MDCCLXXII

MDCCLXXIIAnno diCristoMDCCLXXII. IndizioneV.ClementeXIV papa 4.GiuseppeII imperadore 8.Si sono precedentemente vedute le diverse mosse che Clemente XIV dava per corrispondere con opportuna condiscendenza ai desiderii d'una gran parte de' principi cattolici. Ma il più duro scoglio che superare si dovesse per metter pace tra il sacerdozio e il principato e far tornare amici i rappresentanti della potestà secolare era severamente la controversia intorno a' Gesuiti. Instavano acerbamente i principi per la soppressione; e siccome diffidavano della corte romana, così sospettavano, non già che Ganganelli li favorisse, che anzi sapevano che li disfavoriva, ma che per qualche fine più nascosto amasse di tirare il negozio in lungo, e forse di farlo dileguare per istanchezza. Quando Monino di Spagna, Almada di Portogallo, Bernis diFrancia, Orsini di Napoli incalzavano, soleva rispondere che il lasciassero pur fare; che il negozio era grave, e il volea considerare maturamente; ch'egli era il padre comune de' fedeli, soprattutto dei religiosi; che non poteva distruggere un ordine di tanta fama nel mondo senza avere ragioni che appresso a tutti i fedeli, e massimamente appresso a Dio, il giustificassero.Debole conforto aveva la combattuta compagnia nel patrocinio del re di Sardegna, già per mortale infermità vicino a lasciare questo mondo; poichè intanto nello Stato romano a molti segni si conosceva che il pontefice aveva la mente avversa da' Gesuiti, e come si approssimasse la loro ultima fine. Ganganelli non amava di vederli, nemmeno di salutarli, quando incontrati gli facevano riverenza. Erano loro negate le udienze, e le decisioni favorevoli s'indugiavano, le contrarie si affrettavano. Il seminario romano retto da' Gesuiti a Frascati, conservatorio magnifico, ma allora indebitato, fatto prima esplorare da tre visitatori, che aspramente ed alla traversa fecero l'ufficio, restò poscia soppresso, tempo un mese per ritirarsene ai padri, e data licenza ai pensionarii ed agli studenti di andarsene. Presesi anche possesso a nome del papa del sontuoso palazzo ch'essi avevano a Tivoli, e che si apparteneva al medesimo seminario. L'argenteria e gli altri mobili preziosi dati in custodia ai monti di pietà, vendute intanto le provvisioni.Oltre il seminario, i Gesuiti possedevano in Frascati un collegio, al quale, perseverando Clemente nel medesimo rigore, toccò la medesima sorte che al seminario. Già presaghi di quanto doveva avvenire, non accettavano più novizii, e non vestivano gli accettati. Si trattava di tor loro a Loreto l'uffizio di penitenzieri che esercitavano; perchè s'erano conceputi sospetti, e si temeva che volessero far sorgere umori torbidi contra ciò che si andava preparando.Rigide commissioni furono date al cardinale Malvezzi arcivescovo di Bologna, e rigido esecutore trovarono. Visitò per ordine supremo del papa i collegi della compagnia in tutta la diocesi; non ne fu contento e non voleva essere. Biasimò gli studii, biasimò la disciplina, molte cose trovò in disordine. Sospettò delle confessioni, sospettò degli ammaestramenti, prese risoluzioni conformi ai sospetti. Sospese gli esercizii de' Gesuiti nelle feste di Pasqua, chiuse le scuole, serrò, portandone le chiavi, tutte le congregazioni che da loro prendevano regola e norma. Nè ciò bastando, vennero da Roma nuovi ordini: che il rettore della casa di Bologna mandasse incontanente alle loro famiglie tutti i Gesuiti della diocesi, eccettuati solamente quelli che avevano fatto il quarto voto, e che nissun convento li potesse ricevere sotto pena di scomunica; che fosse proibito a' Gesuiti d'insegnare il catechismo in pubblico, proibito d'addottrinare nelle chiese, proibita l'assistenza ai prigionieri, proibiti il ministerio dell'ordine di San Gabriele e gli esercizii di Sant'Ignazio. Nè qui ancora si terminarono le tribolazioni di Bologna. I Gesuiti novizii, cacciati dalla città, eransi riparati alla campagna nel seminario vescovile. Fu intimato a quelli dello Stato veneto che svestissero l'abito gesuitico; la qual cosa ricusando essi di fare, arrivarono soldati che gli sforzarono. Gli altri, o maestri o allievi, mandati chi a Modena, chi altrove.Compiti i rigori, vennero le angherie. Ciò con dannabile consiglio, perchè vestiva la sembianza di persecuzione e di cupidità. Male in queste cose si mescola la gola del fisco; ma la camera apostolica era inesorabile quando di denaro si trattava. Malvezzi domandò al collegio gesuitico di Santa Lucia mille scudi per le spese della visita. I Gesuiti supplicarono al papa perchè giustizia facesse e temperasse i rigori dell'arcivescovo. Ne venne aspra e minacciosa risposta. A Ferrara le medesime cose successeroper ordine di Roma e per opera del Cardinal Borghese. La tempesta soffiava contro gl'Ignaziani in tutto lo Stato romano. A Roma stessa continuavano a precipitare, rigidezza vi si usava contro i pericolanti padri. Si vietò loro l'accesso al monastero di Santa Maria dei Funari, a cui si trovava annesso un ospizio di zitelle fondato da Sant'Ignazio: ne avevano la direzione spirituale; il papa sospettoso ebbe per bene che fosse loro tolta.Quantunque Clemente da lungo tempo si fosse prefisso nell'animo di far fine alla compagnia, tuttavia, acciò non si credesse ch'egli facesse un giudizio precipitoso, o venisse per filo e per timore dei principi ad un atto tanto solenne, aveva ormai tre anni temporeggiato. Creò anzi, per dimostrare di voler considerare la cosa con maggiore diligenza, una congregazione di cinque cardinali, Zelada, Casali, Caraffa, Corsini e Marefoschi, con ordine di bene pesare le cose e a lui fedelmente riferirle.

