MDCCLXXXAnno diCristoMDCCLXXX. Indiz.XIII.PioVI papa 6.GiuseppeII imperadore 16.Contrassegna quest'anno la morte di una gran donna. L'imperatrice Maria Teresa, dopo la morte del suo consorte Francesco I e la elevazione del figliuol suo Giuseppe, dimesso non aveva mai il lutto; e sebbene una parte attiva pigliato avesse nello smembramento della Polonia, e col trattato del Teschen dell'anno precedente avesse accresciuto gli Stati suoi con porzione della Baviera, gran parte tuttavia delle pubbliche cure aveva all'imperatore Giuseppe lasciato. Data agli esercizii della più solida pietà, vide ella tranquillamente avvicinarsi il supremo giorno, e morì in Vienna il 29 di novembre di quest'anno. Come ad alcuni Romani imperatori dato si era il nome glorioso di padre della patria, così madre della patria taluno la chiamò: certa cosa è che essa, massime negli ultimi anni del suo regno, non fu sollecita che di spargere i benefizii sui poveri, sulle vedove e sugli orfani, e dichiarò perfin, morendo, che se alcuna cosa fatta aveva degna di riprensione, certamente consapevole non n'era, imperocchè sempre avesse avuto in vista il bene e la prosperità de' suoi sudditi. Regnato per lo spazio di quarant'anni, e amato sempre la verità e la giustizia, Maria Teresa talvolta lagnata erasiche nelle elezioni ingannata si fosse e che male intese o peggio ancora eseguite le sue intenzioni state fossero. Ad essa si attribuisce la massima, espressa fino dal tempo in cui regnava il padre suo Carlo VI, non esservi che il piacere di compartire grazie e far del bene ai sudditi che render possa sopportabile il peso di una corona. Gli Stati d'Italia ad essa appartenenti non mai furono tanto felici e tranquilli quanto sotto il suo reggimento; tra le lodi tribuite a quella sovrana, l'ultima non fu certo quella che esattamente voleva essere di tutto informata; che ai piccioli come ai grandi aperto voleva l'accesso alla sua persona, e tutti ascoltava con clemenza, le grazie concedendo o il motivo allegando del rifiuto, senza promesse illusorie, senza mendicati ripieghi, e senza alcuna di quelle vaghe frasi ed incerte che lo stile alcuna volta adornano, ovveramente sfregiano dei potenti. Fu detto da un autor franzese che vivendo seguiti avesse gl'insegnamenti da Marc'Aurelio lasciati intorno ai doveri dei regnanti. Morendo, i figli Giuseppe e Leopoldo sul trono lasciava.Nè a caso si è nominato Leopoldo di Toscana; aveva egli l'animo a ridurre a migliore stato le leggi; gli accidenti anche lo sforzavano. I conventi dei frati, sottratti, in vigore degli ordini ecclesiastici che prima delle riformazioni da lui fatte erano ancora in osservanza, dalla giurisdizione degli ordinarii, da Roma unicamente per mezzo dei loro generali dipendevano. I conventi poi delle monache dai frati ricevevano la direzione spirituale. Queste condizioni riuscivano di non poca molestia a chi sui luoghi la Chiesa governava e lo Stato. I frati come indipendenti erano, così divenivano anche sbrigliati ed il quieto vivere delle famiglie e del pubblico turbavano.Sorgevano poi gravi inconvenienti nei conventi delle monache, conciossiachè, introdottavisi la corruttela dei costumi, non vi era disordine che non vi si commettesse. Il lezzo di dentro rendeva odorefuori, i buoni si scandalizzavano, gli inclinati al male si corrompevano. Maligni esempi uscivano da quei luoghi, che santi dovrebbero essere e santi stimarsi. I vescovi non avevano autorità di porvi rimedio. Da Roma venivano ripari lenti e si mandavano le cose in lungo, domandandosi processi, informazioni, interrogatorii sopra ciò che ognuno pur troppo per vero conosceva. Accusava esagerazioni da parte di chi si lamentava, e supponeva mala volontà e calunnie. La curia poi portava, specialmente ai tempi di Rezzonico, e poi morto Ganganelli, mal animo a chi reggeva la Toscana per le riformazioni che vi erano state fatte in certi ordini toccanti la disciplina ecclesiastica. Le cose andavano di male in peggio, sicchè giunsero ad un estremo tale che la pazienza e l'ulteriore sopportazione in chi governava sarebbero state colpa: anzi erano in tale disposizione che si dubitava che non fossero più atte a ricevere alcuna