MDCCLXXVII

MDCCLXXVIIAnno diCristoMDCCLXXVII. Indiz.X.PioVI papa 3.GiuseppeII imperadore 13.Già da circa quattro anni regnava sul Piemonte il re Carlo Emmanuele. Dalle mutazioni al suo avvenimento succedute, e già al proprio luogo riferite, i Piemontesi si auguravano miglior condizione, non tanto perchè così suole avvenire in ogni cambiamento di signore, quanto perchè il nuovo re aveva voce d'uomo generoso e molto lontano dal procedere stretto e scarso del padre. Diede anche alcuna contentezza ai popoli il vedere allontanato dai consigli della corte il cardinale delle Lance di cui si conosceva l'eccessiva dipendenza da Roma; onde sperarono che le ragioni della potestà laica sarebbero meglio preservate, e si fosse per vivere con qualche maggiore larghezza rispetto alle pratiche della esterior disciplina, le quali, quando con soverchio rigore ristrette sono, fanno gli uomini più ipocriti che religiosi.Solamente dava noia il conoscersi l'umore guerreggevole, di cui Vittorio era dominato, e l'usare prodigalità, come ei faceva, principalmente verso i suoi soldati; prodigalità che ogni termine di larghezza oltrapassava. Onde accadde che per lo spendio eccessivo si fusero e scialacquarono le sostanze pubbliche, ed in breve tempo restò esausto il tesoro lasciato pieno dal padre, che la fama affermava sommare a dodici milioni di lire piemontesi. Il debito pubblico s'accrebbe di tal maniera, che, quando vennero i tempi grossi, la monarchia ne restò sobbissata ed oppressa.Ma nel corso del suo vivere ed usare prodigalmente Vittorio, siccome generoso era, molte opere degne di memoria lasciò, e di utilità non poca; imperciocchèe l'accademia delle scienze, che per lo innanzi era semplice e privata società fondata da quei tre sommi uomini Lagrange, Saluzzo e Cigna, con decreto reale approvò; e fondò la specola e l'accademia di pittura e di scoltura. Fra le opere utilissime da lui promosse debbesi annoverare quella d'avere, acciocchè i cadaveri più non si seppellissero nelle chiese, eretto fuori della città, in riva il Po, il cenotafio. Da lui deve eziandio Torino riconoscere il beneficio d'essere illuminata la notte.Nè è da tacersi che, dando ascolto ad uomini chiari per dottrina e gelosi della prosperità del paese, ei creò l'accademia agraria, da cui non poco pro sorse per la coltivazione dei campi, principale fonte di ricchezza per quella subalpina regione. Agli uomini dotti e zelanti della buona coltivazione de' campi aggiunse mezzi insoliti di fertilità, con condurre canali d'acque irrigatrici ne' luoghi che più ne abbisognavano. Fra gli altri è da ricordare quello che da rimpetto a Cuorgnè conduce l'acque limpidissime dell'Orco a Chivasso; per la qual bisogna ei fu d'uopo cavare in molta lunghezza due monti, opera che non senza maraviglia si vede in essere anche a' dì nostri nel territorio di San Giorgio Cavanese.Quindi poscia, entrando in ciò che più gli andava a genio, con nuovo modo ordinò le soldatesche, modo che, come troppo complicato, non ebbe l'approvazione degli uomini periti di milizia. Alzò la fortezza di Tortona, cavò il porto di Nizza, la strada dalla capitale a quella marittima città a maggiore comodo ridusse, alle fortificazioni di Villafranca migliore forma procacciò, sussidio inutile, poichè un urto tremendo venne di fuora, e le radici di dentro erano difettose. Mancò il denaro, principale nervo della guerra, e soprabbondarono smoderatamente le soldatesche, da cui, contuttochè buone fossero e valorose, non potè salvarsi lo Stato; che anzi in certo modol'oppressero, pel numero stesso nocquero e la macchina sfondarono.Del rimanente, Vittorio Amedeo fu principe di buono ed alto animo, nè gli dispiacevano i generosi pensieri. Lasciò che nella università di Torino da professori egregi s'insegnassero le dottrine che la potestà temporale dagli abusi della spirituale preservavano, ancorchè il cardinale delle Lance alcuna volta lo sgridasse; e taluno ricorda che, volendo un famoso libero muratore fondare