Si sono precedentemente vedute le diverse mosse che Clemente XIV dava per corrispondere con opportuna condiscendenza ai desiderii d'una gran parte de' principi cattolici. Ma il più duro scoglio che superare si dovesse per metter pace tra il sacerdozio e il principato e far tornare amici i rappresentanti della potestà secolare era severamente la controversia intorno a' Gesuiti. Instavano acerbamente i principi per la soppressione; e siccome diffidavano della corte romana, così sospettavano, non già che Ganganelli li favorisse, che anzi sapevano che li disfavoriva, ma che per qualche fine più nascosto amasse di tirare il negozio in lungo, e forse di farlo dileguare per istanchezza. Quando Monino di Spagna, Almada di Portogallo, Bernis diFrancia, Orsini di Napoli incalzavano, soleva rispondere che il lasciassero pur fare; che il negozio era grave, e il volea considerare maturamente; ch'egli era il padre comune de' fedeli, soprattutto dei religiosi; che non poteva distruggere un ordine di tanta fama nel mondo senza avere ragioni che appresso a tutti i fedeli, e massimamente appresso a Dio, il giustificassero.

Debole conforto aveva la combattuta compagnia nel patrocinio del re di Sardegna, già per mortale infermità vicino a lasciare questo mondo; poichè intanto nello Stato romano a molti segni si conosceva che il pontefice aveva la mente avversa da' Gesuiti, e come si approssimasse la loro ultima fine. Ganganelli non amava di vederli, nemmeno di salutarli, quando incontrati gli facevano riverenza. Erano loro negate le udienze, e le decisioni favorevoli s'indugiavano, le contrarie si affrettavano. Il seminario romano retto da' Gesuiti a Frascati, conservatorio magnifico, ma allora indebitato, fatto prima esplorare da tre visitatori, che aspramente ed alla traversa fecero l'ufficio, restò poscia soppresso, tempo un mese per ritirarsene ai padri, e data licenza ai pensionarii ed agli studenti di andarsene. Presesi anche possesso a nome del papa del sontuoso palazzo ch'essi avevano a Tivoli, e che si apparteneva al medesimo seminario. L'argenteria e gli altri mobili preziosi dati in custodia ai monti di pietà, vendute intanto le provvisioni.