medicina.Erano in Pistoia due conventi di monache domenicane retti dai religiosi del medesimo ordine; quelli di Santa Caterina e di Santa Lucia. Tristo nome avevano già da qualche tempo; il popolo ragionava di certe brutture che vi si commettevano: incerte voci erano, ma che pure, per la perseveranza, indicavano esservi alcuna radice di verità. Lo dice Scipione Ricci vescovo di Pistoia, nei suoi scritti.Pervennero a notizia di Leopoldo, il quale ordinò all'Alamanni, vescovo in quei giorni, di Pistoia, che si recasse subito in mano la direzione spirituale di tutti i conventi delle domenicane di quella città. Nel tempo stesso proibì, sotto pena di carcere, ai domenicani di entrarvi. Ma le donne non vollero obbedire. Incominciarono a dire che non volevano riconoscere nè il vescovo per loro superiore, nè i confessori. Poi, levando sempre più il viso, allegavano che papa Pio V il santo aveva pronunciato la scomunica contro chi fra i claustrali ad altro superiore obbedisse che a quello dato per autoritàdella santa Sede. Tanta era la loro contumacia, che quelle, le quali in articolo di morte si trovavano, amavano meglio morire senza confessione che confessarsi al confessore mandato dal vescovo.Se ne scrisse a Pio VI pontefice: rispose essere calunnie, e che non voleva approvare la violazione delle legislazioni dei due conventi. Si lamentò anzi che quello fosse un addentellato di Leopoldo per usurpare in altri conventi e generalmente in tutti l'autorità della santa Sede.Allora il granduca scrisse lettere circolari ai vescovi della Toscana, ordinando che ciascuno di loro e tutti con unanime consentimento addomandassero al papa, che i conventi, nissuno eccettuato, dalla direzione dei frati si sottraessero ed alla dipendenza spirituale degli ordinarii si sottomettessero. I prelati condiscesero ai desiderii di Leopoldo; le episcopali domande arrivarono al Vaticano; Leopoldo stesso mandò le sue istanze, e Pio pregò che quella deliberazione abbracciasse dalla quale sola si poteva sperare la riforma degli abusi ed il ritiramento delle cose religiose verso il loro principio e verso la buona ed esemplare disciplina.Il pontefice, per quel sospetto che aveva che ci covasse sotto e calunnia e disegni a pregiudizio della santa Sede, udì poco favorevolmente le petizioni di Toscana. Rispose a ciascun vescovo attendessero pure a mandargli i processi e le informazioni, poi vedrebbe ciò che convenisse farsi. Ma siccome il granduca insisteva con pressa, così il papa trovò il mezzo termine di dare facoltà ad alcuni vescovi toscani di governare, come delegati apostolici, col freno spirituale i conventi che in deformi consuetudini fossero trascorsi, e che i frati avessero o turbato o corrotto. Quanto alle religiose sregolate di Santa Caterina di Pistoia, Ippoliti, che in quei dì sedeva vescovo di quella città, le fece trasferire nel convento di San Clemente di Prato, che pure al governo dei domenicani soggiaceva. Quelle di Santa Lucia, prive del fomento delle consortidi Santa Caterina, si assoggettarono, e diventarono, se non migliori, almeno più caute.In quest'anno il Ricci successe all'Ippoliti nel governo della diocesi di Pistoia, di cui la città di Prato era membro. Colla medicina di Pistoia credevasi di aver rimediato a tutte le piaghe, e che l'intero ovile fosse a sanità ricondotto. Ma vana fu l'aspettazione, posciachè in Prato maggiore contaminazione si scoperse. Due monache di Santa Caterina di questa città, una nobile pratese di anni cinquanta, l'altra di altra nobile famiglia pur di Prato, di anni trentotto, viveano già da molti anni immerse ne' più gravi disordini.Gli empi dogmi e le perverse consuetudini non avevano però tanto potuto celarsi, non già dalle ree femmine, che non se ne infingevano, ma dai superiori ecclesiastici che desideravano sopire senza scandalo una cosa cotanto detestabile, che fuora le lingue non ne favellassero, e quel luogo che santo ed intemerato doveva essere, empio e sacrilego non chiamassero. Il vescovo Ricci ed il granduca Leopoldo, ai quali queste cose infinitamente dispiacevano, avevano preso risoluzione, correndo gli anni 1778, 1779 e 1780, di osservar bene quegli andamenti, e di accertarsi