MDCCLXXVAnno diCristoMDCCLXXV. Indiz.VIII.PioVI papa 1.GiuseppeII imperadore 11.Geloso e importante negozio era il dare a Clemente un successore che a Roma ed al mondo cattolico si convenisse. I sovrani stavano attenti, acciò non fosse promosso alla cattedra pontificale un cardinale, di cui si potesse sospettare che fosse per rimettere in vita l'estinta compagnia. Ognuno prevedeva che, stante lo spirito del secolo, un papa che sentisse del severo, non sarebbe piaciuto; e bene avea detto il grande Lambertini, quando delle contingenze dei tempi parlando, si lasciò uscir di bocca le seguenti parole: «Questo è tempo da appiattarsi e da dar del buono. Fortunati noi, se, dopo di avere tanto gridato contro i quattro articoli del clero di Francia del 1682, vedremo che i popoli se ne contentano e si ristanno e non vanno più oltre.»Da' un altra parte la parsimonia del fraticello di Sant'Arcangelo pareva fuori di proposito in un secolo in cui la vitainteriore era quasi ridotta al niente, e tutta esteriormente si mostrava. Parve ad ognuno che nel cardinale Angelo Braschi si accoppiassero le qualità che si desideravano. Molto splendore nella persona e nel procedere aveva, e sebbene fosse debitore della sua esaltazione alla porpora cardinalizia ai Gesuiti, essendovisi molto adoperato ai giorni della sua potenza il generale Ricci, la natura sua ne l'allontanava. Aveva eziandio voce di persona dabbene, avendo maneggiato parecchi anni con rettitudine le faccende dalla camera, e siccome voce aveva, così era veramente persona dabbene.Queste considerazioni, oltre i voti fermi a sua voglia che aveva per l'aderenza dei principi, gli procuravano tanto favore, che quasi con tutti i voti fu in un non lungo conclave chiamato papa, il dì 14 del mese di febbraio del presente anno.Poche assunzioni di pontefici cagionarono tanta allegrezza nei popoli, massime nel romano, di quella d'Angelo Braschi, il quale, come è noto, elesse il nome di Pio VI. Auguravano, considerando l'indole sua generosa, che pace per la religione, larghezza ed abbondanza per Roma vi sarebbe. Felicissimi principii che ebbero funestissimo fine, non già per colpa sua, ma dei tempi.Dopo la creazione di Pio si parlava tuttavia con molto calore dei Gesuiti. Erano gli uomini particolarmente attenti al vedere che fosse per avvenire del generale Ricci, che sempre stava rinchiuso in castel Sant'Angelo con molta diligenza. Il nuovo papa, piuttosto per timore che i principi si lamentassero se Ricci liberasse, che per inclinazione o sentenza propria, seguì a tenerlo in cattività, procurandogli però tutte quelle agevolezze e comodi che in una prigione l'uomo carcerato può sperare. I principi avevano gelosia che se l'antico capo della società proscritta divenisse libero, la raggroppasse e integrasse, se non in forma aperta, almeno in segreta.Ma Ricci il 19 novembre riceveva il santo viatico in occasione della sua ultima malattia, e, nell'atto di riceverlo, le medesime proteste e dichiarazioni ripeteva che avea fatte l'anno innanzi, e che furono a lor luogo riportate.Preso il santo viatico, Ricci dopo due giorni passò da questa all'altra vita. Pio VI volle onorare morto colui che non aveva potuto liberare vivo. Per ordine suo gli furono fatte, il dì 26 di novembre, solenni esequie, non già nella parrocchia del castello dove solitamente si uffiziava pei morti in quelle carceri, ma nella chiesa di San Giovanni de' Fiorentini, chiesa della sua patria.Il vescovo di Comacchio celebrò le esequie e predicò Ricci come martire. Il cadavere fu portato la sera alla casa professa, dove venne sepolto fra le ossa dei suoi predecessori.Un singolar ragionamento si è fatto intorno al Ricci dagli avversi agl'Ignaziani che porta il pregio di qui riportare. «Chi attentamente, dicevano, le proteste e dichiarazioni del Ricci, scritte del resto con tanto maggiore forza quanto più spirano semplicità e mansuetudine, considererà, giudicherà certamente, che siccome i fatti sui quali i principi fondarono le loro querele contro la compagnia di Gesù ed il papa la sentenza dell'estinzione, erano notorii a tutto il mondo, e però a nissun modo si potevano o si possono recare in dubbio, così o Ricci non gli stimava riprensibili o dannabili, il che dimostrerebbe una larghezza di coscienza veramente maravigliosa e oltre ogni misura temeraria; o, volendo farli tenere per falsi, mentiva agli uomini e a Dio in quel momento stesso in cui era vicino di comparire alla presenza di colui che non si lascia dalle bugie e dagl'inorpellamenti ingannare.»
