MDCCLXXXIIAnno diCristoMDCCLXXXII. Indiz.XV.PioVI papa 8.GiuseppeII imperadore 18.Le amarezze tra il papa e i due principi austriaci Giuseppe e Leopoldo, non tanto che si raddolcissero, tendevano un giorno più che l'altro a maggiore disgusto per le riformazioni ch'essi tuttavia andavano nelle materie ecclesiastiche tanto nei Paesi Bassi e nel Milanese, quanto nella Toscana facendo. Le cose battevano massimamente, come si è veduto, nel volere che i conventi, riguardati inutili, si sopprimessero; che i sussistenti non avessero più nessuna dipendenza dai loro generali di Roma, ma fossero al vescovo della diocesi sottomessi; che per certo dispense per matrimonioa Roma più non si ricorresse, ma dagli ordinarii fossero concedute; che certe pratiche pompose di culto esteriore si annullassero; che, per quanto fare si potesse, nissuno ecclesiastico ozioso se ne stesse, ma o per sè medesimo od in sussidio dei parrochi nel divino ministero si esercitasse; che le dottrine della giurisdizione suprema del papa sui principi temporali più non s'insegnassero; che nelle università fosse vietato di dare i giuramenti, secondo la forma prescritta da Alessandro VII, e che le bolleVineamedUnigenitusdovessero aversi per nulle e di niun effetto; che niun'altra professione di fede fosse permessa se non quella di Pio IV; che silenzio perpetuo vi fosse sulla costituzione contro i giansenisti, tanto nelle scuole private, quanto nelle pubbliche.Tutte queste ed altre provvisioni, aggiunte alle risoluzioni già prese intorno alle mani morte mettevano in grande apprensione il pontefice e chi lo consigliava.Pio adunque, a cui romoreggiava d'ogni intorno così fiera tempesta, essendo disposto a tentare ogni fortuna per tornare la santa Sede nella sua dignità e prerogativa, ancorchè di Leopoldo maggiormente temesse, fece risoluzione di indirizzarsi a Giuseppe, presumendo che, ove il fratello maggiore si fosse piegato a più amorevoli pensieri, il minore non si sarebbe indugiato a seguirne l'esempio. Oltre a ciò, che un papa viaggiasse per andar a visitare un imperatore, era accidente più conforme alla dignità che se si fosse mosso alla volta di un principe di minore grado e potenza. Il pontefice persuadeva a sè medesimo che non invano veduto avrebbe nella sua Vienna Giuseppe, che non in vano sarebbe stata la gita del capo supremo della Chiesa, che non invano avrebbe in età già avanzata corso paesi a lui tanto insoliti e lontani. Deliberossi pertanto a voler vedere l'imperatore nella capitale stessa del suo vasto impero. Grande attenzione,pari aspettazione era sorta nel mondo per le recenti deliberazioni dei due fratelli austriaci, ma più grandi ancora furono e l'attenzione e l'aspettazione quando udissi un caso già da più secoli inudito, che ad un così lungo viaggio si accingesse un romano pontefice.Ovunque egli passava, concorrevano i popoli divoti per venerarlo; i principi dal canto loro gli rendevano i dovuti onori. Alta cagione il moveva. Chi maggiore pietà che congnizione delle storie aveva, augurava lieto fine dell'insolita andata. Ma chi più dentro sentiva nelle umane cose, queste consolatorie speranze non accettava, credendo che il papa nulla potrebbe appuntare coll'imperadore. Costoro ragionavano che Giuseppe, non per capriccio, ma molto pensatamente e di proposito deliberato venuto era alle sue deliberazioni, e che per ciò da esse per nissuna dimostrazione romana si dipartirebbe.Pio fu accolto a Vienna con ogni maggiore segno di riverenza. Se gli diede stanza nel palazzo imperiale, spesse volte l'imperatore il visitava, i popoli se gli presentavano riverentemente avanti per onorarlo, i soldati stessi, così comandando il principe, al sommo sacerdote