MDCCLXVIIIAnno diCristoMDCCLXVIII. IndizioneI.ClementeXIII papa 11.GiuseppeII imperadore 4.Genova si accorse finalmente che bisognava veder la fine di un tormento chela teneva impedita e dolorosa già quasi da un mezzo secolo: soggiogare quei forti e pertinaci isolani da sè non poteva, e colla Francia più non lo sperava. Il mondo aspettava di vedere un'Olanda nel mezzo del Mediterraneo; sorse in quella vece una nuova provincia di Francia.Ai 15 di maggio, dopo di essersi agitate molte pratiche, si fermò finalmente a Versaglies tra la Francia e Genova un accordo appartato da' Corsi, per cui si stipulò che la repubblica cedeva alla Francia il regno di Corsica comprese le fortezze, le artiglierie ed ogni attrezzo militare, con patto però che per le artiglierie e gli attrezzi militari, secondo la stima che se ne farebbe dai periti, il re corrispondesse in denaro l'equivalenza;Che la sovranità del regno apparterrebbe sempre alla repubblica;Che agli antichi proprietarii, mostratene le identità, si restituissero tutti i beni confiscati;Che i Corsi fossero veri sudditi della Francia tutto il tempo che l'isola possederebbe;Che la Francia fosse obbligata a mantenere in Corsica sedici battaglioni;Che guarentirebbe la repubblica dai corsari turchi e corsi, acciocchè la bandiera genovese potesse liberamente trafficare ne' suoi mari.Che il re desse libero possesso della Capraia a Genova.Si sparse prima un certo rumore; poi si ebbe certo avviso del trattato. Quindi si udirono novelle che nei porti della Provenza si allestiva un armamento per portare i nuovi battaglioni nell'isola, cui doveva condurre e governare il marchese di Chauvelin, tenente generale. Arrivarono finalmente avvisi, siccome già nel porto d'Aiaccio erano sbarcati due battaglioni del reggimento di Bretagna.A tal annunzio gl'isolani si commossero a gravissimo sdegno; la padronanza di loro medesimi vedevano in grandissimo pericolo, la libertà parimente,tanto sangue inutilmente sparso, spenti i lunghi desiderii, gli antichi costumi, la nativa lingua stessa andava in dileguo. Bene non isfuggiva loro che la potente mano della Francia avrebbe procacciato la quiete nelle loro città e campagne, e protetto le navigazioni per l'esercizio del commercio: ma i popoli che mirano alla franchigia, non misurano la felicità dalla quiete nè dalla ricchezza; ma stimano pazzamente felicità suprema il travagliarsi nelle faccende pubbliche, il maneggiarsi come pare e piace.Chiamata Paoli in fretta la nazione a parlamento, fecesi la consulta in Corte a dì 22 di maggio; e quivi il generale favellò con temperatissime parole non disgiunte da dignità e fermezza. Sdegno destossi nelle anime feroci che altamente deliberarono. Fu quindi decretato che si crescesse numero ai soldati regolari, che in ogni luogo uniformemente si ordinasse la milizia, che in ogni pieve si annotassero le armi da fuoco, e chi fosse atto a portarle, le pigliasse, e difendesse la patria; che i beni sì mobili che stabili e le mercanzie ed ogni altro fondo fruttifero pagassero una nuova tassa del quattro per migliaio, e quanto la tassa gettasse, tutto s'impiegasse nella bisogna della guerra; che il clero secolare la decima pagasse di tutti i benefizii, ed i regolari cento lire per convento; che fossero vietate le tratte delle biade; che si ordinassero più severe forme di giustizia; che tutte le persone civili non impiegate in servizii pubblici dovessero uscirne a campo per guardia del generale. E chiamavano sacro quel denaro, sacri quei battaglioni, quell'impeto sacro.Quindi parlarono alla gioventù di Corsica, e le infiammative parole trovarono in tutti un'ottima volontà verso la patria. Udivansi pei piani e pei monti grida commiste, un fracasso d'armi, un suonar di corni: tutta la silvestre Corsica si moveva, e nel periglioso cimento si avventava.In questo aspetto ed in mezzo a tantaconcitazione, i Franzesi, portati sulle navi dalla Provenza pervennero sui lidi corsi, e sbarcarono a Bastia, Calvi, Aiaccio, Bonifazio e San Fiorenzo. Consegnate loro dai Genovesi le piazze, le artiglierie e le munizioni, fu levato da Bastia lo stendardo della repubblica, e postolo sulle navi, non senza solennità, il trasportarono col commissario generale a Genova. Fu inalberata su tutte le cime la bandiera franzese.Ora, prima dei lutti, vengono le feste. I Bastiesi, come se temessero che gli altri Corsi abbastanza già non gli odiassero, ne fecero delle belle e grandi, sì che al loro dire e fare parve che già svisceratamente amassero il re di Francia. Cantossi con molta pompa nella franzese Bastia l'inno delle grazie la mattina; la sera poi rallegrò la città una splendida luminaria; il palazzo pretorio tutto risplendette di doppieri all'uso veneziano; sul finestrone di mezzo si leggeva la seguente iscrizione:LVDOVICO XVFRANCORVM, NAVARRAE ET CVRSORVMREGI CHRISTIANISSIMOAVCTIS IMPERII FINIBVS,TRANQVILLITATE PVBLICA ASSERTA,AVGVSTO, PACIFICO, FELICIMAGISTRATVS POPVLVSQVE BASTIENSISFAVSTIS AVSPICIISPLAVDEBANT.Poi sulla destra dello stemma reale, anch'esso circondato di lumi, si vedeva un sole risplendente col motto:Imbres et nubila vincit. Sulla sinistra, la Bastia col rimanente della Corsica e tre gigli col motto:Et Cyrno crescite flores.Che cosa pensassero i Corsi di queste dimostrazioni, non è punto necessario che con parole si scriva.Fermi poi questi primi bollori, dalle feste si fece passo alle finzioni, dalle finzioni poscia alle battaglie. Il duca di Choiseul, ministro del re, scrisse a Paoli, notificandogli che i soldati di Francia nonavrebbero dato veruna molestia allo nazione, che il marchese di Chauvelin, tosto che fosse in Corsica pervenuto, si sarebbe con esso lui accordato, affinchè con buona armonia passassero le cose, che il re accoglieva l'isola sotto l'ombra sua, e prendeva cura della sua felicità. Poi si mandò fuori voce che per certi rispetti si farebbe un po' di guerra, ma senza danno della nazione, perchè le soldatesche regie adoprerebbero di concerto con le corse.I Corsi, che tenevano l'armi in mano, non sapevano che dirsi, ed erano da varii pensieri agitati. Li tolse finalmente dal dubbio un'intimazione fatta da Marbeuf a Paoli: tenere lui ordine dal re di fare che tra Bastia e San Fiorenzo fossero e restassero liberi i passi. Nello stesso tempo si lasciò intendere che voleva che gli fossero cedute le scale dell'isola Rossa, Algaiola, Macinaio e Gornali. Il Corso, che vedeva essere perciò fatto incominciamento di guerra, rispose col sangue avere acquistato que' luoghi, col sangue volerli conservare: bene accorgersi che si voleva privare la nazione della libertà, frutto di tanta guerra.Ora doveva il mondo giudicare se i Corsi, poichè al ferro si veniva, nell'imprender guerra contro la potente Francia, più imprudenti o più prudenti fossero, più temerarii o più coraggiosi. Ripromettevansi