in Torino una di quelle sue congreghe, e domandatane la permissione al re Vittorio gli rispose: «Lasciatemi stare, che il cardinale mi sgrida; non voglio brighe coi preti. Oh, va, ed abbi pazienza, che anch'io l'ho.» Dilettavasi della conversazione de' letterati, e si faceva spesso venire avanti l'abbate Morando, prete acerbo, ma che scriveva libri a dilungo con qualche novità, e fra quegli ori il faceva sedere, e parlava con lui di lettere, e tratto tratto apriva il forzierino, e dava doppie d'oro all'abbate, che poi sen andava molto ben contento. Tal era Vittorio.Per la sua natura benigna e generosa, questo principe era fatto per ordinare utili riforme e cambiare il male in bene. Forse le avrebbe fatte in un tempo massimamente in cui suonava tanta fama di quelle che Giuseppe e Leopoldo andavano facendo in Lombardia ed in Toscana, se non fosse stato ritenuto da una nobiltà superba ed imperiosa, nè tanto disposta all'obbedienza delle inclinazioni soldatesche. Il buon uomo non capiva in sè dal piacere, quando vedeva i suoi soldati schierati, e più ancora quando li faceva vedere ai principi che il venivano visitando, a Paolo di Russia, a Gustavo di Svezia e Ferdinando di Napoli. Nè poca noia sentì, quando Paolo gli disse che i fucili de' suoi soldati erano, non so se troppo lunghi o troppo grevi, o per sè stessi o per le baionette, onde i colpi, per la stanchezza delle braccia troppo abbassandosi, andavano verso terra, e non potevanobene ammazzare la gente. Non poteva sopportare che i suoi soldati fossero criticati. In somma soldato era ed amava i soldati, e portava il collo piegato a guisa di Federigo di Prussia. Infelice, che non prevedeva che oltr'Alpi un tale sobbisso di guerra si andava preparando che, i proprii soldati soperchiando, avrebbe condotto lui, il suo Stato e la sua casa in perdizione!Erasi bensì Clemente XIV riconciliato destramente colla corte di Portogallo, ma ricuperato non aveva tuttavia il potere di cui la romana corte godeva in Lisbona al cominciare nel pontificato di Clemente XIII. Si sospettava da alcuni che la controversia fosse ravvivata dal marchese di Pombal, da altri, che opera fosse del partito de' Gesuiti, il quale ancora si agitava dopo la soppressione loro. Tornato era bensì un ambasciatore portoghese in Roma, e un nunzio apostolico era egualmente passato a Lisbona; ma eretto erasi in quella città un tribunale che ristringeva ne' più angustissimi limiti la giurisdizione della corte di Roma, e que' diritti che i papi in quel regno per lungo tempo conservati avevano con grandissima gelosia. In quest'anno morto essendo il re Giuseppe I, la regina Maria esiliato aveva il Pombal, e abolito il tribunale destinato a frenare la pontificia autorità, al quale dovevano presentarsi tutti gli atti alla nunziatura relativi. Non fu dunque se non sotto il pontificato di Pio VI, e precisamente in questo tempo, che tutti i diritti della nunziatura furono ristabiliti, e che con una specie di trattato si venne ad un'aperta concordia tra le due corti.Dopo le cose maggiori, non farà dispiacere il trovare in questi Annali registrate alcune altre glorie dell'Italia nostra. Padova e Bologna in due differenti secoli avevano veduto un singolare spettacolo. Lucrezia Elena Cornaro Piscopia nel 1678 era stata decorata della laurea dottorale di filosofia nell'università di Padova alla presenza di un numero grandedi dotti, di nobili veneziani e di altri gran signori ivi concorsi da tutta Italia per sì estraordinaria funzione. Lo stesso onore del dottorato ebbesi in Bologna nel 1732 pel suo gran sapere e pe' talenti suoi sommi Laura Bassi, alla presenza de' cardinali Lambertini e Polignac. Ora anche Pavia vide in quest'anno premiarsi il merito d'una valorosa giovanetta. Maria Pellegrina Amoretti d'Oneglia, sostenuti rigorosi esami in quella università, ricevette la dottoral corona in legge, vera ed estrema ammirazione destando in ognuno colla profonda sua dottrina in tutti i rami della giurisprudenza.

