MDCCLXXIXAnno diCristoMDCCLXXIX. Indiz.XII.PioVI papa 5.GiuseppeII imperadore 15.Nissuna transazione politica d'importanza abbiamo ad annoverare in quest'anno, se non fosse la neutralità stretta dalle potenze marittime d'Italia e della rimanente Europa nell'occasione che i Franzesi e gli Spagnuoli moveansi a sostenere gli sforzi delle colonie inglesi di America contro la madre patria. Prevedeasi che questa guerra avrebbe prodotti molti inconvenienti, ed arrecato non picciol disturbo all'italiano commercio. Abbracciarono dunque, principalmente il granduca di Toscana, il re di Napoli e la repubblica di Venezia, una rigorosa neutralità, ed emanarono editti che, manifestandola ai rispettivi sudditi, prescriveano le regole alle quali quell'atto gli obbligava. Venne poi Caterina II, e propose ai popoli dell'Europa che non erano in guerra una neutralità armata, a fine di proteggere il commercio delle nazioni neutre da ogni attacco od insulto per parte delle potenze belligeranti. Secondo tale proposizione, le navi neutre devono godere di navigazione libera, anche da un porto all'altro, sulle costedelle potenze in guerra; tutti gli effetti appartenenti ai sudditi di queste hanno a considerarsi come liberi, tosto che sieno sur un bordo neutro, eccetto le merci stipulate contrabbando: conservando in mezzo al rumore dell'armi la neutralità più esatta, le nazioni neutre trattano come pirati tutti i bastimenti delle nazioni in guerra che tentassero qualche violenza contro le navi mercantili sotto la loro bandiera.Senza l'ire degli elementi, che nell'anno precedente travagliarono molte parti della Toscana; senza i danni per le eccessive acque patiti da Parma e da Genova pur percossa da grave incendio; senza Bologna che in quest'anno fu spaventata, pel corso di ben otto mesi, da frequente terribile tremuoto che la minacciava dell'ultima rovina; senza lo scoppio della polveriera di Civitavecchia, accesa da un fulmine, la quale in gran parte guastò la città e la fortezza: il Vesuvio presentossi a' Napoletani in uno aspetto che, a memoria d'uomini, non s'era veduto l'eguale. Per tre bocche ne' primi giorni d'agosto l'ignivoma montagna sfogava le viscere ardenti mandando fuori tre torrenti di lave infuocate e vampe di fiamme guizzanti e sanguigne. Ad un'ora della notte dell'8 di quel mese, dietro un tremendo scoppio, ecco che squarciatosi il monte, dei tre spiragli si forma una spaventosa voragine. Mai ad occhio umano non si offerse spettacolo più infernale. Vedevasi dall'ampia apertura l'interno del monte, ma non vedevasi in esso che un'ardentissima massa di vorticoso fuoco. Salivano le fiamme più alto del monte più d'un miglio, e giù quindi scorreva la lava, che pareva dover tutto incendiare e distruggere. Resina e Portici si credettero sepolti ed inceneriti. Quale a pien meriggio illuminate Napoli e tutta la costa. La cenere ed i sassi, che con orribile impeto e fracasso gettava l'enorme cratere, molto lungi andarono e sino a Nola pervennero. Guai ad Ottaiano, dal cratere delVesuvio lontano tre miglia! rischiava di essere seppellito co' suoi dodici mila abitanti sotto le pietre, come furono in altri tempi Ercolano, Stabia, Pompei, solo un'ora di più che l'eruzione durasse. Allentava il furore; cessava. Con tutto ciò immensi furono i danni che soffersero tutte le terre e ville d'intorno. Napoli si vide piena di spaventati contadini che correvano in folla a cercare in essa un asilo. Denso il fuoco e caliginoso