MDCCLXXIII

MDCCLXXIIIAnno diCristoMDCCLXXIII. Indiz.VI.ClementeXIV papa 5.GiuseppeII imperadore 9.Finalmente il Vaticano fulminò. Il dì 21 di luglio del presente anno vide distrutta l'opera di Paolo III, le radici di più di due secoli svelte; tante magnifiche fonti d'istruzione e di educazione nei due mondi chiuse; tante ricchezze in mani aliene mandate; la più forte milizia di Roma annientata e dispersa; ma vide ancora, e il disse un papa, la cui sentenza ognuno doveva e deve credere ed avere per irrefragabile ed inappellabile, vide, si dicea, la cessazione di non pochi disordini, e la pace del sacerdozio coll'impero.In quel dì, 21 luglio, fatale pei figliuoli d'Ignazio, papa Clemente XIV dalla suprema cattedra l'atta sentenza pronunziò, con acconce parole al mondo favellando. Molte cose essendogli stateaddotte ed avendo discusse, il santo padre, per aiuto, come disse, e per ispirazione del divino Spirito, e spinto così dalla necessità del proprio uffizio, come dal rispetto che aver dovea alla tranquillità e quiete dalla cristiana repubblica, persuaso inoltre che, la società di Gesù non poteva più partorire quei copiosi frutti pei quali era instituita, convinto eziandio che finchè ella esistesse, pace nella Chiesa nè vera nè lunga essere potrebbe, mosso finalmente ed incalzato da cagioni che le leggi della prudenza all'ottimo governo della Chiesa universale somministravano, e cui nel cuor sepolte profondamente serbava, pronunziò che fosse estinta e soppressa la sopraddetta società di Gesù; che fosse soppresso ed abrogato ogni suo ufficio, ministerio ed amministrazione, ogni casa, ogni scuola, ogni collegio, ogni ospizio e luogo qualunque, in qualunque provincia, reame o dominio si trovassero; che fossero abrogati ed annullati i suoi statuti, regole, pratiche, decreti, costituzioni, anche quelli che per giuramento, autorità apostolica o altrimenti confermati fossero; che fossero egualmente annullati e cassi tutti e ciascun privilegio e indulto sì generale che speciale, e cassi ed annullati s'intendessero, e come se nel presente suo breve a parola per parola fossero inseriti, e qualunque fossero d'altronde le formole, la clausole, i decreti, in cui si contenessero o come fossero concepiti. Per la qual cosa, seguitò ordinando, volle e decretò che fosse estinta per sempre ogni autorità del generale dei Gesuiti, dei provinciali, dei visitatori e di qualsivoglia altro così nello spirituale come nel temporale; che ogni loro giurisdizione ed autorità fosse intieramente negli ordinarii trasmessa; che fosse alla società proibito il ricevere novizii e il dare l'abito; che quelli che fossero accettati, ai voti nè semplici nè solenni essere non potessero ammessi; che i presenti novizii fossero incontanente e senza alcun indugio licenziati; che per nissun titolo o privilegioo ragione coloro che già con voti semplici fossero astretti, ed a niun sacro ordine iniziati, esser non potessero agli ordini maggiori promossi.Decretando la soppressione della compagnia, il santo padre non omise di statuire quanto agl'individui riguardasse: che coloro, sentenziò adunque, i quali fossero solamente vincolati dai voti semplici, e non entrati negli ordini sacri, si intendessero pienamente liberati dal vincolo dei voti, e rientrassero nel secolo per fare quella vita che alla loro vocazione, forze e cognizioni di sè medesimi meglio convenisse; ma quelli che già fossero stati promossi agii ordini sacri, o entrassero in qualche ordine approvato dalla santa Sede, o nel secolo vivessero come semplici preti o cherici, ben inteso però che tenuti fossero all'obbedienza e sottomessione intera e totale verso gli ordinarii de' luoghi; quando poi alcuno di costoro non fosse provveduto d'alcun benefizio, se gli assegnasse, sulle rendite della casa o collegio che abitava, un onesto sostentamento. Quanto a quelli fra i professi e promossi agli ordini sacri, i quali d'onesto sostentamento non fossero provveduti, o niun luogo avessero che potessero eleggere per domicilio, o per età, o per salute inferma, o per qualche altra giusta e grave scusa, opportuno non istimassero lasciare la casa o collegio della società, potessero restarvi, con ciò per altro che in nissuna maniera potessero ingerirsi nell'amministrazione della casa o collegio, vestissero l'abito dei cherici secolari, ed intieramente si sottomettessero all'ordinario del luogo; con ciò però eziandio che non mai in nissun caso confessare potessero e predicare a quei di fuori. In ordine poi a quelli che come preti secolari vivessero nel mondo, i vescovi, conosciuta la loro capacità e bontà di costumi, potessero o investirli o privarli della facoltà di confessare e predicare. Se poi alcuno fra i soppressi padri imprendesse ad insegnare la gioventù, o di qualche collegio divenissemaestro o di qualche scuola, sì il potesse fare purchè non s'ingerisse del governo ed amministrazione della casa, ed alieno di dimostrasse da quelle dispute e dottrine, da cui solevano nascere gli odii, le discordie e le turbazioni.Annullati e cassi nel modo sopraddetto gli stati e privilegii della società, Clemente dichiarò volere che quelli fra i socii che come preti eletto avessero il vivere nel mondo, godessero di tutti i benefizii e prerogative che appartenevano ai loro consimili, non mai stati astretti a vita claustrale fra la società.Comandò poscia a tutti ed a ciascuno dei Gesuiti soppressi, e così a' cherici tanto regolari quanto secolari, che non mai senza licenza del pontefice romano si ardissero parlare o scrivere nè della soppressione nè delle forme, regole, costituzioni e governo dell'annullata società, e nei medesimo tempo proibì a tutti ed a ciascuno di offendere, per occasione della soppressione, sotto pena di scomunica o in voce o in scritto, o nascostamente o palesemente, con ingiurie, soprusi, villanie, beffe, scherni, o qualunque altra maniera di disprezzo qual si volesse persona, molto meno gli antichi membri della compagnia.Raccomandata in ultimo luogo la pace a tutti, e domandato a' principi cristiani il braccio forte per l'esecuzione della sua volontà nella bolla della soppressione espressa, il pontefice protestò volere che essa sortisse il suo pieno ed intero effetto, non ostante tutte le costituzioni ed ordinazioni apostoliche, anche quelle che dai concilii generali emanate fossero, non ostante ancora la regola dell'irrevocabilità del diritto acquistato e qualunque altro statuto, pratica, privilegio e concessione fatta o data, alle quali tutte egli derogava, e voleva che si avessero per nulle e di niun valore, e se come mai state non fossero date o fatte. Per maggior cautela