Già da circa quattro anni regnava sul Piemonte il re Carlo Emmanuele. Dalle mutazioni al suo avvenimento succedute, e già al proprio luogo riferite, i Piemontesi si auguravano miglior condizione, non tanto perchè così suole avvenire in ogni cambiamento di signore, quanto perchè il nuovo re aveva voce d'uomo generoso e molto lontano dal procedere stretto e scarso del padre. Diede anche alcuna contentezza ai popoli il vedere allontanato dai consigli della corte il cardinale delle Lance di cui si conosceva l'eccessiva dipendenza da Roma; onde sperarono che le ragioni della potestà laica sarebbero meglio preservate, e si fosse per vivere con qualche maggiore larghezza rispetto alle pratiche della esterior disciplina, le quali, quando con soverchio rigore ristrette sono, fanno gli uomini più ipocriti che religiosi.

Solamente dava noia il conoscersi l'umore guerreggevole, di cui Vittorio era dominato, e l'usare prodigalità, come ei faceva, principalmente verso i suoi soldati; prodigalità che ogni termine di larghezza oltrapassava. Onde accadde che per lo spendio eccessivo si fusero e scialacquarono le sostanze pubbliche, ed in breve tempo restò esausto il tesoro lasciato pieno dal padre, che la fama affermava sommare a dodici milioni di lire piemontesi. Il debito pubblico s'accrebbe di tal maniera, che, quando vennero i tempi grossi, la monarchia ne restò sobbissata ed oppressa.

Ma nel corso del suo vivere ed usare prodigalmente Vittorio, siccome generoso era, molte opere degne di memoria lasciò, e di utilità non poca; imperciocchèe l'accademia delle scienze, che per lo innanzi era semplice e privata società fondata da quei tre sommi uomini Lagrange, Saluzzo e Cigna, con decreto reale approvò; e fondò la specola e l'accademia di pittura e di scoltura. Fra le opere utilissime da lui promosse debbesi annoverare quella d'avere, acciocchè i cadaveri più non si seppellissero nelle chiese, eretto fuori della città, in riva il Po, il cenotafio. Da lui deve eziandio Torino riconoscere il beneficio d'essere illuminata la notte.

Nè è da tacersi che, dando ascolto ad uomini chiari per dottrina e gelosi della prosperità del paese, ei creò l'accademia agraria, da cui non poco pro sorse per la coltivazione dei campi, principale fonte di ricchezza per quella subalpina regione. Agli uomini dotti e zelanti della buona coltivazione de' campi aggiunse mezzi insoliti di fertilità, con condurre canali d'acque irrigatrici ne' luoghi che più ne abbisognavano. Fra gli altri è da ricordare quello che da rimpetto a Cuorgnè conduce l'acque limpidissime dell'Orco a Chivasso; per la qual bisogna ei fu d'uopo cavare in molta lunghezza due monti, opera che non senza maraviglia si vede in essere anche a' dì nostri nel territorio di San Giorgio Cavanese.

Quindi poscia, entrando in ciò che più gli andava a genio, con nuovo modo ordinò le soldatesche, modo che, come troppo complicato, non ebbe l'approvazione degli uomini periti di milizia. Alzò la fortezza di Tortona, cavò il porto di Nizza, la strada dalla capitale a quella marittima città a maggiore comodo ridusse, alle fortificazioni di Villafranca migliore forma procacciò, sussidio inutile, poichè un urto tremendo venne di fuora, e le radici di dentro erano difettose. Mancò il denaro, principale nervo della guerra, e soprabbondarono smoderatamente le soldatesche, da cui, contuttochè buone fossero e valorose, non potè salvarsi lo Stato; che anzi in certo modol'oppressero, pel numero stesso nocquero e la macchina sfondarono.