i Franzesi di soggiogarli; i Corsi si ripromettevano di poter sostenere quella libertà per cui combattevano fin già da otto lustri: Paoli e Corsica uniti insieme si credevano invincibili.Non così tosto Paoli si avvide, per l'intimazione fatta da Marbeuf e da altri segni che la Francia alle cagioni di Genova e per suo pro veniva a trovare la Corsica coll'armi, e sopra di sè pigliava la guerra, fu reso capace ch'era venuto il tempo di fare gli ultimi sperimenti; laonde applicò il pensiero a prender modo alle difese e ad ordinare quanto per la conservazione della libertà in così estremo caso abbisognasse. Pose in armetutte le milizie, aggiunse nuovi soldati ai reggimenti d'ordinanza; formò campi mobili, mise in forte tutti i luoghi capaci di munizione, e stabilì in somma ogni cosa a valida propugnazione e conservazione dello Stato. E la nazione tutta consentiva con lui: correvano i Corsi ad offrirsi con volontà prontissima. Quelli che militavano ai servigi di Francia, chiesta licenza, si acconciarono volonterosamente a quelli della loro nazione. Narrano che per tanta concitazione, Paoli avesse cinquanta mila uomini tra pagati dallo Stato, o dalle provincie, o dalle pievi, o dai comuni, o da sè medesimi.Paoli aveva sua stanza a Murato con la sua eletta schiera dei mille, aggiuntevi alcune altre: il suo fratello Clemente alloggiava ad Oletta con cinque mila.Stando le cose in questi termini, si venne al paragone dell'armi. Correndo il dì 30 di luglio, i Franzesi andarono alla fazione dello strigarsi le strade tra Bastia e San Fiorenzo. A questo fine, per incontrarsi sul mezzo, partirono Marbeuf dalla prima di dette piazze, ed il maresciallo di campo Grandmaison dalla seconda. Grandmaison spinse i Corsi con molto sangue, poi fu respinto con molto sangue anch'esso. Ingrossò i soldati, vinse in una trincea quarantadue Corsi, che si lasciarono tagliare tutti a pezzi piuttosto che arrendersi, e marciò verso le vie più strette. Combattuto e combattendo si avanzava, volendo passare alla conquista di Olmetta e di Nonza.Marbeuf nel medesimo tempo, partendo da Bastia, s'era avvicinato alle montagne, cacciatosi davanti con uccisione e presura di molti tutte le piccole squadre del nemico, che fecero pruova di contrastargli il passo. Già era pervenuto verso Barbaggio, e già a Patrimonio s'accostava: assalse le due terre, e da ambe fu ribattuto con molto sangue. Volle impadronirsi della sommità di Montebello, e fu lo sforzo indarno. Così successero i fatti di guerra all'ultimo di luglio ed al primo di agosto. Ai 2, Marbeuf si avventòcon più poderose forze contro Barbaggio e Patrimonio. Fuvvi un caldissimo combattere alla seconda di queste terre, che presa e ripresa più volte, dimostrò quanto valorosi fossero ed assalitori e difenditori, ma finalmente cesse in potestà di Francia. E i Franzesi ottennero più facilmente Barbaggio, loro restando da superarsi la forte terra di Furiani, dove reggevano le milizie Nicodemo Pasqualini e Gian Carlo Saliceti, e la torre di Biguglia.Intanto, per la perdita di Patrimonio e di Barbaggio, quasi tutta la provincia del Capo Corso venne in potere dei Franzesi, i quali, possedendo anche la pieve di Sisco, s'impadronirono di Nonza, di Brando e di Erbalunga. Solo ostavano Furiani e Biguglia, onde sicuramente non possedessero il Capo Corso.Giunse in questo mentre in Corsica il marchese di Chauvelin soprattenuto fino allora in viaggio per infermità; nè giunse solo, ma con nuovi soldati, specialmente colla legione reale. Volendo usare l'impressione che credeva avere fatto nella nazione i primi conflitti sull'istmo per cui si va nell'interno del Capo Corso, pubblicò patenti regie, nelle quali parlava il re Luigi: avergli la repubblica di Genova trasmesso la sovranità dell'isola; tanto più volentieri averla accettata, quanto più bramava di procurare felicità a' suoi nuovi sudditi, ai suoi cari popoli di Corsica: volere che si posassero i tumulti che da tanti anni gli agitavano; voler mantenere le promesse per la forma del governo della nazione; sperare che la nazione, godendo i vantaggi della protezione sua, sarebbe per sottomettersi, e non lo ridurrebbe alla necessità di trattarla come ribella; ammonirla che se nell'isola continuassero qualche confusione torbida e mista o la pertinace disobbedienza, ne risulterebbe la distruzione d'un popolo da lui con tanta compiacenza nel numero de' suoi sudditi adottato.Così parlò il re Luigi, nuovo sovrano,ai Corsi; e quindi parlò Chauvelin, che siccome i Corsi Franzesi erano, così comandava che nissun Corso con altra bandiera stesse a navigare fuorchè colla Franzese, ed ogni comandante, padrone, capitano o maestro di nave venisse a levare da lui le nuove patenti e la bandiera bianca.Come ebbero parlato il re e Chauvelin, parlarono i Corsi; cioè per loro il generale ed il consiglio supremo. S'assembrarono a Casinca, s'accordarono, scrissero le loro ragioni e querimonie; ma vane furono le querele, vani i preghi, vane le rimostranze: ai loro instanti desiderii si opponeva una lunga e ben considerata e bene ponderata risoluzione.In settembre si venne novellamente in sul menar le mani ed al combattere le ostinate battaglie. I Franzesi combatterono col solito valore, ma i soldati soli; i Corsi pugnarono con eguale valentia, ma le donne ed i fanciulli con essi. La disciplina prevalse al numero, i Franzesi conquistarono la provincia del Nebbio, ritiratisi i due Paoli, non isbandati, ma congregati, ai luoghi più sicuri verso le montagne di Tenda e di Lento, per non mettere a cimento tutta la somma delle cose in una giornata campale e giudicativa. Sottomesso il Nebbio, i soldati di Chauvelin si scagliarono contro Furiani e Biguglia, e prima questa, poi quella, più sopraffatte che vinte, cedettero.Infrattanto sbarcato era in Calvi il colonnello Buttafuoco, che venia di Francia desideroso che l'isola a buone condizioni si acconciasse con chi più poteva. Gridava pace, la resistenza vana stimava, predicava la sommessione per forza più acerba che per voglia. Ne scrisse a Paoli che allora era in alloggiamento a Rostino; avvertendo che quelli che vogliono sopravvincere perdono, e pregandolo che impiegasse ogni suo uffizio, usasse l'autorità ed il credito per fare che i popoli di queto alla Francia si assoggettassero. Ebbe risposta, ma non quale la desiderava, imperocchè Paoli gli diceva: averei Corsi fatta una giusta presa d'armi, volere la libertà, averla a note indelebili ne' loro animi scolpita, lui volergliela conservare; per sè non combattere, ma per tutti; tal essere il dover suo; volgesse poi la fortuna le sorti della Corsica come volesse, o che a libertà la destinasse od a servitù.In questo mezzo tempo arrivarono nuovi soldati di Francia, sforzo pur troppo grande per una Corsica, ma da cui si vedeva manifestamente che il re Luigi aveva ad ogni modo fisso il pensiero nella conquista. Paoli temè de' deboli, chiamò in sussidio la religione, e fe' replicare ai capi il giuramento del 1764, che qui sotto si trascrive, quantunque in esso si leggano alcune espressioni che più non si appropriano al caso presente.