MDCCLXXVIIIAnno diCristoMDCCLXXVIII. Indiz.XI.PioVI papa 4.GiuseppeII imperadore 14.Tutti i principi, tutti gli Stati d'Italia studiavansi a gara di aumentare, in seno alla pace, la ricchezza territoriale de' loro sudditi, promuovendo regolarmente la agricoltura ed il traffico. Regnava, come ognun sa, sulla Lombardia l'imperatrice Maria Teresa, e colle più savie leggi, coi più opportuni regolamenti promoveva essa pure la prosperità di quella provincia. Nè deve omettersi, tra le più gloriose imprese del suo regno, il compimento dato allora alla grande opera del censimento della Lombardia medesima.Il papa sembrava che emular volesse a quegli sforzi generosi, e studiavasi a trarre le provincie della Chiesa dallo stato di languore nel quale da più secoli giacevano relativamente al traffico ed all'agricoltura. Il desiderio ardente di rendere alla coltivazione un gran numero di terreni incolti e deserti l'idea gli suggerì di asciugare con immenso spendio le paludi Pontine. Il disegno n'era già stato conceputo più volte, le operazioni relative erano state proposte dal celebre Eustachio Zanotti; ma, morto questi senza poterle eseguire, Pio adottati ne aveva con calore i suggerimenti. Credettero alcuni che la brama egli nudrisse disegnalarsi e rendersi immortale con una impresa, nella quale riusciti non erano Martino V, Sisto V e molti altri pontefici, senza dire de' Romani e de' Goti che nel difficile esperimento gli avevano preceduti; furono altri d'avviso che, riducendo a coltivamento quella immensa pianura, disegnasse già di formarne un bellissimo principato pe' nipoti. È d'uopo però notare, dice il ch. Bossi, contro il parere di varii storici, massime oltramontani, ingannati sovente da false relazioni, che per più anni dopo il suo innalzamento non volle mai il pontefice usare di alcuna compiacenza, nè, molto meno, di alcuna distinzione verso i nipoti suoi, e solo per le replicate istanze del cardinale Giraud s'indusse a chiamarli in Roma da Cesena, dove per lungo tempo lasciati gli aveva. Il disegno dell'asciugamento delle paludi Pontine di qualche tempo prevenne adunque il supposto nepotismo di questo papa. Non potè egli però ne' primi anni del suo regno attendere a quel grande lavoro, nè gli fu tampoco dato, di compierlo interamente benchè dopo il 1780 già fosse aperto un grandioso canale per condurre al Mediterraneo le acque che da prima impaludavano, e formata fosse già a canto a quel canale una strada magnifica, che framezzo alle paludi medesime guida i viaggiatori a Terracina. Non è di questo luogo l'investigare le cagioni per cui quell'opera grandiosa non fu condotta al suo termine, o almeno ad un risultamento che proporzionato fosse alle immense somme in essa profuse; ma la storica verità domanda che si annunzii quello come uno de' tentativi più nobili, più grandiosi e più profittevoli allo Stato pontificio, e come un'impresa che, sebbene non compiuta, renderà tuttavia immortale il nome di quel pontefice.Di tutte le cose che dette si sono da scrittori imprudenti, e sovente ignoranti o parziali, intorno all'opera soprammentovata, opera degna dei secoli dell'antica Roma, da notarsi è come la più giusta,la riflessione fatta da alcuni che, per ridonare alla coltivazione ed alla prosperità lo Stato ecclesiastico, cominciare dovevasi dal render salubre e dal popolare la campagna di Roma, la quale, forse senza lo sborso di somme eccessive, si sarebbe potuta rendere uno dei paesi più ricchi e più fertili dell'Italia, se ai coltivatori soltanto si fosse accordata piena libertà di comperare e di vendere; principio, senza del quale non si risveglia la operosità e l'industria d'una nazione, ma che direttamente si opponeva al modo di accivimento della moderna Roma, ed ai politici regolamenti che concernevano al commercio de' grani. Cosa ella è assai facile da comprendere che con questi politici impedimenti formata non si sarebbe, anche colla perfezione delle opere, una fertile provincia nelle paludi Pontine.E poichè si parla delle imprese di Pio riferibili a questi tempi, non voglionsi tacere nè la sagrestia di San Pietro in Vaticano, nè il museo Pio-Clementino, grandiosi monumenti al suo genio dovuti. Il più gran tempio che sulla terra sia mancava di quest'accessorio che gli fosse corrispondente; e se neppur questo corrispose al concetto desiderio, restandone infinitamente