MDCCLXXIV

MDCCLXXIVAnno diCristoMDCCLXXIV. Indiz.VII.ClementeXIV papa 6.GiuseppeII imperadore 10.Godeva il papa anzi prospera salute che no; poichè e di complessione robusta era, e le sue naturali forze non erano state consumate da vita intemperante e licenziosa; che anzi era sempre vissuto assegnato e parco, siccome a' suoi moderati desiderii si confaceva. Per tal modo si andava avanzando verso la più vecchia età, quando in uno di quei giorni della settimana santa del corrente anno, dopo di aver pranzato, si sentì in un subito una commozione nel petto, nello stomaco e nel ventre, come se compreso fosse da un freddo interno. Ne restò con istupore, essendo cosa insolita; ma pure, siccome quello che d'animo forte e costante era, attribuendo quell'insulto di male a caso fortuito, si riebbe, e a poco a poco si rasserenò. Tuttavia fu principio di un'infermità che era per rompere il filo della sua vita; imperciocchè gli si cominciò ad arrocar la voce, e per questa ragione, stimandosi che fosse afflitto di catarro, fu deliberato che per la cappella che dovevasi tenere nella basilica di San Pietro il giorno di Pasqua se gli mettesse un capannone o bussola per ricovero nel sito della cappella. Precauzione inutile, perchè gli si vide dopo alcuni giorni infiammata la bocca e la gola, quindi seguitare vomiti interrotti, ed eccessivi dolori nel ventre; le orine gli si impedirono, gli s'infievolirono le gambe, perdeva le forze, ed ogni giorno più si rendeva manifesto che il suo mortale corpo si andava disfacendo. Mormoravasiche di veleno si morisse. Forse egli stesso sel credeva, tanto era stato subito il male, e tanti erano i sospetti che regnavano. Certa contadina del paese di Valentano, Bernardina Beruzzi, che altri chiamavano Peronchini, famosa profetessa, aveva predetto la morte del Ganganelli ad insistito sulla predizione, come se esser dovesse effetto d'una trama. Ganganelli non era uomo da lasciarsi spaventare da simili baie fatte per dar pasto agli sfaccendati su per i trivii e su per le piazze, e Bernardina teneva in quel concetto che meritava, cioè di una sciocca o d'una furba. Ma da un'altra parte, conoscendo quanto sotto dolci spoglie certa gente nascondesse d'odio e di vendetta, provvedeva a sè medesimo, e la propria salute con tutti i mezzi più prudenti procacciava. Scrissero che furongli trovate pillole contro i veleni. La vitale forza interna mancava, stante che un umore litigginoso, ch'era solito sfiorirgli alla pelle, quell'anno non uscì.Già la morte si avvicinava. Successe un po' di calma, come suole avvenire poco innanzi che l'uomo sia venuto all'ultimo confine della vita, come se Dio avvertire volesse i mortali di pensare ai fatti loro in quell'estremo momento. Già i famigliari si rallegravano, come se il loro signore a sanità tornasse. Ma la calma era preceditrice della morte. Ricomparirono in un subito i funesti segni, e la mattina de' 22 settembre Ganganelli esalò la forte anima, rendendola a colui che gliel'aveva data.Fu sparato il cadavere. Trovaronsegli lividori nelle intestina, la pelle ancor essa illividita ed in alcuni luoghi nera; tutta la salma rendeva un fetore insopportabile. Crebbero i romori che il santo padre fosse stato avvelenato, non già perchè le apparenze dell'esplorato cadavere ciò dimostrassero, perciocchè si osservano anche nei morti senza veleno e da morti naturali tolti da questa vita, ma perchè gli uomini si erano mattamente dati a credere che colui che aveva soppressoi Gesuiti non di morte naturale, ma di tossico dovesse morire. Gli uni affermarono l'attossicamento per certo, gli altri con eguale asseveranza il negarono. Del resto, è da credere che dal detto al fatto ci sia una gran distanza, nè si vede che i medici che il cadavere hanno tagliato abbiano dichiarato avervi trovato sostanza velenosa, cosa che sola avrebbe potuto levar via ogni dubbio.La morte di Clemente increbbe a tutti coloro che amavano di vedere la sincera religione unita alla paterna sopportazione. Papa unico il chiamavano, papa quale ad un secolo scrutatore ed inquieto si conveniva. Sono parecchie cose al mondo che più colla bontà si acquistano che colla ragione; perocchè niuno è che la bontà non ami, ma la ragione ha spesso per nemico chi ella convince.Tutti i sovrani avevano in venerazione Clemente; nè solo i cattolici, ma ancora quelli di religione diversa. Federigo di Prussia, fra gli altri, assai del buono e spiritoso papa si soddisfaceva, ed amava di contentarlo. Da lui impetrò che il vescovo di Breslavia potesse visitare una parte de' suoi