con le loro militari maniere s'inclinavano. Onde si vedeva che la maestà religiosa vinceva la forza. Se in chiesa con la sua pontificale pompa ufficiava, pieni erano i sacri luoghi di fedeli che dal pontefice romano le spirituali grazie attendevano. Se dalla imperial magione si affacciava, o andava per le vie della sovrana città, ognuno alla venerabile sua persona o nel segreto suo pensiero od anche colle aperte voci applaudiva. Nella più intima parte della Germania trionfava Pio per l'aspetto della persona, per la riverenza della religione, per portare in fronte quel nome di Roma, già prima sede del mondo per l'armi, ora prima sede della cristianità per la religione.Quanto più l'imperadore stava fermo nel non volere cambiar proposito e nelricusare i desiderii del papa, tanto più si mostrava fervente nella religione. Pio stesso con gravissime parole in un concistoro pubblico tenuto nel palazzo imperiale a dì 19 di aprile il lodò; con somma contentezza, disse, avere veduto da vicino l'imperiale maestà, con somma contentezza avere abbracciato l'imperatore stesso, quell'imperadore ch'egli cotanto stimava, cortese e facile averlo sempre trovato ogni volta che pel debito del suo pastorale ufficio di alcuna cosa il richiedeva; essere stato da lui nell'augusto suo domicilio accolto, con ogni maniera di generoso servimento trattato; maraviglia e consolazione avere sentito nel vedere la sua somma divozione verso Dio, l'altezza del suo spirito, l'attenzione indefessa ai negozii del principato; ciò consolare la sua paterna affezione, ciò ricompensarlo della fatica presa per così lungo viaggio; consolarsi ancora e dolce compenso trovare nel vedere quella magnifica città, nel vedere i popoli concorsi, mentre ancora per via veniva, per onorarlo, onde bene argomentato aveva che ancora intatte ed incorrotte erano la pietà e la religione; non essere pertanto per cessare mai di lodare un così religioso imperadore, non mai cessare di ricordarlo nelle preci sue, non mai cessare d'implorare dal grande Iddio (che chi da lui non si scosta, sempre sostenta e regge), acciocchè ed imperadore e popoli nel santo proposito in cui erano, aiutasse sempre e confermasse.Pio aveva vinto colla presenza e colla dignità i popoli, ma non potè vincere l'imperadore. Nè le sue lodi, nè le istanze ebbero valeggio di svolgere l'austriaco principe dal suo proponimento, e il pontefice fu pur troppo chiaro della di lui mente volta a continuare nelle riforme.Crescendo le molestie della santa Sede, manifestavansi per ogni dove acerbi segni. La Toscana, Milano, l'alta Germania insorgevano; che anzi Giuseppe avendo in questo tempo appunto messo la mano sui beni ecclesiastici, così dei regolaricome dei secolari, e lamentandosene il pontefice, l'imperadore rispose risentitamente, che sapeva ben egli ciò che si faceva, e che una divina voce in sè medesimo sentiva, la quale i suoi imperiali decreti gl'inspirava e dettava.Un mese erasi Pio soffermato a Vienna, donde partendo e prendendo via per Augusta, Innspruck, Bressanone, Bolzano e Roveredo, giunse ai confini del veneto dominio, dove, incontrato dai deputati della repubblica, l'accompagnarono in Verona al convento dei domenicani di Santa Anastasia, in cui albergò. Veduta l'arena, veduti gli altri veronesi monumenti, avviavasi per Vicenza e per Padova a Venezia, accolto sopra un ricco bucentoro, accompagnato dal patriarca e da' prelati, incontrato dal doge e dalla signoria, da per tutto onorato, da per tutto festeggiato, e padre comune salutato. Nel convento dei domenicani, superbamente addobbato a spese del pubblico, prese la stanza; pontificò nell'aggiacente chiesa de' Santi Giovanni e Paolo, all'immenso devoto