MDCCLXXXIII

MDCCLXXXIIIAnno diCristoMDCCLXXXIII. Indiz.I.PioVI papa 9.GiuseppeII imperadore 19.Nissuna regione del mondo fu mai tanto tormentata quanto l'estrema parte d'Italia, che ora il regno delle Due Sicilie comprende. Gli uomini in ogni tempo l'afflissero, ora con guerre intestine, ed ora con guerre esterne, e spesso ancora con mutazioni di stirpi regie, a cui pareva che quel bel paese non fosse cosa da lasciarsi ad altri. La natura poi lo straziò ora con incendii spaventevoli di monti,ed ora con terremoti più spaventevoli ancora.Sonvi sul globo terracqueo alcuni luoghi, dove da tempi antichissimi la natura è già sfogata, che è quanto dire, che le forze sue, superati tutti gli ostacoli, hanno indotto quello Stato che a loro più consentaneo è: questi luoghi, quanto ai fenomeni naturali, godono di maggiore tranquillità. In altri paesi poi la natura, per così dire, sforzantesi e rabbiosa ancora si travaglia, e tra mezzo a perturbazioni ed a ruine tende a sormontare quanto le si oppone per arrivare al suo stato di quiete.Ora l'estrema parte d'Italia che al mezzodì si volge è una di quelle che non hanno ancora ottenuta quella quiete, e la van cercando. Quindi è che nelle sue viscere interne regna tuttavia una gran discordia, che fuori a noi si scopre con fiamme spaventose, con eruttamenti maravigliosi, con macigni liquefatti, con terremoti, con marimoti, con aeremoti, che danno a temere che sia venuta la fine dell'esistenza, non che del riposo, e pure altro non sono che avviamento alla quiete. La natura non conosce tempo; per lei nè anni nè secoli vi sono, e di noi si ride, a cui incresce il morire. Noi non vedremo la quiete della Magna Grecia nè delle siciliane sponde, ma tempo verrà ch'esse l'avranno, e la stessa condizione acquisteranno, che già nelle più parti di questo nostro globo si osserva. Non so però perchè così tardi ella vi sia per arrivare, scrive un famoso storico che trascriviamo, e perchè contrada così magnifica e così bella, forse la più magnifica e la più bella di tutte, e perchè uomini così sensitivi e così immaginosi abbiano a soffrire un così luogo travaglio. Se castigo di Dio è, non vedo ch'essi abbiano peccato più degli altri; se necessità di fortuna, bisognerà confessare, che siccome sempre cieca ella è, così ella è sovente ingiusta.Racconterò, seguita il lodato storico, cose stupende, e tali, che dubito che danessuna penna degnamente raccontare non si possano; una provincia intera sconvolta, molte migliaia d'uomini in un sol momento estinti, i sopravviventi più infelici dei morti; la terra, il cielo, il mare sdegnati; ciò che la natura ha fatto di più sodo, in ruina; ciò che per la sua sottigliezza toccare non si può tanto impeto acquistare, che, le toccabili cose furiosamente urtando, rovesciò; ciò che mobile e grave è, fuori del consueto nido sboccando, guastare ed abbattere quanto per resistere a più leggeri elemento solamente stato era construtto; i fati d'Ercolano, i fati di Pompei, e forse peggiori perchè più subiti, a molte città apprestarsi, non soffocate ed oppresse, ma stritolate e peste; una faccia di terre le più amene e ridenti del mondo cambiata subitamente in ultima squallidezza ed orrore; orribili fetori di cadaveri putrefatti non riscattabili fra l'immense ruine, orribili effluvii di acque stagnanti nel loro corso d'accidenti straordinarii interrotte, orribili malattie da spaventi, da stenti, da moltiplici infezioni prodotte, abissi aperti, città subbissate od inabissate, monti scoscesi, valli colmate, fiumi e fonti scomparsi, nuovi comparsi, polle di mota da aperte voragini scaturienti; un istinto d'animali bruti il futuro male preveggenti, una sicurezza d'uomini, cui la ragione è meno provvida dell'istinto; un salvar di fanciulli con morte delle madri, un preservar di padroni per fedeltà di servi, un aiutar d'infelici per bontà di governo, per umanità di signori, per carità di preti; vittime per casi strani o quasi non credibili dall'ultimo eccidio scampate; una cieca fortuna, un impeto ineluttabile, un grido di morte uscito dalla terra per sotto, dal cielo per sopra, dal mare per lato, spaziare dappertutto, ed ogni cosa rompere, ogni cosa spaventare, ogni cosa in ruina ed in isconquasso precipitare; gl'incendii uniti alle ruine, e le fiamme consumare ciò che al furore degli altri elementi era avanzato. — A ciò tutte le superstizioni più stravaganti checaggiono in menti smosse, tutte le furberie di chi delle sciocche superstizioni e dei solenni terrori si pasce ed in suo pro gli converte; a ciò ancora pentimenti fugaci di uomini malvagi, rapine contro miseri, insulti contro benefattori, abbandoni di chi soccorso chiedeva e pietà; il mondo morale, come il mondo fisico in disordine; ciò che doveva intenerire i cuori, e farli dell'umana miseria conoscenti, vieppiù indurarli ed aspri ed inesorabili farli; gente scelleratissima con opere nefande dimostrare che la cupidigia del rubare e l'infame sfogamento della libidine sopravanzavano, e soffocavano la compassione e lo spavento. Maravigliosa terra di Napoli che sempre dimostrasti essere in te estremo il bene, estremo il male, nè dal consueto stile poterti ritrarre nemmeno la natura orrida e sconvolta: quello dinota eroismo, questo una spaventevole ostinazione.È impossibile seguire più innanzi nella sua stupenda narrazione del fatto lo storico illustre che a parte a parte lo descrisse; ma verrem da lui traendo ciò che i tratti principali della tremenda catastrofe possa mettere dinanzi alla mente.Alla state fervidissima dell'anno 1782 era succeduto nelle Calabrie un autunno piovosissimo, nè cessò lo smisurato acquazzone nel susseguente gennaio; che anzi vieppiù per questo conto imperversando il cielo, caddero nell'anzidetto mese pioggie così disoneste e dirotte e precipitose, che la terra calabra, massime quella così detta della Piana, restò altamente danneggiata, non solamente pegli allagamenti dei fiumi, ma ancora per essere stati i terreni viemmaggiormente ammelmati e fatti capaci di dissoluzione. Cotale perturbazione della natura presagiva calamità ancor maggiori, ma niuno si dava a temere che esse fossero per arrivare al totale discioglimento della contrada. Avevano altre volte quei popoli simili pioggie e simili innondazioni vedute, ma, dal guasto dei superficiali terreni e dal danno delle ricolte in fuori,da altri maggiori disastri non restarono afflitti.Intanto era il nuovo anno giunto al principio di febbraio, mese per fatal destino funesto alla Magna Grecia, e specialmente alla Calabria; perciocchè in esso piombò la fatale ruina sopra i distretti Ercolanense e Pompeiano sotto il consolato di Regolo e di Virginio; in esso fu conturbata, alcuni secoli avanti, la Sicilia e distrutta Catania; in esso nel duodecimo secolo sommosse dai tremuoti non solamente la Sicilia, ma eziandio le Calabrie. Il principio più fatale che la fine, poichè al quarto od al quinto giorno di lui accaddero quegli scroscii della natura.Correva appunto il quinto giorno di febbraio di quest'anno, ed il giorno era giunto alle diecinove ore italiane, vale a dire, in quella stagione, un poco più oltre del mezzodì. Nell'aria non appariva alcun segno straordinario. Rare e quiete nubi a luogo a luogo il cielo velavano. Nè il Vesuvio nè l'Etna buttavano; Stromboli non più del solito. Sentivasi il freddo, ma non oltre l'usato; il consueto aspetto stava sopra le calabresi cose. Eppure la terra in sè medesima chiudeva un insolito furore. O fossero fuochi, o fossero vapori potentissimi che scarcerare si volessero, quella ordinaria calma dovea fra brevi momenti turbarsi per dar luogo ad un rumore e ad uno scompiglio orrendo. Gli uomini nol presentivano, e senza tema le ore fra i soliti diletti o fra le solite fatiche andavano passando. Ma non gli animali bruti, che inquieti, fastidiosi, spaventati, col correre, col tremare, col gridare, mostravano che alcuna terribil cosa si andava avvicinando, ed aspettavano.Così un'arcana natura con ispaventosi presentimenti avvertiva del pericolo chi poco o nulla evitare il poteva, mentre di lui conscii non faceva quelli che pel lume della ragione fuggirlo, se non in tutto, almeno in parte saputo avrebbero.Trascorso era il giorno 5 di febbraiodi pochi minuti oltre il mezzodì quando udissi improvvisamente nelle più profonde viscere della terra un orrendo fragore; un momento dopo la terra stessa orribilmente si scosse e tremò. In quel momento medesimo cento città, o non furono più, o dalla primiera forma svolte, quasi informi ammassi di spaventevoli ruine giacquero. In quel sempre orribile e sempre lagrimevole e sempre di funesta rimembranza momento, più di trenta mila umane creature rimasero ad un tratto morte e sepolte. Quale passo da tanta quiete a tanto spavento! Quale conversione da tanta allegrezza a tanto pianto! Quale differenza da tante vite a tante morti!Non fu breve la cagione dell'orrenda catastrofe: perciocchè scossesi e tremò la terra colla medesima veemenza e fremito ai 7 febbraio, ai 26 ed ai 28, e finalmente ai 18 di marzo una violentissima scossa avvertì i Calabresi che i loro spaventi e dolori non erano ancora giunti al fine, e che, per iscampare dalla morte, su quel suolo infido altro rimedio non vi era che quello di fuggire; ed assai lontano fuggire, posciachè l'ira del cielo sopra di loro non era ancora esausta. Il gravissimo urto di marzo scompigliò, ruppe e rovesciò quanto ancora era rimasto intiero ed in piè, se pure ancora alcuna cosa intiera e sulle fondamenta rimasta era. Giunsesi la disperazione al terrore: ad ogni momento credevano quei miserandi popoli che la terra, spaccandosi in abisso, gl'inghiottisse tutti. Quelli di febbraio esercitarono principalmente il loro furore sopra le città più vicine al Faro; l'ultimo su quelle che verso lo strangolamento d'Italia tra i golfi di Sant'Eufemia e di Squillace sono poste.Le raccontate scosse squassarono con violentissime urtate la terra, ma fra di quelle non vi fu mai quiete perfetta. Di quando in quando alcune scosse minori si sentivano, e fra di loro un perpetuo ondeggiamento, un andare e venire più o meno manifesto della terra, come se elladivenuta fosse fiottosa, e per cui non pochi travagliavano di quel molesto male che affligge ne' viaggi marittimi coloro che non vi sono avvezzi.Fatale fu questo terremoto non solamente per la violenza delle concussioni, ma ancora, e forse più, per la diversità e moltiplicità de' moti impressi alla terra. Fuvvi il moto subsultorio, cioè dal basso all'alto, come se qualche orrendo fomite battesse o picchiasse o punzecchiasse l'esterna crosta per farsi via da uscir fuora, in quella guisa stessa che un colpo dato con un grosso martello sotto una tavola orizzontale farebbe. Fuvvi il moto di sbalzo, come se una porzione della terra a modo di fionda i soprapposti corpi in alto scagliasse. Fuvvi il moto vertiginoso, come se la terra in sè medesima si rivoltasse ed una vertigine imprimesse a ciò che toccava, moto che fu il più pericoloso di tutti, e che atterrò molti edifizii che retto avevano ad altri moti, e le superficie de' corpi converse, mettendo le superiori sotto, le inferiori sopra. Fuvvi il moto ondulatorio, il più solito ne' terremoti, e per lo più da Oriente verso Occidente andava. Fuvvi finalmente un moto di compressione dell'alto al basso, per cui i terreni si abbassavano, e, come a dire, si insaccavano, e più fortemente compressi si assodavano. Dal disordine de' moti si argomentava che disordinata fosse la cagione, e che guerra vi fosse sotto, come vi era sopra. Non è da tacersi punto che più sonoro era il fragore, che chiamavanorombo, spaventevole nunzio di estreme sciagure, e più forti erano le scosse che susseguitavano, onde maggiore danno seguitava un maggiore spavento.Or chi potrebbe ridire la varietà degli accidenti in tanto sconquasso? Monteleone, nobile ed antica città, che mostra qualche residuo di muri ciclopei, restò altamente offeso dalla percossa, sì che i più suntuosi templi, i più vasti edifizii, come le più umili case, furono rotti e scomposti, ed ancora che i più atterratinon fossero, diventarono nondimeno inabitabili. Maggiore fu la desolazione di Mileto, dove, oltre le case, che tutte patirono infiniti danni, restò da cima a fondo irreparabilmente infranto e inabissato il magnifico tempio della Trinità; tetto, mura, campanile, altari, andarono tutti in un monte di rottami. Tropea fu percossa dal terremoto, ma in grado minore. Meno ancora restò offeso il poco lontano villaggio di Parghelia, villaggio singolare non per grandezza nè per ricchezza di edifizii, ma per industria dei terrazzani, troppo diversa dalla rilassatezza che in non poche parti della Calabria regnava. Soriano, andato esente dal terremoto del 5 febbraio, restò desolato da quello del 7; nè vi rimase orma degli edifizii di terra pigiata, che nel paese chiamano terraloto, e da cui la massima parte della città si formava. Lieta, anzi lietissima era la strada da Soriano a Jerocarne, siccome quella che ombreggiata era e vagamente sparsa di ulivi, di castagni, di quercie e di viti, ed ora divenne un miscuglio commisto di ruine. Tanto sovvertimento patirono i terreni! Si screpolarono, aprironvisi di profonde fessure. Ma le fessure immobili non erano; ora si serravano impetuosamente, combaciandosi di nuovo gli orli, ora si riaprivano, disgiungendosi quelli novellamente. Le fenditure, e così in questo luogo come in ogni altro, pigliavano diverse forme, ma le più in cotale modo s'informavano, che parecchie da un solo centro aperto anch'esso partendo, a guisa di raggi se ne allontanavano. Talvolta usciva da queste spaccature una fanghiglia cretacea spremuta a forza, come pare, dai più interni ripostigli della terra. E di questa fanghiglia altri ed altri eziandio erano i modi. Dalle grandi e vaste spaccature usciva copiosissima, e le vicine campagne allagava. Ne restavano intrisi i rottami, intrise le ruine, intrisi gli alberi e i sassi. Sovente accadea che non da fenditure saltava fuori, ma da certe conche circolari; che sul terreno cavo si formavano;e dal centro delle medesime, piuttosto che da altre parti, scaturiva.Tale fu la natura degli accidenti di questo terremoto, che piuttosto acqua o creta nell'acqua disciolta sorsero dalle profonde viscere del travagliato globo che fuoco od altre sostanze che la presenza dall'igneo elemento manifestare sogliono; cosa che riuscì contraria alla opinione di molti che credono da fuochi sotterranei ingenerarsi i terremoti.Successe poco lungi da Soriano nei terreni del fra Ramondo, del Covolo e del fiume Caridi una gran rovina ed una inondazione di fango: giardini, due case rurali, un oliveto, due monticelli sdrucciolarono, il Caridi scomparve, si aprirono voragini, sgorgò acqua in copia, giacquero gli alberi in varie guise fra quell'incomposta congerie, sfortunatamente sepolte dall'orrendo scoscendimento alcune umane creature. Alcuni giorni appresso ricomparve il Caridi, ma in altro letto, nè puro o limpido come prima, ma limaccioso e torbido.Il più atroce tormento di chi restava sepolto vivo, ed in molti uomini e donne ciò si osservò, sempre fu la sete. Usciti dal carcere rovinoso non altro domandavano, non altro agognavano che bere, e sull'acqua per dissetarsene cupidissimamente si gettavano. Tant'era il rovello che li tormentava, che, perchè dall'improvviso e troppo copioso uso della bevanda non ricevessero mortale danno, uopo era ministrarla loro con regola e