diocesani, agevolezza che non aveva mai potuto ottenere da' predecessori. «Che buon papa, che buon papa ha Roma,» diceva Federigo, e il diceva da vero, non per malizia, quantunque malizioso fosse.Il nome di Clemente era in onore in Inghilterra. Vedevansi a Londra frequenti, così ne' luoghi pubblici come nelle case dei privati, i busti di questo pontefice. Le quali cose quando gli venivano riferite, ei rispondeva: «Volesse pur Dio che ciò che fanno per la persona, il facessero per la religione!» In somma in quel paese, tanto abbondante d'uomini sensati, tanto era nominare Ganganelli quanto Lambertini, due papi simili per dottrina, per saviezza, per bontà, per ingegno.Nè minori sentimenti di rispetto e d'affetto nodriva per Ganganelli l'imperadrice di Russia, la quale gli scrisse lettere molto onorevoli per impetrare unvescovo cattolico a regola e consolazione de' prelati e religiosi del rito romano che abitavano ne' suoi Stati.Dicono che l'egregia fama di Clemente fosse anche penetrata sino a Costantinopoli, e che il soldano molto l'onorasse. Fu anzi tramandato alla memoria che il sovrano de' Turchi abbia detto un giorno parlando, all'ambasciatore di Venezia: «Se tutti i vostri papi fossero come quello che presentemente avete, i nostri patriarchi greci non si mostrerebbero tanto dalla corte di Roma alieni. Egli è un saggio che molto sa e rettamente procede, e non fia che ai più lo somiglino le età future.»I Turchi, i protestanti, i Russi, gli Inglesi stessi, tanto odiatori del papato, lodavano quel papa che altri con malediche penne lacerava. Le lodi stesse dei dissidenti gli erano imputate a delitto, come se la durezza e la cupidigia de' due papi della famiglia de Medici e di alcuni altri non avessero partorito abbastanza amari frutti per la Chiesa cattolica, e specialmente per la sede di Roma.Clemente, assunto al pontificato, aveva seguito il suo consueto costume quanto alla vita privata, da umile fraticello vivendosi qual era stato, ma nelle udienze e funzioni pubbliche non mancava in lui la magnificenza. Molto ancora si studiava di abbellire la sua Roma. Promosse ed ingrandì l'opera già cominciata da Lambertini, di adunare in un museo che ancora oggidì del suo nome di Clemente si chiama, preziosi residui dell'antichità. Raccolse i già noti, trovonne in quel fecondo suolo degl'ignoti, e tutti collocava in luogo appropriato, a maraviglia dei curiosi, ad istruzione degli studiosi delle belle arti. Parve che l'antica terra alle generose intenzioni del pontefice sorridesse; imperciocchè, tentata, versava fuori in copia le opere preziose degli scarpelli de' secoli passati. Le reliquie della nostra religione, i residui della pagana ad un tempo adunava. Gli uomini di gentilezza informati o di studio desiderosi diciò il commendavano molto; ma divenne argomento di nuova accusa dall'altro lato, biasimandolo i suoi nemici dello aver mescolato le cose sacre colle profane, come se un museo d'antichità fosse una chiesa. Piacevagli visitare sovente quelle onorande depositerie de' nostri antichi padri; piacevagli mostrarle egli stesso in persona ai forestieri che la sempre gloriosa Roma visitavano, e fra le maraviglie che vi si vedevano, il buon pontefice stesso non era la minore. Ebbe particolare cura della libreria del Vaticano, cui in singolar modo adornò di stampe, di testi a penna, di medaglie: crebbe a' suoi tempi per gli sforzi suoi, crebbe per generosità del cardinal Passionei, suo amico, ed a lui molto somigliante, il quale l'arricchì della sua. Gentili spiriti nudriva allora Roma, come sempre; ma questa volta erano dati loro liberi e fecondi cambi da chi reggeva.Anche all'utilità Ganganelli mirava. Non omise il pensiero de' porti d'Ancona e Civitavecchia, pei quali ordinò utili riparazioni. Provvide alla comodità delle strade, in ogni parte dell'amministrazione de' pubblici invigilava, più da padre di famiglia procedendo che conosceva le necessità dal mondo.Ma che dirassi di quella sua deliberazione per cui proibì la castratura de' fanciulli, infame usanza, che disonorava la Italia e cambiava un piacere divino, voglio dire quello del canto, in un dolore angoscioso per chi aveva ancora viscere d'umanità. Così comandò, così ottenne; ma tante erano le radici dell'orribile costume, che ripullulò; e se il cielo non aiuta la nobile provincia, temo che lungo tempo ancora sia per durare. Quei che dovrebbero non lo biasimano, i padri dei miseri fanciulli non l'abborriscono, e vi è ancora chi si diletta di sì crudele snaturato scempio.Ganganelli fu papa in tutto assai diverso