MDCCXCIIAnno diCristoMDCCXCII. IndizioneX.PioVI papa 18.FrancescoII imperadore 1.Quella inesorabil morte che la temuta falce ruota a cerchio ciecamente, mietendo le vite dei monarchi non meno che quelle de' più meschini mortali, tolse del mondo un gran principe; Leopoldo imperadore morì il dì 10 di marzo del presente anno in età di soli quarantaquattro anni. L'immatura perdita, che in Europa diede luogo alle più strane conghietture, fu dai più saggi attribuita ad una dissenteria che da lungo tempo lo travagliava, all'uso troppo frequente di aromati irritanti, ed all'indebolimento che le continue e gravissime occupazioni portato avevano al di lui temperamento. Giunto al trono imperiale dalla Toscana, questo principe vi aveva portato i medesimi principii, le medesime viste, il medesimo zelo per l'avantaggio dei sudditi, e dato aveva al suo regno uno splendore che tanto più singolare riusciva quanto più difficili erano i tempi, angosciose le circostanze. Collegato erasi egli destramente coll'Inghilterra, affine di frenare l'ardore delle conquiste di Caterina II ed accelerare la pace tra quella sovrana e la Porta; ricuperata aveva in parte la autorità sua sovra i Paesi Bassi, contratta un'alleanza colla Prussia, e assicurati tutti i rami dell'amministrazione della vastissima monarchia, e tutto questo in due soli anni. Tra le sue doti più singolari fu commendata la sua affabilità; nel di lui palazzo ammesso era il povero ugualmente che il ricco; nella Toscana, destinati aveva tre giorni della settimana, solo per ascoltare le domande degl'infelici,e passato alle sede dell'impero, ancora lasciava libero l'accesso a chiunque alla di lui persona, e pochi giorni perfino avanti la sua morte dato aveva pubblica udienza. Il dolore, che provato aveva la Toscana alla sua partenza, divenne, alla epoca della morte di lui, comune a tutta la monarchia, e pochi principi lasciarono al pari di lui vivo il desiderio ne' sudditi e gloriosa dovunque la rimembranza.Morto Leopoldo, ed assunto al trono il suo figliuolo Francesco, principe giovane ed ancora nuovo nelle faccende, i negozii pubblici si piegarono a diverso fine. Caterina di Russia, la quale, visto il procedere temperato di Leopoldo e di Federigo Guglielmo, si era costituita pubblicamente, volendo pur muovere qualche cosa in Europa, la protettrice dell'antico governo di Francia, dimostrava con molte protestazioni volerlo ristaurare. Molte cose diceva continuamente Caterina ed insinuava destramente nell'animo dei principi, massime di Francesco II e di Federigo Guglielmo. Nè mancarono a sè medesimi in tale auguroso frangente i fuorusciti franzesi, e più i più famosi ed i più eloquenti, i quali erano indefessi nell'andar di corte in corte, di ministro in ministro, per raccomandar la causa del re, la causa stessa, come affermavano, dell'umanità e della religione. A queste instigazioni l'imperatore Francesco, che giovane d'età avea già assaggiato la guerra all'assedio di Belgrado, deposti i pensieri pacifici di Leopoldo, e non dando ascolto ai ministri, nei quali aveva suo padre avuto più fede, accostossi ai consigli di quelli che, consentendo colla Russia, lo esortavano ad assumere l'impresa ed a cominciar la guerra. Dal canto suo, Federigo Guglielmo, principe di poca mente, ma d'indole generosa, impietositosi alle disgrazie della casa reale di Francia, e ricordandosi della gloria acquistata da Federigo II, si lasciò persuadere, e postosi in arbitrio della fortuna, corse anche egli all'armi contro la Francia.Noi non descriveremo nè la lega cheseguì tra la Russia, l'Austria e la Prussia, nè il congresso di Magonza, nè la guerra felicemente cominciata e più felicemente terminata nelle pianure della Sciampagna: quest'incidenza troppo ci allontanerebbe dall'Italia. Incredibile era l'aspettazione degli uomini in questa provincia, e ciascuno formava in sè varii pensieri secondo la varietà dei desiderii e delle opinioni. Il re di Sardegna, spinto sempre dalla brama di far chiaro il suo nome per le imprese d'armi, stimolato continuamente dai fuorusciti franzesi, che in grandissimo numero s'erano ricoverati ne' suoi Stati, e lasciandosi tirare alle loro speranze, aveva meglio bisogno di freno che di sprone. Intanto non cessava di avviar soldati, armi e munizioni verso la Savoia e nella contea di Nizza, parti del suo reame solite a sentir le prime percosse dell'armi franzesi, e donde, se la guerra dal canto suo fosse amministrata con prospero successo, poteva penetrar facilmente nelle viscere delle province più popolose e più opime della Francia. Nè contento alle dimostrazioni, ardeva di desiderio di venirne prestamente alle mani, persuadendosi che le soldatesche franzesi, come nuove e indisciplinate, non avrebbero osato, non che altro, mostrar il viso a' suoi prediletti soldati. Ma o che l'Austria e la Prussia abbiano creduto di terminar da sè la bisogna, marciando sollecitamente contro Parigi, o che credessero pericoloso pel re di Sardegna lo scoprirsi troppo presto, lo avevano persuaso a temporeggiare fino a tanto che si fosse veduto a che termine inclinasse la guerra sulle sponde della Marna e della Senna.La subitezza di Vittorio Amedeo e la lega dei re contro la Francia diedero non poco a pensare al senato veneziano, e lo confermarono vieppiù nella risoluzione presa di non pendere da nissun lato, quantunque la corte di Napoli gli facesse frequenti e vivissime istanze, affinchè aderisse alla lega italica. Ma prevedendo le ostilità vicine anche dallaparte d'Italia, il che gli dava sospetto che navi armate di potenze belligeranti potessero entrare nel golfo e turbar i mari, e forse ancora che altri potentati d'Italia, non forti sull'armi navali, gli domandassero aiuti per preservar i lidi dagl'insulti nemici, ordinò che le sue armate, che, ritornate dalla spedizione contro Tunisi, stanziavano nelle acque di Malta e nelle isole del mar Ionico, se ne venissero nell'Adriatico. E veramente essendo stato richiesto poco dopo dai ministri cesareo e di Toscana che mandasse navi per proteggere Livorno ed il litorale pontificio, rispose di aver deliberato di osservar la neutralità molto scrupolosamente: la qual deliberazione convenirsegli e per massima di Stato e per interesse dei popoli.Il re di Napoli, stimolato continuamente dalla regina e dal debito del sangue verso i reali di Francia, andava affortificandosi coll'armi navali e terrestri; ma non si confidava di scoprirsi apertamente, perchè sapeva che una forte armata franzese era pronta a salpare dal porto di Tolone; nè era bastante da sè a difendersi dagli assalti di lei, nè appariva alcun vicino soccorso d'Inghilterra, non essendosi ancora il re Giorgio chiarito del tutto, se dovesse continuar nella neutralità o congiunger le sue armi con quelle dei confederati. Perciò se ne giva temporeggiando con gli accidenti. Solo si apparecchiava a poter prorompere con frutto in aperta guerra quando fosse venuto il tempo, e teneva più che poteva le sue pratiche segrete.Il granduca di Toscana, principe savio, stava in non poca apprensione pei traffici di Livorno; però schivava con molta gelosia di dar occasione di tirare a sè la tempesta, che già desolava i paesi lontani e minacciava i vicini.Il papa non poteva soffrire indifferentemente le novità di Francia in materia religiosa. Ma l'assemblea costituente, astutamente procedendo, ed andando a versi alla natura di lui alta egenerosa, protestava volersene star sempre unita col sommo pontefice, come capo della Chiesa cattolica, in quanto spetta alle materie spirituali. Chiamavanlo padre comune, lo salutavano vicario di Dio in terra. Queste scaltre lusinghe venute da un'assemblea di cui parlava e per cui temeva tutto il mondo, avevano molta efficacia sulla mente del pontefice, e già si lasciava mitigare. Ma succedette all'assemblea costituente, la quale, benchè proceduta più oltre che non si conveniva, aveva nondimeno mostrato qualche temperanza, l'assemblea legislativa ed il consesso nazionale, che, disordinatamente usando la potestà loro, diedero senza freno in ogni sorta di enormità. Pio VI, risentitosi di nuovo gravissimamente, fulminò interdetti contro gli autori delle innovazioni, e condannò sdegnosamente le dottrine dei novatori circa le materie religiose. Allora fu tentato dallo imperadore d'Alemagna e dai principi d'Italia che seguitavano le sue parti. Nè fu vana l'opera loro; perchè il pontefice, parendogli che alla verità impugnata della religione, alla necessità contraddetta delle discipline, ed alla dignità offesa della Sedia apostolica fosse congiunta la sicurezza dei principi e la protezione degli afflitti, ministerio vero e prediletto del successore di Cristo, prestò orecchio alle nuove insinuazioni, ed entrò volentieri nella lega offensiva contro la Francia.La repubblica di Genova fu poco tentata dagli alleati o per disegni che si facevano sopra di lei, o perchè la credevano troppo dipendente o troppo vicina della Francia. Dimostrossi neutrale con un gran benefizio dei sudditi, che, tutti intenti al commercio di mare con la Francia, navigavano sicuramente nelle acque della riviera di ponente.Così erano in Italia nel corso del presente anno timori universali; armi potenti ed aperte con un'accesa voglia di combattere in Piemonte; preparamenti occulti in Napoli; desiderio di neutralità in Toscana; armi poche ed animo guerrieroin Roma; neutralità dichiarata nelle due repubbliche. Queste erano le disposizioni dei governi; ma varii si dimostravano gli umori dei popoli. In Piemonte per la vicinanza le nuove dottrine si erano introdotte, e quantunque non pochi per le enormezze di Francia si fossero