poi e sicurezza che quel che ordinato avea puntualmente si eseguisse, diede l'autorità dell'esecuzione alla congregazionedei cinque cardinali e dei due prelati antecedentemente già nominati, volendo che in via sommaria e senza contestazione o forma o giudizio, anche per mezzo dell'inquisizione, procedessero contro le persone di qualsivoglia stato, grado, qualità e dignità fossero, le quali ritenessero, serbassero o celassero libri, scritture, mobili o suppellettili qualunque che alla soppressa società si fossero appartenute. E potessero anche obbligarle a svelare le nascoste cose colle censure ecclesiastiche, e con tutt'altra pena, con cui piacesse alla congregazione di castigarle.Per tal modo l'edifizio innalzato da Paolo III fu demolito da Clemente XIV. A queste deliberazioni seguitarono ferme esecuzioni. Ai 16 d'agosto, in sul far della notte, i prelati Macedonio e Alfani, membri della congregazione più sopra accennata, andarono alla casa professa del Gesù; il prelato Sersale al collegio romano di Sant'Ignazio; il medesimo prelato Alfani al noviziato di Sant'Andrea; l'avvocato Zacheri, prosegretario della congregazione dei vescovi e regolari, alla penitenzieria di San Pietro; l'avvocato Dionigi, auditore del cardinale Caraffa, all'ospizio dei Portoghesi in Trastevere; il prelato Archetti, al Collegio germanico; il prelato Riganti al collegio greco; il prelato Passionei al collegio scozzese; l'abbate Foggini, teologo del cardinal Corsini, al collegio degl'Inglesi; finalmente il prelato Della Porta al collegio maronita: gli accompagnavano compagnie di soldati corsi. Occupatisi dai soldati tutti gli aditi, e postisi tanto dentro quanto fuori delle nominate case, ciascun prelato deputato, assembrati e chiamati in cospetto loro i religiosi della comunità, lessero loro per bocca di notari, che seco loro avevano condotto per questa bisogna, le lettere del mandato, di cui erano dal pontefice investiti, poscia la bolla che l'istituto sopprimeva. Quindi procedettero a mettere i sigilli su gli archivii, sulla ragioneria edaltri depositi o d'argenterie o di provvisioni. Le quali cose fatte ed eseguite, i deputati se ne andarono, lasciando sul luogo i soldati, affinchè i sigilli si conservassero intatti e fermi, ed i religiosi guardassero. Il giorno seguente i religiosi soppressi cessarono le loro scuole ed ogni altra funzione. Le loro chiese furono chiuse, eccetto quelle del Gesù, di Santo Apollinare, in cui furono posti ad ufficiare cappuccini, minori osservanti e preti secolari, con proibizione di farlo essi Gesuiti pubblicamente, e nemmeno di farsi vedere nelle sagrestie.Il medesimo giorno essendosi adunata la congregazione dei cinque cardinali negli appartamenti della Rota al Quirinale, mandò ordine che il padre Ricci, superiore generale dei Gesuiti, fosse trasferito dalla casa professa al collegio inglese: il quale ordine fu messo ad esecuzione la sera, condotto e scortato il Ricci dai soldati al luogo destinato in una carrozza del cardinale Corsini, il quale, siccome persona di bontà, nè troppo avversa ai Gesuiti, il dimane gli mandò offerendo cioccolato, caffè ed altri simili delicature di cibi. A tale umile stato era ridotto un uomo che poc'anzi reggeva una compagnia ricchissima e potentissima in tutte le provincie cristiane dei due mondi, e che nato egli medesimo in una famiglia per antichità, per dignità e per beni di fortuna risplendente, ogni altra cosa piuttosto doveva augurarsi, che questa di dovere cibarsi dei cibi altrui. Dopo tre mesi poi venne, per le imprudenze di alcun suo amico servato in castel Santo Angelo. Gli assistenti del generale furono anch'essi dalla forza soldatesca sostenuti chi in una casa, chi un'altra.Ancorchè la bolla della soppressione de' Gesuiti fosse da tutti aspettata, poichè non s'ignoravano nè le istanze de' principi, nè che il papa già da lungo tempo biecamente li guardava, nè gli atti rigorosi che erano stati usati contro di loro nelle principali città dello Stato ecclesiastico, fu ciò, non ostante, con molta maravigliae quasi stupore in Roma ricevuta. Alcuni avevano creduto che il papa non si sarebbe osato di dare un così gran passo, e di venire ad una tanta deliberazione, che stimavano poter riuscire di grave pregiudizio alla santa Sede. Altri si erano persuasi che si sarebbe trovato per ripiego, siccome n'era corso voce, di riformare solamente la società, non di estinguerla. Non si sa per quale proposito, ma certo è bene che il ministro di Spagna aveva in ultimo scritto alla sua corte pregando che della riformazione si contentasse. Ma era venuta risoluta risposta, che attendesse pure alla soppressione, e d'altro non gli calesse, perchè sapeva bene il re quel che si faceva.Ora in quella Roma solita a fare ed udire tanti discorsi sulle operazioni dei papi, si parlava diversamente, e secondo i diversi umori della deliberazione di Ganganelli. Chi le era contrario e per amore de' Gesuiti parlava, andava facendo varii commenti, ed aspre parole a pensieri aspri annestava. Dall'altra parte i difensori del papa non tacevano, nè i loro discorsi erano meno acerbi di quelli degli avversarii. Lungo sarebbe il riportare il molto che fu detto, ridetto e contraddetto in Roma, poi negli altri paesi intorno alla soppressione dei Gesuiti. Intanto per ogni luogo si andava sfasciando l'edifizio da papa Paolo eretto.I principi cattolici accettarono la bolla di Clemente quanto alla soppressione; ma rispetto ai beni della compagnia, che il papa aveva desiderato che si applicassero ad opere pie ecclesiastiche, i sovrani dichiararono che vi mettevano su la mano regia, e ne avrebbero fatto quell'uso che più vantaggioso avrebbero stimato allo Stato ed alla religione. Fecero anche qualche riserva in ordine a quelle clausole della bolla che contrarie fossero ai diritti della sovranità ed alle leggi ed usi del paese. Nominatamente la repubblica di Venezia aveva bensì accettato la bolla, ma colla condizione che fosse salva in tutto la condizione dei vescovi, salvi idiritti sovrani, le leggi ed il costume della repubblica, ed esclusa intieramente la comminatoria della scomunica. Il decreto del senato investì il patriarca della facoltà di eseguire il breve, quanto alla parte spirituale, con ciò però che nulla facesse senza l'assistenza di un senatore delegato. Volle altresì che il senatore prendesse possesso dei beni gesuitici a nome della repubblica, che si usasse ogni dolcezza coi religiosi soppressi, e che agli altri ecclesiastici si anteponessero così per le messe quotidiane come per gli altri esercizii spirituali.Parimente i serenissimi collegi di Genova s'impadronirono per