MDCCXCIII

MDCCXCIIIAnno diCristoMDCCXCIII. Indiz.XI.PioVI papa 19.FrancescoII imperadore 2.La ritirata così subita delle genti regie dalla Savoia e dal contado di Nizza, e la cacciata a forza degli eserciti tedeschi dalle terre franzesi verso il Reno, diedero molto a pensare agli alleati. Tra per questo e l'andar sempre più crescendo a cagione delle vittorie e di più feroci istigamenti l'appetito delle cose nuove e la furia delle menti in Francia, eglino s'accorsero che assai più dura impresa si avevano per le mani di quanto avevano a sè medesimi persuaso. Bande tumultuarie ed indisciplinate, come le chiamavano, avevano vinto eserciti floridissimi; capitani di poco o nissun nome avevano superato per arte militare generali che erano in voce de' primi per tutte le contrade dell'Europa. Coloro ancora, i quali si erano concetto nell'animo di piantar facilmente le insegne della lega sulle mura di Parigi e di Lione, a mala pena potevano difendere i dominii proprii dagli assalti di un nemico poco prima disprezzato ed ora vittorioso ed insultante.Ciò nondimeno i confederati non vollero ristarsi, sperando che, coll'andar più cauto, poichè si era conosciuto di quanto fosse capace quella furia franzese, e coll'accrescer le proprie forze e con l'unione di aliene, si potesse mutar la fortuna e compensar le perdite passate coi guadagni avvenire. Tal è la costanza delle menti tedesche che più e meglio ancora che l'impeto le fa riuscire ad onorate imprese. L'Austria ed il Piemonte, siccome più vicini al pericolo, procedevano con animo più sincero della Prussia, la cui congiunzione con la lega già forse incominciava a vacillare. L'Austria massimamente applicava i pensieri alla preservazione de' suoi Stati in Italia, ai quali già si era avvicinata la tempesta, e che sono parte tanto principale della sua potenza.Perlochè si preparavano con molta diligenza tutte le provvisioni necessarie alla guerra, tanto negli Stati austriaci quanto nel Piemonte, e si tentava ogni rimedio per impedire la passata de' Franzesi. Perchè poi i popoli provocati da quelle lusinghevoli parole di libertà e di uguaglianza, non solamente non si congiungessero con coloro che procuravano la turbazione d'Italia, e non facessero novità, ma ancora sopportassero di buona voglia tutto quell'apparato guerriero, e non si ristessero a tanto romor d'armi, usavansi i mezzi di persuasione. Il più potente era la religione: spargevansi sinistre voci: essere i Franzesi nimici di Dio e degli uomini, conculcare la religione, profanare i templi, perseguitare i sacerdoti, schernire i santi riti, contaminare i sacri arredi, e, facendo d'ogni erba fascio, proteggere gl'increduli ed uccidere i credenti. I vescovi, i preti, i frati intendevano accesamente a queste persuasioni; se ne accendevano mirabilmente gli animi del volgo.Parte essenziale de' disegni della lega erano le deliberazioni del senato veneto. L'imperadore, conghietturando che il terrore cagionato dall'invasione di Savoia e di Nizza, e quell'insistere così vicino sulle frontiere del Piemonte d'un nemico audace, e che mostrava tanta inclinazione alle cose d'Italia, avessero mosso e disposto il senato a piegarsi alla sua volontà, aveva con efficacissime parole dimostrato che era oramai tempo di non più provvedere con consigli separati, e di pensare di comune accordo alla salute comune. Rappresentavagli, non isperasse preservare lo Stato, se quel diluvio di gente sfrenata, valicati i monti, inondasse Italia; voler fare, e per sè e per gli sforzi contemporanei del suo generoso alleato il re di Sardegna, quanto fosse in potestà sua per allontanare da quel felice paese tanta calamità; ma esser feroci i Franzesi, e gli eventi di guerra incerti; vano pensiero essere il credere che chi fa spregio dell'umanità e conculca ognilegge divina ed umana rispetti la neutralità; disprezzare i Franzesi la neutralità, ed amar meglio un nemico aperto che un amico dubbioso; avere egualmente in odio le aristocrazie che le monarchie, ed il prestar fede alle protestazioni amichevoli loro essere un volersi ingannare da per sè stesso. E dopo molte e molte convincentissime ragioni e dimostrazioni: Questo è, aggiunse l'imperadore, l'estremo de' tempi; il sorger di tutti solo poter essere la salute di tutti; il mancar di un solo, la rovina di tutti. Pensasse adunque il senato e maturamente considerasse la necessità de' tempi, l'infedeltà della Francia, la fede della Germania, la lega proposta, gli aiuti offerti, e l'avvenire, che già già incalzava e premeva, o felice o funestissimo per sempre.Il senato veneto, che per la sua prudenza sempre seppe bene conoscere i tempi, ora male misurandoli, e volendo applicare ad un male nuovo rimedii antichi, rispose che la repubblica, sempre moderata e temperante, voleva esser amica a tutti, nemica a nissuno; che tale mansueto procedere era sempre stato a grado di tutti i principi, e sperava dover essere per l'avvenire, massime nella presente controversia tanto piena di difficoltà e d'incertezza; che, quanto a' sudditi, non aveva timore alcuno di novità, stante che conosceva e la fede loro e la vigilanza de' magistrati; che ammirava bene la costanza dello imperadore e de' suoi alleati in un affare di tanto pericolo, ma che finalmente si persuadeva che Sua maestà imperiale, considerando bene, secondo la prudenza sua la natura del governo veneto, avrebbe conosciuto non dovere lui allontanarsi da quella moderazione che l'aveva preservato salvo per tanti secoli; ricever somma molestia di non poter deliberare altrimenti; esser parata la repubblica a dar il passo alle genti tedesche, a sovvenir i confederati di quanto potesse consistere con la neutralità; ma procedere più oltre, e soprattutto implicarsi in guerre con altri, noncomportar la fede, la costanza e la consuetudine della repubblica.Ma, moltiplicando sempre più gli avvisi de' progressi fatti da' Franzesi nel ducato di Savoia e nel contado di Nizza, fu ben necessario il pensare a provveder quello che la stagione richiedeva; e se non si voleva impugnar l'armi per fare una guerra estrema, bisognava bene considerare quanto fosse a farsi per preservare la repubblica dagli assalti forestieri e da' tumulti cittadini.Per la qual cosa, convocato straordinariamente il senato, vi si pose in consulta quali fossero i provvedimenti da farsi per conservare salva la repubblica nell'imminente pericolo dell'invasione dei Franzesi in Italia. Francesco Pesaro, procurator di San Marco, uomo, il quale, e per sè e pel seguito della sua famiglia, era in grandissima fede appresso ai Veneziani, e di cui sarà spesso fatta menzione in questi Annali, dal suo seggio levatosi e stando, ognuno attentissimo a udirlo, parlò con gravissimo discorso in favore della neutralità armata, conchiudendo ..... «io opino che si fornisca l'erario, che si allestisca il navilio, che si levino le cerne, e che alcun polso di Schiavoni sia chiamato a tutelare le cose di terra ferma. A questo io penso che si debba dichiarare alle potenze belligeranti che il senato, costante sempre nel suo procedere pacifico, vuol conservarsi fedele ed amico a tutti, e che i moderati apparecchi d'armi mirano piuttosto e solamente a conservazione di pace che a dimostrazione di guerra.»Grande impressione fecero nella mente del senato le parole gravemente dette dal Pesaro, nelle quali concorrevano amplissimamente tutti i fondamenti che nel deliberare le imprese principalmente considerare si devono. Al contrario, parlò con singolare eloquenza il savio del consiglio Zaccaria Vallaresso per la neutralità disarmata, e la sua orazione fu udita con grande inclinazione dalla più parte dei senatori,soliti a godersi da lungo tempo le dolcezze della pace. Lo stesso Pesaro, quantunque fosse uomo di molta virtù e di svegliati pensieri, si lasciò svolgere dalla eloquenza dell'avversario e venne nella opinione della neutralità disarmata. Però ne fu presa con unanime consenso la deliberazione, solo contraddicendo, come dicesi, il savio di terra ferma Francesco Calbo. Da questa prima cagione sorse la rovina della repubblica, e se per l'oscurità e l'incertezza degli eventi umani non si potrebbe affermare che il consiglio contrario l'avrebbe condotta a salvamento, e se veramente era destinato dai cieli ch'ella perisse, certo è almeno che sarebbe perita onoratamente e con fine degno del suo principio.Le medesime deliberazioni fece la repubblica di Genova per la vicinanza di Francia, per l'integrità de' traffici e pel timore del re di Sardegna. Avevano gli alleati qualche più fondata speranza in Corsica. Erasi ridotto in questa sua antica patria il generale Paoli, richiamatovi dall'assemblea costituente: godevasi quietamente il restituito seggio, quando uomini feroci misero, sotto nome di libertà, ogni cosa a soqquadro in Corsica come l'avevano messa in Francia. Sdegnossene Paoli; sepperlo i confederati. Con lettere e con parole esortatorie lo stimolarono non permettesse che la sua patria fosse preda di uomini sfrenati; si ricordasse del nome suo, avvertisse essere i Franzesi queglino stessi nemici contro i quali aveva sì generosamente combattuto; considerasse avere allora i medesimi voluto opprimere la libertà del suo paese con introdurre uno Stato civile, ora volervi introdurre uno stato disordinato e barbaro; pensare quanto fosse pietoso il liberare da gente crudele popoli che adoravano il glorioso suo nome; desse mano di nuovo a quelle armi generose, esortasse, levassesi, combattesse; essere in pronto nuova gloria, nuova libertà, nuove benedizioni di popoli.Queste insinuazioni già da lungo tempo tentavano l'animo di Paoli, il quale veramente non poteva sopportare lo stato nuovo, ma l'importanza del fatto prima di muoversi era che l'Inghilterra si chiarisse delle sue intenzioni; e di comune consentimento fu deliberato che si aspettasse la guerra dell'Inghilterra, solo intanto si tenessero gli animi disposti.Il re di Sardegna più speciale conforto riceveva, oltre il denaro che gli veniva dalla Gran Bretagna, dall'accessione della Spagna; era evidente che quante forze la Francia avesse mandato alla volta de' monti Pirenei, di tante avrebbe scemato quelle che mandava per le Alpi; sicchè Spagna e Piemonte, quantunque lontani, concorrevano, combattendo, ad un medesimo fine.A tutte queste speranze se ne aggiungeva un'altra assai viva, e quest'era che, presentandosi grossi gli alleati sulle province meridionali della Francia, vi sarebbero nati a favor loro, e contro l'autorità del governo parigino, movimenti d'importanza. L'aspettare che sorgessero novità favorevoli alla lega nelle provincie più vicine alla Spagna ed all'Italia, non era certamente senza fondamento. La soppressione dei traffici, nata a cagion della guerra, vi aveva dato occasione a non poca mala contentezza, e l'enormità commesse a Parigi, operando nelle menti più sane, vi avevano un grandissimo odio concitato contro i commettitori di tanti scandali; ai più feroci poi pareva oggimai troppo lungo che non si desse mano a far sacco e sangue. Questi nuovi pensieri buoni e cattivi massimamente pullulavano in Marsiglia ed in Lione, città grosse, emule a Parigi, ricche per commercio in pace, ed ora povere in guerra, e se il nome del re di Sardegna era molto mal gradito nella prima, era udito con più benigne orecchie nella seconda.Tutte queste disposizioni non s'ignoravano dagli alleati massime per mezzo della corte di Torino che usava un'arte grandissima nello spiare e nello accordarsi segretamente in Savoia ed in Nizzasì coi magistrati che coi capi dell'esercito. Queste trame parte si sapevano, parte si presumevano dai giacobini. Quindi le mutazioni dei capi dell'esercito erano frequenti, e siccome era rotta ed improvvida la natura loro, così spesso punivano gl'innocenti od esultavano i rei. I supplizii poscia e le confische, producendo abbominazione nei popoli, operavano che sempre più quell'avversione che hanno naturalmente i Franzesi contro i forastieri, che vogliono metter mano e piede nelle cose e nelle case loro, si diminuisse, e con essa gli ostacoli alla disegnata invasione; poichè tal era il terror delle mannaie, che i più preponevano la servitù forastiera alla tirannide cittadina. Ordinavano l'imperatore ed il re di Sardegna in tal modo i pensieri della guerra; nuovi reggimenti tedeschi arrivavano in Piemonte; quelli che appartenevano all'armatura leggiera, come Croati, Panduri e simili, s'avviavano alle montagne. Gli squadroni più gravi e la cavalleria stanziavano nelle pianure più vicine. Erano poi siffattamente ordinati, che le truppe piemontesi, come più pratiche dei luoghi, e più snelle di natura, guernivano le Alpi; alle quali, come abbiam detto, s'accostavano le genti leggieri dell'imperatore; mentre le genti grosse austriache, stanziando nei luoghi bassi, contenevano i popoli e si tenevano pronte a marciare ovunque il nemico fosse riuscito a sboccare. Mandò l'imperatore a reggere l'esercito confederato in Piemonte il generale Devins.Era Devins uomo di buona mente, e salito pel valor suo dagl'infimi gradi della milizia fino ai supremi, aveva in ogni occasione mostrato la sua eccellenza nell'arte della guerra.Devesi qui interrompere il filo della narrazione di questi preparamenti e di questi maneggi per raccontare un fatto enorme accaduto in Roma in sull'entrare del presente anno, il dì 13 di gennaio, e che in appresso aggiunse gravezza ai fati papali. Un Basseville, segretario della legazione di Francia, o per imprudenzapropria, come alcuni stimano, nel voler promuovere troppo vivamente le opinioni del tempo, di cui era infatuato, o per un sorgere spontaneo dei Romani a cagione dell'odio che portavano ai repubblicani, come altri credono, fu crudelmente ammazzato a furia di popolo, con alcuni altri individui della medesima nazione. Fu incesa anche nel medesimo fatto parte dei palazzi dell'Accademia di Francia e del console franzese. Quantunque il governo pontificio non vi avesse colpa, e che anzi avesse fatto in quel subito accidente quanto per lui s'era potuto per frenare la rabbia di chi voleva contaminar Roma con un sì grave misfatto, venne tempo in appresso che importava ai repubblicani che glielo imputassero, e da lui alla ferocia del romano governo argomentando, protestavano di volerne fare condegna vendetta.Intanto alcune pratiche segrete s'erano appiccate fra la corte di Torino e gli aderenti al nome regio in Lione ed in Provenza, il cui fine era di accordare i modi che si dovevano usare, perchè i disegni che si macchinavano a benefizio comune avessero la loro esecuzione. E siccome si faceva maggior fondamento sui Lionesi, più centrali di sito, più vicini alla Germania, fonte e nervo principale della guerra, e più tenaci di proposito che i Provenziali, così coi primi massimamente si tenevano questi trattati. Quando i negozii si avvicinavano alla conclusione, il signor di Precy, mandato dai Lionesi, andò egli medesimo nascostamente a Torino per quivi accordarsi su quanto si trattava: l'imperatore ed il re si offerivano parati a secondare i suoi disegni con le forze loro. Intervenne Precy a molte consulte, ed egli e Devins non tardarono d'entrare nella medesima opinione, cioè, che, lasciata una parte dello esercito sulle Alpi marittime, per tener a bada il nemico da quelle parti, il principale sforzo sì di Tedeschi che di Piemontesi si dirizzasse contro la Savoia per quindi marciare a Lione. Certamente disegnonè più conforme agli accidenti nè di più probabile esecuzione non s'era mai concetto di questo; ma il re Vittorio, mosso da un desiderio più generoso che considerato, non vi volle acconsentire. Era egli gravissimamente sdegnato contro i Savoiardi, siccome quelli che avevano accettato con amore i Franzesi, e lui, con quella legione degli Allobrogi ordinata dal medico Doppet, asperavano coi fatti, e più ancora l'asperavano con gli scherni e per l'eccessive cose che dicevano contro di lui; mentre assai diverso era il procedere dei Nizzardi, i quali, più alieni di natura, di mala voglia sopportavano il nuovo imperio, e continuamente infestavano i Franzesi, facendo loro, con bande sparse, tutto quel maggior male che potevano.Queste inclinazioni considerate dal re Vittorio, non volle mai udire con pacato animo che si desse mano a liberare dalla tirannide franzese prima i secondi che i primi. Ogni ora gli pareva mille anni che i suoi fedeli di Nizza non tornassero al grembo suo, mentre per castigo sopportava più volontieri che i popoli di Savoia continuassero a gustare di quanto sapessero i Franzesi, non considerando ch'ei