misura.Tra le disgrazie di molti illustri luoghi, di molte nobili città che raccontare non possiamo, però che il tempo e lo spazio ne sospingono, non possiamo tacere di Polistena, vaga città sulle sponde del Jerocarne, che non fu più, demolita di maniera, che i tetti rimasero innabissati e le fondamenta cacciate fuora dal loro sotterraneo cavo: tutta sotto sopra fu messa, nè mai più informe ammassamento di rottami si presentò agli occhi degli uomini spaventati che quello della distruttaPolistena. «Quando da sopra una eminenza, scrive il Dolomieu nella versione del Botta, io vidi le ruine di Polistena, quando io contemplai i mucchi di pietre che non hanno più alcuna forma, nè posson dare più idea di ciò che era quel luogo, quando io vidi che nissuna casa era sfuggita dalla distruzione, e che tutto era stato livellato al suolo, io pruovai un sentimento di terrore, di pietà, di raccapriccio, e per alcuni momenti le mie facoltà restarono sospese.» Le case precipitarono nel fiume, i grossi muri del convento dei domenicani si sfasciarono ed in grandi massi rovinarono. Dalla parte de' cappuccini si avvallò il terreno, in varii luoghi largamente si sfesse, tutto il paese all'intorno sino a piè del monte tre miglia distante si screpolò. Un momento solo del 5 febbraio precipitò e soffocò negli abissi più di due mila Polistenesi, fra sei mila che erano. I sopravviventi, erranti e miseri, non solo case più non avevano, ma nemmeno fra quella informe ruina le riconoscevano: a stento il luogo dell'antica e distrutta sede accertavano.Terranuova divenne in pochi istanti un vano nome; il suolo stesso ove posava, non solo cangiò forma, ma non fu più. «Un gemito indistinto, così scrivono gli accademici di Napoli, un gemito indistinto, un terribile fragore, e una densa nube di polve ascose tra la più compiuta annichilazione l'enorme strage che indistintamente si fece degli uomini e dei bruti.» Aveva la terra nel suo fiorito stato due mila abitatori; solo quattrocento dalla catastrofe scamparono.Trapasseremo senza arrestarci le ruine, gli sconvolgimenti, l'annichilamento di Molochiello, di Casalnuovo, di Oppido, di Santa Cristina, di Scilla, di Reggio, di cent'altri e villaggi e casali e città; trapasseremo eziandio gl'infiniti casi compassionevoli e i molti singolari casi e venture e disavventure dell'orrendo disastronon per la prima volta avvenuto in paesi che bugiardi ed insidiosi si potrebbero chiamare, posciachè per la bellezza ed amenità loro allettano a spiagge infide e piene di mortali pericoli: un sole benefico, chiari rivi scendenti dai poco lontani Apennini, freschezza di siti all'ombra degli aranci, dei gelsi, dei limoni, dei fichi, dei cedri, dei granati e della pampinosissima vite, fanno che quivi sieno i luoghi forse i più dilettevoli della terra. Ma sono giardini d'Alcina; la natura vi fu ad un tempo madre e matrigna.Ma fra le quasi infinite avventure e disavventure che dobbiam tralasciare, non possiamo astenerci dai trascrivere dallo storico più volte lodato alcuni casi che più degli altri potranno interessare il lettore.«La compassione ch'io sento, scrive egli adunque, m'invoglia di raccontare il caso di due madri infelici all'ultima ora sotto le ruine codotte, ma non sole. Rovinò sopra di loro un tetto, rovinò la povera casa. L'una aveva seco un figliuolo di tre anni, l'altra stringeva al petto un bambino di sette mesi. Nella estrema sciagura, in quel fondo di morte, la materna tenerezza non le abbandonò, anzi si accrebbe. Curvaronsi contro i cadenti sassi, e fecero del dosso arco sopra le innocenti creature. Istinto era, amore di madre era, ma frutto altresì di compassionevole illusione; perciocchè incontro ai rovinanti massi qual corpo di donna resistere potea? Morirono, e con esse i non salvati fanciulli. Chi fu mai più infelice al mondo di quelle misere e desolate madri? Furono trovate nell'attitudine descritta; e con le braccia avvinte ai figli l'una accanto all'altra, esse coi corpi pieni di lividori e di putrida gonfiagione, essi seccati e smunti. Or chi potrà dire quanto dolore regnato abbia in quell'oscuro speco?«Delle raccontate donne un'altra meno infelice, quantunque infelicissima sia stato, tutta la Calabria in ammirazioneconverse. Sette giorni intieri stette fra le ruine sepolta, nè alcun cibo o bevanda ebbe. Funne estratta esanime e moribonda. Come prima racquistò l'imperio dei sensi,acqua, gridò,acqua, acqua io voglio. Tant'era la sete che la straziava. Disse che nella tenebrosa caverna prima una infernale sete la struggeva, poscia perdè ogni sentimento di sè stessa. La da così vicina morte scampata donna visse ancora alcun tempo sovvenuta dalla pietà del pubblico.«Simile caso avvenne ad una donna di Cinquefrondi, villaggio poco distante te da Polistena, e dal sommo all'imo distrutto. Fu tratta viva dopo sette giorni di sepoltura, ma con due figliuolini, che seco aveva, morti.«Quanto sopportar possa in casi straordinarii l'animale natura, ancora più ne diede testimonianza un gatto, che, appiattatosi per asilo in un caldaio, il quale il peso dei rottami sostenne, vi stette quaranta giorni senza cibo di sorte alcuna. Il trovarono come giacente in placido sonno. Appoco appoco si riebbe, ed alcuni anni ancora visse, delizia del padrone.«Quale fosse lo spaventevole capriccio del terremoto, egli scrive in altro luogo, seppeselo il padre maestro Agazio, priore del carmine di Jerocarne, il quale per questi luoghi viaggiava, quando più il flagello v'infuriava. Spaventato volle fuggire; ma ecco un piede incepparsi in un crepaccio che subito si serrò. S'affaticò di ritirarlo, ma spese la fatica indarno. Mise grandi stridori, chiamò aiuto con alte grida, in quella desolata solitudine nissuno comparve, e tuttavia il piè stava stretto da quella straordinaria tanaglia. Credeasi morto, attaccato com'era a quel fatale e strano ceppo. Ma ecco in un subito per un nuovo urto di terremoto aprirsi il ceppo, spalancarsi la fauce e dargli libertà e vita. Il povero religioso arrivò al convento tutto sganganato, epiù morto che vivo. Ognuno si maravigliava della stupenda ventura, ed egli a stento la poteva raccontare; tanto era oppresso dall'anelito e dalla paura!»E altrove: «Era una casa ad uso d'osteria lontana forse a trecento passi dal Solì. L'abitavano l'oste per nome Giovanni Aquilino, la sua moglie ed una nipote di tenera età. Eranvi per accidente quattro avventori. Giovanni se ne stava russando sul letto, siccome quello che avvinazzato era e cotto bene, le due donne attendevano agli uffizii di casa, gli avventori giuocavano alle carte. Ed ecco la casa intera prender viaggio verso il Solì, nè fermarsi se non quando al suo letto pervenne. Quivi l'urto fece ch'ella si disfece ed in frantumi andò. L'ostessa rimase, come trovavasi, seduta, e dalla paura in fuori non ebbe male alcuno. L'oste a maladetta forza si svegliò, e smaltito il vino, pianse la perduta fortuna; la misera fanciulla schiacciata morì. Morirono pure gli avventori venuti a giuocare sulle sponde dell'ameno, ma infedele Solì.«Uno sbalzo di terremoto aveva sepolto fra le ruine della sua casa l'abbate Taverna, medico di Terranuova. La polvere lo soffocava, la grandine dei piombanti sassi lo martellava, si credeva morto, quando un'altra urtata di terremoto lo scarcerò, fuora il trasse e dal pericolo lo scampò, per lo strano caso restò allibbito e intronato lungo tempo; finalmente tornò del tutto in sè, e dilettavasi nel raccontare come il terremoto l'avesse condotto vicino a morte, e come l'avesse salvato. La famiglia dei Zappia ebbe un caso comune col Taverna; sepolti da una spinta di terremoto, dissepolti da una altra.«Anche nella desolata Terranuova successe una mirabile sopportazione di un animale bruto. Nella casa dei Tutini, che rimase tutta infranta e distrutta,una cagna fra le ruine incarcerata visse per tredici dì senza alimento alcuno, e senza avere mai potuto lambire nè pure una stilla d'acqua. Uscì, toltigli i rottami d'intorno, viva e magra, e soprammodo sitibonda.I terreni rimasero tutti lacerati da crepacci e da fenditure. Alcune di queste fenditure avevano otto palmi di profondità, altre tredici, altre venti, ed anche di più; varia era la larghezza, ma nissuna maggiore di quattro palmi. Parevano quasi tutte fatte a taglio netto e successivo, ma con direzione confusa, varia e indistinta a segno che non ammettevano ordine alcuno, nè dove fosse il loro principio e dove la fine non si poteva accertare. Sopra un alto monte rimpetto a Terranuova, ma sulla opposta sponda del Solì, s'ergeva un villaggio per nome Molochiello. Questo infelice paesetto fu devastato in modo che pochi ed informi vestigii rimasero della sua esistenza. Una parte di lui precipitossi a destra, l'altra a sinistra, nè più altro suolo vi rimase del sito su cui giaceva che una fettolina a schiena d'asino, così acuta, che non vi si poteva su camminare. Videsi in questo luogo un orrido e non più udito spettacolo; che nel fianco del monte reciso come a perpendicolo pendevano ammassate le reliquie dei cadaveri riposti nei sepolcri, i quali, per lo squarcio avvenuto nei fianchi delle rupe, rimasero scantonati e per metà divisi.Un Antonio Avati contadino stava sur un castagno recidendone i rami, quando arrivò la devastazione. Il castagno si mosse, e con placido corso scese verso il fiume Marro per più di trecento passi. Fermossi finalmente intoppandosi giù nel vallone. Scuotessi Arati, e salvo sulla ripa saltò.La rustica casa di Grazia Albanesi, moglie di Giuseppe Zema, viaggiava anch'essa giù per lo monte. Aveva Grazia un bambino di poca età, chegiaceva forse placidamente dormendo in una rozza culla fra meschine fasce avvolto. L'infelice madre restò affogata ed oppressa sotto le smisurate moli e della propria casa e delle altre fabbriche e del terreno e della creta che giù rovinavano dalla rupe di Molochiello. Credessi che con lei fosse morto il bambino. Già erano trascorsi tre giorni dal fatale avvenimento, quando da coloro che andavano fra le ruine raccogliendo gli avanzi della loro sepolta e scarsa suppellettile, furono uditi alcuni oscuri vagiti. Alzarono a speranza i pietosi animi, smossero, scavarono, trovarono la misera ed innocente creatura nella sua culla cinta di fango e fra orrendi frantumi involta. Rea era la stagione, il freddo aspro assai, la pioggia dirotta. Estrassero il bambino vivo da quell'informe spelonca così com'era, rauco dal pianto, conquiso dalla fame e dalla sete, assiderato dal freddo, dimagrato al sommo; così usci vivo dal sepolcro inusitato della madre. Il presero, il fomentarono, con prudenza il dissetarono, con prudenza ancora lo sfamarono. Salvo in somma il resero, ma non tanto che non portasse nello smunto viso e nel debole corpicino, finchè visse, i segni dell'andato patimento. Siccome morta era la madre, una zia materna prese cura dell'orfano così stranamente preservato da una stranissima ventura. Gli accademici di Napoli non senza maraviglia il videro.»Sino a questo passo furono raccontate le disgrazie di molti illustri luoghi, di molte nobili città; or si diranno quelle di colei che tutte e per antichità e per grandezza e per altezza di fama le avanza. La magnificenza non più che l'amenità non preservò dalla cagione inesorabile e furibonda.Siede Messina sulla terra sicula, alto elevandosi quale regina del famoso stretto che da lei il suo nome prende. Celebre ai tempi antichi, celebre nel medio evo, ecelebre ancora nelle moderne età, fa testimonio, che quivi all'industria degli abitanti, alla fertilità del suolo, alla benignità del cielo si aggiunge un quieto e necessario rifugio a chi sen va navigando sur un mare sopra misura tempestoso, e troppo spesso da furie disordinate perturbato. La natura rabbiosa qui pose Scilla e Cariddi, scoglio e voragine infami per tanti naufragii, e quivi la provvida natura pose il porto di Messina al pari di qualunque altro più famoso che al mondo sia, ampio, profondo, sicuro, atto a ricettare come le più piccole ed umili barche, così le più grosse e magnifiche navi. Fu città cara a' Normanni, cara agli Svevi, cara agli Aragonesi, onde sorse piena di sontuosi edifizii e corredata di tutti quei comodi della vita che alle città principali di un reame si appartengono. A così alto grado salì una volta la sua potenza, che e grossissimo commercio faceva, e numerose armate sui mari spingeva, e del primato dell'isola con la stessa popolosa Palermo contendeva, ed alcun tempo il tenne. Per le guerre civili poi e pei rivolgimenti politici e per le ribellioni, ed ancora pel crescere progressivo dell'emula città, cadde in più basso stato, ma non però tale che illustri segni non serbi, e per popolazione e per magnificenza di edifizii, della grandezza antica. La natura e gli uomini l'avevano fatta grande e graziosa; gli uomini poscia per le discordie, la natura pei terremoti la mandarono in declinazione; e da sè medesima diversa la fecero.Tremarono e rovinarono le Calabrie, Scilla e Reggio a rincontro di Messina poste, parte fracassate, parte sommerse giacquero. Il profondo mare non interruppe la mortale causa. Tanto essa era entro le più cupe e più profonde viscere della terra nascosta! Successero nell'infelice Messina cose tali che Scilla e Cariddi non ne starebbono al paragone. Sino dai primi giorni di febbraio vi comparvero, ancorchè fuor di stagione fosse, queicicirelli, pesci del genere delle sfirene,che sono a quelle spiaggie tristo annunzio di tremuoto. La veduta di questi allora insoliti pesci cominciò a turbare i Messinesi, i quali qualche grave caso ne augurarono, ma però non sospettavano di così spaventosa ruina della loro città.Altri segni sorgevano dell'imminente tempesta e di funesto avvenire. Il mare in quello stretto, che dal Peloro trascorre lungo l'aspetto di Messina, è commosso da un flusso quotidiano, cui gli abitanti chiamano marea, e con vocabolo corrotto rema. Due volte al giorno le acque sono solite a gonfiarsi ed a correre verso settentrione nel Faro, e due volte ricorrono nel mare Siculo verso Ostro. Fremono sì quando vanno e vengono, ma non tanto che nei tempi ordinarii diventino tempestose. Tal era ed è il consueto tenore con cui nello stretto di Messina procede quel vorticoso mare.Ma quando l'anno giunse ai primi di febbraio, principiò ad alterarsene l'usato andamento: «Le maree, narrano gli accademici di Napoli, non erano esattamente regolari da sei in sei ore; torbida, fremente e oltre il costume feroce divenne la vorticosa Cariddi, e spesso anche allorquando parea meno agitato il volume delle acque, si osservò crescere repente il tortuoso giro di quel vortice, che quei naturali appellanocarofalo, e la rema, quasi confusa e interrotta nella sua direzione, o arrestarsi per poco o sull'onda seguace rialzarsi, o aprirsi in mormorante e rapidissima concentrica voragine.A ciò si univa un insolito oscuro fremito, che quasi si approssimava a un profondo e lontano muggito; e ciò o precedeva alla repentina conturbazione delle correnti, o vi si accompagnava o la susseguiva. E per ultimo, siccome al ritorno della rema dal Peloro l'onda escrescendo si alzava oltre all'ordinario livello, e talvolta attentava di risalire su i segni terminali della sponda selciata, così all'uscir del porto e nel rientrare le anguste gole delFaro, lo sbassamento sovente n'era fuor dell'usato tumultuario, vorticoso ed eccessivo.»La sponda selciata di cui qui si parla, altro non era che una petraia o seguenza di sassi