decreto espresso di tutti i latifondi, di tutti i mobili ed immobili, di tutte le rendite, di tutti i capitali in oro ed argento, vasellame, libri, vasi sacri ed ornamenti che ai Gesuiti appartenevano, o di cui godevano, e così pure delle loro case, collegi e chiese che esistevano o fossero per esistere negli Stati della repubblica, ordinando ad una deputazione composta di tre senatori e quattro nobili di prenderne reale ed effettivo possesso, e di usare a questo fine tutti i mezzi che sarebbero necessarii.Allo stesso modo adoperarono gli altri sovrani d'Italia; il re di Napoli specialmente con molta condiscendenza verso la volontà del pontefice, il re di Sardegna con qualche amaro motto verso il breve, non perchè della soppressione non si soddisfacesse, ma per la disposizione del papa di voler dare una destinazione determinata ai beni dei religiosi soppressi, parendogli, come a Venezia ed a Genova era paruto, che ciò toccasse le prerogative della sovranità temporale. Già regnava in quel momento sul Piemonte, in luogo di Carlo Emmanuele III, morto ai 20 di febbraio del corrente anno, il suo successore e figliuolo Amedeo III.In ogni parte ebbe luogo l'umanità verso i vietati padri, nè soggiacquero ad altri rigori, se non quelli che derivavano dal tenore stesso della bolla. Solamente nella Valtellina, come prima vi si ebbenotizia della bolla di soppressione, il popolo si sollevò a furore, e li cacciò via con grida e minacce, mettendo anche a sacco i loro beni, case, chiese e collegi.Nella Germania cattolica il breve ebbe facile esecuzione, se si eccettui la città di Augusta, di cui il principe vescovo scrisse a Clemente, esservi i Gesuiti giudicati necessarii per utilità della religione, e però il pregava di contentarsi che seguitassero a vivere in comunità. Il papa non se ne soddisfece, e, maneggiando il negozio con prudenza, ottenne finalmente quel che desiderava, ed Augusta uniformossi al breve.Ma la volontà del pontefice diede in intoppo nella Slesia per l'opposizione del re di Prussia. Eranvi in quella provincia Gesuiti, a cui era commessa l'educazione della gioventù cattolica. Il re non volle che il breve vi fosse mandato ad effetto, e conservò que' padri nella direzione delle scuole con salvezza de' loro beni, case e collegi.Tra le ricerche fatte con estrema diligenza tanto da' commissarii apostolici in Roma quanto da' deputati de' principi nelle varie provincie d'Europa, e la minaccia della scomunica contro chi ritenesse le proprietà de' Gesuiti, non poche ricchezze si rinvenirono in arnesi, gioie, vasi così sacri come ad uso mondano, ed altre masserizie di gran valore. Rinvennesi eziandio una certa quantità di denaro contante; ma questa parte non riuscì all'aspettazione universale, essendosi ritrovata di gran lunga minore delle enormi somme che nelle riposte gesuitiche od in conservo presso i loro banchieri gli uomini si erano dati a credere essere accumulati; conciossiacosachè fosse voce che occultato avessero e messo in salvo più di ducentocinquanta milioni di franchi.Noi abbiamo di sopra accennato siccome al 20 di febbraio del presente anno il re Carlo Emmanuele III di Sardegna aveva abbandonato la vita, correndo l'anno settuagesimo secondo della sua età.Guerriero abile, amministratore diligente, principe d'ottimo costume, sarebbe per ogni parte da lodarsi, se in certe cose anche buone il volere far troppo non si voltasse in vizio. Lasciò del suo regno memorie notabili. Oltre ad altri benefizii, la Sardegna riconosce da lui la fondazione delle due università di Cagliari e di Sassari; e se da lodarsi era il pensiero di aprire que' fonti di utili sussidii in una contrada che molto abbisognava, ugualmente da lodarsi fu il modo con cui fu mandato ad effetto. Assegnaronsi ai professori emolumenti ragguardevoli per que' tempi, e sotto un principe piuttosto scarso che assegnato nello spendere, non furono certamente di poco momento. Fecesi diligente ricerca de' migliori e più dotti uomini, tanto nazionali quanto esteri per condurli ad insegnare nelle due novelle università. Si ordinò una buona disciplina per gli studenti, un acconcio metodo d'insegnamento per le scuole, una conveniente norma pegli studii. La Sardegna a nuova vita scientifica e letteraria sorgeva, e si rendeva manifesto che quell'antica terra era anch'essa feconda di felici ingegni. Giambattista Simon arcivescovo Turriano, Giannantonio Cossù, Giuseppe Cossù, Francesco Carboni, Francesco Maria Corongiù, Salvatore Mameli, Giuseppe Valentino, ed i Cetti ed il Gemelli, con molti altri, le scienze e le lettere nella famosa e per troppo lungo tempo dagli Spagnuoli negletta isola nobilitarono.Nè devesi defraudare della meritata lode il re per aver dato un migliore ordinamento ai monti frumentarii, o granatici, come si chiamavano in Sardegna, che per opera delle antiche corti, cioè assemblee generali degli Stati, avevano avuto principio. Erano questi monti frumentarii depositi destinati a sovvenire, accomodandoli per via di prestanze gratuite o di modico interesse di denari, gli agricoltori che da per sè non potevano, per mancanza di fondi, sementare le terre. Ma siccome avviene nelle umane istituzioni,anche le migliori, o per difettive ordinazioni sul principio o per abusi nel progresso, questi repositorii non corrispondevano più alle intenzioni de' fondatori, e si erano deviati dall'uso e dall'utile per cui stati erano istituiti. Per ritirare verso il suo principio una instituzione utilissima in un paese dov'erano ancora molte terre incolte, ordinò il re, cui erano ministri o consiglieri un Bogino, un Lodovico Costa della Trinità, un Vittorio Lodovico des Hayes, ordinò, a ciò movendolo principalmente la sentenza del Costa, che in ciascun luogo, per ristringere le cose sotto uniforme regola, vi fosse un magistrato d'uomini eletti così fra gli ecclesiastici come fra i laici (pensiero accomodato, perchè gli uni e gli altri avevano antichi diritti), i quali il locale monte avessero in governo; e perchè l'amministrazione con norma certa ed ordine stabile procedere potesse, per la ordinazione medesima furono statuiti i doveri di ciascuno, e le forme del governare, ed il modo dello spartimento de' frumenti, della riscossione de' crediti, del rendimento delle ragioni. Di grado in grado, affinchè più occhi la medesima cosa guardassero, salivano gli ufficii; in ogni diocesi fu creato un magistrato diocesano, al medesimo modo composto di ecclesiastici e di laici, ma dal vescovo presieduto, datagli la cura d'invigilare sui magistrati locali. Si fece poi provvisione che gli uni e gli altri, cioè ed i magistrati locali ed i