MDCCXCIAnno diCristoMDCCXCI. IndizioneIX.PioVI papa 17.LeopoldoII imperadore 2.Nel mese di marzo di quest'anno divenne Venezia albergo di molti principi, che vi si trovarono uniti tutti ad un tempo stesso, cioè l'imperatore Leopoldo II, sotto il nome di conte di Burgau, il re e la regina di Napoli, il nuovo granduca e la nuova granduchessa di Toscana, gli arciduchi Carlo e Leopoldo, palatino d'Ungheria, preceduti dall'arciduca Ferdinando e dall'arciduchessa sua moglie. Se durante la loro dimora festeggiati fossero gl'illustri personaggi, non è da domandarsi a chi già sa con che magnificenza, con che splendidezza la veneziana repubblica accogliesse nella sua capitale, ospiti graditi, i principi ed i sovrani esteri. Balli, accademie, luminarie, regate, e cent'altri passatempi, tutti sontuosi e ogni giorno svariati, si succedevano l'uno all'altro, quasi direbbesi, senza interruzione. Al che se aggiungasi lo spettacolo veramente imponente della città, regina del mare, in sè medesima, colle cospicue sue fabbriche, colla sua singolare configurazione, non dubitare si può che gli augusti ospiti non avessero dal soggiorno loro avuto sommo piacere.Partiti da Venezia essi principi, si avviarono verso la Toscana. Già a nome del nuovo granduca Ferdinando III era stato dal consiglio di reggenza preso il possesso del granducato. Leopoldo si trattenne per alcuni giorni a Firenze, ed allora fu veduta a pubblicare l'opera, che già altrove accennammo, intitolata:Il governo della Toscana sotto il regno di Leopoldo. Con irrefragabili documenti da tale opera risultava che nell'anno 1765, epoca dell'avvenimento al trono del granduca Leopoldo, l'entrate pubbliche del granducato montavano ad otto milioni novecento cinquantotto mila seicento ottantacinque lire di Firenze, e nell'anno 1789, ultimo del suo regno,ascesero a dieci milioni cento novantasette mila seicento cinquantaquattro lire: aumento tanto più ragguardevole e degno di maggior encomio, che Leopoldo, come abbiam veduto, avea scemato le pubbliche contribuzioni e tolto via non pochi aggravii, sì che tutto fu effetto della maggior industria, della popolazione maggiore e del più esteso commercio della Toscana. Tanto accrescimento di rendite, tranne quattro milioni che si trovarono in essere nel 1789, fu dal buon principe speso tutto a sollievo dei proprii sudditi o per ristorarli da calamità, o per proteggere le arti e promuovere l'industria ed ogni ramo di pubblica utilità.Il vescovo di Pistoia Scipione Ricci, contro il quale erano nell'anno precedente scoppiate sommosse, prima in Pistoia stessa, poi a Prato e nel rimanente della diocesi, dovette fuggire, e gli stessi capitoli delle due cattedrali si dichiararono contro di lui. Si presentò egli a Leopoldo; partito lui, presentossi al successore Ferdinando; ma le sue riforme furono abbandonate; e Ricci, non potendo rientrare nella diocesi, dove tutti gli animi erano esacerbati, rinunziò al vescovato, tale risoluzione partecipando al papa con una lettera, in cui protestava della sua devozione e sommissione, ed alla quale Pio VI si piacque rispondere in modo affettuoso.Il re e la regina di Napoli da Firenze passarono a Roma. In tre abboccamenti dal re avuti col papa, gettaronsi i primi fondamenti della concordia, che non potuta conchiudersi nel congresso a Castellone, tenuto tra il cardinale Campanelli e l'Acton, primo ministro del re, ebbe effetto nei maneggi di Napoli, in resultato dei quali fu convenuto: ogni nuovo re, salendo al trono, pagasse cinquecento mila ducati in forma di pia offerta a San Pietro; godesse egli la nomina a tutti i vescovati; nominasse il papa a tutti i benefizii subalterni, purchè l'elezione sopra sudditi regnicoli cadesse; in quanto alle sedi episcopali, il papa eleggesse fra i tre candidatiche la corte proponesse; in avvenire alla corte di Roma per le cause matrimoniali si ricorresse; per questa volta il pontefice tutte le dispense, concesse dai vescovi napolitani, confermasse; con questo, la cerimonia della chinea per sempre cessasse.