ordinatamente posti che per difesa contro gl'impeti del mare e per termine tra il mare medesimo e la susseguente pianura, scorre per tutto il circuito del porto, e ne forma l'orlo estremo o sia il margine internamente. Questo orlo selciato, ornato vagamente di fontane e di statue, i Messinesi chiamano panchetta, dietro la quale succede un ampio stradone, e in fondo di esso si ergeva un eminente e maestoso casamento, o continuazione di graziosi e nobili edifizii che facevano di sè bellissima mostra a chi veniva dal porto l'inclita città visitando.Dal mare venivano gli augurii, venivano anche dal cielo. Il sole tinto di pallida luce in pieno meriggio, un aere ora quieto, ora repente turbato, ora di nuovo quieto con un'afa noiosa che rendeva i corpi gravi ed affannosi; cupi suoni che di lungi venivano, ma non bene si sapeva donde; un volare incerto degli uccelli, un tremar degli animali, uno schiamazzar di galline, e massimamente di oche, un urlar di cani straordinario alcuna cosa fuor dell'usato protendevano, la natura trovarsi in qualche penoso travaglio significavano, e gli animi riempivano di stupore e di terrore.Fra tutto questo apparato di luttuosi segnali nei primi giorni di febbraio principiò la terra a tremolare, come di sè medesima più sicura non fosse, e, come il mare, farsi ondeggiante volesse. Ma il tremolio non cresceva in iscosse, muoveasi la terra, ma stavano gli edifizii. I Messinesi, usi ai tremuoti, per così dire, volgari, non credevano, quantunque spaventati fossero, che la leggiere trepidazione avesse a cambiarsi in furor tale, che la città ne dovesse andar in sobbisso. Implorarono l'aiuto divino, le sacre pissidi esponevano, inni sacri cantavano,facevano processioni, i luoghi aspergevano coll'acqua benedetta, ed accendevano i lumi all'adorato seggio dove si conserva la lettera autografa che la Vergine scrisse ai Messinesi: reliquia da essi tenuta preziosissima, e con grandissima divozione onorata. Ma la natura, che aveva accesa nei profondi recessi di quelle terre qualche immensa fornace, od ammassata qualche sterminata quantità di acque, le quali in quei monti tendevano a squilibrarsi, non patì che la potentissima cagione fosse defraudata de' suoi terribili effetti.Ai 5 di febbraio, poco appresso l'infausta ora del mezzodì, la piccola ondulazione degenerò subitamente in un orribile e generale rivolgimento del mare, dell'aria e della terra. Udironsi frequenti sotterranei muggiti; pruovaronsi ad ora ad ora ed a precipizio confusi e forti scuotimenti del suolo. Ora in su si spingeva, come se di sotto all'insù fosse percosso da potentissime spuntonate; ora s'avvallava come se una voragine se gli fosse aperta sotto; orizzontalmente oscillava, ora dava sbalzi di traverso, ora, quel che fu il moto pessimo di tutti, si rivolgeva in giro, come se fosse portato da vertigine. Brevemente, una tempesta per tanti lati e talmente succussoria infuriò, che non fu maraviglia che così gravi e così numerosi guasti siano accaduti; bensì è maraviglioso che tutta la città, almeno nella sua parte inferiore, dove maggiormente la sofferente natura travagliò, non sia stata messa a soqquadro intieramente ed in ruina. Moltissime porzioni del teatro marittimo, cioè del casamento sovraddescritto, che il porto orna e nobilita, diroccarono, questa a brani a brani, quella a sfasciumi più grossi, quest'altra per un muro giù e un altro su, onde come spaccate dall'alto al basso apparivano. Non si udivano in quelle ferali ore che muggiti della terra convulsa, invocazioni di supplicanti, lamenti di moribondi, scroscii e rimbombi di case e palazzi che si discioglievano in ruine.«A dì così tremendo, scrivono gli accademici, a dì così tremendo sopravvenne notte più infausta. Verso le ore sette e mezzo la terra fu presa da tale e sì profondo scuotimento, che parve tutta intesa a fendersi o a rovesciarsi e nabissare; e quindi la pallida e tremante popolazione, tra il muggito della terra, il fremito de' venti e il fragore del mare, sentì percuotersi dal rimbombo prodotto dalla orrenda e quasi universale ruina de' tempii, de' casamenti volgari e degli edifizii più vasti e più vistosi, ed ecco in qual modo fu portato a più compiuto termine quel danno che s'era tra essi nel giorno e nella sera cominciato a produrre.»Non uno, ma tutti gli elementi congiurarono a ruina della città dominatrice del Faro. Rovinate le case e rotti i focolari, il fuoco non trovando più nè pascolo regolare, nè uscite consuete, s'appiccò alle materie diroccate, e divampando con orribile incendio andava serpendo e bruciando quanto era rimasto intero, sia che in piè ancora si sostenesse, sia che a terra già sbalzato giacesse. La fiamma divoratrice si estese con rapido corso da uno in altro luogo, e tale spazio guadagnò, e tale acquistò irreparabile forza, che per sette giorni ogni opera fu vana per estinguerla. Molto prezioso mobile arso, molte sostanze o di ricchi negozianti o di nobili famiglie incenerite.«Quindi a molti infelici, seguono a scrivere gli accademici, a' quali riuscì facile lo scampare dal precipizio de' sassi, toccò la disperata sorte di rimanere vittime delle fiamme. Orribile cosa a mirarsi! Chi cercava di guadagnare l'altura de' tetti, chi si affaticava per arrampicarsi alle travi; chi, ora ad una e ora ad un'altra finestra affacciandosi, misurava col guardo l'altezza delle mura, per gettarvisi, e ne rifuggiva spaventato dall'evidente pericolo della caduta. Ma finalmente tutti videro approssimarsi la morte, invocando invano, coll'errare di qua o di là, il desideratosoccorso, impossibilitati a fuggire per le scale già dirute, ed ugualmente privi di coraggio e di modo onde o gettarsi dall'alto o ricevere da' cittadini, dagli amici o da' parenti un aiuto qualunque in mezzo alla medesima loro situazione.»L'incendio infuriava. Oltre allo scompiglio delle cadenti mura e il terrore e la fuga de' cittadini, che impedivano le azioni dello spegnere, un irresistibile alimento aveva la fiamma nella furiosa bufera, che chiamarono aeremoto, la quale, quando più la terra si scrollava ed il fuoco imperversava, soffiava terribilmente con direzione incerta, anzi con buffi vorticosi e disordinati. Una casa de' Ceraselli, già percossa e conquassata dal terremoto, fu dal vento svelta, di lancio gettata, e sparsa in frantumi sopra il suolo. Pareva veramente che quivi ed in que' momenti il mondo, sottosopra andando, fosse arrivato alla sua fine.Col fuoco, coll'aria, colla terra i Messinesi avevano a fare. Ma il mare non s'indugiò a concorrere colla sua vasta mole a loro distruzione e morte. Sollevossi quella mortifera e devastante inondazione, frutto del marimoto di cui abbiamo, favellato e che ai Scillitani diede tanto spavento ed arrecò gli ultimi danni. Lo smisurato e furiosissimo fiotto con incredibile violenza entrò a turbare il tranquillo letto del porto, superò la panchetta, traboccò fra di essa ed i grandi edifizii del teatro marittimo, e tutto quello spazio allagando, di arena e di marino fango il coverse. Aprissi in tale modo ed in que' funesti momenti una scena di mostruosa e multiforme rivoluzione di natura, e si trovò chiuso ogni passo alla fuga ed allo scampo.Troppo lunga e noiosa narrazione sarebbe il numerare tutti i luoghi o nabissati o infranti. Basterà il dire che i tempii più ragguardevoli furono o sconquassati o altamente lesi o lievemente percossi. Oltre la ruina de' begli edifizii del teatro marittimo, moltissimi casamentinobili, graziose stanze di magnati, abbellite da tutte le arti più industri, furono o posti a soqquadro intieramente o gravemente maltrattati. Le fabbriche delle opere pubbliche non incontrarono sorte migliore. Una parte del grande spedale fu ridotta in pessimo stato. Il palazzo reale rotto e diroccato in più parti, il seminario una congerie informe di sassi, la parte maggiore del convitto di educazione un ammasso di ruine, l'archivio della regia udienza sepolto sotto i rottami, la porta dell'Assunzione quasi disfatta, il palazzo senatorio screpolato tutto ed in parte diroccato, e di quasi tutte le case, che più o meno offese restarono, tetti di peso divelti da' loro appoggi e sbalzati in aria, poi caduti a sfasciarsi e stritolarsi del tutto in terra; il convento de' teresiani, uno de' più danneggiati. La cupola della chiesa del Purgatorio arrandellata di piombo sui tetti d'una casa vicina. Mirabile fu il vedere il campanile del duomo tagliato, per così dire, per filo d'altezza, e una metà rimasta in piè, l'altra diroccata a terra, come se spaccato dalla cima alla base da una potente scure stato fosse.Tra mezzo a così rovinoso tumulto e scroscio poco più di settecento persone in così popolosa città perirono; imperocchè, ai primi insulti del terremoto, i cittadini fuggirono precipitosamente e al disteso sui campi liberi alla campagna, dove, alzato avendo tende e baracche, attendevano a dimorarvi sino a tanto che quell'insolito furore si fosse estinto. Così l'immagine della vita s'era trasportata fuori; morte, silenzio e solitudine regnavano in Messina. L'uomo sentiva raccapriccio ed orrore per le desolate contrade della vasta città trascorrendo, dove nè anima vivente vedeva che movesse, nè suono sorgere che le orecchie gli percuotesse, udiva, se non quello d'alcune porte o finestre ancora attaccate ai muri e dal vento sbattute come in abbandonato e deserto edifizio. Avresti detto una città percossa e devastata dalla peste.Ai 5 di febbraio non vi fu mai riposo compito dal terremoto, scuotendosi continuamente ora con maggiore scrollo ora con minore il suolo. Bene successe ai Messinesi la prudenza in appresso; imperocchè ai 28 di marzo, come in Calabria, così ancora in Messina, preceduta da molte scossette, venne una scossa violenta che parve che quello fosse l'ultimo giorno per la città già cotanto desolata e deserta. Novelle grida di stupore e di terrore si alzarono allora di sotto le tende e le baracche, grida commiste di uomini e di donne, di vecchi e di fanciulli cui pietà prendeva degli antichi abituri. Non poche spaccature di terra si aprirono in Messina, ma non però di quella lunghezza e profondità che si osservarono nella Piana di Monteleone. Alcuni narrano che da queste aperte bocche usciti fossero aliti ferventi e di fetore sulfureo; ma con migliore osservazione fu accertato che piuttosto chimere d'immaginazioni percosse deggiono stimarsi, che testimonianze d'uomini prudenti ed amatori della verità. La prossimità dell'Etna spirava queste fole, sembrando al volgo che un terremoto ed un così estremo conquasso avvenire non potessero senza che quel colossale e rabbioso monte vi avesse parte e cagione ne desse. Ma fatto sta, che, se egli operò di sotto, non operò di sopra, nè con fuochi o con aliti o con fumi la sua immensa forza manifestò.Fuvvi altresì chi s'immaginò avere sentito impresse di calore le acque accavallate sui lidi nel momento del terribile marimoto; ma anche questa fu una chimera di mente inferma. Bene è vero che le fontane e i pozzi per alcuni giorni si disseccarono; il che aggiunse miseria all'estremo travaglio prodotto dalle altre cagioni. Il terreno sotto la panchetta e del contiguo stradone parve infangarsi e divenir molliccio, ma però non eruttò melma. Forse la cagione che dalle profondissime interiora della terra procedeva, quivi fu meno attiva che nella Calabria, e non ebbe sufficiente forza perispingere sino alla superficie le fanghiglie, e produrre quei vomiti di materia cretacea.Le spaventevoli catastrofi accaddero fra popoli di fantasia vivissima e molto dediti alla religione, la quale nelle menti rozze e poco illuminate degenera facilmente in superstizione. Onde non è a maravigliare se nei paesi percossi si osservarono cose singolari: apparizioni straordinarie, predizioni portentose, e cerimonie e riti stupendi. Tre giorni dopo il fine del disastro, fatta una processione, cantarono l'inno delle grazie: ringraziavano, abbenchè fossero senza pane, senza roba e senza tetto; lodevole radice di pietà anche nella miseria.I costumi, ciò nondimeno, non erano nè diventarono migliori; che anzi, come a segni non menzogneri apparve, peggiorarono e nel pessimo diedero. Fra tanti dolori, una sfrenata cupidigia del far suo quello d'altrui i feri animi di quei popoli dominava. Come ogni cosa era in confusione, così adoperarono come se credessero che ogni cosa fosse comune, e ciascuna di tutti; nè la compassione per altri nè il proprio pericolo valevano per ritenergli che in abbominevoli latrocinii non si precipitassero. Userem le parole del Dolomieu, siccome quelle che pingono al vivo la condizione di quel tempo, e dimostrano quale creatura sia l'uomo quando è sciolto dal freno delle leggi, quantunque Dio minacci e colla sua terribil voce faccia sentire che pronto e presto è il castigo.«Mentre una madre scapigliata, scrive l'egregio Franzese quale nelle sue Storie il traduce il Botta, e coperta di sangue andava domandando alle ruine stesso ancora fumanti il figliuolo, cui, mentre nel grembo il portava fuggendo, le aveva tolto la caduta di una rovinosa trave; mentre un marito affrontava una morte quasi certa per ritrovare una diletta sposa, si vedevano mostri con faccie d'uomini precipitarsi in mezzo a muri traballanti, bravareil pericolo più orrendo, calpestar uomini mezzo sepolti che di pietà e di aiuto gli richiedevano, per andar a saccheggiare la casa del ricco e soddisfare ad una cieca cupidigia. Costoro spogliavano vivi tanti infelici, i quali avrebbero loro date le più generose ricompense, se al lagrimevole caso loro avessero prestato una mano soccorritrice. Io ho alloggiato a Polistena nella baracca d'un galantuomo che fu seppellito nelle ruine della sua casa, le sole gambe scoperte per aria: il suo domestico gli tolse le fibbie d'argento, e se ne andò via senza volergli dare aiuto per disseppellirlo. Generalmente il popolo della Calabria ha mostrata una depravazione incredibile di costumi nel mezzo agli orrori de' tremuoti. La maggior parte degli agricoltori era all'aperto nelle campagne quando successe la scossa dei 5 febbraio, e accorsero subito nei paesi ingombri di polvere, non per prestare soccorso, ma per saccheggiare.»Sin qui il veridico Dolomieu; ma direm cosa ancora più orrenda e pur anco vera, ed è che questi uomini spietati, se soli erano ed in deserti luoghi, rubavano e lasciavano in vita i miserabili sepolti senza punto nè delle loro grida, nè delle loro strida curarsi; ma quando temevano che alcuno li vedesse o gente sopraggiungesse, ammazzavano o calpestavano, soppozzando o con rottami acciaccando coloro, cui rubato avevano, più crudi in ciò che l'orrido flagello che allora la patria sobbissava. Nè età, nè sesso, nè memoria di benefizii valevano per fare che quelle spietate tigri s'impietosissero. Tutti soffocavano, purchè chi soffocato era, avesse cosa che utilmente pel rubatore gli potesse venir tolta. Fieri esempi massimamente d'ingratitudine sorsero. I servitori i padroni, i coloni i proprietarii spogliarono. Ciò facevano per istinto, ciò facevano per un barbaro raziocinio. Credevano che la fortuna avendo tutto sconvolto, e tutti nella medesimasciagura involti, e la condizione del ricco uguagliata a quella del povero, avesse lasciato i beni in preda alla forza ed a benefizio del primo occupante. Quindi è facile a comprendersi qual barbaro governo si facesse, nei primi dì dell'orribile percossa, delle leggi, delle sostanze, della santa religione, della sacra umanità. Orride