«Noi giuriamo, e prendiamo Dio per testimonio, che vogliamo piuttosto morire che fare alcun trattato colla repubblica di Genova, e di nuovo sottometterci al suo dominio. Se le potenze dell'Europa, e soprattutto la Francia, non hanno pietà di noi, e vogliono contro di noi armarsi e tentare di abbatterci, rispingeremo la forza colla forza. Combatteremo come disperati, che hanno risoluto di vincere o di morire, sino a che siano affatto abbattute le nostre forze, e l'armi ci cadano di mano. Allora la nostra disperazione c'incoraggerà ad imitare i Sagontini, vale a dire, ci getteremo piuttosto nelle fiamme che sottometterci al giogo insopportabile dei Genovesi.»Tale giuramento, fatto quattro anni innanzi contro Genova, ora il voltavano contro la Francia.Alle raccontate fazioni ed esortazioni s'infiammavano vieppiù da ambe le parti gli spiriti, e con maggior calore si ricominciarono le battaglie. I Franzesi, condotti dal marchese d'Arcambal, passato il Golo ed entrati in Casinca, occupato avevano il Vescovato, Venzolasca, Oreto e la Penta, passo di grande importanza, perchè apre l'adito ai monti; aiquali progressi, cedendo alla forza sopravanzante, s'erano sottomessi la pieve di Tavagna, alcuni paesi d'Orezza ed una parte della Casinca. Non mai ebbero i Franzesi più fondata speranza di terminare felicemente la loro impresa, come dopo l'acquisto della Casinca e di Tavagna, paesi di gran momento, perchè da essi sono solite a prendere esempio le altre popolazioni marittime delle parti orientali dell'isola; e, ciò che più favoriva il loro proposito, era che i popoli di quelle terre, spaventati dall'aspetto sinistro delle cose, da sè medesimi si davano e correvano all'obbedienza.I capi di Corsica videro il pericolo, e non se ne sgomentarono. Per isturbare quegli acquisti a' Franzesi, adunaronsi in Rostino, rassegnarono tutti gli uomini abili all'armi tanto delle pievi vicine quanto di quelle prossime a Corte, e ragunatili, deliberarono di scendere alla riconquista de' luoghi perduti. Uomini erano fortissimi di cuore, infiammatissimi ne' desiderii; e per vieppiù accenderli, Paoli loro parlò, conchiudendo il caldissimo discorso con queste parole: «Di Sampiero ricordatevi, e me seguite; vittoria vi prometto, ed avrete vittoria.»Così detto, Paoli trasse una pistola, e, sguainata la spada, si mosse il primo, verso la sottoposta Casinca avventandosi. Il seguitarono avidissimi del nemico sangue, e: «Moriamo, moriamo per la Corsica (gridavano), moriamo pel duce nostro, moriamo per la libertà.» E così gridando e fremendo, calavano con le robuste piante da quegli aspri gioghi.Si fecero avanti per due strade, l'una più su per piombare sopra Orezza, l'altra sotto, per a Sant'Antonio, onde accennare contro il Vescovato. Mescolaronsi ferocemente Franzesi con Corsi; cedevano ora questi ora quelli alternamente vincitori o vinti. Il fine fu che i Corsi riacquistarono Penta superiormente, Venzolasca inferiormente.L'acquisto della Penta diede loro piùgrande ardimento. Perciò, passato il Golo, guadagnarono paese sulla sinistra del fiume, presero Murato e ricuperarono buona parte del Nebbio superiore. Fecero in Murato una ricca preda, togliendo a Grandmaison, posto in fuga, i bagagli, le tende e due pezzi di cannone. Di tal maniera furono compressi i Franzesi nel Nebbio, che già i loro nemici si approssimavano a San Fiorenzo; tornati alla Corsica Barbaggio, Patrimonio e Furinole.I Franzesi s'erano fatti forti a Loreto con animo di allargarsi vieppiù. I Corsi, per turbar loro i disegni, andarono a sloggiarli, a fine di spazzare tutta la Casinca. Per ben sette ore durò l'assalto della terra, cui finalmente più non potendo i difensori sostenere, perchè continuamente arrivava a Paoli nuova gente delle montagne, cessero e fecer opera di ritirarsi, lasciando, non solamente Loreto ma ancora Vescovato ed altri luoghi di quella provincia, per cercar ricovero oltre il Golo contro la furia corsa, che li perseguitava.Fuggivano i Franzesi inseguiti ed incalzati da' Corsi, i quali, siccome abili imberciatori, ne facevano grande scempio. Molto anzi maggiore danno avrebbero patito, se i loro persecutori, irritati contro di que' popoli che di volontà si erano dati, non si fossero messi in sul saccheggiare il paese, di maniera che la ruina de' Corsi che s'erano sottomessi fu al tutto la loro salute; però lasciando in potere de' vincitori quattro cannoni.L'avveduto Clemente Paoli, prevedendo che i fuggitivi sarebbero concorsi al ponte del lago Benedetto, per ivi passare il fiume, corse avanti, e l'occupò; il che pose in quasi totale disperazione i vinti. Arrivati al fiume, e vedutolo gonfio ed alto, si arrestarono. Sopraggiungevano a torme i Corsi animati dal furore, dal numero, dalla vittoria: fecero i Franzesi qualche testa, ma ormai vedevano l'ultimo loro eccidio, se non passavano. Misersi all'acqua, le onde furiose li trasportavano,i Corsi furibondi li saettavano con le archibugiate giuste, molti perirono affogati, molti coi corpi trafitti dalle palle, mescolando il loro sangue colle acque del fiume, e fiume funesto fu il Golo pei Franzesi in quel terribile punto: seicento soli si ridussero a salvamento sulla sinistra sponda, e drizzarono i passi verso il borgo di Mariana.Desideravano i Franzesi di conservare in loro potestà quel borgo come terra che poteva facilitare di nuovo il passo del Golo, e per essere quasi antibaluardo di Bastia. Ondechè non così tosto vi pervennero, che si diedero a fortificarlo, cingendolo d'ogni intorno di terrapieni e fossi, e chiamando da Bastia nuove provvisioni di artiglierie e di munizioni così da guerra che da bocca.Ma i Corsi quella terra ad ogni costo occupare volevano, sì perchè credevano necessario, a maggiore fracassamento del nemico, di seguitare l'impeto della vittoria, e sì ancora perchè la possessione di Mariana dava loro facoltà di andar a romoreggiare sin sotto le mura di Furiani e di far accorti i Bastiesi che ancora a loro spavento ondeggiavano in aria le insegne del Moro.Paoli s'infiammò, incalzò, corse; i compagni le sue pedate seguitavano sonando. Quindi, per far maggiore l'oste sua vincitrice, comandò a Mario Cottoni che venisse da Aleria, a Giannantonio Arrighi da Corte, a Giulio Serpentini da terra del Comune; e in fatti giunsero sull'imbrunire, verso notte, a Mariana, e ne occuparono le pendici esteriori; poi fecero una circondazione, e scavarono ed ammontarono la terra d'ogni intorno. L'assaltarono da presso, da lontano l'assediarono; Saliceti, Grimaldi, Raffaelli, Agostini da Ponente, Gafforio, Gavini da