li castigava di quanto essi più desideravano. Devins e Precy interposero grandissima diligenza per persuadere il loro desiderio al re, ma non avendo potuto vincere la sua ostinazione, si fermarono in questo pensiero, che, munite le frontiere della Savoia con truppe sufficienti per frenare il nemico, ed anche per ispingersi più oltre, secondo le occasioni, si assaltasse la contea di Nizza col grosso dell'esercito, come prima il tempo avesse condotto la opportunità di tentar l'impresa.Questa fu la prima origine, questo il seme delle calamità innumerabili e della variazione di quasi tutte le cose che poco dopo seguirono. Devins continuamente si lamentava che il re di Sardegna gli avesse tolta l'occasione di far chiaro il suo nome con una onorata e grande vittoria.Mentre tutte queste cose si sollecitavano per gli alleati, i Franzesi pensavano ai modi di resistere alla piena che veniva loro addosso, e le deliberazioni loro parte miravano la guerra, parte i negoziati, parte le corruttele. Quanto alla guerra, si consigliarono di preporre ai due eserciti, dell'Alpi e d'Italia, un solo generale, acciocchè, per l'unità dei pensieri potesse più efficacemente conseguire il medesimo fine; ed a ciò scelsero un uomo non solo di provato valore, ma ancora di provata fede, Kellerman, che aveva testè combattuto i Prussiani con molta gloria sulle sponde della Marna. All'aprirsi della stagione, componeano l'esercito cinquanta mila soldati, buoni per la disciplina, ottimi per valore, terribili per la rabbia. Kellerman, recatosene in mano il governo, siccome il nemico principalmente minacciava di prorompere sulle ali estreme della troppo larga frontiera, così sulla Savoia e su Nizza, determinossi a porre il campo grosso in un sito mezzano, a Tornus, posto nella valle di Queiras, per essere ad un di presso ugualmente discosto da Nizza e da Ciamberì, e vi mandava le genti, l'armi e le vettovaglie. Ma la difesa era difficile, perchè gli alleati occupavano tuttavia la sommità delle Alpi su tutta la frontiera, e potevano con facilità e vantaggio calare nelle parti più basse, e cacciarne i Franzesi, combattendoli dall'alto. Per ovviare a questo pericolo, il generale franzese dispose con lodevol arte le sue genti nelle valli della Savoia superiore che accennano per istrade più facili all'Italia. Così munì Termignone e San Giovanni nella Morienna; Moutiers nella Tarantasia, e per maggior sicurezza allogò un grosso corpo a Conflans. Nelle Alpi marittime, ove i Piemontesi e gli Austriaci insistevano con grandissimo vantaggio, Kellerman, distendendo l'esercito dalla Roia sino ai fonti della Nembia, aveva munito tutte le cime accessibili delle montagne, e posto il campo in mezzo, sul monte Fogasso. Quanto all'ala sua sinistra, dove il pericolo eramaggiore per la facilità dei varchi e per la vicinanza della città di Nizza, alla quale principalmente miravano gli alleati, oltre le stanze solite, aveva collocato un grosso squadrone, come squadra di riscossa, sul monte Boletto.Questi erano i preparamenti guerrieri di Francia; le arti politiche furono le seguenti. Tentarono la Porta Ottomana, affinchè si aderisse alla repubblica contro l'Austria e contro Venezia, ma fu senza frutto. Tentarono Venezia, promettendole grossi e pronti aiuti, ed ingrandimento di Stato a pregiudizio dell'imperadore; ma il senato perseverò nella neutralità, offerendo a' Franzesi quelle medesime agevolezze negli Stati veneti che erano state concedute alle potenze confederate.Parte principalissima della lega, tra per forza de' suoi eserciti e per la situazione del suo dominio, era certamente il re di Sardegna. Adunque i capi del governo franzese assai volentieri piegarono l'animo a provare se potessero con promesse guadagnarsi la sua amicizia. A questo fine furono introdotti alcuni negoziati segreti tra un agente di Robespierre, per parte della Francia, ed il conte Viretti, per parte del re. Ma il re, che animoso era, e sapeva anche del cavalleresco, non volle mai udire pazientemente le proposte di fare collegazione con Francia, nè accettare le speranze che gli si proponevano, aggiungendo parole, certo molto prudenti, che non si voleva fidar de' giacobini. Così, rifiutati del tutto i consigli quieti, sorse più ardente l'inclinazione alla guerra.Mentre così andavano i repubblicani di Francia lusingando i potentati d'Italia per conciliarsi l'amicizia loro, non cessavano per uomini a posta e per mezzo de' loro giornali, che pure, malgrado della vigilanza de' governi ad interromperli, si insinuavano nascostamente in ogni luogo, a spargere mali semi ne' popoli, con invasarli dell'amore della libertà ed imitarli a levarsi dal collo il giogo degli antichi signori. Queste instigazioni non restavanosenza effetto, perchè di quella libertà nella lontana Italia si vedevano soltanto le parole, e non bene se ne conoscevano i fatti. Le parti nascevano, le sette macchinavano accordi, le fazioni tumulti. Ma non fia senza utilità il particolarizzare gli umori che correvano a que' tempi in Italia, acciocchè i posteri possano distinguere i buoni da' tristi, conoscere i grandi inganni e deplorare le debolezze fatali. Adunque in primo luogo gli uomini si erano generalmente divisi in due parti, quelli che parteggiavano pei governi vecchi, detestando le novità, e quelli che, parteggiando pe' Franzesi, desideravano mutazioni nello Stato. Fra i primi alcuni così opinavano per fedeltà, alcuni per superbia, alcuni per interesse. Erano i fedeli i più numerosi, fra i quali chi per tenerezza verso le famiglie regnanti, e questi erano pochi, chi per bontà di giudizio o per esperienza delle azioni umane, il numero de' quali era più largo, e chi finalmente per consuetudine, e questi erano i più. Fra i superbi osservavansi principalmente i nobili che temevano di perdere in uno stato popolare l'autorità ed il credito loro. Tra questi, oltre i nobili, mescolavansi anche non pochi popolani che volevano diventar nobili od almeno tenere i magistrati. Per interesse poi abborrivano lo stato nuovo tutti coloro che vivevano del vecchio, e questi erano numerosissimi; a costoro poco importava la equalità o la non equalità, la libertà o la tirannide, solo che si godessero o sperassero gli stipendii. Si aggiungevano alcuni prelati ricchi ed oziosi, per interesse, i preti popolari e buoni, per amor della religione. In tutti poi operava un'avversione antica contro i Franzesi, nata per opera de' governi italiani sempre sospettosi della potenza di quella nazione e del suo appetito di aver signoria in Italia.Di tutti quelli che fino a qui siamo andati descrivendo, alcuni erano utili ai governi, alcuni disutili, alcuni dannosi, ned è mestieri che si vengano individuando,che ognun se li vede. Ma i dannosi erano gli ambiziosi, i quali credevano di render più sicuro lo Stato loro coll'esagerarlo, e si proponevano di far argomento di gran fiducia con mostrar maggiore insolenza. Il frenarli non pareva buono ai governi, perchè temevano e di alienar coloro di cui avevano bisogno, e di mostrar debolezza ai popoli. L'odio di costoro principalmente mirava contro gli uomini della condizione mezzana, nei quali supponevano dottrine per lettura, orgoglio per dottrine, autorità col popolo per contatto. Gli uni chiamavano gli altri ignoranti, insolenti, tiranni, gli altri chiamavano gli uni ambiziosi, novatori, giacobini, e tra mezzo ad ire sì sfrenate, non trovando gli animi moderazione, ed introdotta la discordia nello Stato, si preparava l'adito ai forastieri.Ora, per dire di coloro che inclinavano a' Franzesi, od almeno desideravano che per opera loro si facessero mutazioni nello Stato, diremo che per la lettura de' libri de' filosofi di Francia era sorta una setta di utopisti, i quali, siccome benevolenti ed inesperti di queste passioni umane, credevano esser nata un'era novella, e prepararsi un secol d'oro. Costoro, misurando gli antichi governi solamente dal male che avevano in sè, e non dal bene, desideravano le riforme. Questa esca aveva colto i migliori, i più generosi uomini, e siccome le speculazioni filosofiche, che son vere in astratto, allettavano gli animi, così portavano opinione che a procurar l'utopia fra gli uomini non si richiedesse altro che recare ad atto quelle speculazioni, persuadendosi, certo con molta semplicità, che la felicità umana potesse solo e dovesse consistere nella verità applicata. Queste radici tanto più facilmente e più profondamente allignavano quanto più trovavano un terreno bene preparato a riceverle ed a farle prosperare, massime in Italia, a cagione della memoria delle cose antiche. Chi voleva essere Pericle, chi Aristide, chi Scipione, e di Bruti non v'era penuria; siccomepoi un famoso filosofo franzese aveva scritto che la virtù era la base delle repubbliche, così era anche nata la moda della virtù. Certamente non si può negare, ed i posteri devonlo sapere, che gli utopisti di que' tempi per amicizia, per sincerità, per fede, per costanza d'animo e per tutte quelle virtù che alla vita privata si appartengono non siano stati piuttosto singolari che rari. Solo errarono perchè credettero che le utopie potessero essere, perchè si fidarono di uomini infedeli e perchè supposero virtù in uomini che erano la sentina de' vizii.Costoro, così affascinati com'erano, offerivano fondamento a' disegni de' Franzesi, perchè avevano molto seguito in Italia; ma fra di loro non tutti pensavano allo stesso modo. I più temperati, ed erano il maggior numero, avvisavano non doversi muovere cosa alcuna, ed aspettavano quietamente quello che portassero i tempi. Altri più audaci opinavano doversi aiutar l'impresa co' fatti, e però si allegavano, tenevano congreghe segrete, ed avevano intelligenze in Francia, procedendo a fine di un bene immaginario con modi degni di biasimo.A tutti questi, come suol avvenire, s'accostavano uomini perversi, i quali celavano rei disegni sotto magnifiche parole di virtù, di repubblica, di libertà, di uguaglianza. Di questi alcuni volevano signoreggiare, altri arricchire; gli avidi, gli ambiziosi eran diventati amici della libertà, e nissun creda che altri mai abbia maggiori dimostrazioni fatto d'amor di patria, che costoro facevano. Essi soli erano i zelatori, essi i virtuosi, i patriotti, ed i poveri utopisti eran chiamati aristocrati; accidenti tutti pieni di un orribile avvenire; imperciocchè non solamente pronosticavano mutazioni nello Stato vecchio, ma ancora molto disordine nel nuovo.A tutte queste sette, all'una o all'altra delle quali s'erano accostati anche per lo più gli ecclesiastici, si aggiungeva quella degli ottimati, la quale, avida ancheessa del dominare, e nemica ugualmente all'autorità reale ed all'autorità popolare, sperava che in mezzo alle turbazioni potesse sorgere la sua potenza. Costoro nè aiutavano nè disaiutavano la potenza reale che pericolava, ed aspettavano la loro esaltazione dalla potenza popolare che loro era nemica.Tal era la condizione d'Italia; i buoni esperti volevano la conservazione per previdenza di male, i buoni inesperti volevano la novità per isperanza di bene, i malvagi desideravano rivoluzioni per dominare e per succiarsi lo Stato; il clero stesso ondeggiava; dei nobili alcuni erano fedeli e temperati, altri fedeli ed insolenti, e per l'insolenze loro operatori che nascessero male inclinazioni nel popolo: altri finalmente poco fedeli, ma prudenti, aspettavano quietamente le occasioni: in mezzo a tutte queste inclinazioni s'indebolivano continuamente i fondamenti dello Stato; pure la massa dei popoli perseverava sana, ed avrebbe potuto essere di grande appoggio a chi avesse saputo usarla prudentemente e fortemente.Narrati i preparamenti, le trame e le speranze di ambe le parti, ora si descriveranno gli accidenti che portò seco la fortuna dell'armi: nel che si dovrà sempre tenere a mente che in quest'anno intenzione dei Franzesi non era di farsi strada in Italia per forza se non nel caso in cui la fortuna avesse loro scoperto occasioni molto favorevoli; perciò disegnavano di starsene sulla guerra difensiva, mentre dall'altro canto gli alleati volevano ad ogni modo, usando l'offensiva, penetrare nell'interno della Francia.I Franzesi, prevedendo una guerra vicina coll'Inghilterra e la Spagna, e volendo usare la breve signoria che restava loro nel Mediterraneo, avevano ordinato una spedizione contro l'isola di Sardegna. Posta in ordine un'armata nel porto di Tolone, composta di ventidue navi da guerra, fra le quali se ne noveravano diecinove grosse di fila; per combattere in terra ed usar le occasioni che si appresentassero,vi aveva il governo di Francia imbarcato sei mila soldati atti a combattere nelle battaglie stabili di terra. Questa mole guerriera dovevano seguitare molte navi da carico, per imbarcarvi i frumenti e trasportargli in Francia. Il governo di sì fiorita spedizione fu dato all'ammiraglio Truguet; laonde, trovandosi ogni cosa in pronto, ed appena giunto il presente anno, l'armata franzese, salpando da Tolone se ne veleggiava con vento prospero verso Sardegna; vi giunse prima del finir di gennaio, ed il dì 24 del medesimo mese pose l'ancora, mostrando un terribile apparato, nel porto di Cagliari; nè ponendo tempo in mezzo, l'ammiraglio mandò un uffiziale con venti soldati a far la chiamata alla città. Qui nacque il medesimo caso già deplorato di Oneglia, cioè che i Sardi, veduto avvicinarsi il palischermo sul quale era inalberata la nuova insegna dei tre colori, trassero sì, che l'uffiziale e quattordici soldati restarono morti, e la più parte degli altri feriti. L'ammiraglio pose mano a fulminare ed a bombardare la piazza con tutto il pondo delle sue artiglierie. Nè i difensori se ne stettero oziosi; spesseggiando coi colpi e traendo con palle di fuoco contro le navi franzesi, sostenevano una ferocissima battaglia. Questo assalto durò tre giorni con poco danno de' Sardi, ma con gravissimo dell'armata franzese, della quale una nave grossa arse, e due andarono a traverso. Le altre, o rotte sconciamente nel corpo, o lacerate negli arredi, a stento potevano mareggiare. In questo mentre, oltre il presidio che combattè egregiamente, massime i cannonieri, arrivarono i montanari, che si erano mossi quando dall'alto avevano veduto avvicinarsi l'armata nemica; ed ora essendo stati distribuiti ai luoghi più opportuni, minacciavano di rincacciare e di uccidere chiunque si attentasse di sbarcare; memorabile esempio di fedeltà civile e di virtù militare. E in fatti, quanti sbarcarono, o restarono uccisi, o, costretti dai montanari, si ricoverarono precipitosamentealle navi. Così restò vana la fatica ed il desiderio dell'ammiraglio di Francia. Perderono i Franzesi in questo conflitto circa seicento buoni soldati. Dal canto dei Sardi, cinque solamente furono uccisi, pochi feriti. Nè Cagliari ricevè danno proporzionato a tanto bersaglio; solo i sobborghi situati di sotto e più vicini al mare patirono. L'ammiraglio, veduto che gl'isolani, ne' quali aveva posto la principale speranza, non solamente non avevano fatto movimento in suo favore, ma ancora avevano validamente combattuto contro di lui, disperato dell'evento, si allargò nel mare lontano dalla portata delle batterie, quantunque tuttavia stanziasse ancora con le sue navi, così lacere com'erano, per qualche tempo nelle acque del golfo di Cagliari. Ma poco stante non essendo senza sospetto di ammutinamento nei suoi soldati, come suole avvenire nelle disgrazie, e levatasi una furiosa tempesta, se ne andò di nuovo a porre nel porto di Tolone, dove l'attendevano casi ancor più tremendi.Mentre in tal modo una guerra viva s'era accesa e presto spenta sulle coste di Sardegna, le cose della Corsica non passavano quietamente: la perdita medesima dell'impresa di Cagliari diede fomento a coloro che, scontenti del governo di Francia, macchinavano di rivolgere lo Stato. Mosso dall'odio antico e dalle ingiurie recenti, andava Paoli sollevando ed armando le popolazioni, massimamente ne' luoghi montuosi ed inaccessi. Al qual disegno gli preparavano la strada la chiarezza del suo nome, la venerazione in cui lo avevano i Corsi, le esorbitanze dei repubblicani. E le sue esortazioni producevano un effetto incredibile. I montanari, mossi alle voce del mantenitore della libertà corsa, calavano in folla, pronti a combattere sotto le sue insegne contro gl'intemperanti repubblicani. Le stesse città principali di Corte e di Aiaccio, mutato l'ordine pubblico, accettavano il nuovo governo, rivocavano dal consesso nazionale di Francia i loro deputati, chiamavano Paoli generalissimo