cose faceva la natura, ancor più orride ne facevano gli uomini.Nè vuol tacersi che la sporca lussuria trovò anche luogo fra tante angosce, fra tante ruine. Fu una peste peggiore del rubare, perchè quella era mescolata colla speranza, questa accompagnata dalla disperazione. Nè tacere pur devesi che chi doveva meno partecipare in queste sporcizie, non meno degli altri dentro vi s'immerse, e nell'universale dissoluzione fu provato che sventura non rompe libidine.Pronta e di breve tempo fu la distruzione, ma il ristaurare tante ruine e l'emergere da tanto conquasso, il ricuperare quanto s'era perduto fu opera di più lunga fatica e di maggiore momento. Ond'è che si videro le popolazioni fuggite alla rabbia del terremoto in punto di perire per la mancanza dei sussidii al vivere necessarii. La stagione era in quel mentre d'assai e oltre l'usato inclemente, regnando sempre pioggie molestissime e un freddo anzi rigido che no. Le ingiurie del tempo tormentavano i miseri scampati, li tormentava ancora più la fame. Tutti i generi, che al vestire dell'uomo ed a cibarlo servono, erano stati o distrutti o sotto le rovinate fabbriche sepolti. L'olio quasi tutto miseramente a terra sparso: sparsesi o perdessi la più gran parte del vino o per la rottura delle botti o per lo sprofondarsi delle volte. Quel vino poi che potè essere preservato, nelle sue più intime parti corrotto, non acquistò mai più nè la sua vigoria nè la sua purità. L'aceto stesso fiacco e privato del suo spirito e del suo gusto divenne. La medesima tempesta annientò le biade che nei granai erano riposte.Dissotterrossi in progresso di tempo il grano che nelle fosse all'uso del paese si conservava; ma di niuna utilità fu, perchè fracido si estrasse e d'ingrato odore o ciò fosse per l'acqua che per le insolite fessure in quei penetrali aveva trovato la via, o per altri influssi sorti dalle parti più interne e più basse, da cui la naturale economia dei grani fosse stata contaminata e guasta.Nè solo mancarono i generi, ma ancora le officine e gli artifizii, per cui si ammorbidavano ed all'uso degli uomini atti e confacenti si rendevano. La pallida fame incrudelì per ogni parte, e fu la prima e la più terribile seguace del terremoto. Nè modo v'era in quel punto di rimediarvi. Le strade giacevano così altamente ingombre di rottami e di ruine, che il portare le vitali derrate dai paesi ove abbondavano a quelli a cui mancavano, era opera difficile, anzi in quei primi momenti d'impossibile esecuzione. Arrogevasi all'universale disgrazia che essendosi o guasti i fonti per la corruzione delle acque o disseccati per avere le polle interne preso altre vie, negavano all'afflitta popolazione il solito refrigerio; e quando non pioveva più, chi presso ai fiumi non abitava, sperimentava quanto fosse crudo il tormento della sete.Da tanti stenti, da tanti strazii, da tanti dolori, da tanti terrori si generarono con una marcigione orribile malattie mortali, massimamente di febbri di mal costume, per cui era tolto di vita chi da tanti rischi di morte già era scampato. La fame, la sete, i perpetui lamenti di chi era rimasto storpio o ferito, o di chi da ferale febbre era consumato ed arso, il tetro aspetto dei cadaveri insepolti o chiusi sotto le rovine, donde altro segno di sè non davano che un incomportabile fetore, o gettati sui roghi ad incenerirsi, formavano un misto tale, che da lui altro non poteva nascere che l'ultima desolazione e la totale dissoluzione della società. Che leggi, quai magistrati, o quallume di ragione, o qual impulso di sentimento potevano resistere a cruciamenti che piuttosto erano quelli, per così dire, delle anime dannate, che di creature nella luce di questo mondo ancora viventi?Umanità e religione si scossero in così fatale momento; non mancarono gli umani provvedimenti. Sorse alla voce di tanti miseri il governo del re Ferdinando, e prontamente con animo da beneficenza compreso, e con mezzi quanto potè più efficaci a quegli estremi bisogni accorse. Elesse al pio ufficio uomini che sapevano e volevano secondarlo, un Pignatelli in Calabria, un Caracciolo in Sicilia. La fame, la mala consigliatrice fame più d'ogni altra necessità pressava; alla fame adunque per le prime provvidero. Nè fredda o lenta, ma accesa e spronata fu la benignità di chi comandava e di chi obbediva. Soccorsero con mandar generi di vitto prestamente nei luoghi più danneggiati, innumerabili braccia al racconcio delle terre lavorando. Si fecero incontanente assettare molini e forni, ed, antivedendo qualche nuovo conquasso, ordinarono, là dove l'opportunità era maggiore, conserve di grani, di farine, di biscotto, onde, ad ogni tristo accidente che sopravvenisse, potesse essere in pronto il compenso. Non solamente nei primi dì della fatale sventura, ma per molto tempo ancora una moltitudine quasi innumerabile d'uomini affamati e per fame languenti furono sostentati dai soccorsi che dalla mano regia provenivano. Provvidesi eziandio, poichè malizia umana è così grande che fa negozio della miseria altrui, con ordini adatti e severissimi, che siccome i commestibili si somministravano, così ancora il loro trasporto da un luogo all'altro, e l'acquisto sul luogo fosse agevole, retto e non incomodo nè al venditore nè al compratore. L'annona regia largiva il vitto, la supellettile, le vesti; l'erario il denaro. Per ogni lato, per ogni canale scorreva il fiume della beneficenza sopra gl'infelici percossi. Il governo faceva dasè e per sè, ma non tralasciò il pensiero di raccomandare ai baroni che pronta ed amorosa cura avessero dei loro vassalli. Quanto alle città regie, cioè quelle che, esenti da baronaggio essendo, alla sola autorità del re soggiacevano, furono loro dall'erario pubblico, per quel medesimo fine di soccorrere chi pativa, distribuiti larghi sussidii.L'immensa forza che aveva conquassato la terra, aveva eziandio la sopraffaccia sua sconvolta tutta e coperta di ruine. Ondechè la maggiore difficoltà che s'incontrava nel condurre a compimento il pietoso ufficio era appunto la malagevolezza delle strade, come già più sopra abbiamo osservato. Quasi isolate erano le città, isolati i villaggi. Ad un male così grave sopperire non potevano le languenti braccia dei Calabresi superstiti, nè l'animo afflitto, nè il numero scemato. Misersi in opera le compagnie provinciali che nuovamente, non a questi usi di sciagura, erano state ordinate. Fu loro comandato che nella ulteriore Calabria gissero ed in pro degl'infelici abitatori a sgombrar terre, a sollevar rottami, a racconciare strade, ad inalveare fiumi, a prosciugar paludi, a dar corso a stagni si adoperassero. Le soldatesche mani quivi non a micidiale, ma a conservatrice opera con provvidissimo consiglio mandate, molto volentieri vi attesero. Deposti i fucili e le sciabole, presero in mano vanghe, uncini, picconi, zappe, funi, e racconciarono coll'arte ciò che la natura aveva stravolto e scomposto. Quanti cadaveri trassero dai muti abissi, quanto prezioso mobile dai rovinati edifizii, quanto oro, quanto argento, quanti nobili arredi tra il fango, i sassi ed ogni lordura giacenti!«Dicasi senza sospetto, scrivono i lodati accademici di Napoli, dicasi senza sospetto di adulazione; fu mirabile cosa a vedere i tardi nipoti de' valorosi Bruzii e degl'industri abitatori di tal parte della Magna Grecia comportarsi con tale e sì costante intrepidezza efedeltà, che non può abbastanza lodarsene il coraggio, con cui si esposero a sì difficile impresa, la rassegnazione colla quale si prestarono ai comandi di que' prodi uffiziali che in tanto penoso impegno ne diressero le operazioni, e l'ottima fede colla quale religiosamente custodirono tutto ciò che essi dalle ruine disotterrarono. Si videro in brevi giorni sgombrate le più vaste ruine, riaperte le strade e facilitati i modi, onde potersi la sbandata gente riunire e sovvenirsi a vicenda. Ritornarono al bene e al comodo della popolazione gli ori, gli argenti, le suppellettili, i commestibili e que' generi di prima necessità che non erano stati o guasti o distrutti.»Speciale ordine dal principe e da chi la benefica sua volontà eseguiva, ebbero questi pietosi e forti soldati di avere cura principalmente di rinvenire e conservare le scritture, onde si regolavano gl'interessi e lo stato delle famiglie. Come a loro fu comandato, così fecero. Impedissi a questo modo uno scompiglio, una crudele confusione che sarebbe stata d'infiniti danni e di acerbi sdegni troppo feconda cagione.Fra di queste benefiche operazioni che un paese vasto ed una numerosa popolazione a novella vita chiamavano, una tristissima vista rendeva funesti gli animi. Disotterravansi a luogo a luogo, a ora a ora dai diroccamenti e dai dirupamenti gli ammaccati cadaveri. Sorgevano pianti di chi riconosceva i suoi più cari, compassione e smarrimento era in tutti. Vedendoli, contemplandoli, ognuno comprendeva quanto fosse grande il calabrese ed il siciliano infortunio. Rotti erano i corpi estinti in varie ed orribili guise, molti sformati talmente e dall'antico aspetto tanto diversi, che più non si riconoscevano. Putivano per putredine: un infame odore anticorriero e seme di mortali malattie per le città e per le campagne si diffondeva. Al quale fomite d'aere pestilenzioso maggiore forza era aggiuntadalla puzza che usciva dai sepolcri stati sommossi, aperti e scoperti dalla violenza del terremoto. Vedevansi per gli spaccamenti e scosci dei monti scendere i cadaveri per lo innanzi chiusi nei loro avelli, o sul suolo stesso sconvolto apparire in sembianze orrende. Il pericolo era grave che i morti ammazzassero i vivi. Ebbesi dai magistrati regii nel miserabile frangente, cura della salute pubblica.Per provvidenza generale ordinarono ciò che per provvidenze particolari già si era fatto in alcuni luoghi. Vollero che si accendessero i roghi per dovunque abbisognasse, e che i cadaveri vi si incenerissero. Abborriva sulle prime il volgo da un ufficio che siccome insolito era, così ancora crudele ed inumano gli pareva. Ma tra per promesse, persuasioni e comandamenti si venne a termine che il salutare editto si mettesse ad esecuzione. All'odore putredinoso si mescolava l'odore delle carni e delle ossa arse: il che cagione era di sommo ribrezzo ed abbominazione.Per andare all'incontro di così molesto senso, e per resistere ai fatali effetti del fetore, si bruciavano nel medesimo tempo materie odorose in grandissima copia, onde una densa e perpetua nube di profumi la tristissima scena avviluppava, e meno orribile la rendeva.Rivolsero anche il pensiero a chiudere le squarciate fauci dei sepolcri con ampie e ferme masse di materiali atti ad impedire il velenoso fiato che dalla putrescenza ne usciva.Questi consigli e provvedimenti sortirono l'effetto desiderato nelle Calabrie, ma non sì però che un influsso mortifero non le desolasse, e molti fra i più non mandasse. Ma la salutare efficacia se ne conobbe in que' luoghi, dove con maggiore diligenza furono mandati ad esecuzione; imperocchè o le popolazioni ne furono preservate del tutto, o il morbo con minore veemenza v'incrudelì, o più breve durata ebbe. Per le prudenti e forti deliberazioni del vicerè di Sicilia DomenicoCaracciolo, Messina ne restò intieramente esenzionata. Vi si piansero morti pel furore della terra e del mare, ma non per la forza delle malattie.Terminati i fieri e crudi disastri, rimase lungo tempo nei popoli stupore, terrore ed orrore. Chi per gl'infelici luoghi viaggiava, vedeva uomini che a manifesti segni dimostravano essere stati tocchi da uno straordinario furore d'elementi e da un immenso infortunio. Oltracciò, ad ogni tratto si temeva che la potente e rabbiosa natura delle Due Sicilie di nuovo si mettesse in travaglio, e quanto aveva lasciato intero o non intieramente distrutto rompesse e disciogliesse. Una densa e fetente nebbia ingombrò per parecchi mesi, non solamente il teatro di tante tragedie, ma ancora tutta l'Italia con parte della Francia e della Germania.A dì 29 d'aprile del presente anno cessò di vivere Bernardo Tanucci, ministro napoletano. Da qualunque lato si guardi il lungo politico aringo corso da Tanucci, indarno si cerca quale cosa potuto abbia servire di fondamento all'alta riputazione in cui levossi da vivo e che nol lasciò dopo morte.La setta popolare e l'uso di recare le cose a maggior vantaggio dei più prevalevano. Il secolo si volgeva principalmente contro i residui degli ordini feudali, contro gli abusi, se mai ce ne fossero, e le esenzioni del clero, contro i privilegii, di cui la nobiltà ed il clero stesso godevano. A migliore egualità si volevano le cose tirare; a maggiore dignità si andava la natura umana riducendo.Vivo esempio del secolo era l'imperadore Giuseppe. Ora il vediamo visitare di nuovo l'Italia con quel solo apparato che la virtù ed il ben volere gli davano. Partito dall'imperiale residenza di Vienna nel dì 6 dicembre, passato per Mantova, Parma e Modena, e tre giorni a Firenze col fratello granduca trattenutosi, a Roma sull'ora del mezzodì del dì 23 di tale mese inaspettatamente arrivò. Vide Romae Pio, a cui disse restituirgli la visita. Per soddisfare ai curiosi di queste cose, si dica, ch'ei portava l'abito schietto dei suoi ufficiali, bianco con mostre di velluto rosso; per abitazione aveva la casa del cardinale Herezam, suo ministro; per tavola, quella d'un albergo vicino a piazza di Spagna. La vigilia di Natale assistette ai primi vespri in San Pietro, poi vi udì il mattutino e la messa di mezza notte. Erasegli apparecchiato un magnifico inginocchiatoio con cuscini e tappeti di velluto e d'oro; ma in quel luogo ed avanti il cospetto di colui che il più alto adegua agl'imi, il ricco seggio ricusando, inginocchiossi a terra, come se uno del popolo fosse, ed a terra prostrato pace al mondo e felicità pe' suoi popoli pregò. In mezzo alle romane grandezze umile e modesto si mostrò, grandezza più grande di tutte. Il dì seguente poi recossi alla messa solenne cantata dal papa con tanta maestà, con tanta pompa e con tale concorso di popolo, che vincitrice in quel giorno veramente appariva la cattolica religione. Gustavo di Svezia stesso, che con Giuseppe d'Austria a que' dì ai sublimi riti assisteva, maravigliato restonne e tocco. Non era già uomo da convertirsi, ma da considerare, come fece, con quanta maggiore efficacia delle protestanti la religione cattolica possa con le sue pompe esteriori operare a pietà e riverenza verso Dio, ed amore e beneficio verso gli uomini.Giuseppe visitava Roma, e salutato di nuovo il pontefice, partì per Napoli, onde vedervi quell'ameno e grande paese, il re Ferdinando, la regina Carolina e la duchessa di Parma, sua sorella, alla quale portava particolare affezione. Spezialmente poi desiderava di conversare coi sommi filosofi che allora Napoli abitavano ed illustravano. Grandi balli, grandi festini, e soprattutto grandi cacce vi si facevano. Di ciò Giuseppe si dilettava, ma non vi aveva capriccio. Per sollievo di spirito, non per tenore di vita que' piaceri prendeva. Meglio si dilettava di vedereFilangeri, meglio di visitare gli ospedali e gli ospizii, meglio di ammirare quel dilettoso clima, quella potente natura che indicano dover pure chi vi regge fare per chi vi abita quanto essi hanno fatto; e che certo gli abitatori vi sarebbero felicissimi. Grande disparità era in tutti i paesi tra la bontà della natura ed il rigore delle instituzioni, ma in nessun luogo più grande che in Napoli.