Levante si posarono vicini alla terra e senza tregua l'infestavano colle artiglierie. Gli altri si alloggiarono più alla larga, per impedire le vettovaglie e gli aiuti; Clemente Paoli alla strada che porta al Nebbio, Serpentini alla Serra, Pasqualinipresso a Luciana per guardare quelle alture, il generalissimo poi in Luciana per essere in pronto di sopravvedere ogni cosa da quella eminenza, e di soccorrere ove abbisognasse.Chauvelin, avuto avviso del pericolo de' suoi che se ne stavano serrati in Mariana, si deliberò immantinente di accorrere in aiuto, movendosi da Bastia con tre mila uomini bene armati. Siccome poi era pratico capitano, volendo dar favore al suo movimento anche da un'altra parte, mandò comandando a Grandmaison che, da Oletta scendendo, venisse a battere le strade verso Mariana, sperando per tal modo di mettere i Corsi in mezzo. Mosse in fatti Grandmaison e affrettava verso Mariana i passi; ma i nazionali, che avevano avuto avviso dell'intenzione e del movimento, s'interposero di mezzo tra San Fiorenzo e il Borgo, alloggiandosi alle strette delle alture di Rutali in così grosso numero, che il Franzese stimò che non fosse bene di venire ad un cimento di troppo eccessivo pericolo. Per la qual cosa, non che tentasse di sloggiarli, se ne ritornò e rimase in Oletta, senza che perciò Chauvelin, non ostante che perduto avesse la speranza della sua cooperazione, volesse deporre il pensiero di dar l'assalto a chi assaltava Mariana, credendosi da sè solo bastante a compir l'impresa, e nel suo disegno secondato da Marbeuf, ch'era con lui.Si aperse il dì 9 d'ottobre, che dovea vedere una grave contesa fra due forti nazioni. Distribuite le vicende, i Franzesi andarono alla fazione divisi in tre parti: Marbeuf assalì con un impeto incredibile le trincee dei Corsi; il conte di Narbona si scagliò con non minor valore contro la terra; e quelli stessi che la terra custodivano, saltando fuori dal loro ripostiglio, urtarono dalla loro banda chi gli assediava. In questi sanguinosi fatti e Franzesi e Corsi fecero cose degne di guerrieri impavidi e valentissimi, bene gli uni e gli altri sostenendo il nome che portavano, sì chel'asprissimo conflitto durò per ben dieci ore. Marbeuf, contuttochè con tutte le forze si travagliasse, non potè ottenere l'intento di cacciare l'inimico dalle trincee; imperciocchè con quanto vigore urtava, con altrettanto era riurtato, nè il corso volle cedere al valore franzese. Dal suo lato Narbona avea giù fatto qualche progresso, perchè, assalite furiosamente le sei case fortificate dai Corsi, tre ne avea recato in suo potere e tempestava tuttavia contro le tre altre che restavano a superarsi. Ma in quel fatale momento essendo stato obbligato a soprastare alquanto, perchè gli mancavano le scuri per ispaccare ed i petardi per rompere, si trovò esposto a così grave e fitto bersaglio, che, disperando del fine, e ribattuto violentamente indietro da quei di dentro, lasciò l'impresa e retrocesse verso il Marbeuf, il quale ancor esso si era ritirato indietro dall'assalto. Quanto a quella colonna degli assediati uscita del suo ricinto, con tanto furore e tale tempesta fu dai Corsi investita che restò tagliata a pezzi tutta, salvo dodici o quindici, che ebbero per bella fortuna il poter rinserrarsi nelle mura.Ultimamente Chauvelin, veduto l'esito infelice de' suoi tentativi, chiamò a raccolta, e viaggiando fra le tenebre della notte, in quel mentre sopraggiunta, si ritirò al campo di Santa Maria dell'Orto ed a Bastia. L'ebbero i nazionali seguitato, e come gli avevano ucciso molta gente nella battaglia, così molta glie ne trafissero a morte nella ritirata. Sommò il numero de' suoi morti intorno a cinquecento, e in assai maggior numero furono i feriti. Lo stesso Marbeuf toccò una ferita nella spalla, il colonnello del reggimento di Rouergue in una gamba, il colonnello del reggimento sassone nel ventre. Gli assediati in Mariana, ch'erano in numero più di cinquecento, perduta ogni speranza di soccorso, si arresero, e furono condotti a Corte. A questo modo Paoli vinse Chauvelin.Ricevettero i Franzesi in questo fattouna gran percossa. In balìa dei vincitori rimasero intorno a due mila archibusi, tre cannoni di bronzo, dodici casse di polvere, diciassette mila cartocci ed altri militari stromenti ed attrezzi.La vittoria di Mariana diede maggior animo ai Corsi per modo che vieppiù a loro medesimi persuasero che Paoli fosse il guerriero nato per fondare la loro libertà. E veramente nei preparamenti e nella condotta della battaglia il generale corso dimostrò un'arte squisitissima; nè i suoi Corsi gli mancarono di assistenza, perchè con un valore, anzi con una ostinazione estrema combatterono.La stagione diveniva ormai sinistra, nè più si poteva campeggiare all'aperto, condizione favorevole ai Corsi, contraria ai Franzesi, per esser quelli avezzi a quel cielo e contentarsi di poco per vivere, mentre l'insolito clima domava questi, nè potevano le provvisioni abbondare alle squadre isolate, posciachè i Corsi, attentissimi ad ogni mossa, velocissimi di natura e per esercizio, e conoscitori perfettissimi d'ogni strada più nascosta, sopravvenivano agevolmente ed improvvisamente e arraffavano le vettovaglie o le tenevano impedite.Il generale di Francia, vedendo la necessità di cessare dalla guerra pei tempi avversi, e desiderando di distribuire in istanze invernali più comode i soldati, s'ingegnava di allargarsi; nell'esecuzione del quale proposito succedevano spesse ed aspre zuffe fra i due popoli nemici, cotanto l'uno contro l'altro instizziti. E fra le altre una ve ne fu tra i Franzesi comandati dal conte di Coigny, che voleva impadronirsi di Murato, ed i Corsi che impedire ne lo volevano, nella quale, colto il giovane Franzese in un'imboscata, benchè forte fosse e valorosamente si difendesse, rimase morto per una palla d'archibuso che lo colpì. Morto Coigny, i suoi compagni ritrassero i passi a tutta fretta, seguitati senza posa dai Paolisti, che gl'incalzavanocolle sciabole, cogli stiletti e colle baionette, sì che in questa piuttosto battaglia giusta, che piccola scaramuccia, perì la metà di loro, diciassette uffiziali parte morti, parte feriti, e con essi moltissimi gregarii.In quest'anno furono i Gesuiti espulsi dallo Stato di Parma, tra il quale e la corte di Roma allora più grave contestazione si accese, che, per aver avuto termine nel seguente anno, a quello differiamo il tenerne parola, anche per non interromperne il filo incominciato che abbiasi una volta a tesserne l'istoria. Se non che gioverà fin d'ora notare che, presa parte in quella contesa dalle case di Borbone, il re di Francia fece, a danno della santa Sede, occupare il contado avignonese, e quello di Napoli mandò le sue truppe ad impossessarsi, in pregiudizio della medesima, dei ducati di Benevento e Pontecorvo.