delle genti, ribandivano i fuorusciti, restituivano il clero nella pristina condizione, e, fatto un grosso di mille dugento soldati bene armati, s'impadronivano delle riposte pubbliche, ed assaltavano le genti della repubblica. I soldati repubblicani, sorpresi da tanto tumulto e ad impeto tanto improvviso, fatto prima un poco di testa nei luoghi più forti, si ritirarono nelle fortezze di Bastia e di San Fiorenzo. Era sorta intanto la guerra tra la Gran Bretagna e la Francia, accidente di sì supremo momento per ambe le parti. Ne pigliavano nuovi spiriti quei Corsi che aderivano a Paoli e detestavano il nome di Francia.Intanto, per dar forma al governo nuovo e ricompor quello che il disordine dei popoli tumultuanti aveva scomposto, Paoli aveva adunato una consulta che, procedendo secondo i tempi, gli conferiva potestà di fare quanto credesse necessario alla conservazione della libertà ed alla salute del popolo. Nel tempo medesimo bandiva, sotto pena di morte, i commissarii di Francia, Casabianca, Saliceti ed Arena.Il consesso nazionale, udite queste novità, risentitamente deliberando decretava, essere cassa la consulta di Corsica, si arrestasse Paoli e si conducesse alla sbarra dell'assemblea, fossero Casabianca, Saliceti ed Arena investiti di qualunque suprema facoltà per rinstaurar lo Stato e castigar i ribelli; il general Lacombe Saint-Michel contro i ribelli marciasse. Obbediva Lacombe; nel medesimo tempo i commissarii del consesso fulminavano con gli scritti e con le parole contro Paoli e contro coloro che a lui si aderivano. Aggiungevano alle esortazioni, che ai Corsi dirigevano, parole terribili e gonfie, secondo il solito, minacciando castigo inevitabile, e confische, e morti a chi contrastasse.Raggranellati quei Corsi che per un motivo o per l'altro tenevano per Francia, ed adunati, come meglio potè, i suoi soldati, Lacombe era uscito dai forti; dall'altraparte, insisteva Paoli colle genti collettizie. Ne sorgeva tra quelle rupi una guerra minuta e feroce; ne' giusti incontri prevalendo le genti disciplinate di Lacombe, nella guerra sparsa vantaggiando le genti di Paoli; e se non pareva che fosse possibile che i Franzesi sforzassero i Corsi nei luoghi alpestri, non si vedeva dall'altro canto come i Corsi potessero sforzare i Franzesi, forti per disciplina e per artiglierie, nelle pianure e nelle terre che occupavano sul lido.Mentre in cotal modo le sorti della Corsica pendevano incerte, si scopersero improvvisamente sulle sue coste più di venti navi inglesi da guerra, le quali faceveno opera per intraprendere quelle che si avviavano all'isola. Poscia, appoco appoco accostatesi al lido, infestavano con bombe e con palle i luoghi che Paoli assaltava dalla parte di terra; poste anche sul lido alcune genti, ed unite con le schiere di Paoli, rendevano molto difficile la difesa a' Franzesi. Per la qual cosa Lacombe, abbandonata l'isola, si ritirava a Genova sul principiare di maggio. Rimanevano in mano dei Franzesi, Bastia, Calvi e San Fiorenzo, ma non soprastettero ad entrare sotto le devozione del vincitore. Così tutta la Corsica, dopo di aver obbedito al freno di Francia per lo spazio di venticinque anni, venne, non saprebbesi dire se in potestà propria o in potestà dell'Inghilterra.Cacciati i Franzesi dall'isola, vi fu creato un governo per mezzo di provvisione che intieramente dipendeva da Paoli e dalla parte contraria alla Francia; l'autorità dei municipii fu ordinata secondo le forme antiche. Paoli si accorgeva che questa condizione, siccome transitoria, poteva terminarsi in molte maniere; però desiderava di stringere, sì per fare un destino certo alla sua patria, e sì ancora per metterla in grado di resistere ai tentativi della Francia sì vicina e sì potente. Da un altro lato era pensiero dell'Inghilterra, per le medesime ragioni, e per avere un piè fermonell'isola, tanto opportuna a' suoi traffici, a' suoi arsenali ed alla sua potenza, che si venisse ad un partito determinativo. A questo fine Paoli applicò l'animo a sollecitare il re della Gran Bretagna, acciocchè, ordinato un governo libero in Corsica, ne pigliasse protezione, e il difendesse dagli assalti della Francia: gratissimo suono all'Inghilterra. Da questo seguitarono gli accidenti che si vedranno nell'anno seguente.La guerra sorta coll'Inghilterra e colla Spagna e le armate loro che erano giunte, o frappoco si attendevano nel Mediterraneo, erano occasione di molesti pensieri ai Franzesi che occupavano la contea di Nizza; laonde Brunet, che a quel tempo l'esercito in questi luoghi governava, si risolvette a tentare qualche impresa di momento prima che i confederati si fossero fatti forti nei mari vicini. Il fine di questo moto era di cacciare i Piemontesi, dalle sommità e prender per sè quei vantaggio che allora si trovava in mano del nemico. Partitosi adunque sul principiar di maggio dalla Scarena, si dirizzava verso i monti. E, siccome l'esercito piemontese era padrone di tutte le creste, così gli fu d'uopo dividere le sue genti in moltiplici assalti. Erano i Piemontesi sotto la condotta dei generali Colli e Dellera; siccome avevano avuto intesa della mossa del nemico, così se ne stavano apparecchiati per ributtarlo. Adunque, preparati gli uomini e le armi dall'una parte e dall'altra, andavano, il dì 8 giugno, i Franzesi all'assalto con un valore e con una furia incredibile; nè la difficoltà dei luoghi, nè il calore della stagione, che era smisurato, nè la tempesta di palle che fioccavano loro addosso, non li poterono rattenere che non giungessero fin sotto le trincee, colle quali sul sommo dei gioghi si erano i Piemontesi fortificati. Tanto fu l'impeto loro, che tutti i posti furono sforzati, salvo quello di Raus, sotto il quale si combatteva ostinatissimamente. Arrivarono i repubblicani con un'audaciainestimabile fin sotto le bocche delle artiglierie italiane; ma quanti arrivavano, tanti erano uccisi. Continuò la battaglia con molto valore da ambe le parti con poco danno dei Piemontesi e con gravissimo danno dei Franzesi, i quali rinfrescando continuamente con nuovi rinforzi i combattenti, sostenevano quel duro scontro; ma in questo punto i capi regii, veduta l'ostinazione del nemico, mandarono al capitano Zin piantasse le artiglierie in un giogo vicino, e di là lo fulminasse sul fianco. Il quale consiglio, opportuno per sè, fu con tanta arte e con sì gran valore eseguito da Zin, che percossi i repubblicani di costa, e raffrenata la temerità loro, abbandonarono precipitosamente l'impresa, ritirandosi e lasciando i fianchi di quelle montagne miseramente cospersi dei cadaveri de' compagni loro. In questo fatto mostrarono i Franzesi il solito valore impetuoso e sconsiderato; i Piemontesi, massimamente gli artiglieri ed il reggimento provinciale di Acqui, che difendea le trincee di Raus, arte e costanza. Perdettero i primi in questo fatto meglio di quattrocento buoni soldati tra morti, feriti e prigionieri; negli altri assalti dati in questo medesimo giorno circa trecento. Ne perdettero i secondi in tutta la giornata circa trecento con due cannoni e molti arnesi da guerra. Ma tale era l'importanza del colle di Raus, che i repubblicani, non isbigottiti all'infelice successo della battaglia dell'8, lo assaltarono di nuovo il dì 12 dello stesso mese con ben dodici mila soldati risolutissimi a voler vincere. Ma nè il numero, nè il valor loro poterono operar tanto che non fossero una seconda volta con gravissima perdita risospinti. Così fu conservato in poter dei Piemontesi il forte posto di Raus, dal quale intieramente pendevano gli accidenti della guerra in quelle parti.La fazione tanto sanguinosa di Raus aveva singolarmente raffrenato l'audacia de' repubblicani e dato occasione agli alleati di sollevar l'animo a più alte imprese.Se ne fecero allegrezze in Piemonte, e si argomentava che la fuga di Savoia e di Nizza dalla mala condotta de' capi, non da mancanza di valore ne' soldati si doveva riconoscere.Da un altro lato i repubblicani accusarono i capi loro di tradimento. Kellerman, avute le novelle de' fatti avversi accaduti nell'Alpi marittime, si era condotto a Nizza per sopravveder le cose, e per mettere in opera que' rimedii che i tempi richiedessero. Il pericolo maggiore era quello che l'esercito alleato, facendo punta verso il Varo, si ficcasse in mezzo, nel qual caso sarebbe stato forza evacuare prestamente tutta la contea. Considerato bene il tutto, fe' munire accuratamente i posti che accennavano sulla estremità dell'ala sinistra dell'esercito dell'Alpi marittime; e ciò col fine di tener aperte le strade a poter comunicare con le genti che tenevano il campo di Tornus, per mezzo delle alture della Tinea, e nel tempo medesimo di stare all'erta ed in buona guardia di quanto potesse sopraggiungere dalla valle di Stura, per qualche passo de' gioghi sommi che coronano le Alpi da quelle parti, e soprattutto dal colle delle Finestre, pel quale il varco è molto più agevole.A riscontro Colli e Dellera avevano fortificato di vantaggio e munito di genti fresche il colle di Raus, sul quale insisteva l'ala dritta dell'esercito loro, e distendendosi su per quelle cime fino al forte di Saorgio, avevano speranza non solamente di resistere, ma ancora di conseguire qualche onorata vittoria.L'arrivo delle armate inglesi nel Mediterraneo, dando maggior animo agli Stati d'Italia che già si erano dichiarati, diede anche occasione di manifestarsi a coloro che, più per timore che per desiderio di neutralità, se n'erano stati fino allora ad osservare. Per la qual cosa il re di Napoli, scoprendosi intieramente, chiudeva i porti a' Franzesi, e si obbligava a fornire alla lega di sei mila soldati, con grosse navi da guerra e molte minori. Ilpapa medesimamente, che aveva causa particolare di temere de' Franzesi, armava e prometteva di dar gente; ma Venezia, Genova e Toscana persistevano nella neutralità. Però gl'Inglesi, per farle venire ad una deliberazione terminativa, aggiunsero alla presenza delle navi i negoziati politici; mostrarono in questi trattati, massimamente con Genova e Toscana, tanta arroganza, che già fin d'allora ebbe l'Italia un saggio, e potè prendere augurio di quello che i forastieri le preparavano.Un Harvey, ministro d'Inghilterra a Firenze, scriveva a Seristori, ministro del granduca, dopo un superbo preambolo: sapesse il granduca che l'ammiraglio Hood avea comandato che un'armata inglese con una parte della spagnuola sarebbero venute a Livorno per vedere quello che sua altezza volesse farsi; sapesse inoltre sua altezza, e ciò l'Harvey dichiarare per bocca dell'ammiraglio Hood e in nome del re suo signore, che se in termine di dodici ore ella non aveva cacciato da' suoi Stati De La Flotte, ministro di Francia, e gli altri suoi aderenti, l'armata avrebbe assaltato Livorno. Badasse bene sua altezza a quello che si facesse, poichè solo mezzo di prevenire l'inimicizia d'Inghilterra era di eseguire puntualmente e subito quanto ora le si domandava, cioè cacciasse La Flotte, e con quel governo regicida di Francia rompesse; facesse causa cogli alleati.Con tanta insolenza Harvey favellava ad un sovrano indipendente, ad un principe di casa austriaca; con altrettanta rimproverava ad altrui un Inglese di aver ucciso un re. Rispose assai rimessamente Seristori che il granduca aveva dato ordine che De La Flotte ed i suoi aderenti, fra cui Chauvelin e Fougère, se ne partissero di Toscana il più presto che fosse possibile; ma non si scoprì quanto allo accostarsi alla lega ed al romper guerra alla Francia.Le stesse minacce furono fatte e nel medesimo tempo dal ministro ingleseDrake ai Genovesi; ed alle minacciose ed inconvenienti parole si aggiunsero fatti più minacciosi e più inconvenienti ancora. Imperciocchè, trovandosi la fregata franzese la Modesta a stanziare nel porto di Genova, fu improvvisamente assalita da due navi inglesi, che le si erano a questo fine poste a lato, e presa con uccisione di non pochi marineri che vi si trovarono a bordo.Parve a tutti questo fatto, com'era veramente, di pessimo esempio; e se prima si temevano le insolenze franzesi in uno stato così vicino, ora più si temevano per la violata neutralità. In fatti non così tosto si ebbe a Nizza notizia di questo attentato che i rappresentanti del popolo, Robespierre giovane e Ricard, pubblicarono uno sdegnosissimo scritto che conchiudeva che Genova si risolvesse incontanente a voler essere o amica degli amici o nemica de' nemici della società oltraggiata nelle persone de' repubblicani franzesi; protestavano poscia al popolo genovese che se il senato tardasse a risolversi ed a punire con giusto ed esemplare castigo gli autori di un delitto commesso nel suo porto e sotto le bocche delle sue artiglierie, sarebbe stimato ostilità, e la repubblica avrebbe di per sè fatto quanto crederebbe necessario per vendicarsi di una sì orribile violenza.Le medesime acerbe parole fece poco tempo dopo Robespierre maggiore contro Genova, favellando alla tribuna del consesso nazionale; e così il governo di Genova, stretto da due necessità, non sapeva a qual partito appigliarsi. Pure, siccome il non risolversi era peggio che risolversi, tutto bene ponderato, il senato deliberò di starsene neutrale, aggiungendo in risposta, che molto gl'incresceva di non poter deliberare altrimenti, ma che la necessità dei tempi non ammetteva altra risoluzione. Quanto poi al fatto della Modesta, se ne stette sui generali.Il senato veneziano fu nuovamente tentato a questi tempi. Era residente in Venezia per parte dell'Inghilterra il cavaliereWorsley, personaggio non tanto rotto quanto Hervey e Drake, ma pure intentissimo a procurare gl'interessi dei confederati. Questi, o fosse la natura sua più temperata, o comando del re, che portasse maggior rispetto a Venezia più potente, che a Toscana ed a Genova più deboli, fece modestamente le sue rappresentanze al senato, favellando piuttosto per modo di consiglio che di richiesta. Pregava pertanto ed esortava caldamente il senato che fosse contento di allontanare da Venezia quella occasione di scandali, quella sentina di mali, quella radice di corruttele dell'ambasceria franzese. Concludeva che se il senato consentisse a licenziare l'ambasceria, e se vietasse ai Franzesi le tratte d'armi e di vettovaglie dagli Stati della repubblica, sarebbero gli alleati contenti, che nel resto conservasse la sua neutralità, e che, in caso di guerra dalla parte di Francia, se gli assicurerebbero gli Stati con tutte le forze della lega; che già fin d'allora gli si offerivano le armate d'Inghilterra e di Spagna, ordinate di modo che ne fossero preservati da ogni insulto. Queste parole terminò dicendo, porgere lui alla repubblica da parte del re suo signore, che glielo comandò di bocca propria; porgerle per mandato del ministro Pitt; porgerle ancora per mandato espresso dell'imperatrice di tutte le Russie, dell'imperatore d'Austria e del re di Prussia. Si riscuotesse adunque e prendesse quelle deliberazioni che a tempi tanto pericolosi, a richieste tanto efficaci, ad offerte tanto generose ed alla salute stessa della repubblica si convenivano.Il senato veneziano, non mai solito ad appigliarsi a partiti precipitosi, e credendo che la forza della Francia, quantunque disordinata per la discordia, fosse formidabile per la rabbia, e capace di fare qualche sbocco in Italia, volendo altresì conservare salvi i traffichi di mare, rispose gravemente, voler serbare intera la neutralità, non poter risolversi a licenziare lo incaricato d'affari di Francia Jacob, ma che solamente il chiamerebbeincaricato della nazione franzese, non della repubblica.Worsley non fece altra dimostrazione e continuò a starsene a Venezia, dove continuamente biasimava i discorsi superbi di Harvey e di Drake al granduca ed a Genova.La cupidità del gran mastro dell'ordine di Malta alla guerra non essendo più raffrenata dal timore dei Franzesi a cagione dell'intervento degl'Inglesi nel Mediterraneo, prese animo di manifestare più apertamente quello che già da lungo tempo sentiva rispetto agli affari di Francia; imperciocchè, recandosi in ciò esortatore il re di Napoli, aveva comandato, che tutti gli agenti franzesi se ne uscissero dall'isola e che i porti fossero chiusi a qualunque nave franzese sì pubblica che privata, finchè durasse la presente guerra: pubblicato inoltre che non sarebbe mai per accettare ad incaricato d'affari chiunque a lui si mandasse da quella repubblica, ch'ei non doveva, nè poteva, nè voleva conoscere.In cotal modo, essendo sorta la guerra tra la Francia e l'Inghilterra