da' più. Ebbe in dispregio il nepotismo, nè alcuno de' suoi trasse a dignità, e meno al cardinalato. A quelli che gliraccomandavano i parenti, rispondeva che tutti li portava in cuore, gli amava, ma che se ricchi non erano, neppure non erano poveri, ed abbastanza ricco stimava chi con moderate sostanze, moderati desiderii aveva. Non volle empire l'ambizione di nissuno. I suoi parenti prediletti erano i poveri, tirando sempre mai sopra di sè i loro affanni, e a loro con giudizio e discrezione soccorrendo per non farli viziosi. In somma, ei sarebbe stato papa di perfetta fama appresso a tutti, se non avesse soppresso i Gesuiti. Questo solo gli procurò amarezze in vita, riprensione dopo morte.Languiva intanto nel suo carcere il Ricci. Nè dalle lettere intercette nè dalle risposte da lui date ne' costituti del processo che gli fu fatto negli ultimi mesi dell'anno 1773 e ne' primi del presente nè da altro suo andamento risultò che egli si fosse stimato ancora investito, dopo la soppressione pronunziata dal papa, di quell'autorità che aveva, essendo generale della compagnia, esercitato, nè che avesse nascosto grosse somme di denaro, siccome il mondo aveva creduto. Non venne in luce alcun suo reato particolare, nè fu interrogato sulle massime ed artifizii che imputavansi alla compagnia e da' quali si fece derivare la sua soppressione. Gli esami s'indrizzarono piuttosto sui fatti personali del carcerato che sulla natura e sugli atti della società.Invecchiava intanto ed all'ultima sua fine si avvicinava. Volle prima di morire fare una protesta tanto sulla innocenza propria, quanto su quella della compagnia:«L'incertezza del tempo, scrisse di proprio pugno, in cui a Dio piaccia chiamarmi a sè, e la certezza che un tal tempo sia vicino, attesa l'età avanzata, e la moltitudine, la lunga durata e la gravità de' travagli troppo superiori alla mia debolezza, mi avvertono di adempire preventivamente i miei doveri, potendo facilmente accadere che la qualità dell'ultima malattia m'impedisca di adempirli nell'articolo di morte.Pertanto, considerandomi sul punto di presentarmi al tribunale d'infallibile verità e giustizia, qual è il solo tribunale divino, dopo lunga e matura considerazione, dopo avere pregato umilmente il mio misericordiosissimo Redentore e terribile giudice a non permettere ch'io mi lasci condurre da passione, specialmente in una delle ultime azioni della mia vita, non per veruna amarezza d'animo, nè per verun altro affetto o fine vizioso, ma solo perchè giudico esser mio dovere di rendere giustizia alla verità ed all'innocenza, faccio le due seguenti dichiarazioni e proteste:Prima. Dichiaro e protesto che l'estinta compagnia di Gesù non ha dato motivo alcuno alla sua oppressione. Lo dichiaro e protesto con quella certezza che può moralmente aversi da un superiore bene informato della sua religione.Seconda. Dichiaro e protesto ch'io non ho dato motivo alcuno, neppure leggierissimo, alla mia carcerazione. Lo dichiaro e protesto con quella somma certezza ed evidenza, che ha ciascuno delle proprie azioni. Faccio questa seconda protesta solo perchè necessaria alla riputazione dell'estinta compagnia di Gesù, della quale ero preposito generale.»Esposto poi che non intendeva che, in vigore di queste sue proteste, potesse giudicarsi colpevole avanti Dio veruno di quelli che avevano recato danno alla compagnia di Gesù o a lui, continuò dicendo:«E per soddisfare al dovere di cristiano, protesto di avere sempre col divino aiuto perdonato e di perdonare sinceramente a tutti quelli che mi hanno travagliato e danneggiato, prima cogli aggravii fatti alla compagnia di Gesù e con le aspre maniere usate coi religiosi che la componevano: poi colla estinzione della medesima e circostanze che accompagnarono l'estinzione; efinalmente colla mia prigionia e con le durezze che vi sono state aggiunte, e col pregiudizio annesso della riputazione; fatti che sono pubblici e notorii a tutto il mondo. Prego il Signore di perdonare prima a me per sua mera pietà e misericordia e per i meriti di Gesù Cristo i miei moltissimi peccati, e poi di perdonare agli autori e cooperatori dei sopraddetti mali e danni; ed intendo di morire con questo sentimento e preghiera in cuore.»Le quali cose scritte, Ricci terminò la sua scrittura pregando, e scongiurando qualunque la vedrebbe, di renderla pubblica a tutto il mondo per quanto potesse. Di ciò pregò e scongiurò per tutti i titoli di umanità, di giustizia e di carità cristiana che possono a ciascheduno persuadere l'adempimento di questo suo desiderio e volontà.