ritirati, alcuni ancora vi perseveravano. In Milano le novità avevano posto radice, ma molto rimessamente, siccome in terreno molle e dilettoso. In Venezia, per l'indole molto ingentilita dei popoli, gli atroci fatti avevano destato uno sdegno grandissimo, e poco si temevano gli effetti dell'esempio, massime con quel tribunale degl'inquisitori di Stato, quantunque fosse divenuto più terribile di nome che di fatto. Gli Schiavoni ancora servivano di scudo, siccome gente aliena dalle nuove opinioni, e fedelissima alla repubblica. In Napoli covava gran fuoco sotto poca cenere, perchè le opinioni nuove vi si erano molto distese e il cielo vi fa gli uomini eccessivi. In Roma, fra preti che intendevano alle faccende ecclesiastiche, ed un numero esorbitante di servitori che a tutt'altro pensavano che a quello che gli altri temevano, si poteva vivere a sicurtà. In Toscana, provincia dove sono i cervelli sottili e gli animi ingentiliti, poco si stimavano i nuovi aforismi, e la felicità del vivere vi faceva odiar le mutazioni. In Genova poi erano molti e fortemente risentiti gli umori; ma siccome vi si lasciavano sfogare poco erano da temersi, ed i rivolgimenti non fanno per chi vive sul commercio.La Francia intanto venuta in preda ad uomini senza freno e senza consiglio, vedendo la piena che le veniva addosso, volle accoppiare all'armi le lusinghevoli promesse e le disordinate opinioni. Però i suoi agenti sì pubblici che segreti riempivano l'Italia della fedeltà del governo loro e delle beatitudini della libertà. Affermavano non voler la Francia ingerirsi nei governi altrui; voler esser fedele coi fedeli, rispettare chi rispettava. Queste erano le parole, ma i fatti avevano altro suono; imperciocchè e cercavano di stillarele nuove massime nell'animo dei sudditi con rigiri segreti, mostravano loro il modo di unirsi, loro promettevano aiuti di consiglio, di denaro e di potenza, e, tentando ogni modo ed ogni via, si sforzavano di scemar la forza dei governi, con torre loro il fondamento della fedeltà dei sudditi.Chi raccontasse ciò che allegavano le due contrarie parti, quantunque dicesse cose enormi, ma non tali che di più enormi ancora non se ne facessero, farebbe vedere quanto sieno intemperanti gli uomini quando sono mossi da passioni politiche; imperciocchè l'una parte errava per aver portato troppo oltre le riforme, l'altra per averle fatte degenerare in eccessi enormi pel contrasto da loro fatto anche alle più utili e giuste; gli uni per aver posto le mani nel sangue, gli altri per volervele porre. In mezzo a tutto, le parole dei novatori avevano più forza sull'animo dei popoli che quelle dei loro avversarii, perchè i popoli sono sempre cupidi di novità; poi coloro che si cuoprono col velame del ben comune, hanno più efficacia di quelli che pretendono i privilegii. Laonde l'Europa era piena di spaventi, e si temevano funesti incendii per ogni parte.Intanto, essendo accesa la guerra fra l'Austria e la Francia, l'una e l'altra di queste potenze applicavano l'animo alle cose d'Italia; la prima per conservare quello che vi possedeva, la seconda per acquistarsi quello che non possedeva, od almeno per potervi sicuramente avere il passo, col fine di andar a ferire sul fianco il suo nemico.Dall'altro lato, il governo di Francia aveva spedito agenti segreti e palesi per domandare, parte con minaccie, parte con preghiere, ai governi d'Italia o lega o passo o neutralità. Fra gli altri Ugo di Semonville fu destinato ad andare a specular lo cose in Piemonte ed a tentar l'animo del re, affinchè negli accidenti gravi che si preparavano si dimostrasse favorevole alla Francia. Aveva carico di proporre aVittorio Amedeo di collegarsi con la Francia e di dare il passo agli eserciti franzesi perchè andassero ad assaltare la Lombardia Austriaca; con ciò la Francia gli guarentirebbe i suoi Stati, raffrenerebbe gli spiriti turbolenti in Piemonte ed in Savoia, cederebbe in potestà di lui quanto si sarebbe conquistato con l'armi comuni in Italia contro l'imperadore. Il re si era risoluto a non udire le proposte, sì perchè temeva, nè senza ragione, d'insidie, sì perchè la sua congiunzione con l'Austria già era troppo oltre trascorsa. Infatti già calavano Tedeschi dal Tirolo, e s'incamminavano a gran passo verso il Piemonte. Il perchè, giunto essendo Semonville ad Alessandria, fu spedito ordine al conte Solaro governatore che nol lasciasse procedere più oltre, anzi gl'intimasse di tornarsene fuori degli Stati del re, usando però col ministro franzese tutti quei termini di complimento che meglio sapesse immaginare. Solaro, uomo assai cortese ed atto a tutte le cose onorate, eseguì prudentemente gli ordini avuti. Tornossene Semonville a Genova.Il fatto fu gravissimamente sentito a Parigi. Il giorno 15 settembre di questo anno, Dumourier, ministro degli affari esteri, favellando molto risentitamente al consesso nazionale del governo di Piemonte, e lamentandosi con apposito discorso dell'affronto fatto alla Francia nella persona del suo ambasciatore in Alessandria, concluse doversi dichiarar la guerra al re di Sardegna. Quivi levossi un rumore grandissimo; chè le parole di despota, di tiranno, di nemico del genere umano andarono al colmo. In somma fu chiarita solennemente la guerra tra la Francia e la Sardegna.Di già il giorno 10 dello stesso mese il consiglio esecutivo provvisorio aveva spedito ordine al generale Montesquiou, cupo dell'esercito, che raccolto nell'alto Delfinato minacciava la Savoia, di assaltar questa provincia, e cacciate l'armi piemontesi oltremonti, di usare quelle maggiori occasioni che gli si offrirebbero.Questo fu il primo principio di tutti quei mali che patì Italia per tanti anni, e che empierono tutto il corpo suo di ferite che non si potranno così facilmente sanare.Il re di Sardegna, come prima fu incominciata la guerra tra la Francia e le potenze confederate di Germania, aveva con grandi speranze fatto notabili apparecchi in Savoia e nella contea di Nizza. Ma le vittorie dei Franzesi nella Sciampagna cambiarono le condizioni della guerra, ed il re, invece di conquistare i paesi d'altri, dovette pensare a difendere i proprii. Erano le sue condizioni assai peggiori di quelle dei Franzesi; poichè nei due paesi contigui in cui si doveva far la guerra, la Savoia parteggiava pei Franzesi, il Delfinato non solo non parteggiava pei Piemontesi, ma loro era anche nimicissimo; che anzi questa provincia si era mostrata molto propensa alle mutazioni che si erano fatte e si facevano; sicchè i Franzesi avevano favore andando avanti, sicurezza andando indietro; il contrario accadeva ai Piemontesi.Non ostante tutto questo, i capi che governavano le cose del re di Savoia, se ne vivevano con molta sicurezza. Soli coi fuorusciti franzesi che loro stavano continuamente intorno, non vedevano ciò che era chiaro a tutto il mondo: improvvidi, che non conobbero che male con le ire e con la imprudenza si reggono i casi umani.Il cavaliere di Colegno, comandante di Ciamberì, oltre la sua credulità verso i fuorusciti e verso un generale di Francia che, per ispiare, il veniva a trovare in abito e sotto nome di prete irlandese, con duro governo asperava i popoli, soffio imprudente sur un fuoco che già si accendeva. Assai miglior animo aveva il conte Perrone, governator generale della Savoia, ma in mezzo a tanti sfrenati non aveva quell'autorità e quel credito che in sì pericoloso accidente si richiedevano; ed anch'egli dava fede alle novelle del prete irlandese. Il cavaliere di Lazarigovernava l'esercito; capitano certamente poco atto a sostenere le guerre vive dei Franzesi.Adunque, tali essendo le condizioni della Savoia, nel mese di settembre si aperse la via alle future calamità. I capi dell'esercito, vivendo sempre nella solita sicurezza, nè potendo credere sì vicino un assalto, invece di allogar le truppe in pochi luoghi, ma forti, ed ai passi, le avevano sparse qua e là senza alcun utile disegno, talmente che ed erano inabili al resistere al nemico ovunque si appresentasse, ed incapaci a rannodarsi subitamente dove gli assaltasse.Il prete irlandese stava loro a' fianchi, e raccontava loro le più gran novelle dei mondo, ed ei se le credevano. I fuorusciti franzesi, che pure incominciavano a temere, dimandarono se vi fosse pericolo; risposero del no; e mordevano il conte Bottone di Castellamonte, il quale, essendo intendente generale della Savoia, da quell'uomo fine e perspicace ch'egli era, avendo bene penetrate le cose, aveva domandato soldati al governatore per iscorta al tesoro che voleva far partire alla volta del Piemonte. Certo impossibil cosa era il difendere la Savoia, massime dopo le disgrazie de' confederati; non istanziavano in questa provincia più di nove in dieci mila soldati; ma siccome erano buoni, così, se fossero stati retti da capitani pratici, e posti ai passi opportuni, avrebbero almeno fatto una difesa onorata e ritardato l'impeto del nemico. Ma agli sparsi mancò l'ordine; il riunirli fu impossibile in accidente tanto improvviso.Intanto il generale Montesquiou, avuto comandamento d'incominciar la guerra, dal campo di Cessieux, dove alloggiava con l'esercito raccolto, in cui si noveravano circa quindici mila combattenti, gente se non molto disciplinata, certo molto ardente, andò a porsi agli Abresti, donde spedì ordine al generale Anselmo, che, passato il Varo, assaltasse nel tempo medesimo la contea di Nizza, presidiata da genti poco numerose, cheobbedivano al conte Pinto. Queste mosse doveva anche aiutare dalla parte del mare il contrammiraglio Truguet, il quale, partito da Tolone con un'armata di undici legni de' più grossi ed