e, comparse le armate inglesi nel Mediterraneo, si ravvivavano le speranze dell'Austria e della Sardegna in Italia, furono serrati ai Franzesi tutti i porti del Mediterraneo e dell'Adriatico, salvo i Veneziani ed i Genovesi, si aggiunsero alle forze della lega quelle della Chiesa e di Napoli, e l'aspettazione degli uomini divenne tanto maggiore quanto più vedevano che se dall'un dei lati si era cresciuta nuova forza ai confederati, dall'altro cresceva a proporzione la concitazione ed il furore in Francia.Oggimai si aprivano le occasioni agli accidenti importanti, ai quali da lungo tempo tendevano i consigli dei confederati rispetto alle provincie meridionali della Francia. La cacciata fatta dal consesso nazionale e la proscrizione della setta girondina, come la chiamavano, diè cagione a coloro che la seguitavano ed a coloro che od amavano la libertà, conculcatadagli sfrenati giacobini, o s'intendevano con gli alleati per rinstaurare il governo regio, di collegarsi, di correre all'armi, e di far tumulti e sollevazioni. Già le città di Bordò, di Mompellieri e di Nimes tumultuando mostravano con quanto sdegno avessero ricevuto le novelle del cacciamento dei deputati loro: ma l'importanza del fatto consisteva nella grossa città di Lione, che era stata la mira di tutte le pratiche segrete tenute già da qualche tempo tra i capi della lega a Torino ed i capi degli scontenti. Congiuntisi nelle sue mura Biroteau ed alcuni altri capi dei girondini di minor nome con Precy, commossero alle armi tutta la città e pubblicarono manifesti contro la tirannide del consesso nazionale.Non è di questi Annali il narrare particolarmente l'oppugnazione di Lione, che poco tempo dopo seguì, e che fu uno dei fatti più memorabili di quest'anno, sì pel valore e la ostinazione d'ambe le parti, e sì per l'immanità dei vincitori. Ma come prima i Lionesi erano insorti contro l'autorità di chi reggeva, i Marsigliesi si erano levati ancor essi a rumore. Impazienti di starsene chiusi fra le mura, e raccolti sotto le insegne in numero assai notabile, si dirizzarono al soccorso di Lione. Non avevano i Lionesi trovato nei popoli circonvicini quell'aderenza che avevano sperato; e i Marsigliesi vantavansi di esser capaci da sè soli di vincer la impresa e di salvar Lione. In fatti già avevano varcato il fiume Duranza, e con ischiamazzo infinito erano entrati in Avignone; e quivi commesso ogni male, già si avviavano verso le regioni superiori del Rodano.Nel tempo medesimo s'incominciavano a colorire i disegni degli alleati. I Piemontesi congiunti con qualche nervo di Austriaci, erano calati grossi dal monte Cenisio e dal piccolo San Bernardo a fine d'invadere la Morienna e la Tarantasia; anzi una parte di quelli che scendevano dall'ultimo dei detti monti, avuto il passo per le terre del Vallese, si drizzavano adoccupare il Faussigny col pensiero di fare spalla all'impresa di Tarantasia e di rannodarsi verso la terra di Conflans, per quindi marciare, se la fortuna si mostrasse a tale segno favorevole, sino a Lione. Tutte queste genti militavano sotto il governo del duca di Monferrato, figliuolo del re, principe ottimo per mente e per costume e molto amato dai popoli per la natura sua facile e mansueta.Dall'altra parte il re di Sardegna si era condotto col grosso dell'esercito nella contea di Nizza, molto confidente di avere a conseguir presto, con ricuperar un paese amato sopra tutti e che gli era stato occupato da un nemico odiatissimo, una piena e gloriosa vittoria. Era suo intendimento di calarsi per le sponde del Varo a fine di obbligare i Franzesi ad evacuar la contea, o di tagliarli fuori dalla Provenza se non l'evacuassero. Aveva il re compagno a questa impresa il duca d'Aosta, suo figliuolo secondogenito, principe molto ardente in questo bisogno contro chi allora signoreggiava la Francia e che sempre aveva dimostrato pensieri alieni dalla pace. Questo era il principale sforzo che i confederati volevano fare; e così quel nembo che poco innanzi pareva dovesse tutto scagliarsi contro la Italia dalla Francia, ora si rivoltava contra la Francia dall'Italia.Udite tutte queste cose, Kellerman accorreva prestamente in Savoia, dove venuto al campo dei suoi, posto all'ospedale presso Conflans, alloggio principalissimo in quelle circostanze, ebbe con la sua presenza e con le sue esortazioni tanto inanimato i soldati che si mostrarono prontissimi a mettersi a qualunque pericolo anzichè abbandonare il luogo commesso alla fede loro. Nel tempo stesso fe' venire dal campo di Tornus una grossa schiera, in gran parte di buona ed audace gente; e stantechè il pericolo era oltre ogni dire grave, aveva, costretto dall'estrema necessità, chiamato dal campo di Lione un'altra squadra e mandata nel Faussigny, che si trovava del tuttoprivo di difensori. A questo si aggiunse ch'ei fece la chiamata alle guardie nazionali della Savoia e del dipartimento vicino dell'Isero, acciocchè facendo un po' di retroguardo agli stanziali, dessero loro coraggio e potessero, in caso d'infortunio, ristorar la fortuna della guerra. Per maggior sicurezza ordinava che si facessero trincee al passo di Barreaux, molto importante alla sicurtà del Delfinato, e che si munissero di artiglierie, avvisando che con quel sospetto da fianco, gl'Italiani non si sarebbero arditi di correre fino a Lione. Egli poi, a motivo di poter sopravvedere bene le cose, si venne a porre al castello delle Marcie, luogo centrale a cui accennavano le tre divisioni delle sue genti.Dall'altro lato e più sotto Kellerman avea spedito con tutta celerità il generale Carteau con un buon nervo di gente, ordinandogli riacquistasse il passo di Santo Spirito, cacciasse i Marsigliesi da Avignone, gli rincacciasse sulla riva sinistra della Durunza, non passasse il fiume, solo attendesse a proibire al nemico lo scorrazzare sulla destra. Ma Carteau varcava, e fu salute mentre doveasene attendere la rovina; imperciocchè i Marsigliesi, invece di assaltarlo e buttarlo nel fiume, cosa agevole, si diedero disordinatamente alla fuga. Carteau, usando l'occasione, voltossi con tutte le sue forze contro Aix, di cui s'impadronì; poi, senza frappor tempo in mezzo, marciò contro Marsiglia, capo e fomite principale di quella guerra; o tanto fu il terrore concetto dai Marsigliesi, che, fatta niuna difesa della città loro, la diedero in mano del vincitore. L'infelice Marsiglia, pagando troppo fiero scotto della sua imprudenza, fu posta miserabilmente a sacco, e vi furono commesse opere al tutto degne di quei tempi ferocissimi.La presa di Marsiglia nocque ai Lionesi che per questa cagione si trovarono soli esposti a tutto lo sforzo dei repubblicani; ma le immanità commessevi giovarono ai disegni della lega in Provenza;poichè per iscamparne, Tolone udì con maggiore inclinazione le proposte degli alleati, e diede sè ed il porto in mano dell'ammiraglio d'Inghilterra Hood, desiderando che l'autorità del re Luigi si restituisse e la costituzione dell'89 si accettasse.I repubblicani già tanto feroci vieppiù s'inferocirono all'accidente di Tolone. Esortazioni ardenti, minacce precipitose posero in opera per far correre i popoli al riscatto. Nè fu l'effetto minore dell'intento; perchè, tra soldati bene ordinati e gente tumultuaria, s'adunò tosto intorno alle mura di Tolone un esercito giusto di circa quaranta mila soldati. Dalla parte loro gli alleati vollero confermar con la forza quello che la fortuna aveva loro conceduto. Spagnuoli, Napolitani e Piemontesi furono portati a presidiare i forti di Tolone; gli altri potentati d'Italia li fornivano di vettovaglie; il papa stesso somministrava armi e munizioni. Così con grandissimo ardore si combatteva sotto le mura di Lione e di Tolone, nelle montagne della Savoia e di Nizza.Non indugiò molto spazio la fortuna a mostrare a qual parte volesse inclinare. I Piemontesi calati dal Cenisio e dal San Bernardo vincevano, e se si fossero spinti avanti con quella celerità che i tempi richiedevano, avrebbero acquistato una compiuta vittoria. Ma se ne stettero a soprastare; l'indugio diè comodità agli avversarii di rannodarsi ed ai popoli di aiutarli. Kellerman li ricacciò di posto in posto, sì che in fine si ritirarono al San Bernardo, da dove un mese prima erano discesi con tanta speranza di vittoria. Rimaneva pei repubblicani che i regi si cacciassero dalla Morienna, e Kellerman colle sue disposizioni vinse anche questo punto, perchè l'esercito del re, pressato da ogni banda, si ritirò ordinatamente al Cenisio.Tale fu l'esito dell'assalto dato alla Savoia dalle genti del re di Sardegna nell'autunno di quest'anno, e per talemodo fu esclusa la lega dalle sue speranze in queste parti; che se il disegno dei confederati fosse riuscito, e Lione liberato, totale sarebbe stata la mutazione delle cose d'Europa. Ma intanto i miseri Lionesi, udita la ritirata dell'esercito e, privi di quest'ultima speranza, furono costretti a rimettersi in potere dei repubblicani. Il mondo sa con quale immanità sia stata trattata quella città sì nobile e sì generosa.Dall'altra parte e nel medesimo tempo in cui i Piemontesi assaltavano la Savoia, s'erano mossi con forte apparato contro Nizza. Da principio la fortuna si mostrava loro favorevole; ma, arrivati a Giletta, e assaltato il dì 18 ottobre con grande impeto il ponte, furono duramente risospinti, e con perdita sì grave che questo fatto, giunto alle sinistre novelle che si ebbero in quel punto di Savoia e di Lione, terminò la guerra di quest'anno in quelle parti.Intanto sempre più si stringeva l'oppugnazione di Tolone, alla quale era concorso l'esercito vincitore di Lione e la guernigione di Valenciennes, piazza forte in Fiandra che gli alleati avevano espugnato. Già parecchie onorate fazioni si erano combattute con varia fortuna nelle quali mostrarono ambe le parti quanto potesse il valore congiunto con l'odio, e quanto a ciascuna premesse il conservare o l'acquistare una piazza di tanto rilievo. Eransi posti gl'Inglesi a presidiare i forti rizzati sulla stanca, i Piemontesi stavano a guardia sulla dritta.Gli oppugnatori s'erano accampati per modo che Dugommier, generalissimo, avesse carico di far forza verso occidente, Lapoype assaltasse verso levante, e parte di queste genti, stanziando principalmente alla Valletta, si distendesse sì verso mezzo giorno che una corona di schiere armate e di cannoni cingeva Tolone tutto all'intorno. L'importanza della difesa dal canto degli alleati consisteva nel forte Malbousquet fidato alla guardia degl'Inglesi e nel ridotto da questi fattovicino al forte. Ma i Franzesi già s'erano impadroniti delle eminenze opposte al forte ed al ridotto; e preso anche per assalto il forte dei Pommets, da tutti tali punti con numerose artiglierie continuamente infestavano gl'Inglesi.Ohara, generalissimo d'Inghilterra, veduto che il nemico dal suo posto sopraeminente al Malbousquet non solo infestava il forte, ma, poste le artiglierie in luogo molto opportuno, per opera massimamente del luogotenente colonnello d'artiglieria Bonaparte, giovane di virile spirito, arrivava coi tiri insino all'arsenale; e prevedendo che se non si cacciavano da quel nido i Franzesi, bisognava pensar ad altro che a stare a Tolone, sì deliberò di dar loro l'assalto. Ed, uscito il 3 di novembre con sei mila soldati, la fortuna fu loro sul primo incominciare seconda. Ma all'avviso di tanto sinistro accorso Dugommier con un grosso di soldati agguerritissimi, cacciò gl'Inglesi in fuga manifesta e con tanta foga, che i vincitori non si arrestarono se non se alle palizzate del forte Malbousquet, e stette per poco che non vi entrassero alla mescolata coi vinti. Fu in questo incontro gravemente ferito e fatto prigioniero Ohara ch'era accorso per rannodare i suoi.Questa fazione tanto sanguinosa diede molto a pensare agli alleati, non li lasciando senza timore sull'esito della guerra accesa sotto le mura di Tolone; e i repubblicani, mostrandosi pronti a mettersi ad ogni più grave pericolo per conquistar quella città: si risolveva Dugommier a dar l'assalto da tutte le bande.Adunque, posta essendo ogni cosa in pronto, il dì 14 dicembre i Franzesi si avviavano all'assalto. Gli alleati, che sapevano che da quel fatto doveva risultare non solo la conservazione o la perdita di Tolone, ma ancora la riputazione delle armi e l'acquisto d'Italia, con grandissimo ardire gli aspettavano. Feroce fu l'assalto, feroce la difesa; la fortuna si mescolò spesso col valore; ora prevalevala furia al coraggio, ora il coraggio alla furia; ora la sicurità dei luoghi faceva inclinare le sorti a favore degli assaltatori, ora l'audacia, per verità non credibile se non fosse vera, le voltava a favor degli assaltatori: stette un pezzo dubbia la battaglia; già le difese erano lacere dall'un canto, già dall'altro i gioghi dei monti ed i parapetti delle batterie inglesi apparivano cospersi di cadaveri franzesi, e nonostante non cessava l'ostinazione delle parti; che anzi i sangui che ribollivano rendevano gli uomini più accaniti e continuamente si dava mano al tuonare, al ributtare, al ferire da presso e da lontano. Prevalse la fortuna di Francia; i forti tutti caddero in mano dei repubblicani.L'espugnazione de' forti rendeva impossibile agli alleati il tenere più lungamente Tolone: conciossiachè i repubblicani potevano fulminarvi dentro, e spazzando i due seni sperperare all'estremo le flotte confederate. Deliberaronsi a vuotare; ma prima vollero fare tutto quel maggior male che poterono. Posto mano adunque alle faci, appiccarono il fuoco alle navi che non potevano trasportare con loro ed a tutte le opere preziose di marineria di cui Tolone abbondava. In questo Sidney Smith, uomo più atto alle imprese rischievoli che alle grandi, con molta industria ed attività si adoperava. Ardevano le navi, ardevano le armerie, ardevano gli arsenali; nella città medesima le case ardevano. Breve ora distruggeva opere, cui l'industria umana aveva penato lungo tempo a compire.Ma compassionevole spettacolo era quello de' Tolonesi, i quali costretti ad abbandonare la patria loro per non cader nelle mani di gente sdegnata, accorrevano in tutta fretta alle navi, conducendo con esso loro le donne, i fanciulli, e le suppellettili più preziose che in tanto precipizio avevano potuto raccorre. Tra questi alcuni annegavano per la fretta, altri erano straziati dalle artiglierie de' loro compatriotti o da quelle degl'Inglesi.Così tra il fuoco, il fumo, il tuonare, lo scompiglio delle navi che andavano e venivano, le minaccie de' soldati da terra che fuggivano, lo strepito de' soldati da mare che volevano metter ordine e regola dov'era disordine e confusione, le grida disperate di coloro che si spatriavano, era un dolore, un terrore, una miseria che si possono meglio con la mente immaginare che con le parole descrivere. Dieci mila Tolonesi, disperando della pietà del vincitore, accettato l'esilio, si ricoveravano alle navi, non sapendo nè dove nè quando avessero a terminarsi le miserie loro. Tre giorni e tre notti durò la lagrimevole tragedia. Finalmente le flotte confederate, tirandosi dietro le navi rapite di Francia, i giorni 18 e 19 dicembre si ricoverarono nelle vicine isole Iere, che sono le antiche Stecadi. Il giorno 20 poi, e poichè tutti si erano ridotti a salvamento, vuotato il forte Lamalgue che ne avea protetto la ritirata, lasciarono la misera terra intieramente a discrezione de' repubblicani: entraronvi fieri e minacciosi.Arsero nell'incendio tolonese acceso dagl'Inglesi quindici navi grosse di fila; arsero sei fregate, con molti altri legni minori. Rapirono e s'appropriarono gli Inglesi la grossissima nave di cento venti cannoni chiamata il Commercio di Marsiglia, col Pompeo ed il Potente, l'uno e l'altro di settantaquattro, e con le fregate la Perla, l'Aretusa, l'Aurora, il Topazzo e non pochi altri legni minori. I Sardi se ne portarono la fregata l'Alceste; i Napolitani il brigantino l'Imbroglio, gli Spagnuoli la piccola Aurora, esile preda a comparazione di quella d'Inghilterra.Queste furono le spoglie di Tolone rapite dagli alleati. E non era poco per l'Inghilterra l'aver distrutto il navilio di una nazione emula, che ai tempi floridi aveva combattuto con lei dell'imperio dei mari, e che tuttavia avrebbe potuto tener in pendente la fortuna del Mediterraneo. Così perì Tolone, città nobile ericca, e sede principale della marineria franzese.I rappresentanti del popolo, Barras, Freron, Robespierre giovane e Saliceti scrissero il dì 21 dicembre al consesso nazionale, essere Tolone in potestà della repubblica.