anche per processi informativi, affinchè, mandate a Roma le informazioni, la congregazione dei cardinali sopra i regolari ed il pontefice stesso non potessero aver cagione di sopportare e non provvedere.Intanto, per allontanare da Santa Caterina ogni occasione di corruttela e di scandalo, le due monache, per ordine sovrano, furono trasferite a Firenze, per esservi chiuse nel conservatorio di San Bonifacio, dove occupate in opere manuali avessero altro che pensare. Tuttavia non vi diventarono migliori; però dagli ordini del conservatorio era impedito ch'elleno con le parole e con l'esempio le innocenti creature che colà entro convivendo contaminassero.In questo mentre si andava fra i consiglieri del papa considerando ciò che fosse a farsi per ravviare le cose di Toscana. Trattavasi se convenisse, inchinandosi alle domande di Leopoldo e di Ricci, dare al vescovo ogni necessaria facoltà, perchè potesse ritornare all'ordine, alla purità ed alla pace Santa Caterina con tutti gli altri monasteri di domenicane che nella sua diocesi si trovavano. Roma aveva gravi risentimenti contro il granduca e il suo vescovo prediletto, a cagione delle riforme che già avevano fatte e quelle che annunziavano di voler fare. Specialmente poi acerbo animo portavano a Ricci per avere pubblicato un monitorio contro la divozione del cuore di Gesù. In questo mezzo il cardinal Palavicino, segretario di Stato di papa Pio, cagionevole di salute essendo, si era condotto a cambiar aria, lasciando il carico delle faccende al cardinale Rezzonico.Quest'ultimo cardinale, più simile allo zio, che fu papa, che prudente ad accomodarsi ai tempi che correvano, benaffetto ai gesuiti, ostava al Ricci. Pio VI, che pur i gesuiti, autori della divozione del cuore di Gesù, non amava, e che quanto Ricci quella divozione dannava, siccome d'animo alto e risentito era, e gelosissimo dell'autorità e dignità della Sede pontificia, si dimostrava anche alieno così dal vescovo di Pistoia, come dal granduca, anzi da tutta la casa austriaca, da cui allora riconosceva la diminuzione delle romane prerogative.I domenicani, grandemente avversi in altri tempi ai gesuiti, nella congiuntura presente ai medesimi si unirono, perchè vedevano che una cattiva nominanza si solleverebbe contro il loro ordine, se il papa con un solenne atto facesse vedere al mondo che le colpe d'alcune domenicane e di alcuni dei domenicani erano conformi alla verità. Tra gesuiti e domenicani fecero un così forte agitare alla corte, che il papa, non che consentisse a dare le facoltà domandate al vescovo di Pistoia, gli scrisse lettere acerbissime,tassandolo d'imprudenza per aver sollevato questi romori in tempi tanto calamitosi per la Chiesa. In quanto poi alle due religiose, prescrisse che fossero innanzi al tribunale dell'inquisizione tradotte, per essere da lui, secondo che meritavano, castigate.Il granduca, a cui stava a cuore l'onor del vescovo pistoiese ed il suo, e che non voleva che la potestà secolare fosse dichiarata incompetente per provvedere ai disordini che succedevano nei conventi, e di cui la fama, uscendo fuori, scandalizzava i popoli, scrisse in termini molto risentiti a Roma, facendo intendere che non mai avrebbe consentito che le due monache fossero date in potestà del santo uffizio. Minacciò poi apertamente che se il governo pontificio si fosse ancora peritato al sommettere i conventi delle monache di Toscana all'autorità spirituale dei loro ordinarii, avrebbe provveduto egli di propria autorità alle corruttele che vi erano pullulate.Ad un tratto così risoluto il papa, rispondendo al granduca, gli fece sapere che delle due monache deliberasse pure ciò che più conveniente stimasse. Nello stesso tempo conferì ai vescovi del granducato, e particolarmente a quel di Pistoia, le facoltà che gli erano state domandate. Che anzi il pontefice, il quale le buone cose amava, quando gli adulatori nol tentavano in proposito della grandezza e della dignità della Sede pontificia, scrisse lettere di amara riprensione al generale dei domenicani, per non avergli fatto conoscere la verità sugli accidenti scandalosi di Prato.In quest'anno Modena abolì nelle procedure criminali la tortura.
