'impotenza di Genova. La Corsica, piena di abitatori forti e guerrieri, situata in opportuno luogo tra la Francia e l'Italia, copiosa di generi preziosi, felice per foreste stupende, sicura per porti spaziosi e comodi, molto piaceva a chi coll'Inghilterra gareggiava di possanza marittima nel Mediterraneo. Vecchio pensiero era questo: i soldati a parecchie fiate mandati nell'isola, tante diligenze, tanti amorevoli consigli, il tante volte interporsi a dolcezza tra i Corsi vinti e gli sdegnati signori, ciò era per allettare i popoli, per assuefarli ai volti, alla favella, all'imperio di Francia. Brevemente, la Francia agognava la Corsica.Ciò non ostante, pareva poco generosoprocedere il divenire da ausiliario padrone, ma confidava nella necessità, che avrebbe sforzato i Genovesi ad offerirsi. E un accidente impensato, mettendoli in maggiore travaglio ed in qualche disgusto colla Francia, fece piegare il contrasto a quel segno dov'ella mirava. Il re di Spagna aveva in aprile di quest'anno espulsi i gesuiti da' suoi regni: e il papa, a cui parevano in troppo grande numero, perciocchè sommavano a parecchie migliaia, non avea permesso che si ricovrassero nello Stato pontificio. La Spagna ricercò ed ottenne da Genova che avessero ricetto in Corsica, e quivi furono destinate per loro seggio le piazze dove i Franzesi tenevano presidii.I Genovesi, in ciò compiacendo alla Spagna, avevano dispiaciuto alla Francia, che anch'essa aveva pochi anni innanzi espulsi gl'Ignaziani da' suoi dominii, sì che poco mancò che per questa cagione non si partisse dall'amicizia di Genova. Con acerbissime parole se ne lagnò col senato, protestando che ne avrebbe fatto giusti risentimenti; ed in fatti il re mandò ordine a Marbeuf che tosto sgombrasse dalle piazze dove entrati fossero i Gesuiti.Non così tosto vide Marbeuf a comparire in Algaiola, Calvi ed Aiaccio gli ospiti che la Spagna espelleva, che, uniformandosi alla volontà del re, le lasciò, ritirando i passi verso Bastia e San Fiorenzo. Subitamente Algaiola venne in potere dei nazionali; per poco anzi stette che Calvi non vi venisse, come vennevi la città di Aiaccio, e la cittadella stessa, la quale, battuta aspramente dai Corsi e ridotta in grandissima necessità di viveri, già stava in sul punto di darsi. Così i Genovesi, per aver dato ricovero agli esuli di Spagna, sdegnarono la Francia, e perdettero parecchi forti ed importanti luoghi; chè i soldati franzesi cessero il luogo ai monaci spagnuoli. Esuli erano questi religiosi, e per tale titolo meritavano che alcuno cura ne prendesse; ma quivi portavano un fatale pregiudizio.Veramente i Corsi se ne prevalevano, nè mai furono così vicini al conseguimento totale dei loro pensieri e di arrivare a quella franchigia che, fin allora stata sanguinosa e torbida, speravano finalmente di vedere felice, lieta e sicura.Mentre la fortezza di Aiaccio stava in grave pericolo, e nelle altre terre ancor tenute da' Genovesi si trepidava, pervenne avviso che tra Marbeuf e Paoli era stata conchiusa una sospensione di offese da durare insino a che, compiti i quattro anni di soggiorno stati stipulati, i Franzesi dovessero fare la loro partenza dall'isola, il qual termine era di pochi mesi lontano. La Francia minacciosamente affermava di non voler acconsentire ad alcuna prolungazione: assai, diceva, essersi travagliata per quella disordinata Corsica; facessero i Genovesi da sè, e come potevano e come l'intendevano colle loro proprie forze terminassero l'antica lite.I Gesuiti intanto instavano perchè fosse loro permesso d'introdursi nell'interno del regno per fabbricarvi a loro spese chiese e collegi e adoperarsi allo ammaestramento della gioventù. Paoli ed il supremo consiglio inclinavano a contentarli; ma i professori dell'università con molta costanza si opposero, onde furono loro proibite non solamente le fabbriche, ma ancora l'internarsi nella isola senza un passaporto di Paoli.Se non che, acconciatesi frattanto le cose tra Spagna e Roma, i Gesuiti tornarono nello Stato pontificio, dove ebbero pur ricetto quelli del regno delle Due Sicilie e dell'isola di Malta, in questo medesimo anno espulsi, quivi alimentati della pensione dai rispettivi sovrani loro assicurata.
Essendosi rotte le pratiche a ragione di quello scoglio insuperabile dell'indipendenza, i Corsi, condotti da Achille Murati, fecero una fazione improvvisa sopra l'isola Capraia, antico membro del loro regno, e se ne impadronirono, successo, che siccome molto afflisse i Genovesi, così diede non poca allegrezza ai Corsi, che concepirono migliore speranza, e più sicuramente augurarono dello stabilimento della loro libertà.