popolo accorso da superba tribuna la papale benedizione impartì. Da questa magnifica Venezia partitosi, giungeva il dì 13 del mese di giugno nella sua Roma.Paolo, figliuolo di Caterina II imperadrice di Russia, dall'augusta madre mandato, in compagnia della granduchessa sua consorte, a restituire a Giuseppe II la visita che questi fatta le aveva nella sua residenza di Pietroburgo, da Vienna passò a vedere l'Italia, sotto il nome di conti del Nord, che aveano gl'imperiali coniugi per questo viaggio assunto. Gli accolsero Roma e Napoli, Firenze, Modena e Milano, e la nostra Venezia gli accolse in isplendida e regia ospitalità, nel che non solea restare a niun altro potentato seconda. Magnifiche feste in teatro, caccia di tori al chiaror delle faci nella gran piazza di San Marco, e lo spettacolo singolare di queste adriache spiaggie, la regata, con altri non meno brillanti che graditi trattenimenti segnalarono i diecigiorni che gli ospiti illustri qui fermarono il piede.Ma mentre i principi veniano in Napoli accolti e festeggiati, la città di Ortona, parte di quel regno, situata in riva al mare Adriatico, nell'Abbruzzo Citeriore, si subissò. Posta sopra un monte assai alpestre, formando una specie di penisola, in un terreno di tufo più volte già smotato, venne a scoscendersi una parte del poggio, sì che un buon terzo della città piombò tutto in un tratto in mare, nel rovinio ammazzando più di due mila persone. Nel dì 25 di febbraio, un'ora prima di sera, quasi in tutta l'estensione della città, incominciò a distaccarsi dalle fabbriche la terra; alle tre della notte tutto ciò che prima era colle apparve una voragine spaventevole. Il terreno coperto dalla neve a quei giorni caduta precipitò velocissimo in mare. Nessun riparo fermar poteva gli ulteriori danni. Gli abitanti, rimasti attoniti a tanto inaspettato disastro, si diedero tutti alla fuga.In quest'anno l'imperadore Giuseppe II abolì in tutti i suoi Stati, quelli di Italia compresi, la pena di morte. Contemporaneamente in Toscana abolivasi l'inquisizione.Due figli di Apollo in quest'anno morte rapiva all'Italia; Metastasio e Farinelli; famoso poeta quello, questo cantore famoso.
Le amarezze tra il papa e i due principi austriaci Giuseppe e Leopoldo, non tanto che si raddolcissero, tendevano un giorno più che l'altro a maggiore disgusto per le riformazioni ch'essi tuttavia andavano nelle materie ecclesiastiche tanto nei Paesi Bassi e nel Milanese, quanto nella Toscana facendo. Le cose battevano massimamente, come si è veduto, nel volere che i conventi, riguardati inutili, si sopprimessero; che i sussistenti non avessero più nessuna dipendenza dai loro generali di Roma, ma fossero al vescovo della diocesi sottomessi; che per certo dispense per matrimonioa Roma più non si ricorresse, ma dagli ordinarii fossero concedute; che certe pratiche pompose di culto esteriore si annullassero; che, per quanto fare si potesse, nissuno ecclesiastico ozioso se ne stesse, ma o per sè medesimo od in sussidio dei parrochi nel divino ministero si esercitasse; che le dottrine della giurisdizione suprema del papa sui principi temporali più non s'insegnassero; che nelle università fosse vietato di dare i giuramenti, secondo la forma prescritta da Alessandro VII, e che le bolleVineamedUnigenitusdovessero aversi per nulle e di niun effetto; che niun'altra professione di fede fosse permessa se non quella di Pio IV; che silenzio perpetuo vi fosse sulla costituzione contro i giansenisti, tanto nelle scuole private, quanto nelle pubbliche.
Tutte queste ed altre provvisioni, aggiunte alle risoluzioni già prese intorno alle mani morte mettevano in grande apprensione il pontefice e chi lo consigliava.