alcuni più sottili, e due mila soldati di sopraccollo, se ne giva correndo le acque di Villafranca sino al golfo di Juan, pronto a sbarcar le genti ovunque l'opportunità si fosse scoperta.Montesquiou, lasciati prestamente gli Abresti, se ne venne con tutto l'esercito a posarsi al forte di Barraux vicino a due miglia dalle frontiere della Savoia, donde disegnava di dar principio alla guerra. Era suo pensiero di assaltare col grosso dell'esercito Chapareillan, o Sanparelliano, che si voglia dire, ed il castello delle Marcie, per poscia camminar velocemente alla volta di Ciamberì. Nel medesimo tempo, per tagliar il ritorno al nemico, spediva due grosse bande, delle quali una, radendo la riva sinistra del fiume Isero, doveva chiudere il passo di Monmeliano, e l'altra dal Borgo d'Oisans, valicando gli aspri monti che dividono la valle della Romanza da quella dell'Arco, serrare al tutto la strada della Morienna; nel qual caso tutto l'esercito piemontese sarebbe stato o preso ai passi, o poca parte se ne sarebbe potuta salvare per le strade aspre e difficili della Tarantasia. Se non che, una piena improvvisa dell'Isero, che, rotti i ponti, non permise il passo, e la quantità delle nevi cadute molto per tempo sugli altissimi monti del Galibiero, resero senza effetto queste due ultime fazioni.I Piemontesi, svegliati finalmente dal suono dell'armi franzesi, tentarono di fortificarsi con artiglierie presso Sanparelliono agli abissi di Mians, donde tempestare pensavano di traverso con palle sul passo per mezzo d'artiglierie poste sul castello delle Marcie. Ma a questo non ebbero tempo; le artiglierie non erano ancora ai luoghi loro, quando la notte del 21 settembre, tirando venti orribili, e cadendo una grossissima pioggia,il generale Laroque, a ciò destinato dal generale Rossi, partito con grandissimo silenzio dal campo di Barraux, se ne marciò contro Sanparelliano con una forte schiera. E come disegnava, così gli riuscì di fare; s'impadronì in mezzo a quella oscurità improvvisamente della terra, e, se non fosse stato il tempo sinistro, avrebbe anco presa quella mano di Piemontesi che la difendevano. Ma, avuto a tempo sentore dell'approssimarsi del nemico, si ritirarono a salvamento.Perduto Sanparelliano con gli abissi di Mians, i capi Piemontesi, privi di consiglio, abbandonarono frettolosamente i castelli delle Marcie, di Bellosguardo, di Aspromonte e la Madonna di Mians. Così le fauci dalla Savoia vennero da quel lato in poter de' Franzesi. Ma Montesquiou, usando celeremente la vittoria, e prevalendosi della rotta del nemico, si spinse avanti dal castello delle Marcie con due brigate di fanteria, una di dragoni e venti bocche da fuoco, alle quali fece tener dietro come retroguardo da due altre brigate di fanteria, una di cavalleria, parimente con molti cannoni. Così tagliò e divise in due l'esercito piemontese; una parte fu costretta a ritirarsi verso Anecì, l'altra verso Monmeliano: gli rimase la strada per Ciamberì, capitale della provincia. Ma già il terrore ne aveva cacciato i regi; e sì grande fu la subitezza dello spavento loro, che i Franzesi, temendo d'insidie, non s'ardirono di entrar incontanente nella città che se ne stette posta in propria balìa alcuni giorni. In sì pericoloso passo non vi fu tumulto, non insulto, non saccheggio di sorte alcuna, tanta è la bontà e la civiltà di quel popolo: vi arrivarono i Franzesi; furonvi accolti con tutte quelle dimostrazioni di allegrezza che portavano le opinioni.Montesquiou andava molto cauto nello spignersi avanti, perchè non avendo ancora avuto notizia dell'assalto che doveva dare Anselmo a Nizza, e vedendo la celerità incredibile delle genti sarde nelritirarsi, dubitava ch'elleno marciassero velocemente a quella banda per opprimere l'esercito che militava sotto quel generale. Si spargeva ancor voce che i Piemontesi, forti di sito e provveduti di munizioni da guerra e da bocca, si erano fermati alle montagne delle Boge o Bauge, che separano Ciamberì dall'Isero, per ivi fare una testa grossa, e passarvi l'inverno. Però deliberossi di sostare alquanto per ispiar meglio le cose e per aspettare che portassero i tempi dal canto delle Alpi marittime. La rotta de' soldati reali fece cadere in mano de' Franzesi dieci cannoni, quantità grande di polvere, di palle, di casse e d'altri arnesi da guerra, con magazzini pienissimi di foraggi e di vettovaglia.Dalla parte di Nizza non dimostrarono i capi piemontesi miglior consiglio nè miglior animo che in Savoia. Conciossiachè non così tosto ebbero avviso che Anselmo aveva passato il Varo, fiume che divide i due Stati, la notte del 23 settembre, dandosi precipitosamente alla fuga, abbandonarono la città di Nizza, e già davano mano a votare con grandissima celerità quanto si trovava nel porto di Villafranca. I Franzesi, usando prestamente il favore della fortuna, corsero a Villafranca; e minacciato di dare la scalata, il comandante si diede a discrezione con ducento granatieri, ottimi soldati, ed alcune bande di milizie, lasciando in preda al nemico cento pezzi d'artiglieria grossa, una fregata, una corvetta e tutti i magazzini reali. Così la parte bassa della contea di Nizza venne in poter dei Franzesi con incredibile celerità e facilità. Solo si teneva ancora pel re il forte di Montalbano, ma poco stante si arrese ancora esso a patti. A queste vittorie contribuì non poco l'ammiraglio Truguet con la sua armata, che, dando diversi riguardi ai Piemontesi, gli teneva in sospetto d'assalti da ogni banda, e loro fece precipitar il consiglio di ritirarsi dal littorale.Anselmo, avuta Nizza, Villafranca eMontalbano, si spinse avanti per la valle di Roia, e non fece fine al perseguitare se non quando arrivò a fronte di Saorgio, fortissimo castello che chiude il passo da quelle parti, ed è come un antemurale del colle di Tenda. Ma, alcuni giorni dopo, le genti piemontesi, avuto un rinforzo d'un grosso corpo di Austriaci, ed assaltato con molto impeto il posto di Sospello, se ne impadronirono. Nè molto tempo vi dimorarono, perchè, ritornato Anselmo col grosso di tutto l'esercito, se lo riprese, e di nuovo Saorgio divenne l'estremo confine dei combattenti.Queste spedizioni dei Franzesi nella provincia di Nizza costarono poco sangue; perchè la ritirata dell'esercito sardo fu tanto presta, che non successero che poche e leggieri avvisaglie; nè i conquistatori si scostarono dai termini della umanità e della moderazione. Assai diverso da questo fu il destino dell'infelice Oneglia; poichè, accostatasi l'armata del Truguet a quel lido, e mandato avanti un palischermo per negoziare, gli furon tirate le schioppettate, per le quali furono uccisi o feriti parecchi, caso veramente deplorabile, e non mai abbastanza da biasimarsi. Però l'armata franzese, accostatasi vieppiù, e schieratasi più opportunamente che potè; cominciò a trarre furiosamente contro la città. Quando poi, per il fracasso, per la rovina, per le ferite e per le morti, l'ammiraglio credè che lo spavento avesse fatto fuggire i difensori, sbarcò le genti che aveva a bordo, le quali, unite ai marinai, s'impadronirono della città, e la posero miserabilmente a sangue, a sacco ed a fuoco. Questa fu mera vendetta dei violati messaggieri di pace: Oneglia, luogo di poco profitto, fu dai Franzesi abbandonata, e l'armata loro, toccata Savona, e posatasi alquanto nel porto di Genova, se ne tornò poco tempo dopo a Tolone.Essendosi oramai tanto avanzata la stagione che non si potea guerreggiare se non con molto disagio, si posarono dalle due parti l'armi tutto l'inverno,attendendo a far apparecchi più che potevano gagliardi per tornar sulla guerra con frutto tosto che il tempo s'intiepidisse. In mezzo a questo silenzio dell'armi nulla decorse che sia degno di memoria, se non la differenza del procedere dei Savoiardi e de' Nizzardi verso i Franzesi, avendo i primi mostrato molta inclinazione per loro e desiderio di accomodarsi alle foggie del nuovo governo: al contrario, i secondi fecero pruova di molta avversione e di volersene rimanere nei termini del governo antico.Pervenuta a notizia di Montesquiou la conquista di Nizza, si mise in sul voler cacciar del tutto le genti sarde dalla Savoia. A questo fine ordinò a Rossi che, cacciandosi avanti le truppe del re, le spingesse fino al Cenisio per la Morienna, ed a Casabianca fino al piccolo San Bernardo per la Tarantasia: il che eseguirono con grandissima celerità, e quasi senza contrasto da parte del nemico. Anzi è da credere che se Montesquiou, invece di soprastarsi, come fece, per aspettar le nuove di Nizza, fosse dopo la conquista di Ciamberì camminato con la medesima celerità, si sarebbe facilmente impadronito di queste due sommità delle Alpi con grande suo vantaggio, e con maggiore speranza di andar a ferire, alla stagione prossima, il cuore stesso del Piemonte, tanta era la confusione delle genti regie. Aix, Annecì, Rumillì, Carouge, Bonneville, Tonon e le altre terre della Savoia settentrionale, abbandonate dai vinti, riconobbero l'imperio dei vincitori. Così questa provincia venne tutta in potestà dei Francesi. La quale possessione per quell'inverno fu loro assicurata dalle nevi strabocchevolmente cadute sui monti, le quali indussero da questa banda la medesima cessazione dall'armi, ed anche più compiuta, che era prevalsa nelle Alpi marittime.In cotal modo un paese pieno di siti forti, di passi difficili, di torrenti precipitosi, fu perduto pel re di Sardegna, senza che nella difesa del medesimo si sia mostratoconsiglio o valore. Del qual doloroso caso si deve imputar in parte il re medesimo, per aversi voluto scoprire, a cagione de' suoi pensieri tanto