Genova si accorse finalmente che bisognava veder la fine di un tormento chela teneva impedita e dolorosa già quasi da un mezzo secolo: soggiogare quei forti e pertinaci isolani da sè non poteva, e colla Francia più non lo sperava. Il mondo aspettava di vedere un'Olanda nel mezzo del Mediterraneo; sorse in quella vece una nuova provincia di Francia.
Ai 15 di maggio, dopo di essersi agitate molte pratiche, si fermò finalmente a Versaglies tra la Francia e Genova un accordo appartato da' Corsi, per cui si stipulò che la repubblica cedeva alla Francia il regno di Corsica comprese le fortezze, le artiglierie ed ogni attrezzo militare, con patto però che per le artiglierie e gli attrezzi militari, secondo la stima che se ne farebbe dai periti, il re corrispondesse in denaro l'equivalenza;
Che la sovranità del regno apparterrebbe sempre alla repubblica;
Che agli antichi proprietarii, mostratene le identità, si restituissero tutti i beni confiscati;
Che i Corsi fossero veri sudditi della Francia tutto il tempo che l'isola possederebbe;
Che la Francia fosse obbligata a mantenere in Corsica sedici battaglioni;
Che guarentirebbe la repubblica dai corsari turchi e corsi, acciocchè la bandiera genovese potesse liberamente trafficare ne' suoi mari.
Che il re desse libero possesso della Capraia a Genova.
Si sparse prima un certo rumore; poi si ebbe certo avviso del trattato. Quindi si udirono novelle che nei porti della Provenza si allestiva un armamento per portare i nuovi battaglioni nell'isola, cui doveva condurre e governare il marchese di Chauvelin, tenente generale. Arrivarono finalmente avvisi, siccome già nel porto d'Aiaccio erano sbarcati due battaglioni del reggimento di Bretagna.
A tal annunzio gl'isolani si commossero a gravissimo sdegno; la padronanza di loro medesimi vedevano in grandissimo pericolo, la libertà parimente,tanto sangue inutilmente sparso, spenti i lunghi desiderii, gli antichi costumi, la nativa lingua stessa andava in dileguo. Bene non isfuggiva loro che la potente mano della Francia avrebbe procacciato la quiete nelle loro città e campagne, e protetto le navigazioni per l'esercizio del commercio: ma i popoli che mirano alla franchigia, non misurano la felicità dalla quiete nè dalla ricchezza; ma stimano pazzamente felicità suprema il travagliarsi nelle faccende pubbliche, il maneggiarsi come pare e piace.
Chiamata Paoli in fretta la nazione a parlamento, fecesi la consulta in Corte a dì 22 di maggio; e quivi il generale favellò con temperatissime parole non disgiunte da dignità e fermezza. Sdegno destossi nelle anime feroci che altamente deliberarono. Fu quindi decretato che si crescesse numero ai soldati regolari, che in ogni luogo uniformemente si ordinasse la milizia, che in ogni pieve si annotassero le armi da fuoco, e chi fosse atto a portarle, le pigliasse, e difendesse la patria; che i beni sì mobili che stabili e le mercanzie ed ogni altro fondo fruttifero pagassero una nuova tassa del quattro per migliaio, e quanto la tassa gettasse, tutto s'impiegasse nella bisogna della guerra; che il clero secolare la decima pagasse di tutti i benefizii, ed i regolari cento lire per convento; che fossero vietate le tratte delle biade; che si ordinassero più severe forme di giustizia; che tutte le persone civili non impiegate in servizii pubblici dovessero uscirne a campo per guardia del generale. E chiamavano sacro quel denaro, sacri quei battaglioni, quell'impeto sacro.
Quindi parlarono alla gioventù di Corsica, e le infiammative parole trovarono in tutti un'ottima volontà verso la patria. Udivansi pei piani e pei monti grida commiste, un fracasso d'armi, un suonar di corni: tutta la silvestre Corsica si moveva, e nel periglioso cimento si avventava.
In questo aspetto ed in mezzo a tantaconcitazione, i Franzesi, portati sulle navi dalla Provenza pervennero sui lidi corsi, e sbarcarono a Bastia, Calvi, Aiaccio, Bonifazio e San Fiorenzo. Consegnate loro dai Genovesi le piazze, le artiglierie e le munizioni, fu levato da Bastia lo stendardo della repubblica, e postolo sulle navi, non senza solennità, il trasportarono col commissario generale a Genova. Fu inalberata su tutte le cime la bandiera franzese.
Ora, prima dei lutti, vengono le feste. I Bastiesi, come se temessero che gli altri Corsi abbastanza già non gli odiassero, ne fecero delle belle e grandi, sì che al loro dire e fare parve che già svisceratamente amassero il re di Francia. Cantossi con molta pompa nella franzese Bastia l'inno delle grazie la mattina; la sera poi rallegrò la città una splendida luminaria; il palazzo pretorio tutto risplendette di doppieri all'uso veneziano; sul finestrone di mezzo si leggeva la seguente iscrizione:
LVDOVICO XVFRANCORVM, NAVARRAE ET CVRSORVMREGI CHRISTIANISSIMOAVCTIS IMPERII FINIBVS,TRANQVILLITATE PVBLICA ASSERTA,AVGVSTO, PACIFICO, FELICIMAGISTRATVS POPVLVSQVE BASTIENSISFAVSTIS AVSPICIISPLAVDEBANT.
Poi sulla destra dello stemma reale, anch'esso circondato di lumi, si vedeva un sole risplendente col motto:Imbres et nubila vincit. Sulla sinistra, la Bastia col rimanente della Corsica e tre gigli col motto:Et Cyrno crescite flores.
Che cosa pensassero i Corsi di queste dimostrazioni, non è punto necessario che con parole si scriva.
Fermi poi questi primi bollori, dalle feste si fece passo alle finzioni, dalle finzioni poscia alle battaglie. Il duca di Choiseul, ministro del re, scrisse a Paoli, notificandogli che i soldati di Francia nonavrebbero dato veruna molestia allo nazione, che il marchese di Chauvelin, tosto che fosse in Corsica pervenuto, si sarebbe con esso lui accordato, affinchè con buona armonia passassero le cose, che il re accoglieva l'isola sotto l'ombra sua, e prendeva cura della sua felicità. Poi si mandò fuori voce che per certi rispetti si farebbe un po' di guerra, ma senza danno della nazione, perchè le soldatesche regie adoprerebbero di concerto con le corse.
I Corsi, che tenevano l'armi in mano, non sapevano che dirsi, ed erano da varii pensieri agitati. Li tolse finalmente dal dubbio un'intimazione fatta da Marbeuf a Paoli: tenere lui ordine dal re di fare che tra Bastia e San Fiorenzo fossero e restassero liberi i passi. Nello stesso tempo si lasciò intendere che voleva che gli fossero cedute le scale dell'isola Rossa, Algaiola, Macinaio e Gornali. Il Corso, che vedeva essere perciò fatto incominciamento di guerra, rispose col sangue avere acquistato que' luoghi, col sangue volerli conservare: bene accorgersi che si voleva privare la nazione della libertà, frutto di tanta guerra.
Ora doveva il mondo giudicare se i Corsi, poichè al ferro si veniva, nell'imprender guerra contro la potente Francia, più imprudenti o più prudenti fossero, più temerarii o più coraggiosi. Ripromettevansi i Franzesi di soggiogarli; i Corsi si ripromettevano di poter sostenere quella libertà per cui combattevano fin già da otto lustri: Paoli e Corsica uniti insieme si credevano invincibili.