La ritirata così subita delle genti regie dalla Savoia e dal contado di Nizza, e la cacciata a forza degli eserciti tedeschi dalle terre franzesi verso il Reno, diedero molto a pensare agli alleati. Tra per questo e l'andar sempre più crescendo a cagione delle vittorie e di più feroci istigamenti l'appetito delle cose nuove e la furia delle menti in Francia, eglino s'accorsero che assai più dura impresa si avevano per le mani di quanto avevano a sè medesimi persuaso. Bande tumultuarie ed indisciplinate, come le chiamavano, avevano vinto eserciti floridissimi; capitani di poco o nissun nome avevano superato per arte militare generali che erano in voce de' primi per tutte le contrade dell'Europa. Coloro ancora, i quali si erano concetto nell'animo di piantar facilmente le insegne della lega sulle mura di Parigi e di Lione, a mala pena potevano difendere i dominii proprii dagli assalti di un nemico poco prima disprezzato ed ora vittorioso ed insultante.

Ciò nondimeno i confederati non vollero ristarsi, sperando che, coll'andar più cauto, poichè si era conosciuto di quanto fosse capace quella furia franzese, e coll'accrescer le proprie forze e con l'unione di aliene, si potesse mutar la fortuna e compensar le perdite passate coi guadagni avvenire. Tal è la costanza delle menti tedesche che più e meglio ancora che l'impeto le fa riuscire ad onorate imprese. L'Austria ed il Piemonte, siccome più vicini al pericolo, procedevano con animo più sincero della Prussia, la cui congiunzione con la lega già forse incominciava a vacillare. L'Austria massimamente applicava i pensieri alla preservazione de' suoi Stati in Italia, ai quali già si era avvicinata la tempesta, e che sono parte tanto principale della sua potenza.Perlochè si preparavano con molta diligenza tutte le provvisioni necessarie alla guerra, tanto negli Stati austriaci quanto nel Piemonte, e si tentava ogni rimedio per impedire la passata de' Franzesi. Perchè poi i popoli provocati da quelle lusinghevoli parole di libertà e di uguaglianza, non solamente non si congiungessero con coloro che procuravano la turbazione d'Italia, e non facessero novità, ma ancora sopportassero di buona voglia tutto quell'apparato guerriero, e non si ristessero a tanto romor d'armi, usavansi i mezzi di persuasione. Il più potente era la religione: spargevansi sinistre voci: essere i Franzesi nimici di Dio e degli uomini, conculcare la religione, profanare i templi, perseguitare i sacerdoti, schernire i santi riti, contaminare i sacri arredi, e, facendo d'ogni erba fascio, proteggere gl'increduli ed uccidere i credenti. I vescovi, i preti, i frati intendevano accesamente a queste persuasioni; se ne accendevano mirabilmente gli animi del volgo.

Parte essenziale de' disegni della lega erano le deliberazioni del senato veneto. L'imperadore, conghietturando che il terrore cagionato dall'invasione di Savoia e di Nizza, e quell'insistere così vicino sulle frontiere del Piemonte d'un nemico audace, e che mostrava tanta inclinazione alle cose d'Italia, avessero mosso e disposto il senato a piegarsi alla sua volontà, aveva con efficacissime parole dimostrato che era oramai tempo di non più provvedere con consigli separati, e di pensare di comune accordo alla salute comune. Rappresentavagli, non isperasse preservare lo Stato, se quel diluvio di gente sfrenata, valicati i monti, inondasse Italia; voler fare, e per sè e per gli sforzi contemporanei del suo generoso alleato il re di Sardegna, quanto fosse in potestà sua per allontanare da quel felice paese tanta calamità; ma esser feroci i Franzesi, e gli eventi di guerra incerti; vano pensiero essere il credere che chi fa spregio dell'umanità e conculca ognilegge divina ed umana rispetti la neutralità; disprezzare i Franzesi la neutralità, ed amar meglio un nemico aperto che un amico dubbioso; avere egualmente in odio le aristocrazie che le monarchie, ed il prestar fede alle protestazioni amichevoli loro essere un volersi ingannare da per sè stesso. E dopo molte e molte convincentissime ragioni e dimostrazioni: Questo è, aggiunse l'imperadore, l'estremo de' tempi; il sorger di tutti solo poter essere la salute di tutti; il mancar di un solo, la rovina di tutti. Pensasse adunque il senato e maturamente considerasse la necessità de' tempi, l'infedeltà della Francia, la fede della Germania, la lega proposta, gli aiuti offerti, e l'avvenire, che già già incalzava e premeva, o felice o funestissimo per sempre.

Il senato veneto, che per la sua prudenza sempre seppe bene conoscere i tempi, ora male misurandoli, e volendo applicare ad un male nuovo rimedii antichi, rispose che la repubblica, sempre moderata e temperante, voleva esser amica a tutti, nemica a nissuno; che tale mansueto procedere era sempre stato a grado di tutti i principi, e sperava dover essere per l'avvenire, massime nella presente controversia tanto piena di difficoltà e d'incertezza; che, quanto a' sudditi, non aveva timore alcuno di novità, stante che conosceva e la fede loro e la vigilanza de' magistrati; che ammirava bene la costanza dello imperadore e de' suoi alleati in un affare di tanto pericolo, ma che finalmente si persuadeva che Sua maestà imperiale, considerando bene, secondo la prudenza sua la natura del governo veneto, avrebbe conosciuto non dovere lui allontanarsi da quella moderazione che l'aveva preservato salvo per tanti secoli; ricever somma molestia di non poter deliberare altrimenti; esser parata la repubblica a dar il passo alle genti tedesche, a sovvenir i confederati di quanto potesse consistere con la neutralità; ma procedere più oltre, e soprattutto implicarsi in guerre con altri, noncomportar la fede, la costanza e la consuetudine della repubblica.

Ma, moltiplicando sempre più gli avvisi de' progressi fatti da' Franzesi nel ducato di Savoia e nel contado di Nizza, fu ben necessario il pensare a provveder quello che la stagione richiedeva; e se non si voleva impugnar l'armi per fare una guerra estrema, bisognava bene considerare quanto fosse a farsi per preservare la repubblica dagli assalti forestieri e da' tumulti cittadini.

Per la qual cosa, convocato straordinariamente il senato, vi si pose in consulta quali fossero i provvedimenti da farsi per conservare salva la repubblica nell'imminente pericolo dell'invasione dei Franzesi in Italia. Francesco Pesaro, procurator di San Marco, uomo, il quale, e per sè e pel seguito della sua famiglia, era in grandissima fede appresso ai Veneziani, e di cui sarà spesso fatta menzione in questi Annali, dal suo seggio levatosi e stando, ognuno attentissimo a udirlo, parlò con gravissimo discorso in favore della neutralità armata, conchiudendo ..... «io opino che si fornisca l'erario, che si allestisca il navilio, che si levino le cerne, e che alcun polso di Schiavoni sia chiamato a tutelare le cose di terra ferma. A questo io penso che si debba dichiarare alle potenze belligeranti che il senato, costante sempre nel suo procedere pacifico, vuol conservarsi fedele ed amico a tutti, e che i moderati apparecchi d'armi mirano piuttosto e solamente a conservazione di pace che a dimostrazione di guerra.»

Grande impressione fecero nella mente del senato le parole gravemente dette dal Pesaro, nelle quali concorrevano amplissimamente tutti i fondamenti che nel deliberare le imprese principalmente considerare si devono. Al contrario, parlò con singolare eloquenza il savio del consiglio Zaccaria Vallaresso per la neutralità disarmata, e la sua orazione fu udita con grande inclinazione dalla più parte dei senatori,soliti a godersi da lungo tempo le dolcezze della pace. Lo stesso Pesaro, quantunque fosse uomo di molta virtù e di svegliati pensieri, si lasciò svolgere dalla eloquenza dell'avversario e venne nella opinione della neutralità disarmata. Però ne fu presa con unanime consenso la deliberazione, solo contraddicendo, come dicesi, il savio di terra ferma Francesco Calbo. Da questa prima cagione sorse la rovina della repubblica, e se per l'oscurità e l'incertezza degli eventi umani non si potrebbe affermare che il consiglio contrario l'avrebbe condotta a salvamento, e se veramente era destinato dai cieli ch'ella perisse, certo è almeno che sarebbe perita onoratamente e con fine degno del suo principio.

Le medesime deliberazioni fece la repubblica di Genova per la vicinanza di Francia, per l'integrità de' traffici e pel timore del re di Sardegna. Avevano gli alleati qualche più fondata speranza in Corsica. Erasi ridotto in questa sua antica patria il generale Paoli, richiamatovi dall'assemblea costituente: godevasi quietamente il restituito seggio, quando uomini feroci misero, sotto nome di libertà, ogni cosa a soqquadro in Corsica come l'avevano messa in Francia. Sdegnossene Paoli; sepperlo i confederati. Con lettere e con parole esortatorie lo stimolarono non permettesse che la sua patria fosse preda di uomini sfrenati; si ricordasse del nome suo, avvertisse essere i Franzesi queglino stessi nemici contro i quali aveva sì generosamente combattuto; considerasse avere allora i medesimi voluto opprimere la libertà del suo paese con introdurre uno Stato civile, ora volervi introdurre uno stato disordinato e barbaro; pensare quanto fosse pietoso il liberare da gente crudele popoli che adoravano il glorioso suo nome; desse mano di nuovo a quelle armi generose, esortasse, levassesi, combattesse; essere in pronto nuova gloria, nuova libertà, nuove benedizioni di popoli.

Queste insinuazioni già da lungo tempo tentavano l'animo di Paoli, il quale veramente non poteva sopportare lo stato nuovo, ma l'importanza del fatto prima di muoversi era che l'Inghilterra si chiarisse delle sue intenzioni; e di comune consentimento fu deliberato che si aspettasse la guerra dell'Inghilterra, solo intanto si tenessero gli animi disposti.

Il re di Sardegna più speciale conforto riceveva, oltre il denaro che gli veniva dalla Gran Bretagna, dall'accessione della Spagna; era evidente che quante forze la Francia avesse mandato alla volta de' monti Pirenei, di tante avrebbe scemato quelle che mandava per le Alpi; sicchè Spagna e Piemonte, quantunque lontani, concorrevano, combattendo, ad un medesimo fine.

A tutte queste speranze se ne aggiungeva un'altra assai viva, e quest'era che, presentandosi grossi gli alleati sulle province meridionali della Francia, vi sarebbero nati a favor loro, e contro l'autorità del governo parigino, movimenti d'importanza. L'aspettare che sorgessero novità favorevoli alla lega nelle provincie più vicine alla Spagna ed all'Italia, non era certamente senza fondamento. La soppressione dei traffici, nata a cagion della guerra, vi aveva dato occasione a non poca mala contentezza, e l'enormità commesse a Parigi, operando nelle menti più sane, vi avevano un grandissimo odio concitato contro i commettitori di tanti scandali; ai più feroci poi pareva oggimai troppo lungo che non si desse mano a far sacco e sangue. Questi nuovi pensieri buoni e cattivi massimamente pullulavano in Marsiglia ed in Lione, città grosse, emule a Parigi, ricche per commercio in pace, ed ora povere in guerra, e se il nome del re di Sardegna era molto mal gradito nella prima, era udito con più benigne orecchie nella seconda.

Tutte queste disposizioni non s'ignoravano dagli alleati massime per mezzo della corte di Torino che usava un'arte grandissima nello spiare e nello accordarsi segretamente in Savoia ed in Nizzasì coi magistrati che coi capi dell'esercito. Queste trame parte si sapevano, parte si presumevano dai giacobini. Quindi le mutazioni dei capi dell'esercito erano frequenti, e siccome era rotta ed improvvida la natura loro, così spesso punivano gl'innocenti od esultavano i rei. I supplizii poscia e le confische, producendo abbominazione nei popoli, operavano che sempre più quell'avversione che hanno naturalmente i Franzesi contro i forastieri, che vogliono metter mano e piede nelle cose e nelle case loro, si diminuisse, e con essa gli ostacoli alla disegnata invasione; poichè tal era il terror delle mannaie, che i più preponevano la servitù forastiera alla tirannide cittadina. Ordinavano l'imperatore ed il re di Sardegna in tal modo i pensieri della guerra; nuovi reggimenti tedeschi arrivavano in Piemonte; quelli che appartenevano all'armatura leggiera, come Croati, Panduri e simili, s'avviavano alle montagne. Gli squadroni più gravi e la cavalleria stanziavano nelle pianure più vicine. Erano poi siffattamente ordinati, che le truppe piemontesi, come più pratiche dei luoghi, e più snelle di natura, guernivano le Alpi; alle quali, come abbiam detto, s'accostavano le genti leggieri dell'imperatore; mentre le genti grosse austriache, stanziando nei luoghi bassi, contenevano i popoli e si tenevano pronte a marciare ovunque il nemico fosse riuscito a sboccare. Mandò l'imperatore a reggere l'esercito confederato in Piemonte il generale Devins.

Era Devins uomo di buona mente, e salito pel valor suo dagl'infimi gradi della milizia fino ai supremi, aveva in ogni occasione mostrato la sua eccellenza nell'arte della guerra.

Devesi qui interrompere il filo della narrazione di questi preparamenti e di questi maneggi per raccontare un fatto enorme accaduto in Roma in sull'entrare del presente anno, il dì 13 di gennaio, e che in appresso aggiunse gravezza ai fati papali. Un Basseville, segretario della legazione di Francia, o per imprudenzapropria, come alcuni stimano, nel voler promuovere troppo vivamente le opinioni del tempo, di cui era infatuato, o per un sorgere spontaneo dei Romani a cagione dell'odio che portavano ai repubblicani, come altri credono, fu crudelmente ammazzato a furia di popolo, con alcuni altri individui della medesima nazione. Fu incesa anche nel medesimo fatto parte dei palazzi dell'Accademia di Francia e del console franzese. Quantunque il governo pontificio non vi avesse colpa, e che anzi avesse fatto in quel subito accidente quanto per lui s'era potuto per frenare la rabbia di chi voleva contaminar Roma con un sì grave misfatto, venne tempo in appresso che importava ai repubblicani che glielo imputassero, e da lui alla ferocia del romano governo argomentando, protestavano di volerne fare condegna vendetta.

Intanto alcune pratiche segrete s'erano appiccate fra la corte di Torino e gli aderenti al nome regio in Lione ed in Provenza, il cui fine era di accordare i modi che si dovevano usare, perchè i disegni che si macchinavano a benefizio comune avessero la loro esecuzione. E siccome si faceva maggior fondamento sui Lionesi, più centrali di sito, più vicini alla Germania, fonte e nervo principale della guerra, e più tenaci di proposito che i Provenziali, così coi primi massimamente si tenevano questi trattati. Quando i negozii si avvicinavano alla conclusione, il signor di Precy, mandato dai Lionesi, andò egli medesimo nascostamente a Torino per quivi accordarsi su quanto si trattava: l'imperatore ed il re si offerivano parati a secondare i suoi disegni con le forze loro. Intervenne Precy a molte consulte, ed egli e Devins non tardarono d'entrare nella medesima opinione, cioè, che, lasciata una parte dello esercito sulle Alpi marittime, per tener a bada il nemico da quelle parti, il principale sforzo sì di Tedeschi che di Piemontesi si dirizzasse contro la Savoia per quindi marciare a Lione. Certamente disegnonè più conforme agli accidenti nè di più probabile esecuzione non s'era mai concetto di questo; ma il re Vittorio, mosso da un desiderio più generoso che considerato, non vi volle acconsentire. Era egli gravissimamente sdegnato contro i Savoiardi, siccome quelli che avevano accettato con amore i Franzesi, e lui, con quella legione degli Allobrogi ordinata dal medico Doppet, asperavano coi fatti, e più ancora l'asperavano con gli scherni e per l'eccessive cose che dicevano contro di lui; mentre assai diverso era il procedere dei Nizzardi, i quali, più alieni di natura, di mala voglia sopportavano il nuovo imperio, e continuamente infestavano i Franzesi, facendo loro, con bande sparse, tutto quel maggior male che potevano.

Queste inclinazioni considerate dal re Vittorio, non volle mai udire con pacato animo che si desse mano a liberare dalla tirannide franzese prima i secondi che i primi. Ogni ora gli pareva mille anni che i suoi fedeli di Nizza non tornassero al grembo suo, mentre per castigo sopportava più volontieri che i popoli di Savoia continuassero a gustare di quanto sapessero i Franzesi, non considerando ch'ei li castigava di quanto essi più desideravano. Devins e Precy interposero grandissima diligenza per persuadere il loro desiderio al re, ma non avendo potuto vincere la sua ostinazione, si fermarono in questo pensiero, che, munite le frontiere della Savoia con truppe sufficienti per frenare il nemico, ed anche per ispingersi più oltre, secondo le occasioni, si assaltasse la contea di Nizza col grosso dell'esercito, come prima il tempo avesse condotto la opportunità di tentar l'impresa.