Nissuna regione del mondo fu mai tanto tormentata quanto l'estrema parte d'Italia, che ora il regno delle Due Sicilie comprende. Gli uomini in ogni tempo l'afflissero, ora con guerre intestine, ed ora con guerre esterne, e spesso ancora con mutazioni di stirpi regie, a cui pareva che quel bel paese non fosse cosa da lasciarsi ad altri. La natura poi lo straziò ora con incendii spaventevoli di monti,ed ora con terremoti più spaventevoli ancora.

Sonvi sul globo terracqueo alcuni luoghi, dove da tempi antichissimi la natura è già sfogata, che è quanto dire, che le forze sue, superati tutti gli ostacoli, hanno indotto quello Stato che a loro più consentaneo è: questi luoghi, quanto ai fenomeni naturali, godono di maggiore tranquillità. In altri paesi poi la natura, per così dire, sforzantesi e rabbiosa ancora si travaglia, e tra mezzo a perturbazioni ed a ruine tende a sormontare quanto le si oppone per arrivare al suo stato di quiete.

Ora l'estrema parte d'Italia che al mezzodì si volge è una di quelle che non hanno ancora ottenuta quella quiete, e la van cercando. Quindi è che nelle sue viscere interne regna tuttavia una gran discordia, che fuori a noi si scopre con fiamme spaventose, con eruttamenti maravigliosi, con macigni liquefatti, con terremoti, con marimoti, con aeremoti, che danno a temere che sia venuta la fine dell'esistenza, non che del riposo, e pure altro non sono che avviamento alla quiete. La natura non conosce tempo; per lei nè anni nè secoli vi sono, e di noi si ride, a cui incresce il morire. Noi non vedremo la quiete della Magna Grecia nè delle siciliane sponde, ma tempo verrà ch'esse l'avranno, e la stessa condizione acquisteranno, che già nelle più parti di questo nostro globo si osserva. Non so però perchè così tardi ella vi sia per arrivare, scrive un famoso storico che trascriviamo, e perchè contrada così magnifica e così bella, forse la più magnifica e la più bella di tutte, e perchè uomini così sensitivi e così immaginosi abbiano a soffrire un così luogo travaglio. Se castigo di Dio è, non vedo ch'essi abbiano peccato più degli altri; se necessità di fortuna, bisognerà confessare, che siccome sempre cieca ella è, così ella è sovente ingiusta.

Racconterò, seguita il lodato storico, cose stupende, e tali, che dubito che danessuna penna degnamente raccontare non si possano; una provincia intera sconvolta, molte migliaia d'uomini in un sol momento estinti, i sopravviventi più infelici dei morti; la terra, il cielo, il mare sdegnati; ciò che la natura ha fatto di più sodo, in ruina; ciò che per la sua sottigliezza toccare non si può tanto impeto acquistare, che, le toccabili cose furiosamente urtando, rovesciò; ciò che mobile e grave è, fuori del consueto nido sboccando, guastare ed abbattere quanto per resistere a più leggeri elemento solamente stato era construtto; i fati d'Ercolano, i fati di Pompei, e forse peggiori perchè più subiti, a molte città apprestarsi, non soffocate ed oppresse, ma stritolate e peste; una faccia di terre le più amene e ridenti del mondo cambiata subitamente in ultima squallidezza ed orrore; orribili fetori di cadaveri putrefatti non riscattabili fra l'immense ruine, orribili effluvii di acque stagnanti nel loro corso d'accidenti straordinarii interrotte, orribili malattie da spaventi, da stenti, da moltiplici infezioni prodotte, abissi aperti, città subbissate od inabissate, monti scoscesi, valli colmate, fiumi e fonti scomparsi, nuovi comparsi, polle di mota da aperte voragini scaturienti; un istinto d'animali bruti il futuro male preveggenti, una sicurezza d'uomini, cui la ragione è meno provvida dell'istinto; un salvar di fanciulli con morte delle madri, un preservar di padroni per fedeltà di servi, un aiutar d'infelici per bontà di governo, per umanità di signori, per carità di preti; vittime per casi strani o quasi non credibili dall'ultimo eccidio scampate; una cieca fortuna, un impeto ineluttabile, un grido di morte uscito dalla terra per sotto, dal cielo per sopra, dal mare per lato, spaziare dappertutto, ed ogni cosa rompere, ogni cosa spaventare, ogni cosa in ruina ed in isconquasso precipitare; gl'incendii uniti alle ruine, e le fiamme consumare ciò che al furore degli altri elementi era avanzato. — A ciò tutte le superstizioni più stravaganti checaggiono in menti smosse, tutte le furberie di chi delle sciocche superstizioni e dei solenni terrori si pasce ed in suo pro gli converte; a ciò ancora pentimenti fugaci di uomini malvagi, rapine contro miseri, insulti contro benefattori, abbandoni di chi soccorso chiedeva e pietà; il mondo morale, come il mondo fisico in disordine; ciò che doveva intenerire i cuori, e farli dell'umana miseria conoscenti, vieppiù indurarli ed aspri ed inesorabili farli; gente scelleratissima con opere nefande dimostrare che la cupidigia del rubare e l'infame sfogamento della libidine sopravanzavano, e soffocavano la compassione e lo spavento. Maravigliosa terra di Napoli che sempre dimostrasti essere in te estremo il bene, estremo il male, nè dal consueto stile poterti ritrarre nemmeno la natura orrida e sconvolta: quello dinota eroismo, questo una spaventevole ostinazione.

È impossibile seguire più innanzi nella sua stupenda narrazione del fatto lo storico illustre che a parte a parte lo descrisse; ma verrem da lui traendo ciò che i tratti principali della tremenda catastrofe possa mettere dinanzi alla mente.

Alla state fervidissima dell'anno 1782 era succeduto nelle Calabrie un autunno piovosissimo, nè cessò lo smisurato acquazzone nel susseguente gennaio; che anzi vieppiù per questo conto imperversando il cielo, caddero nell'anzidetto mese pioggie così disoneste e dirotte e precipitose, che la terra calabra, massime quella così detta della Piana, restò altamente danneggiata, non solamente pegli allagamenti dei fiumi, ma ancora per essere stati i terreni viemmaggiormente ammelmati e fatti capaci di dissoluzione. Cotale perturbazione della natura presagiva calamità ancor maggiori, ma niuno si dava a temere che esse fossero per arrivare al totale discioglimento della contrada. Avevano altre volte quei popoli simili pioggie e simili innondazioni vedute, ma, dal guasto dei superficiali terreni e dal danno delle ricolte in fuori,da altri maggiori disastri non restarono afflitti.

Intanto era il nuovo anno giunto al principio di febbraio, mese per fatal destino funesto alla Magna Grecia, e specialmente alla Calabria; perciocchè in esso piombò la fatale ruina sopra i distretti Ercolanense e Pompeiano sotto il consolato di Regolo e di Virginio; in esso fu conturbata, alcuni secoli avanti, la Sicilia e distrutta Catania; in esso nel duodecimo secolo sommosse dai tremuoti non solamente la Sicilia, ma eziandio le Calabrie. Il principio più fatale che la fine, poichè al quarto od al quinto giorno di lui accaddero quegli scroscii della natura.

Correva appunto il quinto giorno di febbraio di quest'anno, ed il giorno era giunto alle diecinove ore italiane, vale a dire, in quella stagione, un poco più oltre del mezzodì. Nell'aria non appariva alcun segno straordinario. Rare e quiete nubi a luogo a luogo il cielo velavano. Nè il Vesuvio nè l'Etna buttavano; Stromboli non più del solito. Sentivasi il freddo, ma non oltre l'usato; il consueto aspetto stava sopra le calabresi cose. Eppure la terra in sè medesima chiudeva un insolito furore. O fossero fuochi, o fossero vapori potentissimi che scarcerare si volessero, quella ordinaria calma dovea fra brevi momenti turbarsi per dar luogo ad un rumore e ad uno scompiglio orrendo. Gli uomini nol presentivano, e senza tema le ore fra i soliti diletti o fra le solite fatiche andavano passando. Ma non gli animali bruti, che inquieti, fastidiosi, spaventati, col correre, col tremare, col gridare, mostravano che alcuna terribil cosa si andava avvicinando, ed aspettavano.

Così un'arcana natura con ispaventosi presentimenti avvertiva del pericolo chi poco o nulla evitare il poteva, mentre di lui conscii non faceva quelli che pel lume della ragione fuggirlo, se non in tutto, almeno in parte saputo avrebbero.

Trascorso era il giorno 5 di febbraiodi pochi minuti oltre il mezzodì quando udissi improvvisamente nelle più profonde viscere della terra un orrendo fragore; un momento dopo la terra stessa orribilmente si scosse e tremò. In quel momento medesimo cento città, o non furono più, o dalla primiera forma svolte, quasi informi ammassi di spaventevoli ruine giacquero. In quel sempre orribile e sempre lagrimevole e sempre di funesta rimembranza momento, più di trenta mila umane creature rimasero ad un tratto morte e sepolte. Quale passo da tanta quiete a tanto spavento! Quale conversione da tanta allegrezza a tanto pianto! Quale differenza da tante vite a tante morti!

Non fu breve la cagione dell'orrenda catastrofe: perciocchè scossesi e tremò la terra colla medesima veemenza e fremito ai 7 febbraio, ai 26 ed ai 28, e finalmente ai 18 di marzo una violentissima scossa avvertì i Calabresi che i loro spaventi e dolori non erano ancora giunti al fine, e che, per iscampare dalla morte, su quel suolo infido altro rimedio non vi era che quello di fuggire; ed assai lontano fuggire, posciachè l'ira del cielo sopra di loro non era ancora esausta. Il gravissimo urto di marzo scompigliò, ruppe e rovesciò quanto ancora era rimasto intiero ed in piè, se pure ancora alcuna cosa intiera e sulle fondamenta rimasta era. Giunsesi la disperazione al terrore: ad ogni momento credevano quei miserandi popoli che la terra, spaccandosi in abisso, gl'inghiottisse tutti. Quelli di febbraio esercitarono principalmente il loro furore sopra le città più vicine al Faro; l'ultimo su quelle che verso lo strangolamento d'Italia tra i golfi di Sant'Eufemia e di Squillace sono poste.

Le raccontate scosse squassarono con violentissime urtate la terra, ma fra di quelle non vi fu mai quiete perfetta. Di quando in quando alcune scosse minori si sentivano, e fra di loro un perpetuo ondeggiamento, un andare e venire più o meno manifesto della terra, come se elladivenuta fosse fiottosa, e per cui non pochi travagliavano di quel molesto male che affligge ne' viaggi marittimi coloro che non vi sono avvezzi.

Fatale fu questo terremoto non solamente per la violenza delle concussioni, ma ancora, e forse più, per la diversità e moltiplicità de' moti impressi alla terra. Fuvvi il moto subsultorio, cioè dal basso all'alto, come se qualche orrendo fomite battesse o picchiasse o punzecchiasse l'esterna crosta per farsi via da uscir fuora, in quella guisa stessa che un colpo dato con un grosso martello sotto una tavola orizzontale farebbe. Fuvvi il moto di sbalzo, come se una porzione della terra a modo di fionda i soprapposti corpi in alto scagliasse. Fuvvi il moto vertiginoso, come se la terra in sè medesima si rivoltasse ed una vertigine imprimesse a ciò che toccava, moto che fu il più pericoloso di tutti, e che atterrò molti edifizii che retto avevano ad altri moti, e le superficie de' corpi converse, mettendo le superiori sotto, le inferiori sopra. Fuvvi il moto ondulatorio, il più solito ne' terremoti, e per lo più da Oriente verso Occidente andava. Fuvvi finalmente un moto di compressione dell'alto al basso, per cui i terreni si abbassavano, e, come a dire, si insaccavano, e più fortemente compressi si assodavano. Dal disordine de' moti si argomentava che disordinata fosse la cagione, e che guerra vi fosse sotto, come vi era sopra. Non è da tacersi punto che più sonoro era il fragore, che chiamavanorombo, spaventevole nunzio di estreme sciagure, e più forti erano le scosse che susseguitavano, onde maggiore danno seguitava un maggiore spavento.

Or chi potrebbe ridire la varietà degli accidenti in tanto sconquasso? Monteleone, nobile ed antica città, che mostra qualche residuo di muri ciclopei, restò altamente offeso dalla percossa, sì che i più suntuosi templi, i più vasti edifizii, come le più umili case, furono rotti e scomposti, ed ancora che i più atterratinon fossero, diventarono nondimeno inabitabili. Maggiore fu la desolazione di Mileto, dove, oltre le case, che tutte patirono infiniti danni, restò da cima a fondo irreparabilmente infranto e inabissato il magnifico tempio della Trinità; tetto, mura, campanile, altari, andarono tutti in un monte di rottami. Tropea fu percossa dal terremoto, ma in grado minore. Meno ancora restò offeso il poco lontano villaggio di Parghelia, villaggio singolare non per grandezza nè per ricchezza di edifizii, ma per industria dei terrazzani, troppo diversa dalla rilassatezza che in non poche parti della Calabria regnava. Soriano, andato esente dal terremoto del 5 febbraio, restò desolato da quello del 7; nè vi rimase orma degli edifizii di terra pigiata, che nel paese chiamano terraloto, e da cui la massima parte della città si formava. Lieta, anzi lietissima era la strada da Soriano a Jerocarne, siccome quella che ombreggiata era e vagamente sparsa di ulivi, di castagni, di quercie e di viti, ed ora divenne un miscuglio commisto di ruine. Tanto sovvertimento patirono i terreni! Si screpolarono, aprironvisi di profonde fessure. Ma le fessure immobili non erano; ora si serravano impetuosamente, combaciandosi di nuovo gli orli, ora si riaprivano, disgiungendosi quelli novellamente. Le fenditure, e così in questo luogo come in ogni altro, pigliavano diverse forme, ma le più in cotale modo s'informavano, che parecchie da un solo centro aperto anch'esso partendo, a guisa di raggi se ne allontanavano. Talvolta usciva da queste spaccature una fanghiglia cretacea spremuta a forza, come pare, dai più interni ripostigli della terra. E di questa fanghiglia altri ed altri eziandio erano i modi. Dalle grandi e vaste spaccature usciva copiosissima, e le vicine campagne allagava. Ne restavano intrisi i rottami, intrise le ruine, intrisi gli alberi e i sassi. Sovente accadea che non da fenditure saltava fuori, ma da certe conche circolari; che sul terreno cavo si formavano;e dal centro delle medesime, piuttosto che da altre parti, scaturiva.

Tale fu la natura degli accidenti di questo terremoto, che piuttosto acqua o creta nell'acqua disciolta sorsero dalle profonde viscere del travagliato globo che fuoco od altre sostanze che la presenza dall'igneo elemento manifestare sogliono; cosa che riuscì contraria alla opinione di molti che credono da fuochi sotterranei ingenerarsi i terremoti.

Successe poco lungi da Soriano nei terreni del fra Ramondo, del Covolo e del fiume Caridi una gran rovina ed una inondazione di fango: giardini, due case rurali, un oliveto, due monticelli sdrucciolarono, il Caridi scomparve, si aprirono voragini, sgorgò acqua in copia, giacquero gli alberi in varie guise fra quell'incomposta congerie, sfortunatamente sepolte dall'orrendo scoscendimento alcune umane creature. Alcuni giorni appresso ricomparve il Caridi, ma in altro letto, nè puro o limpido come prima, ma limaccioso e torbido.

Il più atroce tormento di chi restava sepolto vivo, ed in molti uomini e donne ciò si osservò, sempre fu la sete. Usciti dal carcere rovinoso non altro domandavano, non altro agognavano che bere, e sull'acqua per dissetarsene cupidissimamente si gettavano. Tant'era il rovello che li tormentava, che, perchè dall'improvviso e troppo copioso uso della bevanda non ricevessero mortale danno, uopo era ministrarla loro con regola e misura.