Contrassegna quest'anno la morte di una gran donna. L'imperatrice Maria Teresa, dopo la morte del suo consorte Francesco I e la elevazione del figliuol suo Giuseppe, dimesso non aveva mai il lutto; e sebbene una parte attiva pigliato avesse nello smembramento della Polonia, e col trattato del Teschen dell'anno precedente avesse accresciuto gli Stati suoi con porzione della Baviera, gran parte tuttavia delle pubbliche cure aveva all'imperatore Giuseppe lasciato. Data agli esercizii della più solida pietà, vide ella tranquillamente avvicinarsi il supremo giorno, e morì in Vienna il 29 di novembre di quest'anno. Come ad alcuni Romani imperatori dato si era il nome glorioso di padre della patria, così madre della patria taluno la chiamò: certa cosa è che essa, massime negli ultimi anni del suo regno, non fu sollecita che di spargere i benefizii sui poveri, sulle vedove e sugli orfani, e dichiarò perfin, morendo, che se alcuna cosa fatta aveva degna di riprensione, certamente consapevole non n'era, imperocchè sempre avesse avuto in vista il bene e la prosperità de' suoi sudditi. Regnato per lo spazio di quarant'anni, e amato sempre la verità e la giustizia, Maria Teresa talvolta lagnata erasiche nelle elezioni ingannata si fosse e che male intese o peggio ancora eseguite le sue intenzioni state fossero. Ad essa si attribuisce la massima, espressa fino dal tempo in cui regnava il padre suo Carlo VI, non esservi che il piacere di compartire grazie e far del bene ai sudditi che render possa sopportabile il peso di una corona. Gli Stati d'Italia ad essa appartenenti non mai furono tanto felici e tranquilli quanto sotto il suo reggimento; tra le lodi tribuite a quella sovrana, l'ultima non fu certo quella che esattamente voleva essere di tutto informata; che ai piccioli come ai grandi aperto voleva l'accesso alla sua persona, e tutti ascoltava con clemenza, le grazie concedendo o il motivo allegando del rifiuto, senza promesse illusorie, senza mendicati ripieghi, e senza alcuna di quelle vaghe frasi ed incerte che lo stile alcuna volta adornano, ovveramente sfregiano dei potenti. Fu detto da un autor franzese che vivendo seguiti avesse gl'insegnamenti da Marc'Aurelio lasciati intorno ai doveri dei regnanti. Morendo, i figli Giuseppe e Leopoldo sul trono lasciava.
Nè a caso si è nominato Leopoldo di Toscana; aveva egli l'animo a ridurre a migliore stato le leggi; gli accidenti anche lo sforzavano. I conventi dei frati, sottratti, in vigore degli ordini ecclesiastici che prima delle riformazioni da lui fatte erano ancora in osservanza, dalla giurisdizione degli ordinarii, da Roma unicamente per mezzo dei loro generali dipendevano. I conventi poi delle monache dai frati ricevevano la direzione spirituale. Queste condizioni riuscivano di non poca molestia a chi sui luoghi la Chiesa governava e lo Stato. I frati come indipendenti erano, così divenivano anche sbrigliati ed il quieto vivere delle famiglie e del pubblico turbavano.
Sorgevano poi gravi inconvenienti nei conventi delle monache, conciossiachè, introdottavisi la corruttela dei costumi, non vi era disordine che non vi si commettesse. Il lezzo di dentro rendeva odorefuori, i buoni si scandalizzavano, gli inclinati al male si corrompevano. Maligni esempi uscivano da quei luoghi, che santi dovrebbero essere e santi stimarsi. I vescovi non avevano autorità di porvi rimedio. Da Roma venivano ripari lenti e si mandavano le cose in lungo, domandandosi processi, informazioni, interrogatorii sopra ciò che ognuno pur troppo per vero conosceva. Accusava esagerazioni da parte di chi si lamentava, e supponeva mala volontà e calunnie. La curia poi portava, specialmente ai tempi di Rezzonico, e poi morto Ganganelli, mal animo a chi reggeva la Toscana per le riformazioni che vi erano state fatte in certi ordini toccanti la disciplina ecclesiastica. Le cose andavano di male in peggio, sicchè giunsero ad un estremo tale che la pazienza e l'ulteriore sopportazione in chi governava sarebbero state colpa: anzi erano in tale disposizione che si dubitava che non fossero più atte a ricevere alcuna medicina.