diocesani, sopravvegliasse un magistrato supremo, che in Cagliari sedeva, ed a cui furono chiamati i principali uffiziali della corona, le prime voci d'ogni stamento ed altre persone che per zelo dimostrassero avere graziosa volontà verso i monti, e per pratica sapessero giovarli. Al buon pro loro usaronsi eziandio le servitudini, e ad opportuni ordini corrisposero conformi effetti. Diedesi con molto zelo opera ai lavori gratuiti comandati da chi per feudalità di chiesa o di spada ne aveva il diritto, i magistrati sopra i monti con ardore edintelligenza li disponevano, accrebbersi i capitali, diminuissi il merito delle prestanze, con maggiore agiatezza vissero i coloni, molte terre, per lo innanzi sterili ed infeconde, divennero fertili e fruttifere, e produssero in pro della meglio amministrata isola copia d'ogni buona sostanza. Tanto potè una buona volontà regolata da buon giudizio! Moltiplicossene la popolazione della Sardegna, onde si può affermare che Carlo Emmanuele sia stato il più provvido e benefico sovrano che da molti secoli indietro ella avuto avesse.Carlo Emanuele non era uomo da lasciarsi trasportare dal secolo, posciachè i pensieri proprii non con istraniere forme, ma da sè formava; e nemico era di qualunque novità che non gli fosse paruta utile e buona per ogni parte. Ingegno molto riflessivo aveva, tanto forse eccessivo nella prudenza, quanto lontano dalla temerità. Tardo era nel determinare, tenacissimo nella cosa deliberata. Giusto era, e delle feudali cose sanamente pensava; ma, lento nel toccarle per timore di scrollare l'edifizio sociale di cui erano parte; pure si mosse. Erano in Savoia le mani morte a guisa dell'antico reame di Borgogna, di cui il primitivo dominio della casa di Savoia fu membro. Queste mani morte, ch'erano di due sorti, o delle terre o delle persone, ei regolò primieramente nel 1762, senza troppo conseguire il fine che desiderava, e poi definitivamente nel 1771, con grandissimo utile degli uomini e delle cose.Lodano alcuni Carlo Emanuele per aver dato miglior sesto alle costituzioni de' suoi Stati, opera già incominciata da suo padre. Certamente egli è in ciò da lodarsi, perchè ne risultò maggiore uniformità nell'amministrazione e nella giustizia, ma è da biasimarsi di non aver cancellato da que' codici i vestigii dei tempi barbari che non in picciol numero li contaminavano, massime circa lo stato delle persone ed i processi e giudizii criminali. Per essi si vedeva che le dolci dottrine che accennavano a miglioramentinel governo dei principi verso i popoli, principalmente negli ordini giudiziali, poco o nulla avevano ancora penetrato, nè udite erano in piazza Castello della nobile e generosa Torino.Crudo non era punto Carlo Emmanuele, ma la tenacità della sua natura il teneva ch'egli quelle riforme, anche salva l'autorità regia, nelle leggi operasse che non che l'umanità, ma ricercavano ancora la giustizia e la religione. Già nei vicini regni e nei lontani un più benigno influsso andava consolando gli uomini, ed a migliori speranze chiamandoli; il Piemonte, a guisa delle rocche che il circondano, immobile durava, nè mostrava d'inchinarsi ai piacevoli venti. Già un Luigi, due Ferdinandi, un Giuseppe, un Leopoldo le condizioni degli uomini da loro governati ammollivano, ed a benefiche voci prestavano le orecchie; ma Carlo Emmanuele ai generosi esempi poco si moveva, quasi unicamente contento al travagliarsi intorno all'amministrazione, nella quale certamente molto valeva.Gli studii si fomentavano, purchè non uscissero da un disegnato e stretto cerchio. Nissuna vita nuova, nissun impulso, nissuna scintilla d'estro fecondatore; un aere grave pesava sul Piemonte, e i respiri impediva. Lo stesso vivere tanto assegnato del principe faceva che la consuetudine prevalesse sul miglioramento, e che nissuno dall'usato sentiero uscisse, ancorchè più facili, più utili e più dilettevoli strade di sè medesime facessero mostra in luoghi vicini.Dai duri lidi fuggivano Lagrange, Alfieri, Denina, Bethollet, Bodoni, e fuggendo dimostravano che se quella era per natura una feconda terra, aveva un gretto agricoltore. Carlo Emmanuele e Bogino si martorizzavano sui conti, e le generose aquile, sdegnose di quel palustre limo, a più alti e propizii luoghi s'innalzavano. Francia, Italia, Inghilterra, Prussia i nobili rampolli accoglievano, ed essi sopra alieni campi fruttificavano: Luigi Federico, Ferdinando, Leopoldopagavano il debito di Carlo Emmanuele e del suo successore.Tuttavia è da terminarsi quanto di Carlo Emmanuele fu detto colle parole che un valente scrittor franzese, il signor Mimaut, antico console generale di Francia in Sardegna, lasciò in una Storia che ai giorni nostri pubblicò di quell'isola, riportandole quali le ha, nelle sue storie, tradotte il chiarissimo Botta: «Se mai tempo felice e prospero fuvvi per la Sardegna, certo fu quello del regno di Carlo Emmanuele III. Fu questo principe, succeduto a suo padre nel 1730, il migliore ed il più grande re che la casa di Savoia illustrato abbia. Ei godrà nella memoria degli uomini di una gloria tanto più pura, quanto che per benefizii e per virtù se l'acquistò, e per le sue fatiche a niun'altra cosa mirò che alla felicità de' suoi popoli. Non isfuggì a quest'eccellente principe, cui guidavano i savii consigli del conte Bogino, suo primo ministro, uno dei più abili statisti del tempo, suo Sully e suo Colbert, di quanta importanza per lui fosse la possessione di un'isola pur troppo dai suoi antichi signori avuta in non cale; perciò egli con più particolare amore amolla e coltivò.»Non così tosto il re Carlo Emmanuele era passato da questa vita all'altra, che il re Vittorio Amedeo, suo successore, si era con tutta la famiglia condotto alla Veneria, donde non ritornò a Torino se non dopo alcuni giorni; ma prima che vi giungesse, aveva mandato pel cavaliere di Morozzo, ministro degli affari interni, domandando al Bogino che dismettesse la carica di ministro della guerra e di Sardegna, conservatogli però lo stipendio e le pensioni di riposo; della quale carica fu investito il conte Chiavarina, segretario del gabinetto del re. Il marchese di Aigleblanche, della casa di san Tommaso, fu chiamato ministro degli affari esteri con soprantendenza degli archivii. Gli fu, dopo alcun tempo, surrogato il conte di Perone, e il conte Corte fu chiamatoministro degli affari interni in cambio del Morozzo. Il cardinale delle Lance, uomo di un fare generoso e grande, ma delle prerogative di Roma zelantissimo, il quale grande elemosiniere della corona era, domandò licenza, e l'ebbe, ed in suo luogo fu sostituito il Rovà, arcivescovo di Torino.