Tra le disgrazie di molti illustri luoghi, di molte nobili città che raccontare non possiamo, però che il tempo e lo spazio ne sospingono, non possiamo tacere di Polistena, vaga città sulle sponde del Jerocarne, che non fu più, demolita di maniera, che i tetti rimasero innabissati e le fondamenta cacciate fuora dal loro sotterraneo cavo: tutta sotto sopra fu messa, nè mai più informe ammassamento di rottami si presentò agli occhi degli uomini spaventati che quello della distruttaPolistena. «Quando da sopra una eminenza, scrive il Dolomieu nella versione del Botta, io vidi le ruine di Polistena, quando io contemplai i mucchi di pietre che non hanno più alcuna forma, nè posson dare più idea di ciò che era quel luogo, quando io vidi che nissuna casa era sfuggita dalla distruzione, e che tutto era stato livellato al suolo, io pruovai un sentimento di terrore, di pietà, di raccapriccio, e per alcuni momenti le mie facoltà restarono sospese.» Le case precipitarono nel fiume, i grossi muri del convento dei domenicani si sfasciarono ed in grandi massi rovinarono. Dalla parte de' cappuccini si avvallò il terreno, in varii luoghi largamente si sfesse, tutto il paese all'intorno sino a piè del monte tre miglia distante si screpolò. Un momento solo del 5 febbraio precipitò e soffocò negli abissi più di due mila Polistenesi, fra sei mila che erano. I sopravviventi, erranti e miseri, non solo case più non avevano, ma nemmeno fra quella informe ruina le riconoscevano: a stento il luogo dell'antica e distrutta sede accertavano.

Terranuova divenne in pochi istanti un vano nome; il suolo stesso ove posava, non solo cangiò forma, ma non fu più. «Un gemito indistinto, così scrivono gli accademici di Napoli, un gemito indistinto, un terribile fragore, e una densa nube di polve ascose tra la più compiuta annichilazione l'enorme strage che indistintamente si fece degli uomini e dei bruti.» Aveva la terra nel suo fiorito stato due mila abitatori; solo quattrocento dalla catastrofe scamparono.

Trapasseremo senza arrestarci le ruine, gli sconvolgimenti, l'annichilamento di Molochiello, di Casalnuovo, di Oppido, di Santa Cristina, di Scilla, di Reggio, di cent'altri e villaggi e casali e città; trapasseremo eziandio gl'infiniti casi compassionevoli e i molti singolari casi e venture e disavventure dell'orrendo disastronon per la prima volta avvenuto in paesi che bugiardi ed insidiosi si potrebbero chiamare, posciachè per la bellezza ed amenità loro allettano a spiagge infide e piene di mortali pericoli: un sole benefico, chiari rivi scendenti dai poco lontani Apennini, freschezza di siti all'ombra degli aranci, dei gelsi, dei limoni, dei fichi, dei cedri, dei granati e della pampinosissima vite, fanno che quivi sieno i luoghi forse i più dilettevoli della terra. Ma sono giardini d'Alcina; la natura vi fu ad un tempo madre e matrigna.

Ma fra le quasi infinite avventure e disavventure che dobbiam tralasciare, non possiamo astenerci dai trascrivere dallo storico più volte lodato alcuni casi che più degli altri potranno interessare il lettore.

«La compassione ch'io sento, scrive egli adunque, m'invoglia di raccontare il caso di due madri infelici all'ultima ora sotto le ruine codotte, ma non sole. Rovinò sopra di loro un tetto, rovinò la povera casa. L'una aveva seco un figliuolo di tre anni, l'altra stringeva al petto un bambino di sette mesi. Nella estrema sciagura, in quel fondo di morte, la materna tenerezza non le abbandonò, anzi si accrebbe. Curvaronsi contro i cadenti sassi, e fecero del dosso arco sopra le innocenti creature. Istinto era, amore di madre era, ma frutto altresì di compassionevole illusione; perciocchè incontro ai rovinanti massi qual corpo di donna resistere potea? Morirono, e con esse i non salvati fanciulli. Chi fu mai più infelice al mondo di quelle misere e desolate madri? Furono trovate nell'attitudine descritta; e con le braccia avvinte ai figli l'una accanto all'altra, esse coi corpi pieni di lividori e di putrida gonfiagione, essi seccati e smunti. Or chi potrà dire quanto dolore regnato abbia in quell'oscuro speco?

«Delle raccontate donne un'altra meno infelice, quantunque infelicissima sia stato, tutta la Calabria in ammirazioneconverse. Sette giorni intieri stette fra le ruine sepolta, nè alcun cibo o bevanda ebbe. Funne estratta esanime e moribonda. Come prima racquistò l'imperio dei sensi,acqua, gridò,acqua, acqua io voglio. Tant'era la sete che la straziava. Disse che nella tenebrosa caverna prima una infernale sete la struggeva, poscia perdè ogni sentimento di sè stessa. La da così vicina morte scampata donna visse ancora alcun tempo sovvenuta dalla pietà del pubblico.

«Simile caso avvenne ad una donna di Cinquefrondi, villaggio poco distante te da Polistena, e dal sommo all'imo distrutto. Fu tratta viva dopo sette giorni di sepoltura, ma con due figliuolini, che seco aveva, morti.

«Quanto sopportar possa in casi straordinarii l'animale natura, ancora più ne diede testimonianza un gatto, che, appiattatosi per asilo in un caldaio, il quale il peso dei rottami sostenne, vi stette quaranta giorni senza cibo di sorte alcuna. Il trovarono come giacente in placido sonno. Appoco appoco si riebbe, ed alcuni anni ancora visse, delizia del padrone.

«Quale fosse lo spaventevole capriccio del terremoto, egli scrive in altro luogo, seppeselo il padre maestro Agazio, priore del carmine di Jerocarne, il quale per questi luoghi viaggiava, quando più il flagello v'infuriava. Spaventato volle fuggire; ma ecco un piede incepparsi in un crepaccio che subito si serrò. S'affaticò di ritirarlo, ma spese la fatica indarno. Mise grandi stridori, chiamò aiuto con alte grida, in quella desolata solitudine nissuno comparve, e tuttavia il piè stava stretto da quella straordinaria tanaglia. Credeasi morto, attaccato com'era a quel fatale e strano ceppo. Ma ecco in un subito per un nuovo urto di terremoto aprirsi il ceppo, spalancarsi la fauce e dargli libertà e vita. Il povero religioso arrivò al convento tutto sganganato, epiù morto che vivo. Ognuno si maravigliava della stupenda ventura, ed egli a stento la poteva raccontare; tanto era oppresso dall'anelito e dalla paura!»

E altrove: «Era una casa ad uso d'osteria lontana forse a trecento passi dal Solì. L'abitavano l'oste per nome Giovanni Aquilino, la sua moglie ed una nipote di tenera età. Eranvi per accidente quattro avventori. Giovanni se ne stava russando sul letto, siccome quello che avvinazzato era e cotto bene, le due donne attendevano agli uffizii di casa, gli avventori giuocavano alle carte. Ed ecco la casa intera prender viaggio verso il Solì, nè fermarsi se non quando al suo letto pervenne. Quivi l'urto fece ch'ella si disfece ed in frantumi andò. L'ostessa rimase, come trovavasi, seduta, e dalla paura in fuori non ebbe male alcuno. L'oste a maladetta forza si svegliò, e smaltito il vino, pianse la perduta fortuna; la misera fanciulla schiacciata morì. Morirono pure gli avventori venuti a giuocare sulle sponde dell'ameno, ma infedele Solì.

«Uno sbalzo di terremoto aveva sepolto fra le ruine della sua casa l'abbate Taverna, medico di Terranuova. La polvere lo soffocava, la grandine dei piombanti sassi lo martellava, si credeva morto, quando un'altra urtata di terremoto lo scarcerò, fuora il trasse e dal pericolo lo scampò, per lo strano caso restò allibbito e intronato lungo tempo; finalmente tornò del tutto in sè, e dilettavasi nel raccontare come il terremoto l'avesse condotto vicino a morte, e come l'avesse salvato. La famiglia dei Zappia ebbe un caso comune col Taverna; sepolti da una spinta di terremoto, dissepolti da una altra.

«Anche nella desolata Terranuova successe una mirabile sopportazione di un animale bruto. Nella casa dei Tutini, che rimase tutta infranta e distrutta,una cagna fra le ruine incarcerata visse per tredici dì senza alimento alcuno, e senza avere mai potuto lambire nè pure una stilla d'acqua. Uscì, toltigli i rottami d'intorno, viva e magra, e soprammodo sitibonda.

I terreni rimasero tutti lacerati da crepacci e da fenditure. Alcune di queste fenditure avevano otto palmi di profondità, altre tredici, altre venti, ed anche di più; varia era la larghezza, ma nissuna maggiore di quattro palmi. Parevano quasi tutte fatte a taglio netto e successivo, ma con direzione confusa, varia e indistinta a segno che non ammettevano ordine alcuno, nè dove fosse il loro principio e dove la fine non si poteva accertare. Sopra un alto monte rimpetto a Terranuova, ma sulla opposta sponda del Solì, s'ergeva un villaggio per nome Molochiello. Questo infelice paesetto fu devastato in modo che pochi ed informi vestigii rimasero della sua esistenza. Una parte di lui precipitossi a destra, l'altra a sinistra, nè più altro suolo vi rimase del sito su cui giaceva che una fettolina a schiena d'asino, così acuta, che non vi si poteva su camminare. Videsi in questo luogo un orrido e non più udito spettacolo; che nel fianco del monte reciso come a perpendicolo pendevano ammassate le reliquie dei cadaveri riposti nei sepolcri, i quali, per lo squarcio avvenuto nei fianchi delle rupe, rimasero scantonati e per metà divisi.

Un Antonio Avati contadino stava sur un castagno recidendone i rami, quando arrivò la devastazione. Il castagno si mosse, e con placido corso scese verso il fiume Marro per più di trecento passi. Fermossi finalmente intoppandosi giù nel vallone. Scuotessi Arati, e salvo sulla ripa saltò.

La rustica casa di Grazia Albanesi, moglie di Giuseppe Zema, viaggiava anch'essa giù per lo monte. Aveva Grazia un bambino di poca età, chegiaceva forse placidamente dormendo in una rozza culla fra meschine fasce avvolto. L'infelice madre restò affogata ed oppressa sotto le smisurate moli e della propria casa e delle altre fabbriche e del terreno e della creta che giù rovinavano dalla rupe di Molochiello. Credessi che con lei fosse morto il bambino. Già erano trascorsi tre giorni dal fatale avvenimento, quando da coloro che andavano fra le ruine raccogliendo gli avanzi della loro sepolta e scarsa suppellettile, furono uditi alcuni oscuri vagiti. Alzarono a speranza i pietosi animi, smossero, scavarono, trovarono la misera ed innocente creatura nella sua culla cinta di fango e fra orrendi frantumi involta. Rea era la stagione, il freddo aspro assai, la pioggia dirotta. Estrassero il bambino vivo da quell'informe spelonca così com'era, rauco dal pianto, conquiso dalla fame e dalla sete, assiderato dal freddo, dimagrato al sommo; così usci vivo dal sepolcro inusitato della madre. Il presero, il fomentarono, con prudenza il dissetarono, con prudenza ancora lo sfamarono. Salvo in somma il resero, ma non tanto che non portasse nello smunto viso e nel debole corpicino, finchè visse, i segni dell'andato patimento. Siccome morta era la madre, una zia materna prese cura dell'orfano così stranamente preservato da una stranissima ventura. Gli accademici di Napoli non senza maraviglia il videro.»

Sino a questo passo furono raccontate le disgrazie di molti illustri luoghi, di molte nobili città; or si diranno quelle di colei che tutte e per antichità e per grandezza e per altezza di fama le avanza. La magnificenza non più che l'amenità non preservò dalla cagione inesorabile e furibonda.

Siede Messina sulla terra sicula, alto elevandosi quale regina del famoso stretto che da lei il suo nome prende. Celebre ai tempi antichi, celebre nel medio evo, ecelebre ancora nelle moderne età, fa testimonio, che quivi all'industria degli abitanti, alla fertilità del suolo, alla benignità del cielo si aggiunge un quieto e necessario rifugio a chi sen va navigando sur un mare sopra misura tempestoso, e troppo spesso da furie disordinate perturbato. La natura rabbiosa qui pose Scilla e Cariddi, scoglio e voragine infami per tanti naufragii, e quivi la provvida natura pose il porto di Messina al pari di qualunque altro più famoso che al mondo sia, ampio, profondo, sicuro, atto a ricettare come le più piccole ed umili barche, così le più grosse e magnifiche navi. Fu città cara a' Normanni, cara agli Svevi, cara agli Aragonesi, onde sorse piena di sontuosi edifizii e corredata di tutti quei comodi della vita che alle città principali di un reame si appartengono. A così alto grado salì una volta la sua potenza, che e grossissimo commercio faceva, e numerose armate sui mari spingeva, e del primato dell'isola con la stessa popolosa Palermo contendeva, ed alcun tempo il tenne. Per le guerre civili poi e pei rivolgimenti politici e per le ribellioni, ed ancora pel crescere progressivo dell'emula città, cadde in più basso stato, ma non però tale che illustri segni non serbi, e per popolazione e per magnificenza di edifizii, della grandezza antica. La natura e gli uomini l'avevano fatta grande e graziosa; gli uomini poscia per le discordie, la natura pei terremoti la mandarono in declinazione; e da sè medesima diversa la fecero.

Tremarono e rovinarono le Calabrie, Scilla e Reggio a rincontro di Messina poste, parte fracassate, parte sommerse giacquero. Il profondo mare non interruppe la mortale causa. Tanto essa era entro le più cupe e più profonde viscere della terra nascosta! Successero nell'infelice Messina cose tali che Scilla e Cariddi non ne starebbono al paragone. Sino dai primi giorni di febbraio vi comparvero, ancorchè fuor di stagione fosse, queicicirelli, pesci del genere delle sfirene,che sono a quelle spiaggie tristo annunzio di tremuoto. La veduta di questi allora insoliti pesci cominciò a turbare i Messinesi, i quali qualche grave caso ne augurarono, ma però non sospettavano di così spaventosa ruina della loro città.

Altri segni sorgevano dell'imminente tempesta e di funesto avvenire. Il mare in quello stretto, che dal Peloro trascorre lungo l'aspetto di Messina, è commosso da un flusso quotidiano, cui gli abitanti chiamano marea, e con vocabolo corrotto rema. Due volte al giorno le acque sono solite a gonfiarsi ed a correre verso settentrione nel Faro, e due volte ricorrono nel mare Siculo verso Ostro. Fremono sì quando vanno e vengono, ma non tanto che nei tempi ordinarii diventino tempestose. Tal era ed è il consueto tenore con cui nello stretto di Messina procede quel vorticoso mare.

Ma quando l'anno giunse ai primi di febbraio, principiò ad alterarsene l'usato andamento: «Le maree, narrano gli accademici di Napoli, non erano esattamente regolari da sei in sei ore; torbida, fremente e oltre il costume feroce divenne la vorticosa Cariddi, e spesso anche allorquando parea meno agitato il volume delle acque, si osservò crescere repente il tortuoso giro di quel vortice, che quei naturali appellanocarofalo, e la rema, quasi confusa e interrotta nella sua direzione, o arrestarsi per poco o sull'onda seguace rialzarsi, o aprirsi in mormorante e rapidissima concentrica voragine.

A ciò si univa un insolito oscuro fremito, che quasi si approssimava a un profondo e lontano muggito; e ciò o precedeva alla repentina conturbazione delle correnti, o vi si accompagnava o la susseguiva. E per ultimo, siccome al ritorno della rema dal Peloro l'onda escrescendo si alzava oltre all'ordinario livello, e talvolta attentava di risalire su i segni terminali della sponda selciata, così all'uscir del porto e nel rientrare le anguste gole delFaro, lo sbassamento sovente n'era fuor dell'usato tumultuario, vorticoso ed eccessivo.»