Nel mese di marzo di quest'anno divenne Venezia albergo di molti principi, che vi si trovarono uniti tutti ad un tempo stesso, cioè l'imperatore Leopoldo II, sotto il nome di conte di Burgau, il re e la regina di Napoli, il nuovo granduca e la nuova granduchessa di Toscana, gli arciduchi Carlo e Leopoldo, palatino d'Ungheria, preceduti dall'arciduca Ferdinando e dall'arciduchessa sua moglie. Se durante la loro dimora festeggiati fossero gl'illustri personaggi, non è da domandarsi a chi già sa con che magnificenza, con che splendidezza la veneziana repubblica accogliesse nella sua capitale, ospiti graditi, i principi ed i sovrani esteri. Balli, accademie, luminarie, regate, e cent'altri passatempi, tutti sontuosi e ogni giorno svariati, si succedevano l'uno all'altro, quasi direbbesi, senza interruzione. Al che se aggiungasi lo spettacolo veramente imponente della città, regina del mare, in sè medesima, colle cospicue sue fabbriche, colla sua singolare configurazione, non dubitare si può che gli augusti ospiti non avessero dal soggiorno loro avuto sommo piacere.
Partiti da Venezia essi principi, si avviarono verso la Toscana. Già a nome del nuovo granduca Ferdinando III era stato dal consiglio di reggenza preso il possesso del granducato. Leopoldo si trattenne per alcuni giorni a Firenze, ed allora fu veduta a pubblicare l'opera, che già altrove accennammo, intitolata:Il governo della Toscana sotto il regno di Leopoldo. Con irrefragabili documenti da tale opera risultava che nell'anno 1765, epoca dell'avvenimento al trono del granduca Leopoldo, l'entrate pubbliche del granducato montavano ad otto milioni novecento cinquantotto mila seicento ottantacinque lire di Firenze, e nell'anno 1789, ultimo del suo regno,ascesero a dieci milioni cento novantasette mila seicento cinquantaquattro lire: aumento tanto più ragguardevole e degno di maggior encomio, che Leopoldo, come abbiam veduto, avea scemato le pubbliche contribuzioni e tolto via non pochi aggravii, sì che tutto fu effetto della maggior industria, della popolazione maggiore e del più esteso commercio della Toscana. Tanto accrescimento di rendite, tranne quattro milioni che si trovarono in essere nel 1789, fu dal buon principe speso tutto a sollievo dei proprii sudditi o per ristorarli da calamità, o per proteggere le arti e promuovere l'industria ed ogni ramo di pubblica utilità.
Il vescovo di Pistoia Scipione Ricci, contro il quale erano nell'anno precedente scoppiate sommosse, prima in Pistoia stessa, poi a Prato e nel rimanente della diocesi, dovette fuggire, e gli stessi capitoli delle due cattedrali si dichiararono contro di lui. Si presentò egli a Leopoldo; partito lui, presentossi al successore Ferdinando; ma le sue riforme furono abbandonate; e Ricci, non potendo rientrare nella diocesi, dove tutti gli animi erano esacerbati, rinunziò al vescovato, tale risoluzione partecipando al papa con una lettera, in cui protestava della sua devozione e sommissione, ed alla quale Pio VI si piacque rispondere in modo affettuoso.
Il re e la regina di Napoli da Firenze passarono a Roma. In tre abboccamenti dal re avuti col papa, gettaronsi i primi fondamenti della concordia, che non potuta conchiudersi nel congresso a Castellone, tenuto tra il cardinale Campanelli e l'Acton, primo ministro del re, ebbe effetto nei maneggi di Napoli, in resultato dei quali fu convenuto: ogni nuovo re, salendo al trono, pagasse cinquecento mila ducati in forma di pia offerta a San Pietro; godesse egli la nomina a tutti i vescovati; nominasse il papa a tutti i benefizii subalterni, purchè l'elezione sopra sudditi regnicoli cadesse; in quanto alle sedi episcopali, il papa eleggesse fra i tre candidatiche la corte proponesse; in avvenire alla corte di Roma per le cause matrimoniali si ricorresse; per questa volta il pontefice tutte le dispense, concesse dai vescovi napolitani, confermasse; con questo, la cerimonia della chinea per sempre cessasse.