Oltre il seminario, i Gesuiti possedevano in Frascati un collegio, al quale, perseverando Clemente nel medesimo rigore, toccò la medesima sorte che al seminario. Già presaghi di quanto doveva avvenire, non accettavano più novizii, e non vestivano gli accettati. Si trattava di tor loro a Loreto l'uffizio di penitenzieri che esercitavano; perchè s'erano conceputi sospetti, e si temeva che volessero far sorgere umori torbidi contra ciò che si andava preparando.

Rigide commissioni furono date al cardinale Malvezzi arcivescovo di Bologna, e rigido esecutore trovarono. Visitò per ordine supremo del papa i collegi della compagnia in tutta la diocesi; non ne fu contento e non voleva essere. Biasimò gli studii, biasimò la disciplina, molte cose trovò in disordine. Sospettò delle confessioni, sospettò degli ammaestramenti, prese risoluzioni conformi ai sospetti. Sospese gli esercizii de' Gesuiti nelle feste di Pasqua, chiuse le scuole, serrò, portandone le chiavi, tutte le congregazioni che da loro prendevano regola e norma. Nè ciò bastando, vennero da Roma nuovi ordini: che il rettore della casa di Bologna mandasse incontanente alle loro famiglie tutti i Gesuiti della diocesi, eccettuati solamente quelli che avevano fatto il quarto voto, e che nissun convento li potesse ricevere sotto pena di scomunica; che fosse proibito a' Gesuiti d'insegnare il catechismo in pubblico, proibito d'addottrinare nelle chiese, proibita l'assistenza ai prigionieri, proibiti il ministerio dell'ordine di San Gabriele e gli esercizii di Sant'Ignazio. Nè qui ancora si terminarono le tribolazioni di Bologna. I Gesuiti novizii, cacciati dalla città, eransi riparati alla campagna nel seminario vescovile. Fu intimato a quelli dello Stato veneto che svestissero l'abito gesuitico; la qual cosa ricusando essi di fare, arrivarono soldati che gli sforzarono. Gli altri, o maestri o allievi, mandati chi a Modena, chi altrove.

Compiti i rigori, vennero le angherie. Ciò con dannabile consiglio, perchè vestiva la sembianza di persecuzione e di cupidità. Male in queste cose si mescola la gola del fisco; ma la camera apostolica era inesorabile quando di denaro si trattava. Malvezzi domandò al collegio gesuitico di Santa Lucia mille scudi per le spese della visita. I Gesuiti supplicarono al papa perchè giustizia facesse e temperasse i rigori dell'arcivescovo. Ne venne aspra e minacciosa risposta. A Ferrara le medesime cose successeroper ordine di Roma e per opera del Cardinal Borghese. La tempesta soffiava contro gl'Ignaziani in tutto lo Stato romano. A Roma stessa continuavano a precipitare, rigidezza vi si usava contro i pericolanti padri. Si vietò loro l'accesso al monastero di Santa Maria dei Funari, a cui si trovava annesso un ospizio di zitelle fondato da Sant'Ignazio: ne avevano la direzione spirituale; il papa sospettoso ebbe per bene che fosse loro tolta.

Quantunque Clemente da lungo tempo si fosse prefisso nell'animo di far fine alla compagnia, tuttavia, acciò non si credesse ch'egli facesse un giudizio precipitoso, o venisse per filo e per timore dei principi ad un atto tanto solenne, aveva ormai tre anni temporeggiato. Creò anzi, per dimostrare di voler considerare la cosa con maggiore diligenza, una congregazione di cinque cardinali, Zelada, Casali, Caraffa, Corsini e Marefoschi, con ordine di bene pesare le cose e a lui fedelmente riferirle.


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