La sponda selciata di cui qui si parla, altro non era che una petraia o seguenza di sassi ordinatamente posti che per difesa contro gl'impeti del mare e per termine tra il mare medesimo e la susseguente pianura, scorre per tutto il circuito del porto, e ne forma l'orlo estremo o sia il margine internamente. Questo orlo selciato, ornato vagamente di fontane e di statue, i Messinesi chiamano panchetta, dietro la quale succede un ampio stradone, e in fondo di esso si ergeva un eminente e maestoso casamento, o continuazione di graziosi e nobili edifizii che facevano di sè bellissima mostra a chi veniva dal porto l'inclita città visitando.

Dal mare venivano gli augurii, venivano anche dal cielo. Il sole tinto di pallida luce in pieno meriggio, un aere ora quieto, ora repente turbato, ora di nuovo quieto con un'afa noiosa che rendeva i corpi gravi ed affannosi; cupi suoni che di lungi venivano, ma non bene si sapeva donde; un volare incerto degli uccelli, un tremar degli animali, uno schiamazzar di galline, e massimamente di oche, un urlar di cani straordinario alcuna cosa fuor dell'usato protendevano, la natura trovarsi in qualche penoso travaglio significavano, e gli animi riempivano di stupore e di terrore.

Fra tutto questo apparato di luttuosi segnali nei primi giorni di febbraio principiò la terra a tremolare, come di sè medesima più sicura non fosse, e, come il mare, farsi ondeggiante volesse. Ma il tremolio non cresceva in iscosse, muoveasi la terra, ma stavano gli edifizii. I Messinesi, usi ai tremuoti, per così dire, volgari, non credevano, quantunque spaventati fossero, che la leggiere trepidazione avesse a cambiarsi in furor tale, che la città ne dovesse andar in sobbisso. Implorarono l'aiuto divino, le sacre pissidi esponevano, inni sacri cantavano,facevano processioni, i luoghi aspergevano coll'acqua benedetta, ed accendevano i lumi all'adorato seggio dove si conserva la lettera autografa che la Vergine scrisse ai Messinesi: reliquia da essi tenuta preziosissima, e con grandissima divozione onorata. Ma la natura, che aveva accesa nei profondi recessi di quelle terre qualche immensa fornace, od ammassata qualche sterminata quantità di acque, le quali in quei monti tendevano a squilibrarsi, non patì che la potentissima cagione fosse defraudata de' suoi terribili effetti.

Ai 5 di febbraio, poco appresso l'infausta ora del mezzodì, la piccola ondulazione degenerò subitamente in un orribile e generale rivolgimento del mare, dell'aria e della terra. Udironsi frequenti sotterranei muggiti; pruovaronsi ad ora ad ora ed a precipizio confusi e forti scuotimenti del suolo. Ora in su si spingeva, come se di sotto all'insù fosse percosso da potentissime spuntonate; ora s'avvallava come se una voragine se gli fosse aperta sotto; orizzontalmente oscillava, ora dava sbalzi di traverso, ora, quel che fu il moto pessimo di tutti, si rivolgeva in giro, come se fosse portato da vertigine. Brevemente, una tempesta per tanti lati e talmente succussoria infuriò, che non fu maraviglia che così gravi e così numerosi guasti siano accaduti; bensì è maraviglioso che tutta la città, almeno nella sua parte inferiore, dove maggiormente la sofferente natura travagliò, non sia stata messa a soqquadro intieramente ed in ruina. Moltissime porzioni del teatro marittimo, cioè del casamento sovraddescritto, che il porto orna e nobilita, diroccarono, questa a brani a brani, quella a sfasciumi più grossi, quest'altra per un muro giù e un altro su, onde come spaccate dall'alto al basso apparivano. Non si udivano in quelle ferali ore che muggiti della terra convulsa, invocazioni di supplicanti, lamenti di moribondi, scroscii e rimbombi di case e palazzi che si discioglievano in ruine.«A dì così tremendo, scrivono gli accademici, a dì così tremendo sopravvenne notte più infausta. Verso le ore sette e mezzo la terra fu presa da tale e sì profondo scuotimento, che parve tutta intesa a fendersi o a rovesciarsi e nabissare; e quindi la pallida e tremante popolazione, tra il muggito della terra, il fremito de' venti e il fragore del mare, sentì percuotersi dal rimbombo prodotto dalla orrenda e quasi universale ruina de' tempii, de' casamenti volgari e degli edifizii più vasti e più vistosi, ed ecco in qual modo fu portato a più compiuto termine quel danno che s'era tra essi nel giorno e nella sera cominciato a produrre.»

Non uno, ma tutti gli elementi congiurarono a ruina della città dominatrice del Faro. Rovinate le case e rotti i focolari, il fuoco non trovando più nè pascolo regolare, nè uscite consuete, s'appiccò alle materie diroccate, e divampando con orribile incendio andava serpendo e bruciando quanto era rimasto intero, sia che in piè ancora si sostenesse, sia che a terra già sbalzato giacesse. La fiamma divoratrice si estese con rapido corso da uno in altro luogo, e tale spazio guadagnò, e tale acquistò irreparabile forza, che per sette giorni ogni opera fu vana per estinguerla. Molto prezioso mobile arso, molte sostanze o di ricchi negozianti o di nobili famiglie incenerite.

«Quindi a molti infelici, seguono a scrivere gli accademici, a' quali riuscì facile lo scampare dal precipizio de' sassi, toccò la disperata sorte di rimanere vittime delle fiamme. Orribile cosa a mirarsi! Chi cercava di guadagnare l'altura de' tetti, chi si affaticava per arrampicarsi alle travi; chi, ora ad una e ora ad un'altra finestra affacciandosi, misurava col guardo l'altezza delle mura, per gettarvisi, e ne rifuggiva spaventato dall'evidente pericolo della caduta. Ma finalmente tutti videro approssimarsi la morte, invocando invano, coll'errare di qua o di là, il desideratosoccorso, impossibilitati a fuggire per le scale già dirute, ed ugualmente privi di coraggio e di modo onde o gettarsi dall'alto o ricevere da' cittadini, dagli amici o da' parenti un aiuto qualunque in mezzo alla medesima loro situazione.»

L'incendio infuriava. Oltre allo scompiglio delle cadenti mura e il terrore e la fuga de' cittadini, che impedivano le azioni dello spegnere, un irresistibile alimento aveva la fiamma nella furiosa bufera, che chiamarono aeremoto, la quale, quando più la terra si scrollava ed il fuoco imperversava, soffiava terribilmente con direzione incerta, anzi con buffi vorticosi e disordinati. Una casa de' Ceraselli, già percossa e conquassata dal terremoto, fu dal vento svelta, di lancio gettata, e sparsa in frantumi sopra il suolo. Pareva veramente che quivi ed in que' momenti il mondo, sottosopra andando, fosse arrivato alla sua fine.

Col fuoco, coll'aria, colla terra i Messinesi avevano a fare. Ma il mare non s'indugiò a concorrere colla sua vasta mole a loro distruzione e morte. Sollevossi quella mortifera e devastante inondazione, frutto del marimoto di cui abbiamo, favellato e che ai Scillitani diede tanto spavento ed arrecò gli ultimi danni. Lo smisurato e furiosissimo fiotto con incredibile violenza entrò a turbare il tranquillo letto del porto, superò la panchetta, traboccò fra di essa ed i grandi edifizii del teatro marittimo, e tutto quello spazio allagando, di arena e di marino fango il coverse. Aprissi in tale modo ed in que' funesti momenti una scena di mostruosa e multiforme rivoluzione di natura, e si trovò chiuso ogni passo alla fuga ed allo scampo.

Troppo lunga e noiosa narrazione sarebbe il numerare tutti i luoghi o nabissati o infranti. Basterà il dire che i tempii più ragguardevoli furono o sconquassati o altamente lesi o lievemente percossi. Oltre la ruina de' begli edifizii del teatro marittimo, moltissimi casamentinobili, graziose stanze di magnati, abbellite da tutte le arti più industri, furono o posti a soqquadro intieramente o gravemente maltrattati. Le fabbriche delle opere pubbliche non incontrarono sorte migliore. Una parte del grande spedale fu ridotta in pessimo stato. Il palazzo reale rotto e diroccato in più parti, il seminario una congerie informe di sassi, la parte maggiore del convitto di educazione un ammasso di ruine, l'archivio della regia udienza sepolto sotto i rottami, la porta dell'Assunzione quasi disfatta, il palazzo senatorio screpolato tutto ed in parte diroccato, e di quasi tutte le case, che più o meno offese restarono, tetti di peso divelti da' loro appoggi e sbalzati in aria, poi caduti a sfasciarsi e stritolarsi del tutto in terra; il convento de' teresiani, uno de' più danneggiati. La cupola della chiesa del Purgatorio arrandellata di piombo sui tetti d'una casa vicina. Mirabile fu il vedere il campanile del duomo tagliato, per così dire, per filo d'altezza, e una metà rimasta in piè, l'altra diroccata a terra, come se spaccato dalla cima alla base da una potente scure stato fosse.

Tra mezzo a così rovinoso tumulto e scroscio poco più di settecento persone in così popolosa città perirono; imperocchè, ai primi insulti del terremoto, i cittadini fuggirono precipitosamente e al disteso sui campi liberi alla campagna, dove, alzato avendo tende e baracche, attendevano a dimorarvi sino a tanto che quell'insolito furore si fosse estinto. Così l'immagine della vita s'era trasportata fuori; morte, silenzio e solitudine regnavano in Messina. L'uomo sentiva raccapriccio ed orrore per le desolate contrade della vasta città trascorrendo, dove nè anima vivente vedeva che movesse, nè suono sorgere che le orecchie gli percuotesse, udiva, se non quello d'alcune porte o finestre ancora attaccate ai muri e dal vento sbattute come in abbandonato e deserto edifizio. Avresti detto una città percossa e devastata dalla peste.

Ai 5 di febbraio non vi fu mai riposo compito dal terremoto, scuotendosi continuamente ora con maggiore scrollo ora con minore il suolo. Bene successe ai Messinesi la prudenza in appresso; imperocchè ai 28 di marzo, come in Calabria, così ancora in Messina, preceduta da molte scossette, venne una scossa violenta che parve che quello fosse l'ultimo giorno per la città già cotanto desolata e deserta. Novelle grida di stupore e di terrore si alzarono allora di sotto le tende e le baracche, grida commiste di uomini e di donne, di vecchi e di fanciulli cui pietà prendeva degli antichi abituri. Non poche spaccature di terra si aprirono in Messina, ma non però di quella lunghezza e profondità che si osservarono nella Piana di Monteleone. Alcuni narrano che da queste aperte bocche usciti fossero aliti ferventi e di fetore sulfureo; ma con migliore osservazione fu accertato che piuttosto chimere d'immaginazioni percosse deggiono stimarsi, che testimonianze d'uomini prudenti ed amatori della verità. La prossimità dell'Etna spirava queste fole, sembrando al volgo che un terremoto ed un così estremo conquasso avvenire non potessero senza che quel colossale e rabbioso monte vi avesse parte e cagione ne desse. Ma fatto sta, che, se egli operò di sotto, non operò di sopra, nè con fuochi o con aliti o con fumi la sua immensa forza manifestò.

Fuvvi altresì chi s'immaginò avere sentito impresse di calore le acque accavallate sui lidi nel momento del terribile marimoto; ma anche questa fu una chimera di mente inferma. Bene è vero che le fontane e i pozzi per alcuni giorni si disseccarono; il che aggiunse miseria all'estremo travaglio prodotto dalle altre cagioni. Il terreno sotto la panchetta e del contiguo stradone parve infangarsi e divenir molliccio, ma però non eruttò melma. Forse la cagione che dalle profondissime interiora della terra procedeva, quivi fu meno attiva che nella Calabria, e non ebbe sufficiente forza perispingere sino alla superficie le fanghiglie, e produrre quei vomiti di materia cretacea.

Le spaventevoli catastrofi accaddero fra popoli di fantasia vivissima e molto dediti alla religione, la quale nelle menti rozze e poco illuminate degenera facilmente in superstizione. Onde non è a maravigliare se nei paesi percossi si osservarono cose singolari: apparizioni straordinarie, predizioni portentose, e cerimonie e riti stupendi. Tre giorni dopo il fine del disastro, fatta una processione, cantarono l'inno delle grazie: ringraziavano, abbenchè fossero senza pane, senza roba e senza tetto; lodevole radice di pietà anche nella miseria.

I costumi, ciò nondimeno, non erano nè diventarono migliori; che anzi, come a segni non menzogneri apparve, peggiorarono e nel pessimo diedero. Fra tanti dolori, una sfrenata cupidigia del far suo quello d'altrui i feri animi di quei popoli dominava. Come ogni cosa era in confusione, così adoperarono come se credessero che ogni cosa fosse comune, e ciascuna di tutti; nè la compassione per altri nè il proprio pericolo valevano per ritenergli che in abbominevoli latrocinii non si precipitassero. Userem le parole del Dolomieu, siccome quelle che pingono al vivo la condizione di quel tempo, e dimostrano quale creatura sia l'uomo quando è sciolto dal freno delle leggi, quantunque Dio minacci e colla sua terribil voce faccia sentire che pronto e presto è il castigo.

«Mentre una madre scapigliata, scrive l'egregio Franzese quale nelle sue Storie il traduce il Botta, e coperta di sangue andava domandando alle ruine stesso ancora fumanti il figliuolo, cui, mentre nel grembo il portava fuggendo, le aveva tolto la caduta di una rovinosa trave; mentre un marito affrontava una morte quasi certa per ritrovare una diletta sposa, si vedevano mostri con faccie d'uomini precipitarsi in mezzo a muri traballanti, bravareil pericolo più orrendo, calpestar uomini mezzo sepolti che di pietà e di aiuto gli richiedevano, per andar a saccheggiare la casa del ricco e soddisfare ad una cieca cupidigia. Costoro spogliavano vivi tanti infelici, i quali avrebbero loro date le più generose ricompense, se al lagrimevole caso loro avessero prestato una mano soccorritrice. Io ho alloggiato a Polistena nella baracca d'un galantuomo che fu seppellito nelle ruine della sua casa, le sole gambe scoperte per aria: il suo domestico gli tolse le fibbie d'argento, e se ne andò via senza volergli dare aiuto per disseppellirlo. Generalmente il popolo della Calabria ha mostrata una depravazione incredibile di costumi nel mezzo agli orrori de' tremuoti. La maggior parte degli agricoltori era all'aperto nelle campagne quando successe la scossa dei 5 febbraio, e accorsero subito nei paesi ingombri di polvere, non per prestare soccorso, ma per saccheggiare.»

Sin qui il veridico Dolomieu; ma direm cosa ancora più orrenda e pur anco vera, ed è che questi uomini spietati, se soli erano ed in deserti luoghi, rubavano e lasciavano in vita i miserabili sepolti senza punto nè delle loro grida, nè delle loro strida curarsi; ma quando temevano che alcuno li vedesse o gente sopraggiungesse, ammazzavano o calpestavano, soppozzando o con rottami acciaccando coloro, cui rubato avevano, più crudi in ciò che l'orrido flagello che allora la patria sobbissava. Nè età, nè sesso, nè memoria di benefizii valevano per fare che quelle spietate tigri s'impietosissero. Tutti soffocavano, purchè chi soffocato era, avesse cosa che utilmente pel rubatore gli potesse venir tolta. Fieri esempi massimamente d'ingratitudine sorsero. I servitori i padroni, i coloni i proprietarii spogliarono. Ciò facevano per istinto, ciò facevano per un barbaro raziocinio. Credevano che la fortuna avendo tutto sconvolto, e tutti nella medesimasciagura involti, e la condizione del ricco uguagliata a quella del povero, avesse lasciato i beni in preda alla forza ed a benefizio del primo occupante. Quindi è facile a comprendersi qual barbaro governo si facesse, nei primi dì dell'orribile percossa, delle leggi, delle sostanze, della santa religione, della sacra umanità. Orride cose faceva la natura, ancor più orride ne facevano gli uomini.