Non così tosto Paoli si avvide, per l'intimazione fatta da Marbeuf e da altri segni che la Francia alle cagioni di Genova e per suo pro veniva a trovare la Corsica coll'armi, e sopra di sè pigliava la guerra, fu reso capace ch'era venuto il tempo di fare gli ultimi sperimenti; laonde applicò il pensiero a prender modo alle difese e ad ordinare quanto per la conservazione della libertà in così estremo caso abbisognasse. Pose in armetutte le milizie, aggiunse nuovi soldati ai reggimenti d'ordinanza; formò campi mobili, mise in forte tutti i luoghi capaci di munizione, e stabilì in somma ogni cosa a valida propugnazione e conservazione dello Stato. E la nazione tutta consentiva con lui: correvano i Corsi ad offrirsi con volontà prontissima. Quelli che militavano ai servigi di Francia, chiesta licenza, si acconciarono volonterosamente a quelli della loro nazione. Narrano che per tanta concitazione, Paoli avesse cinquanta mila uomini tra pagati dallo Stato, o dalle provincie, o dalle pievi, o dai comuni, o da sè medesimi.
Paoli aveva sua stanza a Murato con la sua eletta schiera dei mille, aggiuntevi alcune altre: il suo fratello Clemente alloggiava ad Oletta con cinque mila.
Stando le cose in questi termini, si venne al paragone dell'armi. Correndo il dì 30 di luglio, i Franzesi andarono alla fazione dello strigarsi le strade tra Bastia e San Fiorenzo. A questo fine, per incontrarsi sul mezzo, partirono Marbeuf dalla prima di dette piazze, ed il maresciallo di campo Grandmaison dalla seconda. Grandmaison spinse i Corsi con molto sangue, poi fu respinto con molto sangue anch'esso. Ingrossò i soldati, vinse in una trincea quarantadue Corsi, che si lasciarono tagliare tutti a pezzi piuttosto che arrendersi, e marciò verso le vie più strette. Combattuto e combattendo si avanzava, volendo passare alla conquista di Olmetta e di Nonza.
Marbeuf nel medesimo tempo, partendo da Bastia, s'era avvicinato alle montagne, cacciatosi davanti con uccisione e presura di molti tutte le piccole squadre del nemico, che fecero pruova di contrastargli il passo. Già era pervenuto verso Barbaggio, e già a Patrimonio s'accostava: assalse le due terre, e da ambe fu ribattuto con molto sangue. Volle impadronirsi della sommità di Montebello, e fu lo sforzo indarno. Così successero i fatti di guerra all'ultimo di luglio ed al primo di agosto. Ai 2, Marbeuf si avventòcon più poderose forze contro Barbaggio e Patrimonio. Fuvvi un caldissimo combattere alla seconda di queste terre, che presa e ripresa più volte, dimostrò quanto valorosi fossero ed assalitori e difenditori, ma finalmente cesse in potestà di Francia. E i Franzesi ottennero più facilmente Barbaggio, loro restando da superarsi la forte terra di Furiani, dove reggevano le milizie Nicodemo Pasqualini e Gian Carlo Saliceti, e la torre di Biguglia.
Intanto, per la perdita di Patrimonio e di Barbaggio, quasi tutta la provincia del Capo Corso venne in potere dei Franzesi, i quali, possedendo anche la pieve di Sisco, s'impadronirono di Nonza, di Brando e di Erbalunga. Solo ostavano Furiani e Biguglia, onde sicuramente non possedessero il Capo Corso.
Giunse in questo mentre in Corsica il marchese di Chauvelin soprattenuto fino allora in viaggio per infermità; nè giunse solo, ma con nuovi soldati, specialmente colla legione reale. Volendo usare l'impressione che credeva avere fatto nella nazione i primi conflitti sull'istmo per cui si va nell'interno del Capo Corso, pubblicò patenti regie, nelle quali parlava il re Luigi: avergli la repubblica di Genova trasmesso la sovranità dell'isola; tanto più volentieri averla accettata, quanto più bramava di procurare felicità a' suoi nuovi sudditi, ai suoi cari popoli di Corsica: volere che si posassero i tumulti che da tanti anni gli agitavano; voler mantenere le promesse per la forma del governo della nazione; sperare che la nazione, godendo i vantaggi della protezione sua, sarebbe per sottomettersi, e non lo ridurrebbe alla necessità di trattarla come ribella; ammonirla che se nell'isola continuassero qualche confusione torbida e mista o la pertinace disobbedienza, ne risulterebbe la distruzione d'un popolo da lui con tanta compiacenza nel numero de' suoi sudditi adottato.
Così parlò il re Luigi, nuovo sovrano,ai Corsi; e quindi parlò Chauvelin, che siccome i Corsi Franzesi erano, così comandava che nissun Corso con altra bandiera stesse a navigare fuorchè colla Franzese, ed ogni comandante, padrone, capitano o maestro di nave venisse a levare da lui le nuove patenti e la bandiera bianca.
Come ebbero parlato il re e Chauvelin, parlarono i Corsi; cioè per loro il generale ed il consiglio supremo. S'assembrarono a Casinca, s'accordarono, scrissero le loro ragioni e querimonie; ma vane furono le querele, vani i preghi, vane le rimostranze: ai loro instanti desiderii si opponeva una lunga e ben considerata e bene ponderata risoluzione.
In settembre si venne novellamente in sul menar le mani ed al combattere le ostinate battaglie. I Franzesi combatterono col solito valore, ma i soldati soli; i Corsi pugnarono con eguale valentia, ma le donne ed i fanciulli con essi. La disciplina prevalse al numero, i Franzesi conquistarono la provincia del Nebbio, ritiratisi i due Paoli, non isbandati, ma congregati, ai luoghi più sicuri verso le montagne di Tenda e di Lento, per non mettere a cimento tutta la somma delle cose in una giornata campale e giudicativa. Sottomesso il Nebbio, i soldati di Chauvelin si scagliarono contro Furiani e Biguglia, e prima questa, poi quella, più sopraffatte che vinte, cedettero.
Infrattanto sbarcato era in Calvi il colonnello Buttafuoco, che venia di Francia desideroso che l'isola a buone condizioni si acconciasse con chi più poteva. Gridava pace, la resistenza vana stimava, predicava la sommessione per forza più acerba che per voglia. Ne scrisse a Paoli che allora era in alloggiamento a Rostino; avvertendo che quelli che vogliono sopravvincere perdono, e pregandolo che impiegasse ogni suo uffizio, usasse l'autorità ed il credito per fare che i popoli di queto alla Francia si assoggettassero. Ebbe risposta, ma non quale la desiderava, imperocchè Paoli gli diceva: averei Corsi fatta una giusta presa d'armi, volere la libertà, averla a note indelebili ne' loro animi scolpita, lui volergliela conservare; per sè non combattere, ma per tutti; tal essere il dover suo; volgesse poi la fortuna le sorti della Corsica come volesse, o che a libertà la destinasse od a servitù.