Questa fu la prima origine, questo il seme delle calamità innumerabili e della variazione di quasi tutte le cose che poco dopo seguirono. Devins continuamente si lamentava che il re di Sardegna gli avesse tolta l'occasione di far chiaro il suo nome con una onorata e grande vittoria.

Mentre tutte queste cose si sollecitavano per gli alleati, i Franzesi pensavano ai modi di resistere alla piena che veniva loro addosso, e le deliberazioni loro parte miravano la guerra, parte i negoziati, parte le corruttele. Quanto alla guerra, si consigliarono di preporre ai due eserciti, dell'Alpi e d'Italia, un solo generale, acciocchè, per l'unità dei pensieri potesse più efficacemente conseguire il medesimo fine; ed a ciò scelsero un uomo non solo di provato valore, ma ancora di provata fede, Kellerman, che aveva testè combattuto i Prussiani con molta gloria sulle sponde della Marna. All'aprirsi della stagione, componeano l'esercito cinquanta mila soldati, buoni per la disciplina, ottimi per valore, terribili per la rabbia. Kellerman, recatosene in mano il governo, siccome il nemico principalmente minacciava di prorompere sulle ali estreme della troppo larga frontiera, così sulla Savoia e su Nizza, determinossi a porre il campo grosso in un sito mezzano, a Tornus, posto nella valle di Queiras, per essere ad un di presso ugualmente discosto da Nizza e da Ciamberì, e vi mandava le genti, l'armi e le vettovaglie. Ma la difesa era difficile, perchè gli alleati occupavano tuttavia la sommità delle Alpi su tutta la frontiera, e potevano con facilità e vantaggio calare nelle parti più basse, e cacciarne i Franzesi, combattendoli dall'alto. Per ovviare a questo pericolo, il generale franzese dispose con lodevol arte le sue genti nelle valli della Savoia superiore che accennano per istrade più facili all'Italia. Così munì Termignone e San Giovanni nella Morienna; Moutiers nella Tarantasia, e per maggior sicurezza allogò un grosso corpo a Conflans. Nelle Alpi marittime, ove i Piemontesi e gli Austriaci insistevano con grandissimo vantaggio, Kellerman, distendendo l'esercito dalla Roia sino ai fonti della Nembia, aveva munito tutte le cime accessibili delle montagne, e posto il campo in mezzo, sul monte Fogasso. Quanto all'ala sua sinistra, dove il pericolo eramaggiore per la facilità dei varchi e per la vicinanza della città di Nizza, alla quale principalmente miravano gli alleati, oltre le stanze solite, aveva collocato un grosso squadrone, come squadra di riscossa, sul monte Boletto.

Questi erano i preparamenti guerrieri di Francia; le arti politiche furono le seguenti. Tentarono la Porta Ottomana, affinchè si aderisse alla repubblica contro l'Austria e contro Venezia, ma fu senza frutto. Tentarono Venezia, promettendole grossi e pronti aiuti, ed ingrandimento di Stato a pregiudizio dell'imperadore; ma il senato perseverò nella neutralità, offerendo a' Franzesi quelle medesime agevolezze negli Stati veneti che erano state concedute alle potenze confederate.

Parte principalissima della lega, tra per forza de' suoi eserciti e per la situazione del suo dominio, era certamente il re di Sardegna. Adunque i capi del governo franzese assai volentieri piegarono l'animo a provare se potessero con promesse guadagnarsi la sua amicizia. A questo fine furono introdotti alcuni negoziati segreti tra un agente di Robespierre, per parte della Francia, ed il conte Viretti, per parte del re. Ma il re, che animoso era, e sapeva anche del cavalleresco, non volle mai udire pazientemente le proposte di fare collegazione con Francia, nè accettare le speranze che gli si proponevano, aggiungendo parole, certo molto prudenti, che non si voleva fidar de' giacobini. Così, rifiutati del tutto i consigli quieti, sorse più ardente l'inclinazione alla guerra.

Mentre così andavano i repubblicani di Francia lusingando i potentati d'Italia per conciliarsi l'amicizia loro, non cessavano per uomini a posta e per mezzo de' loro giornali, che pure, malgrado della vigilanza de' governi ad interromperli, si insinuavano nascostamente in ogni luogo, a spargere mali semi ne' popoli, con invasarli dell'amore della libertà ed imitarli a levarsi dal collo il giogo degli antichi signori. Queste instigazioni non restavanosenza effetto, perchè di quella libertà nella lontana Italia si vedevano soltanto le parole, e non bene se ne conoscevano i fatti. Le parti nascevano, le sette macchinavano accordi, le fazioni tumulti. Ma non fia senza utilità il particolarizzare gli umori che correvano a que' tempi in Italia, acciocchè i posteri possano distinguere i buoni da' tristi, conoscere i grandi inganni e deplorare le debolezze fatali. Adunque in primo luogo gli uomini si erano generalmente divisi in due parti, quelli che parteggiavano pei governi vecchi, detestando le novità, e quelli che, parteggiando pe' Franzesi, desideravano mutazioni nello Stato. Fra i primi alcuni così opinavano per fedeltà, alcuni per superbia, alcuni per interesse. Erano i fedeli i più numerosi, fra i quali chi per tenerezza verso le famiglie regnanti, e questi erano pochi, chi per bontà di giudizio o per esperienza delle azioni umane, il numero de' quali era più largo, e chi finalmente per consuetudine, e questi erano i più. Fra i superbi osservavansi principalmente i nobili che temevano di perdere in uno stato popolare l'autorità ed il credito loro. Tra questi, oltre i nobili, mescolavansi anche non pochi popolani che volevano diventar nobili od almeno tenere i magistrati. Per interesse poi abborrivano lo stato nuovo tutti coloro che vivevano del vecchio, e questi erano numerosissimi; a costoro poco importava la equalità o la non equalità, la libertà o la tirannide, solo che si godessero o sperassero gli stipendii. Si aggiungevano alcuni prelati ricchi ed oziosi, per interesse, i preti popolari e buoni, per amor della religione. In tutti poi operava un'avversione antica contro i Franzesi, nata per opera de' governi italiani sempre sospettosi della potenza di quella nazione e del suo appetito di aver signoria in Italia.

Di tutti quelli che fino a qui siamo andati descrivendo, alcuni erano utili ai governi, alcuni disutili, alcuni dannosi, ned è mestieri che si vengano individuando,che ognun se li vede. Ma i dannosi erano gli ambiziosi, i quali credevano di render più sicuro lo Stato loro coll'esagerarlo, e si proponevano di far argomento di gran fiducia con mostrar maggiore insolenza. Il frenarli non pareva buono ai governi, perchè temevano e di alienar coloro di cui avevano bisogno, e di mostrar debolezza ai popoli. L'odio di costoro principalmente mirava contro gli uomini della condizione mezzana, nei quali supponevano dottrine per lettura, orgoglio per dottrine, autorità col popolo per contatto. Gli uni chiamavano gli altri ignoranti, insolenti, tiranni, gli altri chiamavano gli uni ambiziosi, novatori, giacobini, e tra mezzo ad ire sì sfrenate, non trovando gli animi moderazione, ed introdotta la discordia nello Stato, si preparava l'adito ai forastieri.

Ora, per dire di coloro che inclinavano a' Franzesi, od almeno desideravano che per opera loro si facessero mutazioni nello Stato, diremo che per la lettura de' libri de' filosofi di Francia era sorta una setta di utopisti, i quali, siccome benevolenti ed inesperti di queste passioni umane, credevano esser nata un'era novella, e prepararsi un secol d'oro. Costoro, misurando gli antichi governi solamente dal male che avevano in sè, e non dal bene, desideravano le riforme. Questa esca aveva colto i migliori, i più generosi uomini, e siccome le speculazioni filosofiche, che son vere in astratto, allettavano gli animi, così portavano opinione che a procurar l'utopia fra gli uomini non si richiedesse altro che recare ad atto quelle speculazioni, persuadendosi, certo con molta semplicità, che la felicità umana potesse solo e dovesse consistere nella verità applicata. Queste radici tanto più facilmente e più profondamente allignavano quanto più trovavano un terreno bene preparato a riceverle ed a farle prosperare, massime in Italia, a cagione della memoria delle cose antiche. Chi voleva essere Pericle, chi Aristide, chi Scipione, e di Bruti non v'era penuria; siccomepoi un famoso filosofo franzese aveva scritto che la virtù era la base delle repubbliche, così era anche nata la moda della virtù. Certamente non si può negare, ed i posteri devonlo sapere, che gli utopisti di que' tempi per amicizia, per sincerità, per fede, per costanza d'animo e per tutte quelle virtù che alla vita privata si appartengono non siano stati piuttosto singolari che rari. Solo errarono perchè credettero che le utopie potessero essere, perchè si fidarono di uomini infedeli e perchè supposero virtù in uomini che erano la sentina de' vizii.

Costoro, così affascinati com'erano, offerivano fondamento a' disegni de' Franzesi, perchè avevano molto seguito in Italia; ma fra di loro non tutti pensavano allo stesso modo. I più temperati, ed erano il maggior numero, avvisavano non doversi muovere cosa alcuna, ed aspettavano quietamente quello che portassero i tempi. Altri più audaci opinavano doversi aiutar l'impresa co' fatti, e però si allegavano, tenevano congreghe segrete, ed avevano intelligenze in Francia, procedendo a fine di un bene immaginario con modi degni di biasimo.

A tutti questi, come suol avvenire, s'accostavano uomini perversi, i quali celavano rei disegni sotto magnifiche parole di virtù, di repubblica, di libertà, di uguaglianza. Di questi alcuni volevano signoreggiare, altri arricchire; gli avidi, gli ambiziosi eran diventati amici della libertà, e nissun creda che altri mai abbia maggiori dimostrazioni fatto d'amor di patria, che costoro facevano. Essi soli erano i zelatori, essi i virtuosi, i patriotti, ed i poveri utopisti eran chiamati aristocrati; accidenti tutti pieni di un orribile avvenire; imperciocchè non solamente pronosticavano mutazioni nello Stato vecchio, ma ancora molto disordine nel nuovo.

A tutte queste sette, all'una o all'altra delle quali s'erano accostati anche per lo più gli ecclesiastici, si aggiungeva quella degli ottimati, la quale, avida ancheessa del dominare, e nemica ugualmente all'autorità reale ed all'autorità popolare, sperava che in mezzo alle turbazioni potesse sorgere la sua potenza. Costoro nè aiutavano nè disaiutavano la potenza reale che pericolava, ed aspettavano la loro esaltazione dalla potenza popolare che loro era nemica.

Tal era la condizione d'Italia; i buoni esperti volevano la conservazione per previdenza di male, i buoni inesperti volevano la novità per isperanza di bene, i malvagi desideravano rivoluzioni per dominare e per succiarsi lo Stato; il clero stesso ondeggiava; dei nobili alcuni erano fedeli e temperati, altri fedeli ed insolenti, e per l'insolenze loro operatori che nascessero male inclinazioni nel popolo: altri finalmente poco fedeli, ma prudenti, aspettavano quietamente le occasioni: in mezzo a tutte queste inclinazioni s'indebolivano continuamente i fondamenti dello Stato; pure la massa dei popoli perseverava sana, ed avrebbe potuto essere di grande appoggio a chi avesse saputo usarla prudentemente e fortemente.

Narrati i preparamenti, le trame e le speranze di ambe le parti, ora si descriveranno gli accidenti che portò seco la fortuna dell'armi: nel che si dovrà sempre tenere a mente che in quest'anno intenzione dei Franzesi non era di farsi strada in Italia per forza se non nel caso in cui la fortuna avesse loro scoperto occasioni molto favorevoli; perciò disegnavano di starsene sulla guerra difensiva, mentre dall'altro canto gli alleati volevano ad ogni modo, usando l'offensiva, penetrare nell'interno della Francia.

I Franzesi, prevedendo una guerra vicina coll'Inghilterra e la Spagna, e volendo usare la breve signoria che restava loro nel Mediterraneo, avevano ordinato una spedizione contro l'isola di Sardegna. Posta in ordine un'armata nel porto di Tolone, composta di ventidue navi da guerra, fra le quali se ne noveravano diecinove grosse di fila; per combattere in terra ed usar le occasioni che si appresentassero,vi aveva il governo di Francia imbarcato sei mila soldati atti a combattere nelle battaglie stabili di terra. Questa mole guerriera dovevano seguitare molte navi da carico, per imbarcarvi i frumenti e trasportargli in Francia. Il governo di sì fiorita spedizione fu dato all'ammiraglio Truguet; laonde, trovandosi ogni cosa in pronto, ed appena giunto il presente anno, l'armata franzese, salpando da Tolone se ne veleggiava con vento prospero verso Sardegna; vi giunse prima del finir di gennaio, ed il dì 24 del medesimo mese pose l'ancora, mostrando un terribile apparato, nel porto di Cagliari; nè ponendo tempo in mezzo, l'ammiraglio mandò un uffiziale con venti soldati a far la chiamata alla città. Qui nacque il medesimo caso già deplorato di Oneglia, cioè che i Sardi, veduto avvicinarsi il palischermo sul quale era inalberata la nuova insegna dei tre colori, trassero sì, che l'uffiziale e quattordici soldati restarono morti, e la più parte degli altri feriti. L'ammiraglio pose mano a fulminare ed a bombardare la piazza con tutto il pondo delle sue artiglierie. Nè i difensori se ne stettero oziosi; spesseggiando coi colpi e traendo con palle di fuoco contro le navi franzesi, sostenevano una ferocissima battaglia. Questo assalto durò tre giorni con poco danno de' Sardi, ma con gravissimo dell'armata franzese, della quale una nave grossa arse, e due andarono a traverso. Le altre, o rotte sconciamente nel corpo, o lacerate negli arredi, a stento potevano mareggiare. In questo mentre, oltre il presidio che combattè egregiamente, massime i cannonieri, arrivarono i montanari, che si erano mossi quando dall'alto avevano veduto avvicinarsi l'armata nemica; ed ora essendo stati distribuiti ai luoghi più opportuni, minacciavano di rincacciare e di uccidere chiunque si attentasse di sbarcare; memorabile esempio di fedeltà civile e di virtù militare. E in fatti, quanti sbarcarono, o restarono uccisi, o, costretti dai montanari, si ricoverarono precipitosamentealle navi. Così restò vana la fatica ed il desiderio dell'ammiraglio di Francia. Perderono i Franzesi in questo conflitto circa seicento buoni soldati. Dal canto dei Sardi, cinque solamente furono uccisi, pochi feriti. Nè Cagliari ricevè danno proporzionato a tanto bersaglio; solo i sobborghi situati di sotto e più vicini al mare patirono. L'ammiraglio, veduto che gl'isolani, ne' quali aveva posto la principale speranza, non solamente non avevano fatto movimento in suo favore, ma ancora avevano validamente combattuto contro di lui, disperato dell'evento, si allargò nel mare lontano dalla portata delle batterie, quantunque tuttavia stanziasse ancora con le sue navi, così lacere com'erano, per qualche tempo nelle acque del golfo di Cagliari. Ma poco stante non essendo senza sospetto di ammutinamento nei suoi soldati, come suole avvenire nelle disgrazie, e levatasi una furiosa tempesta, se ne andò di nuovo a porre nel porto di Tolone, dove l'attendevano casi ancor più tremendi.

Mentre in tal modo una guerra viva s'era accesa e presto spenta sulle coste di Sardegna, le cose della Corsica non passavano quietamente: la perdita medesima dell'impresa di Cagliari diede fomento a coloro che, scontenti del governo di Francia, macchinavano di rivolgere lo Stato. Mosso dall'odio antico e dalle ingiurie recenti, andava Paoli sollevando ed armando le popolazioni, massimamente ne' luoghi montuosi ed inaccessi. Al qual disegno gli preparavano la strada la chiarezza del suo nome, la venerazione in cui lo avevano i Corsi, le esorbitanze dei repubblicani. E le sue esortazioni producevano un effetto incredibile. I montanari, mossi alle voce del mantenitore della libertà corsa, calavano in folla, pronti a combattere sotto le sue insegne contro gl'intemperanti repubblicani. Le stesse città principali di Corte e di Aiaccio, mutato l'ordine pubblico, accettavano il nuovo governo, rivocavano dal consesso nazionale di Francia i loro deputati, chiamavano Paoli generalissimo delle genti, ribandivano i fuorusciti, restituivano il clero nella pristina condizione, e, fatto un grosso di mille dugento soldati bene armati, s'impadronivano delle riposte pubbliche, ed assaltavano le genti della repubblica. I soldati repubblicani, sorpresi da tanto tumulto e ad impeto tanto improvviso, fatto prima un poco di testa nei luoghi più forti, si ritirarono nelle fortezze di Bastia e di San Fiorenzo. Era sorta intanto la guerra tra la Gran Bretagna e la Francia, accidente di sì supremo momento per ambe le parti. Ne pigliavano nuovi spiriti quei Corsi che aderivano a Paoli e detestavano il nome di Francia.