inferiore per la proporzione, non fu colpa della magnificenza di Pio, ma sì bene dello scarso ingegno dell'architetto, il quale, avendo sopraccaricato l'edifizio di decorazioni, scolture, pitture, dorature, attirossi quel detto di Apelle: «Non valendo a farlo bello, il fece ricco.» Il museo era stato principiato da Clemente XIV e compiuto con pari magnificenza che squisitezza. Pio VI vi aggiunse due bracci che, andando a terminare in un atrio di forma circolare, per esso aprivano un passaggio alla celebre libreria Vaticana. Stupende per numero e per qualità le cose quivi dal pontefice in questo preziosissimo museo adunate, troppo in lungo ne trarrebbe il solo annoverarne le principali, sicchè meglio stimiamo il tacerne, che il dirne meno che si convenga.In quest'anno Leopoldo di Toscana manda sue navi a trafficare al Malabar ed alla China; riceve un ambasciatore dell'imperador di Marocco, e con esso stringe con un trattato la pace; un altro trattato col papa determina i confini dei rispettivi Stati, sempre perturbati dall'incerto corso del torrente Chiana.In quest'anno mancò a vivi quella Laura Bassi, del cui dottorato in Bologna dicemmo nell'anno precedente: avea dettato filosofia dalla cattedra nella patria università; l'era stata coniata una medaglia; e lasciava inedito un poema epico sulle ultime guerre d'Italia. Mancò eziandio Giambatista Piranesi, intagliatore ad acqua forte ed a bulino esimio, gloria e splendore dell'arte in Italia.
Tutti i principi, tutti gli Stati d'Italia studiavansi a gara di aumentare, in seno alla pace, la ricchezza territoriale de' loro sudditi, promuovendo regolarmente la agricoltura ed il traffico. Regnava, come ognun sa, sulla Lombardia l'imperatrice Maria Teresa, e colle più savie leggi, coi più opportuni regolamenti promoveva essa pure la prosperità di quella provincia. Nè deve omettersi, tra le più gloriose imprese del suo regno, il compimento dato allora alla grande opera del censimento della Lombardia medesima.
Il papa sembrava che emular volesse a quegli sforzi generosi, e studiavasi a trarre le provincie della Chiesa dallo stato di languore nel quale da più secoli giacevano relativamente al traffico ed all'agricoltura. Il desiderio ardente di rendere alla coltivazione un gran numero di terreni incolti e deserti l'idea gli suggerì di asciugare con immenso spendio le paludi Pontine. Il disegno n'era già stato conceputo più volte, le operazioni relative erano state proposte dal celebre Eustachio Zanotti; ma, morto questi senza poterle eseguire, Pio adottati ne aveva con calore i suggerimenti. Credettero alcuni che la brama egli nudrisse disegnalarsi e rendersi immortale con una impresa, nella quale riusciti non erano Martino V, Sisto V e molti altri pontefici, senza dire de' Romani e de' Goti che nel difficile esperimento gli avevano preceduti; furono altri d'avviso che, riducendo a coltivamento quella immensa pianura, disegnasse già di formarne un bellissimo principato pe' nipoti. È d'uopo però notare, dice il ch. Bossi, contro il parere di varii storici, massime oltramontani, ingannati sovente da false relazioni, che per più anni dopo il suo innalzamento non volle mai il pontefice usare di alcuna compiacenza, nè, molto meno, di alcuna distinzione verso i nipoti suoi, e solo per le replicate istanze del cardinale Giraud s'indusse a chiamarli in Roma da Cesena, dove per lungo tempo lasciati gli aveva. Il disegno dell'asciugamento delle paludi Pontine di qualche tempo prevenne adunque il supposto nepotismo di questo papa. Non potè egli però ne' primi anni del suo regno attendere a quel grande lavoro, nè gli fu tampoco dato, di compierlo interamente benchè dopo il 1780 già fosse aperto un grandioso canale per condurre al Mediterraneo le acque che da prima impaludavano, e formata fosse già a canto a quel canale una strada magnifica, che framezzo alle paludi medesime guida i viaggiatori a Terracina. Non è di questo luogo l'investigare le cagioni per cui quell'opera grandiosa non fu condotta al suo termine, o almeno ad un risultamento che proporzionato fosse alle immense somme in essa profuse; ma la storica verità domanda che si annunzii quello come uno de' tentativi più nobili, più grandiosi e più profittevoli allo Stato pontificio, e come un'impresa che, sebbene non compiuta, renderà tuttavia immortale il nome di quel pontefice.