Finalmente il Vaticano fulminò. Il dì 21 di luglio del presente anno vide distrutta l'opera di Paolo III, le radici di più di due secoli svelte; tante magnifiche fonti d'istruzione e di educazione nei due mondi chiuse; tante ricchezze in mani aliene mandate; la più forte milizia di Roma annientata e dispersa; ma vide ancora, e il disse un papa, la cui sentenza ognuno doveva e deve credere ed avere per irrefragabile ed inappellabile, vide, si dicea, la cessazione di non pochi disordini, e la pace del sacerdozio coll'impero.

In quel dì, 21 luglio, fatale pei figliuoli d'Ignazio, papa Clemente XIV dalla suprema cattedra l'atta sentenza pronunziò, con acconce parole al mondo favellando. Molte cose essendogli stateaddotte ed avendo discusse, il santo padre, per aiuto, come disse, e per ispirazione del divino Spirito, e spinto così dalla necessità del proprio uffizio, come dal rispetto che aver dovea alla tranquillità e quiete dalla cristiana repubblica, persuaso inoltre che, la società di Gesù non poteva più partorire quei copiosi frutti pei quali era instituita, convinto eziandio che finchè ella esistesse, pace nella Chiesa nè vera nè lunga essere potrebbe, mosso finalmente ed incalzato da cagioni che le leggi della prudenza all'ottimo governo della Chiesa universale somministravano, e cui nel cuor sepolte profondamente serbava, pronunziò che fosse estinta e soppressa la sopraddetta società di Gesù; che fosse soppresso ed abrogato ogni suo ufficio, ministerio ed amministrazione, ogni casa, ogni scuola, ogni collegio, ogni ospizio e luogo qualunque, in qualunque provincia, reame o dominio si trovassero; che fossero abrogati ed annullati i suoi statuti, regole, pratiche, decreti, costituzioni, anche quelli che per giuramento, autorità apostolica o altrimenti confermati fossero; che fossero egualmente annullati e cassi tutti e ciascun privilegio e indulto sì generale che speciale, e cassi ed annullati s'intendessero, e come se nel presente suo breve a parola per parola fossero inseriti, e qualunque fossero d'altronde le formole, la clausole, i decreti, in cui si contenessero o come fossero concepiti. Per la qual cosa, seguitò ordinando, volle e decretò che fosse estinta per sempre ogni autorità del generale dei Gesuiti, dei provinciali, dei visitatori e di qualsivoglia altro così nello spirituale come nel temporale; che ogni loro giurisdizione ed autorità fosse intieramente negli ordinarii trasmessa; che fosse alla società proibito il ricevere novizii e il dare l'abito; che quelli che fossero accettati, ai voti nè semplici nè solenni essere non potessero ammessi; che i presenti novizii fossero incontanente e senza alcun indugio licenziati; che per nissun titolo o privilegioo ragione coloro che già con voti semplici fossero astretti, ed a niun sacro ordine iniziati, esser non potessero agli ordini maggiori promossi.

Decretando la soppressione della compagnia, il santo padre non omise di statuire quanto agl'individui riguardasse: che coloro, sentenziò adunque, i quali fossero solamente vincolati dai voti semplici, e non entrati negli ordini sacri, si intendessero pienamente liberati dal vincolo dei voti, e rientrassero nel secolo per fare quella vita che alla loro vocazione, forze e cognizioni di sè medesimi meglio convenisse; ma quelli che già fossero stati promossi agii ordini sacri, o entrassero in qualche ordine approvato dalla santa Sede, o nel secolo vivessero come semplici preti o cherici, ben inteso però che tenuti fossero all'obbedienza e sottomessione intera e totale verso gli ordinarii de' luoghi; quando poi alcuno di costoro non fosse provveduto d'alcun benefizio, se gli assegnasse, sulle rendite della casa o collegio che abitava, un onesto sostentamento. Quanto a quelli fra i professi e promossi agli ordini sacri, i quali d'onesto sostentamento non fossero provveduti, o niun luogo avessero che potessero eleggere per domicilio, o per età, o per salute inferma, o per qualche altra giusta e grave scusa, opportuno non istimassero lasciare la casa o collegio della società, potessero restarvi, con ciò per altro che in nissuna maniera potessero ingerirsi nell'amministrazione della casa o collegio, vestissero l'abito dei cherici secolari, ed intieramente si sottomettessero all'ordinario del luogo; con ciò però eziandio che non mai in nissun caso confessare potessero e predicare a quei di fuori. In ordine poi a quelli che come preti secolari vivessero nel mondo, i vescovi, conosciuta la loro capacità e bontà di costumi, potessero o investirli o privarli della facoltà di confessare e predicare. Se poi alcuno fra i soppressi padri imprendesse ad insegnare la gioventù, o di qualche collegio divenissemaestro o di qualche scuola, sì il potesse fare purchè non s'ingerisse del governo ed amministrazione della casa, ed alieno di dimostrasse da quelle dispute e dottrine, da cui solevano nascere gli odii, le discordie e le turbazioni.

Annullati e cassi nel modo sopraddetto gli stati e privilegii della società, Clemente dichiarò volere che quelli fra i socii che come preti eletto avessero il vivere nel mondo, godessero di tutti i benefizii e prerogative che appartenevano ai loro consimili, non mai stati astretti a vita claustrale fra la società.

Comandò poscia a tutti ed a ciascuno dei Gesuiti soppressi, e così a' cherici tanto regolari quanto secolari, che non mai senza licenza del pontefice romano si ardissero parlare o scrivere nè della soppressione nè delle forme, regole, costituzioni e governo dell'annullata società, e nei medesimo tempo proibì a tutti ed a ciascuno di offendere, per occasione della soppressione, sotto pena di scomunica o in voce o in scritto, o nascostamente o palesemente, con ingiurie, soprusi, villanie, beffe, scherni, o qualunque altra maniera di disprezzo qual si volesse persona, molto meno gli antichi membri della compagnia.

Raccomandata in ultimo luogo la pace a tutti, e domandato a' principi cristiani il braccio forte per l'esecuzione della sua volontà nella bolla della soppressione espressa, il pontefice protestò volere che essa sortisse il suo pieno ed intero effetto, non ostante tutte le costituzioni ed ordinazioni apostoliche, anche quelle che dai concilii generali emanate fossero, non ostante ancora la regola dell'irrevocabilità del diritto acquistato e qualunque altro statuto, pratica, privilegio e concessione fatta o data, alle quali tutte egli derogava, e voleva che si avessero per nulle e di niun valore, e se come mai state non fossero date o fatte. Per maggior cautela poi e sicurezza che quel che ordinato avea puntualmente si eseguisse, diede l'autorità dell'esecuzione alla congregazionedei cinque cardinali e dei due prelati antecedentemente già nominati, volendo che in via sommaria e senza contestazione o forma o giudizio, anche per mezzo dell'inquisizione, procedessero contro le persone di qualsivoglia stato, grado, qualità e dignità fossero, le quali ritenessero, serbassero o celassero libri, scritture, mobili o suppellettili qualunque che alla soppressa società si fossero appartenute. E potessero anche obbligarle a svelare le nascoste cose colle censure ecclesiastiche, e con tutt'altra pena, con cui piacesse alla congregazione di castigarle.