Godeva il papa anzi prospera salute che no; poichè e di complessione robusta era, e le sue naturali forze non erano state consumate da vita intemperante e licenziosa; che anzi era sempre vissuto assegnato e parco, siccome a' suoi moderati desiderii si confaceva. Per tal modo si andava avanzando verso la più vecchia età, quando in uno di quei giorni della settimana santa del corrente anno, dopo di aver pranzato, si sentì in un subito una commozione nel petto, nello stomaco e nel ventre, come se compreso fosse da un freddo interno. Ne restò con istupore, essendo cosa insolita; ma pure, siccome quello che d'animo forte e costante era, attribuendo quell'insulto di male a caso fortuito, si riebbe, e a poco a poco si rasserenò. Tuttavia fu principio di un'infermità che era per rompere il filo della sua vita; imperciocchè gli si cominciò ad arrocar la voce, e per questa ragione, stimandosi che fosse afflitto di catarro, fu deliberato che per la cappella che dovevasi tenere nella basilica di San Pietro il giorno di Pasqua se gli mettesse un capannone o bussola per ricovero nel sito della cappella. Precauzione inutile, perchè gli si vide dopo alcuni giorni infiammata la bocca e la gola, quindi seguitare vomiti interrotti, ed eccessivi dolori nel ventre; le orine gli si impedirono, gli s'infievolirono le gambe, perdeva le forze, ed ogni giorno più si rendeva manifesto che il suo mortale corpo si andava disfacendo. Mormoravasiche di veleno si morisse. Forse egli stesso sel credeva, tanto era stato subito il male, e tanti erano i sospetti che regnavano. Certa contadina del paese di Valentano, Bernardina Beruzzi, che altri chiamavano Peronchini, famosa profetessa, aveva predetto la morte del Ganganelli ad insistito sulla predizione, come se esser dovesse effetto d'una trama. Ganganelli non era uomo da lasciarsi spaventare da simili baie fatte per dar pasto agli sfaccendati su per i trivii e su per le piazze, e Bernardina teneva in quel concetto che meritava, cioè di una sciocca o d'una furba. Ma da un'altra parte, conoscendo quanto sotto dolci spoglie certa gente nascondesse d'odio e di vendetta, provvedeva a sè medesimo, e la propria salute con tutti i mezzi più prudenti procacciava. Scrissero che furongli trovate pillole contro i veleni. La vitale forza interna mancava, stante che un umore litigginoso, ch'era solito sfiorirgli alla pelle, quell'anno non uscì.