giunse a coprire tutto il Largo del castello di Napoli; ma le pietre infuocate incendiarono interi boschi, sprofondarono i tetti, la campagna fino ad un palmo di altezza coprirono. Tra queste pietre se ne trovarono sino di novecento libbre, e di spumosa materia essendo, immensa superficie presentavano. Le ceneri, quai gruppi di nubi dal vento agitate, oltre a Benevento e sino in Puglia a scaricarsi andarono. I danni in questa trista occasione risentiti furono calcolati a trecento mila ducati.Da un'altra parte, la grossa terra di Bagolino poco distante da Brescia, terra di tre mila anime, frequente di fucine e fornaci, arse tutta in men di poche ore, con morte d'oltre a cinquecento persone, quali dal fuoco consunte, quali dal fumo soffocate.Fu in quest'anno abolito in Modena il santo uffizio dell'inquisizione.Accaduta, dopo sedici anni di ducea, la morte del doge di Venezia Luigi Mocenigo, gli fu sostituito il cavaliere Paolo Renier. Dotto nella lingua greca e latina, istrutto a fondo nella storia antica e moderna, di memoria straordinaria fornito, animato parlatore ed energico, a queste qualità univa una somma perizia nel maneggio degli affari. Con tutti cotali vantaggi o dalla natura avuti o coll'arte acquistati e coll'applicazione, non godette per qualche tempo della stima universale de' suoi concittadini; imperciocchè, sospettato di favorire sottomano il malcontentamento de' patrizii, manifestatosi principalmente nel 1762, e di cui abbiamoa suo luogo fatto parola, perdette gran parte di quella considerazione, di cui precedentemente godeva. Se non che, da quel sagace ed accorto uomo ch'egli era, tenne fermo nella burrasca, e seppe rivolgere per modo a suo pro le condizioni del tempo, che, eletto ambasciatore alla corte di Vienna, passò poi a quella di Costantinopoli, che gli tornò vantaggiosissima per molti riguardi. Tornato in patria, ed eletto doge, pervenne a riguadagnare l'opinione pubblica interamente, quei medesimi avversando che pareva avesse un tempo favoreggiati.
Nissuna transazione politica d'importanza abbiamo ad annoverare in quest'anno, se non fosse la neutralità stretta dalle potenze marittime d'Italia e della rimanente Europa nell'occasione che i Franzesi e gli Spagnuoli moveansi a sostenere gli sforzi delle colonie inglesi di America contro la madre patria. Prevedeasi che questa guerra avrebbe prodotti molti inconvenienti, ed arrecato non picciol disturbo all'italiano commercio. Abbracciarono dunque, principalmente il granduca di Toscana, il re di Napoli e la repubblica di Venezia, una rigorosa neutralità, ed emanarono editti che, manifestandola ai rispettivi sudditi, prescriveano le regole alle quali quell'atto gli obbligava. Venne poi Caterina II, e propose ai popoli dell'Europa che non erano in guerra una neutralità armata, a fine di proteggere il commercio delle nazioni neutre da ogni attacco od insulto per parte delle potenze belligeranti. Secondo tale proposizione, le navi neutre devono godere di navigazione libera, anche da un porto all'altro, sulle costedelle potenze in guerra; tutti gli effetti appartenenti ai sudditi di queste hanno a considerarsi come liberi, tosto che sieno sur un bordo neutro, eccetto le merci stipulate contrabbando: conservando in mezzo al rumore dell'armi la neutralità più esatta, le nazioni neutre trattano come pirati tutti i bastimenti delle nazioni in guerra che tentassero qualche violenza contro le navi mercantili sotto la loro bandiera.