Intanto, per dar forma al governo nuovo e ricompor quello che il disordine dei popoli tumultuanti aveva scomposto, Paoli aveva adunato una consulta che, procedendo secondo i tempi, gli conferiva potestà di fare quanto credesse necessario alla conservazione della libertà ed alla salute del popolo. Nel tempo medesimo bandiva, sotto pena di morte, i commissarii di Francia, Casabianca, Saliceti ed Arena.

Il consesso nazionale, udite queste novità, risentitamente deliberando decretava, essere cassa la consulta di Corsica, si arrestasse Paoli e si conducesse alla sbarra dell'assemblea, fossero Casabianca, Saliceti ed Arena investiti di qualunque suprema facoltà per rinstaurar lo Stato e castigar i ribelli; il general Lacombe Saint-Michel contro i ribelli marciasse. Obbediva Lacombe; nel medesimo tempo i commissarii del consesso fulminavano con gli scritti e con le parole contro Paoli e contro coloro che a lui si aderivano. Aggiungevano alle esortazioni, che ai Corsi dirigevano, parole terribili e gonfie, secondo il solito, minacciando castigo inevitabile, e confische, e morti a chi contrastasse.

Raggranellati quei Corsi che per un motivo o per l'altro tenevano per Francia, ed adunati, come meglio potè, i suoi soldati, Lacombe era uscito dai forti; dall'altraparte, insisteva Paoli colle genti collettizie. Ne sorgeva tra quelle rupi una guerra minuta e feroce; ne' giusti incontri prevalendo le genti disciplinate di Lacombe, nella guerra sparsa vantaggiando le genti di Paoli; e se non pareva che fosse possibile che i Franzesi sforzassero i Corsi nei luoghi alpestri, non si vedeva dall'altro canto come i Corsi potessero sforzare i Franzesi, forti per disciplina e per artiglierie, nelle pianure e nelle terre che occupavano sul lido.

Mentre in cotal modo le sorti della Corsica pendevano incerte, si scopersero improvvisamente sulle sue coste più di venti navi inglesi da guerra, le quali faceveno opera per intraprendere quelle che si avviavano all'isola. Poscia, appoco appoco accostatesi al lido, infestavano con bombe e con palle i luoghi che Paoli assaltava dalla parte di terra; poste anche sul lido alcune genti, ed unite con le schiere di Paoli, rendevano molto difficile la difesa a' Franzesi. Per la qual cosa Lacombe, abbandonata l'isola, si ritirava a Genova sul principiare di maggio. Rimanevano in mano dei Franzesi, Bastia, Calvi e San Fiorenzo, ma non soprastettero ad entrare sotto le devozione del vincitore. Così tutta la Corsica, dopo di aver obbedito al freno di Francia per lo spazio di venticinque anni, venne, non saprebbesi dire se in potestà propria o in potestà dell'Inghilterra.

Cacciati i Franzesi dall'isola, vi fu creato un governo per mezzo di provvisione che intieramente dipendeva da Paoli e dalla parte contraria alla Francia; l'autorità dei municipii fu ordinata secondo le forme antiche. Paoli si accorgeva che questa condizione, siccome transitoria, poteva terminarsi in molte maniere; però desiderava di stringere, sì per fare un destino certo alla sua patria, e sì ancora per metterla in grado di resistere ai tentativi della Francia sì vicina e sì potente. Da un altro lato era pensiero dell'Inghilterra, per le medesime ragioni, e per avere un piè fermonell'isola, tanto opportuna a' suoi traffici, a' suoi arsenali ed alla sua potenza, che si venisse ad un partito determinativo. A questo fine Paoli applicò l'animo a sollecitare il re della Gran Bretagna, acciocchè, ordinato un governo libero in Corsica, ne pigliasse protezione, e il difendesse dagli assalti della Francia: gratissimo suono all'Inghilterra. Da questo seguitarono gli accidenti che si vedranno nell'anno seguente.

La guerra sorta coll'Inghilterra e colla Spagna e le armate loro che erano giunte, o frappoco si attendevano nel Mediterraneo, erano occasione di molesti pensieri ai Franzesi che occupavano la contea di Nizza; laonde Brunet, che a quel tempo l'esercito in questi luoghi governava, si risolvette a tentare qualche impresa di momento prima che i confederati si fossero fatti forti nei mari vicini. Il fine di questo moto era di cacciare i Piemontesi, dalle sommità e prender per sè quei vantaggio che allora si trovava in mano del nemico. Partitosi adunque sul principiar di maggio dalla Scarena, si dirizzava verso i monti. E, siccome l'esercito piemontese era padrone di tutte le creste, così gli fu d'uopo dividere le sue genti in moltiplici assalti. Erano i Piemontesi sotto la condotta dei generali Colli e Dellera; siccome avevano avuto intesa della mossa del nemico, così se ne stavano apparecchiati per ributtarlo. Adunque, preparati gli uomini e le armi dall'una parte e dall'altra, andavano, il dì 8 giugno, i Franzesi all'assalto con un valore e con una furia incredibile; nè la difficoltà dei luoghi, nè il calore della stagione, che era smisurato, nè la tempesta di palle che fioccavano loro addosso, non li poterono rattenere che non giungessero fin sotto le trincee, colle quali sul sommo dei gioghi si erano i Piemontesi fortificati. Tanto fu l'impeto loro, che tutti i posti furono sforzati, salvo quello di Raus, sotto il quale si combatteva ostinatissimamente. Arrivarono i repubblicani con un'audaciainestimabile fin sotto le bocche delle artiglierie italiane; ma quanti arrivavano, tanti erano uccisi. Continuò la battaglia con molto valore da ambe le parti con poco danno dei Piemontesi e con gravissimo danno dei Franzesi, i quali rinfrescando continuamente con nuovi rinforzi i combattenti, sostenevano quel duro scontro; ma in questo punto i capi regii, veduta l'ostinazione del nemico, mandarono al capitano Zin piantasse le artiglierie in un giogo vicino, e di là lo fulminasse sul fianco. Il quale consiglio, opportuno per sè, fu con tanta arte e con sì gran valore eseguito da Zin, che percossi i repubblicani di costa, e raffrenata la temerità loro, abbandonarono precipitosamente l'impresa, ritirandosi e lasciando i fianchi di quelle montagne miseramente cospersi dei cadaveri de' compagni loro. In questo fatto mostrarono i Franzesi il solito valore impetuoso e sconsiderato; i Piemontesi, massimamente gli artiglieri ed il reggimento provinciale di Acqui, che difendea le trincee di Raus, arte e costanza. Perdettero i primi in questo fatto meglio di quattrocento buoni soldati tra morti, feriti e prigionieri; negli altri assalti dati in questo medesimo giorno circa trecento. Ne perdettero i secondi in tutta la giornata circa trecento con due cannoni e molti arnesi da guerra. Ma tale era l'importanza del colle di Raus, che i repubblicani, non isbigottiti all'infelice successo della battaglia dell'8, lo assaltarono di nuovo il dì 12 dello stesso mese con ben dodici mila soldati risolutissimi a voler vincere. Ma nè il numero, nè il valor loro poterono operar tanto che non fossero una seconda volta con gravissima perdita risospinti. Così fu conservato in poter dei Piemontesi il forte posto di Raus, dal quale intieramente pendevano gli accidenti della guerra in quelle parti.

La fazione tanto sanguinosa di Raus aveva singolarmente raffrenato l'audacia de' repubblicani e dato occasione agli alleati di sollevar l'animo a più alte imprese.Se ne fecero allegrezze in Piemonte, e si argomentava che la fuga di Savoia e di Nizza dalla mala condotta de' capi, non da mancanza di valore ne' soldati si doveva riconoscere.

Da un altro lato i repubblicani accusarono i capi loro di tradimento. Kellerman, avute le novelle de' fatti avversi accaduti nell'Alpi marittime, si era condotto a Nizza per sopravveder le cose, e per mettere in opera que' rimedii che i tempi richiedessero. Il pericolo maggiore era quello che l'esercito alleato, facendo punta verso il Varo, si ficcasse in mezzo, nel qual caso sarebbe stato forza evacuare prestamente tutta la contea. Considerato bene il tutto, fe' munire accuratamente i posti che accennavano sulla estremità dell'ala sinistra dell'esercito dell'Alpi marittime; e ciò col fine di tener aperte le strade a poter comunicare con le genti che tenevano il campo di Tornus, per mezzo delle alture della Tinea, e nel tempo medesimo di stare all'erta ed in buona guardia di quanto potesse sopraggiungere dalla valle di Stura, per qualche passo de' gioghi sommi che coronano le Alpi da quelle parti, e soprattutto dal colle delle Finestre, pel quale il varco è molto più agevole.

A riscontro Colli e Dellera avevano fortificato di vantaggio e munito di genti fresche il colle di Raus, sul quale insisteva l'ala dritta dell'esercito loro, e distendendosi su per quelle cime fino al forte di Saorgio, avevano speranza non solamente di resistere, ma ancora di conseguire qualche onorata vittoria.

L'arrivo delle armate inglesi nel Mediterraneo, dando maggior animo agli Stati d'Italia che già si erano dichiarati, diede anche occasione di manifestarsi a coloro che, più per timore che per desiderio di neutralità, se n'erano stati fino allora ad osservare. Per la qual cosa il re di Napoli, scoprendosi intieramente, chiudeva i porti a' Franzesi, e si obbligava a fornire alla lega di sei mila soldati, con grosse navi da guerra e molte minori. Ilpapa medesimamente, che aveva causa particolare di temere de' Franzesi, armava e prometteva di dar gente; ma Venezia, Genova e Toscana persistevano nella neutralità. Però gl'Inglesi, per farle venire ad una deliberazione terminativa, aggiunsero alla presenza delle navi i negoziati politici; mostrarono in questi trattati, massimamente con Genova e Toscana, tanta arroganza, che già fin d'allora ebbe l'Italia un saggio, e potè prendere augurio di quello che i forastieri le preparavano.

Un Harvey, ministro d'Inghilterra a Firenze, scriveva a Seristori, ministro del granduca, dopo un superbo preambolo: sapesse il granduca che l'ammiraglio Hood avea comandato che un'armata inglese con una parte della spagnuola sarebbero venute a Livorno per vedere quello che sua altezza volesse farsi; sapesse inoltre sua altezza, e ciò l'Harvey dichiarare per bocca dell'ammiraglio Hood e in nome del re suo signore, che se in termine di dodici ore ella non aveva cacciato da' suoi Stati De La Flotte, ministro di Francia, e gli altri suoi aderenti, l'armata avrebbe assaltato Livorno. Badasse bene sua altezza a quello che si facesse, poichè solo mezzo di prevenire l'inimicizia d'Inghilterra era di eseguire puntualmente e subito quanto ora le si domandava, cioè cacciasse La Flotte, e con quel governo regicida di Francia rompesse; facesse causa cogli alleati.

Con tanta insolenza Harvey favellava ad un sovrano indipendente, ad un principe di casa austriaca; con altrettanta rimproverava ad altrui un Inglese di aver ucciso un re. Rispose assai rimessamente Seristori che il granduca aveva dato ordine che De La Flotte ed i suoi aderenti, fra cui Chauvelin e Fougère, se ne partissero di Toscana il più presto che fosse possibile; ma non si scoprì quanto allo accostarsi alla lega ed al romper guerra alla Francia.

Le stesse minacce furono fatte e nel medesimo tempo dal ministro ingleseDrake ai Genovesi; ed alle minacciose ed inconvenienti parole si aggiunsero fatti più minacciosi e più inconvenienti ancora. Imperciocchè, trovandosi la fregata franzese la Modesta a stanziare nel porto di Genova, fu improvvisamente assalita da due navi inglesi, che le si erano a questo fine poste a lato, e presa con uccisione di non pochi marineri che vi si trovarono a bordo.

Parve a tutti questo fatto, com'era veramente, di pessimo esempio; e se prima si temevano le insolenze franzesi in uno stato così vicino, ora più si temevano per la violata neutralità. In fatti non così tosto si ebbe a Nizza notizia di questo attentato che i rappresentanti del popolo, Robespierre giovane e Ricard, pubblicarono uno sdegnosissimo scritto che conchiudeva che Genova si risolvesse incontanente a voler essere o amica degli amici o nemica de' nemici della società oltraggiata nelle persone de' repubblicani franzesi; protestavano poscia al popolo genovese che se il senato tardasse a risolversi ed a punire con giusto ed esemplare castigo gli autori di un delitto commesso nel suo porto e sotto le bocche delle sue artiglierie, sarebbe stimato ostilità, e la repubblica avrebbe di per sè fatto quanto crederebbe necessario per vendicarsi di una sì orribile violenza.

Le medesime acerbe parole fece poco tempo dopo Robespierre maggiore contro Genova, favellando alla tribuna del consesso nazionale; e così il governo di Genova, stretto da due necessità, non sapeva a qual partito appigliarsi. Pure, siccome il non risolversi era peggio che risolversi, tutto bene ponderato, il senato deliberò di starsene neutrale, aggiungendo in risposta, che molto gl'incresceva di non poter deliberare altrimenti, ma che la necessità dei tempi non ammetteva altra risoluzione. Quanto poi al fatto della Modesta, se ne stette sui generali.

Il senato veneziano fu nuovamente tentato a questi tempi. Era residente in Venezia per parte dell'Inghilterra il cavaliereWorsley, personaggio non tanto rotto quanto Hervey e Drake, ma pure intentissimo a procurare gl'interessi dei confederati. Questi, o fosse la natura sua più temperata, o comando del re, che portasse maggior rispetto a Venezia più potente, che a Toscana ed a Genova più deboli, fece modestamente le sue rappresentanze al senato, favellando piuttosto per modo di consiglio che di richiesta. Pregava pertanto ed esortava caldamente il senato che fosse contento di allontanare da Venezia quella occasione di scandali, quella sentina di mali, quella radice di corruttele dell'ambasceria franzese. Concludeva che se il senato consentisse a licenziare l'ambasceria, e se vietasse ai Franzesi le tratte d'armi e di vettovaglie dagli Stati della repubblica, sarebbero gli alleati contenti, che nel resto conservasse la sua neutralità, e che, in caso di guerra dalla parte di Francia, se gli assicurerebbero gli Stati con tutte le forze della lega; che già fin d'allora gli si offerivano le armate d'Inghilterra e di Spagna, ordinate di modo che ne fossero preservati da ogni insulto. Queste parole terminò dicendo, porgere lui alla repubblica da parte del re suo signore, che glielo comandò di bocca propria; porgerle per mandato del ministro Pitt; porgerle ancora per mandato espresso dell'imperatrice di tutte le Russie, dell'imperatore d'Austria e del re di Prussia. Si riscuotesse adunque e prendesse quelle deliberazioni che a tempi tanto pericolosi, a richieste tanto efficaci, ad offerte tanto generose ed alla salute stessa della repubblica si convenivano.

Il senato veneziano, non mai solito ad appigliarsi a partiti precipitosi, e credendo che la forza della Francia, quantunque disordinata per la discordia, fosse formidabile per la rabbia, e capace di fare qualche sbocco in Italia, volendo altresì conservare salvi i traffichi di mare, rispose gravemente, voler serbare intera la neutralità, non poter risolversi a licenziare lo incaricato d'affari di Francia Jacob, ma che solamente il chiamerebbeincaricato della nazione franzese, non della repubblica.

Worsley non fece altra dimostrazione e continuò a starsene a Venezia, dove continuamente biasimava i discorsi superbi di Harvey e di Drake al granduca ed a Genova.

La cupidità del gran mastro dell'ordine di Malta alla guerra non essendo più raffrenata dal timore dei Franzesi a cagione dell'intervento degl'Inglesi nel Mediterraneo, prese animo di manifestare più apertamente quello che già da lungo tempo sentiva rispetto agli affari di Francia; imperciocchè, recandosi in ciò esortatore il re di Napoli, aveva comandato, che tutti gli agenti franzesi se ne uscissero dall'isola e che i porti fossero chiusi a qualunque nave franzese sì pubblica che privata, finchè durasse la presente guerra: pubblicato inoltre che non sarebbe mai per accettare ad incaricato d'affari chiunque a lui si mandasse da quella repubblica, ch'ei non doveva, nè poteva, nè voleva conoscere.

In cotal modo, essendo sorta la guerra tra la Francia e l'Inghilterra e, comparse le armate inglesi nel Mediterraneo, si ravvivavano le speranze dell'Austria e della Sardegna in Italia, furono serrati ai Franzesi tutti i porti del Mediterraneo e dell'Adriatico, salvo i Veneziani ed i Genovesi, si aggiunsero alle forze della lega quelle della Chiesa e di Napoli, e l'aspettazione degli uomini divenne tanto maggiore quanto più vedevano che se dall'un dei lati si era cresciuta nuova forza ai confederati, dall'altro cresceva a proporzione la concitazione ed il furore in Francia.