accesi alla guerra, molto innanzi che gli aiuti austriaci arrivassero in forza sufficiente e per aver dato il più delle volte i gradi militari a coloro che più miravano a comparire, che ad informarsi dell'arte difficile della guerra. Certamente error grande fu quel di Vittorio di metter l'abito militare ad ogni giovane cadetto che si appresentasse, e di mandarli sulle prime alla guerra, come se l'arte della guerra ed il rumor dei cannoni non fossero cose da far sudare e tremare anche i soldati vecchi. I nobili poi ci ebbero più colpa del re, pel disprezzo, non saprebbesi se dire ridicolo od assurdo, in cui tenevano i Franzesi. Pure fra di loro non pochi erano che, modesti e valorosi uomini essendo, detestavano i male avvisati consigli, e sentivano sdegno grandissimo della vergogna presente.La rotta di Savoia, già sì grave in sè stessa, fu anche accompagnata da accidenti parte terribili, parte lagrimevoli. Pioggie smisurate, strade sprofondate, carri rotti, soldati alla sfilata parte armati, parte no, gente fuggiasca di ogni grado, di ogni sesso e di ogni età, terribili apparenze e di cielo e di uomini e di terra. Ma fra tutti movevano compassione grandissima i fuorusciti franzesi, i quali, confidandosi nelle parole dei capitani regi, eransi soprastati a Ciamberì fino agli estremi, ed ora cacciati dalla veloce furia che loro veniva dietro, non potevano nè stare senza pericolo; nè fuggire con frutto, imperciocchè a chi mancava il danaro per povertà, a chi la forza per infermità, a chi le bestie ed i carri per trasferirsi, perchè non se ne trovavano per prestatura nè amichevole nè mercenaria, ed in tanto scompiglio era venuto meno il consiglio di prevedere e di provvedere. Spettacolo miserando era quello che si vedeva per le strade che portano a Ginevra ed a Torino, tutte ingombre di gente cadutada alti gradi in un abisso di miseria. Erano misti i padri coi figliuoli, le madri con le figliuole, i vecchi con i giovani, e fanciulle tenerissime ridotte fra i sassi e il fango a seguitar i parenti loro caduti in sì bassa fortuna. Vi erano vecchi infermi, donne gravide, madri lattanti e portanti al petto le creature loro certamente non nate a tal destino. Nè si desiderò la virtù o la carità umana in sì estremo caso perchè furono viste spose, figliuoli, fratelli, servidori non proscritti voler seguitare nelle terre strane, anche a malgrado dei parenti e padroni loro, gli sposi, i padri, i fratelli ed i padroni, posponendo così la dolcezza dell'aere natìo alla dolcezza del ben amare e del ben servire: secolo veramente singolare, che mostrò quanto possono fra l'umana generazione la virtù ed il vizio, l'una e l'altro estremi. Ma se era il viaggiar crudele, non era miglior lo starsi; alberghi pieni o niuni in quelle rocche, bisognava pernottar al cielo, e il cielo era sdegnato, e mandava diluvii di pioggie. A questo, soldati commisti che fuggivano sbanditi, armi sparse qua e là, un tramestio d'uomini sconsigliati, un calpestio di bestie, un rumor di carrette, un furore, un dolore, una confusione, un fremito, aggiungevano grandissimo terrore e grandissima miseria. Quanti si sono visti cresciuti ed allevati in tutte le dolcezze di Parigi, ora non trovar manco quel ristoro che a gente nata in umil luogo abbonda nel corso ordinario della vita! Quanti gravi magistrati, dopo avere ministrato la giustizia nei primi tribunali del nobilissimo reame di Francia e vissuto una vita integerrima, ora travagliosamente incamminarsi ad un esiglio, di cui non potevano prevedere nè il modo nè il fine! Quante nobili donne, che pochi mesi prima speravano di dar eredi a ricchissimi casati nei palazzi dei maggiori loro, ora vicine a partorire, fra lo squallore di tetti abbietti ed alieni, a padri venuti in povertà figli più poveri ancora! Quante fanciulle, richieste prima da principi, non sapere ora nè a qual rifiutoandassero nè a qual consenso! Quanti capitani valorosi ed invecchiati nella milizia, ora che per la fralezza dei corpi loro avevano più bisogno del riposo e dello stato, mancati il riposo e lo stato, raminghi sotto cielo straniero, cacciati correr da quei soldati medesimi, ai quali avevano e l'onore ed il valore insegnato! Erano le strade, per donde passavano, piene di gente instupidita a sì miserabile caso, ed intenerita a tanta disgrazia. E spesso trovarono sotto gli umili tugurii più ristoro e più consolazione che non s'aspettavano. Così per molti dì e molte notti su per le vie di Ginevra e di Torino la tristissima comitiva mostrò quanto possa questa cieca fortuna nel precipitare in fondo chi più se ne stava in cima. Eppure in mezzo a tanto lutto la natura franzese era tuttavia consentanea a sè medesima. Imperciocchè uscivano dagli esuli non di rado e canti e risi e piacevolezze tali, che pareva piuttosto che a festa andassero, che a più lontano esiglio. Vedevansi altresì uomini gravissimi o galoppanti sulla fangosa terra, o dentro o dietro le carrozze stanti, recarsi con le cappellature acconce, e con croci e con nastri, e con altri segni dell'andata fortuna: tanto è tenace ciò che la natura dà che la sciagura non lo toglie! Ma giunti i miseri fuorusciti in Ginevra ed in Torino, non si può spiegare quanto fosse il dire, il guardare ed il pensare degli uomini. Grandi cose aveva rapportato la fama di Francia; ma ora ai più pareva che il fatto fosse maggior del detto; chi andava considerando quel che potesse fare una nazione furibonda che usciva dai proprii confini; che il valore de' suoi soldati, e chi la contagione delle sue dottrine sostenute da tanta forza. Chi pensava alla vanità di coloro che l'avevano predicata vinta, e chi all'imprudenza di coloro che l'avevano provocata potente. Meglio sclamavano fora stato il lasciarla lacerare da sè stessa, che il riunirla con le minaccie; meglio ammansarla, che irritarla: tutti poi affermavano esser venuti tempi pericolosissimi,essere minacciata Elvezia; essere minacciata Italia; già già titubare la società umana in Europa.A Torino tutti questi discorsi si facevano, ed altri ancor più gravi. Intanto gli esuli facevano pietà, e con la pietà nasceva il terrore. Tutta la città era contristata e piena di pensieri funesti. Ma tanta era la fermezza della fede dei Piemontesi nel loro re, che pochi pensavano a novità; alcuni desideravano qualche riforma nel reggimento civile e politico dello Stato; tutti volevano la conservazione della monarchia, ed i peggiori tratti che si udivano contro il governo, più miravano ad ammenda che a satira.Il governo mosso da accidente tanto improvviso e tanto pericoloso, poichè cominciaronsi a sgombrare i primi timori, andava maturamente pensando a quello che fosse a farsi. Il cantone di Berna fu richiesto d'aiuto, ma senza frutto; l'Austria fu richiesta ancor essa, e con frutto. Laonde reggimenti tedeschi arrivarono a gran giornate dalla Lombardia in Piemonte, e s'inviavano prestamente alle frontiere, massime verso il colle di Tenda. Addomandossi denaro in presto a Venezia, che ricusò, fondandosi sulla neutralità. Si spedirono corrieri per rappresentare il caso in Inghilterra, in Prussia ed in Russia. Allegavasi essere il re solo guardiano d'Italia: se si rompesse quell'argine, non sapersi dove avesse a distendersi quell'enorme piena; starsi di buon animo il re, ma ove mancavano le forze proprie, abbisognar gli aiuti altrui. Cercavasi anche di scusare le rotte di Nizza e di Savoia, con dire che quei passi non erano difendevoli se non con grossi eserciti; le forze che s'erano inviate essere state sufficienti non solo per difendere, ma ancora per offendere, senza le disgrazie di Sciampagna; dopo queste non poter più bastare nè anco a difendere; per verità: essere stata troppo presta, ed anche disordinata, la ritirata; ma doversi attribuire alla imprudenza di chi comandava; essere i soldati buoni e fedeli, parato Vittorioa non mancare a sè medesimo nè alla lega; solo richiedere che, come egli era l'antiguardo, così non fosse lasciato senza retroguardo; e siccome egli era esposto il primo alle percosse del nemico comune, così lo potesse fronteggiare con gli aiuti comuni.Tutte queste cose rappresentate con parole appropriate avevano gran peso. Ma la Prussia, quantunque perseverasse nell'alleanza, cominciava a pensare a' casi suoi, siccome quella che, essendo lontana dalla voragine, aveva minori cagioni di temere. Bensì l'Austria, che già ardeva ne' suoi proprii Stati, per preservare il resto, procedeva con sincerità, e si risolveva a mandar soccorsi gagliardi in Piemonte. L'Inghilterra, che aveva serbato certa sembianza di neutralità sino alla morte di Luigi XVI (21 gennaio 1793), dopo questa orrenda catastrofe s'era scoperta del tutto, e licenziato da Londra Chauvelin, ministro plenipotenziario di Francia, si preparava alla guerra. Però diede buone speranze al re promettendo denari ed efficace cooperazione con le sue armate sulle coste del Mediterraneo. Intanto in Piemonte si compivano i numeri delle compagnie, si ordinava la milizia, si creavano nuovi luoghi di monti, si gettavano nuovi biglietti di credito, si coniavano monete che scapitavano più della metà del valor loro edittale, pessimo, ma non sempre evitabile rimedio dei mali. Nel punto medesimo si provvedevano le fortezze poste ai passi dell'Alpi con ogni genere di munizioni, e si affortificavano le cime del Cenisio e del piccolo San Bernardo. Con questo, usando dell'opportunità della stagione, che andò freddissima, e fatti tutti i preparamenti necessarii, si aspettava con incredibile ansietà da tutti qual fosse per essere al tempo nuovo l'esito delle battaglie, dalle quali dipendeva il destino d'Italia e del mondo.