Già la morte si avvicinava. Successe un po' di calma, come suole avvenire poco innanzi che l'uomo sia venuto all'ultimo confine della vita, come se Dio avvertire volesse i mortali di pensare ai fatti loro in quell'estremo momento. Già i famigliari si rallegravano, come se il loro signore a sanità tornasse. Ma la calma era preceditrice della morte. Ricomparirono in un subito i funesti segni, e la mattina de' 22 settembre Ganganelli esalò la forte anima, rendendola a colui che gliel'aveva data.

Fu sparato il cadavere. Trovaronsegli lividori nelle intestina, la pelle ancor essa illividita ed in alcuni luoghi nera; tutta la salma rendeva un fetore insopportabile. Crebbero i romori che il santo padre fosse stato avvelenato, non già perchè le apparenze dell'esplorato cadavere ciò dimostrassero, perciocchè si osservano anche nei morti senza veleno e da morti naturali tolti da questa vita, ma perchè gli uomini si erano mattamente dati a credere che colui che aveva soppressoi Gesuiti non di morte naturale, ma di tossico dovesse morire. Gli uni affermarono l'attossicamento per certo, gli altri con eguale asseveranza il negarono. Del resto, è da credere che dal detto al fatto ci sia una gran distanza, nè si vede che i medici che il cadavere hanno tagliato abbiano dichiarato avervi trovato sostanza velenosa, cosa che sola avrebbe potuto levar via ogni dubbio.

La morte di Clemente increbbe a tutti coloro che amavano di vedere la sincera religione unita alla paterna sopportazione. Papa unico il chiamavano, papa quale ad un secolo scrutatore ed inquieto si conveniva. Sono parecchie cose al mondo che più colla bontà si acquistano che colla ragione; perocchè niuno è che la bontà non ami, ma la ragione ha spesso per nemico chi ella convince.

Tutti i sovrani avevano in venerazione Clemente; nè solo i cattolici, ma ancora quelli di religione diversa. Federigo di Prussia, fra gli altri, assai del buono e spiritoso papa si soddisfaceva, ed amava di contentarlo. Da lui impetrò che il vescovo di Breslavia potesse visitare una parte de' suoi diocesani, agevolezza che non aveva mai potuto ottenere da' predecessori. «Che buon papa, che buon papa ha Roma,» diceva Federigo, e il diceva da vero, non per malizia, quantunque malizioso fosse.

Il nome di Clemente era in onore in Inghilterra. Vedevansi a Londra frequenti, così ne' luoghi pubblici come nelle case dei privati, i busti di questo pontefice. Le quali cose quando gli venivano riferite, ei rispondeva: «Volesse pur Dio che ciò che fanno per la persona, il facessero per la religione!» In somma in quel paese, tanto abbondante d'uomini sensati, tanto era nominare Ganganelli quanto Lambertini, due papi simili per dottrina, per saviezza, per bontà, per ingegno.

Nè minori sentimenti di rispetto e d'affetto nodriva per Ganganelli l'imperadrice di Russia, la quale gli scrisse lettere molto onorevoli per impetrare unvescovo cattolico a regola e consolazione de' prelati e religiosi del rito romano che abitavano ne' suoi Stati.

Dicono che l'egregia fama di Clemente fosse anche penetrata sino a Costantinopoli, e che il soldano molto l'onorasse. Fu anzi tramandato alla memoria che il sovrano de' Turchi abbia detto un giorno parlando, all'ambasciatore di Venezia: «Se tutti i vostri papi fossero come quello che presentemente avete, i nostri patriarchi greci non si mostrerebbero tanto dalla corte di Roma alieni. Egli è un saggio che molto sa e rettamente procede, e non fia che ai più lo somiglino le età future.»