Per tal modo l'edifizio innalzato da Paolo III fu demolito da Clemente XIV. A queste deliberazioni seguitarono ferme esecuzioni. Ai 16 d'agosto, in sul far della notte, i prelati Macedonio e Alfani, membri della congregazione più sopra accennata, andarono alla casa professa del Gesù; il prelato Sersale al collegio romano di Sant'Ignazio; il medesimo prelato Alfani al noviziato di Sant'Andrea; l'avvocato Zacheri, prosegretario della congregazione dei vescovi e regolari, alla penitenzieria di San Pietro; l'avvocato Dionigi, auditore del cardinale Caraffa, all'ospizio dei Portoghesi in Trastevere; il prelato Archetti, al Collegio germanico; il prelato Riganti al collegio greco; il prelato Passionei al collegio scozzese; l'abbate Foggini, teologo del cardinal Corsini, al collegio degl'Inglesi; finalmente il prelato Della Porta al collegio maronita: gli accompagnavano compagnie di soldati corsi. Occupatisi dai soldati tutti gli aditi, e postisi tanto dentro quanto fuori delle nominate case, ciascun prelato deputato, assembrati e chiamati in cospetto loro i religiosi della comunità, lessero loro per bocca di notari, che seco loro avevano condotto per questa bisogna, le lettere del mandato, di cui erano dal pontefice investiti, poscia la bolla che l'istituto sopprimeva. Quindi procedettero a mettere i sigilli su gli archivii, sulla ragioneria edaltri depositi o d'argenterie o di provvisioni. Le quali cose fatte ed eseguite, i deputati se ne andarono, lasciando sul luogo i soldati, affinchè i sigilli si conservassero intatti e fermi, ed i religiosi guardassero. Il giorno seguente i religiosi soppressi cessarono le loro scuole ed ogni altra funzione. Le loro chiese furono chiuse, eccetto quelle del Gesù, di Santo Apollinare, in cui furono posti ad ufficiare cappuccini, minori osservanti e preti secolari, con proibizione di farlo essi Gesuiti pubblicamente, e nemmeno di farsi vedere nelle sagrestie.

Il medesimo giorno essendosi adunata la congregazione dei cinque cardinali negli appartamenti della Rota al Quirinale, mandò ordine che il padre Ricci, superiore generale dei Gesuiti, fosse trasferito dalla casa professa al collegio inglese: il quale ordine fu messo ad esecuzione la sera, condotto e scortato il Ricci dai soldati al luogo destinato in una carrozza del cardinale Corsini, il quale, siccome persona di bontà, nè troppo avversa ai Gesuiti, il dimane gli mandò offerendo cioccolato, caffè ed altri simili delicature di cibi. A tale umile stato era ridotto un uomo che poc'anzi reggeva una compagnia ricchissima e potentissima in tutte le provincie cristiane dei due mondi, e che nato egli medesimo in una famiglia per antichità, per dignità e per beni di fortuna risplendente, ogni altra cosa piuttosto doveva augurarsi, che questa di dovere cibarsi dei cibi altrui. Dopo tre mesi poi venne, per le imprudenze di alcun suo amico servato in castel Santo Angelo. Gli assistenti del generale furono anch'essi dalla forza soldatesca sostenuti chi in una casa, chi un'altra.

Ancorchè la bolla della soppressione de' Gesuiti fosse da tutti aspettata, poichè non s'ignoravano nè le istanze de' principi, nè che il papa già da lungo tempo biecamente li guardava, nè gli atti rigorosi che erano stati usati contro di loro nelle principali città dello Stato ecclesiastico, fu ciò, non ostante, con molta maravigliae quasi stupore in Roma ricevuta. Alcuni avevano creduto che il papa non si sarebbe osato di dare un così gran passo, e di venire ad una tanta deliberazione, che stimavano poter riuscire di grave pregiudizio alla santa Sede. Altri si erano persuasi che si sarebbe trovato per ripiego, siccome n'era corso voce, di riformare solamente la società, non di estinguerla. Non si sa per quale proposito, ma certo è bene che il ministro di Spagna aveva in ultimo scritto alla sua corte pregando che della riformazione si contentasse. Ma era venuta risoluta risposta, che attendesse pure alla soppressione, e d'altro non gli calesse, perchè sapeva bene il re quel che si faceva.

Ora in quella Roma solita a fare ed udire tanti discorsi sulle operazioni dei papi, si parlava diversamente, e secondo i diversi umori della deliberazione di Ganganelli. Chi le era contrario e per amore de' Gesuiti parlava, andava facendo varii commenti, ed aspre parole a pensieri aspri annestava. Dall'altra parte i difensori del papa non tacevano, nè i loro discorsi erano meno acerbi di quelli degli avversarii. Lungo sarebbe il riportare il molto che fu detto, ridetto e contraddetto in Roma, poi negli altri paesi intorno alla soppressione dei Gesuiti. Intanto per ogni luogo si andava sfasciando l'edifizio da papa Paolo eretto.

I principi cattolici accettarono la bolla di Clemente quanto alla soppressione; ma rispetto ai beni della compagnia, che il papa aveva desiderato che si applicassero ad opere pie ecclesiastiche, i sovrani dichiararono che vi mettevano su la mano regia, e ne avrebbero fatto quell'uso che più vantaggioso avrebbero stimato allo Stato ed alla religione. Fecero anche qualche riserva in ordine a quelle clausole della bolla che contrarie fossero ai diritti della sovranità ed alle leggi ed usi del paese. Nominatamente la repubblica di Venezia aveva bensì accettato la bolla, ma colla condizione che fosse salva in tutto la condizione dei vescovi, salvi idiritti sovrani, le leggi ed il costume della repubblica, ed esclusa intieramente la comminatoria della scomunica. Il decreto del senato investì il patriarca della facoltà di eseguire il breve, quanto alla parte spirituale, con ciò però che nulla facesse senza l'assistenza di un senatore delegato. Volle altresì che il senatore prendesse possesso dei beni gesuitici a nome della repubblica, che si usasse ogni dolcezza coi religiosi soppressi, e che agli altri ecclesiastici si anteponessero così per le messe quotidiane come per gli altri esercizii spirituali.