Quella inesorabil morte che la temuta falce ruota a cerchio ciecamente, mietendo le vite dei monarchi non meno che quelle de' più meschini mortali, tolse del mondo un gran principe; Leopoldo imperadore morì il dì 10 di marzo del presente anno in età di soli quarantaquattro anni. L'immatura perdita, che in Europa diede luogo alle più strane conghietture, fu dai più saggi attribuita ad una dissenteria che da lungo tempo lo travagliava, all'uso troppo frequente di aromati irritanti, ed all'indebolimento che le continue e gravissime occupazioni portato avevano al di lui temperamento. Giunto al trono imperiale dalla Toscana, questo principe vi aveva portato i medesimi principii, le medesime viste, il medesimo zelo per l'avantaggio dei sudditi, e dato aveva al suo regno uno splendore che tanto più singolare riusciva quanto più difficili erano i tempi, angosciose le circostanze. Collegato erasi egli destramente coll'Inghilterra, affine di frenare l'ardore delle conquiste di Caterina II ed accelerare la pace tra quella sovrana e la Porta; ricuperata aveva in parte la autorità sua sovra i Paesi Bassi, contratta un'alleanza colla Prussia, e assicurati tutti i rami dell'amministrazione della vastissima monarchia, e tutto questo in due soli anni. Tra le sue doti più singolari fu commendata la sua affabilità; nel di lui palazzo ammesso era il povero ugualmente che il ricco; nella Toscana, destinati aveva tre giorni della settimana, solo per ascoltare le domande degl'infelici,e passato alle sede dell'impero, ancora lasciava libero l'accesso a chiunque alla di lui persona, e pochi giorni perfino avanti la sua morte dato aveva pubblica udienza. Il dolore, che provato aveva la Toscana alla sua partenza, divenne, alla epoca della morte di lui, comune a tutta la monarchia, e pochi principi lasciarono al pari di lui vivo il desiderio ne' sudditi e gloriosa dovunque la rimembranza.
Morto Leopoldo, ed assunto al trono il suo figliuolo Francesco, principe giovane ed ancora nuovo nelle faccende, i negozii pubblici si piegarono a diverso fine. Caterina di Russia, la quale, visto il procedere temperato di Leopoldo e di Federigo Guglielmo, si era costituita pubblicamente, volendo pur muovere qualche cosa in Europa, la protettrice dell'antico governo di Francia, dimostrava con molte protestazioni volerlo ristaurare. Molte cose diceva continuamente Caterina ed insinuava destramente nell'animo dei principi, massime di Francesco II e di Federigo Guglielmo. Nè mancarono a sè medesimi in tale auguroso frangente i fuorusciti franzesi, e più i più famosi ed i più eloquenti, i quali erano indefessi nell'andar di corte in corte, di ministro in ministro, per raccomandar la causa del re, la causa stessa, come affermavano, dell'umanità e della religione. A queste instigazioni l'imperatore Francesco, che giovane d'età avea già assaggiato la guerra all'assedio di Belgrado, deposti i pensieri pacifici di Leopoldo, e non dando ascolto ai ministri, nei quali aveva suo padre avuto più fede, accostossi ai consigli di quelli che, consentendo colla Russia, lo esortavano ad assumere l'impresa ed a cominciar la guerra. Dal canto suo, Federigo Guglielmo, principe di poca mente, ma d'indole generosa, impietositosi alle disgrazie della casa reale di Francia, e ricordandosi della gloria acquistata da Federigo II, si lasciò persuadere, e postosi in arbitrio della fortuna, corse anche egli all'armi contro la Francia.
Noi non descriveremo nè la lega cheseguì tra la Russia, l'Austria e la Prussia, nè il congresso di Magonza, nè la guerra felicemente cominciata e più felicemente terminata nelle pianure della Sciampagna: quest'incidenza troppo ci allontanerebbe dall'Italia. Incredibile era l'aspettazione degli uomini in questa provincia, e ciascuno formava in sè varii pensieri secondo la varietà dei desiderii e delle opinioni. Il re di Sardegna, spinto sempre dalla brama di far chiaro il suo nome per le imprese d'armi, stimolato continuamente dai fuorusciti franzesi, che in grandissimo numero s'erano ricoverati ne' suoi Stati, e lasciandosi tirare alle loro speranze, aveva meglio bisogno di freno che di sprone. Intanto non cessava di avviar soldati, armi e munizioni verso la Savoia e nella contea di Nizza, parti del suo reame solite a sentir le prime percosse dell'armi franzesi, e donde, se la guerra dal canto suo fosse amministrata con prospero successo, poteva penetrar facilmente nelle viscere delle province più popolose e più opime della Francia. Nè contento alle dimostrazioni, ardeva di desiderio di venirne prestamente alle mani, persuadendosi che le soldatesche franzesi, come nuove e indisciplinate, non avrebbero osato, non che altro, mostrar il viso a' suoi prediletti soldati. Ma o che l'Austria e la Prussia abbiano creduto di terminar da sè la bisogna, marciando sollecitamente contro Parigi, o che credessero pericoloso pel re di Sardegna lo scoprirsi troppo presto, lo avevano persuaso a temporeggiare fino a tanto che si fosse veduto a che termine inclinasse la guerra sulle sponde della Marna e della Senna.
La subitezza di Vittorio Amedeo e la lega dei re contro la Francia diedero non poco a pensare al senato veneziano, e lo confermarono vieppiù nella risoluzione presa di non pendere da nissun lato, quantunque la corte di Napoli gli facesse frequenti e vivissime istanze, affinchè aderisse alla lega italica. Ma prevedendo le ostilità vicine anche dallaparte d'Italia, il che gli dava sospetto che navi armate di potenze belligeranti potessero entrare nel golfo e turbar i mari, e forse ancora che altri potentati d'Italia, non forti sull'armi navali, gli domandassero aiuti per preservar i lidi dagl'insulti nemici, ordinò che le sue armate, che, ritornate dalla spedizione contro Tunisi, stanziavano nelle acque di Malta e nelle isole del mar Ionico, se ne venissero nell'Adriatico. E veramente essendo stato richiesto poco dopo dai ministri cesareo e di Toscana che mandasse navi per proteggere Livorno ed il litorale pontificio, rispose di aver deliberato di osservar la neutralità molto scrupolosamente: la qual deliberazione convenirsegli e per massima di Stato e per interesse dei popoli.
Il re di Napoli, stimolato continuamente dalla regina e dal debito del sangue verso i reali di Francia, andava affortificandosi coll'armi navali e terrestri; ma non si confidava di scoprirsi apertamente, perchè sapeva che una forte armata franzese era pronta a salpare dal porto di Tolone; nè era bastante da sè a difendersi dagli assalti di lei, nè appariva alcun vicino soccorso d'Inghilterra, non essendosi ancora il re Giorgio chiarito del tutto, se dovesse continuar nella neutralità o congiunger le sue armi con quelle dei confederati. Perciò se ne giva temporeggiando con gli accidenti. Solo si apparecchiava a poter prorompere con frutto in aperta guerra quando fosse venuto il tempo, e teneva più che poteva le sue pratiche segrete.
Il granduca di Toscana, principe savio, stava in non poca apprensione pei traffici di Livorno; però schivava con molta gelosia di dar occasione di tirare a sè la tempesta, che già desolava i paesi lontani e minacciava i vicini.
Il papa non poteva soffrire indifferentemente le novità di Francia in materia religiosa. Ma l'assemblea costituente, astutamente procedendo, ed andando a versi alla natura di lui alta egenerosa, protestava volersene star sempre unita col sommo pontefice, come capo della Chiesa cattolica, in quanto spetta alle materie spirituali. Chiamavanlo padre comune, lo salutavano vicario di Dio in terra. Queste scaltre lusinghe venute da un'assemblea di cui parlava e per cui temeva tutto il mondo, avevano molta efficacia sulla mente del pontefice, e già si lasciava mitigare. Ma succedette all'assemblea costituente, la quale, benchè proceduta più oltre che non si conveniva, aveva nondimeno mostrato qualche temperanza, l'assemblea legislativa ed il consesso nazionale, che, disordinatamente usando la potestà loro, diedero senza freno in ogni sorta di enormità. Pio VI, risentitosi di nuovo gravissimamente, fulminò interdetti contro gli autori delle innovazioni, e condannò sdegnosamente le dottrine dei novatori circa le materie religiose. Allora fu tentato dallo imperadore d'Alemagna e dai principi d'Italia che seguitavano le sue parti. Nè fu vana l'opera loro; perchè il pontefice, parendogli che alla verità impugnata della religione, alla necessità contraddetta delle discipline, ed alla dignità offesa della Sedia apostolica fosse congiunta la sicurezza dei principi e la protezione degli afflitti, ministerio vero e prediletto del successore di Cristo, prestò orecchio alle nuove insinuazioni, ed entrò volentieri nella lega offensiva contro la Francia.
La repubblica di Genova fu poco tentata dagli alleati o per disegni che si facevano sopra di lei, o perchè la credevano troppo dipendente o troppo vicina della Francia. Dimostrossi neutrale con un gran benefizio dei sudditi, che, tutti intenti al commercio di mare con la Francia, navigavano sicuramente nelle acque della riviera di ponente.