I Turchi, i protestanti, i Russi, gli Inglesi stessi, tanto odiatori del papato, lodavano quel papa che altri con malediche penne lacerava. Le lodi stesse dei dissidenti gli erano imputate a delitto, come se la durezza e la cupidigia de' due papi della famiglia de Medici e di alcuni altri non avessero partorito abbastanza amari frutti per la Chiesa cattolica, e specialmente per la sede di Roma.

Clemente, assunto al pontificato, aveva seguito il suo consueto costume quanto alla vita privata, da umile fraticello vivendosi qual era stato, ma nelle udienze e funzioni pubbliche non mancava in lui la magnificenza. Molto ancora si studiava di abbellire la sua Roma. Promosse ed ingrandì l'opera già cominciata da Lambertini, di adunare in un museo che ancora oggidì del suo nome di Clemente si chiama, preziosi residui dell'antichità. Raccolse i già noti, trovonne in quel fecondo suolo degl'ignoti, e tutti collocava in luogo appropriato, a maraviglia dei curiosi, ad istruzione degli studiosi delle belle arti. Parve che l'antica terra alle generose intenzioni del pontefice sorridesse; imperciocchè, tentata, versava fuori in copia le opere preziose degli scarpelli de' secoli passati. Le reliquie della nostra religione, i residui della pagana ad un tempo adunava. Gli uomini di gentilezza informati o di studio desiderosi diciò il commendavano molto; ma divenne argomento di nuova accusa dall'altro lato, biasimandolo i suoi nemici dello aver mescolato le cose sacre colle profane, come se un museo d'antichità fosse una chiesa. Piacevagli visitare sovente quelle onorande depositerie de' nostri antichi padri; piacevagli mostrarle egli stesso in persona ai forestieri che la sempre gloriosa Roma visitavano, e fra le maraviglie che vi si vedevano, il buon pontefice stesso non era la minore. Ebbe particolare cura della libreria del Vaticano, cui in singolar modo adornò di stampe, di testi a penna, di medaglie: crebbe a' suoi tempi per gli sforzi suoi, crebbe per generosità del cardinal Passionei, suo amico, ed a lui molto somigliante, il quale l'arricchì della sua. Gentili spiriti nudriva allora Roma, come sempre; ma questa volta erano dati loro liberi e fecondi cambi da chi reggeva.

Anche all'utilità Ganganelli mirava. Non omise il pensiero de' porti d'Ancona e Civitavecchia, pei quali ordinò utili riparazioni. Provvide alla comodità delle strade, in ogni parte dell'amministrazione de' pubblici invigilava, più da padre di famiglia procedendo che conosceva le necessità dal mondo.

Ma che dirassi di quella sua deliberazione per cui proibì la castratura de' fanciulli, infame usanza, che disonorava la Italia e cambiava un piacere divino, voglio dire quello del canto, in un dolore angoscioso per chi aveva ancora viscere d'umanità. Così comandò, così ottenne; ma tante erano le radici dell'orribile costume, che ripullulò; e se il cielo non aiuta la nobile provincia, temo che lungo tempo ancora sia per durare. Quei che dovrebbero non lo biasimano, i padri dei miseri fanciulli non l'abborriscono, e vi è ancora chi si diletta di sì crudele snaturato scempio.

Ganganelli fu papa in tutto assai diverso da' più. Ebbe in dispregio il nepotismo, nè alcuno de' suoi trasse a dignità, e meno al cardinalato. A quelli che gliraccomandavano i parenti, rispondeva che tutti li portava in cuore, gli amava, ma che se ricchi non erano, neppure non erano poveri, ed abbastanza ricco stimava chi con moderate sostanze, moderati desiderii aveva. Non volle empire l'ambizione di nissuno. I suoi parenti prediletti erano i poveri, tirando sempre mai sopra di sè i loro affanni, e a loro con giudizio e discrezione soccorrendo per non farli viziosi. In somma, ei sarebbe stato papa di perfetta fama appresso a tutti, se non avesse soppresso i Gesuiti. Questo solo gli procurò amarezze in vita, riprensione dopo morte.