Del rimanente, Vittorio Amedeo fu principe di buono ed alto animo, nè gli dispiacevano i generosi pensieri. Lasciò che nella università di Torino da professori egregi s'insegnassero le dottrine che la potestà temporale dagli abusi della spirituale preservavano, ancorchè il cardinale delle Lance alcuna volta lo sgridasse; e taluno ricorda che, volendo un famoso libero muratore fondare in Torino una di quelle sue congreghe, e domandatane la permissione al re Vittorio gli rispose: «Lasciatemi stare, che il cardinale mi sgrida; non voglio brighe coi preti. Oh, va, ed abbi pazienza, che anch'io l'ho.» Dilettavasi della conversazione de' letterati, e si faceva spesso venire avanti l'abbate Morando, prete acerbo, ma che scriveva libri a dilungo con qualche novità, e fra quegli ori il faceva sedere, e parlava con lui di lettere, e tratto tratto apriva il forzierino, e dava doppie d'oro all'abbate, che poi sen andava molto ben contento. Tal era Vittorio.

Per la sua natura benigna e generosa, questo principe era fatto per ordinare utili riforme e cambiare il male in bene. Forse le avrebbe fatte in un tempo massimamente in cui suonava tanta fama di quelle che Giuseppe e Leopoldo andavano facendo in Lombardia ed in Toscana, se non fosse stato ritenuto da una nobiltà superba ed imperiosa, nè tanto disposta all'obbedienza delle inclinazioni soldatesche. Il buon uomo non capiva in sè dal piacere, quando vedeva i suoi soldati schierati, e più ancora quando li faceva vedere ai principi che il venivano visitando, a Paolo di Russia, a Gustavo di Svezia e Ferdinando di Napoli. Nè poca noia sentì, quando Paolo gli disse che i fucili de' suoi soldati erano, non so se troppo lunghi o troppo grevi, o per sè stessi o per le baionette, onde i colpi, per la stanchezza delle braccia troppo abbassandosi, andavano verso terra, e non potevanobene ammazzare la gente. Non poteva sopportare che i suoi soldati fossero criticati. In somma soldato era ed amava i soldati, e portava il collo piegato a guisa di Federigo di Prussia. Infelice, che non prevedeva che oltr'Alpi un tale sobbisso di guerra si andava preparando che, i proprii soldati soperchiando, avrebbe condotto lui, il suo Stato e la sua casa in perdizione!

Erasi bensì Clemente XIV riconciliato destramente colla corte di Portogallo, ma ricuperato non aveva tuttavia il potere di cui la romana corte godeva in Lisbona al cominciare nel pontificato di Clemente XIII. Si sospettava da alcuni che la controversia fosse ravvivata dal marchese di Pombal, da altri, che opera fosse del partito de' Gesuiti, il quale ancora si agitava dopo la soppressione loro. Tornato era bensì un ambasciatore portoghese in Roma, e un nunzio apostolico era egualmente passato a Lisbona; ma eretto erasi in quella città un tribunale che ristringeva ne' più angustissimi limiti la giurisdizione della corte di Roma, e que' diritti che i papi in quel regno per lungo tempo conservati avevano con grandissima gelosia. In quest'anno morto essendo il re Giuseppe I, la regina Maria esiliato aveva il Pombal, e abolito il tribunale destinato a frenare la pontificia autorità, al quale dovevano presentarsi tutti gli atti alla nunziatura relativi. Non fu dunque se non sotto il pontificato di Pio VI, e precisamente in questo tempo, che tutti i diritti della nunziatura furono ristabiliti, e che con una specie di trattato si venne ad un'aperta concordia tra le due corti.

Dopo le cose maggiori, non farà dispiacere il trovare in questi Annali registrate alcune altre glorie dell'Italia nostra. Padova e Bologna in due differenti secoli avevano veduto un singolare spettacolo. Lucrezia Elena Cornaro Piscopia nel 1678 era stata decorata della laurea dottorale di filosofia nell'università di Padova alla presenza di un numero grandedi dotti, di nobili veneziani e di altri gran signori ivi concorsi da tutta Italia per sì estraordinaria funzione. Lo stesso onore del dottorato ebbesi in Bologna nel 1732 pel suo gran sapere e pe' talenti suoi sommi Laura Bassi, alla presenza de' cardinali Lambertini e Polignac. Ora anche Pavia vide in quest'anno premiarsi il merito d'una valorosa giovanetta. Maria Pellegrina Amoretti d'Oneglia, sostenuti rigorosi esami in quella università, ricevette la dottoral corona in legge, vera ed estrema ammirazione destando in ognuno colla profonda sua dottrina in tutti i rami della giurisprudenza.


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