Erano in Pistoia due conventi di monache domenicane retti dai religiosi del medesimo ordine; quelli di Santa Caterina e di Santa Lucia. Tristo nome avevano già da qualche tempo; il popolo ragionava di certe brutture che vi si commettevano: incerte voci erano, ma che pure, per la perseveranza, indicavano esservi alcuna radice di verità. Lo dice Scipione Ricci vescovo di Pistoia, nei suoi scritti.
Pervennero a notizia di Leopoldo, il quale ordinò all'Alamanni, vescovo in quei giorni, di Pistoia, che si recasse subito in mano la direzione spirituale di tutti i conventi delle domenicane di quella città. Nel tempo stesso proibì, sotto pena di carcere, ai domenicani di entrarvi. Ma le donne non vollero obbedire. Incominciarono a dire che non volevano riconoscere nè il vescovo per loro superiore, nè i confessori. Poi, levando sempre più il viso, allegavano che papa Pio V il santo aveva pronunciato la scomunica contro chi fra i claustrali ad altro superiore obbedisse che a quello dato per autoritàdella santa Sede. Tanta era la loro contumacia, che quelle, le quali in articolo di morte si trovavano, amavano meglio morire senza confessione che confessarsi al confessore mandato dal vescovo.
Se ne scrisse a Pio VI pontefice: rispose essere calunnie, e che non voleva approvare la violazione delle legislazioni dei due conventi. Si lamentò anzi che quello fosse un addentellato di Leopoldo per usurpare in altri conventi e generalmente in tutti l'autorità della santa Sede.
Allora il granduca scrisse lettere circolari ai vescovi della Toscana, ordinando che ciascuno di loro e tutti con unanime consentimento addomandassero al papa, che i conventi, nissuno eccettuato, dalla direzione dei frati si sottraessero ed alla dipendenza spirituale degli ordinarii si sottomettessero. I prelati condiscesero ai desiderii di Leopoldo; le episcopali domande arrivarono al Vaticano; Leopoldo stesso mandò le sue istanze, e Pio pregò che quella deliberazione abbracciasse dalla quale sola si poteva sperare la riforma degli abusi ed il ritiramento delle cose religiose verso il loro principio e verso la buona ed esemplare disciplina.
Il pontefice, per quel sospetto che aveva che ci covasse sotto e calunnia e disegni a pregiudizio della santa Sede, udì poco favorevolmente le petizioni di Toscana. Rispose a ciascun vescovo attendessero pure a mandargli i processi e le informazioni, poi vedrebbe ciò che convenisse farsi. Ma siccome il granduca insisteva con pressa, così il papa trovò il mezzo termine di dare facoltà ad alcuni vescovi toscani di governare, come delegati apostolici, col freno spirituale i conventi che in deformi consuetudini fossero trascorsi, e che i frati avessero o turbato o corrotto. Quanto alle religiose sregolate di Santa Caterina di Pistoia, Ippoliti, che in quei dì sedeva vescovo di quella città, le fece trasferire nel convento di San Clemente di Prato, che pure al governo dei domenicani soggiaceva. Quelle di Santa Lucia, prive del fomento delle consortidi Santa Caterina, si assoggettarono, e diventarono, se non migliori, almeno più caute.
In quest'anno il Ricci successe all'Ippoliti nel governo della diocesi di Pistoia, di cui la città di Prato era membro. Colla medicina di Pistoia credevasi di aver rimediato a tutte le piaghe, e che l'intero ovile fosse a sanità ricondotto. Ma vana fu l'aspettazione, posciachè in Prato maggiore contaminazione si scoperse. Due monache di Santa Caterina di questa città, una nobile pratese di anni cinquanta, l'altra di altra nobile famiglia pur di Prato, di anni trentotto, viveano già da molti anni immerse ne' più gravi disordini.
Gli empi dogmi e le perverse consuetudini non avevano però tanto potuto celarsi, non già dalle ree femmine, che non se ne infingevano, ma dai superiori ecclesiastici che desideravano sopire senza scandalo una cosa cotanto detestabile, che fuora le lingue non ne favellassero, e quel luogo che santo ed intemerato doveva essere, empio e sacrilego non chiamassero. Il vescovo Ricci ed il granduca Leopoldo, ai quali queste cose infinitamente dispiacevano, avevano preso risoluzione, correndo gli anni 1778, 1779 e 1780, di osservar bene quegli andamenti, e di accertarsi anche per processi informativi, affinchè, mandate a Roma le informazioni, la congregazione dei cardinali sopra i regolari ed il pontefice stesso non potessero aver cagione di sopportare e non provvedere.