Oggimai si aprivano le occasioni agli accidenti importanti, ai quali da lungo tempo tendevano i consigli dei confederati rispetto alle provincie meridionali della Francia. La cacciata fatta dal consesso nazionale e la proscrizione della setta girondina, come la chiamavano, diè cagione a coloro che la seguitavano ed a coloro che od amavano la libertà, conculcatadagli sfrenati giacobini, o s'intendevano con gli alleati per rinstaurare il governo regio, di collegarsi, di correre all'armi, e di far tumulti e sollevazioni. Già le città di Bordò, di Mompellieri e di Nimes tumultuando mostravano con quanto sdegno avessero ricevuto le novelle del cacciamento dei deputati loro: ma l'importanza del fatto consisteva nella grossa città di Lione, che era stata la mira di tutte le pratiche segrete tenute già da qualche tempo tra i capi della lega a Torino ed i capi degli scontenti. Congiuntisi nelle sue mura Biroteau ed alcuni altri capi dei girondini di minor nome con Precy, commossero alle armi tutta la città e pubblicarono manifesti contro la tirannide del consesso nazionale.

Non è di questi Annali il narrare particolarmente l'oppugnazione di Lione, che poco tempo dopo seguì, e che fu uno dei fatti più memorabili di quest'anno, sì pel valore e la ostinazione d'ambe le parti, e sì per l'immanità dei vincitori. Ma come prima i Lionesi erano insorti contro l'autorità di chi reggeva, i Marsigliesi si erano levati ancor essi a rumore. Impazienti di starsene chiusi fra le mura, e raccolti sotto le insegne in numero assai notabile, si dirizzarono al soccorso di Lione. Non avevano i Lionesi trovato nei popoli circonvicini quell'aderenza che avevano sperato; e i Marsigliesi vantavansi di esser capaci da sè soli di vincer la impresa e di salvar Lione. In fatti già avevano varcato il fiume Duranza, e con ischiamazzo infinito erano entrati in Avignone; e quivi commesso ogni male, già si avviavano verso le regioni superiori del Rodano.

Nel tempo medesimo s'incominciavano a colorire i disegni degli alleati. I Piemontesi congiunti con qualche nervo di Austriaci, erano calati grossi dal monte Cenisio e dal piccolo San Bernardo a fine d'invadere la Morienna e la Tarantasia; anzi una parte di quelli che scendevano dall'ultimo dei detti monti, avuto il passo per le terre del Vallese, si drizzavano adoccupare il Faussigny col pensiero di fare spalla all'impresa di Tarantasia e di rannodarsi verso la terra di Conflans, per quindi marciare, se la fortuna si mostrasse a tale segno favorevole, sino a Lione. Tutte queste genti militavano sotto il governo del duca di Monferrato, figliuolo del re, principe ottimo per mente e per costume e molto amato dai popoli per la natura sua facile e mansueta.

Dall'altra parte il re di Sardegna si era condotto col grosso dell'esercito nella contea di Nizza, molto confidente di avere a conseguir presto, con ricuperar un paese amato sopra tutti e che gli era stato occupato da un nemico odiatissimo, una piena e gloriosa vittoria. Era suo intendimento di calarsi per le sponde del Varo a fine di obbligare i Franzesi ad evacuar la contea, o di tagliarli fuori dalla Provenza se non l'evacuassero. Aveva il re compagno a questa impresa il duca d'Aosta, suo figliuolo secondogenito, principe molto ardente in questo bisogno contro chi allora signoreggiava la Francia e che sempre aveva dimostrato pensieri alieni dalla pace. Questo era il principale sforzo che i confederati volevano fare; e così quel nembo che poco innanzi pareva dovesse tutto scagliarsi contro la Italia dalla Francia, ora si rivoltava contra la Francia dall'Italia.

Udite tutte queste cose, Kellerman accorreva prestamente in Savoia, dove venuto al campo dei suoi, posto all'ospedale presso Conflans, alloggio principalissimo in quelle circostanze, ebbe con la sua presenza e con le sue esortazioni tanto inanimato i soldati che si mostrarono prontissimi a mettersi a qualunque pericolo anzichè abbandonare il luogo commesso alla fede loro. Nel tempo stesso fe' venire dal campo di Tornus una grossa schiera, in gran parte di buona ed audace gente; e stantechè il pericolo era oltre ogni dire grave, aveva, costretto dall'estrema necessità, chiamato dal campo di Lione un'altra squadra e mandata nel Faussigny, che si trovava del tuttoprivo di difensori. A questo si aggiunse ch'ei fece la chiamata alle guardie nazionali della Savoia e del dipartimento vicino dell'Isero, acciocchè facendo un po' di retroguardo agli stanziali, dessero loro coraggio e potessero, in caso d'infortunio, ristorar la fortuna della guerra. Per maggior sicurezza ordinava che si facessero trincee al passo di Barreaux, molto importante alla sicurtà del Delfinato, e che si munissero di artiglierie, avvisando che con quel sospetto da fianco, gl'Italiani non si sarebbero arditi di correre fino a Lione. Egli poi, a motivo di poter sopravvedere bene le cose, si venne a porre al castello delle Marcie, luogo centrale a cui accennavano le tre divisioni delle sue genti.

Dall'altro lato e più sotto Kellerman avea spedito con tutta celerità il generale Carteau con un buon nervo di gente, ordinandogli riacquistasse il passo di Santo Spirito, cacciasse i Marsigliesi da Avignone, gli rincacciasse sulla riva sinistra della Durunza, non passasse il fiume, solo attendesse a proibire al nemico lo scorrazzare sulla destra. Ma Carteau varcava, e fu salute mentre doveasene attendere la rovina; imperciocchè i Marsigliesi, invece di assaltarlo e buttarlo nel fiume, cosa agevole, si diedero disordinatamente alla fuga. Carteau, usando l'occasione, voltossi con tutte le sue forze contro Aix, di cui s'impadronì; poi, senza frappor tempo in mezzo, marciò contro Marsiglia, capo e fomite principale di quella guerra; o tanto fu il terrore concetto dai Marsigliesi, che, fatta niuna difesa della città loro, la diedero in mano del vincitore. L'infelice Marsiglia, pagando troppo fiero scotto della sua imprudenza, fu posta miserabilmente a sacco, e vi furono commesse opere al tutto degne di quei tempi ferocissimi.

La presa di Marsiglia nocque ai Lionesi che per questa cagione si trovarono soli esposti a tutto lo sforzo dei repubblicani; ma le immanità commessevi giovarono ai disegni della lega in Provenza;poichè per iscamparne, Tolone udì con maggiore inclinazione le proposte degli alleati, e diede sè ed il porto in mano dell'ammiraglio d'Inghilterra Hood, desiderando che l'autorità del re Luigi si restituisse e la costituzione dell'89 si accettasse.

I repubblicani già tanto feroci vieppiù s'inferocirono all'accidente di Tolone. Esortazioni ardenti, minacce precipitose posero in opera per far correre i popoli al riscatto. Nè fu l'effetto minore dell'intento; perchè, tra soldati bene ordinati e gente tumultuaria, s'adunò tosto intorno alle mura di Tolone un esercito giusto di circa quaranta mila soldati. Dalla parte loro gli alleati vollero confermar con la forza quello che la fortuna aveva loro conceduto. Spagnuoli, Napolitani e Piemontesi furono portati a presidiare i forti di Tolone; gli altri potentati d'Italia li fornivano di vettovaglie; il papa stesso somministrava armi e munizioni. Così con grandissimo ardore si combatteva sotto le mura di Lione e di Tolone, nelle montagne della Savoia e di Nizza.

Non indugiò molto spazio la fortuna a mostrare a qual parte volesse inclinare. I Piemontesi calati dal Cenisio e dal San Bernardo vincevano, e se si fossero spinti avanti con quella celerità che i tempi richiedevano, avrebbero acquistato una compiuta vittoria. Ma se ne stettero a soprastare; l'indugio diè comodità agli avversarii di rannodarsi ed ai popoli di aiutarli. Kellerman li ricacciò di posto in posto, sì che in fine si ritirarono al San Bernardo, da dove un mese prima erano discesi con tanta speranza di vittoria. Rimaneva pei repubblicani che i regi si cacciassero dalla Morienna, e Kellerman colle sue disposizioni vinse anche questo punto, perchè l'esercito del re, pressato da ogni banda, si ritirò ordinatamente al Cenisio.

Tale fu l'esito dell'assalto dato alla Savoia dalle genti del re di Sardegna nell'autunno di quest'anno, e per talemodo fu esclusa la lega dalle sue speranze in queste parti; che se il disegno dei confederati fosse riuscito, e Lione liberato, totale sarebbe stata la mutazione delle cose d'Europa. Ma intanto i miseri Lionesi, udita la ritirata dell'esercito e, privi di quest'ultima speranza, furono costretti a rimettersi in potere dei repubblicani. Il mondo sa con quale immanità sia stata trattata quella città sì nobile e sì generosa.

Dall'altra parte e nel medesimo tempo in cui i Piemontesi assaltavano la Savoia, s'erano mossi con forte apparato contro Nizza. Da principio la fortuna si mostrava loro favorevole; ma, arrivati a Giletta, e assaltato il dì 18 ottobre con grande impeto il ponte, furono duramente risospinti, e con perdita sì grave che questo fatto, giunto alle sinistre novelle che si ebbero in quel punto di Savoia e di Lione, terminò la guerra di quest'anno in quelle parti.

Intanto sempre più si stringeva l'oppugnazione di Tolone, alla quale era concorso l'esercito vincitore di Lione e la guernigione di Valenciennes, piazza forte in Fiandra che gli alleati avevano espugnato. Già parecchie onorate fazioni si erano combattute con varia fortuna nelle quali mostrarono ambe le parti quanto potesse il valore congiunto con l'odio, e quanto a ciascuna premesse il conservare o l'acquistare una piazza di tanto rilievo. Eransi posti gl'Inglesi a presidiare i forti rizzati sulla stanca, i Piemontesi stavano a guardia sulla dritta.

Gli oppugnatori s'erano accampati per modo che Dugommier, generalissimo, avesse carico di far forza verso occidente, Lapoype assaltasse verso levante, e parte di queste genti, stanziando principalmente alla Valletta, si distendesse sì verso mezzo giorno che una corona di schiere armate e di cannoni cingeva Tolone tutto all'intorno. L'importanza della difesa dal canto degli alleati consisteva nel forte Malbousquet fidato alla guardia degl'Inglesi e nel ridotto da questi fattovicino al forte. Ma i Franzesi già s'erano impadroniti delle eminenze opposte al forte ed al ridotto; e preso anche per assalto il forte dei Pommets, da tutti tali punti con numerose artiglierie continuamente infestavano gl'Inglesi.

Ohara, generalissimo d'Inghilterra, veduto che il nemico dal suo posto sopraeminente al Malbousquet non solo infestava il forte, ma, poste le artiglierie in luogo molto opportuno, per opera massimamente del luogotenente colonnello d'artiglieria Bonaparte, giovane di virile spirito, arrivava coi tiri insino all'arsenale; e prevedendo che se non si cacciavano da quel nido i Franzesi, bisognava pensar ad altro che a stare a Tolone, sì deliberò di dar loro l'assalto. Ed, uscito il 3 di novembre con sei mila soldati, la fortuna fu loro sul primo incominciare seconda. Ma all'avviso di tanto sinistro accorso Dugommier con un grosso di soldati agguerritissimi, cacciò gl'Inglesi in fuga manifesta e con tanta foga, che i vincitori non si arrestarono se non se alle palizzate del forte Malbousquet, e stette per poco che non vi entrassero alla mescolata coi vinti. Fu in questo incontro gravemente ferito e fatto prigioniero Ohara ch'era accorso per rannodare i suoi.

Questa fazione tanto sanguinosa diede molto a pensare agli alleati, non li lasciando senza timore sull'esito della guerra accesa sotto le mura di Tolone; e i repubblicani, mostrandosi pronti a mettersi ad ogni più grave pericolo per conquistar quella città: si risolveva Dugommier a dar l'assalto da tutte le bande.

Adunque, posta essendo ogni cosa in pronto, il dì 14 dicembre i Franzesi si avviavano all'assalto. Gli alleati, che sapevano che da quel fatto doveva risultare non solo la conservazione o la perdita di Tolone, ma ancora la riputazione delle armi e l'acquisto d'Italia, con grandissimo ardire gli aspettavano. Feroce fu l'assalto, feroce la difesa; la fortuna si mescolò spesso col valore; ora prevalevala furia al coraggio, ora il coraggio alla furia; ora la sicurità dei luoghi faceva inclinare le sorti a favore degli assaltatori, ora l'audacia, per verità non credibile se non fosse vera, le voltava a favor degli assaltatori: stette un pezzo dubbia la battaglia; già le difese erano lacere dall'un canto, già dall'altro i gioghi dei monti ed i parapetti delle batterie inglesi apparivano cospersi di cadaveri franzesi, e nonostante non cessava l'ostinazione delle parti; che anzi i sangui che ribollivano rendevano gli uomini più accaniti e continuamente si dava mano al tuonare, al ributtare, al ferire da presso e da lontano. Prevalse la fortuna di Francia; i forti tutti caddero in mano dei repubblicani.

L'espugnazione de' forti rendeva impossibile agli alleati il tenere più lungamente Tolone: conciossiachè i repubblicani potevano fulminarvi dentro, e spazzando i due seni sperperare all'estremo le flotte confederate. Deliberaronsi a vuotare; ma prima vollero fare tutto quel maggior male che poterono. Posto mano adunque alle faci, appiccarono il fuoco alle navi che non potevano trasportare con loro ed a tutte le opere preziose di marineria di cui Tolone abbondava. In questo Sidney Smith, uomo più atto alle imprese rischievoli che alle grandi, con molta industria ed attività si adoperava. Ardevano le navi, ardevano le armerie, ardevano gli arsenali; nella città medesima le case ardevano. Breve ora distruggeva opere, cui l'industria umana aveva penato lungo tempo a compire.

Ma compassionevole spettacolo era quello de' Tolonesi, i quali costretti ad abbandonare la patria loro per non cader nelle mani di gente sdegnata, accorrevano in tutta fretta alle navi, conducendo con esso loro le donne, i fanciulli, e le suppellettili più preziose che in tanto precipizio avevano potuto raccorre. Tra questi alcuni annegavano per la fretta, altri erano straziati dalle artiglierie de' loro compatriotti o da quelle degl'Inglesi.Così tra il fuoco, il fumo, il tuonare, lo scompiglio delle navi che andavano e venivano, le minaccie de' soldati da terra che fuggivano, lo strepito de' soldati da mare che volevano metter ordine e regola dov'era disordine e confusione, le grida disperate di coloro che si spatriavano, era un dolore, un terrore, una miseria che si possono meglio con la mente immaginare che con le parole descrivere. Dieci mila Tolonesi, disperando della pietà del vincitore, accettato l'esilio, si ricoveravano alle navi, non sapendo nè dove nè quando avessero a terminarsi le miserie loro. Tre giorni e tre notti durò la lagrimevole tragedia. Finalmente le flotte confederate, tirandosi dietro le navi rapite di Francia, i giorni 18 e 19 dicembre si ricoverarono nelle vicine isole Iere, che sono le antiche Stecadi. Il giorno 20 poi, e poichè tutti si erano ridotti a salvamento, vuotato il forte Lamalgue che ne avea protetto la ritirata, lasciarono la misera terra intieramente a discrezione de' repubblicani: entraronvi fieri e minacciosi.

Arsero nell'incendio tolonese acceso dagl'Inglesi quindici navi grosse di fila; arsero sei fregate, con molti altri legni minori. Rapirono e s'appropriarono gli Inglesi la grossissima nave di cento venti cannoni chiamata il Commercio di Marsiglia, col Pompeo ed il Potente, l'uno e l'altro di settantaquattro, e con le fregate la Perla, l'Aretusa, l'Aurora, il Topazzo e non pochi altri legni minori. I Sardi se ne portarono la fregata l'Alceste; i Napolitani il brigantino l'Imbroglio, gli Spagnuoli la piccola Aurora, esile preda a comparazione di quella d'Inghilterra.

Queste furono le spoglie di Tolone rapite dagli alleati. E non era poco per l'Inghilterra l'aver distrutto il navilio di una nazione emula, che ai tempi floridi aveva combattuto con lei dell'imperio dei mari, e che tuttavia avrebbe potuto tener in pendente la fortuna del Mediterraneo. Così perì Tolone, città nobile ericca, e sede principale della marineria franzese.

I rappresentanti del popolo, Barras, Freron, Robespierre giovane e Saliceti scrissero il dì 21 dicembre al consesso nazionale, essere Tolone in potestà della repubblica.


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