Pio adunque, a cui romoreggiava d'ogni intorno così fiera tempesta, essendo disposto a tentare ogni fortuna per tornare la santa Sede nella sua dignità e prerogativa, ancorchè di Leopoldo maggiormente temesse, fece risoluzione di indirizzarsi a Giuseppe, presumendo che, ove il fratello maggiore si fosse piegato a più amorevoli pensieri, il minore non si sarebbe indugiato a seguirne l'esempio. Oltre a ciò, che un papa viaggiasse per andar a visitare un imperatore, era accidente più conforme alla dignità che se si fosse mosso alla volta di un principe di minore grado e potenza. Il pontefice persuadeva a sè medesimo che non invano veduto avrebbe nella sua Vienna Giuseppe, che non in vano sarebbe stata la gita del capo supremo della Chiesa, che non invano avrebbe in età già avanzata corso paesi a lui tanto insoliti e lontani. Deliberossi pertanto a voler vedere l'imperatore nella capitale stessa del suo vasto impero. Grande attenzione,pari aspettazione era sorta nel mondo per le recenti deliberazioni dei due fratelli austriaci, ma più grandi ancora furono e l'attenzione e l'aspettazione quando udissi un caso già da più secoli inudito, che ad un così lungo viaggio si accingesse un romano pontefice.
Ovunque egli passava, concorrevano i popoli divoti per venerarlo; i principi dal canto loro gli rendevano i dovuti onori. Alta cagione il moveva. Chi maggiore pietà che congnizione delle storie aveva, augurava lieto fine dell'insolita andata. Ma chi più dentro sentiva nelle umane cose, queste consolatorie speranze non accettava, credendo che il papa nulla potrebbe appuntare coll'imperadore. Costoro ragionavano che Giuseppe, non per capriccio, ma molto pensatamente e di proposito deliberato venuto era alle sue deliberazioni, e che per ciò da esse per nissuna dimostrazione romana si dipartirebbe.
Pio fu accolto a Vienna con ogni maggiore segno di riverenza. Se gli diede stanza nel palazzo imperiale, spesse volte l'imperatore il visitava, i popoli se gli presentavano riverentemente avanti per onorarlo, i soldati stessi, così comandando il principe, al sommo sacerdote con le loro militari maniere s'inclinavano. Onde si vedeva che la maestà religiosa vinceva la forza. Se in chiesa con la sua pontificale pompa ufficiava, pieni erano i sacri luoghi di fedeli che dal pontefice romano le spirituali grazie attendevano. Se dalla imperial magione si affacciava, o andava per le vie della sovrana città, ognuno alla venerabile sua persona o nel segreto suo pensiero od anche colle aperte voci applaudiva. Nella più intima parte della Germania trionfava Pio per l'aspetto della persona, per la riverenza della religione, per portare in fronte quel nome di Roma, già prima sede del mondo per l'armi, ora prima sede della cristianità per la religione.
Quanto più l'imperadore stava fermo nel non volere cambiar proposito e nelricusare i desiderii del papa, tanto più si mostrava fervente nella religione. Pio stesso con gravissime parole in un concistoro pubblico tenuto nel palazzo imperiale a dì 19 di aprile il lodò; con somma contentezza, disse, avere veduto da vicino l'imperiale maestà, con somma contentezza avere abbracciato l'imperatore stesso, quell'imperadore ch'egli cotanto stimava, cortese e facile averlo sempre trovato ogni volta che pel debito del suo pastorale ufficio di alcuna cosa il richiedeva; essere stato da lui nell'augusto suo domicilio accolto, con ogni maniera di generoso servimento trattato; maraviglia e consolazione avere sentito nel vedere la sua somma divozione verso Dio, l'altezza del suo spirito, l'attenzione indefessa ai negozii del principato; ciò consolare la sua paterna affezione, ciò ricompensarlo della fatica presa per così lungo viaggio; consolarsi ancora e dolce compenso trovare nel vedere quella magnifica città, nel vedere i popoli concorsi, mentre ancora per via veniva, per onorarlo, onde bene argomentato aveva che ancora intatte ed incorrotte erano la pietà e la religione; non essere pertanto per cessare mai di lodare un così religioso imperadore, non mai cessare di ricordarlo nelle preci sue, non mai cessare d'implorare dal grande Iddio (che chi da lui non si scosta, sempre sostenta e regge), acciocchè ed imperadore e popoli nel santo proposito in cui erano, aiutasse sempre e confermasse.