Così erano in Italia nel corso del presente anno timori universali; armi potenti ed aperte con un'accesa voglia di combattere in Piemonte; preparamenti occulti in Napoli; desiderio di neutralità in Toscana; armi poche ed animo guerrieroin Roma; neutralità dichiarata nelle due repubbliche. Queste erano le disposizioni dei governi; ma varii si dimostravano gli umori dei popoli. In Piemonte per la vicinanza le nuove dottrine si erano introdotte, e quantunque non pochi per le enormezze di Francia si fossero ritirati, alcuni ancora vi perseveravano. In Milano le novità avevano posto radice, ma molto rimessamente, siccome in terreno molle e dilettoso. In Venezia, per l'indole molto ingentilita dei popoli, gli atroci fatti avevano destato uno sdegno grandissimo, e poco si temevano gli effetti dell'esempio, massime con quel tribunale degl'inquisitori di Stato, quantunque fosse divenuto più terribile di nome che di fatto. Gli Schiavoni ancora servivano di scudo, siccome gente aliena dalle nuove opinioni, e fedelissima alla repubblica. In Napoli covava gran fuoco sotto poca cenere, perchè le opinioni nuove vi si erano molto distese e il cielo vi fa gli uomini eccessivi. In Roma, fra preti che intendevano alle faccende ecclesiastiche, ed un numero esorbitante di servitori che a tutt'altro pensavano che a quello che gli altri temevano, si poteva vivere a sicurtà. In Toscana, provincia dove sono i cervelli sottili e gli animi ingentiliti, poco si stimavano i nuovi aforismi, e la felicità del vivere vi faceva odiar le mutazioni. In Genova poi erano molti e fortemente risentiti gli umori; ma siccome vi si lasciavano sfogare poco erano da temersi, ed i rivolgimenti non fanno per chi vive sul commercio.
La Francia intanto venuta in preda ad uomini senza freno e senza consiglio, vedendo la piena che le veniva addosso, volle accoppiare all'armi le lusinghevoli promesse e le disordinate opinioni. Però i suoi agenti sì pubblici che segreti riempivano l'Italia della fedeltà del governo loro e delle beatitudini della libertà. Affermavano non voler la Francia ingerirsi nei governi altrui; voler esser fedele coi fedeli, rispettare chi rispettava. Queste erano le parole, ma i fatti avevano altro suono; imperciocchè e cercavano di stillarele nuove massime nell'animo dei sudditi con rigiri segreti, mostravano loro il modo di unirsi, loro promettevano aiuti di consiglio, di denaro e di potenza, e, tentando ogni modo ed ogni via, si sforzavano di scemar la forza dei governi, con torre loro il fondamento della fedeltà dei sudditi.
Chi raccontasse ciò che allegavano le due contrarie parti, quantunque dicesse cose enormi, ma non tali che di più enormi ancora non se ne facessero, farebbe vedere quanto sieno intemperanti gli uomini quando sono mossi da passioni politiche; imperciocchè l'una parte errava per aver portato troppo oltre le riforme, l'altra per averle fatte degenerare in eccessi enormi pel contrasto da loro fatto anche alle più utili e giuste; gli uni per aver posto le mani nel sangue, gli altri per volervele porre. In mezzo a tutto, le parole dei novatori avevano più forza sull'animo dei popoli che quelle dei loro avversarii, perchè i popoli sono sempre cupidi di novità; poi coloro che si cuoprono col velame del ben comune, hanno più efficacia di quelli che pretendono i privilegii. Laonde l'Europa era piena di spaventi, e si temevano funesti incendii per ogni parte.
Intanto, essendo accesa la guerra fra l'Austria e la Francia, l'una e l'altra di queste potenze applicavano l'animo alle cose d'Italia; la prima per conservare quello che vi possedeva, la seconda per acquistarsi quello che non possedeva, od almeno per potervi sicuramente avere il passo, col fine di andar a ferire sul fianco il suo nemico.
Dall'altro lato, il governo di Francia aveva spedito agenti segreti e palesi per domandare, parte con minaccie, parte con preghiere, ai governi d'Italia o lega o passo o neutralità. Fra gli altri Ugo di Semonville fu destinato ad andare a specular lo cose in Piemonte ed a tentar l'animo del re, affinchè negli accidenti gravi che si preparavano si dimostrasse favorevole alla Francia. Aveva carico di proporre aVittorio Amedeo di collegarsi con la Francia e di dare il passo agli eserciti franzesi perchè andassero ad assaltare la Lombardia Austriaca; con ciò la Francia gli guarentirebbe i suoi Stati, raffrenerebbe gli spiriti turbolenti in Piemonte ed in Savoia, cederebbe in potestà di lui quanto si sarebbe conquistato con l'armi comuni in Italia contro l'imperadore. Il re si era risoluto a non udire le proposte, sì perchè temeva, nè senza ragione, d'insidie, sì perchè la sua congiunzione con l'Austria già era troppo oltre trascorsa. Infatti già calavano Tedeschi dal Tirolo, e s'incamminavano a gran passo verso il Piemonte. Il perchè, giunto essendo Semonville ad Alessandria, fu spedito ordine al conte Solaro governatore che nol lasciasse procedere più oltre, anzi gl'intimasse di tornarsene fuori degli Stati del re, usando però col ministro franzese tutti quei termini di complimento che meglio sapesse immaginare. Solaro, uomo assai cortese ed atto a tutte le cose onorate, eseguì prudentemente gli ordini avuti. Tornossene Semonville a Genova.
Il fatto fu gravissimamente sentito a Parigi. Il giorno 15 settembre di questo anno, Dumourier, ministro degli affari esteri, favellando molto risentitamente al consesso nazionale del governo di Piemonte, e lamentandosi con apposito discorso dell'affronto fatto alla Francia nella persona del suo ambasciatore in Alessandria, concluse doversi dichiarar la guerra al re di Sardegna. Quivi levossi un rumore grandissimo; chè le parole di despota, di tiranno, di nemico del genere umano andarono al colmo. In somma fu chiarita solennemente la guerra tra la Francia e la Sardegna.
Di già il giorno 10 dello stesso mese il consiglio esecutivo provvisorio aveva spedito ordine al generale Montesquiou, cupo dell'esercito, che raccolto nell'alto Delfinato minacciava la Savoia, di assaltar questa provincia, e cacciate l'armi piemontesi oltremonti, di usare quelle maggiori occasioni che gli si offrirebbero.Questo fu il primo principio di tutti quei mali che patì Italia per tanti anni, e che empierono tutto il corpo suo di ferite che non si potranno così facilmente sanare.
Il re di Sardegna, come prima fu incominciata la guerra tra la Francia e le potenze confederate di Germania, aveva con grandi speranze fatto notabili apparecchi in Savoia e nella contea di Nizza. Ma le vittorie dei Franzesi nella Sciampagna cambiarono le condizioni della guerra, ed il re, invece di conquistare i paesi d'altri, dovette pensare a difendere i proprii. Erano le sue condizioni assai peggiori di quelle dei Franzesi; poichè nei due paesi contigui in cui si doveva far la guerra, la Savoia parteggiava pei Franzesi, il Delfinato non solo non parteggiava pei Piemontesi, ma loro era anche nimicissimo; che anzi questa provincia si era mostrata molto propensa alle mutazioni che si erano fatte e si facevano; sicchè i Franzesi avevano favore andando avanti, sicurezza andando indietro; il contrario accadeva ai Piemontesi.
Non ostante tutto questo, i capi che governavano le cose del re di Savoia, se ne vivevano con molta sicurezza. Soli coi fuorusciti franzesi che loro stavano continuamente intorno, non vedevano ciò che era chiaro a tutto il mondo: improvvidi, che non conobbero che male con le ire e con la imprudenza si reggono i casi umani.
Il cavaliere di Colegno, comandante di Ciamberì, oltre la sua credulità verso i fuorusciti e verso un generale di Francia che, per ispiare, il veniva a trovare in abito e sotto nome di prete irlandese, con duro governo asperava i popoli, soffio imprudente sur un fuoco che già si accendeva. Assai miglior animo aveva il conte Perrone, governator generale della Savoia, ma in mezzo a tanti sfrenati non aveva quell'autorità e quel credito che in sì pericoloso accidente si richiedevano; ed anch'egli dava fede alle novelle del prete irlandese. Il cavaliere di Lazarigovernava l'esercito; capitano certamente poco atto a sostenere le guerre vive dei Franzesi.
Adunque, tali essendo le condizioni della Savoia, nel mese di settembre si aperse la via alle future calamità. I capi dell'esercito, vivendo sempre nella solita sicurezza, nè potendo credere sì vicino un assalto, invece di allogar le truppe in pochi luoghi, ma forti, ed ai passi, le avevano sparse qua e là senza alcun utile disegno, talmente che ed erano inabili al resistere al nemico ovunque si appresentasse, ed incapaci a rannodarsi subitamente dove gli assaltasse.
Il prete irlandese stava loro a' fianchi, e raccontava loro le più gran novelle dei mondo, ed ei se le credevano. I fuorusciti franzesi, che pure incominciavano a temere, dimandarono se vi fosse pericolo; risposero del no; e mordevano il conte Bottone di Castellamonte, il quale, essendo intendente generale della Savoia, da quell'uomo fine e perspicace ch'egli era, avendo bene penetrate le cose, aveva domandato soldati al governatore per iscorta al tesoro che voleva far partire alla volta del Piemonte. Certo impossibil cosa era il difendere la Savoia, massime dopo le disgrazie de' confederati; non istanziavano in questa provincia più di nove in dieci mila soldati; ma siccome erano buoni, così, se fossero stati retti da capitani pratici, e posti ai passi opportuni, avrebbero almeno fatto una difesa onorata e ritardato l'impeto del nemico. Ma agli sparsi mancò l'ordine; il riunirli fu impossibile in accidente tanto improvviso.
Intanto il generale Montesquiou, avuto comandamento d'incominciar la guerra, dal campo di Cessieux, dove alloggiava con l'esercito raccolto, in cui si noveravano circa quindici mila combattenti, gente se non molto disciplinata, certo molto ardente, andò a porsi agli Abresti, donde spedì ordine al generale Anselmo, che, passato il Varo, assaltasse nel tempo medesimo la contea di Nizza, presidiata da genti poco numerose, cheobbedivano al conte Pinto. Queste mosse doveva anche aiutare dalla parte del mare il contrammiraglio Truguet, il quale, partito da Tolone con un'armata di undici legni de' più grossi ed alcuni più sottili, e due mila soldati di sopraccollo, se ne giva correndo le acque di Villafranca sino al golfo di Juan, pronto a sbarcar le genti ovunque l'opportunità si fosse scoperta.