L'incomoda ed oggimai troppo lunga tenzone ora pende al suo fine. Era manifesto ad ognuno che Genova si trovava inabile a ritornare i suoi antichi sudditi all'obbedienza. Quarant'anni di sforzi inutili, oltre le antiche perturbazioni, che tanto travaglio le avevano dato, bene dimostravano che la ribellante isola ero per lei perduta. Non erano valse le tregue, non le paci, non le armi; Genovesi e Corsi non potevano vivere insiemese non come esteri gli uni verso gli altri e non più come nel medesimo ordine misti ed associati. Il valor guerriero dei Corsi, il valore e la prudenza di Paoli si dimostravano insuperabili ed invincibili dalla potenza genovese. E in ciò recava eziandio un gran momento l'avere Paoli riunito in concordia tanti animi discordi, cosa che sin allora non si era veduta. Oltre a questo, quell'uomo aveva saputo ordinare una libertà più ancora fondata sulle leggi che sulle forti inclinazioni d'una gente rozza e quasi ancora selvaggia; e colla libertà introduceva la civiltà. Le quali cose tutte, mentre somministravano più efficaci mezzi di resistenza, rendevano agli uomini più cara la causa corsa. Il secolo stesso la favoriva, e Genova vinta diveniva anche odiosa. Già i popoli cominciavano a maravigliarsi che quella Genova stessa che nel 1746 con sì generoso e forte animo si era rivendicata in libertà, ora tanto odio esercitasse contro una nazione del pari forte e generosa, ed ostinatissimamente affettasse l'assoluto dominio. L'opinione dava favore alla Corsica; ciò non era nascosto a coloro che reggevano la repubblica, e già entravano nei supremi magistrati nuovi pensieri.
Col medesimo passo nascevano le voglie forestiere. Vi era chi voltava a suo profitto I'impotenza di Genova. La Corsica, piena di abitatori forti e guerrieri, situata in opportuno luogo tra la Francia e l'Italia, copiosa di generi preziosi, felice per foreste stupende, sicura per porti spaziosi e comodi, molto piaceva a chi coll'Inghilterra gareggiava di possanza marittima nel Mediterraneo. Vecchio pensiero era questo: i soldati a parecchie fiate mandati nell'isola, tante diligenze, tanti amorevoli consigli, il tante volte interporsi a dolcezza tra i Corsi vinti e gli sdegnati signori, ciò era per allettare i popoli, per assuefarli ai volti, alla favella, all'imperio di Francia. Brevemente, la Francia agognava la Corsica.
Ciò non ostante, pareva poco generosoprocedere il divenire da ausiliario padrone, ma confidava nella necessità, che avrebbe sforzato i Genovesi ad offerirsi. E un accidente impensato, mettendoli in maggiore travaglio ed in qualche disgusto colla Francia, fece piegare il contrasto a quel segno dov'ella mirava. Il re di Spagna aveva in aprile di quest'anno espulsi i gesuiti da' suoi regni: e il papa, a cui parevano in troppo grande numero, perciocchè sommavano a parecchie migliaia, non avea permesso che si ricovrassero nello Stato pontificio. La Spagna ricercò ed ottenne da Genova che avessero ricetto in Corsica, e quivi furono destinate per loro seggio le piazze dove i Franzesi tenevano presidii.
I Genovesi, in ciò compiacendo alla Spagna, avevano dispiaciuto alla Francia, che anch'essa aveva pochi anni innanzi espulsi gl'Ignaziani da' suoi dominii, sì che poco mancò che per questa cagione non si partisse dall'amicizia di Genova. Con acerbissime parole se ne lagnò col senato, protestando che ne avrebbe fatto giusti risentimenti; ed in fatti il re mandò ordine a Marbeuf che tosto sgombrasse dalle piazze dove entrati fossero i Gesuiti.
Non così tosto vide Marbeuf a comparire in Algaiola, Calvi ed Aiaccio gli ospiti che la Spagna espelleva, che, uniformandosi alla volontà del re, le lasciò, ritirando i passi verso Bastia e San Fiorenzo. Subitamente Algaiola venne in potere dei nazionali; per poco anzi stette che Calvi non vi venisse, come vennevi la città di Aiaccio, e la cittadella stessa, la quale, battuta aspramente dai Corsi e ridotta in grandissima necessità di viveri, già stava in sul punto di darsi. Così i Genovesi, per aver dato ricovero agli esuli di Spagna, sdegnarono la Francia, e perdettero parecchi forti ed importanti luoghi; chè i soldati franzesi cessero il luogo ai monaci spagnuoli. Esuli erano questi religiosi, e per tale titolo meritavano che alcuno cura ne prendesse; ma quivi portavano un fatale pregiudizio.Veramente i Corsi se ne prevalevano, nè mai furono così vicini al conseguimento totale dei loro pensieri e di arrivare a quella franchigia che, fin allora stata sanguinosa e torbida, speravano finalmente di vedere felice, lieta e sicura.
Mentre la fortezza di Aiaccio stava in grave pericolo, e nelle altre terre ancor tenute da' Genovesi si trepidava, pervenne avviso che tra Marbeuf e Paoli era stata conchiusa una sospensione di offese da durare insino a che, compiti i quattro anni di soggiorno stati stipulati, i Franzesi dovessero fare la loro partenza dall'isola, il qual termine era di pochi mesi lontano. La Francia minacciosamente affermava di non voler acconsentire ad alcuna prolungazione: assai, diceva, essersi travagliata per quella disordinata Corsica; facessero i Genovesi da sè, e come potevano e come l'intendevano colle loro proprie forze terminassero l'antica lite.
I Gesuiti intanto instavano perchè fosse loro permesso d'introdursi nell'interno del regno per fabbricarvi a loro spese chiese e collegi e adoperarsi allo ammaestramento della gioventù. Paoli ed il supremo consiglio inclinavano a contentarli; ma i professori dell'università con molta costanza si opposero, onde furono loro proibite non solamente le fabbriche, ma ancora l'internarsi nella isola senza un passaporto di Paoli.
Se non che, acconciatesi frattanto le cose tra Spagna e Roma, i Gesuiti tornarono nello Stato pontificio, dove ebbero pur ricetto quelli del regno delle Due Sicilie e dell'isola di Malta, in questo medesimo anno espulsi, quivi alimentati della pensione dai rispettivi sovrani loro assicurata.