Pio aveva vinto colla presenza e colla dignità i popoli, ma non potè vincere l'imperadore. Nè le sue lodi, nè le istanze ebbero valeggio di svolgere l'austriaco principe dal suo proponimento, e il pontefice fu pur troppo chiaro della di lui mente volta a continuare nelle riforme.
Crescendo le molestie della santa Sede, manifestavansi per ogni dove acerbi segni. La Toscana, Milano, l'alta Germania insorgevano; che anzi Giuseppe avendo in questo tempo appunto messo la mano sui beni ecclesiastici, così dei regolaricome dei secolari, e lamentandosene il pontefice, l'imperadore rispose risentitamente, che sapeva ben egli ciò che si faceva, e che una divina voce in sè medesimo sentiva, la quale i suoi imperiali decreti gl'inspirava e dettava.
Un mese erasi Pio soffermato a Vienna, donde partendo e prendendo via per Augusta, Innspruck, Bressanone, Bolzano e Roveredo, giunse ai confini del veneto dominio, dove, incontrato dai deputati della repubblica, l'accompagnarono in Verona al convento dei domenicani di Santa Anastasia, in cui albergò. Veduta l'arena, veduti gli altri veronesi monumenti, avviavasi per Vicenza e per Padova a Venezia, accolto sopra un ricco bucentoro, accompagnato dal patriarca e da' prelati, incontrato dal doge e dalla signoria, da per tutto onorato, da per tutto festeggiato, e padre comune salutato. Nel convento dei domenicani, superbamente addobbato a spese del pubblico, prese la stanza; pontificò nell'aggiacente chiesa de' Santi Giovanni e Paolo, all'immenso devoto popolo accorso da superba tribuna la papale benedizione impartì. Da questa magnifica Venezia partitosi, giungeva il dì 13 del mese di giugno nella sua Roma.
Paolo, figliuolo di Caterina II imperadrice di Russia, dall'augusta madre mandato, in compagnia della granduchessa sua consorte, a restituire a Giuseppe II la visita che questi fatta le aveva nella sua residenza di Pietroburgo, da Vienna passò a vedere l'Italia, sotto il nome di conti del Nord, che aveano gl'imperiali coniugi per questo viaggio assunto. Gli accolsero Roma e Napoli, Firenze, Modena e Milano, e la nostra Venezia gli accolse in isplendida e regia ospitalità, nel che non solea restare a niun altro potentato seconda. Magnifiche feste in teatro, caccia di tori al chiaror delle faci nella gran piazza di San Marco, e lo spettacolo singolare di queste adriache spiaggie, la regata, con altri non meno brillanti che graditi trattenimenti segnalarono i diecigiorni che gli ospiti illustri qui fermarono il piede.
Ma mentre i principi veniano in Napoli accolti e festeggiati, la città di Ortona, parte di quel regno, situata in riva al mare Adriatico, nell'Abbruzzo Citeriore, si subissò. Posta sopra un monte assai alpestre, formando una specie di penisola, in un terreno di tufo più volte già smotato, venne a scoscendersi una parte del poggio, sì che un buon terzo della città piombò tutto in un tratto in mare, nel rovinio ammazzando più di due mila persone. Nel dì 25 di febbraio, un'ora prima di sera, quasi in tutta l'estensione della città, incominciò a distaccarsi dalle fabbriche la terra; alle tre della notte tutto ciò che prima era colle apparve una voragine spaventevole. Il terreno coperto dalla neve a quei giorni caduta precipitò velocissimo in mare. Nessun riparo fermar poteva gli ulteriori danni. Gli abitanti, rimasti attoniti a tanto inaspettato disastro, si diedero tutti alla fuga.
In quest'anno l'imperadore Giuseppe II abolì in tutti i suoi Stati, quelli di Italia compresi, la pena di morte. Contemporaneamente in Toscana abolivasi l'inquisizione.
Due figli di Apollo in quest'anno morte rapiva all'Italia; Metastasio e Farinelli; famoso poeta quello, questo cantore famoso.