Montesquiou, lasciati prestamente gli Abresti, se ne venne con tutto l'esercito a posarsi al forte di Barraux vicino a due miglia dalle frontiere della Savoia, donde disegnava di dar principio alla guerra. Era suo pensiero di assaltare col grosso dell'esercito Chapareillan, o Sanparelliano, che si voglia dire, ed il castello delle Marcie, per poscia camminar velocemente alla volta di Ciamberì. Nel medesimo tempo, per tagliar il ritorno al nemico, spediva due grosse bande, delle quali una, radendo la riva sinistra del fiume Isero, doveva chiudere il passo di Monmeliano, e l'altra dal Borgo d'Oisans, valicando gli aspri monti che dividono la valle della Romanza da quella dell'Arco, serrare al tutto la strada della Morienna; nel qual caso tutto l'esercito piemontese sarebbe stato o preso ai passi, o poca parte se ne sarebbe potuta salvare per le strade aspre e difficili della Tarantasia. Se non che, una piena improvvisa dell'Isero, che, rotti i ponti, non permise il passo, e la quantità delle nevi cadute molto per tempo sugli altissimi monti del Galibiero, resero senza effetto queste due ultime fazioni.
I Piemontesi, svegliati finalmente dal suono dell'armi franzesi, tentarono di fortificarsi con artiglierie presso Sanparelliono agli abissi di Mians, donde tempestare pensavano di traverso con palle sul passo per mezzo d'artiglierie poste sul castello delle Marcie. Ma a questo non ebbero tempo; le artiglierie non erano ancora ai luoghi loro, quando la notte del 21 settembre, tirando venti orribili, e cadendo una grossissima pioggia,il generale Laroque, a ciò destinato dal generale Rossi, partito con grandissimo silenzio dal campo di Barraux, se ne marciò contro Sanparelliano con una forte schiera. E come disegnava, così gli riuscì di fare; s'impadronì in mezzo a quella oscurità improvvisamente della terra, e, se non fosse stato il tempo sinistro, avrebbe anco presa quella mano di Piemontesi che la difendevano. Ma, avuto a tempo sentore dell'approssimarsi del nemico, si ritirarono a salvamento.
Perduto Sanparelliano con gli abissi di Mians, i capi Piemontesi, privi di consiglio, abbandonarono frettolosamente i castelli delle Marcie, di Bellosguardo, di Aspromonte e la Madonna di Mians. Così le fauci dalla Savoia vennero da quel lato in poter de' Franzesi. Ma Montesquiou, usando celeremente la vittoria, e prevalendosi della rotta del nemico, si spinse avanti dal castello delle Marcie con due brigate di fanteria, una di dragoni e venti bocche da fuoco, alle quali fece tener dietro come retroguardo da due altre brigate di fanteria, una di cavalleria, parimente con molti cannoni. Così tagliò e divise in due l'esercito piemontese; una parte fu costretta a ritirarsi verso Anecì, l'altra verso Monmeliano: gli rimase la strada per Ciamberì, capitale della provincia. Ma già il terrore ne aveva cacciato i regi; e sì grande fu la subitezza dello spavento loro, che i Franzesi, temendo d'insidie, non s'ardirono di entrar incontanente nella città che se ne stette posta in propria balìa alcuni giorni. In sì pericoloso passo non vi fu tumulto, non insulto, non saccheggio di sorte alcuna, tanta è la bontà e la civiltà di quel popolo: vi arrivarono i Franzesi; furonvi accolti con tutte quelle dimostrazioni di allegrezza che portavano le opinioni.
Montesquiou andava molto cauto nello spignersi avanti, perchè non avendo ancora avuto notizia dell'assalto che doveva dare Anselmo a Nizza, e vedendo la celerità incredibile delle genti sarde nelritirarsi, dubitava ch'elleno marciassero velocemente a quella banda per opprimere l'esercito che militava sotto quel generale. Si spargeva ancor voce che i Piemontesi, forti di sito e provveduti di munizioni da guerra e da bocca, si erano fermati alle montagne delle Boge o Bauge, che separano Ciamberì dall'Isero, per ivi fare una testa grossa, e passarvi l'inverno. Però deliberossi di sostare alquanto per ispiar meglio le cose e per aspettare che portassero i tempi dal canto delle Alpi marittime. La rotta de' soldati reali fece cadere in mano de' Franzesi dieci cannoni, quantità grande di polvere, di palle, di casse e d'altri arnesi da guerra, con magazzini pienissimi di foraggi e di vettovaglia.
Dalla parte di Nizza non dimostrarono i capi piemontesi miglior consiglio nè miglior animo che in Savoia. Conciossiachè non così tosto ebbero avviso che Anselmo aveva passato il Varo, fiume che divide i due Stati, la notte del 23 settembre, dandosi precipitosamente alla fuga, abbandonarono la città di Nizza, e già davano mano a votare con grandissima celerità quanto si trovava nel porto di Villafranca. I Franzesi, usando prestamente il favore della fortuna, corsero a Villafranca; e minacciato di dare la scalata, il comandante si diede a discrezione con ducento granatieri, ottimi soldati, ed alcune bande di milizie, lasciando in preda al nemico cento pezzi d'artiglieria grossa, una fregata, una corvetta e tutti i magazzini reali. Così la parte bassa della contea di Nizza venne in poter dei Franzesi con incredibile celerità e facilità. Solo si teneva ancora pel re il forte di Montalbano, ma poco stante si arrese ancora esso a patti. A queste vittorie contribuì non poco l'ammiraglio Truguet con la sua armata, che, dando diversi riguardi ai Piemontesi, gli teneva in sospetto d'assalti da ogni banda, e loro fece precipitar il consiglio di ritirarsi dal littorale.
Anselmo, avuta Nizza, Villafranca eMontalbano, si spinse avanti per la valle di Roia, e non fece fine al perseguitare se non quando arrivò a fronte di Saorgio, fortissimo castello che chiude il passo da quelle parti, ed è come un antemurale del colle di Tenda. Ma, alcuni giorni dopo, le genti piemontesi, avuto un rinforzo d'un grosso corpo di Austriaci, ed assaltato con molto impeto il posto di Sospello, se ne impadronirono. Nè molto tempo vi dimorarono, perchè, ritornato Anselmo col grosso di tutto l'esercito, se lo riprese, e di nuovo Saorgio divenne l'estremo confine dei combattenti.
Queste spedizioni dei Franzesi nella provincia di Nizza costarono poco sangue; perchè la ritirata dell'esercito sardo fu tanto presta, che non successero che poche e leggieri avvisaglie; nè i conquistatori si scostarono dai termini della umanità e della moderazione. Assai diverso da questo fu il destino dell'infelice Oneglia; poichè, accostatasi l'armata del Truguet a quel lido, e mandato avanti un palischermo per negoziare, gli furon tirate le schioppettate, per le quali furono uccisi o feriti parecchi, caso veramente deplorabile, e non mai abbastanza da biasimarsi. Però l'armata franzese, accostatasi vieppiù, e schieratasi più opportunamente che potè; cominciò a trarre furiosamente contro la città. Quando poi, per il fracasso, per la rovina, per le ferite e per le morti, l'ammiraglio credè che lo spavento avesse fatto fuggire i difensori, sbarcò le genti che aveva a bordo, le quali, unite ai marinai, s'impadronirono della città, e la posero miserabilmente a sangue, a sacco ed a fuoco. Questa fu mera vendetta dei violati messaggieri di pace: Oneglia, luogo di poco profitto, fu dai Franzesi abbandonata, e l'armata loro, toccata Savona, e posatasi alquanto nel porto di Genova, se ne tornò poco tempo dopo a Tolone.
Essendosi oramai tanto avanzata la stagione che non si potea guerreggiare se non con molto disagio, si posarono dalle due parti l'armi tutto l'inverno,attendendo a far apparecchi più che potevano gagliardi per tornar sulla guerra con frutto tosto che il tempo s'intiepidisse. In mezzo a questo silenzio dell'armi nulla decorse che sia degno di memoria, se non la differenza del procedere dei Savoiardi e de' Nizzardi verso i Franzesi, avendo i primi mostrato molta inclinazione per loro e desiderio di accomodarsi alle foggie del nuovo governo: al contrario, i secondi fecero pruova di molta avversione e di volersene rimanere nei termini del governo antico.
Pervenuta a notizia di Montesquiou la conquista di Nizza, si mise in sul voler cacciar del tutto le genti sarde dalla Savoia. A questo fine ordinò a Rossi che, cacciandosi avanti le truppe del re, le spingesse fino al Cenisio per la Morienna, ed a Casabianca fino al piccolo San Bernardo per la Tarantasia: il che eseguirono con grandissima celerità, e quasi senza contrasto da parte del nemico. Anzi è da credere che se Montesquiou, invece di soprastarsi, come fece, per aspettar le nuove di Nizza, fosse dopo la conquista di Ciamberì camminato con la medesima celerità, si sarebbe facilmente impadronito di queste due sommità delle Alpi con grande suo vantaggio, e con maggiore speranza di andar a ferire, alla stagione prossima, il cuore stesso del Piemonte, tanta era la confusione delle genti regie. Aix, Annecì, Rumillì, Carouge, Bonneville, Tonon e le altre terre della Savoia settentrionale, abbandonate dai vinti, riconobbero l'imperio dei vincitori. Così questa provincia venne tutta in potestà dei Francesi. La quale possessione per quell'inverno fu loro assicurata dalle nevi strabocchevolmente cadute sui monti, le quali indussero da questa banda la medesima cessazione dall'armi, ed anche più compiuta, che era prevalsa nelle Alpi marittime.