In questo mezzo tempo arrivarono nuovi soldati di Francia, sforzo pur troppo grande per una Corsica, ma da cui si vedeva manifestamente che il re Luigi aveva ad ogni modo fisso il pensiero nella conquista. Paoli temè de' deboli, chiamò in sussidio la religione, e fe' replicare ai capi il giuramento del 1764, che qui sotto si trascrive, quantunque in esso si leggano alcune espressioni che più non si appropriano al caso presente.
«Noi giuriamo, e prendiamo Dio per testimonio, che vogliamo piuttosto morire che fare alcun trattato colla repubblica di Genova, e di nuovo sottometterci al suo dominio. Se le potenze dell'Europa, e soprattutto la Francia, non hanno pietà di noi, e vogliono contro di noi armarsi e tentare di abbatterci, rispingeremo la forza colla forza. Combatteremo come disperati, che hanno risoluto di vincere o di morire, sino a che siano affatto abbattute le nostre forze, e l'armi ci cadano di mano. Allora la nostra disperazione c'incoraggerà ad imitare i Sagontini, vale a dire, ci getteremo piuttosto nelle fiamme che sottometterci al giogo insopportabile dei Genovesi.»
Tale giuramento, fatto quattro anni innanzi contro Genova, ora il voltavano contro la Francia.
Alle raccontate fazioni ed esortazioni s'infiammavano vieppiù da ambe le parti gli spiriti, e con maggior calore si ricominciarono le battaglie. I Franzesi, condotti dal marchese d'Arcambal, passato il Golo ed entrati in Casinca, occupato avevano il Vescovato, Venzolasca, Oreto e la Penta, passo di grande importanza, perchè apre l'adito ai monti; aiquali progressi, cedendo alla forza sopravanzante, s'erano sottomessi la pieve di Tavagna, alcuni paesi d'Orezza ed una parte della Casinca. Non mai ebbero i Franzesi più fondata speranza di terminare felicemente la loro impresa, come dopo l'acquisto della Casinca e di Tavagna, paesi di gran momento, perchè da essi sono solite a prendere esempio le altre popolazioni marittime delle parti orientali dell'isola; e, ciò che più favoriva il loro proposito, era che i popoli di quelle terre, spaventati dall'aspetto sinistro delle cose, da sè medesimi si davano e correvano all'obbedienza.
I capi di Corsica videro il pericolo, e non se ne sgomentarono. Per isturbare quegli acquisti a' Franzesi, adunaronsi in Rostino, rassegnarono tutti gli uomini abili all'armi tanto delle pievi vicine quanto di quelle prossime a Corte, e ragunatili, deliberarono di scendere alla riconquista de' luoghi perduti. Uomini erano fortissimi di cuore, infiammatissimi ne' desiderii; e per vieppiù accenderli, Paoli loro parlò, conchiudendo il caldissimo discorso con queste parole: «Di Sampiero ricordatevi, e me seguite; vittoria vi prometto, ed avrete vittoria.»
Così detto, Paoli trasse una pistola, e, sguainata la spada, si mosse il primo, verso la sottoposta Casinca avventandosi. Il seguitarono avidissimi del nemico sangue, e: «Moriamo, moriamo per la Corsica (gridavano), moriamo pel duce nostro, moriamo per la libertà.» E così gridando e fremendo, calavano con le robuste piante da quegli aspri gioghi.
Si fecero avanti per due strade, l'una più su per piombare sopra Orezza, l'altra sotto, per a Sant'Antonio, onde accennare contro il Vescovato. Mescolaronsi ferocemente Franzesi con Corsi; cedevano ora questi ora quelli alternamente vincitori o vinti. Il fine fu che i Corsi riacquistarono Penta superiormente, Venzolasca inferiormente.
L'acquisto della Penta diede loro piùgrande ardimento. Perciò, passato il Golo, guadagnarono paese sulla sinistra del fiume, presero Murato e ricuperarono buona parte del Nebbio superiore. Fecero in Murato una ricca preda, togliendo a Grandmaison, posto in fuga, i bagagli, le tende e due pezzi di cannone. Di tal maniera furono compressi i Franzesi nel Nebbio, che già i loro nemici si approssimavano a San Fiorenzo; tornati alla Corsica Barbaggio, Patrimonio e Furinole.
I Franzesi s'erano fatti forti a Loreto con animo di allargarsi vieppiù. I Corsi, per turbar loro i disegni, andarono a sloggiarli, a fine di spazzare tutta la Casinca. Per ben sette ore durò l'assalto della terra, cui finalmente più non potendo i difensori sostenere, perchè continuamente arrivava a Paoli nuova gente delle montagne, cessero e fecer opera di ritirarsi, lasciando, non solamente Loreto ma ancora Vescovato ed altri luoghi di quella provincia, per cercar ricovero oltre il Golo contro la furia corsa, che li perseguitava.
Fuggivano i Franzesi inseguiti ed incalzati da' Corsi, i quali, siccome abili imberciatori, ne facevano grande scempio. Molto anzi maggiore danno avrebbero patito, se i loro persecutori, irritati contro di que' popoli che di volontà si erano dati, non si fossero messi in sul saccheggiare il paese, di maniera che la ruina de' Corsi che s'erano sottomessi fu al tutto la loro salute; però lasciando in potere de' vincitori quattro cannoni.
L'avveduto Clemente Paoli, prevedendo che i fuggitivi sarebbero concorsi al ponte del lago Benedetto, per ivi passare il fiume, corse avanti, e l'occupò; il che pose in quasi totale disperazione i vinti. Arrivati al fiume, e vedutolo gonfio ed alto, si arrestarono. Sopraggiungevano a torme i Corsi animati dal furore, dal numero, dalla vittoria: fecero i Franzesi qualche testa, ma ormai vedevano l'ultimo loro eccidio, se non passavano. Misersi all'acqua, le onde furiose li trasportavano,i Corsi furibondi li saettavano con le archibugiate giuste, molti perirono affogati, molti coi corpi trafitti dalle palle, mescolando il loro sangue colle acque del fiume, e fiume funesto fu il Golo pei Franzesi in quel terribile punto: seicento soli si ridussero a salvamento sulla sinistra sponda, e drizzarono i passi verso il borgo di Mariana.
Desideravano i Franzesi di conservare in loro potestà quel borgo come terra che poteva facilitare di nuovo il passo del Golo, e per essere quasi antibaluardo di Bastia. Ondechè non così tosto vi pervennero, che si diedero a fortificarlo, cingendolo d'ogni intorno di terrapieni e fossi, e chiamando da Bastia nuove provvisioni di artiglierie e di munizioni così da guerra che da bocca.
Ma i Corsi quella terra ad ogni costo occupare volevano, sì perchè credevano necessario, a maggiore fracassamento del nemico, di seguitare l'impeto della vittoria, e sì ancora perchè la possessione di Mariana dava loro facoltà di andar a romoreggiare sin sotto le mura di Furiani e di far accorti i Bastiesi che ancora a loro spavento ondeggiavano in aria le insegne del Moro.
Paoli s'infiammò, incalzò, corse; i compagni le sue pedate seguitavano sonando. Quindi, per far maggiore l'oste sua vincitrice, comandò a Mario Cottoni che venisse da Aleria, a Giannantonio Arrighi da Corte, a Giulio Serpentini da terra del Comune; e in fatti giunsero sull'imbrunire, verso notte, a Mariana, e ne occuparono le pendici esteriori; poi fecero una circondazione, e scavarono ed ammontarono la terra d'ogni intorno. L'assaltarono da presso, da lontano l'assediarono; Saliceti, Grimaldi, Raffaelli, Agostini da Ponente, Gafforio, Gavini da Levante si posarono vicini alla terra e senza tregua l'infestavano colle artiglierie. Gli altri si alloggiarono più alla larga, per impedire le vettovaglie e gli aiuti; Clemente Paoli alla strada che porta al Nebbio, Serpentini alla Serra, Pasqualinipresso a Luciana per guardare quelle alture, il generalissimo poi in Luciana per essere in pronto di sopravvedere ogni cosa da quella eminenza, e di soccorrere ove abbisognasse.