Senza l'ire degli elementi, che nell'anno precedente travagliarono molte parti della Toscana; senza i danni per le eccessive acque patiti da Parma e da Genova pur percossa da grave incendio; senza Bologna che in quest'anno fu spaventata, pel corso di ben otto mesi, da frequente terribile tremuoto che la minacciava dell'ultima rovina; senza lo scoppio della polveriera di Civitavecchia, accesa da un fulmine, la quale in gran parte guastò la città e la fortezza: il Vesuvio presentossi a' Napoletani in uno aspetto che, a memoria d'uomini, non s'era veduto l'eguale. Per tre bocche ne' primi giorni d'agosto l'ignivoma montagna sfogava le viscere ardenti mandando fuori tre torrenti di lave infuocate e vampe di fiamme guizzanti e sanguigne. Ad un'ora della notte dell'8 di quel mese, dietro un tremendo scoppio, ecco che squarciatosi il monte, dei tre spiragli si forma una spaventosa voragine. Mai ad occhio umano non si offerse spettacolo più infernale. Vedevasi dall'ampia apertura l'interno del monte, ma non vedevasi in esso che un'ardentissima massa di vorticoso fuoco. Salivano le fiamme più alto del monte più d'un miglio, e giù quindi scorreva la lava, che pareva dover tutto incendiare e distruggere. Resina e Portici si credettero sepolti ed inceneriti. Quale a pien meriggio illuminate Napoli e tutta la costa. La cenere ed i sassi, che con orribile impeto e fracasso gettava l'enorme cratere, molto lungi andarono e sino a Nola pervennero. Guai ad Ottaiano, dal cratere delVesuvio lontano tre miglia! rischiava di essere seppellito co' suoi dodici mila abitanti sotto le pietre, come furono in altri tempi Ercolano, Stabia, Pompei, solo un'ora di più che l'eruzione durasse. Allentava il furore; cessava. Con tutto ciò immensi furono i danni che soffersero tutte le terre e ville d'intorno. Napoli si vide piena di spaventati contadini che correvano in folla a cercare in essa un asilo. Denso il fuoco e caliginoso giunse a coprire tutto il Largo del castello di Napoli; ma le pietre infuocate incendiarono interi boschi, sprofondarono i tetti, la campagna fino ad un palmo di altezza coprirono. Tra queste pietre se ne trovarono sino di novecento libbre, e di spumosa materia essendo, immensa superficie presentavano. Le ceneri, quai gruppi di nubi dal vento agitate, oltre a Benevento e sino in Puglia a scaricarsi andarono. I danni in questa trista occasione risentiti furono calcolati a trecento mila ducati.
Da un'altra parte, la grossa terra di Bagolino poco distante da Brescia, terra di tre mila anime, frequente di fucine e fornaci, arse tutta in men di poche ore, con morte d'oltre a cinquecento persone, quali dal fuoco consunte, quali dal fumo soffocate.
Fu in quest'anno abolito in Modena il santo uffizio dell'inquisizione.
Accaduta, dopo sedici anni di ducea, la morte del doge di Venezia Luigi Mocenigo, gli fu sostituito il cavaliere Paolo Renier. Dotto nella lingua greca e latina, istrutto a fondo nella storia antica e moderna, di memoria straordinaria fornito, animato parlatore ed energico, a queste qualità univa una somma perizia nel maneggio degli affari. Con tutti cotali vantaggi o dalla natura avuti o coll'arte acquistati e coll'applicazione, non godette per qualche tempo della stima universale de' suoi concittadini; imperciocchè, sospettato di favorire sottomano il malcontentamento de' patrizii, manifestatosi principalmente nel 1762, e di cui abbiamoa suo luogo fatto parola, perdette gran parte di quella considerazione, di cui precedentemente godeva. Se non che, da quel sagace ed accorto uomo ch'egli era, tenne fermo nella burrasca, e seppe rivolgere per modo a suo pro le condizioni del tempo, che, eletto ambasciatore alla corte di Vienna, passò poi a quella di Costantinopoli, che gli tornò vantaggiosissima per molti riguardi. Tornato in patria, ed eletto doge, pervenne a riguadagnare l'opinione pubblica interamente, quei medesimi avversando che pareva avesse un tempo favoreggiati.