Nè vuol tacersi che la sporca lussuria trovò anche luogo fra tante angosce, fra tante ruine. Fu una peste peggiore del rubare, perchè quella era mescolata colla speranza, questa accompagnata dalla disperazione. Nè tacere pur devesi che chi doveva meno partecipare in queste sporcizie, non meno degli altri dentro vi s'immerse, e nell'universale dissoluzione fu provato che sventura non rompe libidine.

Pronta e di breve tempo fu la distruzione, ma il ristaurare tante ruine e l'emergere da tanto conquasso, il ricuperare quanto s'era perduto fu opera di più lunga fatica e di maggiore momento. Ond'è che si videro le popolazioni fuggite alla rabbia del terremoto in punto di perire per la mancanza dei sussidii al vivere necessarii. La stagione era in quel mentre d'assai e oltre l'usato inclemente, regnando sempre pioggie molestissime e un freddo anzi rigido che no. Le ingiurie del tempo tormentavano i miseri scampati, li tormentava ancora più la fame. Tutti i generi, che al vestire dell'uomo ed a cibarlo servono, erano stati o distrutti o sotto le rovinate fabbriche sepolti. L'olio quasi tutto miseramente a terra sparso: sparsesi o perdessi la più gran parte del vino o per la rottura delle botti o per lo sprofondarsi delle volte. Quel vino poi che potè essere preservato, nelle sue più intime parti corrotto, non acquistò mai più nè la sua vigoria nè la sua purità. L'aceto stesso fiacco e privato del suo spirito e del suo gusto divenne. La medesima tempesta annientò le biade che nei granai erano riposte.Dissotterrossi in progresso di tempo il grano che nelle fosse all'uso del paese si conservava; ma di niuna utilità fu, perchè fracido si estrasse e d'ingrato odore o ciò fosse per l'acqua che per le insolite fessure in quei penetrali aveva trovato la via, o per altri influssi sorti dalle parti più interne e più basse, da cui la naturale economia dei grani fosse stata contaminata e guasta.

Nè solo mancarono i generi, ma ancora le officine e gli artifizii, per cui si ammorbidavano ed all'uso degli uomini atti e confacenti si rendevano. La pallida fame incrudelì per ogni parte, e fu la prima e la più terribile seguace del terremoto. Nè modo v'era in quel punto di rimediarvi. Le strade giacevano così altamente ingombre di rottami e di ruine, che il portare le vitali derrate dai paesi ove abbondavano a quelli a cui mancavano, era opera difficile, anzi in quei primi momenti d'impossibile esecuzione. Arrogevasi all'universale disgrazia che essendosi o guasti i fonti per la corruzione delle acque o disseccati per avere le polle interne preso altre vie, negavano all'afflitta popolazione il solito refrigerio; e quando non pioveva più, chi presso ai fiumi non abitava, sperimentava quanto fosse crudo il tormento della sete.

Da tanti stenti, da tanti strazii, da tanti dolori, da tanti terrori si generarono con una marcigione orribile malattie mortali, massimamente di febbri di mal costume, per cui era tolto di vita chi da tanti rischi di morte già era scampato. La fame, la sete, i perpetui lamenti di chi era rimasto storpio o ferito, o di chi da ferale febbre era consumato ed arso, il tetro aspetto dei cadaveri insepolti o chiusi sotto le rovine, donde altro segno di sè non davano che un incomportabile fetore, o gettati sui roghi ad incenerirsi, formavano un misto tale, che da lui altro non poteva nascere che l'ultima desolazione e la totale dissoluzione della società. Che leggi, quai magistrati, o quallume di ragione, o qual impulso di sentimento potevano resistere a cruciamenti che piuttosto erano quelli, per così dire, delle anime dannate, che di creature nella luce di questo mondo ancora viventi?

Umanità e religione si scossero in così fatale momento; non mancarono gli umani provvedimenti. Sorse alla voce di tanti miseri il governo del re Ferdinando, e prontamente con animo da beneficenza compreso, e con mezzi quanto potè più efficaci a quegli estremi bisogni accorse. Elesse al pio ufficio uomini che sapevano e volevano secondarlo, un Pignatelli in Calabria, un Caracciolo in Sicilia. La fame, la mala consigliatrice fame più d'ogni altra necessità pressava; alla fame adunque per le prime provvidero. Nè fredda o lenta, ma accesa e spronata fu la benignità di chi comandava e di chi obbediva. Soccorsero con mandar generi di vitto prestamente nei luoghi più danneggiati, innumerabili braccia al racconcio delle terre lavorando. Si fecero incontanente assettare molini e forni, ed, antivedendo qualche nuovo conquasso, ordinarono, là dove l'opportunità era maggiore, conserve di grani, di farine, di biscotto, onde, ad ogni tristo accidente che sopravvenisse, potesse essere in pronto il compenso. Non solamente nei primi dì della fatale sventura, ma per molto tempo ancora una moltitudine quasi innumerabile d'uomini affamati e per fame languenti furono sostentati dai soccorsi che dalla mano regia provenivano. Provvidesi eziandio, poichè malizia umana è così grande che fa negozio della miseria altrui, con ordini adatti e severissimi, che siccome i commestibili si somministravano, così ancora il loro trasporto da un luogo all'altro, e l'acquisto sul luogo fosse agevole, retto e non incomodo nè al venditore nè al compratore. L'annona regia largiva il vitto, la supellettile, le vesti; l'erario il denaro. Per ogni lato, per ogni canale scorreva il fiume della beneficenza sopra gl'infelici percossi. Il governo faceva dasè e per sè, ma non tralasciò il pensiero di raccomandare ai baroni che pronta ed amorosa cura avessero dei loro vassalli. Quanto alle città regie, cioè quelle che, esenti da baronaggio essendo, alla sola autorità del re soggiacevano, furono loro dall'erario pubblico, per quel medesimo fine di soccorrere chi pativa, distribuiti larghi sussidii.

L'immensa forza che aveva conquassato la terra, aveva eziandio la sopraffaccia sua sconvolta tutta e coperta di ruine. Ondechè la maggiore difficoltà che s'incontrava nel condurre a compimento il pietoso ufficio era appunto la malagevolezza delle strade, come già più sopra abbiamo osservato. Quasi isolate erano le città, isolati i villaggi. Ad un male così grave sopperire non potevano le languenti braccia dei Calabresi superstiti, nè l'animo afflitto, nè il numero scemato. Misersi in opera le compagnie provinciali che nuovamente, non a questi usi di sciagura, erano state ordinate. Fu loro comandato che nella ulteriore Calabria gissero ed in pro degl'infelici abitatori a sgombrar terre, a sollevar rottami, a racconciare strade, ad inalveare fiumi, a prosciugar paludi, a dar corso a stagni si adoperassero. Le soldatesche mani quivi non a micidiale, ma a conservatrice opera con provvidissimo consiglio mandate, molto volentieri vi attesero. Deposti i fucili e le sciabole, presero in mano vanghe, uncini, picconi, zappe, funi, e racconciarono coll'arte ciò che la natura aveva stravolto e scomposto. Quanti cadaveri trassero dai muti abissi, quanto prezioso mobile dai rovinati edifizii, quanto oro, quanto argento, quanti nobili arredi tra il fango, i sassi ed ogni lordura giacenti!

«Dicasi senza sospetto, scrivono i lodati accademici di Napoli, dicasi senza sospetto di adulazione; fu mirabile cosa a vedere i tardi nipoti de' valorosi Bruzii e degl'industri abitatori di tal parte della Magna Grecia comportarsi con tale e sì costante intrepidezza efedeltà, che non può abbastanza lodarsene il coraggio, con cui si esposero a sì difficile impresa, la rassegnazione colla quale si prestarono ai comandi di que' prodi uffiziali che in tanto penoso impegno ne diressero le operazioni, e l'ottima fede colla quale religiosamente custodirono tutto ciò che essi dalle ruine disotterrarono. Si videro in brevi giorni sgombrate le più vaste ruine, riaperte le strade e facilitati i modi, onde potersi la sbandata gente riunire e sovvenirsi a vicenda. Ritornarono al bene e al comodo della popolazione gli ori, gli argenti, le suppellettili, i commestibili e que' generi di prima necessità che non erano stati o guasti o distrutti.»

Speciale ordine dal principe e da chi la benefica sua volontà eseguiva, ebbero questi pietosi e forti soldati di avere cura principalmente di rinvenire e conservare le scritture, onde si regolavano gl'interessi e lo stato delle famiglie. Come a loro fu comandato, così fecero. Impedissi a questo modo uno scompiglio, una crudele confusione che sarebbe stata d'infiniti danni e di acerbi sdegni troppo feconda cagione.

Fra di queste benefiche operazioni che un paese vasto ed una numerosa popolazione a novella vita chiamavano, una tristissima vista rendeva funesti gli animi. Disotterravansi a luogo a luogo, a ora a ora dai diroccamenti e dai dirupamenti gli ammaccati cadaveri. Sorgevano pianti di chi riconosceva i suoi più cari, compassione e smarrimento era in tutti. Vedendoli, contemplandoli, ognuno comprendeva quanto fosse grande il calabrese ed il siciliano infortunio. Rotti erano i corpi estinti in varie ed orribili guise, molti sformati talmente e dall'antico aspetto tanto diversi, che più non si riconoscevano. Putivano per putredine: un infame odore anticorriero e seme di mortali malattie per le città e per le campagne si diffondeva. Al quale fomite d'aere pestilenzioso maggiore forza era aggiuntadalla puzza che usciva dai sepolcri stati sommossi, aperti e scoperti dalla violenza del terremoto. Vedevansi per gli spaccamenti e scosci dei monti scendere i cadaveri per lo innanzi chiusi nei loro avelli, o sul suolo stesso sconvolto apparire in sembianze orrende. Il pericolo era grave che i morti ammazzassero i vivi. Ebbesi dai magistrati regii nel miserabile frangente, cura della salute pubblica.

Per provvidenza generale ordinarono ciò che per provvidenze particolari già si era fatto in alcuni luoghi. Vollero che si accendessero i roghi per dovunque abbisognasse, e che i cadaveri vi si incenerissero. Abborriva sulle prime il volgo da un ufficio che siccome insolito era, così ancora crudele ed inumano gli pareva. Ma tra per promesse, persuasioni e comandamenti si venne a termine che il salutare editto si mettesse ad esecuzione. All'odore putredinoso si mescolava l'odore delle carni e delle ossa arse: il che cagione era di sommo ribrezzo ed abbominazione.

Per andare all'incontro di così molesto senso, e per resistere ai fatali effetti del fetore, si bruciavano nel medesimo tempo materie odorose in grandissima copia, onde una densa e perpetua nube di profumi la tristissima scena avviluppava, e meno orribile la rendeva.

Rivolsero anche il pensiero a chiudere le squarciate fauci dei sepolcri con ampie e ferme masse di materiali atti ad impedire il velenoso fiato che dalla putrescenza ne usciva.

Questi consigli e provvedimenti sortirono l'effetto desiderato nelle Calabrie, ma non sì però che un influsso mortifero non le desolasse, e molti fra i più non mandasse. Ma la salutare efficacia se ne conobbe in que' luoghi, dove con maggiore diligenza furono mandati ad esecuzione; imperocchè o le popolazioni ne furono preservate del tutto, o il morbo con minore veemenza v'incrudelì, o più breve durata ebbe. Per le prudenti e forti deliberazioni del vicerè di Sicilia DomenicoCaracciolo, Messina ne restò intieramente esenzionata. Vi si piansero morti pel furore della terra e del mare, ma non per la forza delle malattie.

Terminati i fieri e crudi disastri, rimase lungo tempo nei popoli stupore, terrore ed orrore. Chi per gl'infelici luoghi viaggiava, vedeva uomini che a manifesti segni dimostravano essere stati tocchi da uno straordinario furore d'elementi e da un immenso infortunio. Oltracciò, ad ogni tratto si temeva che la potente e rabbiosa natura delle Due Sicilie di nuovo si mettesse in travaglio, e quanto aveva lasciato intero o non intieramente distrutto rompesse e disciogliesse. Una densa e fetente nebbia ingombrò per parecchi mesi, non solamente il teatro di tante tragedie, ma ancora tutta l'Italia con parte della Francia e della Germania.

A dì 29 d'aprile del presente anno cessò di vivere Bernardo Tanucci, ministro napoletano. Da qualunque lato si guardi il lungo politico aringo corso da Tanucci, indarno si cerca quale cosa potuto abbia servire di fondamento all'alta riputazione in cui levossi da vivo e che nol lasciò dopo morte.

La setta popolare e l'uso di recare le cose a maggior vantaggio dei più prevalevano. Il secolo si volgeva principalmente contro i residui degli ordini feudali, contro gli abusi, se mai ce ne fossero, e le esenzioni del clero, contro i privilegii, di cui la nobiltà ed il clero stesso godevano. A migliore egualità si volevano le cose tirare; a maggiore dignità si andava la natura umana riducendo.

Vivo esempio del secolo era l'imperadore Giuseppe. Ora il vediamo visitare di nuovo l'Italia con quel solo apparato che la virtù ed il ben volere gli davano. Partito dall'imperiale residenza di Vienna nel dì 6 dicembre, passato per Mantova, Parma e Modena, e tre giorni a Firenze col fratello granduca trattenutosi, a Roma sull'ora del mezzodì del dì 23 di tale mese inaspettatamente arrivò. Vide Romae Pio, a cui disse restituirgli la visita. Per soddisfare ai curiosi di queste cose, si dica, ch'ei portava l'abito schietto dei suoi ufficiali, bianco con mostre di velluto rosso; per abitazione aveva la casa del cardinale Herezam, suo ministro; per tavola, quella d'un albergo vicino a piazza di Spagna. La vigilia di Natale assistette ai primi vespri in San Pietro, poi vi udì il mattutino e la messa di mezza notte. Erasegli apparecchiato un magnifico inginocchiatoio con cuscini e tappeti di velluto e d'oro; ma in quel luogo ed avanti il cospetto di colui che il più alto adegua agl'imi, il ricco seggio ricusando, inginocchiossi a terra, come se uno del popolo fosse, ed a terra prostrato pace al mondo e felicità pe' suoi popoli pregò. In mezzo alle romane grandezze umile e modesto si mostrò, grandezza più grande di tutte. Il dì seguente poi recossi alla messa solenne cantata dal papa con tanta maestà, con tanta pompa e con tale concorso di popolo, che vincitrice in quel giorno veramente appariva la cattolica religione. Gustavo di Svezia stesso, che con Giuseppe d'Austria a que' dì ai sublimi riti assisteva, maravigliato restonne e tocco. Non era già uomo da convertirsi, ma da considerare, come fece, con quanta maggiore efficacia delle protestanti la religione cattolica possa con le sue pompe esteriori operare a pietà e riverenza verso Dio, ed amore e beneficio verso gli uomini.

Giuseppe visitava Roma, e salutato di nuovo il pontefice, partì per Napoli, onde vedervi quell'ameno e grande paese, il re Ferdinando, la regina Carolina e la duchessa di Parma, sua sorella, alla quale portava particolare affezione. Spezialmente poi desiderava di conversare coi sommi filosofi che allora Napoli abitavano ed illustravano. Grandi balli, grandi festini, e soprattutto grandi cacce vi si facevano. Di ciò Giuseppe si dilettava, ma non vi aveva capriccio. Per sollievo di spirito, non per tenore di vita que' piaceri prendeva. Meglio si dilettava di vedereFilangeri, meglio di visitare gli ospedali e gli ospizii, meglio di ammirare quel dilettoso clima, quella potente natura che indicano dover pure chi vi regge fare per chi vi abita quanto essi hanno fatto; e che certo gli abitatori vi sarebbero felicissimi. Grande disparità era in tutti i paesi tra la bontà della natura ed il rigore delle instituzioni, ma in nessun luogo più grande che in Napoli.


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