Languiva intanto nel suo carcere il Ricci. Nè dalle lettere intercette nè dalle risposte da lui date ne' costituti del processo che gli fu fatto negli ultimi mesi dell'anno 1773 e ne' primi del presente nè da altro suo andamento risultò che egli si fosse stimato ancora investito, dopo la soppressione pronunziata dal papa, di quell'autorità che aveva, essendo generale della compagnia, esercitato, nè che avesse nascosto grosse somme di denaro, siccome il mondo aveva creduto. Non venne in luce alcun suo reato particolare, nè fu interrogato sulle massime ed artifizii che imputavansi alla compagnia e da' quali si fece derivare la sua soppressione. Gli esami s'indrizzarono piuttosto sui fatti personali del carcerato che sulla natura e sugli atti della società.

Invecchiava intanto ed all'ultima sua fine si avvicinava. Volle prima di morire fare una protesta tanto sulla innocenza propria, quanto su quella della compagnia:

«L'incertezza del tempo, scrisse di proprio pugno, in cui a Dio piaccia chiamarmi a sè, e la certezza che un tal tempo sia vicino, attesa l'età avanzata, e la moltitudine, la lunga durata e la gravità de' travagli troppo superiori alla mia debolezza, mi avvertono di adempire preventivamente i miei doveri, potendo facilmente accadere che la qualità dell'ultima malattia m'impedisca di adempirli nell'articolo di morte.

Pertanto, considerandomi sul punto di presentarmi al tribunale d'infallibile verità e giustizia, qual è il solo tribunale divino, dopo lunga e matura considerazione, dopo avere pregato umilmente il mio misericordiosissimo Redentore e terribile giudice a non permettere ch'io mi lasci condurre da passione, specialmente in una delle ultime azioni della mia vita, non per veruna amarezza d'animo, nè per verun altro affetto o fine vizioso, ma solo perchè giudico esser mio dovere di rendere giustizia alla verità ed all'innocenza, faccio le due seguenti dichiarazioni e proteste:

Prima. Dichiaro e protesto che l'estinta compagnia di Gesù non ha dato motivo alcuno alla sua oppressione. Lo dichiaro e protesto con quella certezza che può moralmente aversi da un superiore bene informato della sua religione.

Seconda. Dichiaro e protesto ch'io non ho dato motivo alcuno, neppure leggierissimo, alla mia carcerazione. Lo dichiaro e protesto con quella somma certezza ed evidenza, che ha ciascuno delle proprie azioni. Faccio questa seconda protesta solo perchè necessaria alla riputazione dell'estinta compagnia di Gesù, della quale ero preposito generale.»

Esposto poi che non intendeva che, in vigore di queste sue proteste, potesse giudicarsi colpevole avanti Dio veruno di quelli che avevano recato danno alla compagnia di Gesù o a lui, continuò dicendo:

«E per soddisfare al dovere di cristiano, protesto di avere sempre col divino aiuto perdonato e di perdonare sinceramente a tutti quelli che mi hanno travagliato e danneggiato, prima cogli aggravii fatti alla compagnia di Gesù e con le aspre maniere usate coi religiosi che la componevano: poi colla estinzione della medesima e circostanze che accompagnarono l'estinzione; efinalmente colla mia prigionia e con le durezze che vi sono state aggiunte, e col pregiudizio annesso della riputazione; fatti che sono pubblici e notorii a tutto il mondo. Prego il Signore di perdonare prima a me per sua mera pietà e misericordia e per i meriti di Gesù Cristo i miei moltissimi peccati, e poi di perdonare agli autori e cooperatori dei sopraddetti mali e danni; ed intendo di morire con questo sentimento e preghiera in cuore.»

Le quali cose scritte, Ricci terminò la sua scrittura pregando, e scongiurando qualunque la vedrebbe, di renderla pubblica a tutto il mondo per quanto potesse. Di ciò pregò e scongiurò per tutti i titoli di umanità, di giustizia e di carità cristiana che possono a ciascheduno persuadere l'adempimento di questo suo desiderio e volontà.


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