Parimente i serenissimi collegi di Genova s'impadronirono per decreto espresso di tutti i latifondi, di tutti i mobili ed immobili, di tutte le rendite, di tutti i capitali in oro ed argento, vasellame, libri, vasi sacri ed ornamenti che ai Gesuiti appartenevano, o di cui godevano, e così pure delle loro case, collegi e chiese che esistevano o fossero per esistere negli Stati della repubblica, ordinando ad una deputazione composta di tre senatori e quattro nobili di prenderne reale ed effettivo possesso, e di usare a questo fine tutti i mezzi che sarebbero necessarii.

Allo stesso modo adoperarono gli altri sovrani d'Italia; il re di Napoli specialmente con molta condiscendenza verso la volontà del pontefice, il re di Sardegna con qualche amaro motto verso il breve, non perchè della soppressione non si soddisfacesse, ma per la disposizione del papa di voler dare una destinazione determinata ai beni dei religiosi soppressi, parendogli, come a Venezia ed a Genova era paruto, che ciò toccasse le prerogative della sovranità temporale. Già regnava in quel momento sul Piemonte, in luogo di Carlo Emmanuele III, morto ai 20 di febbraio del corrente anno, il suo successore e figliuolo Amedeo III.

In ogni parte ebbe luogo l'umanità verso i vietati padri, nè soggiacquero ad altri rigori, se non quelli che derivavano dal tenore stesso della bolla. Solamente nella Valtellina, come prima vi si ebbenotizia della bolla di soppressione, il popolo si sollevò a furore, e li cacciò via con grida e minacce, mettendo anche a sacco i loro beni, case, chiese e collegi.

Nella Germania cattolica il breve ebbe facile esecuzione, se si eccettui la città di Augusta, di cui il principe vescovo scrisse a Clemente, esservi i Gesuiti giudicati necessarii per utilità della religione, e però il pregava di contentarsi che seguitassero a vivere in comunità. Il papa non se ne soddisfece, e, maneggiando il negozio con prudenza, ottenne finalmente quel che desiderava, ed Augusta uniformossi al breve.

Ma la volontà del pontefice diede in intoppo nella Slesia per l'opposizione del re di Prussia. Eranvi in quella provincia Gesuiti, a cui era commessa l'educazione della gioventù cattolica. Il re non volle che il breve vi fosse mandato ad effetto, e conservò que' padri nella direzione delle scuole con salvezza de' loro beni, case e collegi.

Tra le ricerche fatte con estrema diligenza tanto da' commissarii apostolici in Roma quanto da' deputati de' principi nelle varie provincie d'Europa, e la minaccia della scomunica contro chi ritenesse le proprietà de' Gesuiti, non poche ricchezze si rinvenirono in arnesi, gioie, vasi così sacri come ad uso mondano, ed altre masserizie di gran valore. Rinvennesi eziandio una certa quantità di denaro contante; ma questa parte non riuscì all'aspettazione universale, essendosi ritrovata di gran lunga minore delle enormi somme che nelle riposte gesuitiche od in conservo presso i loro banchieri gli uomini si erano dati a credere essere accumulati; conciossiacosachè fosse voce che occultato avessero e messo in salvo più di ducentocinquanta milioni di franchi.

Noi abbiamo di sopra accennato siccome al 20 di febbraio del presente anno il re Carlo Emmanuele III di Sardegna aveva abbandonato la vita, correndo l'anno settuagesimo secondo della sua età.Guerriero abile, amministratore diligente, principe d'ottimo costume, sarebbe per ogni parte da lodarsi, se in certe cose anche buone il volere far troppo non si voltasse in vizio. Lasciò del suo regno memorie notabili. Oltre ad altri benefizii, la Sardegna riconosce da lui la fondazione delle due università di Cagliari e di Sassari; e se da lodarsi era il pensiero di aprire que' fonti di utili sussidii in una contrada che molto abbisognava, ugualmente da lodarsi fu il modo con cui fu mandato ad effetto. Assegnaronsi ai professori emolumenti ragguardevoli per que' tempi, e sotto un principe piuttosto scarso che assegnato nello spendere, non furono certamente di poco momento. Fecesi diligente ricerca de' migliori e più dotti uomini, tanto nazionali quanto esteri per condurli ad insegnare nelle due novelle università. Si ordinò una buona disciplina per gli studenti, un acconcio metodo d'insegnamento per le scuole, una conveniente norma pegli studii. La Sardegna a nuova vita scientifica e letteraria sorgeva, e si rendeva manifesto che quell'antica terra era anch'essa feconda di felici ingegni. Giambattista Simon arcivescovo Turriano, Giannantonio Cossù, Giuseppe Cossù, Francesco Carboni, Francesco Maria Corongiù, Salvatore Mameli, Giuseppe Valentino, ed i Cetti ed il Gemelli, con molti altri, le scienze e le lettere nella famosa e per troppo lungo tempo dagli Spagnuoli negletta isola nobilitarono.

Nè devesi defraudare della meritata lode il re per aver dato un migliore ordinamento ai monti frumentarii, o granatici, come si chiamavano in Sardegna, che per opera delle antiche corti, cioè assemblee generali degli Stati, avevano avuto principio. Erano questi monti frumentarii depositi destinati a sovvenire, accomodandoli per via di prestanze gratuite o di modico interesse di denari, gli agricoltori che da per sè non potevano, per mancanza di fondi, sementare le terre. Ma siccome avviene nelle umane istituzioni,anche le migliori, o per difettive ordinazioni sul principio o per abusi nel progresso, questi repositorii non corrispondevano più alle intenzioni de' fondatori, e si erano deviati dall'uso e dall'utile per cui stati erano istituiti. Per ritirare verso il suo principio una instituzione utilissima in un paese dov'erano ancora molte terre incolte, ordinò il re, cui erano ministri o consiglieri un Bogino, un Lodovico Costa della Trinità, un Vittorio Lodovico des Hayes, ordinò, a ciò movendolo principalmente la sentenza del Costa, che in ciascun luogo, per ristringere le cose sotto uniforme regola, vi fosse un magistrato d'uomini eletti così fra gli ecclesiastici come fra i laici (pensiero accomodato, perchè gli uni e gli altri avevano antichi diritti), i quali il locale monte avessero in governo; e perchè l'amministrazione con norma certa ed ordine stabile procedere potesse, per la ordinazione medesima furono statuiti i doveri di ciascuno, e le forme del governare, ed il modo dello spartimento de' frumenti, della riscossione de' crediti, del rendimento delle ragioni. Di grado in grado, affinchè più occhi la medesima cosa guardassero, salivano gli ufficii; in ogni diocesi fu creato un magistrato diocesano, al medesimo modo composto di ecclesiastici e di laici, ma dal vescovo presieduto, datagli la cura d'invigilare sui magistrati locali. Si fece poi provvisione che gli uni e gli altri, cioè ed i magistrati locali ed i diocesani, sopravvegliasse un magistrato supremo, che in Cagliari sedeva, ed a cui furono chiamati i principali uffiziali della corona, le prime voci d'ogni stamento ed altre persone che per zelo dimostrassero avere graziosa volontà verso i monti, e per pratica sapessero giovarli. Al buon pro loro usaronsi eziandio le servitudini, e ad opportuni ordini corrisposero conformi effetti. Diedesi con molto zelo opera ai lavori gratuiti comandati da chi per feudalità di chiesa o di spada ne aveva il diritto, i magistrati sopra i monti con ardore edintelligenza li disponevano, accrebbersi i capitali, diminuissi il merito delle prestanze, con maggiore agiatezza vissero i coloni, molte terre, per lo innanzi sterili ed infeconde, divennero fertili e fruttifere, e produssero in pro della meglio amministrata isola copia d'ogni buona sostanza. Tanto potè una buona volontà regolata da buon giudizio! Moltiplicossene la popolazione della Sardegna, onde si può affermare che Carlo Emmanuele sia stato il più provvido e benefico sovrano che da molti secoli indietro ella avuto avesse.