In cotal modo un paese pieno di siti forti, di passi difficili, di torrenti precipitosi, fu perduto pel re di Sardegna, senza che nella difesa del medesimo si sia mostratoconsiglio o valore. Del qual doloroso caso si deve imputar in parte il re medesimo, per aversi voluto scoprire, a cagione de' suoi pensieri tanto accesi alla guerra, molto innanzi che gli aiuti austriaci arrivassero in forza sufficiente e per aver dato il più delle volte i gradi militari a coloro che più miravano a comparire, che ad informarsi dell'arte difficile della guerra. Certamente error grande fu quel di Vittorio di metter l'abito militare ad ogni giovane cadetto che si appresentasse, e di mandarli sulle prime alla guerra, come se l'arte della guerra ed il rumor dei cannoni non fossero cose da far sudare e tremare anche i soldati vecchi. I nobili poi ci ebbero più colpa del re, pel disprezzo, non saprebbesi se dire ridicolo od assurdo, in cui tenevano i Franzesi. Pure fra di loro non pochi erano che, modesti e valorosi uomini essendo, detestavano i male avvisati consigli, e sentivano sdegno grandissimo della vergogna presente.
La rotta di Savoia, già sì grave in sè stessa, fu anche accompagnata da accidenti parte terribili, parte lagrimevoli. Pioggie smisurate, strade sprofondate, carri rotti, soldati alla sfilata parte armati, parte no, gente fuggiasca di ogni grado, di ogni sesso e di ogni età, terribili apparenze e di cielo e di uomini e di terra. Ma fra tutti movevano compassione grandissima i fuorusciti franzesi, i quali, confidandosi nelle parole dei capitani regi, eransi soprastati a Ciamberì fino agli estremi, ed ora cacciati dalla veloce furia che loro veniva dietro, non potevano nè stare senza pericolo; nè fuggire con frutto, imperciocchè a chi mancava il danaro per povertà, a chi la forza per infermità, a chi le bestie ed i carri per trasferirsi, perchè non se ne trovavano per prestatura nè amichevole nè mercenaria, ed in tanto scompiglio era venuto meno il consiglio di prevedere e di provvedere. Spettacolo miserando era quello che si vedeva per le strade che portano a Ginevra ed a Torino, tutte ingombre di gente cadutada alti gradi in un abisso di miseria. Erano misti i padri coi figliuoli, le madri con le figliuole, i vecchi con i giovani, e fanciulle tenerissime ridotte fra i sassi e il fango a seguitar i parenti loro caduti in sì bassa fortuna. Vi erano vecchi infermi, donne gravide, madri lattanti e portanti al petto le creature loro certamente non nate a tal destino. Nè si desiderò la virtù o la carità umana in sì estremo caso perchè furono viste spose, figliuoli, fratelli, servidori non proscritti voler seguitare nelle terre strane, anche a malgrado dei parenti e padroni loro, gli sposi, i padri, i fratelli ed i padroni, posponendo così la dolcezza dell'aere natìo alla dolcezza del ben amare e del ben servire: secolo veramente singolare, che mostrò quanto possono fra l'umana generazione la virtù ed il vizio, l'una e l'altro estremi. Ma se era il viaggiar crudele, non era miglior lo starsi; alberghi pieni o niuni in quelle rocche, bisognava pernottar al cielo, e il cielo era sdegnato, e mandava diluvii di pioggie. A questo, soldati commisti che fuggivano sbanditi, armi sparse qua e là, un tramestio d'uomini sconsigliati, un calpestio di bestie, un rumor di carrette, un furore, un dolore, una confusione, un fremito, aggiungevano grandissimo terrore e grandissima miseria. Quanti si sono visti cresciuti ed allevati in tutte le dolcezze di Parigi, ora non trovar manco quel ristoro che a gente nata in umil luogo abbonda nel corso ordinario della vita! Quanti gravi magistrati, dopo avere ministrato la giustizia nei primi tribunali del nobilissimo reame di Francia e vissuto una vita integerrima, ora travagliosamente incamminarsi ad un esiglio, di cui non potevano prevedere nè il modo nè il fine! Quante nobili donne, che pochi mesi prima speravano di dar eredi a ricchissimi casati nei palazzi dei maggiori loro, ora vicine a partorire, fra lo squallore di tetti abbietti ed alieni, a padri venuti in povertà figli più poveri ancora! Quante fanciulle, richieste prima da principi, non sapere ora nè a qual rifiutoandassero nè a qual consenso! Quanti capitani valorosi ed invecchiati nella milizia, ora che per la fralezza dei corpi loro avevano più bisogno del riposo e dello stato, mancati il riposo e lo stato, raminghi sotto cielo straniero, cacciati correr da quei soldati medesimi, ai quali avevano e l'onore ed il valore insegnato! Erano le strade, per donde passavano, piene di gente instupidita a sì miserabile caso, ed intenerita a tanta disgrazia. E spesso trovarono sotto gli umili tugurii più ristoro e più consolazione che non s'aspettavano. Così per molti dì e molte notti su per le vie di Ginevra e di Torino la tristissima comitiva mostrò quanto possa questa cieca fortuna nel precipitare in fondo chi più se ne stava in cima. Eppure in mezzo a tanto lutto la natura franzese era tuttavia consentanea a sè medesima. Imperciocchè uscivano dagli esuli non di rado e canti e risi e piacevolezze tali, che pareva piuttosto che a festa andassero, che a più lontano esiglio. Vedevansi altresì uomini gravissimi o galoppanti sulla fangosa terra, o dentro o dietro le carrozze stanti, recarsi con le cappellature acconce, e con croci e con nastri, e con altri segni dell'andata fortuna: tanto è tenace ciò che la natura dà che la sciagura non lo toglie! Ma giunti i miseri fuorusciti in Ginevra ed in Torino, non si può spiegare quanto fosse il dire, il guardare ed il pensare degli uomini. Grandi cose aveva rapportato la fama di Francia; ma ora ai più pareva che il fatto fosse maggior del detto; chi andava considerando quel che potesse fare una nazione furibonda che usciva dai proprii confini; che il valore de' suoi soldati, e chi la contagione delle sue dottrine sostenute da tanta forza. Chi pensava alla vanità di coloro che l'avevano predicata vinta, e chi all'imprudenza di coloro che l'avevano provocata potente. Meglio sclamavano fora stato il lasciarla lacerare da sè stessa, che il riunirla con le minaccie; meglio ammansarla, che irritarla: tutti poi affermavano esser venuti tempi pericolosissimi,essere minacciata Elvezia; essere minacciata Italia; già già titubare la società umana in Europa.
A Torino tutti questi discorsi si facevano, ed altri ancor più gravi. Intanto gli esuli facevano pietà, e con la pietà nasceva il terrore. Tutta la città era contristata e piena di pensieri funesti. Ma tanta era la fermezza della fede dei Piemontesi nel loro re, che pochi pensavano a novità; alcuni desideravano qualche riforma nel reggimento civile e politico dello Stato; tutti volevano la conservazione della monarchia, ed i peggiori tratti che si udivano contro il governo, più miravano ad ammenda che a satira.
Il governo mosso da accidente tanto improvviso e tanto pericoloso, poichè cominciaronsi a sgombrare i primi timori, andava maturamente pensando a quello che fosse a farsi. Il cantone di Berna fu richiesto d'aiuto, ma senza frutto; l'Austria fu richiesta ancor essa, e con frutto. Laonde reggimenti tedeschi arrivarono a gran giornate dalla Lombardia in Piemonte, e s'inviavano prestamente alle frontiere, massime verso il colle di Tenda. Addomandossi denaro in presto a Venezia, che ricusò, fondandosi sulla neutralità. Si spedirono corrieri per rappresentare il caso in Inghilterra, in Prussia ed in Russia. Allegavasi essere il re solo guardiano d'Italia: se si rompesse quell'argine, non sapersi dove avesse a distendersi quell'enorme piena; starsi di buon animo il re, ma ove mancavano le forze proprie, abbisognar gli aiuti altrui. Cercavasi anche di scusare le rotte di Nizza e di Savoia, con dire che quei passi non erano difendevoli se non con grossi eserciti; le forze che s'erano inviate essere state sufficienti non solo per difendere, ma ancora per offendere, senza le disgrazie di Sciampagna; dopo queste non poter più bastare nè anco a difendere; per verità: essere stata troppo presta, ed anche disordinata, la ritirata; ma doversi attribuire alla imprudenza di chi comandava; essere i soldati buoni e fedeli, parato Vittorioa non mancare a sè medesimo nè alla lega; solo richiedere che, come egli era l'antiguardo, così non fosse lasciato senza retroguardo; e siccome egli era esposto il primo alle percosse del nemico comune, così lo potesse fronteggiare con gli aiuti comuni.
Tutte queste cose rappresentate con parole appropriate avevano gran peso. Ma la Prussia, quantunque perseverasse nell'alleanza, cominciava a pensare a' casi suoi, siccome quella che, essendo lontana dalla voragine, aveva minori cagioni di temere. Bensì l'Austria, che già ardeva ne' suoi proprii Stati, per preservare il resto, procedeva con sincerità, e si risolveva a mandar soccorsi gagliardi in Piemonte. L'Inghilterra, che aveva serbato certa sembianza di neutralità sino alla morte di Luigi XVI (21 gennaio 1793), dopo questa orrenda catastrofe s'era scoperta del tutto, e licenziato da Londra Chauvelin, ministro plenipotenziario di Francia, si preparava alla guerra. Però diede buone speranze al re promettendo denari ed efficace cooperazione con le sue armate sulle coste del Mediterraneo. Intanto in Piemonte si compivano i numeri delle compagnie, si ordinava la milizia, si creavano nuovi luoghi di monti, si gettavano nuovi biglietti di credito, si coniavano monete che scapitavano più della metà del valor loro edittale, pessimo, ma non sempre evitabile rimedio dei mali. Nel punto medesimo si provvedevano le fortezze poste ai passi dell'Alpi con ogni genere di munizioni, e si affortificavano le cime del Cenisio e del piccolo San Bernardo. Con questo, usando dell'opportunità della stagione, che andò freddissima, e fatti tutti i preparamenti necessarii, si aspettava con incredibile ansietà da tutti qual fosse per essere al tempo nuovo l'esito delle battaglie, dalle quali dipendeva il destino d'Italia e del mondo.