Di tutte le cose che dette si sono da scrittori imprudenti, e sovente ignoranti o parziali, intorno all'opera soprammentovata, opera degna dei secoli dell'antica Roma, da notarsi è come la più giusta,la riflessione fatta da alcuni che, per ridonare alla coltivazione ed alla prosperità lo Stato ecclesiastico, cominciare dovevasi dal render salubre e dal popolare la campagna di Roma, la quale, forse senza lo sborso di somme eccessive, si sarebbe potuta rendere uno dei paesi più ricchi e più fertili dell'Italia, se ai coltivatori soltanto si fosse accordata piena libertà di comperare e di vendere; principio, senza del quale non si risveglia la operosità e l'industria d'una nazione, ma che direttamente si opponeva al modo di accivimento della moderna Roma, ed ai politici regolamenti che concernevano al commercio de' grani. Cosa ella è assai facile da comprendere che con questi politici impedimenti formata non si sarebbe, anche colla perfezione delle opere, una fertile provincia nelle paludi Pontine.
E poichè si parla delle imprese di Pio riferibili a questi tempi, non voglionsi tacere nè la sagrestia di San Pietro in Vaticano, nè il museo Pio-Clementino, grandiosi monumenti al suo genio dovuti. Il più gran tempio che sulla terra sia mancava di quest'accessorio che gli fosse corrispondente; e se neppur questo corrispose al concetto desiderio, restandone infinitamente inferiore per la proporzione, non fu colpa della magnificenza di Pio, ma sì bene dello scarso ingegno dell'architetto, il quale, avendo sopraccaricato l'edifizio di decorazioni, scolture, pitture, dorature, attirossi quel detto di Apelle: «Non valendo a farlo bello, il fece ricco.» Il museo era stato principiato da Clemente XIV e compiuto con pari magnificenza che squisitezza. Pio VI vi aggiunse due bracci che, andando a terminare in un atrio di forma circolare, per esso aprivano un passaggio alla celebre libreria Vaticana. Stupende per numero e per qualità le cose quivi dal pontefice in questo preziosissimo museo adunate, troppo in lungo ne trarrebbe il solo annoverarne le principali, sicchè meglio stimiamo il tacerne, che il dirne meno che si convenga.
In quest'anno Leopoldo di Toscana manda sue navi a trafficare al Malabar ed alla China; riceve un ambasciatore dell'imperador di Marocco, e con esso stringe con un trattato la pace; un altro trattato col papa determina i confini dei rispettivi Stati, sempre perturbati dall'incerto corso del torrente Chiana.
In quest'anno mancò a vivi quella Laura Bassi, del cui dottorato in Bologna dicemmo nell'anno precedente: avea dettato filosofia dalla cattedra nella patria università; l'era stata coniata una medaglia; e lasciava inedito un poema epico sulle ultime guerre d'Italia. Mancò eziandio Giambatista Piranesi, intagliatore ad acqua forte ed a bulino esimio, gloria e splendore dell'arte in Italia.