Intanto, per allontanare da Santa Caterina ogni occasione di corruttela e di scandalo, le due monache, per ordine sovrano, furono trasferite a Firenze, per esservi chiuse nel conservatorio di San Bonifacio, dove occupate in opere manuali avessero altro che pensare. Tuttavia non vi diventarono migliori; però dagli ordini del conservatorio era impedito ch'elleno con le parole e con l'esempio le innocenti creature che colà entro convivendo contaminassero.
In questo mentre si andava fra i consiglieri del papa considerando ciò che fosse a farsi per ravviare le cose di Toscana. Trattavasi se convenisse, inchinandosi alle domande di Leopoldo e di Ricci, dare al vescovo ogni necessaria facoltà, perchè potesse ritornare all'ordine, alla purità ed alla pace Santa Caterina con tutti gli altri monasteri di domenicane che nella sua diocesi si trovavano. Roma aveva gravi risentimenti contro il granduca e il suo vescovo prediletto, a cagione delle riforme che già avevano fatte e quelle che annunziavano di voler fare. Specialmente poi acerbo animo portavano a Ricci per avere pubblicato un monitorio contro la divozione del cuore di Gesù. In questo mezzo il cardinal Palavicino, segretario di Stato di papa Pio, cagionevole di salute essendo, si era condotto a cambiar aria, lasciando il carico delle faccende al cardinale Rezzonico.
Quest'ultimo cardinale, più simile allo zio, che fu papa, che prudente ad accomodarsi ai tempi che correvano, benaffetto ai gesuiti, ostava al Ricci. Pio VI, che pur i gesuiti, autori della divozione del cuore di Gesù, non amava, e che quanto Ricci quella divozione dannava, siccome d'animo alto e risentito era, e gelosissimo dell'autorità e dignità della Sede pontificia, si dimostrava anche alieno così dal vescovo di Pistoia, come dal granduca, anzi da tutta la casa austriaca, da cui allora riconosceva la diminuzione delle romane prerogative.
I domenicani, grandemente avversi in altri tempi ai gesuiti, nella congiuntura presente ai medesimi si unirono, perchè vedevano che una cattiva nominanza si solleverebbe contro il loro ordine, se il papa con un solenne atto facesse vedere al mondo che le colpe d'alcune domenicane e di alcuni dei domenicani erano conformi alla verità. Tra gesuiti e domenicani fecero un così forte agitare alla corte, che il papa, non che consentisse a dare le facoltà domandate al vescovo di Pistoia, gli scrisse lettere acerbissime,tassandolo d'imprudenza per aver sollevato questi romori in tempi tanto calamitosi per la Chiesa. In quanto poi alle due religiose, prescrisse che fossero innanzi al tribunale dell'inquisizione tradotte, per essere da lui, secondo che meritavano, castigate.
Il granduca, a cui stava a cuore l'onor del vescovo pistoiese ed il suo, e che non voleva che la potestà secolare fosse dichiarata incompetente per provvedere ai disordini che succedevano nei conventi, e di cui la fama, uscendo fuori, scandalizzava i popoli, scrisse in termini molto risentiti a Roma, facendo intendere che non mai avrebbe consentito che le due monache fossero date in potestà del santo uffizio. Minacciò poi apertamente che se il governo pontificio si fosse ancora peritato al sommettere i conventi delle monache di Toscana all'autorità spirituale dei loro ordinarii, avrebbe provveduto egli di propria autorità alle corruttele che vi erano pullulate.
Ad un tratto così risoluto il papa, rispondendo al granduca, gli fece sapere che delle due monache deliberasse pure ciò che più conveniente stimasse. Nello stesso tempo conferì ai vescovi del granducato, e particolarmente a quel di Pistoia, le facoltà che gli erano state domandate. Che anzi il pontefice, il quale le buone cose amava, quando gli adulatori nol tentavano in proposito della grandezza e della dignità della Sede pontificia, scrisse lettere di amara riprensione al generale dei domenicani, per non avergli fatto conoscere la verità sugli accidenti scandalosi di Prato.
In quest'anno Modena abolì nelle procedure criminali la tortura.