Chauvelin, avuto avviso del pericolo de' suoi che se ne stavano serrati in Mariana, si deliberò immantinente di accorrere in aiuto, movendosi da Bastia con tre mila uomini bene armati. Siccome poi era pratico capitano, volendo dar favore al suo movimento anche da un'altra parte, mandò comandando a Grandmaison che, da Oletta scendendo, venisse a battere le strade verso Mariana, sperando per tal modo di mettere i Corsi in mezzo. Mosse in fatti Grandmaison e affrettava verso Mariana i passi; ma i nazionali, che avevano avuto avviso dell'intenzione e del movimento, s'interposero di mezzo tra San Fiorenzo e il Borgo, alloggiandosi alle strette delle alture di Rutali in così grosso numero, che il Franzese stimò che non fosse bene di venire ad un cimento di troppo eccessivo pericolo. Per la qual cosa, non che tentasse di sloggiarli, se ne ritornò e rimase in Oletta, senza che perciò Chauvelin, non ostante che perduto avesse la speranza della sua cooperazione, volesse deporre il pensiero di dar l'assalto a chi assaltava Mariana, credendosi da sè solo bastante a compir l'impresa, e nel suo disegno secondato da Marbeuf, ch'era con lui.
Si aperse il dì 9 d'ottobre, che dovea vedere una grave contesa fra due forti nazioni. Distribuite le vicende, i Franzesi andarono alla fazione divisi in tre parti: Marbeuf assalì con un impeto incredibile le trincee dei Corsi; il conte di Narbona si scagliò con non minor valore contro la terra; e quelli stessi che la terra custodivano, saltando fuori dal loro ripostiglio, urtarono dalla loro banda chi gli assediava. In questi sanguinosi fatti e Franzesi e Corsi fecero cose degne di guerrieri impavidi e valentissimi, bene gli uni e gli altri sostenendo il nome che portavano, sì chel'asprissimo conflitto durò per ben dieci ore. Marbeuf, contuttochè con tutte le forze si travagliasse, non potè ottenere l'intento di cacciare l'inimico dalle trincee; imperciocchè con quanto vigore urtava, con altrettanto era riurtato, nè il corso volle cedere al valore franzese. Dal suo lato Narbona avea giù fatto qualche progresso, perchè, assalite furiosamente le sei case fortificate dai Corsi, tre ne avea recato in suo potere e tempestava tuttavia contro le tre altre che restavano a superarsi. Ma in quel fatale momento essendo stato obbligato a soprastare alquanto, perchè gli mancavano le scuri per ispaccare ed i petardi per rompere, si trovò esposto a così grave e fitto bersaglio, che, disperando del fine, e ribattuto violentamente indietro da quei di dentro, lasciò l'impresa e retrocesse verso il Marbeuf, il quale ancor esso si era ritirato indietro dall'assalto. Quanto a quella colonna degli assediati uscita del suo ricinto, con tanto furore e tale tempesta fu dai Corsi investita che restò tagliata a pezzi tutta, salvo dodici o quindici, che ebbero per bella fortuna il poter rinserrarsi nelle mura.
Ultimamente Chauvelin, veduto l'esito infelice de' suoi tentativi, chiamò a raccolta, e viaggiando fra le tenebre della notte, in quel mentre sopraggiunta, si ritirò al campo di Santa Maria dell'Orto ed a Bastia. L'ebbero i nazionali seguitato, e come gli avevano ucciso molta gente nella battaglia, così molta glie ne trafissero a morte nella ritirata. Sommò il numero de' suoi morti intorno a cinquecento, e in assai maggior numero furono i feriti. Lo stesso Marbeuf toccò una ferita nella spalla, il colonnello del reggimento di Rouergue in una gamba, il colonnello del reggimento sassone nel ventre. Gli assediati in Mariana, ch'erano in numero più di cinquecento, perduta ogni speranza di soccorso, si arresero, e furono condotti a Corte. A questo modo Paoli vinse Chauvelin.
Ricevettero i Franzesi in questo fattouna gran percossa. In balìa dei vincitori rimasero intorno a due mila archibusi, tre cannoni di bronzo, dodici casse di polvere, diciassette mila cartocci ed altri militari stromenti ed attrezzi.
La vittoria di Mariana diede maggior animo ai Corsi per modo che vieppiù a loro medesimi persuasero che Paoli fosse il guerriero nato per fondare la loro libertà. E veramente nei preparamenti e nella condotta della battaglia il generale corso dimostrò un'arte squisitissima; nè i suoi Corsi gli mancarono di assistenza, perchè con un valore, anzi con una ostinazione estrema combatterono.
La stagione diveniva ormai sinistra, nè più si poteva campeggiare all'aperto, condizione favorevole ai Corsi, contraria ai Franzesi, per esser quelli avezzi a quel cielo e contentarsi di poco per vivere, mentre l'insolito clima domava questi, nè potevano le provvisioni abbondare alle squadre isolate, posciachè i Corsi, attentissimi ad ogni mossa, velocissimi di natura e per esercizio, e conoscitori perfettissimi d'ogni strada più nascosta, sopravvenivano agevolmente ed improvvisamente e arraffavano le vettovaglie o le tenevano impedite.
Il generale di Francia, vedendo la necessità di cessare dalla guerra pei tempi avversi, e desiderando di distribuire in istanze invernali più comode i soldati, s'ingegnava di allargarsi; nell'esecuzione del quale proposito succedevano spesse ed aspre zuffe fra i due popoli nemici, cotanto l'uno contro l'altro instizziti. E fra le altre una ve ne fu tra i Franzesi comandati dal conte di Coigny, che voleva impadronirsi di Murato, ed i Corsi che impedire ne lo volevano, nella quale, colto il giovane Franzese in un'imboscata, benchè forte fosse e valorosamente si difendesse, rimase morto per una palla d'archibuso che lo colpì. Morto Coigny, i suoi compagni ritrassero i passi a tutta fretta, seguitati senza posa dai Paolisti, che gl'incalzavanocolle sciabole, cogli stiletti e colle baionette, sì che in questa piuttosto battaglia giusta, che piccola scaramuccia, perì la metà di loro, diciassette uffiziali parte morti, parte feriti, e con essi moltissimi gregarii.
In quest'anno furono i Gesuiti espulsi dallo Stato di Parma, tra il quale e la corte di Roma allora più grave contestazione si accese, che, per aver avuto termine nel seguente anno, a quello differiamo il tenerne parola, anche per non interromperne il filo incominciato che abbiasi una volta a tesserne l'istoria. Se non che gioverà fin d'ora notare che, presa parte in quella contesa dalle case di Borbone, il re di Francia fece, a danno della santa Sede, occupare il contado avignonese, e quello di Napoli mandò le sue truppe ad impossessarsi, in pregiudizio della medesima, dei ducati di Benevento e Pontecorvo.