Carlo Emanuele non era uomo da lasciarsi trasportare dal secolo, posciachè i pensieri proprii non con istraniere forme, ma da sè formava; e nemico era di qualunque novità che non gli fosse paruta utile e buona per ogni parte. Ingegno molto riflessivo aveva, tanto forse eccessivo nella prudenza, quanto lontano dalla temerità. Tardo era nel determinare, tenacissimo nella cosa deliberata. Giusto era, e delle feudali cose sanamente pensava; ma, lento nel toccarle per timore di scrollare l'edifizio sociale di cui erano parte; pure si mosse. Erano in Savoia le mani morte a guisa dell'antico reame di Borgogna, di cui il primitivo dominio della casa di Savoia fu membro. Queste mani morte, ch'erano di due sorti, o delle terre o delle persone, ei regolò primieramente nel 1762, senza troppo conseguire il fine che desiderava, e poi definitivamente nel 1771, con grandissimo utile degli uomini e delle cose.

Lodano alcuni Carlo Emanuele per aver dato miglior sesto alle costituzioni de' suoi Stati, opera già incominciata da suo padre. Certamente egli è in ciò da lodarsi, perchè ne risultò maggiore uniformità nell'amministrazione e nella giustizia, ma è da biasimarsi di non aver cancellato da que' codici i vestigii dei tempi barbari che non in picciol numero li contaminavano, massime circa lo stato delle persone ed i processi e giudizii criminali. Per essi si vedeva che le dolci dottrine che accennavano a miglioramentinel governo dei principi verso i popoli, principalmente negli ordini giudiziali, poco o nulla avevano ancora penetrato, nè udite erano in piazza Castello della nobile e generosa Torino.

Crudo non era punto Carlo Emmanuele, ma la tenacità della sua natura il teneva ch'egli quelle riforme, anche salva l'autorità regia, nelle leggi operasse che non che l'umanità, ma ricercavano ancora la giustizia e la religione. Già nei vicini regni e nei lontani un più benigno influsso andava consolando gli uomini, ed a migliori speranze chiamandoli; il Piemonte, a guisa delle rocche che il circondano, immobile durava, nè mostrava d'inchinarsi ai piacevoli venti. Già un Luigi, due Ferdinandi, un Giuseppe, un Leopoldo le condizioni degli uomini da loro governati ammollivano, ed a benefiche voci prestavano le orecchie; ma Carlo Emmanuele ai generosi esempi poco si moveva, quasi unicamente contento al travagliarsi intorno all'amministrazione, nella quale certamente molto valeva.

Gli studii si fomentavano, purchè non uscissero da un disegnato e stretto cerchio. Nissuna vita nuova, nissun impulso, nissuna scintilla d'estro fecondatore; un aere grave pesava sul Piemonte, e i respiri impediva. Lo stesso vivere tanto assegnato del principe faceva che la consuetudine prevalesse sul miglioramento, e che nissuno dall'usato sentiero uscisse, ancorchè più facili, più utili e più dilettevoli strade di sè medesime facessero mostra in luoghi vicini.

Dai duri lidi fuggivano Lagrange, Alfieri, Denina, Bethollet, Bodoni, e fuggendo dimostravano che se quella era per natura una feconda terra, aveva un gretto agricoltore. Carlo Emmanuele e Bogino si martorizzavano sui conti, e le generose aquile, sdegnose di quel palustre limo, a più alti e propizii luoghi s'innalzavano. Francia, Italia, Inghilterra, Prussia i nobili rampolli accoglievano, ed essi sopra alieni campi fruttificavano: Luigi Federico, Ferdinando, Leopoldopagavano il debito di Carlo Emmanuele e del suo successore.

Tuttavia è da terminarsi quanto di Carlo Emmanuele fu detto colle parole che un valente scrittor franzese, il signor Mimaut, antico console generale di Francia in Sardegna, lasciò in una Storia che ai giorni nostri pubblicò di quell'isola, riportandole quali le ha, nelle sue storie, tradotte il chiarissimo Botta: «Se mai tempo felice e prospero fuvvi per la Sardegna, certo fu quello del regno di Carlo Emmanuele III. Fu questo principe, succeduto a suo padre nel 1730, il migliore ed il più grande re che la casa di Savoia illustrato abbia. Ei godrà nella memoria degli uomini di una gloria tanto più pura, quanto che per benefizii e per virtù se l'acquistò, e per le sue fatiche a niun'altra cosa mirò che alla felicità de' suoi popoli. Non isfuggì a quest'eccellente principe, cui guidavano i savii consigli del conte Bogino, suo primo ministro, uno dei più abili statisti del tempo, suo Sully e suo Colbert, di quanta importanza per lui fosse la possessione di un'isola pur troppo dai suoi antichi signori avuta in non cale; perciò egli con più particolare amore amolla e coltivò.»

Non così tosto il re Carlo Emmanuele era passato da questa vita all'altra, che il re Vittorio Amedeo, suo successore, si era con tutta la famiglia condotto alla Veneria, donde non ritornò a Torino se non dopo alcuni giorni; ma prima che vi giungesse, aveva mandato pel cavaliere di Morozzo, ministro degli affari interni, domandando al Bogino che dismettesse la carica di ministro della guerra e di Sardegna, conservatogli però lo stipendio e le pensioni di riposo; della quale carica fu investito il conte Chiavarina, segretario del gabinetto del re. Il marchese di Aigleblanche, della casa di san Tommaso, fu chiamato ministro degli affari esteri con soprantendenza degli archivii. Gli fu, dopo alcun tempo, surrogato il conte di Perone, e il conte Corte fu chiamatoministro degli affari interni in cambio del Morozzo. Il cardinale delle Lance, uomo di un fare generoso e grande, ma delle prerogative di Roma zelantissimo, il quale grande elemosiniere della corona era, domandò licenza, e l'ebbe, ed in suo luogo fu sostituito il Rovà, arcivescovo di Torino.


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