Geloso e importante negozio era il dare a Clemente un successore che a Roma ed al mondo cattolico si convenisse. I sovrani stavano attenti, acciò non fosse promosso alla cattedra pontificale un cardinale, di cui si potesse sospettare che fosse per rimettere in vita l'estinta compagnia. Ognuno prevedeva che, stante lo spirito del secolo, un papa che sentisse del severo, non sarebbe piaciuto; e bene avea detto il grande Lambertini, quando delle contingenze dei tempi parlando, si lasciò uscir di bocca le seguenti parole: «Questo è tempo da appiattarsi e da dar del buono. Fortunati noi, se, dopo di avere tanto gridato contro i quattro articoli del clero di Francia del 1682, vedremo che i popoli se ne contentano e si ristanno e non vanno più oltre.»
Da' un altra parte la parsimonia del fraticello di Sant'Arcangelo pareva fuori di proposito in un secolo in cui la vitainteriore era quasi ridotta al niente, e tutta esteriormente si mostrava. Parve ad ognuno che nel cardinale Angelo Braschi si accoppiassero le qualità che si desideravano. Molto splendore nella persona e nel procedere aveva, e sebbene fosse debitore della sua esaltazione alla porpora cardinalizia ai Gesuiti, essendovisi molto adoperato ai giorni della sua potenza il generale Ricci, la natura sua ne l'allontanava. Aveva eziandio voce di persona dabbene, avendo maneggiato parecchi anni con rettitudine le faccende dalla camera, e siccome voce aveva, così era veramente persona dabbene.
Queste considerazioni, oltre i voti fermi a sua voglia che aveva per l'aderenza dei principi, gli procuravano tanto favore, che quasi con tutti i voti fu in un non lungo conclave chiamato papa, il dì 14 del mese di febbraio del presente anno.
Poche assunzioni di pontefici cagionarono tanta allegrezza nei popoli, massime nel romano, di quella d'Angelo Braschi, il quale, come è noto, elesse il nome di Pio VI. Auguravano, considerando l'indole sua generosa, che pace per la religione, larghezza ed abbondanza per Roma vi sarebbe. Felicissimi principii che ebbero funestissimo fine, non già per colpa sua, ma dei tempi.
Dopo la creazione di Pio si parlava tuttavia con molto calore dei Gesuiti. Erano gli uomini particolarmente attenti al vedere che fosse per avvenire del generale Ricci, che sempre stava rinchiuso in castel Sant'Angelo con molta diligenza. Il nuovo papa, piuttosto per timore che i principi si lamentassero se Ricci liberasse, che per inclinazione o sentenza propria, seguì a tenerlo in cattività, procurandogli però tutte quelle agevolezze e comodi che in una prigione l'uomo carcerato può sperare. I principi avevano gelosia che se l'antico capo della società proscritta divenisse libero, la raggroppasse e integrasse, se non in forma aperta, almeno in segreta.
Ma Ricci il 19 novembre riceveva il santo viatico in occasione della sua ultima malattia, e, nell'atto di riceverlo, le medesime proteste e dichiarazioni ripeteva che avea fatte l'anno innanzi, e che furono a lor luogo riportate.
Preso il santo viatico, Ricci dopo due giorni passò da questa all'altra vita. Pio VI volle onorare morto colui che non aveva potuto liberare vivo. Per ordine suo gli furono fatte, il dì 26 di novembre, solenni esequie, non già nella parrocchia del castello dove solitamente si uffiziava pei morti in quelle carceri, ma nella chiesa di San Giovanni de' Fiorentini, chiesa della sua patria.
Il vescovo di Comacchio celebrò le esequie e predicò Ricci come martire. Il cadavere fu portato la sera alla casa professa, dove venne sepolto fra le ossa dei suoi predecessori.
Un singolar ragionamento si è fatto intorno al Ricci dagli avversi agl'Ignaziani che porta il pregio di qui riportare. «Chi attentamente, dicevano, le proteste e dichiarazioni del Ricci, scritte del resto con tanto maggiore forza quanto più spirano semplicità e mansuetudine, considererà, giudicherà certamente, che siccome i fatti sui quali i principi fondarono le loro querele contro la compagnia di Gesù ed il papa la sentenza dell'estinzione, erano notorii a tutto il mondo, e però a nissun modo si potevano o si possono recare in dubbio, così o Ricci non gli stimava riprensibili o dannabili, il che dimostrerebbe una larghezza di coscienza veramente maravigliosa e oltre ogni misura temeraria; o, volendo farli tenere per falsi, mentiva agli uomini e a Dio in quel momento stesso in cui era vicino di comparire alla presenza di colui che non si lascia dalle bugie e dagl'inorpellamenti ingannare.»